Gabbo 10 anni dopo: Spaccarotella (semi) libero, chieda perdono

Gabbo 10 anni dopo: Spaccarotella (semi) libero, chieda perdono

Il nostro era un rapporto unico, indissolubile. Non è passato né passerà mai giorno, senza che io pensi a lui”. Il ricordo di Gabriele è ancora vivo nelle parole che Cristiano Sandri pronuncia davanti a Paolo Signorelli, per un’intervista concessa per il quotidiano Il Tempo. Dieci anni d’altronde, non possono bastare per dimenticare un fratello. Rimasto ucciso da un disgraziato colpo di pistola esploso la mattina dell’11 novembre di 10 anni fa, dall’allora agente della Polizia Stradale Luigi Spaccarotella. Quando Gabriele, insieme ad un gruppo di suoi amici, si trovava all’Autogrill di Badia al Pino, in viaggio per seguire la Lazio in trasferta a Milano.

Aveva appena compiuto 26 anni Gabriele. Era troppo giovane per morire. Ogni anno, per la famiglia, gli amici, i tifosi della Lazio e molti altri in Italia e in Europa, la ricorrenza dell’11 novembre diventa una giornata del ricordo. E c’è un passaggio nell’intervista che colpisce, quando inevitabilmente Cristiano finisce per parlare dell’assassino del fratello. Ormai neanche ci penso più di tanto. L’umanità, le corde dell’anima o uno ce le ha o non ce le ha. Il riferimento è al comportamento che Spaccarotella ha mantenuto nei confronti della famiglia di Gabriele in tutti questi anni. Mai una chiamata, un gesto di scuse, una richiesta di perdono. A quanto pare solo una lettera che Spaccarotella ha detto di aver dato al vescovo di Arezzo per recapitarla alla famiglia Sandri, che però, la famiglia di Gabriele non ha mai ricevuto. E poi nel corso degli anni, un’intervista, concessa a L’Espresso nel maggio del 2009 nella quale il poliziotto spiegava la sua versione dei fatti. E le ragioni per le quali, non aveva chiesto né avrebbe voluto, chiedere perdono.


“Non volevo sparare” dirà Spaccarotella “il perdono lo chiede chi commette volontariamente un’azione”. Cinque anni dopo i fatti, nel febbraio del 2012, la Corte di Cassazione stabilirà però che sì, Spaccarotella ha ucciso “volontariamente” Gabriele e lo condannerà definitivamente a nove anni di reclusione. Ma non basterà la condanna a fargli cambiare idea: non arriveranno mai né la richiesta di scuse né tanto meno di perdono. Neanche adesso che, come ha scritto il Tempo qualche giorno fa, ha ottenuto la semilibertà. Proprio come se ad uccidere “Gabbo” non fosse stato un agente della Polizia che “non aveva la volontà di uccidere” ma al contrario un efferato assassino che uccide senza alcun rispetto. Una persona senza umanità. E’ possibile che Luigi Spaccarotella sia tutto questo? Dimostri il contrario. Chieda perdono alla famiglia Sandri.

 

Taranto Amore mio: la collezione di maglie di Niko Molendini

Taranto Amore mio: la collezione di maglie di Niko Molendini

Il Mar Grande le bagna la costa esterna, il Mar Piccolo quella interna: siamo a Taranto, la “Città dei due Mari”. Siamo in una città dalle origini antichissime, fondata dagli Spartani e in seguito divenuta colonia della Magna Grecia. Conosciuta anche come “Terra dei delfini” per un antichissimo insediamento di cetacei proprio di fronte, tra gli isolotti di San Pietro e San Paolo. Il delfino quindi assurge a simbolo della città, un simbolo entrato anche nella rappresentazione e logo del Taranto Calcio. Una storia molto travagliata, quella del Club, negli ultimi decenni. Una storia nata nel Luglio del 1927 dalla fusione dell’U.S. Pro Italia e la Audace Foot Ball Club che diede vita all’Associazione Sportiva Taranto. Un club avvolto dalla passione e dall’amore per questi due colori, il rosso e il blu. Colori che hanno riempito, e continuano a riempire, la vita di Niko Molendini, collezionista di maglie del Taranto.

Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua passione e la sua “impressionante” collezione.

Niko ha quarantacinque anni (suonati dice lui), sposato con Francesca, e lavora nell’ambito dell’abbigliamento. “Ho una vita normalissima” ci dice Niko, “…famiglia, lavoro, pesca e… Taranto. Amo questa città in tutte le sue sfaccettature”. Niko inizia a elencare i luoghi della sua città: un elenco appassionato che parte dalle Colonne Doriche, sino al Castello Aragonese per poi attraversare il Ponte girevole di San Francesco di Paola che unisce la Città Nuova e la Città Vecchia. Un ponte citato anche da D’Annunzio in “Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi”: “Ma sul ferrato Cardine il tuo Ponte gira e del ferro il tuo Canal rintrona”.

“Ricordo il mio quartiere, Italia Montegranaro, e i luoghi della mia infanzia. Indelebili in me sono le partite a pallone per la strada”, prosegue Niko, “quelle partite che non terminavano mai, con il campo disegnato a terra con i gessi. Le porte erano le saracinesche, o due giubbotti o due sassi. Quanti palloni abbiamo recuperato sotto le macchine in sosta, e quante volte ci siamo invece fermati per far passare le auto per poi ricominciare. Divenuto più grande cominciai a giocare nell’Oratorio di San Giovanni Bosco, un oratorio storico”.

La voce si fa più intensa, commossa: “La passione per questi colori mi è stata trasmessa da mio padre Giovanni. Lui negli anni ’50 e ’60 organizzava i pullman per le trasferte. Un clima differente da oggi, un tifo diverso, genuino e comunque spontaneo. In trasferta non si andava certo nei settori ospiti, non esistevano. Non c’erano scorte, non c’era polizia e si andava in mezzo al pubblico di casa e non sempre erano atmosfere tranquille. Ancora oggi nei racconti di qualcuno più anziano sento parlare dei Pullman che organizzava mio padre. Una bella soddisfazione per me, un misto di orgoglio ed emozione. Agli inizi mio padre quasi mi trascinava allo stadio, ero piccolo. Durante la partita mi distraevo e magari giocavo a calcio con dei barattoli o con palle di carta, insomma dovevo prendere a calci qualcosa. Era il mio vizio, la mia malattia. Andavamo sempre nei settori popolari, su quei tavoloni di legno e tubi innocenti che era lo Stadio Salinella, dal 1978 “Stadio Erasmo Iacovone” dopo il mortale incidente dell’attaccante, prima dell’ammodernamento dell’85. Uno stadio dove il rumore dei piedi sui tavoloni produceva un rumore infernale. Dove quando il Taranto segnava si prendeva la “seduta”, che era di legno, e la si sbatteva ripetutamente contro la struttura di ferro del seggiolino invocando il secondo gol. Quando lo Stadio nell’85 fu ristrutturato questi seggiolini vennero buttati via… tranne uno che ho recuperato, e fa parte della mia collezione. Beh, che dire… Niko è davvero “oltre”!

“Io ero attratto da quei ragazzi che cantavano e ballavano sempre, sotto il sole e sotto l’acqua, incessantemente. Ero attratto dai tamburi, i fumogeni, le urla e i canti. Mi mandavano in estasi. Insomma erano gli “Ultras” ed io volevo essere come loro. Volevo essere uno di loro. Cominciai quindi man mano ad allontanarmi da mio padre, finché alla fine andai là in mezzo. Diventai uno di loro. Eravamo ragazzi e i nostri genitori erano preoccupati quando andavamo in trasferta. Ricordo quando andai a vedere il mio primo Derby con il Bari nell’86, al ritorno in stazione trovammo i nostri genitori ad attenderci dopo che erano stati annunciati per radio alcuni scontri tra tifoserie”.

