Il caldo trattiene la Campania con fare minaccioso. Dalla strada costiera si intravedono i primi container che annunciano l’arrivo a Salerno, con il suo operoso porto. Torre del Greco, Torre Annunziata, Castellammare di Stabia, Pagani, Nocera, Cava. Li abbiamo superati, passando nel cuore di questi paesi, ricchi di storia e colmi di aneddoti calcistici da raccontare. Al netto delle tensioni e degli sfottò, qua il calcio è vissuto come una religione, e ognuno ha la sua chiesa dove pregare e il suo Papa al quale rivolgersi. Ci lasciamo la Costiera Amalfitana alle spalle, con il suo paesaggio fiabesco e i suoi bagnanti impegnati a imbellettarsi di creme e profumi negli ultimi giorni di vacanza. “Anche questo è Sud”, cantava Rino Gaetano. Un Sud che si prepara a una sfida tanto attesa, una “classica” per il calcio italiano e per chi ama le tribali schermaglie tra tifosi. I loro riti, i loro amori, i loro gesti, i loro fragili precipizi sentimentali. Salernitana-Verona da queste parti va ben oltre un qualsiasi derby di Madrid in finale di Champions o una Juventus regina del mercato. Ci sono sensazioni che prescindono da qualsiasi vittoria di vertice, e che esistono proprio grazie alla storia che il calcio ha disseminato in oltre un secolo di esistenza, riuscendo a mescolarsi alla perfezione con usi e costumi degli italiani, integrandosi con i drappi eretti sui campanili dei centri urbani, issati per far vedere la propria supremazia al comune più attiguo.

Sud contro Nord. Terroni come polentoni. Arretrati, privi di morale, qualunquisti. Anche un po’ perditempo e manchevoli di buon senso. Ma a noi piace così. E ci piace perché diamo il giusto peso a quanto accade, perché non ci scandalizziamo per un coro politicamente scorretto e non prendiamo seriamente o alla lettera ogni singolo epiteto liberato nell’aria durante una partita di football. Perché molti di quelli che parlano a vanvera e con disprezzo degli stadi e del loro modus vivendi dovrebbe entrarci almeno una volta nella propria vita per respirarne l’atmosfera. Saggiare quanto sia bella, unica e rara l’aggregazione tra ragazzi, donne, bambini, comunisti, fascisti, bianchi e neri che quel luogo riesce a creare. Ma in una gara vera. Senza quei divieti medievali che da un decennio sono piombati come una mannaia sul pubblico italiano. Con le due tifoserie presenti. Con le offese in differenti dialetti, con le radici che affondano prepotenti a indicarci antiche storie di civiltà e retaggi culturali di cui il nostro Paese dovrebbe andar fiero, anziché averne paura. La rivalità nel calcio esiste, e che Dio ce la conservi sempre e comunque. Perché se dobbiamo prendere le distanze da episodi di violenza, non possiamo però fare le educande di fronte al confronto dialettico, alle invettive, ai cori di scherno. Bisognerebbe dare a tutto ciò la corretta misura, e non scomodare elicotteri della polizia o numerosi agenti per un centinaio di tifosi ospiti in arrivo dal Veneto. Peraltro già ampiamente scortati e controllati dalla loro partenza. Occorrerebbe giustificare tale dispiego, e rispondere alla domanda che in tanti si sono fatti domenica sera: ma perché dobbiamo finanziare questo spreco? E, soprattutto, ce n’è davvero bisogno? Con i container disposti per dividere la zona della Tribuna centrale dal settore ospiti e con i tanti blindati posti attorno all’Arechi, in attesa di due pullman, è giustificato e giustificabile tutto ciò?

La gente corre all’impazzata proprio attorno all’impianto sportivo, quando mancano una manciata di minuti al fischio d’inizio. C’è ancora coda alla biglietteria. Alla fine saranno circa 20.000 i paganti. Un numero considerevole, in virtù di un calcio che giornata dopo giornata conosce la palese morìa dei propri aficionados. Salerno è una di quelle roccaforti dove la palla fa ancora battere il cuore. Esattamente come Verona. Un pubblico, quello scaligero, che ha conosciuto l’onta della Serie C1, sfiorando un’umiliante retrocessione in C2 e rialzandosi lentamente. Senza però lasciar mai sola la propria squadra. In quegli anni, quando al Bentegodi si poteva scegliere se andar a vedere l’Inter, il Milan e la Juve o il Rodengo Saiano, il Mezzocorona e il Carpenedolo (con tutto il rispetto per quest’ultime), la maggior parte dei veronesi ha spinto il secondo pulsante. Qualcuno si è accorto che all’ombra dell’Arena non c’erano propriamente dei beceri tifosi, ignoranti e razzisti, ma che la Curva Sud (quella gialloblu) era ed è il cuore di una squadra, di una città e di un club che hanno scritto una delle pagine più belle del nostro calcio, in quel lontano 1985. I ragazzi dell’Hellas, che della goliardia (magari a volte tracimante) hanno fatto il marchio di fabbrica, si sono rimboccati le maniche, risalendo la china lentamente. E superando proprio a Salerno uno snodo fondamentale per quel Verona di Mandorlini, che sarà capace di ritornare in Serie A.

