Il sole è alto e rimbalzando sulla grande scritta “Acciai Speciali Terni” illumina Viale Brin. Da una parte il grande stabilimento delle acciaierie, dall’altro la mensa e un parcheggio. Grande, dove i pannelli fotovoltaici di ultima generazione la fanno da padrone. Un muro di cinta ne delimita buona parte e di primo impatto nessuno direbbe che là si sono giocati oltre quarant’anni di calcio ternano, dalle infime categorie regionali alla Serie B. Sommerso dalle erbacce e dilaniato dal tempo. È ciò che resta della “Pista”. Lo stadio che ha ospitato le gesta della Ternana dal 1925 al 1969. Il catino costruito proprio dall’azienda.

Quando ho saputo che questo è stato il tempio della Ternana, ho smesso di parcheggiarci, per rispetto. Marco Barcarotti è una memoria storica dei rossoverdi. Non c’è un angolo di Terni che per lui non coincida con il club. “Quando passo qua – mi dice mentre attraversiamo Piazza Valnerinanon posso far altro che pensare alla prima promozione in massima serie nel 1972. C’era una grandissima “A” rossoverde piantata al centro, e le macchine dovevano per forza passarci sotto”. E ci svela: “Molti pensano che la “Fera” sia l’effige della Ternana, mentre “Fera” altro non è che un termine dialettale, con cui, soprattutto nel passato, si indicava un animale feroce. La leggenda vuole che i tifosi, tornando dallo stadio, quando la Ternana vinceva, dicessero: “Hai visto che partita? Sono stati delle Fere!”. E così questo termine è finito per diventare il vero e proprio soprannome della squadra”.

serie a

Anche lui è un dipendente AST. Anche lui sa quanto questa sia croce e delizia per la città. 2.400 operai impiegati. Erano 2.800, prima dei recenti licenziamenti (e ben 12.000 durante la Seconda Guerra Mondiale, quando c’erano da costruire armi e strumenti per il conflitto e la città venne rasa al suolo dai bombardamenti). Gli scioperi, le manifestazioni di Roma di due anni fa, i picchetti, una città intera solidale con i suoi operai, l’inquinamento che in alcune zone ha reso impossibile coltivare e utilizzare l’acqua. Il rapporto di “amore e odio”, come racconta Marco, “che ti porta comunque a vegliare i forni, per non farli spegnere” durante la protesta. Perché l’acciaieria è Terni, nel bene e nel male. L’indotto fondamentale per l’economia locale, una speranza per i giovani e un orgoglio nazionale (sebbene il passaggio nelle mani della Thyssenkrupp abbia sancito, praticamente, la fine di una produzione fino ad allora tutta italiana).

Opere di Orneore Metelli – Veduta Acciaierie e Stadio

Con la macchina arriviamo esattamente dietro al muretto del velodromo. Scendiamo. “Non lo senti?”, mi domanda. “Non senti il grido ‘Fere, Fere!’?. Ogni volta che ci entro mi sembra di rivedere il pubblico attaccato alle reti, i tifosi che salgono sul tetto della mensa per seguire la partita e la tribuna coperta che spaventa gli avversari. E poi provo una grande malinconia nel vedere cosa è diventato. La maggior parte dei ternani – racconta – non sa minimamente che questo era uno stadio”.

“Dopo che la Ternana si trasferì al Liberati – dice – qui si continuò a giocare a livello dilettantistico. Ricordo di aver calpestato anche io questo terreno e di esser venuto spesso a vedere mio fratello, che giocava in una piccola squadra. Purtroppo venne smantellato negli anni ’80, e ciò fu possibile anche grazie alla totale mancanza di una memoria storica collettiva. Inoltre – continua – poco dopo il passaggio al nuovo stadio, si approdò in Serie A, quindi l’entusiasmo del caso aiutò a cancellare tutti i ricordi del vecchio campo di Viale Brin”. Terni, oggi, registra difficilmente numeri alti sulle gradinate. Marco mi spiega che “gli ultimi 15 anni, è come se non fossero esistiti per il tifoso ternano. Le gestioni societarie – spiega – le nuove leggi iper repressive e tante altre motivazioni, hanno contribuito a ciò. Lo stadio si riempie soltanto in occasione dei derby con il Perugia, perché è un qualcosa che va ben oltre l’evento calcistico. Un colpo al cuore, se si pensa agli anni ’80-’90, quando il tifo delle Fere era un qualcosa di unico. Capace di portare 15.000 persone a Cesena per uno spareggio di C2, e migliaia di tifosi in ogni trasferta”.

Un passato glorioso, fatto di storie. Di giocatori che venivano a Terni in cerca di lavoro e trovavano il calore di un pubblico mai domo. Francesco Liguori, da queste parti, è il numero 10 per antonomasia. Uno che Viale Brin l’ha respirato (dal 1965 al 1970), oltre a infiammarlo con i suoi gol. “Arrivai a Terni con mio padre, che era nell’esercito – racconta – ho iniziato a giocare in Promozione, con la Virtus Terni. E giocavamo proprio alla “Pista”. Quando venni preso dagli Allievi della Ternana, la squadra era in IV Serie. Ci sono arrivato fino alla Serie B. Era un campo meraviglioso – continua – ricordo che da bambini , assieme a tutti i ragazzi che abitavano nelle zone della Fabbrica d’Armi e di Viale Brin, andavamo spesso a correrci di nascosto con la bicicletta”. Un catino per tutte le avversarie. “Era un campo che bisognava conoscere e, soprattutto in Serie B, quando arrivavano squadroni come la Lazio, ci tornò molto utile. Il fondo era in terra battuta, con qualche ciuffo d’erba che cresceva qua e là e d’inverno la tribuna centrale era sempre ghiacciata, dato che non ci batteva il sole. Con la B il campo venne un po’ allargato, perché furono erette delle tribune in tubi Innocenti dietro le porte, ciò portò la capienza a circa 6.000 spettatori e permetteva di aver un tifo caldissimo, attaccato alle reti. Certo – dice – non c’erano i comfort di oggi. Ad esempio gli spogliatoi erano direttamente sotto la pista, molto ristretti e fatiscenti, addirittura ricordo quanto fosse complicato entrarci, si rischiava sistematicamente di battere la testa. Molti ci potevano anche prendere per “morti di fame” – scherzama conoscevamo così bene quel luogo che divenne la nostra forza. Proprio ai biancazzurri romani è legato uno dei ricordi più belli. “Chiaramente i tifosi laziali vennero a Terni molto spavaldi, chiedendo “dove fosse er campetto” e prendendo una valanga di multe, perché parcheggiavano le macchine ovunque gli capitava. Dimostrammo quanto valevamo e vincemmo 2-0, grazie a una mia doppietta e a una grande gara di Cardillo”. Era la stagione ’67-’68, e sulla panchina sedeva l’indimenticato Viciani.

