La popolarità e il rispetto che circondano la figura di Taiho Koki sono il risultato di una carriera caratterizzata da una rapida ascesa, record e un attenzione mediatica che mai prima aveva portato la figura un lottatore di sumo oltre i confini nazionali.

Considerato uno dei più grandi lottatori del XX secolo, può vantare un record di 32 tornei vinti tra il 1960 e il 1971, eguagliato solo nel 2014 da Hakuho Sho.

Taiho ha un origine articolata ed un’infanzia in salita. Nato Ivan Borushko nel 1940 nell’isola di Sakhalin, è per metà ucraino e per metà giapponese.

Il padre, Markiyan Borushko, fuggito durante la rivoluzione russa, al momento dell’invasione ed occupazione sovietica dell’isola nel 1945 viene arrestato e Ivan con la madre, Kiyo Naya, sono costretti a spostarsi ad Hokkaido, da quel momento prende il nome giapponese, Koki Naya.

Madre e figlio vivono in condizioni di povertà. A soli 16 anni inizia a praticare sumo nel famoso heya (luogo dove i lottatori si allenano e vivono insieme) Nishonoseki.

Da questo momento in avanti la sua vita cambia. Cresce nel sumo raggiungendo in pochissimo tempo le categorie più alte.

Debutta come professionista nel 1956. Dopo solo quattro tornei entra a far parte della prima divisione dei lottatori, makuuchi. Poco prima cambia il suo nome da combattimento con Taiho, “grande fenice”.

Guadagna altri due livelli e, diventando a soli 20 anni il più giovane a ricevere la Coppa dell’Imperatore, arriva alla promozione come ozeki.

Vince il suo quarto e quinto torneo, diventa uno yokozuna arrivando alla vetta del banzuke (classifica) nel 1961.

Taiho è l’uomo dei record: per due volte si aggiudica sei honbasho (torneo) consecutivi; otto volte vince con un perfetto punteggio, riportando 15 vittorie (quanti sono gli incontri in un torneo);  e la sua serie di 45 incontri vinti, tra il 1968 e 1969,  è stata superato solo nel 1988 (la sconfitta che interruppe questa serie era così controverso che il video replay viene introdotto nel processo di valutazione). Anche se le sue vittorie in carriera da allora sono state superate, la sua percentuale  rimane la migliore nella storia sumo.

Cosa che stupisce e rende questa storia sportiva epica è che la chiave del successo di Taiho non risiede, come si potrebbe pensare, nella sua fisicità, considerata non rilevante nel sumo (arriverà a pesare 153 kg), ma nella sua padronanza della disciplina. Ben un terzo delle sue vittorie sono frutto del sapiente utilizzo di una tecnica, yorikiri, che costringe l’avversario fuori dal ring.

Diventa un vero fenomeno mediatico e alla sua popolarità contribuirono, oltre ad una storia di sacrifici, le sue origine che si riflettevano nei suoi particolari lineamenti.

Al suo matrimonio nel 1966 (giorno del suo 26° compleanno e della finale del torneo di maggio che si tiene a Tokyo e dove vinse) sono presenti 1.000 visitatori e 200 giornalisti, e in quella occasione Taiho inaugura una nuova tradizione, quella della conferenza stampa dopo il matrimonio.

Uno yokozuna non può essere degradato; spetta a lui la decisione di ritirarsi. Così, nel terzo honbasho dell’anno, dopo aver perso per la seconda volta consecutiva, annuncia il suo ritiro. Era il 1971.

La vita fuori dal dohyo (ring) non sarà altrettanto gloriosa.

Apre il suo heya ma il suo status di oyakata (allenatore) non è mai stato riconosciuto con i posti più alti  all’interno dell’Associazione Sumo, un fatto che molti considerano attribuibile alle sue origini solo per metà giapponesi.

Viene colpito da un ictus a soli 36 anni, nel 1977, che ha richiesto una lunga riabilitazione.

Il suo heya non ha avuto il successo che ci si sarebbe aspettati, e suo genero, Takatoriki, un ex ozeki, viene cacciato dall’Associazione Sumo dopo essere stato implicato in uno scandalo riguardante il gioco d’azzardo nel 2010. Dopo il suo pensionamento obbligatorio da insegnante a 65 anni, diventa il curatore di un museo di sumo.

Nel 2009 è il primo lottatore di sumo a ricevere un riconoscimento ufficiale da parte del governo giapponese per meriti culturali.

Muore a 72 anni per insufficienza cardiaca il 19 gennaio del 2013.

Taiho Koki rimane un punto di riferimento per chi pratica questa disciplina.

Hakuho Sho, campione di origine mongola di sumo, parla di lui con ammirazione e affetto. Questo legame viene tracciato già dalla scelta del nome con il quale combatte, haku (bianco) e ho (fenice), il richiamo al leggendario uccello è un evidente rimando alla figura del mitico lottatore. Inoltre ricorda i molti consigli che era solito dargli e di come lo spronasse ricordandogli che i record erano fatti per essere battuti. Hakuho farà tesoro di questi consigli e nel 2015 supera il primato di Taiho con 33 tornei vinti.

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