Niko ci racconta di un calcio che non esiste più:Non esisteva materiale ufficiale all’epoca, c’era un negozio in città che si chiamava “Asso di Coppe” che produceva delle maglie con lo sponsor, la “Publiradio”, primo sponsor ufficiale della storia del Taranto e apparso nella stagione 1982/83. Allo stadio s’incontrava qualcuno con la maglia, ma erano quelle che qualche giocatore o qualche magazziniere aveva loro regalato. Intorno i diciotto anni le trasferte diventarono sempre più abituali per me e, con la squadra che regalava qualche gioia, ci venivano lanciate le maglie in curva a fine partita, un grande classico. A quel punto mi venne la fissa per la maglia, una sorta di bottino di guerra per me. Le mettevo allo stadio, le sfoggiavo, mi piaceva. Poi ho cominciato invece a ritenere questo gesto come una sorta di sacrilegio. Allora ho cominciato a conservarle in un armadietto nella mia stanza, piegate, imbustate… amate, accarezzate e coccolate. Iniziava quel meccanismo dal quale non sono più uscito e cioè quello di recuperare le maglie appunto, di collezionare. Le chiedevo a tutti, conoscenti, parenti, amici. Una corsa sfrenata cercando di accaparrare tutto ciò che capitava. Poi, con il tempo, si arriva a un bivio: o abbandoni o decidi di passare al livello successivo. Io decisi di aumentare il livello. Cominciai a cercarle in modo mirato, quasi scientifico. Iniziarono però anche le difficoltà, perché ci si cominciava a scontrare con il meccanismo del lucro e la follia di alcuni personaggi. Aumentò anche lo stress e il pressing che facevo alle persone che sapevo avevano la maglia che stavo cercando. Mi ricordo una volta che stavo in macchina con mia moglie e passammo davanti ad un centro sportivo, dove stavano giocando a calcetto. C’era un ragazzo con una maglia che mi sembrava interessante. Ho parcheggiato lasciando mia moglie in macchina, sono salito di corsa sulle scale, poi di corsa verso gli spogliatoi per arrivare al campo dove ho fermato la partita per parlare con quel ragazzo: mi resi conto che era una normalissima maglia da negozio. Mi hanno preso per pazzo. Poi ho fatto anche qualche altra pazzia, come quando ho trovato la Pouchain del 1981 e l’ho pagata … va beh non lo dico.”

“Prima dell’arrivo di internet si usava il passaparola al bar, per strada e allo stadio. Ma anche annunci su riviste o giornali. Le trattative erano più o meno lunghe ma si trovava anche chi te le regalava, come ad esempio tanti ex calciatori. C’era più cuore, più sentimento. Poi arriviamo nell’era di Internet e lo scenario cambia abbastanza. Il tutto ora si svolge sui “Social” dove ho trovato nuovi contatti per scambi e ho potuto allargare la mia collezione. Con molti collezionisti ho buoni rapporti, ma in generale le trattative sono brevissime c’è poco margine di contrattazione. Esiste ormai un grande business nel cimelio da calcio purtroppo, ho assistito a trattative esagerate anche solo per un pantaloncino. Certo un po’ è anche colpa nostra, di noi collezionisti. Ci sono quelli che vogliono una determinata cosa e, in virtù di una evidente disponibilità economica, alzano i prezzi in materia esagerata. Quello che non cambia, e che probabilmente non cambierà mai, è il susseguirsi di speranza e attesa nella trattativa”.

Ma questa storia, la storia di Niko, dove lo ha portato? Cosa ha in collezione ora?

“La mia collezione parte dal 1946/47 con una maglia che mi è stata donata dalla moglie del difensore Salvatore Tomaselli. E’ la mia prima maglia della collezione per anzianità, e lo dico con orgoglio”. Questa maglia mette i brividi … aggiungiamo noi.

“Belle e rare sono anche le maglie anni ‘60, in particolare ne ho due della stagione 1968/69 appartenute a Giuseppe Malavasi e, quella bianca, a Nando Di Stefano. Spettacolari!! Mi piacciono poi molto le UMBRO anni ’70, in particolare quelle a maniche lunghe”.

