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Terremoto Centro Italia, anche lo sport può asciugare le lacrime

Simone Meloni

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Il campo di calcio e il palazzetto sono là. In piedi. Ironia della sorte ubicati in Piazza del Donatore. Custodi della cittadinanza che per tante volte là si è radunata passando una domenica di aggregazione, o seguendo le gesta sportive dei propri figli e dei propri nipoti. Esattamente di fronte alla casa di riposo danneggiata, a pochi metri dal campanile che ancora resta in piedi. Il campanile per noi italiani è qualcosa di ancestrale. Siamo campanilisti e da sempre lottiamo affinché il nostro sia più alto e più bello di quello del paese accanto. Così, se è rimasto in piedi, vuol dire che un lumicino di speranza, affinché un giorno avvenga la resurrezione, c’è. Il verde del terreno di gioco fa contrasto con le macerie. Ultimo simbolo di un paese dilaniato, di una zona colpita nel cuore e tramortita da una natura spietata, ma conosciuta ormai da millenni. Fa freddo ad Amatrice, nonostante siamo in pieno agosto; quando il sole deve ancora levarsi bene al cielo i primi sfollati hanno già passato la notte in letti improvvisati. Il cuore dell’Appennino batte solerte, con le sue gole, le sue vallate e la sua macchia verde che da sempre ha reso questi posti incantevoli e meta di viandanti alla ricerca di pace e silenzio. Il rettangolo verde, casa dell’Amatrice Calcio (gioca nella terza categoria marchigiana) ospita le tende, il palazzetto si riempie di viveri provenienti da tutta Italia, mentre uomini, donne e bambini si mettono compostamente in fila per avere la propria razione di cibo. Bisogna percorrere otto chilometri per andare da una parte all’altra del centro abitato, passando per tutte le frazioni del comune, ormai diventate spettrali cumuli di macerie. Un turista tedesco mette l’ultima valigia nella macchina, uscendo da una casetta danneggiata, ma rimasta miracolosamente in piedi: “Siamo stati fortunati”, dice in un italiano stentato solcando l’uscio. In una fortunata riproposizione di una coppietta uccisa dal terremoto in Irpinia, nel 1980, dove erano tornati da Basilea per ufficializzare il fidanzamento, e raccontata nel toccante cortometraggio di Lina Wertmuller “Era una domenica di novembre”

C’è odore di morte. Ovunque. Negli occhi della gente che scioccata vaga per le strade, così come nella frenetica attività dei soccorritori, che a stento mantengono la pazienza nei confronti di alcuni giornalisti, intenti, con un divertito sorriso sulle labbra (come fossero in gita scolastica) a cercare lo scoop, fotografando il pianto di chi ha perso i propri cari ed entrando indebitamente nell’intimità di chi dovrebbe esser lasciato al proprio lutto con rispetto. Ma siamo nell’era in cui tutto si deve sapere e tutto si deve vedere (anche se non necessario alla cronaca). Parlano di sciacallaggio, ma lo sciacallaggio non è solo l’infamia del furto in case abbandonate. Ce n’è uno intellettuale, che forse è persino peggio. E si nasconde dietro le dirette h24, colme di pietismo e frasi fatte, salvo rare e benvolute eccezioni. Tanti di questi signori, di questi soloni da salotto, li vogliamo su queste montagne anche tra un mese, un anno, un decennio se necessario. Li rivogliamo all’Aquila, in Irpinia e nel Belice. A documentare quei posti ormai diventati meta di un curioso e perverso turismo necrofilo e a sottolineare tutte le storture e gli obbrobri di un sistema che tante, troppe volte, in situazioni analoghe ha aperto voracemente la bocca per sfamarsi sulla pelle di povere persone, ridotte all’umiliante status di numero, cosa, oggetto. Perché quando le luci si saranno spente (come nelle zone elencate) inizierà il vero dramma se non si riuscirà a fare qual passo avanti, nei modi e nei costumi delle istituzioni italiane. Spesso beccate (impunemente) con le mani nella marmellata.

