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Storie dell'altro mondo

Ternana, il cuore d’acciaio della vecchia “Pista” di Viale Brin

Simone Meloni

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Il sole è alto e rimbalzando sulla grande scritta “Acciai Speciali Terni” illumina Viale Brin. Da una parte il grande stabilimento delle acciaierie, dall’altro la mensa e un parcheggio. Grande, dove i pannelli fotovoltaici di ultima generazione la fanno da padrone. Un muro di cinta ne delimita buona parte e di primo impatto nessuno direbbe che là si sono giocati oltre quarant’anni di calcio ternano, dalle infime categorie regionali alla Serie B. Sommerso dalle erbacce e dilaniato dal tempo. È ciò che resta della “Pista”. Lo stadio che ha ospitato le gesta della Ternana dal 1925 al 1969. Il catino costruito proprio dall’azienda.

Quando ho saputo che questo è stato il tempio della Ternana, ho smesso di parcheggiarci, per rispetto. Marco Barcarotti è una memoria storica dei rossoverdi. Non c’è un angolo di Terni che per lui non coincida con il club. “Quando passo qua – mi dice mentre attraversiamo Piazza Valnerinanon posso far altro che pensare alla prima promozione in massima serie nel 1972. C’era una grandissima “A” rossoverde piantata al centro, e le macchine dovevano per forza passarci sotto”. E ci svela: “Molti pensano che la “Fera” sia l’effige della Ternana, mentre “Fera” altro non è che un termine dialettale, con cui, soprattutto nel passato, si indicava un animale feroce. La leggenda vuole che i tifosi, tornando dallo stadio, quando la Ternana vinceva, dicessero: “Hai visto che partita? Sono stati delle Fere!”. E così questo termine è finito per diventare il vero e proprio soprannome della squadra”.

serie a

Anche lui è un dipendente AST. Anche lui sa quanto questa sia croce e delizia per la città. 2.400 operai impiegati. Erano 2.800, prima dei recenti licenziamenti (e ben 12.000 durante la Seconda Guerra Mondiale, quando c’erano da costruire armi e strumenti per il conflitto e la città venne rasa al suolo dai bombardamenti). Gli scioperi, le manifestazioni di Roma di due anni fa, i picchetti, una città intera solidale con i suoi operai, l’inquinamento che in alcune zone ha reso impossibile coltivare e utilizzare l’acqua. Il rapporto di “amore e odio”, come racconta Marco, “che ti porta comunque a vegliare i forni, per non farli spegnere” durante la protesta. Perché l’acciaieria è Terni, nel bene e nel male. L’indotto fondamentale per l’economia locale, una speranza per i giovani e un orgoglio nazionale (sebbene il passaggio nelle mani della Thyssenkrupp abbia sancito, praticamente, la fine di una produzione fino ad allora tutta italiana).

Opere di Orneore Metelli – Veduta Acciaierie e Stadio

Con la macchina arriviamo esattamente dietro al muretto del velodromo. Scendiamo. “Non lo senti?”, mi domanda. “Non senti il grido ‘Fere, Fere!’?. Ogni volta che ci entro mi sembra di rivedere il pubblico attaccato alle reti, i tifosi che salgono sul tetto della mensa per seguire la partita e la tribuna coperta che spaventa gli avversari. E poi provo una grande malinconia nel vedere cosa è diventato. La maggior parte dei ternani – racconta – non sa minimamente che questo era uno stadio”.

“Dopo che la Ternana si trasferì al Liberati – dice – qui si continuò a giocare a livello dilettantistico. Ricordo di aver calpestato anche io questo terreno e di esser venuto spesso a vedere mio fratello, che giocava in una piccola squadra. Purtroppo venne smantellato negli anni ’80, e ciò fu possibile anche grazie alla totale mancanza di una memoria storica collettiva. Inoltre – continua – poco dopo il passaggio al nuovo stadio, si approdò in Serie A, quindi l’entusiasmo del caso aiutò a cancellare tutti i ricordi del vecchio campo di Viale Brin”. Terni, oggi, registra difficilmente numeri alti sulle gradinate. Marco mi spiega che “gli ultimi 15 anni, è come se non fossero esistiti per il tifoso ternano. Le gestioni societarie – spiega – le nuove leggi iper repressive e tante altre motivazioni, hanno contribuito a ciò. Lo stadio si riempie soltanto in occasione dei derby con il Perugia, perché è un qualcosa che va ben oltre l’evento calcistico. Un colpo al cuore, se si pensa agli anni ’80-’90, quando il tifo delle Fere era un qualcosa di unico. Capace di portare 15.000 persone a Cesena per uno spareggio di C2, e migliaia di tifosi in ogni trasferta”.