“Ho poi in collezione tre maglie di Erasmo Iacovone, il mito”, qui traspare l’emozione. Iacovone da queste parti significa qualcosa di indescrivibile, tutti sanno la sua storia, anche i bambini. La storia di un ragazzo di 26 anni che stava per diventare padre. Calciatore e Bomber di un Taranto che ambiva alla massima serie. Considerato il giocatore più forte che abbia mai vestito la maglia Rossoblu. Una vita spezzata da un incidente d’auto nel Febbraio del 1978.

“Non faccio una grandissima ricerca per le maglie degli ultimi quindici anni” aggiunge Niko, “non perché non mi interessino, ma perché in qualche modo alla fine “escono fuori”. Il difficile, dove bisogna impegnarsi davvero, è il periodo precedente. Quelle in “lanetta” poi sono difficili da recuperare, ma quando ci si riesce mi emoziono, mi vengono i brividi. Se penso quante ne sono andate distrutte per fare gli stracci per le officine c’è da impazzire”. Non è la prima volta che un collezionista ci racconta di questa “pratica” singolare, chiediamo maggiori dettagli: “Nelle officine meccaniche venivano scaricate balle di stracci per pulire arnesi e macchinari dal grasso che si accumulava. Tra questi stracci capitava di tutto, ed era frequente trovarci brandelli di maglie da calcio anche molto datate”. Una sorta di “mattanza” si potrebbe definire con gli occhi del collezionista.

“Lo scorso Settembre” ci racconta ancora Niko, “…insieme ad un altro collezionista, Carlo Esposito, e allo storico Franco Valdevies, abbiamo organizzato la mostra “Io t’Amo” nella splendida cornice del Castello Aragonese, per i 90 anni del Club. La mostra mi ha dato molto, una soddisfazione enorme. E’ il successo più grande, è stato come raggiungere un sogno, il coronamento della passione. Sono giunte tante persone: tifosi, semplici curiosi, giocatori ed ex giocatori e amici collezionisti. Alcuni hanno percorso centinaia di chilometri per poter essere presenti. Da “Pelle d’oca” sono stai i racconti delle persone più anziane che hanno raccontato le loro storie. Così come i bambini che facevano domande. Passato e futuro di questa terra. Emozione ed orgoglio per me e per noi organizzatori. E’ stato il riconoscimento di 30 anni di collezionismo, di sacrifici, di ricerche, di rinunce e di soldi spesi. Nessun rimpianto sia chiaro, ma ho un sogno, che è quello di un Museo permanente dove si possa pagare un biglietto minimo di ingresso e favorire la ricerca di “pezzi” nuovi, per la storia di questo grande club”.

Questo è il sogno di un uomo che accarezza le maglie…”Ho una grande cura per queste maglie, periodicamente gli faccio prendere aria, le piego, le guardo e ogni volta è come se fosse la prima volta. Questa è la mia emozione. Per conoscere la storia di un club, devi conoscere la storia della maglia: e questa è una maglia gloriosa!”. Questa frase ci arriva come una sentenza. Poi un pensiero alla famiglia…”Il calcio è entrato presto, prestissimo, nella mia vita, e mi ha condizionato molto. Quando hai il calcio come passione occupi molto tempo per seguirlo, spendi denaro e togli tempo alla famiglia. Ringrazio mia moglie Francesca per avermi sopportato e supportato in tutti questi anni nella mia passione”.

