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Tommaso Labate: “Serie A a 18 squadre? Non risolve il problema. Globalizzazione nel calcio? Atipica e condivisibile. Sudditanza? Insita nell’uomo”

Federico Rana

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Abbiamo intervistato Tommaso Labate, giornalista del Corriere della Sera e conduttore televisivo. Con lui abbiamo parlato della Serie A e della globalizzazione nel calcio, della Inter, sua squadra del cuore e della Calabria, terra natìa.

Ciao Tommaso, secondo te, esiste nel calcio una sorta di sudditanza psicologica degli arbitri, che in alcuni tendono a fischiare più facilmente per una squadra blasonata che per una piccola? In Italia come all’estero…

Mettiamola così, da che mondo e mondo, la psiche degli uomini li porta ad essere molto più accondiscendenti con i più forti che con i più deboli, è una cosa che fa parte dell’uomo. Non voglio parlare di sudditanza psicologica, soprattutto per non riaprire delle vecchie ferite passate. Però penso che in un campionato, nella fattispecie quello italiano, dove la seconda, la terza e la quarta in classifica si lamentano sistematicamente, a ragione o a torto, di quello che accade intorno alla prima, non fa bene neanche ai tifosi della prima. Diciamo che c’è bisogno di progresso. Tra l’altro il progresso tecnologico, e anche umano, che è stato apportato in porta, gol- non gol, ecc. fino ad adesso non ha portato grandi benefici, o quantomeno non così evidenti. Il mio timore è che perfino l’ingresso della moviola in campo non risolverà tutte le polemiche, per cui abbiamo bisogno di maggiore serenità e di maggiore ‘attenzione’, chiamiamola così.

Entriamo nel vivo del calcio nostrano. La serie A di quest’anno, oltre ad alcune sorprese, sta soprattutto facendo riflettere per il livello lasciato vedere in fondo alla classifica. Può essere una buona mossa quella, a tratti vociferata, di una riduzione delle squadre da 20 a 18?

Io non penso possa portare grandi differenze, anche perché, potrei sbagliarmi, ci sono stati campionati a 16 squadre, ed i primi a 18, che avevano una condannata con larghissimo anticipo rispetto alla fine dell’anno. Certo, il fatto che tu abbia 20 squadre ti porta ad avere dei blocchi che sembrano fondati. Si compete per non retrocedere da una parte, dall’altra si compete per andare in Europa League. In mezzo c’è tutta una fascia di squadre che competono per posizioni alla fin fine inutili, salvo i rimborsi della Lega. Secondo me a cosa che andrebbe fatta è una ripartizione molto più a favore delle piccole della torta dei diritti televisivi, perché con le società grandi, penso per esempio all’Inter, che si mettono nelle mani di imprenditori molto forti, il divario rischia ancora di aumentare. Perché è ovvio che il divario tra Moratti e il presidente dell’Empoli è già elevato e già lo conosciamo. Ma il divario tra Suning e Corsi è ancora più elevato. Quindi, prima che tutto finisca per incrementare ancora il gap, occorre una ripartizione dei diritti televisivi che favorisca ancora di più le piccole, perché è quello il punto in cui si riequilibra il campionato, è il punto in cui si dà alle squadre più piccole l’opportunità di competere meglio. Non è con l’aritmetica delle 18, delle 20 e delle 16 squadre, secondo me, che si risolve il problema di un campionato deciso per sua parte. Io poi, essendo un tradizionalista, come tutti quelli che erano già tifosi da bambini dei miei tempi, mi sento assolutamente contrario all’introduzione di schemi come playoff o playout. Per me campionati maggiormente competitivi, senza sentenze già scritte a metà dell’anno, si ottengono soltanto con la ripartizione dei diritti televisivi, soprattutto se questa porta a favorire le piccole rispetto alla grandi. Ovvio, che ci siano gare con poco appeal per gli spettatori e poche motivazioni da parte dei giocatori, è già successo, anche nei campionati a 16 squadre. Lo schema che ti ho esposto potrebbe evitare che, per farti un esempio con il campionato attuale, il Palermo, il Pescara e il Crotone siano già condannate alla serie B, perché se si evita questo, se ci sono squadre che lottano per non retrocedere, forse, non so, un Chievo – Empoli, con magari entrambe le squadre risucchiate nella zona calda, sarebbe molto più interessante.

Un campionato che sembra segnato nelle retrovie, così come in testa alla classifica. La Juve è davvero così forte ed imbattibile?