Il 19 giugno 2011 è una data indimenticabile per i due club. Una di quelle in cui il calcio sa mandarti in paradiso come all’inferno. Si gioca il ritorno della finale playoff del girone A della Lega Pro tra granata e gialloblu. All’andata, di fronte a 22.000 spettatori, i veneti si impongono per 2-0, grazie al doppio rigore di Ferrari. Li attende un Arechi bollente. 25.000 ugole a spingere la Salernitana. Carrus apre le danze, firmando, sempre su rigore, l’1-0 per i campani. Ma il risultato non cambierà più e sarà l’ago della bilancia per il futuro prossimo delle due società. Florido quello veronese, disastroso quello salernitano. Arriva il fallimento in riva al Tirreno, si riparte dai dilettanti. Uno smacco per una città che vive di calcio e respira calcio nelle sue strade, nei suoi negozi e nella memoria dei suoi anziani che ancora oggi, passando davanti al vecchio stadio Vestuti, narrano le gesta delle squadre che furono e che emozionarono un popolo. Ci vorranno tre anni per tornare tra i cadetti. Eppure l’Arechi tornerà spesso a esser una polveriera, mostrando le sue coreografie, i suoi colori e le sue cascate umane ai gol. Se si è abituati a guardare il calcio in tv o a seguire gli asettici squadroni di Serie A, è difficile capire tutto ciò. Anche per questo Salernitana-Verona non è una partita come le altre. E anche per questo la salsedine che viene dal Lungomare inebria l’ambiente che circonda uno stadio dove tutti i chioschetti e i punti di ritrovo sono stati chiusi (per ordine pubblico, si capisce) ma che già offre i giusti rumori di sottofondo. In tanti vogliono trovare il riscatto per quelle scampagnate di massa a Marino, Fidene e Palestrina, proprio contro l’ultimo appiglio di calcio che conta affrontato prima dell’oblio.

Arrivano i tifosi del Verona. Sono 111. Fischi, improperi, gestacci. Da parte di tutto lo stadio. I loro drappi sono sistemati in uno dei due settori riservati agli ospiti. Al classico “chi non salta veronese è” gli ospiti rispondono con i classici sberleffi che ironizzano sulla meridionalità, trovando in risposta l’altrettanto ironico “Veronese pagaci le tasse”. In questa invettiva si può racchiudere tutto il nocciolo di questa sfida. E al pari di chi ascolta scandalizzato ci sono in tanti venuti apposta. Addirittura ragazzi arrivati dalla Germania per assistere allo spettacolo. Ne incontro uno fuori, conosciuto in giro per l’Italia in altre occasioni simili, in un italiano stentato mi dice: “Ciao Simone, tutto bene?”, col sorriso beffardo, quasi a dirmi: “Lo so, sono malato”. Siamo malati evidentemente. Ma il bello sta qua. Il bello sta nell’euforia, nel “veleno” della gente all’entrata delle squadre in campo e al pathos che fa salire il cuore in gola anche se si tifa chi, probabilmente, non vincerà mai nulla. Il calcio è l’Arechi, il Bentegodi, il pubblico con le bandiere, in piedi su quasi tutte le gradinate, i cori dei tifosi, le torce e gli sfottò.

Segna l’Hellas. Ganz, figlio d’arte. I butei vanno in visibilio. La Sud è leggermente frenata, proprio da quel pathos di cui parlavamo. Li capisco, so che si prova. Li invidio. Ricordo gli anni belli della curva, del tifo appassionato nella mia città. Quando pur volendo, la voce non mi usciva perché un misto di paura e voglia di lasciare lo stadio mi pervadeva finché la palla non finiva in rete. Sono emozioni che non ho più provato. Forse anche per colpa mia, troppo intento a razionalizzare tutto. O forse semplicemente perché non ho più avuto uno spazio adatto dove tirarle fuori. Ma le conosco, e non è un caso che nel secondo tempo, assimilato lo svantaggio, il tifo granata ritorni su livelli ottimali e con esso si porti dietro il pareggio di Coda. Un gran gol, di testa, che fa esplodere l’Arechi, trasformandolo in polveriera. Curva e Distinti aumentano i decibel, colorano le gradinate con le torce e nessuno si fa male. Perché non ci si fa male con la passione. La signora accanto mi abbraccia. Non la conosco, sono neutro, ma la cosa mi fa sorridere. Lo avrei fatto anch’io. I veronesi non fanno una piega e continuano ad agitarsi, cantando pure se sono pochi e pure se l’inerzia sembra ora dalla parte dei dirimpettai.

In realtà il risultato non cambierà più. Pari e patta. Con l’appendice dell’ultimo scambio di “vedute” tra le opposte fazioni e le curiose movenze di un tifoso scaligero in tenuta da sci. Nonostante i 30 gradi della serata. Farebbe ridere chiunque ed è il fedele specchio di cosa sia il tifo in Italia. Le luci si stanno spegnando e la notte si prepara ad accompagnare gli ospiti verso casa, con un viaggio che ripercorrerà buona parte dello Stivale. Carichi per aver avuto uno stadio contro e soddisfatti a metà per il punto colto. Nell’antistadio migliaia di macchine e motorini sono incolonnati, nel tentativo di rincasare. C’è chi commenta la partita e chi stringe la sciarpetta granata al collo del proprio pargolo. E tutta al vita torna a scorrere. Come nulla fosse per chi non ha perso le coronarie durante un’azione e chi non ha il mal di gol dopo aver gridato sperando di spingere la palla in rete.

 “Non è facile diventare un tifoso di calcio, ci vogliono anni. Ma se ti applichi ore e ore entri a far parte di una nuova famiglia. Solo che in questa famiglia tutti si preoccupano delle stesse persone e sperano le stesse cose. Cosa c’è di infantile in questo?”. Nick Hornby (Febbre a 90°).

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