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Calcio

Tifosi in risposta alla crisi del pallone?

Stefano Pagnozzi

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Tifosi in risposta alla crisi del pallone? La risposta è probabilmente sì, e tra non molto se ne accorgerà anche chi gestisce tutto il carrozzone. Finita l’onda di ricchezze arrivate dall’apertura al grande mercato del calcio globalizzato degli anni 2000 sono ormai quasi 10 anni che il calcio nostrano annaspa, ancorato ai soldi dei diritti TV che fino a qualche anno fa crescevano e ora invece sempre meno..

Calano gli ascolti in TV, e presto anche i compensi per gli spot, e nel frattempo cervellotiche misure di sicurezza negli stadi hanno quasi dimezzato il pubblico nelle partite, sempre meno colore, uno spettacolo sbiadito che è sempre più difficile vendere. Ma come si è giunti fin qui? Dove il calcio è ”cambiato”, come e perchè finora le politiche cliente/tifoso hanno clamorosamente fallito e i club, sopratutto nelle categorie inferiori, stentano a sopravvivere?

‘L’evento’ è sicuramente la Legge del 18 novembre 1996, n. 586 del Governo Prodi che converte in legge il decreto-legge del 20 settembre 1996, n. 485, recante disposizioni urgenti per le societa’ sportive professionistiche. I club diventano società a scopo di lucro, anche per adeguarsi al trend riformista che si accende in tutta Europa e che si articola su percorsi differenti in ciascun Paese con i risultati osservabili ora (es. Sociedad anónima deportiva in Spagna o il 50%+1 in Germania), si aprono nuovi spazi in un contesto che in quegli anni si andava aprendo anche verso la moneta unica. Nel periodo 1990-2000 esplodono gli introiti, quasi dieci volte le risorse di 20 anni prima. Credito facile e sono gli anni dei Berlusconi, Moratti, Cragnotti  Sensi ecc.., l’Italia aveva ancora un tessuto industriale forte, e riesce a conquistare una posizione di leadership in Europa, a quale prezzo però? La concorrenza a rialzo alza l’asticella a tutti, nello sprint all’investimento alla fine della corsa, a 15 anni dai fasti, arriva solo la Juventus, con dietro il colosso Exor, il resto del mecenatismo italiano salta.

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Quelli sono gli anni in cui si sono perse le vere occasioni, tante risorse, forse troppe, hanno consentito di navigare a vista senza mai programmare il futuro, senza formare una classe dirigente valida nel settore sportivo, e, sopratutto, senza studiare protezioni quando il vento dell’economia è cambiato con la crisi americana, e poi europea, degli anni 2007-2009. In poche parole non si è investito nella struttura carente del nostro calcio(stadi, settori giovanili, formazione). Per ovvi motivi la crisi economica ha inevitabilmente travolto anche il calcio, fino ad allora vetrina per personaggi ed imprese italiane, con il lento declino della nostra domanda interna salta, dalla crisi ad oggi, il 25% del nostro tessuto industriale, quello che vendeva e fatturava in Italia, e che nel calcio spesso investiva.

Calo dei ricavi per le imprese più esposte al mercato globale, e quindi degli investimenti in sponsorizzazioni divenute inutili a promuovere prodotti in un mercato locale debole, e banche che devono recuperare i crediti, miscela perfetta per dare il via alla catena di fallimenti che hanno travolto particolarmente le leghe inferiori, Lega Pro su tutte con decine di casi, prima, e coinvolto in problemi finanziari diversi club anche in Serie B e Seria A con cessioni ‘forzate’ ad investitori stranieri, poi. Questo perchè le aziende dello strato medio-piccolo, prevalentemente coinvolte nei campionati minori, sono state quelle più colpite dalla crisi, la Serie A ha svenduto in tempo nei casi di Roma, Milan e Inter, poco si poteva fare per il Parma(ma chi doveva controllare?), senza dimenticare lo spalma debiti della Lazio, per citarne alcuni.

 

La situazione ora è cristallizzata, finché ci saranno sufficienti risorse dai diritti TV difficile intravedere possibilità di cambiamento di politiche ai vertici del calcio, nel frattempo però gli spettatori e gli appassionati calano, il tentativo di sostituzione del pubblico più caldo che riempiva gli impianti con il tifoso/cliente, per interposte discutibili misure di sicurezza(es.Tdt), ha fallito miseramente se non con rare eccezioni.