Al momento si, perché la cosa più forte che ha è una tenuta societaria e in campo che in Italia non ha eguali. Guardate la Roma per esempio, che è tornata ad offrire prestazioni ottime, ciniche, però veniva da serie di sconfitte. La Juve invece cade in un incidente pochissime volte. Questo lo si deve alla solidità di una società e di un gruppo a cui le altre concorrenti non possono ambire. Le altre non hanno chance al momento. Se si ragiona con i se e con i ma sai bene che non si va da nessuna parte. Se l’Inter si fosse affidata a Pioli da inizio stagione, per fare un esempio, forse già ci sarebbe stata una contendete più pericolosa per la Juve. Ovviamente questo non lo avremmo saputo e non lo sapremo mai. Però al momento un allenatore confermato, che ha confermato un gruppo di ottimi giocatori, che è stato addirittura potenziato, quindi un’organizzazione societaria, tecnica a tutti i livelli più solida delle altre. Guarda quello che succede a Roma. A Roma basta da un granello di sabbia per danneggiare l’intero ingranaggio, cose che alla Juve non succedono. Io provo ad immaginare se fosse successo a Roma, o anche a Napoli, il caso Allegri – Bonucci, con l’allenatore che reagisce agli insulti del calciatore, non mandandolo addirittura in campo, e parliamo di un big mondiale della difesa, in una partita decisiva come quella dell’andata degli ottavi di finale contro il Porto, avremmo avuto i processi per strada, lì invece la cosa è stata ammortizzata con un dibattito interno abbastanza feroce, ma ottenendo comunque una importante vittoria in quella circostanza, per poi vedere ricomposto il tutto nelle partite seguenti. Altrove quel caso là sarebbe stato semidistruttivo, alla Juve non lo è stato. Il caso De Laurentiis – Sarri dopo l’uscita del Napoli agli ottavi di Champions secondo me alla Juve non sarebbe successo. L’organizzazione della società, la distribuzione dei ruoli, il chi fa chi senza sbattere i piedi agli altri è fondamentale. La Roma, per esempio, oltre ad un ambiente appassionato, certe volte anche troppo, paga questo snodo tra la proprietà americana e i manager italiani come era, prima appunto di andarsene, Walter Sabatini, per cui si ritrovava sempre come nei film di parecchi anni fa in cui non si sapeva se rivolgersi allo sceriffo o all’FBI.

Focalizziamoci sulla tua squadra del cuore, l’Inter. Pensi che, dopo la partenza ad handicap sotto la guida di De Boer, il terzo posto sia ancora alla portata dei nerazzurri?

Guarda, io più che alla portata, visti i valori in campo, mi appello all’aritmetica. Lo è alla portata, perché se a 2 battute di arresto della squadra che ti precede ti uniscono 2 vittore consecutive che ti portano bottino pieno, riesci a ridurre il gap. Il punto è che gli scontri diretti ormai scarseggiano, e quelli passati sono stati negativi. Escludendo arrivi a pari punti, che ci penalizzerebbero, non è facile, perché non è nelle mani dell’Iter questa ipotesi. Ci sono state battute d’arresto, come il 2-2 in casa del Torino, che ci può stare, perché comunque, a parte la classifica, ha un organico secondo me superiore a molte che le stanno davanti, ma anche se avesse vinto le cose non sarebbero cambiate di molto. Senza contare che Roma e Napoli non mollano un colpo. Resterebbe da fare la riflessione, che però non spetta a me, se a quel punto valga davvero la pena farsi un altro anno di Europa League, una competizione in cui comunque il meglio di noi non abbiamo mai dato, e da cui abbiamo preso soltanto il peggio, ovvero giocatori ancora più stanchi per il campionato. Anche se, vedendo l’Inter attuale, sarebbe stato bello essere lì a giocarsela, questo senza alcun tipo di dubbio. E dico lo stesso, con grande rammarico, anche della Coppa Italia. Ricordiamoci che il rilancio dell’Inter sulla scena mondiale partì proprio dalla vittoria di una coppa Italia, che interruppe un digiuno che durava da anni e anni, e da lì poi in breve tempo la squadra tornò a vincere scudetti, e riuscì a conquistare la coppa dei Campioni nel giro di pochi anni. Però è difficile che succeda un altro caso simile al Nottingham Forrest, l’unica squadra se non mi sbaglio che ha più coppe dei Campioni che scudetti. Solitamente la rinascita di un club, blasonato come nel caso dell’Inter, riparte da un anno in cui magari riesce a portare a casa Europa League o coppa Italia, che portano entusiasmo per la stagione successiva.

In ogni caso, la seconda parte di stagione sotto la gestione Pioli ha lasciato intravedere gioco e personalità da anni persi sulla sponda nerazzurra della Madonnina. Merito ovviamente anche della gestione societaria. Come valuta l’organizzazione del gruppo Suning? E in generale, come vede lo sbarco degli imprenditori stranieri nel calcio italiano?

