Il campo di calcio e il palazzetto sono là. In piedi. Ironia della sorte ubicati in Piazza del Donatore. Custodi della cittadinanza che per tante volte là si è radunata passando una domenica di aggregazione, o seguendo le gesta sportive dei propri figli e dei propri nipoti. Esattamente di fronte alla casa di riposo danneggiata, a pochi metri dal campanile che ancora resta in piedi. Il campanile per noi italiani è qualcosa di ancestrale. Siamo campanilisti e da sempre lottiamo affinché il nostro sia più alto e più bello di quello del paese accanto. Così, se è rimasto in piedi, vuol dire che un lumicino di speranza, affinché un giorno avvenga la resurrezione, c’è. Il verde del terreno di gioco fa contrasto con le macerie. Ultimo simbolo di un paese dilaniato, di una zona colpita nel cuore e tramortita da una natura spietata, ma conosciuta ormai da millenni. Fa freddo ad Amatrice, nonostante siamo in pieno agosto; quando il sole deve ancora levarsi bene al cielo i primi sfollati hanno già passato la notte in letti improvvisati. Il cuore dell’Appennino batte solerte, con le sue gole, le sue vallate e la sua macchia verde che da sempre ha reso questi posti incantevoli e meta di viandanti alla ricerca di pace e silenzio. Il rettangolo verde, casa dell’Amatrice Calcio (gioca nella terza categoria marchigiana) ospita le tende, il palazzetto si riempie di viveri provenienti da tutta Italia, mentre uomini, donne e bambini si mettono compostamente in fila per avere la propria razione di cibo. Bisogna percorrere otto chilometri per andare da una parte all’altra del centro abitato, passando per tutte le frazioni del comune, ormai diventate spettrali cumuli di macerie. Un turista tedesco mette l’ultima valigia nella macchina, uscendo da una casetta danneggiata, ma rimasta miracolosamente in piedi: “Siamo stati fortunati”, dice in un italiano stentato solcando l’uscio. In una fortunata riproposizione di una coppietta uccisa dal terremoto in Irpinia, nel 1980, dove erano tornati da Basilea per ufficializzare il fidanzamento, e raccontata nel toccante cortometraggio di Lina Wertmuller “Era una domenica di novembre”

C’è odore di morte. Ovunque. Negli occhi della gente che scioccata vaga per le strade, così come nella frenetica attività dei soccorritori, che a stento mantengono la pazienza nei confronti di alcuni giornalisti, intenti, con un divertito sorriso sulle labbra (come fossero in gita scolastica) a cercare lo scoop, fotografando il pianto di chi ha perso i propri cari ed entrando indebitamente nell’intimità di chi dovrebbe esser lasciato al proprio lutto con rispetto. Ma siamo nell’era in cui tutto si deve sapere e tutto si deve vedere (anche se non necessario alla cronaca). Parlano di sciacallaggio, ma lo sciacallaggio non è solo l’infamia del furto in case abbandonate. Ce n’è uno intellettuale, che forse è persino peggio. E si nasconde dietro le dirette h24, colme di pietismo e frasi fatte, salvo rare e benvolute eccezioni. Tanti di questi signori, di questi soloni da salotto, li vogliamo su queste montagne anche tra un mese, un anno, un decennio se necessario. Li rivogliamo all’Aquila, in Irpinia e nel Belice. A documentare quei posti ormai diventati meta di un curioso e perverso turismo necrofilo e a sottolineare tutte le storture e gli obbrobri di un sistema che tante, troppe volte, in situazioni analoghe ha aperto voracemente la bocca per sfamarsi sulla pelle di povere persone, ridotte all’umiliante status di numero, cosa, oggetto. Perché quando le luci si saranno spente (come nelle zone elencate) inizierà il vero dramma se non si riuscirà a fare qual passo avanti, nei modi e nei costumi delle istituzioni italiane. Spesso beccate (impunemente) con le mani nella marmellata.