Ternana – Lazio, Stagione 1967/68

Ora la “Pista” non c’è più. Quando passo a Viale Brin mi viene il magone – afferma – il pensiero che al posto del campo ci sia un parcheggio è bruttissimo. E questo succede anche agli altri giocatori. Per la Terni sportiva è un qualcosa di avvilente, forse si sarebbe dovuto fare qualcosa per salvare quello spazio.”. Eppure il Liberati, all’epoca, fu una grande opera. “Ai tempi, con il concetto di stadi polivalenti, fu sicuramente ottimo. Il problema è che con il passare del tempo le cose sono peggiorate. A Terni sono arrivati presidenti con poco attaccamento alla causa, e questo ha influito in peggio nella salvaguardia della storia. Se non si ha un minimo legame con i colori rossoverdi, è difficile dare qualcosa alla gente”.

Silvano, del club “Radio Noce”, è un tifoso che ha vissuto quei tempi. E anche il ricordo dalle gradinate è notevole. Il campo di Viale Brin era tutto per noi – esordisce – era la Ternana. Ho cominciato a frequentarlo a 17 anni. Ricordo che quando venimmo promossi in Serie B, cambiammo tutte le reti di recinzione. Tutta la città partecipò ai lavori – racconta – compreso il vecchio presidente Taddei. C’erano i bruciatori che andavano a nafta e spesso capitava che i giocatori facessero la doccia con l’acqua fredda. Inizialmente la capienza era di soli 3.000 spettatori, così quando non si entrava tutti, si trovavano metodi “alternativi”, come ad esempio arrampicarsi sulla mensa delle acciaierie. Avevamo pochi divertimenti all’epoca, e la Ternana rappresentava il massimo per tutti”.

Festa Promozione Serie B

Alberto è un altro tifoso storico, che ricorda: “Quando lo stadio venne fabbricato, in tempo di guerra, lo sport era al centro della vita politica – racconta – fu fatto un velodromo come a Como o Varese, e negli anni ’50 passò da queste parti anche il Giro d’Italia. È stato un impianto indimenticabile, le tribune diventavano nere con i fumi delle acciaierie. Un aneddoto particolare è legato alla partita con l’Arezzo, quando ci fu una tentata invasione e un mio amico rimase impigliato alla rete. Oppure nel 1956 – continua – quando ci fu una copiosa nevicata prima della partita e tutti abbiamo dovuto spalare per ripulire campo e spalti dalla neve. Non eravamo una società ricchissima, tanto che agli ingressi venivano piazzate delle “callarelle” (tipo cazzuole) per raccogliere dei soldi. Quando eravamo ragazzini – conclude – ci mettevamo davanti ai cancelli aspettando che arrivassero i più anziani, che ci prendevano per il bavero facendoci entrare gratis”.

Marcello Diomedi ha giocato con la Ternana solo nella stagione ’64-’65, ma conserva un ottimo ricordo. “Ho giocato a Viale Brin sia da avversario, con la Sangiorgese, quando vincemmo 1-0 grazie a un gol del papà di Christian Vieri, che con la casacca rossoverde – spiega –i tifosi seguivano moltissimo la squadra, ricordo che in trasferta si spostava buona parte della città. In particolar modo  – evidenzia – mi è rimasta impressa la grande presenza femminile sugli spalti. La partita più sentita era ovviamente quella col Perugia. Quell’anno vincemmo 1-0 e ci furono tantissimi caroselli”. E ancora spunta il forte legame tra Terni e le acciaierie. “Ai tempi era una città molto ricca – rammenta – anch’io approdai là con la speranza di trovare lavoro negli stabilimenti”.

Quattro anni (dal 1965 al 1969) e 107 partite con maglia delle Fere. Giorgio Vecchiato ha scolpito nel suo cuore i colori rossoverdi. “Eravamo una grande famiglia e a Terni ho trovato persone leali, modeste e brave – dice – l’ambiente era casereccio e caldissimo. Non dimenticherò mai il giorno della promozione in Serie C, contro la Jesina. Feci fare un gol. La gente era letteralmente impazzita”.

Resta quel cuore d’acciaio in tutti i tifosi rossoverdi. E anche oggi, sulle vecchie gradinate del Liberati, per chi ha vissuto quegli anni, o letto storie dell’epoca, per ogni avanzata delle Fere c’è un grido in più: è quello dei tifosi di Viale Brin. Perché la memoria non ne cancelli mai l’esistenza. La storia è come l’acciaio, anche se fusa rinasce e si conserva. Ma non sparisce mai.

Si ringrazia il sito www.memorierossoverdi.it per il materiale fotografico

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