Il cuore dei tifosi è più grande della malattia: Amici di Genny è ora realtà

Il cuore dei tifosi è più grande della malattia: Amici di Genny è ora realtà

“Domenica siamo a Frosinone-Spezia, vorremmo ci fossi anche tu”. È un messaggio secco e conciso, quanto pieno di quella gioia di vivere e di quella speranza che da subito ho carpito nella mente e nell’anima di chi me lo ha mandato. Avevo lasciato il piccolo Gennaro qualche mese fa, con il papà Giuseppe e la mamma Mariarosaria intenti a portare avanti la battaglia per la ricerca contro la CDG – grave patologia congenita dalla quale è affetto – in tutti i campi di calcio d’Italia, oltre che a dar vita giuridicamente a una vera e propria associazione. Una storia partita da Pagani, città natale dei protagonisti, e continuata prima oltre i confini cittadini e poi oltre quelli regionali. Cosa che è di fatto riuscita: Amici di Genny è ora un’entità riconosciuta, in grado di raccogliere fondi e promuovere la lotta contro questa rarissima malattia che attualmente colpisce ventitré persone in tutto il nostro Paese.

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Ci sono momenti e situazioni in cui anche il più importante degli impegni può esser messo in secondo piano. È molto più che una semplice esigenza di dar continuità a un lavoro cominciato mesi prima, è un dovere verso sé stessi e un obbligo morale. Ci sono volte in cui ci si ricorda perché si è deciso di impugnare la penna vita natural durante e dar sfogo alle proprie idee, ai propri pensieri e alle proprie riflessioni attraverso la scrittura. Succede sempre più di rado, soprattutto se ci si perde troppo spesso in elucubrazioni e riflessioni sul calcio e sul tifo, folli vortici che spesso portano a perdere la nitidezza verso tutto ciò che li circonda. Ma folli vortici in grado anche di dar vita a qualcosa di bello ed importante. Sta di fatto che quando succede si ha la sensazione – seppur fuggente – di poter fare da tramite e di poter essere utili alla causa. Anche fosse solo un sorriso strappato a chi tutti i giorni lotta con una caparbietà rara da trovare nell’appiattimento generale di una società che ci somministra quotidianamente morfina virtuale per azzerare il nostro lato intellettivo più nobile.

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Amici di Genny non è solo un’associazione, non è solo un’idea di due genitori coraggiosi. D’acciaio. Indissolubili e perseveranti. Ma un messaggio chiaro a tutti quelli che vivono situazioni simili o analoghe: “Non mollate, i vostri cari sono quanto di più bello la vita vi abbia donato. Difendeteli con le unghie e con i denti dal primo all’ultimo istante”. Concetti che – perdonatemi il voler accostare “sacro e profano” – si sposano alla perfezione con molti dei ragazzi che ogni domenica affollano le curve degli stadi italiani. C’è ben altro nel mondo dei tifosi rispetto alle etichette che troppo frettolosamente gli vengono appiccicate da personaggi che spesso non ne conoscono nulla. E persino nel calcio dei milioni, dei bilanci da tenere d’occhio, dei divieti continui e del grigiore imperante riesce ancora ad esserci spazio per una bella fetta di umanità. Di civiltà, sarebbe meglio dire.

Di 25 aprile c’è chi affolla i parchi e chi bivacca sulle innumerevoli spiagge dei litorali italiani. Forse apparirà strana la scelta di inoltrarsi nell’entroterra laziale per osservare da vicino l’ennesima piccola vittoria di queste persone. Strana per chi riserba poca fiducia nel lato buono del genere umano. Strana per chi ancora non ha capito quanto lo sport, il tifo e l’aggregazione giovanile siano di basilare importanza per un Paese che spesso si mette in evidenza per l’egoismo e l’indifferenza dei suoi figli. Lungi da me inerpicarmi in concetti ecumenici ed eucaristici, ma di certo lo scendere troppo spesso in un materialismo esacerbante rischia di distruggere le generazioni che verranno. Rischia di infrangere i loro sogni ma soprattutto di spezzare un filo che in Italia sostiene un aspetto ancora sentito e difeso a spada tratta: la solidarietà.