La Valle del Tronto ha tremato. Devastando tutto. Portando via sogni, speranze, presente e passato. Spezzando vite, amori e sorrisi. In pochi secondi. Di notte, mentre gli innamorati si abbracciano e i bambini sognano di cavalcare nelle praterie a valle, rinfrescandosi la faccia con l’acqua di un ruscello. In pochi istanti le viscere della terra ci hanno ricordato quanto le nostre esistenze siano piccole e legate al filo, spesso maledetto, della sorte. Come 400 anni fa. Come nel 1639. All’epoca furono cinquecento le vittime, oggi quasi trecento. È la sua storia, la sua predisposizione geologica. La Via Salaria la taglia in due offrendone scenari mozzafiato. Il cuore piange, le lacrime scendono, quando in questi posti hai sempre visto un anfratto fugace di libertà, selvaticità e genuinità nella gente e nel territorio. Un legame forte con le due sponde dei mari e con la Capitale. Da bambini, a Roma, impariamo tutti a conoscere Amatrice attraverso un piatto di pasta. E tutti rimaniamo stupiti che ‘a matriciana, altro non sia che la trasposizione dialettale dell’amatriciana. E oggi sembra ci sia stata una guerra, la polvere che di tanto in tanto si alza, quando una ruspa rimuove delle macerie, ricorda altre tristi immagini di questi giorni: quelle di un’Aleppo cinta d’assedio, bombardata e rasa al suolo. “…Quando la polvere si abbassò, davanti ai nostri occhi si aprì un altro mondo”, così Ignazio Silione commentava il terrificante sisma che nel 1915 distrusse buona parte della Marsica. Solo adesso ho capito cosa volesse dire. Chi non ha mai passeggiato sul corpo profumato e affettuoso di questi luoghi deve immaginare delle vere e proprie oasi, immerse nei boschi, tra fiumiciattoli, montagne e tantissime specie di animali. Sono le nostre Dolomiti, le nostre Alpi, il nostro rifugio dove saggiare i racconti degli anziani locali, con il loro dialetto che ora ti ricorda Piazza del Popolo in Ascoli, ora Piazza del Popolo a Roma e ora il Lungovelino di Rieti. Più selvaggi, a tratti meno curati, ma è qua che l’Italia centrale conosce tutta la sua magica rudezza mista al proprio fascino. Gente dura di testa, intraprendente e stoica. Che saprà rialzarsi, ma dovrà essere accompagnata e sostenuta. Prima ancora che inizino i processi e i rimpalli di responsabilità. Prima ancora che questo Paese faccia una volta per tutta i conti con la propria storia geologica e provi ad agire di conseguenza. Perché un sisma non si prevede, ovvio, ma si attenua con una dovuta prevenzione e un ligio lavoro di manutenzione. Non siamo geologhi né architetti, ma ci chiediamo se davvero nel 2016 non sia possibile risanare i vecchi edifici e far sì che costruttori criminali rispettino una volta per tutte le regole dando una spallata alla mafia del cemento che dilaga in lungo e in largo nella nostra Penisola? Quanti morti dobbiamo ancora piangere? Prevenire è meglio che curare, e sicuramente ha costi inferiori al ricostruire interi centri abitati, se la vogliamo vedere sotto questo aspetto. E se vogliamo evitare, finalmente, di chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti. Ponendo un freno a sciagure che, per certi versi, sono “fuori tempo” e più ascrivibili (almeno per la dimensione) a un passato remoto, molto più sprovvisto di mezzi e uomini.

 “Non posso più fare l’allenatore. Devo stare vicino alla mia comunità e allenare la mia gente”, ha detto il sindaco Sergio Pirozzi, nonché tecnico del Trastevere Calcio, squadra che da qualche anno ha saputo farsi spazio nel calcio regionale arrivando fino alla Serie D, dando il primo, importante segnale, di quello che dovrà essere lo spirito con cui i politici dovranno approssimarsi alla tragedia. Lo stesso Pirozzi nella notte tra martedì e mercoledì aveva urlato: “Amatrice non esiste più”. Un grido straziante, in un momento di sconforto. Tra il gelo della notte amatriciana, che ancora non conosceva l’entità dei danni e la forza di uno sciame sismico che aveva investito (sta investendo) anche altri paesi lì vicino. Senza tregua e senza pietà, come neanche il più subdolo degli avversari in campo farebbe. Serve un sorriso per star vicino a chi soffre. E lo sport dovrà essere un collante fondamentale, per non far divenire dei fantasmi e delle “non persone” gli sfollati. Dai tifosi organizzati alle società sportive, in tanti si sono mossi, portando con sé non solo cibo e materie di prima necessità, ma anche palloni. Le reti dipinte di rossoblù dello stadio Paride Tilesi (bandiera del calcio locale, scomparso prematuramente nel 2011) oggi vedono l’accamparsi di tende della Protezione Civili e l’andirivieni dei mezzi speciali di Vigili del Fuoco ed Esercito, ma domani potranno essere il centro ludico da cui ripartire e far rialzare una comunità massacrata. Una piccola goccia di umanità innocente, capace di conoscere un qualcosa di orrendo e trovarsi, in pochi secondi, senza tutto ciò che in vita avevano creato e difeso con fatica. Lo sport può far rinascere, anche se il triste contrasto tra le bandierine del calcio d’angolo, che svolazzano spensierate al venticello montanaro, con le derrate di cibo posate qua e là, i cani delle unità cinofile e i sorrisi dolci della Croce Rossa è lapalissiano. Ma questa forza dovrà pervadere tutti i comuni stuprati dal terremoto. Da Accumuli, passando per Arquata e Pescara del Tronto, fino alle tantissime frazioni. Potrà fungere da antidoto contro l’abbandono della propria terra, ovviamente unito a un’oculata e lungimirante opera di ricostruzione “interna” e non al di fuori del comprensorio storico, come disastrosamente avvenuto altrove. Non dimentichiamo mai che l’identità e l’attaccamento alla propria terra sono fattori imprescindibili per ognuno di noi. E rappresentano diritti da toccare con i guanti e preservare sempre e comunque.

Chiudiamo con una storia. Triste. Quella di Riccardo Sigismondi. Giovane calciatore della Lodigiani, che assieme ai suoi genitori non è sopravvissuto alla ferocia del terremoto. Aveva nove anni e tanta voglia di giocare e scoprire il mondo attraverso il calcio. Il primo a correre sui campi delle cittadine devastate sarà lui. Occorrerà pensarlo e ricordarsene quando il pallone entrerà nel sacco e la vita sarà tornata a scorrere. Di fare becera e pietosa retorica non ci interessa. Di sbatterlo sul giornale per avere un click in più neanche, per questo lo inseriamo nel finale. Il Centro d’Italia abbraccerà anche il suo ricordo. Sarà pure scontato: ma la partita più importante, da vincere senza esitazione, sta per cominciare. Gli italiani sono pronti. Speriamo lo sia anche l’Italia una volta per tutte.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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