Un passato glorioso, fatto di storie. Di giocatori che venivano a Terni in cerca di lavoro e trovavano il calore di un pubblico mai domo. Francesco Liguori, da queste parti, è il numero 10 per antonomasia. Uno che Viale Brin l’ha respirato (dal 1965 al 1970), oltre a infiammarlo con i suoi gol. “Arrivai a Terni con mio padre, che era nell’esercito – racconta – ho iniziato a giocare in Promozione, con la Virtus Terni. E giocavamo proprio alla “Pista”. Quando venni preso dagli Allievi della Ternana, la squadra era in IV Serie. Ci sono arrivato fino alla Serie B. Era un campo meraviglioso – continua – ricordo che da bambini , assieme a tutti i ragazzi che abitavano nelle zone della Fabbrica d’Armi e di Viale Brin, andavamo spesso a correrci di nascosto con la bicicletta”. Un catino per tutte le avversarie. “Era un campo che bisognava conoscere e, soprattutto in Serie B, quando arrivavano squadroni come la Lazio, ci tornò molto utile. Il fondo era in terra battuta, con qualche ciuffo d’erba che cresceva qua e là e d’inverno la tribuna centrale era sempre ghiacciata, dato che non ci batteva il sole. Con la B il campo venne un po’ allargato, perché furono erette delle tribune in tubi Innocenti dietro le porte, ciò portò la capienza a circa 6.000 spettatori e permetteva di aver un tifo caldissimo, attaccato alle reti. Certo – dice – non c’erano i comfort di oggi. Ad esempio gli spogliatoi erano direttamente sotto la pista, molto ristretti e fatiscenti, addirittura ricordo quanto fosse complicato entrarci, si rischiava sistematicamente di battere la testa. Molti ci potevano anche prendere per “morti di fame” – scherzama conoscevamo così bene quel luogo che divenne la nostra forza. Proprio ai biancazzurri romani è legato uno dei ricordi più belli. “Chiaramente i tifosi laziali vennero a Terni molto spavaldi, chiedendo “dove fosse er campetto” e prendendo una valanga di multe, perché parcheggiavano le macchine ovunque gli capitava. Dimostrammo quanto valevamo e vincemmo 2-0, grazie a una mia doppietta e a una grande gara di Cardillo”. Era la stagione ’67-’68, e sulla panchina sedeva l’indimenticato Viciani.

Ternana – Lazio, Stagione 1967/68

Ora la “Pista” non c’è più. Quando passo a Viale Brin mi viene il magone – afferma – il pensiero che al posto del campo ci sia un parcheggio è bruttissimo. E questo succede anche agli altri giocatori. Per la Terni sportiva è un qualcosa di avvilente, forse si sarebbe dovuto fare qualcosa per salvare quello spazio.”. Eppure il Liberati, all’epoca, fu una grande opera. “Ai tempi, con il concetto di stadi polivalenti, fu sicuramente ottimo. Il problema è che con il passare del tempo le cose sono peggiorate. A Terni sono arrivati presidenti con poco attaccamento alla causa, e questo ha influito in peggio nella salvaguardia della storia. Se non si ha un minimo legame con i colori rossoverdi, è difficile dare qualcosa alla gente”.

Silvano, del club “Radio Noce”, è un tifoso che ha vissuto quei tempi. E anche il ricordo dalle gradinate è notevole. Il campo di Viale Brin era tutto per noi – esordisce – era la Ternana. Ho cominciato a frequentarlo a 17 anni. Ricordo che quando venimmo promossi in Serie B, cambiammo tutte le reti di recinzione. Tutta la città partecipò ai lavori – racconta – compreso il vecchio presidente Taddei. C’erano i bruciatori che andavano a nafta e spesso capitava che i giocatori facessero la doccia con l’acqua fredda. Inizialmente la capienza era di soli 3.000 spettatori, così quando non si entrava tutti, si trovavano metodi “alternativi”, come ad esempio arrampicarsi sulla mensa delle acciaierie. Avevamo pochi divertimenti all’epoca, e la Ternana rappresentava il massimo per tutti”.

Festa Promozione Serie B

Alberto è un altro tifoso storico, che ricorda: “Quando lo stadio venne fabbricato, in tempo di guerra, lo sport era al centro della vita politica – racconta – fu fatto un velodromo come a Como o Varese, e negli anni ’50 passò da queste parti anche il Giro d’Italia. È stato un impianto indimenticabile, le tribune diventavano nere con i fumi delle acciaierie. Un aneddoto particolare è legato alla partita con l’Arezzo, quando ci fu una tentata invasione e un mio amico rimase impigliato alla rete. Oppure nel 1956 – continua – quando ci fu una copiosa nevicata prima della partita e tutti abbiamo dovuto spalare per ripulire campo e spalti dalla neve. Non eravamo una società ricchissima, tanto che agli ingressi venivano piazzate delle “callarelle” (tipo cazzuole) per raccogliere dei soldi. Quando eravamo ragazzini – conclude – ci mettevamo davanti ai cancelli aspettando che arrivassero i più anziani, che ci prendevano per il bavero facendoci entrare gratis”.

Marcello Diomedi ha giocato con la Ternana solo nella stagione ’64-’65, ma conserva un ottimo ricordo. “Ho giocato a Viale Brin sia da avversario, con la Sangiorgese, quando vincemmo 1-0 grazie a un gol del papà di Christian Vieri, che con la casacca rossoverde – spiega –i tifosi seguivano moltissimo la squadra, ricordo che in trasferta si spostava buona parte della città. In particolar modo  – evidenzia – mi è rimasta impressa la grande presenza femminile sugli spalti. La partita più sentita era ovviamente quella col Perugia. Quell’anno vincemmo 1-0 e ci furono tantissimi caroselli”. E ancora spunta il forte legame tra Terni e le acciaierie. “Ai tempi era una città molto ricca – rammenta – anch’io approdai là con la speranza di trovare lavoro negli stabilimenti”.

