Si sa, quando si parla di ”invenzioni sportive” il primo popolo che viene alla memoria è quello orientale: l’atletica leggera ad esempio, trova le sue origini nell’antica Grecia. Quando parliamo di cricket però, dobbiamo ritornare nel nostro continente e per la precisione in Inghilterra. Gli inglesi hanno inventato due sport: uno, il calcio, con regole più semplici e più conosciuto, l’altro, il cricket appunto, più complesso e giocato soprattutto d’estate. Giochi simili all’attuale cricket erano praticati nell’Inghilterra del sud-est già a partire dal 1300, portati nelle terre britanniche dai pastori fiamminghi. Il termine potrebbe derivare dalla parola fiamminga krick, bastone, a testimonianza degli scambi culturali ed economici tra il sud est dell’Inghilterra e le Fiandre. Il cricket è, per i britannici, “il gioco”: praticato nei cortili dei caseggiati, sui prati verdi dei parchi pubblici, nelle aree ricreative delle scuole e in qualsiasi spazio aperto. Uno sport per cui servono davvero poche cose. Una mazza più o meno piatta, una palla di cuoio rossa e alcuni bastoncini. Il resto, ce lo mette il giocatore. Abilità , ingegno, forza, tempismo, sono alla base di questa disciplina dal triplice aspetto: tecnico, ludico e formativo. L’insieme metodico degli esercizi, se praticati correttamente, sono utili a ritemprare corpo e spirito, divertendosi in allegria ma soprattutto rimanendo leali in campo.

In Italia il cricket sbarca attorno agli anni ’80 del secolo scorso, con la nascita della Federazione Italiana Cricket che a oggi conta circa una ventina di squadre di serie A e B, fra cui la S.S. Lazio Cricket di Roma. Nel 1986 il primo campionato con i colori biancocelesti vede la neonata squadra romana vincere subito il primo torneo six-a-side: giocatore dell’anno è Manlio De Amicis, classe 1973, rappresentante dello spirito mediterraneo che ha arricchito questo gioco nella sua parentesi italiana. Proprio la grande passione di Manlio per questo sport lo spinge ad avvicinarsi ai più piccoli, con un progetto interessante che ancora oggi – più di ieri – lo impegna e gli da’ molte soddisfazioni. “Impariamo l’inglese giocando a cricket” è la sfida iniziata qualche anno fa dal lanciatore-battitore, che gira l’Italia per portare questo sport nelle scuole. Con una particolarità, che lui stesso ci racconta.

Come e perché nasce il progetto “Impariamo l’inglese giocando a cricket?”

Il progetto è nato in collaborazione con la scuola elementare Manzoni di Roma nel 1998, per il semplice fatto che mia moglie insegna inglese proprio in questo istituto. Siamo partiti con 24 ore per classe, in particolare per le quarte e le quinte, per un totale di sei mesi. Poi per una questione di costi e per via di alcune leggi non si sono più potuti fare i progetti a pagamento all’interno degli istituti. A questo punto è nato, per volontà della Federazione Cricket italiana, un piano di promozione scolastica del cricket, che concede a qualsiasi scuola d’Italia che ne fa domanda un biennio di 48 ore totali da utilizzare per avvicinare i ragazzi a questo sport. Attualmente sono state incluse anche le prime classi della scuola media inferiore. A progetto concluso, tutte le scuole che hanno aderito partecipano al Cricket Festival, un torneo che vede due squadre, una femminile e una maschile, gareggiare fra loro. Sono coinvolte molte regioni, fra cui Sicilia, Calabria, Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Lazio.

Quali sono stati, negli anni, i risultati raggiunti grazie a questo progetto?

Innanzitutto uno, quello di riuscire a insegnare ai bambini l’inglese attraverso lo sport. I termini del cricket sono infatti intraducibili: utilizzandoli durante una lezione “pratica”, i piccoli riescono a formare una frase di senso compiuto usando i vocaboli che io insegno loro. Non è il classico metodo “scolastico”, quello per cui sei in classe e incominci dalla grammatica, ma partendo dallo sport arrivi alla lingua. I bambini assorbono l’inglese attraverso il gioco. Le lezioni si svolgono nei cortili o nelle palestre delle scuole: inizio con il chiedere ai piccoli di svolgere una serie di esercizi, come alzare le mani, metterle in avanti o portarle indietro, girare a destra o a sinistra, spiegando loro che ogni movimento che compiono ha un nome nell’inglese del cricket. All’inizio è difficile, ti guardano spaesati, ma imparano velocemente: dopo un po’, quando do il comando da svolgere in lingua, loro lo compiono automaticamente. Questo significa che hanno associato la parola inglese al movimento da compiere proprio attraverso il gioco che insegno loro. Col tempo, i piccoli incominciano a usare questi termini anche nel parlare comune.

In che modo il cricket contribuisce all’integrazione culturale fra persone di diverse nazionalità?

Oggi il cricket è diffusissimo in Asia, America, Africa e anche in Italia. Essendo un gioco universale, secondo solo al calcio, fra coloro che praticano questo sport l’unica possibilità di comunicare e interagire è proprio l’inglese. Il cricket poi è basato su una serie di regole non scritte, che si basano proprio sul rispetto di sé stessi, dei compagni e dell’avversario, oltre che dell’ambiente in cui si pratica. Chi gioca a cricket quindi impara ad applicare queste regole non scritte anche nella vita di tutti i giorni, imparando a rispettare il diverso, inteso non come “nemico” ma come compagno da cui poter imparare qualcosa di nuovo. Il veicolo ovviamente è sempre la lingua.

Cosa ha significato per te il cricket e cosa rappresenta oggi per i ragazzi che lo praticano?

Il cricket mi ha insegnato moltissimo, innanzitutto l’educazione e il rispetto nella vita di tutti i giorni. Poi, all’interno di una competizione sportiva, se tu sei un mio avversario e hai fatto qualcosa di buono io ti applaudo, non t’invidio mica. Anche ai ragazzi insegno questo, spiegando loro per esempio il ruolo fondamentale dell’arbitro in una gara, la cui decisione è insindacabile e incontestabile. Il cricket si basa sul principio anglosassone del fair play, il gioco leale. Questo sport insegna a rispettare le regole, gli avversari: insegna a giocare pulito, in gara così come nella vita.

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