Tifosi in risposta alla crisi del pallone? La risposta è probabilmente sì, e tra non molto se ne accorgerà anche chi gestisce tutto il carrozzone. Finita l’onda di ricchezze arrivate dall’apertura al grande mercato del calcio globalizzato degli anni 2000 sono ormai quasi 10 anni che il calcio nostrano annaspa, ancorato ai soldi dei diritti TV che fino a qualche anno fa crescevano e ora invece sempre meno..

Calano gli ascolti in TV, e presto anche i compensi per gli spot, e nel frattempo cervellotiche misure di sicurezza negli stadi hanno quasi dimezzato il pubblico nelle partite, sempre meno colore, uno spettacolo sbiadito che è sempre più difficile vendere. Ma come si è giunti fin qui? Dove il calcio è ”cambiato”, come e perchè finora le politiche cliente/tifoso hanno clamorosamente fallito e i club, sopratutto nelle categorie inferiori, stentano a sopravvivere?

‘L’evento’ è sicuramente la Legge del 18 novembre 1996, n. 586 del Governo Prodi che converte in legge il decreto-legge del 20 settembre 1996, n. 485, recante disposizioni urgenti per le societa’ sportive professionistiche. I club diventano società a scopo di lucro, anche per adeguarsi al trend riformista che si accende in tutta Europa e che si articola su percorsi differenti in ciascun Paese con i risultati osservabili ora (es. Sociedad anónima deportiva in Spagna o il 50%+1 in Germania), si aprono nuovi spazi in un contesto che in quegli anni si andava aprendo anche verso la moneta unica. Nel periodo 1990-2000 esplodono gli introiti, quasi dieci volte le risorse di 20 anni prima. Credito facile e sono gli anni dei Berlusconi, Moratti, Cragnotti  Sensi ecc.., l’Italia aveva ancora un tessuto industriale forte, e riesce a conquistare una posizione di leadership in Europa, a quale prezzo però? La concorrenza a rialzo alza l’asticella a tutti, nello sprint all’investimento alla fine della corsa, a 15 anni dai fasti, arriva solo la Juventus, con dietro il colosso Exor, il resto del mecenatismo italiano salta.

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Quelli sono gli anni in cui si sono perse le vere occasioni, tante risorse, forse troppe, hanno consentito di navigare a vista senza mai programmare il futuro, senza formare una classe dirigente valida nel settore sportivo, e, sopratutto, senza studiare protezioni quando il vento dell’economia è cambiato con la crisi americana, e poi europea, degli anni 2007-2009. In poche parole non si è investito nella struttura carente del nostro calcio(stadi, settori giovanili, formazione). Per ovvi motivi la crisi economica ha inevitabilmente travolto anche il calcio, fino ad allora vetrina per personaggi ed imprese italiane, con il lento declino della nostra domanda interna salta, dalla crisi ad oggi, il 25% del nostro tessuto industriale, quello che vendeva e fatturava in Italia, e che nel calcio spesso investiva.

Calo dei ricavi per le imprese più esposte al mercato globale, e quindi degli investimenti in sponsorizzazioni divenute inutili a promuovere prodotti in un mercato locale debole, e banche che devono recuperare i crediti, miscela perfetta per dare il via alla catena di fallimenti che hanno travolto particolarmente le leghe inferiori, Lega Pro su tutte con decine di casi, prima, e coinvolto in problemi finanziari diversi club anche in Serie B e Seria A con cessioni ‘forzate’ ad investitori stranieri, poi. Questo perchè le aziende dello strato medio-piccolo, prevalentemente coinvolte nei campionati minori, sono state quelle più colpite dalla crisi, la Serie A ha svenduto in tempo nei casi di Roma, Milan e Inter, poco si poteva fare per il Parma(ma chi doveva controllare?), senza dimenticare lo spalma debiti della Lazio, per citarne alcuni.

 

La situazione ora è cristallizzata, finché ci saranno sufficienti risorse dai diritti TV difficile intravedere possibilità di cambiamento di politiche ai vertici del calcio, nel frattempo però gli spettatori e gli appassionati calano, il tentativo di sostituzione del pubblico più caldo che riempiva gli impianti con il tifoso/cliente, per interposte discutibili misure di sicurezza(es.Tdt), ha fallito miseramente se non con rare eccezioni.