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Genny, Mariarosaria e Giuseppe entrano in campo, prima della partita, come gli è successo spesso negli ultimi mesi. Il manto verde del Matusa espelle tutto il suo odore di erba selvaggia a causa del forte sole primaverile che lo cinge d’assedio ormai da qualche ora, mentre alcuni raggi battono sul campanile della città vecchia tornando in campo ed irradiando la discesa dei veri gladiatori di questa giornata. Come sempre – da quando questo tour è iniziato – è la curva il primo pulpito ad alzarsi in piedi per applaudire, sostenere e cantare. Ma non ci sono giocatori in campo o reti da festeggiare. C’è questa “piccola” famiglia che è riuscita a scalare una montagna finora. Anche se non basta. Non deve bastare. Vogliono risalire l’Appennino e scalare le Alpi. E forse ci riusciranno. E se oggi a rendere ferrea e sentita questa iniziativa c’è la storica amicizia tra le curve di Frosinone e Paganese, nessuno dimentichi quanto anche tifoserie storicamente rivali di quella azzurrostellata abbiano dato il loro grande e massiccio contributo. Basti pensare a Nocera, sicuramente la più acerrima delle “nemiche” di Pagani. Il cammino di Genny non ha colore o campanile, il suo cammino passa per la stessa solidarietà che sotterranea unisce spesso il mondo delle curve in silenzi e dolori, condivisi da tifoserie sperate da chilometri e rivalità.

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Si è fermata la musica irrorata dalle casse dello stadio e la scena è tutta per loro. “Alziamoci in piedi, di solito lo facciamo per cose meno importanti”, esorta lo speaker. È un tripudio di applausi il regalo più bello per Genny, che proprio oggi festeggia due anni. Coccolato e osannato da tutti. Alla faccia di chi ragiona ancora dietro a stupidi pregiudizi. Quale modo migliore per sconfiggerli? Perché per abbattere un mostro come la CDG o altre malattie rare c’è bisogno di un cammino parallelo che fagociti realmente un retaggio culturale troppo spesso ancora presente. Non esistono bambini “normali” e bambini “diversi”. Debbono esistere i bambini. E a tutti deve essere permessa un’esistenza dignitosa. Il resto – è ovvio – devono e possono farlo la medicina e la ricerca.

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Soddimo, Ciofani e Dionisi tengono in braccio Genny, poco prima di riscendere negli spogliatoi per affrontare lo Spezia, avversario di turno. Lo batteranno e dopo il triplice fischio lasceranno ancora una volta spazio al protagonista di giornata, acclamato per l’ultima volta dal Matusa.

E non finisce certo qui. Amici di Genny è ora una realtà assodata e domenica farà ritorno proprio laddove tutto è iniziato: a Pagani, per la sfida contro il Lecce. Ci sarà una vera e propria “Festa dei bambini” allo stadio Torre, mentre il giorno seguente sarà il turno dell’Arechi di Salerno, dove i granata ospiteranno proprio il Frosinone. Un altro palcoscenico importante, in cui l’associazione vuol tornare. Ma da protagonista. “Abbiamo intenzione di organizzare una vera e propria partita del cuore – svela Giuseppe –  tra una selezione di ultras italiani e la Nazionale Cantanti. Sarebbe bellissimo e sicuramente avremmo una partecipazione importante”.

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E di questo non ne abbiamo dubbi. Ormai il “Dado è tratto”, come disse Giulio Cesare attraversando il Rubicone. Ci piace pensare che sia proprio il piccolo Genny a vestire i panni di uno dei personaggi più importanti e influenti per la storia dell’umanità.