Quattro anni (dal 1965 al 1969) e 107 partite con maglia delle Fere. Giorgio Vecchiato ha scolpito nel suo cuore i colori rossoverdi. “Eravamo una grande famiglia e a Terni ho trovato persone leali, modeste e brave – dice – l’ambiente era casereccio e caldissimo. Non dimenticherò mai il giorno della promozione in Serie C, contro la Jesina. Feci fare un gol. La gente era letteralmente impazzita”.

Resta quel cuore d’acciaio in tutti i tifosi rossoverdi. E anche oggi, sulle vecchie gradinate del Liberati, per chi ha vissuto quegli anni, o letto storie dell’epoca, per ogni avanzata delle Fere c’è un grido in più: è quello dei tifosi di Viale Brin. Perché la memoria non ne cancelli mai l’esistenza. La storia è come l’acciaio, anche se fusa rinasce e si conserva. Ma non sparisce mai.

Si ringrazia il sito www.memorierossoverdi.it per il materiale fotografico

Guarda la Gallery con le foto del Viale Brin oggi

 

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Calcio

Road to World Cup: Argentina 1978, l’Albiceleste Campione a tutti i costi

Paolo Valenti

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Quando, nel mese di marzo del 1976, la giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla prese il potere in Argentina, al calcio d’inizio del mondiale di calcio mancavano poco più di due anni e l’apparato organizzativo, fino a quel momento, non aveva brillato per efficienza e tempismo.

In altre parole c’era più di qualche preoccupazione legata alla buona riuscita della manifestazione che però sfumò nel momento in cui i principali esponenti della dittatura compresero il valore strumentale al quale avrebbero potuto piegare il campionato del mondo. Fu così che, grazie anche alle risorse ingenti che si decise di utilizzare, il mundial argentino si svolse senza alcun disguido logistico-organizzativo: troppo importante il ritorno di immagine, la visione di un paese ordinato, compatto e vincente da poter esportare all’estero.

La nazione, in qualche modo, ritrovò una parte della sua unità, volendo dimostrare al mondo di potercela fare. A Luis Cesar Menotti e ai suoi ragazzi venne chiesto di dare il meglio di quello che potevano: a quello che serviva fuori dal campo per vincere ci avrebbero pensato i politici. Nel 1978 venne riproposta la formula già utilizzata in Germania che, dopo il primo turno, prevedeva la costituzione di due gironi di semifinale che avrebbero promosso le vincitrici alla finale e le seconde classificate alla disputa dell’incontro per il terzo posto. Ai nastri di partenza una vera e propria favorita non c’era, anche se Germania Ovest, Olanda e Brasile sembravano avere qualcosa più delle altre. Difficile, inizialmente, capire le reali possibilità dei padroni di casa, altalenanti nei risultati raccolti nella partite pre-mondiale e con una formazione titolare trovata solo all’ultimo momento.

L’Italia partì accompagnata da sfiducia e perplessità che, come anche in altre occasioni, alla fine vennero smentite sul campo. In effetti le critiche alla rinnovata nazionale guidata da Enzo Bearzot, che aveva fallito l’appuntamento con gli europei del 1976, si basavano sulle poco brillanti esibizioni che gli azzurri avevano fornito nelle ultime amichevoli disputate: sconfitta in Spagna a inizio anno, l’Italia aveva pareggiato a Napoli a febbraio contro la Francia di un ancor giovane Michel Platini facendosi rimontare due gol e aveva giocato una pessima partita all’Olimpico contro la Jugoslavia rimediando uno 0-0 accompagnato da fischi assordanti. Bearzot pensava agli uomini da scegliere anche, forse soprattutto, in relazione alla loro capacità di creare un gruppo unito. Un valore che, oltre alle indubbie qualità tecniche, fu uno dei segreti del convincente mundial argentino, che fece scoprire al mondo due giovani ragazzi che avrebbero scritto tra le pagine più belle della storia del nostro calcio: Antonio Cabrini e Paolo Rossi.  
Alla fine la coppa riuscì a finire nelle mani gaudenti di Daniel Passarella, capitano di una squadra che, seppur aiutata dai pesanti condizionamenti che impedirono al Brasile di giungere in finale e all’Olanda di disputarla in un clima sereno, dimostrò valori indiscutibili che passavano per le giocate di calciatori del calibro di Osvaldo Ardiles, Daniel Bertoni e del capocannoniere della competizione: Mario Alberto Kempes, tornato in patria per regalare alla sua gente momenti di felicità assoluta.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Argentina 1978

LE CURIOSITA’

La festa dopo Italia-Ungheria
Battuta l’Ungheria per 3-1 nella seconda partita del girone eliminatorio, l’Italia si trovò matematicamente qualificata per il secondo turno. Ciò bastò per far scendere in strada tanti tifosi che, armati di bandiere, trombette e clacson, manifestarono una gioia forse eccessiva per la portata dell’evento. Probabilmente su quella voglia di fare festa influì in parte la situazione del Paese, che un mese prima dell’inizio del mondiale aveva dovuto sopportare il peso dell’omicidio di Aldo Moro, che aveva costituito il momento più drammatico di quei cosiddetti “anni di piombo”. La voglia di evadere dal quotidiano, di distrarsi e trovare spazi nei quali poter vivere emozioni positive aveva convogliato verso gli azzurri tutto quell’entusiasmo.