Sorprende inoltre la totale inerzia del nostro sistema calcio allo shopping di club da parte di gruppi esteri, Milan, Inter e Roma finiscono a cinesi e americani senza che nemmeno ci fosse una lontana speranza di una alternativa valida. In tempi di crisi ogni opzione diversa dal fallimento è sicuramente percorribile, restano però molte perplessità sull’impatto dei gruppi stranieri nel calcio italiano, ad alti livelli finora risultati deludenti a cui si sono accompagnate forti frizioni con il pubblico, nelle divisioni minori risultati decisamente negativi, qualche esempio recente: la proprietà russa al FBC Unione Venezia e il fallimento dei cinesi al Pavia della scorsa estate.

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Tiene banco il tema degli stadi di proprietà in questi anni, finalmente una legge per procedere alla costruzione di nuovi impianti, peccato che dia troppa influenza nelle decisioni ai privati portando inevitabilmente alla scontro continuo con le amministrazioni locali ritardando i tempi ed esponendo ad azioni legali, ma poi la domanda è.. con quale pubblico li si riempie? C’è da ricostruire un rapporto lacerato con le comunità, non limitandosi a tentare di riportare le persone alle partite con qualche nuova iniziativa commerciale di un prodotto ormai scadente(politiche lato offerta in crisi di domanda..), ma agendo dal lato della domanda attivando un processo di cambiamento delle politiche di governance che consentano una modifica sostanziale del paradigma attuale.

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La ricostruzione meriterebbe un approfondimento ed un dettaglio ancora maggiore ma serve per dare un quadro generico e per definire le dinamiche complessive con cui comprendere cosa abbia funzionato e cosa meno, per definire nuove strategie di intervento sopratutto per le categorie minori che, dati alla mano, rappresentano un bacino molto rilevante(60%) dove sono ampi i margini per l’intervento delle comunità locali, in concerto con le amministrazioni pubbliche e il tessuto imprenditoriale, contribuendo attraverso lo sport allo sviluppo e rilancio della piccola economia reale:

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Se è vero che sono necessari nuovi investimenti lo è altrettanto la necessità di ricostruire una ‘base d’interesse’. Cambiare l’approccio con la base del pubblico nel riconoscimento del valore dei supporters come stakeholder, portatori di interesse, e basilare fonte di introito per ogni club, da cui necessariamente ripartire, come provano a fare molte realtà che hanno intrapreso percorsi di coinvolgimento nella gestione dei propri club. Appassionati della società civile che si organizzano per avere una voce rilevante e rappresentativa sulle principali questioni che li riguardano, fenomeno strettamente legato al diffondersi della crisi in numerosissimi ambiti del vivere quotidiano, non necessariamente legati allo sport, che hanno visto negli ultimi anni il crescente sviluppo di iniziative di ”cittadinanza attiva”.

I tifosi rappresentano una risorsa, la base del tifo è il vero ‘mercato’ di riferimento per qualunque club, tolte rare eccezioni, e come tale va coinvolta nella ricostruzione del calcio italiano, necessariamente intraprendendo un percorso di cooperazione dove queste realtà nascono spontaneamente. La nascita ‘dal basso’ è fondamentale affichè l’attività delle associazioni possa svilupparsi, la spontaneità riflette la reale maturità del contesto dove queste iniziative prendono vita ed è un segnale di ”forte voglia di partecipazione”. Le spinte in questa direzione che talvolta si sono palesate da parte delle società, che potremo chiamare iniziative ”dall’alto”, spesso invece rischiano di arenarsi per mancanza concreta di un pubblico aperto alla partecipazione attiva.

L’attuale contesto italiano è strutturalmente deficitario per poter consentire la gestione diretta di un club professionistico da parte di un’associazione di tifosi (gli stadi di proprietà sono un asset imprescindibile per la sostenibilità), i primi casi che si sono concretizzati hanno mostrato quanto sia rilevante e necessario un intervento per riformare per intero le politiche e le strutture di governance verso percorsi economicamente più sostenibili e che siano rivolti a ravvivare il rapporto con la comunità. C’è però spazio per piccoli club autogestiti e per intraprendere rapporti di collaborazione costruttiva, acquisire piccole quote, ma rilevanti, per poter esprimere una rappresentanza dei tifosi nei Consigli di amministrazione. Un modello ‘misto’ imprenditori/associazione di tifosi è sicuramente una via assolutamente praticabile(come stanno facendo in Scozia), anche in un contesto che rimane strutturalmente ostile.

Fonte immagini e dati: http://www.figc.it/other/Bilancio_Integrato_2015/Bilancio_Completo_13_09_2016_0800_Lr.pdf

http://www.figc.it/other/2016_1102_Studio_Val_Econ_Calcio_Ital_Vers_ITA_Lr.pdf

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