Salutiamo e ringraziamo per questo splendido viaggio che ci è stato concesso di poter fare: “Grazie Niko, abbiamo terminato, puoi toglierti la maglia del Taranto ora…” … la risposta non poteva che essere questa ”Ma ce’ si’ stuedeke? Non esist proprio” 🙂

 

“FUCK ISIS”: Chapeau al gesto (nobile) degli Irriducibili a Nizza

“FUCK ISIS”: Chapeau al gesto (nobile) degli Irriducibili a Nizza

La maglietta è tutta nera con una scritta bianca. Eloquente, visibile: “FUCK ISIS”. Il nero questa volta non ha niente a che fare con le simpatie politiche. Ma è piuttosto il colore scelto dall’organizzazione terroristica che dal 2014 semina morte e terrore tra il Medio Oriente e l’Europa. L’ISIS appunto (lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria) che ha colpito anche qui in Francia, e non una volta soltanto. E’ arrivato anche a Nizza il 14 luglio del 2016, quando un uomo alla guida di un camion ha volutamente investito i passanti uccidendo 86 persone e ferendone oltre 300. Anche in quell’occasione l’ISIS rivendicò l’attentato. A un anno e mezzo di distanza, il mondo non ha dimenticato il sangue versato sulla Promenade des Anglais. E non hanno dimenticato neanche loro, gli Irriducibili della Lazio,  gruppo portante della tifoseria laziale, che in occasione della partita contro il Nizza hanno voluto ricordare l’episodio rendendo omaggio alle vittime, ponendo una corona di fiori nel luogo dell’attentato.

E lo hanno fatto alla maniera loro, presentandosi allo stadio vestiti di una maglietta nera con una scritta bianca riconoscibile anche a distanza. “Fuck ISIS” il messaggio che i tifosi laziali hanno voluto recapitare non solo ai tifosi del Nizza ma a tutta la città ancora scossa dai morti di quel maledetto 14 luglio. Un gesto nobile, l’ennesimo si potrebbe aggiungere, in 30 anni di storia (che hanno festeggiato proprio lo scorso 18 di ottobre), nella quale, gli Irriducibili, sono finiti tante volte (troppe forse) sulle pagine della stampa per essere criticati per i loro comportamenti, come ha fatto l’inglese The Sun, e poche invece per essere applauditi come invece andava fatto in questo caso.  Fino ad oggi, in Europa, poche tifoserie hanno avuto il coraggio di schierarsi così apertamente contro un terrorismo che sembra avere come unico nemico da combattere la civiltà occidentale in generale. Prima dei laziali anche i tifosi del Wisla Cracovia indossarono una maglietta con lo stesso messaggio. E il gesto nobile degli Irriducibili della Lazio per questo deve essere ricordato: come una battaglia di coraggio e di civiltà. A dimostrazione che il tifo organizzato sa essere molto di più di quello che viene raccontato (male) sulle pagine della stampa. Irriducibili Lazio, semplicemente: chapeau.

Omicidio De Falchi: è stata fatta giustizia?

Omicidio De Falchi: è stata fatta giustizia?

Milan-Roma non è mai una partita come le altre. Una sfida dal sapore antico, match memorabili alla Scala del Calcio. Ma Milan-Roma è anche una partita triste per il popolo giallorosso e l’Italia tutta. Un ricordo stretto al cuore che ci riporta alle soglie degli anni 90. Il 4 giugno del 1989, Antonio De Falchi, tifoso giallorosso, moriva. Vittima di un agguato dei tifosi milanisti a San Siro. La storia è nota: un’aggressione brutale, senza possibilità di scampo. Antonio perde la vita alle 11,45 circondato da trenta teppisti che lo hanno pestato. Il referto medico stabilisce la morte per arresto cardiaco. É morto di botte e di paura.

L’esito dell’inchiesta condanna solo un indagato.

13 luglio 1989 il tribunale di Milano stabilisce il verdetto. Luca Bonalda, condannato a 7 anni di reclusione. Il Pm ne chiede otto. L’imputato, ora colpevole, paga una cauzione di 50 milioni. La Corte d’Assise concede il beneficio della remissione in libertà. Solo poche ore di carcere. Torna a casa. Libertà vigilata. Assolti per insufficienza di prove gli altri imputati, Antonio Lamiranda e Daniele Formaggia. Nessun testimone li aveva notati o riconosciuti.