Per conoscere e aiutare l’associazione

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Storia di un biglietto: Venezia-Padova, l’eterna sfida tra “contadini” e “gondolieri”

Storia di un biglietto: Venezia-Padova, l’eterna sfida tra “contadini” e “gondolieri”

È una serata di fine novembre. Il vento soffia gelido in Piazzale Roma. Venezia è il solito crocevia di turisti che caoticamente si riversano lungo le sue calli e nella sempiterna Piazza San Marco. Venezia è un luogo magico che sistematicamente viene svestito in maniera maldestra da quello che oggi chiamano “consumismo sfrenato”: l’esagerazione nel fare le foto, l’ossessione di alcuni gitanti nel gettare cibo in terra per i piccioni e – diciamocela tutta – l’atavica ignoranza di quelli che non hanno ben capito quanto cotanto gioiello e patrimonio della cultura mondiale sia pur sempre una città. Con i suoi abitanti e i suoi sentimenti. Poco inclini a esser trattati come un bel souvenir da guardare per poi mandare al macero pochi istanti prima di salire sul treno che riporta verso casa.

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Si potrebbe parlare di Venezia, della sua bellezza e della sua unicità per giorni interi. Ma si farebbe un torto a quello che abitualmente non si vede. E che puntualmente si può assaporare concedendosi una camminata fuori dal normale: da Piazzale Roma allo stadio Pierluigi Penzo. Senza battello ma armati di pazienza e buone scarpe. Poco meno di quattro chilometri tra ponti, canali e la luce della luna che in questa fredda serata novembrina si infrange nell’acqua della Laguna. I nomi delle calli scritti rigorosamente in dialetto e la ferrea divisione in Sestieri (le sei zone in cui è ripartita Venezia) che campeggia un po’ ovunque: Cannaregio, Castello, Dorsoduro, Santa Croce, San Marco, San Polo. Anche e soprattutto nelle gondole, dove il ferro di prua è caratterizzato da sei denti che rappresentano le zone di cui sopra, oltre alla Giudecca (il dente rivolto all’indietro), il cappello del Doge, il Ponte di Rialto e il Canal Grande. “Cosa significa Fondaco?” chiedo ingenuamente a un autoctono leggendo una targa. Il fondaco, nel Medioevo, altro non era che un magazzino, spesso utilizzato anche come alloggio dai mercanti stranieri. Basti pensare al Fondaco dei Turchi o a quello dei Tedeschi. Insomma, quando si guarda anche il più piccolo aspetto della città di Venezia bisogna prima conoscerne un minimo di storia per decifrarne appieno il significato.

E questo accenno di storia abbraccia perfettamente quasi ogni incontro sportivo tra le province venete. C’è il derby col Padova. Dopo sette anni. C’è di nuovo un Venezia pronto ad ammaliare il proprio pubblico e dare battaglia per conquistare la Serie B, mentre dall’altra parte della barricata il sodalizio biancoscudato si è fatto largo lentamente tra le big di questo torneo e ora impensierisce un po’ tutti. Una mina vagante impazzita. Con una tifoseria entusiasta che non è riuscita a polverizzare tutti i biglietti del settore ospiti solo a causa dell’infelice orario in cui si disputerà questa sfida: lunedì alle 20.45. Un vero colpo basso per chi il giorno dopo deve lavorare e contestualmente fare i conti con gli spostamenti tutt’altro che agevoli tra la terraferma e lo stadio.

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Eppure il grosso dei supporter padovani c’è ed ha scelto il treno per raggiungere il capoluogo. Meno di trenta minuti a bordo di un regionale per regalare una sfida calda e sentita a intere generazioni che, un po’ per un fattore meramente sportivo e un po’ per l’introduzione della tessera del tifoso, non avevano mai respirato l’aria di questa partita. Il Veneto è una delle tante regioni italiane che si porta dietro un antico retaggio di rivalità legate alla storia delle sue città. Aneddoti che permeano nei secoli e vanno spesso a intersecarsi con sgarbi e dispetti perpetrati da una città all’altra. Così Venezia-Padova non si limita a essere il derby tra i “caga in acqua” o “magna alghe” veneziani e i “campagnoli” o “luamari” (letamai) patavini ma l’incontro tra due entità che hanno sempre affermato la propria estraneità l’una dall’altra. Beninteso che le “storiche” esultanze di Roberto Muzzi (che andando in gol con la maglia del Padova in un derby imitò un gondoliere) e Scantamburlo (il quale segnando con la maglia arancioneroverde irrise gli avversari mimando una gallina) restano pagine “epiche” nella cronologia guascona del match. Una bella testimonianza su cosa sia la rivalità tra le due città ce la offre lo scrittore vicentino Ferreto dei Ferreti, attivo principalmente all’inizio del 1300; nella sua Historiae rerum in Italia gestarum vengono infatti descritte diverse ostilità consumatesi per la difesa del territorio e l’approvvigionamento di quello altrui.