Un arbitro molto fiscale

Mar del Plata, 3 giugno 1978: Brasile e Svezia fanno il loro esordio al mondiale a vent’anni dalla finale che disputarono nel paese scandinavo, che vide i verde-oro vincere la loro prima Coppa del Mondo. Al 90° le squadre sono sull’1-1 quando Nelinho va a battere un calcio d’angolo dalla parte sinistra della porta difesa dal portiere Hellstrom: parabola a rientrare verso l’area disegnata di collo esterno destro (una specialità che il terzino brasiliano mise in evidenza anche in occasione del gol che fece a Zoff nella finale per il terzo posto) sulla quale si avventa Zico di testa. E’ il gol che avrebbe deciso la partita a favore del Brasile se l’arbitro, il gallese Clive Thomas, non avesse fischiato la fine del match proprio mentre il pallone percorreva la sua traiettoria dalla lunetta del corner verso l’area di rigore. Nonostante le proteste dei giocatori, il gol non entrò a referto. 

Il sogno di Bertoni

Daniel Bertoni, uno dei maggiori protagonisti dell’Albiceleste nel mundial ‘78, segnò il terzo gol della finale contro l’Olanda, quello che fermò il punteggio sul definitivo 3-1. Forse per lui non fu una sorpresa, dal momento che qualche tempo prima dell’inizio del campionato del mondo aveva rilasciato un’intervista nella quale dichiarava di aver sognato di realizzare “il gol della vittoria nella finale, mentre gli avversari parevano patate. Io credo nel significato dei sogni e sono convinto che questo si realizzerà”. Aveva ragione.

Il Tango

In Argentina fece il suo esordio quello che diventerà una stella del calcio mondiale. No, non stiamo parlando di un giocatore non ancora affermato ma dello strumento senza il quale sarebbe stato impossibile disputare le partite: il Tango, il pallone ufficiale del mundial 1978. Rivoluzionario soprattutto nel nuovo design grafico che andava a sostituire i vecchi pentagoni neri che si alternavano nella cucitura agli esagoni bianchi, il Tango fu subito favorevolmente accolto dagli spettatori per la facilità con cui si rendeva visibile e per gli effetti ottici che generava rotolando sul campo. I calciatori ne apprezzarono da subito la leggerezza rispetto ai precedenti palloni che tuttavia non inficiava la regolarità delle traiettorie sia dei tiri potenti che di quelli ad effetto: qualità che resero il Tango, probabilmente, il miglior pallone mai prodotto per il gioco del calcio. 

 

L’assenza di Cruijff

Per Johan Cruijff il mondiale del 1978 avrebbe potuto essere l’occasione per riscattarsi della sconfitta patita nella finale tedesca rimediata quattro anni prima a Monaco di Baviera. Ma il fuoriclasse olandese, pochi mesi prima dell’inizio del torneo, decise di non partecipare, dando anche l’addio (temporaneo) al calcio. A quel gesto vennero date molteplici interpretazioni: dai dissapori con la Federazione a una presunta protesta contro il regime argentino fino alla paura di cadere vittima di un rapimento. In realtà sembra che Cruijff prese quella decisione semplicemente perché non aveva più gli stimoli giusti per prender parte a una competizione come il mondiale. L’Olanda dovette così rinunciare al miglior giocatore che l’Europa avesse mai espresso.

 

La squalifica di Johnston

La Scozia era partita per il mondiale con aspettative elevate: l’intero Paese aveva grande fiducia nelle possibilità di andare avanti nella manifestazione e uno dei suoi più illustri cittadini, Rod Stewart, aveva anche composto un inno per l’occasione. Sul campo le cose non andarono così bene, nonostante nell’ultima partita la squadra di Kenny Dalglish, Joe Jordan e Graeme Souness riuscì a battere l’Olanda. Alla delusione del risultato si unì anche la brutta figura fatta da Willie Johnston, trentaduenne centrocampista in forza al West Bromwich Albion, che venne trovato positivo al controllo antidoping prima della partita contro l’Iran. Inizialmente il giocatore reclamò la sua innocenza sostenendo che la positività era dovuta all’assunzione di medicine per curare la febbre da fieno salvo ammettere, solo in un secondo momento, di aver preso sostanze stimolanti utilizzate anche in passato. Gli venne comminata una squalifica di un anno.

Tagliati i baffi Mario

Servì un po’ di tempo a Mario Kempes per diventare l’eroe del mundial. Nelle prime tre partite El Matador non riesce a trovare la porta e da un contributo alla squadra non all’altezza della sua fama e delle sue capacità. E’ El Flaco Menotti a trovare la chiave giusta per sbloccare Mario: nel trasferimento verso Rosario, dove l’albiceleste affronterà la Polonia, si avvicina a Kempes, lo guarda negli occhi e gli dice: “Io con questi baffi non ti ho mai visto segnare. Perché non te li tagli?”. Detto, fatto. E con la Polonia arriva la prima di tre doppiette che porteranno l’Argentina alla vittoria finale.