Guarda, io innanzitutto farei una grande differenza tra i cinesi dell’Inter e quelli del Milan, che non si sono ancora visti, non hanno una loro conformazione designata. Tra l’altro, tutti i personaggi più o meno noti che erano stati tirati in causa hanno smentito il loro ingresso in cordata, per cui parliamo di persone che non conosciamo. Al contrario, quelli dell’Inter rappresentano un gruppo solido. Ci sono molti modi per riuscire ad avere la meglio. Il gruppo che ha preso in mano l’Inter ha scelto come primo allenatore Pioli, perché sappiamo che De Boer è stato scelto dalla vecchia dirigenza. Ha capito che il modello da cui partire è quello nostrano, un usato italiano, che conosce il campionato. Quindi, se la cordata straniera parte da presupposti di leggere bene le esigenze, si può far bene, si può vincere, si possono aprire cicli. Se invece la cordata straniera ragiona su logiche esclusivamente di business o di fantacalcio, mi riferisco per creare operazioni per esempio, anche se qui non si parla di spagnoli, del Real Madrid dei Galacticos, in cui ti crei la squadra di fantacalcio e la butti in campo, creerai forse più entusiasmo nella prima parte di stagione, ma nella seconda rischi comunque di mandare in malora anche il progetto. Per cui, chi investe in un paese straniero deve partire da quelli che sono i meccanismi di quel paese. Importare modelli dall’estero, impiantandoli sul territorio, si rischia di fare la fine di quelli che volevano impiantare la democrazia dagli USA, e poi abbiamo visto come è andato a finire. Il calcio è una faccenda di uomini. Gli uomini, perfino i più grandi, possono sbagliare. Neymar, Messi e Suarez si pensava a tutto il peggio possibile, che non sarebbero riusciti a giocare insieme. Però quei 3 hanno dimostrato che non è nell’esaltazione del singolo che costruiscono il loro successo, ma è su quanto ciascuno è disposto a cedere un pezzo di se stessi agli altri che il Barcelona va avanti. A me è venuto in mente durante Barcelona -Valencia. In occasione di una punizione dal vertice sinistro dell’area che sembrava fatta apposta per uno tra Neymar e Messi, che erano entrambi sul pallone. Alla fine ha tirato Suarez, senza il minimo battibecco. Guardiamo quanti casi ci sono stati in Italia, mi viene in mente anche la storia dei rigori nel Torino. 3 campioni come Neymar, Suarez e Messi questi problemi non li vivono nemmeno.

Una tendenza, dettata anche dalla tanto proclamata globalizzazione. Che ha portato a programmare il derby di Milano sabato alle 12:30…

Io la penso all’esatto contrario di Sarri. A me vedere la mia squadra giocare alle 12:30 piace parecchio. Orario bello, è domenica mattina, ti sei svegliato, hai letto il giornale, sei uscito a fare un giro, e alle 12:30 ti piazzi a vedere la partita dell’Inter. Dopo di che, se hai il tempo materiale, per rinfrancarti da eventuali sconfitte, oppure goderti le vittorie, in ogni caso lo fai rilassato su una mega diretta gol delle altre. Quindi, opinione mia personale, se devo scegliere se godermi l’Inter alle 12:30 o nell’anticipo serale, io scelgo sempre le 12:30, proprio per mia caratteristica personale. Poi ovviamente, questa decisione è stata presa per permettere la visione del derby anche in Cina, ed è una mossa che io condivido. Se io posso fare una festa a cui i miei amici vengono lo stesso, e riescono a portare altra gente, perché non farla in un orario in cui ci possono essere più persone, senza che nessuno dei miei amici si perda? Vuoi una partita con 100 milioni di spettatori o ne vuoi una con 600 milioni di spettatori? Se nessuno ci resta male dei nostri, ma perché privarci di avere un pubblico più grande? E poi ti aggiungo una cosa: chi usa il tema della globalizzazione, del tema del calcio globalizzato, forse in questo caso ne abusa. Perché la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta nei mercati economico-finanziari, porta la concentrazione dei grandi capitali dove il costo del lavoro è più basso, mentre in questo campo li porta da noi, dove il livello è più alto. Quindi se la globalizzazione quella classica ha favorito un paese come la Cina, che la sta difendendo a spada tratta contro gli Stati Uniti, assistendo a cose fino a qualche anno fa folli, come il presidente della Cina che difende la globalizzazione contro il presidente americano. Nel calcio invece il caso è l’opposto: c’è la concentrazione delle risorse là dove il livello è più alto, per esempio nel campionato italiano. Applicare il teorema della globalizzazione economica al calcio avrebbe prodotto effetti opposti a quelli a cui stiamo assistendo, cioè avremmo imprenditori italiani top investire in squadre cinesi, e questo non è successo. È una globalizzazione atipica questa qui. Non sarebbe dovuto essere Suning a comprare una squadra italiana, ma per esempio Moratti avrebbe dovuto comprare una squadra cinese, perché lo stipendio di un calciatore cinese è inferiore rispetto a quello che ti chiede Icardi, però non è così. Quando ci sono i sogni di mezzo, c’è il talento più che il costo di lavoro bassi. Anche il cinema è un business, anche l’arte. Però attenzione, quando si incrociano sogni e business, la qualità deve puntare al rialzo. Se il cinema è un business, non è che tu fai meno film con Robert De Niro, ne fai di più, perché comunque la gente vuole sognare con Robert De Niro, non con Mario Rossi. Lo stesso dovrebbe succedere nel calcio.