Così, come spesso succede, il calcio funge da vera e propria trasposizione storica ai giorni d’oggi. Per buona pace dei benpensanti di turno, determinate dispute sono ancora vive nell’anima degli italiani e sebbene oggi non si combattano più a cavallo o armati di fucile (fortunatamente) godono ancora di una loro malcelata celebrazione durante gli eventi sportivi, le feste patronali e le tante gare contradaiole che si svolgono ancora a pieno regime in tante parti della Penisola.

Via Garibaldi (l’unica a portare il prefisso di “Via” in tutta Venezia) pullula di ragazzi e ragazze intenti ad affollare le “cicchetterie” mentre annodano più stretta la sciarpa arancioneroverde al collo, per coprirsi dal freddo che si fa sempre più incombente. C’è una Venezia vera e genuina da queste parti. Fatta quasi esclusivamente di veneziani. Il sestiere Castello è forse una mosca bianca, dove tutti ancora si conoscono e si aiutano quasi fossimo in un paesino a parte. E dove la vicinanza dell’Arsenale fa tornare indietro nei secoli, immaginando le possenti navi qui fabbricate con cui la Serenissima era solita contrastare vere e proprie potenze come gli Ottomani. Una Venezia che si fa romanticamente spettrale inoltrandosi oltre il Parco della Biennale e passeggiando tra le distese di panni sospesi in aria tra un palazzo e l’altro. Un piccolo anfratto di Sud che rimanda ad altre città di mare della nostra Italia. C’è un po’ di Napoli e un po’ di Genova.

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Dietro un angolo sbuca finalmente lo stadio, sull’isola di Sant’Elena. I tifosi del Padova stanno sbarcando e lanciano all’indirizzo dei “cugini” diverse invettive. Tutto come da copione: il derby è ufficialmente iniziato. Le motonavi della polizia e dei carabinieri fanno la spola esattamente di fronte all’ingresso principale dello stadio, mentre una cospicua fila si è ormai assembrata di fronte agli ingressi. Il Penzo (che deve il suo nome a un aviatore veneziano morto ad inizio secolo durante un’operazione di salvataggio) trasuda storia da ogni sua porticina e da ogni sua gradinata, sebbene negli anni abbia subito numerosi interventi e rifacimento e soltanto la tribuna coperta sia rimasta quella originaria. Resta, ad oggi, uno degli stadi più vecchi ancora “in attività”. Dal 1913 – se si fa eccezione per il momentaneo trasferimento al Baracca di Mestre per lavori di ristrutturazione tra il 1987 e il 1991 – il calcio lagunare ha conosciuto qua tutti i suoi successi (tra cui spicca la Coppa Italia del 1941 vinta contro la Roma) e tutte le sue disgrazie. Il terribile tornado del 1970 ha provato a spazzarlo via e sebbene da decenni si parli di uno stadio da costruire sulla terraferma (negli ultimi anni la zona individuata era quella di Tessera, dove sorge anche l’aeroporto) il Penzo resta a tutti gli effetti la casa dei pallonari veneziani.

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Rimangono indelebili negli occhi degli sportivi locali, oltre alle tribune avvicinate al campo grazie all’eliminazione della pista d’atletica, le curve ampliate in occasione degli ultimi campionati di Serie A disputati (a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila) con Zamparini presidente (nonché fautore dell’unione tra il vecchio FC Venezia e il Mestre Calcio nel 1987, da cui il colore arancioneroverde). Settori popolari in grado di contenere circa 5.000 tifosi che al saltellio degli stessi erano soliti “tremare”, lasciando forse intendere criteri di sicurezza tutt’altro che eccellenti (bisogna sempre pensare, inoltre, ai forti agenti atmosferici di una zona così particolare).