Il no a Maradona

Nonostante avesse già collezionato quattro presenze in nazionale e avesse cominciato a dar prova del suo talento smisurato, Diego Maradona non venne inserito da Menotti nei ventidue che avrebbero giocato il mondiale. Il ragazzo ci rimase malissimo per una scelta dettata dalla necessità di tenere unito il gruppo e dalla giovanissima età del futuro Pibe de Oro, che avrebbe avuto in futuro altre possibilità di disputare i mondiali.

P2

Nella tribuna d’onore dello stadio Monumental, il giorno della finale, a fianco del generale Videla siede un cittadino italiano. Come è facile immaginare, non si tratta di un appassionato qualsiasi bensì di Licio Gelli, venerabile Gran Maestro della loggia massonica P2 che proprio in quegli anni era in auge. Dalle ricostruzioni successive, emerse che la P2 aveva consolidato diversi legami con l’Argentina, dapprima con Peron e successivamente grazie ai rapporti con la dittatura, in particolare con l’ammiraglio Massera, tra i più cruenti repressori degli oppositori del regime e membro anch’esso della loggia massonica.

LA FINALE

Alle 16 del 25 giugno 1978 all’Estadio Monumental di Buenos Aires (quello che ospita il River Plate) tutto è pronto per il calcio d’inizio della finale del mondiale. Per certi versi è una replica simmetrica della finale del 1974, allorquando gli olandesi provarono a sottrarre la vittoria ai padroni di casa: quattro anni prima la Germania Ovest e adesso l’Argentina. Il clima è incandescente, il tifo per l’Albiceleste impressionante: centinaia, migliaia di coriandoli e stelle filanti piovono sulla pista e in mezzo al campo rendendone impossibile la pulizia. Immagini di una finale mai viste prima né dopo quel 1978.

Le formazioni scendono in campo con tenute dai colori intensi: Olanda nella classica divisa arancione coi pantaloncini bianchi, Argentina con magliette a strisce verticali coi colori della bandiera perfettamente aderenti al busto dei giocatori, luminose come non lo sono mai state. I padroni di casa mettono subito la partita sul piano della tensione, chiedendo all’arbitro, l’italiano Sergio Gonella, di verificare se la fasciatura che porta al polso René Van de Kerkhof sia regolare. Si perde un po’ di tempo, il bendaggio viene aggiustato e finalmente si può cominciare. La partita è dura, dai toni agonistici molto accesi. Colpi e botte da una parte e dall’altra, con gli olandesi che, per non farsi spaventare, rispondono col gioco duro all’atteggiamento intimidatorio di tutto l’ambiente. Il risultato si sblocca al 38° quando Mario Kempes prende una palla al limite dell’area e, trascinando con sé il difensore che lo marca, si porta verso la porta di Jongbloed, che anticipa in scivolata mettendo in rete. Gli Oranje, seppur non più brillanti come nel 1974, restano comunque una squadra di assoluto livello internazionale e, proprio quando tutto il Paese sudamericano pensa di essere già Campione del Mondo, all’82° pareggiano con Nanninga, subentrato al 58° al posto di Rep.

L’inquietudine per gli argentini non finisce qui, perché a pochi secondi dalla fine Rob Rensenbrink colpisce il palo della porta difesa da Fillol. E’ il momento della storia in cui l’Olanda si trova più vicina a vincere un mondiale ma è anche l’attimo di sliding doors che inchioda gli Oranje al loro amaro destino. Quando, alla fine del primo tempo supplementare, El Matador si ritrova a tu per tu con Jongbloed dopo un’altra delle sue progressioni in verticale, la carambola che nasce dall’impatto col portiere porta nuovamente in vantaggio l’Albiceleste. È Daniel Bertoni a chiudere definitivamente la partita al 115°, realizzando il suo sogno e quello di milioni di connazionali che aspettavano questa vittoria da quarantotto anni. Tutto il Paese è in festa: per qualche ora anche le torture e i voli della morte si sono interrotti in una sorta di tregua olimpica che ha permesso al popolo argentino di perdersi nella felicità della vittoria.

I PROTAGONISTI

Mario Alberto KempesEl Matador, soprannome guadagnato già in giovane età per via delle sue notevoli capacità realizzative, non aveva cominciato al meglio il torneo: prime tre partite all’asciutto e quell’ansia che prende ogni attaccante quando non riesce a impallinare i portieri avversari. Dovette aspettare il girone di semifinale per far vedere al suo paese e al mondo le giocate di cui era capace: sei gol nelle ultime quattro partite gli valsero la classifica dei marcatori e il titolo mondiale. Kempes era un attaccante atipico: non era una prima punta statica che trovava nell’area di rigore la sua zona di confort ma spaziava su tutto il fronte offensivo partendo preferibilmente dalla fascia sinistra o dalle zone centrali della tre quarti campo per poi inserirsi nel cuore delle difese avversarie, chiedendo il duetto con i compagni o concludendo progressioni individuali che un fisico potente ma comunque agile gli consentiva. Appena ventiduenne emigrò a Valencia dove spese gli anni più esaltanti della sua carriera e dove, ancora oggi, è venerato come una divinità. Con l’Argentina giocò anche il mondiale dell’82 senza riuscire a ripetere le mirabolanti prestazioni del 1978. Ritiratosi, girò il mondo allenando squadre ai più sconosciute. Oggi è un affermato opinionista sportivo della ESPN latinoamericana.