La sentenza solleva polemiche: la mamma di Antonio De Falchi, la signora Esperia, che ha già perso il marito, concede solo poche parole. “Questa è la giustizia? E’ uno schifo. A me questa sentenza non sta bene. Loro dovevano pagare, anche se nessuno mi può riportare il povero Antonio”. Poi si chiude nel silenzio.

Come sta, oggi, la famiglia De Falchi? Cosa ha fatto lo Stato per loro? Come è ricordato oggi Antonio? Tante domande e poche risposte.

Una famiglia numerosa, quella di Antonio, composta da otto fratelli. Maria, Luisa, Alvaro e Massimo vivevano già per conto loro al momento della tragedia. Maurizio, Marco e la sorella Anna hanno vissuto il dolore insieme alla madre nella casa di Via Torre Maura.

I funerali, a spese della Roma, sono stati celebrati il 7 giugno del 1989, nella Chiesa di San Giovanni Leonardi. Di quel giorno, un’istantanea. Dino Viola, il presidente della Roma, accanto alla signora De Falchi. Un giovanissimo Peruzzi e Sebino Nela si avvicinano commossi. Nessun risarcimento alla famiglia da parte dello Stato. La giustizia ha compiuto il suo corso. E non sono previsti rimborsi, da quella sentenza.

Il tempo passa. Il ricordo di Antonio De Falchi è tenuto vivo soprattutto dalla “sua” Sud. Più dalla curva, che dalle istituzioni. Roma, intesa come città, gli dedica un Parco, un’area verde, su viale di Torre Maura. Si dimenticano, però, di inaugurarlo. E  anche di metterci una targa. Il parco è rintracciabile su qualsiasi stradario e anche sulle mappe digitali. Quando si arriva sul posto, però, non c’è né una dicitura, né un segnale.  Un area verde anonima. Un destino amarissimo.

E l’Olimpico? La sua Sud? Neanche lì, è stato possibile mettere una targa. Sino a qualche anno fa, Antonio De Falchi però è stato una bandiera. Nel senso pieno del termine. Il suo viso volava in Curva.

Non basta, ovviamente, a mamma Esperia, ormai avanti con gli anni. Anche se, sabato 29 giugno 2013, su un campo della Tiburtina, accade un qualcosa di molto importante…

Torneo di calcio a 5 in memoria di Antonio. In tanti si stringono intorno alla signora, la mamma di tutti, quel giorno. E le consegnano “quella” bandiera.Mamma Esperia, Antonio è sempre qui”. Un sorriso riesce a fare capolino fra le rughe e un viso provato dal dolore. 400 ragazzi, 25 squadre. Inutile allora come oggi, provare a intervistarla. Piange. Si commuove. Come fa da 26 anni.  In un composto silenzio. Non  alza la voce. Non chiede giustizia. Non va a caccia dei riflettori. Non scrive libri. Non fonda associazioni. Gli basta un ricordo e l’affetto della gente che amava Antonio. Quel giorno le viene consegnata una targa: “Ieri, oggi, domani, eternamente nel cuore della tua gente. Alla famiglia di Antonio. Gli ultras della Roma“. Ha pianto, Mamma Esperia. Ha ringraziato. E poi è tornata a casa. Dove sicuramente ha pianto. Come al solito. In silenzio. Stringendo con amore, un drappo, un anelito. Stringendo Antonio. C’è Milan-Roma. Non dimenticatelo.

Milan – Roma: nessuno dimentichi Antonio De Falchi

Milan – Roma: nessuno dimentichi Antonio De Falchi

C’è una scritta non distante da casa mia. La vedo spesso quando il semaforo mi impone l’alt, o quando percorro quella strada a velocità sostenuta. Sta su un muretto basso, che fa da parapetto al capolinea degli autobus in Viale di Torre Maura, nella periferia sud-est di Roma.“4-6-1989: Antonio De Falchi vive”. È messa là, non per caso. Antonio è cresciuto in quelle strade, ha respirato l’odore della periferia impregnandosi con i colori giallorossi. Da queste parti essere della Roma è quasi obbligatorio. Bastava passarci qualche anno fa, quando il calcio era ancora in perfetta armonia con il popolo. Bandiere giallorosse ovunque e quel pizzico di ruvidezza tipica del romano scalcinato e ironicamente malinconico.