Dalla città dei “gran dotori” sono arrivati in buon numero e per un forestiero è sempre enigmatico assistere alle schermaglie in dialetto. Soprattutto se il dialetto è quello veneto: distante tanti chilometri dal mio, incomprensibile a tratti, armonioso per certi versi e divertente in alcune sue particolari locuzioni. Peraltro Padova è una degna rivale – anche in fatto di storia, cultura e bellezza – di Venezia. I biancoscudati portano con sé la nobiltà del Prato della Valle, di Piazza dei Signori e di Piazza delle Erbe. La solennità e l’autorevolezza della Basilica di Sant’Antonio e del Palazzo della Ragione. “Venezia la bella, Padova sua sorella” dice un proverbio popolare.

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È battaglia in campo. Non si risparmiano i colpi. Il più quotato Venezia va in vantaggio cono uno sfortunato autogol di De Risio ma Dettori, Russo e Neto Pereira ribaltano il risultato regalando un’incommensurabile gioia ai propri tifosi. Se sul rettangolo verde i colpi bassi, i cartellini rossi e le proteste non si placano, sugli spalti la contesa è ancora più bella, effervescente e colorata. Condita dalle coreografie, dai cori, dalle torce e dai fumogeni. Manco a dirlo tutto questo folklore sarebbe in parte vietato dai burocrati che gestiscono il pallone in Italia. Manco a dirlo è la parte più bella e destinata a rimanere impressa negli occhi, nel cuore e nella mente degli oltre settemila che in questa sera hanno gremito i vetusti spalti del Penzo. Così come eterni rimangono gli sfottò e gli striscioni di scherno. Perché se derby dev’essere tutto questo non può mancare. Si è visto in questa serata, quando a distanza di anni si è rigiocato un Venezia-Padova a tutti gli effetti. Senza divieti e senza porte chiuse. Sembra incredibile, ma in un calcio che va eticamente al contrario di una società volta a favorire gli spostamenti e le interazioni, questa è già una grande vittoria.

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Sons of Ben, i tifosi del Philadelphia nati prima della loro squadra

Sons of Ben, i tifosi del Philadelphia nati prima della loro squadra

I figli di Benjamn Franklin. Così si fanno chiamare i membri della tifoseria organizzata del Philadelphia Union, gruppo fondato nel gennaio 2007 che in questi giorni festeggia la prima decade di attività. I Sons of Ben anno una particolarità: sono nati due anni prima che la loro squadra facesse il suo debutto ufficiale.

È un caso strano, possibile solo in un paese in cui il pallone non è mai andato di moda e in cui molte città sono abituate a non vedersi rappresentate nel calcio che conta. «Se non fosse stato per i Sons of Ben, il Philadelphia Union non esisterebbe». A dirlo è Tim Sosar, vice-presidente del gruppo ispirato a uno dei padri della patria statunitense, che mi racconta la loro storia: «Siamo nati nel 2007 con lo scopo di dimostrare alla MLS che nell’area metropolitana di Philadelphia c’era voglia di calcio, ma soprattutto il desiderio di una squadra che ci rappresentasse».

Detto fatto: gli iscritti ai Sons of Ben sono divenuti migliaia, facendo drizzare le antenne dei vertici della MLS e degli investitori. Certo, chiedere che venga fondato un club è un qualcosa a cui in Europa non siamo molto abituati. Quando qualcuno ha avvertito la necessità di creare (o ri-creare) una squadra di calcio, si è dato da fare per farlo con le proprie mani. Numerose squadre fondate e gestite dai tifosi, United of Manchester e AFC Wimbledon per citare le più famose, rappresentano ormai un modello per qualsiasi gruppo che lamentasse la mancanza di un club di calcio.

Ma nella terra del dollaro si ragiona diversamente e il primo passo è stato quello di dimostrare che c’era un nutrito gruppo di persone pronte a giurare fedeltà a un nuovo club. Insomma, far vedere che c’era la domanda e mancava totalmente l’offerta, servendo su un piatto d’argento un’importante occasione di business a chi fosse stato pronto ad investirci. E così è stato.