Antonio Cabrini – Il Bell’Antonio fu tra i giocatori che si misero maggiormente in luce nel corso del mundial argentino. Arrivato in Sudamerica come rincalzo di Maldera e Cuccureddu, il giovane terzino cremonese venne promosso titolare da Bearzot nella prima partita contro la Francia tra la sorpresa generale. Il CT friulano, la cui scelta era ancor più significativa considerando il riguardo che aveva per le gerarchie instauratesi all’interno del gruppo, cercava tra i suoi uomini quelli che potessero dare vivacità e freschezza a una squadra partita dall’Italia in condizioni opache. Cabrini, insieme a Paolo Rossi, seppe rispondere alle aspettative, mostrando le doti che poi confermò nel prosieguo della carriera. Capace di coprire tutta la fascia sinistra grazie a una buona corsa, arrivava al cross con facilità sfruttando la sua precedente esperienza di ala sinistra. Oltre a difendere e crossare era in grado di giungere spesso alla conclusione grazie a un efficace tiro dalla distanza e a buone doti nel gioco aereo. Il rendimento espresso nel corso del torneo spinse la FIFA a premiarlo come miglior giovane del mondiale 1978. Con la maglia azzurra, però, il meglio doveva ancora venire: quarto agli Europei dell’80, Cabrini fu uno dei maggiori protagonisti della vittoriosa spedizione spagnola dell’82. Disputò il suo terzo campionato del mondo nel 1986 in Messico e fece parte della rinnovata nazionale di Azeglio Vicini nel primo anno della gestione del selezionatore romagnolo. Dopo il ritiro, avvenuto nel 1991, provò con alterne fortune la carriera di allenatore trovando un ruolo stabile come tecnico della nazionale femminile, lasciata nell’estate del 2017 dopo un periodo di cinque anni.

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Basket

“I sogni alcune volte restano tali, invece questo si è avverato”: il Primo Scudetto della Scavolini Pesaro

Matteo Latini

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La prima volta non si scorda mai, neanche a distanza di trent’anni che segnano un solco quasi infinito tra il mondo di ieri e quello di oggi. Figuriamoci il basket. Vai a Pesaro e chiedi in giro cosa sia successo il 19 maggio del 1988. Probabilmente anche i granelli di sabbia sul lungo mare saprebbero darti una risposta. È trascorsa una vita e almeno una generazione, ma il ricordo di uno scudetto difficilmente ti fa cancellare anche il più piccolo e apparentemente insignificante dei particolari. Era ieri, ma di un tempo diverso e di una pallacanestro solamente lontana parente di quella attuale. Pesaro, in quei giorni di maggio, vive sospesa. Respira ansia e convinzione. Sono i giorni della serie finale contro la Milano targata Tracer: i colossi capaci di prendersi due finali di Coppa dei Campioni consecutive e spazzolare dal piatto anche l’Intercontinentale. Una cosa non da poco, neanche per chi ha le canotte rosse e a indossarle gente come Mike D’Antoni, l’eterno Dino Meneghin e Bob McAdoo, che oltretutto sul petto hanno anche cucito quel triangolino tricolore strappato appena un anno prima alla Mobiligrigi Caserta.

Pesaro invece aspetta ancora di diventare grande e spiccare finalmente le ali. Perché la città di basket ci vive e anche bene, sostenuta dai capitali di Valter Scavolini e da una piazza che in controtendenza con quasi tutto il resto d’Italia, Bologna a parte, ha scelto la palla a spicchi a quella che rotola sul prato verde della Vis. Ma da quel 1946 che ha visto nascere la società biancorossa, di allori se ne sono contati pochi. Il primo giusto qualche stagione prima, anno di grazia 1983, quando per spolverare la bacheca della società adriatica è dovuto calare il semidio jugoslavo  Petar Skansi, che la città di San Terenzio l’aveva già assaporata da giocatore, senza però centrare quel trofeo che sarebbe arrivato solo dopo il passaggio dal campo alla panchina, guidando una banda formata dai connazionali Kićanović e Jerkov, oltreché dall’idolo di casa Magnifico e lo statunitense Mike Sylvester, ad alzare la Coppa delle Coppa davanti ai francesi del Villeurbanne. Se il corso dritto delle storia bisogna farlo sterzare con le proprie forze, forse a Pesaro la svolta arriva proprio in quella notte maiorchina di marzo. La stagione successiva scorre infatti senza sussulti, quella dopo ancora il passaggio di consegne da Skansi al vice Giancarlo Sacco riporta invece entusiasmo e soprattutto trofei. La Coppa Italia nello specifico, strappata nell’allora avvincente regolamento, tra andata e ritorno, al vecchio gigante Varese marchiato Ciaocrem. Peccato quel secondo successo rimanga isolato, perché qualche mese più tardi la Scavolini si affaccerà anche alla finale scudetto, ma al cospetto della Simac Milano finisce in appena due gare e di tricolore, sulle maglie biancorosse, rimane solamente la coccarda.