Sorprende inoltre la totale inerzia del nostro sistema calcio allo shopping di club da parte di gruppi esteri, Milan, Inter e Roma finiscono a cinesi e americani senza che nemmeno ci fosse una lontana speranza di una alternativa valida. In tempi di crisi ogni opzione diversa dal fallimento è sicuramente percorribile, restano però molte perplessità sull’impatto dei gruppi stranieri nel calcio italiano, ad alti livelli finora risultati deludenti a cui si sono accompagnate forti frizioni con il pubblico, nelle divisioni minori risultati decisamente negativi, qualche esempio recente: la proprietà russa al FBC Unione Venezia e il fallimento dei cinesi al Pavia della scorsa estate.

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Tiene banco il tema degli stadi di proprietà in questi anni, finalmente una legge per procedere alla costruzione di nuovi impianti, peccato che dia troppa influenza nelle decisioni ai privati portando inevitabilmente alla scontro continuo con le amministrazioni locali ritardando i tempi ed esponendo ad azioni legali, ma poi la domanda è.. con quale pubblico li si riempie? C’è da ricostruire un rapporto lacerato con le comunità, non limitandosi a tentare di riportare le persone alle partite con qualche nuova iniziativa commerciale di un prodotto ormai scadente(politiche lato offerta in crisi di domanda..), ma agendo dal lato della domanda attivando un processo di cambiamento delle politiche di governance che consentano una modifica sostanziale del paradigma attuale.

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La ricostruzione meriterebbe un approfondimento ed un dettaglio ancora maggiore ma serve per dare un quadro generico e per definire le dinamiche complessive con cui comprendere cosa abbia funzionato e cosa meno, per definire nuove strategie di intervento sopratutto per le categorie minori che, dati alla mano, rappresentano un bacino molto rilevante(60%) dove sono ampi i margini per l’intervento delle comunità locali, in concerto con le amministrazioni pubbliche e il tessuto imprenditoriale, contribuendo attraverso lo sport allo sviluppo e rilancio della piccola economia reale:

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Se è vero che sono necessari nuovi investimenti lo è altrettanto la necessità di ricostruire una ‘base d’interesse’. Cambiare l’approccio con la base del pubblico nel riconoscimento del valore dei supporters come stakeholder, portatori di interesse, e basilare fonte di introito per ogni club, da cui necessariamente ripartire, come provano a fare molte realtà che hanno intrapreso percorsi di coinvolgimento nella gestione dei propri club. Appassionati della società civile che si organizzano per avere una voce rilevante e rappresentativa sulle principali questioni che li riguardano, fenomeno strettamente legato al diffondersi della crisi in numerosissimi ambiti del vivere quotidiano, non necessariamente legati allo sport, che hanno visto negli ultimi anni il crescente sviluppo di iniziative di ”cittadinanza attiva”.

I tifosi rappresentano una risorsa, la base del tifo è il vero ‘mercato’ di riferimento per qualunque club, tolte rare eccezioni, e come tale va coinvolta nella ricostruzione del calcio italiano, necessariamente intraprendendo un percorso di cooperazione dove queste realtà nascono spontaneamente. La nascita ‘dal basso’ è fondamentale affichè l’attività delle associazioni possa svilupparsi, la spontaneità riflette la reale maturità del contesto dove queste iniziative prendono vita ed è un segnale di ”forte voglia di partecipazione”. Le spinte in questa direzione che talvolta si sono palesate da parte delle società, che potremo chiamare iniziative ”dall’alto”, spesso invece rischiano di arenarsi per mancanza concreta di un pubblico aperto alla partecipazione attiva.

L’attuale contesto italiano è strutturalmente deficitario per poter consentire la gestione diretta di un club professionistico da parte di un’associazione di tifosi (gli stadi di proprietà sono un asset imprescindibile per la sostenibilità), i primi casi che si sono concretizzati hanno mostrato quanto sia rilevante e necessario un intervento per riformare per intero le politiche e le strutture di governance verso percorsi economicamente più sostenibili e che siano rivolti a ravvivare il rapporto con la comunità. C’è però spazio per piccoli club autogestiti e per intraprendere rapporti di collaborazione costruttiva, acquisire piccole quote, ma rilevanti, per poter esprimere una rappresentanza dei tifosi nei Consigli di amministrazione. Un modello ‘misto’ imprenditori/associazione di tifosi è sicuramente una via assolutamente praticabile(come stanno facendo in Scozia), anche in un contesto che rimane strutturalmente ostile.

Fonte immagini e dati: http://www.figc.it/other/Bilancio_Integrato_2015/Bilancio_Completo_13_09_2016_0800_Lr.pdf

http://www.figc.it/other/2016_1102_Studio_Val_Econ_Calcio_Ital_Vers_ITA_Lr.pdf

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Calcio

Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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