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Tennis: Generazione di Fenomeni?

Matteo Zanon

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Un vecchio spot pubblicitario diceva: L’ottimismo è il profumo della vita. Se si pensa ai giovani e alla loro crescita, l’essere ottimismi diventa davvero il punto cardine su cui è opportuno focalizzarsi per far si che riescano ad esprimersi al meglio (nello sport come in tante altre esperienze di vita), dandogli il tempo necessario per poter davvero “profumare la loro vita”.

Nel tennis in questi ultimi mesi sono venuti alla ribalta dei giovani interessanti che fanno ben sperare. Il mondo del professionismo è spietato e non ammette pause o rallentamenti ma alcuni di loro hanno davvero impressionato e dalla loro “capacità di rimanere sul pezzo” sembra non si tratti solamente di una piccola parentesi.

Oltre agli ormai affermati Raonic (14°), Kyrgios (27°), Dimitrov (24°), altri ragazzi degli anni 90 hanno davvero incantato (Thiem 13° e Fritz 80°) e altrettanti continuano a dimostrare e mantenere il loro altissimo livello (Goffin 19°, Tomic 20°, Sock 24°, Coric 47°, Zverev 58°).

Giovani di belle speranze che, chi già da tempo (Dimitrov, Raonic, Kyrgios e Tomic) chi da pochissimo (Thiem, Fritz) stanno scalando “l’Everest” dell’Atp con il loro incredibile talento.

Proviamo a conoscere da vicino quelli che potrebbero essere i futuri Djokovic e Nadal (confidando che più prima che poi questi gli cedano lo scettro del tennis che conta). Partiamo da chi in questi mesi a sorpresa ha impressionato più di tutti, ovvero Taylor Fritz e Dominic Thiem.

Dominic Thiem, austriaco nato il 3 settembre 1993, è numero 14 al mondo e attualmente è  il giocatore più giovane nella top 30 Atp. Soprannominato sin dalle giovanili “Dominator” or ora è considerato il miglior talento under 23. Figlio di un allenatore, a 11 anni iniziò ad allenarsi con Gunther Bresnik (coach anche di McEnroe) che gli stravolse il modo di giocare. Gli cambiò il rovescio (da due mani a una), impostazione tecnica e vita agonistica. “Ero un tennista difensivo e lui mi ha modificato tutto, per rendermi più aggressivo. È stata dura: ero il miglior tennista austriaco ma dopo questi cambiamenti il mio ranking è crollato. Però mi fidavo ciecamente”.

Tra i 16 e 17 anni crebbe di sedici centimetri e il suo fisico ne subì: il suo sistema immunitario andò in panne. Un ulteriore colpo che, visti i risultati attuali più che debilitarlo l’ha rafforzato, eccome. La scalata nei pro iniziò nel 2014 quando si qualificò per gli Australian Open e raggiuse la finale al torneo di Kitzbuhel (persa contro Goffin). Il 23 maggio vinse il suo primo titolo Atp sconfiggendo in finale a Nizza l’argentino Leonardo Mayer. Sempre nello stesso anno vinse ad Umago e a Gstaad. Nel 2016 si aggiudica il torneo Atp di Buenos Aires ottenendo così il 4° titolo in carriera e qualche settimana più tardi si laurea campione di Acapulco ai danni di Bernard Tomic. Dodici mesi fa era numero 46 al mondo. Ora è ad un passo dalla top ten (13°). Un capolavoro che merita fiducia.

Taylor Fritz, statunitense nato il 28 ottobre 1997, 193 cm di potenza e talento, conoscendo la sua storia si campisce come il tennis fosse inscritto nel suo dna. Entrambi i suoi genitori hanno giocato a livello professionistico negli anni ’70. Il padre, come spesso capita, fu quello che lo spinse di più nella pratica del tennis. Sin da ragazzino Fritz dimostrava interesse per ogni sport, ma non per quello dei propri genitori. Il padre escogitò un modo per far piacere il tennis a suo figlio: invitò gli amici di Taylor a fare delle lezioni di tennis a casa sua (avevano un campo nel cortile) e dopo aver finito le lezioni i bambini potevano giocare liberamente a calcio. Questo metodo funzionò e così Taylor comincio a prendere confidenza con la racchetta e la pallina (tralasciando sempre di più gli altri sport).

Continuò a praticare vari sport fino ai 15 anni (non voleva rinunciare alle sue passioni). Decisero di trasferirsi in Florida allo USTA Tennis Center. I primi tempi furono durissimi: non riusciva più a vincere. Così Taylor capì di dare la priorità al tennis. Così costruì passo dopo passo la convinzione di potercela fare, una voglia incredibile di competere e di migliorarsi. Il sogno americano prende vita e si realizza con la conquista del primo Slam junior, lo Us Open 2015. Taylor si è ormai guadagnato il compito di risollevare le sorti del tennis americano, in caduta libera dopo l’epopea della rivalità Sampras-Agassi e lo Us Open di Andy Roddick. Tre prove dello Slam su quattro, a livello juniores, fanno ben sperare. Gli Stati Uniti non hanno un top ten stabile dal 2011 (Andy Roddick). Altri americani come John Isner (nonostante gli ottimi risultati e la dodicesima posizione nel ranking) e Donald Young non sono ancora riusciti dimostrare tutto il loro potenziale con continuità e a far breccia nel cuore degli americani. Taylor dodici mesi fa era 937°. Oggi è numero 80° al mondo. Un salto vertiginoso che fa davvero ben sperare.

E gli Italiani? Gianluigi Quinzi, nato il 1° febbraio 1996 e vincitore di Wimbledon juniores nel 2013 è considerato il miglior italiano tra i nati nel 1990. Il passo nel tennis che conta però non sembra essere molto produttivo. Non ha ancora vinto un match sul circuito Atp nel 2016 e tra dubbi tecnici e cambi di allenatori sembra non riuscire a fare il tanto auspicato salto di qualità. Attualmente è numero 429.

Si dice spesso che la speranza è l’ultima a morire. Se riusciranno a scoprire ogni giorno, allenamento dopo allenamento il loro talento e la loro strada, potranno coltivare il loro sogno di dare il massimo per raggiungere l’olimpo dei grandi, accanto a Djokovic e Nadal, o magari al loro posto.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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