I sogni restano nel cassetto, in attesa di prendere aria e iniziare a vedere la luce nell’estate dell’87, quando casa Scavolini apre le proprie porte a Valerio Bianchini. È lui l’uomo della svolta, non fosse altro perché sa come si vince e l’ha già fatto in Italia e fuori dai confini nazionali. Il Vate ha regalato sorrisi tra Cantù e Roma, conquistato due scudetti e altrettante Coppe dei Campioni. Ha vissuto l’aria di provincia e quella di una Capitale europea. Conosce i segreti, i trucchi del mestiere. Sceglie i giocatori giusti, da mettere nei posti giusti. Il resto poi è molto meno della metà dell’opera. Ma le cose non vanno da subito per il verso giusto. Alla pattuglia di italiani formata dal totem Walter Magnifico, Ario Costa, Renzo Vecchiato e Domenico Zampolini, Bianchini aggiunge l’accento slavo di Aleksandar Petrović, fratello maggiore di quel Dražen che sta incantando l’Europa dei canestri ed è destinato ad andarsi a prendere anche i parquet dall’altro lato dell’Oceano. La squadra è bella, ma balla poco e a corrente troppo alternata. Serve qualcosa che cambi le carte sul parquet e faccia saltare il banco e per Bianchini quell’asso da pescare è nel mazzo che si trova negli Stati Uniti. E siccome nessuna ciambella riesce veramente col buco se non sei direttamente tu a farla, il Vate alla scoperta dell’America ci va in prima persona. Due tappe: Pittsburgh e Boston. Dalla prima vi tira fuori Darwin Cook, un californiano capace di alternarsi tra regia e il ruolo di guardia, buono per dare atletismo e punti. Dalla capitale del Massachusetts, invece, Bianchini si riporta indietro Darren Daye che i suoi 2,03 centimetri di forza li ha fatti apprezzare a Washington prima e nei Celtics poi, dove però è finito ai margini per aver pestato i piedi sbagliati nel corso di un’intervista troppo irriverente per continuare a stare al fianco dei senatori in canotta verde Larry Bird e Kevin McHale.

Il Vate gioca le sue carte e le piazza sul tavolo, ma ci vuole tempo e far amalgamare il tutto. Lo scetticismo resta, anche perché Pesaro chiude la regular season al quinto posto, con 18 vinte e 12 perse, ma soprattutto a troppa distanza dalla battistrada Varese e dalla fresca campionessa d’Europa Trecer Milano. Motivo in più per essere scettici, un playoff che va giocato tutto, fin dal primissimo turno. Ma nel momento più delicato, la Scavolini non solo non trema, ma vede finalmente compiersi il disegno del proprio coach. Daye e Cook ingranano, danno quel che alla squadra fin lì era mancato. Agli ottavi, contro Reggio Emilia, ci vogliono tre gare per strappare il pass dei quarti, dove invece bastano appena due partite per rispedire al mittente la minaccia Caserta. Si vola in semifinale e l’incrocio pericoloso prevede Varese, che ha il vantaggio del campo e i favori del pronostico. In panca, i lombardi hanno un uomo delle Americhe come Joe Isaac, in canotta, invece, Rusconi, Vescovi e Sacchetti, oltre all’esperienza a stelle e strisce portata in dote da Charles Pittman e Corny Thompson. C’è da sudare e sovvertire i pronostici. E infatti gara 1, a Masnago, finisce tra le grinfie dei padroni di casa. Al secondo atto, Pesaro fa però valere il fattore casalingo tanto quanto i lombardi, guadagnandosi un’ultima chance da cuore caldo e sangue freddo. Finirà 78-77, ma per gli ospiti, con Cook che scippa il connazionale Thompson del pallone che sarebbe potuto valere l’ultimo attacco, forse decisivo. Pesaro si ritrova in finale, in città addirittura suonano le campane della chiesa per annunciarlo a chi non ha potuto prendere ferie o mettersi in malattia per seguire la squadra fino a Varese. Ma i giorni rimasti a disposizione verranno buoni per l’ultimo atto. Qui c’è la Milano di Franco Casalini, che nel passaggio da Dan Peterson al proprio vice non ha minimamente dimenticato come coniugare il verbo vincere. Anzi, si è appena riconfermata regina d’Europa, ha unito i due mondi dei canestri con l’Intercontinentale ed è campione d’Italia in carica. Scontato dire per chi propendano i pronostici, però…