Un punto sulla Champions: cosa ne pensi dei sorteggi? La Juve ha le armi per giocarsela alla pari con il Barça? Una tua favorita per la vittoria della Champions?

Non so se la Juve ha o meno grandi possibilità di giocarsela con il Barcelona. Dico che i valori sono sotto gli occhi di tutti, e che la mia opinione personale, che ho ribadito più volte, è: in Italia tifo per le italiana, in Europa per le europee. E mettiamola così, per me la favorita per la Champions è quella che passa tra Juve e Barcelona.

In onore delle tue origini, e della tua infanzia passata a Marina di Gioiosa Ionica, non possiamo evitare una domanda sul calcio della tua terra, la Calabria. Il Crotone ad un passo dalla B, il Cosenza in zona Playoff in Lega Pro, nello stesso girone C in cui la Reggina rischia la retrocessione. La tua valutazione del calcio in una regione difficile da gestire a livello politico e amministrativo.

Guarda, alcune delle più buie pagine politiche della Calabria, anche dal punto di vista della criminalità, hanno coinciso con dei grandi boom delle squadre calabresi, per cui diciamo che la simmetria tra i due temi non è perfetta. Dico solo che il calcio spesso e volentieri incide. Io mi ricordo quando ero bambino, nell’anno in cui l’Inter vinse lo scudetto, 1988- 89, arrivarono al quarto posto in serie B, alla pari, 3 squadre: Cosenza, Reggina e la Cremonese. La classifica avulsa fece fuori il Cosenza, poi ci fu lo spareggio tra le altre 2, e ai rigori vinse la Cremonese, nella famosa partita dell’Adriatico di Pescara. Per cui qualche esperienza di alto livello le squadre calabresi l’hanno vissuta. Molto spesso si nutre di cicli. Ricordo quando in Calabria si celebravano il gloriosi anni del Catanzaro in serie A, e poi ci si siamo trovati quasi inaspettatamente in serie A una Reggina che in campo ci aveva Pirlo e Baronio, tanto per dirne una. La stessa cosa si può dire per la pallacanestro. Manu Ginobili, grandissima stella del basket americano, io l’ho visto giocare al palazzetto quando giocava in serie A. Kobe Bryant ha fatto le elementari a Reggio Calabria, dove il padre giocava. Ci sono molto spesso delle coincidenze, anche perché la regione non è un ente territoriale valido per lo sport, lì sono da prendere in considerazione le città e le province, quindi tu ti puoi trovare, come è successo alla Sicilia, con diverse squadre nelle categorie superiori, penso a Palermo, Catania, Messina, e poi disperderle nel giro di pochi anni. La ricetta giusta ce l’ha sempre l’Atalanta, perché se si riesce a mantenere quasi sempre nella massima serie negli ultimi 20 anni lo deve ai grandissimi investimenti che fa nel territorio per il settore giovanile. Questa è la vera benzina delle squadre che non possono permettersi grandi campioni e grandi nomi. Il mitico centro di Zingonia catalizza sempre i migliori giovani del territorio, non si va a prendere gente che viene da altrove. Puntare sul settore giovanile, anche penalizzando gli acquisti sulla prima squadra, nel giro di qualche anno ti può portare ad avere un grandissimo serbatoio di giocatori: a) che fai giocare, fai esordire, fai allenare ecc. b) che puoi vendere. Per le squadre di provincia il modello a mio parere rimane l’Atalanta. Investire sul settore giovanile alla lunga ripaga. Ovviamente devi avere dei tifosi che lo capiscano, che non ti chiedano tutto e subito.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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