Ho pensato a lui le prime volte che mi sono avvicinato alle entrate del Meazza, percorrendo a piedi quel pezzo di asfalto che divide Piazzale Lotto dalla Scala del Calcio. Ho rivisto le sue foto, gli striscioni a lui dedicati, i cori. Roma. Milano. Una rivalità che andava ben oltre il calcio. Un modus vivendi differente, di due popoli, due entità e due città agli antipodi. Stereotipate, certo. Ma con tante verità di fondo. Dall’una e dall’altra parte. Antonio De Falchi è morto in maniera meschina. Infame. Senza una logica, senza un perché e senza una giustificazione. E a noi non interessa  star qui a fare retorica o, peggio ancora, morale. Perché forse non ne abbiamo neanche il diritto. E perché della morale ce ne sbattiamo, quando sanno tutti come andarono le cose nei mesi, negli anni, seguenti a quella maledetta domenica. Il processo farsa, la libertà comprata a suon di milioni, i colpevoli subito a piede libero. Un’altra umiliazione per la famiglia De Falchi.

Chi ha il diritto di dire a qualcun altro cosa è moralmente giusto e cosa non lo è? La signora Esperia, la mamma di Antonio, ha smesso da tempo di chiederselo. Lei, la sua famiglia, forse lo rivedono partire allegro per la trasferta, al seguito della Roma. Non sapendo che sarebbe stata l’ultima. Non sapevano che carissimi gli sarebbero costati quei pochi passi compiuti da Piazzale Axum, dove il tram per lo stadio faceva capolinea, al cancello numero 16, quello riservato ai tifosi ospiti. Una domanda: “Che ore sono?”, il suo accento inconfondibile, e la carica di oltre trenta persone nascoste dietro un muretto improvvisato per i lavori di ristrutturazione in vista dei mondiali 1990. Trenta contro tre. Se non c’è giustizia nel cadere inermi a diciotto anni, c’è ancora più viltà nel farlo così. Per mano di chi voleva dimostrarsi uomo a tutti gli effetti. Duro e puro. Mostrando al mondo, invece, l’esatto opposto. Morire in un giorno di festa. Morire in piena gioventù.

Le lacrime che scendono a mamma Esperia sono le stesse da ventotto anni. Asciugate dai ragazzi e dalle ragazze che tengono vivo il ricordo di Antonio, che ne onorano la memoria e che lo hanno reso un’icona del romanismo. Anche oggi che la Curva Sud è in difficoltà, divisa e spaccata in due. Con il cuore che pulsa ancora sangue, ma fa una fatica terribile.

In ogni coro, in ogni partita, in ogni trasferta gli ultras hanno deciso che Antonio De Falchi ci deve essere. E il suo ricordo si è tramandato. Silente ma forte. Di generazione in generazione. Sì, lo hanno deciso gli ultras. Perché lontani sono i tempi di Dino Viola. Presente ai funerali nella chiesa di San Giovanni Leonardi, a Torre Maura. Il Presidente si fece carico della funzione, cercando di stare vicino a un cuore di mamma straziato dal dolore. Dopo di lui nessuno si ricordò più di Antonio. Mai una parola, mai un mazzo di fiori, mai un messaggio.

E allora giusto che a tutti questi anni di distanza viva solo nel ricordo di chi è stato ed è come lui. Di chi ogni volta che la Roma gioca a Milano gli dedica un pensiero, passando davanti al punto dove i suoi occhi si chiusero per sempre. Perché neanche la batosta sportiva più atroce subita in terra meneghina potrà essere paragonata alla morte di un ragazzo da poco maggiorenne. Oggi avrebbe quarantasette anni. E probabilmente indosserebbe ancora la sciarpa giallorossa per sostenere la sua città, la sua squadra e il suo popolo. Che mai lo dimenticherà.

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