Però Pesaro si è tolta la ruggine della sorpresa e lo fa vedere subito, alla prima in casa, davanti un Hangar stracolmo e trascinato dai cori dell’Inferno Biancorosso in curva. Finisce 90-82, poi si vola a Milano e ma lo spartito non cambia, anche perché Magnifico lo suona con una doppia doppia da 27 punti e 10 rimbalzi, ai quali si aggiungono i 34 equamente distribuiti tra Cook e Daye, che ormai non sono solo trascinatori e in campo, ma idoli di una folla che va al letto la sera e sogna tricolore, si sveglia la mattina e continua a sperare. Bisogna attendere che Milano provi a risorgere, si prende gara 3 e rimandi tutto a Pesaro. Ma forse è una conclusione sperata anche da Bianchini. Il 19 maggio 1988 era trent’anni fa e la Scavolini annientava la Trecer 98-87. Su Raitre, la voce di Gianni Decleva neanche si sente, mentre annuncia la vittoria pesarese al suono della sirena e il parquet dell’Hangar diventa terreno d’invasione festante. Bianchini centra il terzo titolo con tre squadre diverse, Pesaro il suo primo e indimenticato tricolore. “I sogni alcune volte restano tali, invece questo si è avverato”, dirà uno stanco ma felice Valter Scavolini, a fine partita, con la bandiera italiana legata al collo. L’artista Pomodoro, natio di Pesaro, di cui la sua celebre palla si trova a Roma e New York, lascio il calco dell’opera d’arte a Pesaro. Calco che venne fatto rotolare per tutta la città proprio il 19 maggio 1988. Trent’anni e una generazione dopo, nessuno si è dimenticato di quel giorno di maggio. Neanche chi non c’era. Neanche i granelli della sabbia.

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Calcio

Gli anni 80 e lo scudetto che non ti aspetti: il Verona di Osvaldo Bagnoli

Andrea Corti

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Il 19 Maggio 1985 il Verona di Bagnoli diventava Campione d’Italia, conquistando un incredibile Scudetto che vi raccontiamo.

 C’è poco da fare, le storie degli outsider che riescono a ribaltare il pronostico hanno grande appeal tra gli appassionati dello sport e del calcio in particolare, probabilmente anche in considerazione del peso che i soldi hanno sempre più in questa disciplina. Oltremanica, ad esempio, Brian Clough a cavallo tra gli anni 70 e 80 è entrato nella leggenda guidando il suo piccolo Nottingham Forest a vincere prima il campionato e poi due Coppe dei Campioni consecutive. Nel 1992 la favola della Danimarca, nazionale ritrovatasi all’improvviso e inaspettatamente (a causa dell’esclusione della Jugoslavia dopo l’inizio della guerra) a partecipare agli Europei di Svezia, incollò davanti ai televisori i calciofili di ogni dove fino alla finale vinta contro la Germania.

Ma anche in Italia, non troppo tempo fa, una squadra è riuscita a sovvertire i favori del pronostico e la logica dello show-business, entrando nella leggenda: è la stagione 1984/85 e a inizio campionato i tifosi italiani si chiedono chi la spunterà nell’ormai consueto duello tra Roma e Juventus: i giallorossi di Falcao, passati dalle mani di Liedholm a quelle di Eriksson, sono reduci dalla traumatica sconfitta ai rigori nella finale casalinga di Coppa dei Campioni con il Liverpool. Sarà traumatica per altre ragioni, invece, la cavalcata della Juventus di Platini verso la prima ‘Coppa dalle grandi orecchie’ della storia del club piemontese, alzata il 29 maggio nello scenario di uno stadio Heysel di Bruxelles sconvolto per la morte di 39 spettatori a causa dei disordini del prepartita. Pochi giorni prima di quella tragedia che avrebbe cambiato il modo di vivere il calcio in Europa, sul campo dello Stadio Comunale di Bergamo si conclude in trionfo una delle più belle favole regalate dalla Serie A nella sua storia: al fischio finale di Atalanta-Verona, terminata con un pareggio che laurea i veneti Campioni d’Italia, il giornalista Rai Giampiero Galeazzi intervista sul terreno di gioco l’allenatore Osvaldo Bagnoli, che risponde con una compostezza difficile da credere considerato il momento prima di venire trascinato via in trionfo dai suoi ragazzi. E’ la prima volta (e rimarrà anche l’unica) che una squadra di una città non capoluogo di regione conquista il tricolore del calcio: ed averlo fatto negli anni in cui il nostro campionato era di gran lunga il più bello e difficile del mondo, potendo tra le altre cose vantare la presenza in campo di leggende come Platini, Zico e Maradona, rende l’idea dell’impresa compiuta dall’Hellas.

La storia della squadra di Bagnoli inizia nel 1981/82, quando il neo-tecnico scaligero ottiene al primo tentativo la promozione in Serie A: la stagione successiva il Verona stupisce tutti, concludendo il campionato al quarto posto in classifica. Anno dopo anno arrivano al Bentegodi i protagonisti dell’impresa del maggio 1985: se il portierone Garella (noto anche e soprattutto per le sue parate poco ortodosse con i piedi), il libero e capitano Tricella e il talentuoso Di Gennaro hanno svolto tutta la trafila partendo dalla serie cadetta, presto li raggiungono i vari Fanna, Volpati, Briegel ed Elkjaer, che vanno a formare uno dei collettivi più efficaci di quegli anni. La stagione altalenante delle avversarie per il titolo agevola i gialloblu e al termine del campionato una città può festeggiare in un misto di orgoglio e incredulità.

Di lì a poco, per certi aspetti a pochissimo, il calcio sarebbe cambiato irrevocabilmente, rendendo sempre più difficili storie come quella di Bagnoli e i suoi uomini. E palesando il perché, quando a vincere sono i Verona o i Leicester di turno, a gioire sono tutti quelli che non credevano che con il calcio si potesse ancora sognare.

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