La Valle del Tronto ha tremato. Devastando tutto. Portando via sogni, speranze, presente e passato. Spezzando vite, amori e sorrisi. In pochi secondi. Di notte, mentre gli innamorati si abbracciano e i bambini sognano di cavalcare nelle praterie a valle, rinfrescandosi la faccia con l’acqua di un ruscello. In pochi istanti le viscere della terra ci hanno ricordato quanto le nostre esistenze siano piccole e legate al filo, spesso maledetto, della sorte. Come 400 anni fa. Come nel 1639. All’epoca furono cinquecento le vittime, oggi quasi trecento. È la sua storia, la sua predisposizione geologica. La Via Salaria la taglia in due offrendone scenari mozzafiato. Il cuore piange, le lacrime scendono, quando in questi posti hai sempre visto un anfratto fugace di libertà, selvaticità e genuinità nella gente e nel territorio. Un legame forte con le due sponde dei mari e con la Capitale. Da bambini, a Roma, impariamo tutti a conoscere Amatrice attraverso un piatto di pasta. E tutti rimaniamo stupiti che ‘a matriciana, altro non sia che la trasposizione dialettale dell’amatriciana. E oggi sembra ci sia stata una guerra, la polvere che di tanto in tanto si alza, quando una ruspa rimuove delle macerie, ricorda altre tristi immagini di questi giorni: quelle di un’Aleppo cinta d’assedio, bombardata e rasa al suolo. “…Quando la polvere si abbassò, davanti ai nostri occhi si aprì un altro mondo”, così Ignazio Silione commentava il terrificante sisma che nel 1915 distrusse buona parte della Marsica. Solo adesso ho capito cosa volesse dire. Chi non ha mai passeggiato sul corpo profumato e affettuoso di questi luoghi deve immaginare delle vere e proprie oasi, immerse nei boschi, tra fiumiciattoli, montagne e tantissime specie di animali. Sono le nostre Dolomiti, le nostre Alpi, il nostro rifugio dove saggiare i racconti degli anziani locali, con il loro dialetto che ora ti ricorda Piazza del Popolo in Ascoli, ora Piazza del Popolo a Roma e ora il Lungovelino di Rieti. Più selvaggi, a tratti meno curati, ma è qua che l’Italia centrale conosce tutta la sua magica rudezza mista al proprio fascino. Gente dura di testa, intraprendente e stoica. Che saprà rialzarsi, ma dovrà essere accompagnata e sostenuta. Prima ancora che inizino i processi e i rimpalli di responsabilità. Prima ancora che questo Paese faccia una volta per tutta i conti con la propria storia geologica e provi ad agire di conseguenza. Perché un sisma non si prevede, ovvio, ma si attenua con una dovuta prevenzione e un ligio lavoro di manutenzione. Non siamo geologhi né architetti, ma ci chiediamo se davvero nel 2016 non sia possibile risanare i vecchi edifici e far sì che costruttori criminali rispettino una volta per tutte le regole dando una spallata alla mafia del cemento che dilaga in lungo e in largo nella nostra Penisola? Quanti morti dobbiamo ancora piangere? Prevenire è meglio che curare, e sicuramente ha costi inferiori al ricostruire interi centri abitati, se la vogliamo vedere sotto questo aspetto. E se vogliamo evitare, finalmente, di chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti. Ponendo un freno a sciagure che, per certi versi, sono “fuori tempo” e più ascrivibili (almeno per la dimensione) a un passato remoto, molto più sprovvisto di mezzi e uomini.

 “Non posso più fare l’allenatore. Devo stare vicino alla mia comunità e allenare la mia gente”, ha detto il sindaco Sergio Pirozzi, nonché tecnico del Trastevere Calcio, squadra che da qualche anno ha saputo farsi spazio nel calcio regionale arrivando fino alla Serie D, dando il primo, importante segnale, di quello che dovrà essere lo spirito con cui i politici dovranno approssimarsi alla tragedia. Lo stesso Pirozzi nella notte tra martedì e mercoledì aveva urlato: “Amatrice non esiste più”. Un grido straziante, in un momento di sconforto. Tra il gelo della notte amatriciana, che ancora non conosceva l’entità dei danni e la forza di uno sciame sismico che aveva investito (sta investendo) anche altri paesi lì vicino. Senza tregua e senza pietà, come neanche il più subdolo degli avversari in campo farebbe. Serve un sorriso per star vicino a chi soffre. E lo sport dovrà essere un collante fondamentale, per non far divenire dei fantasmi e delle “non persone” gli sfollati. Dai tifosi organizzati alle società sportive, in tanti si sono mossi, portando con sé non solo cibo e materie di prima necessità, ma anche palloni. Le reti dipinte di rossoblù dello stadio Paride Tilesi (bandiera del calcio locale, scomparso prematuramente nel 2011) oggi vedono l’accamparsi di tende della Protezione Civili e l’andirivieni dei mezzi speciali di Vigili del Fuoco ed Esercito, ma domani potranno essere il centro ludico da cui ripartire e far rialzare una comunità massacrata. Una piccola goccia di umanità innocente, capace di conoscere un qualcosa di orrendo e trovarsi, in pochi secondi, senza tutto ciò che in vita avevano creato e difeso con fatica. Lo sport può far rinascere, anche se il triste contrasto tra le bandierine del calcio d’angolo, che svolazzano spensierate al venticello montanaro, con le derrate di cibo posate qua e là, i cani delle unità cinofile e i sorrisi dolci della Croce Rossa è lapalissiano. Ma questa forza dovrà pervadere tutti i comuni stuprati dal terremoto. Da Accumuli, passando per Arquata e Pescara del Tronto, fino alle tantissime frazioni. Potrà fungere da antidoto contro l’abbandono della propria terra, ovviamente unito a un’oculata e lungimirante opera di ricostruzione “interna” e non al di fuori del comprensorio storico, come disastrosamente avvenuto altrove. Non dimentichiamo mai che l’identità e l’attaccamento alla propria terra sono fattori imprescindibili per ognuno di noi. E rappresentano diritti da toccare con i guanti e preservare sempre e comunque.

Chiudiamo con una storia. Triste. Quella di Riccardo Sigismondi. Giovane calciatore della Lodigiani, che assieme ai suoi genitori non è sopravvissuto alla ferocia del terremoto. Aveva nove anni e tanta voglia di giocare e scoprire il mondo attraverso il calcio. Il primo a correre sui campi delle cittadine devastate sarà lui. Occorrerà pensarlo e ricordarsene quando il pallone entrerà nel sacco e la vita sarà tornata a scorrere. Di fare becera e pietosa retorica non ci interessa. Di sbatterlo sul giornale per avere un click in più neanche, per questo lo inseriamo nel finale. Il Centro d’Italia abbraccerà anche il suo ricordo. Sarà pure scontato: ma la partita più importante, da vincere senza esitazione, sta per cominciare. Gli italiani sono pronti. Speriamo lo sia anche l’Italia una volta per tutte.

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