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A partire dal nome del gruppo dei suoi proto-tifosi, il Philadelphia Union si è caratterizzato per un’identità che travalica i confini della città in cui furono redatte la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione americana. «Come i Philadelphia 76ers – spiega Tim – l’Union ha puntato molto sulla storia della città e sul suo ruolo nel processo di formazione degli Stati Uniti».

Il nome del club, scelto dai tifosi con una votazione, è un esplicito richiamo all’unione delle Tredici Colonie, così come i colori sono quelli dell’Esercito Continentale, che si oppose a quello inglese durante la Rivoluzione americana.

Oltre a tredici stelle, nello stemma appare un serpente. È un riferimento a una delle più celebri caricature politiche di Benjamin Franklin, uscita con un suo editoriale sulla Pennsylvania Gazette nel 1754. Franklin esortava le colonie ad un maggiore spirito di unione: nella caricatura la scritta «JOIN, or DIE» era accompagnata da un serpente morto tagliato in tredici pezzi. La stessa frase è stata poi resa il motto ufficiale del Philadelphia Union: «Jungite aut Perite».

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I Sons of Ben occupano un settore dello stadio interamente dedicato a loro, chiamato The River End. Oltre ad aver scelto il nome, hanno contribuito a progettarlo, esortando la dirigenza ad allestire una standing area e postazioni apposite per chi lancia i cori, dove è permesso accendere fumogeni senza incorrere in sanzioni. Chiedo a Tim se la crescita della MLS sta andando di pari passo con l’allontanamento dei tifosi che praticano uno stile ultras di derivazione europea, ad esempio facendo uso di materiale pirotecnico e usando un linguaggio offensivo nei cori: «Ci sono regole come il divieto di usare torce che apparentemente dovrebbero scoraggiare gli “ultras”, il cui comportamento a volte può creare problemi. Ma credo anche che le autorità capiscano che c’è spazio per un po’ di questi comportamenti e provino a cercare dei compromessi. Ad esempio il club ha collaborato con noi e i vigili del fuoco per farci ottenere il permesso di usare fumogeni. Penso che la maggioranza dei tifosi rispettino le regole del club finché le regole stesse e la filosofia che vi è dietro sono trasparenti. Inoltre, rispetto a ciò che ho visto in altri paesi, credo che i tifosi americani siano un po’ più rispettosi verso i giocatori e i tifosi avversari».

 Mi dice Tim che il calcio non è nemmeno vicino a superare il football americano in quanto a interesse, ma arriverà il giorno in cui sarà uno degli sport più seguiti negli Stati Uniti. Come sport praticato, invece, la storia è diversa: molti genitori iniziano a preferire che i figli giochino a soccer piuttosto che a football, a causa della crescente preoccupazione riguardo le commozioni cerebrali provocate da quest’ultimo. «Quando ero bambino nella mia zona non c’era interesse verso il calcio – continua Tim – ma ora sì e non accenna a diminuire. Questo è un segno innegabile che i due sport sono quantomeno destinati a coesistere».

Ma le differenze tra America ed Europa sono ancora grandi, dettate anche da fattori culturali: «Credo che i nordamericani non abbiano ancora compreso quanto il calcio sia una scelta di vita per gli europei, siano essi tifosi o giovani calciatori. Qui in America incoraggiamo i bambini a diversificare gli interessi, di conseguenza il coinvolgimento viene spartito in più attività. Questo potrebbe cambiare con le nuove generazioni che cresceranno con un club di MLS in città e una nazionale femminile di livello mondiale, ma siamo ancora agli inizi. Non è necessariamente una cosa negativa, è solo una fase che il calcio dovrà attraversare crescendo».

 

Olimpico: sequestrare sciarpe per educare tifosi

Olimpico: sequestrare sciarpe per educare tifosi

Se il buongiorno si vede dal mattino il “percorso” auspicato martedì dal Ministro dell’Interno Marco Minniti e demandato al capo della Polizia Franco Gabrielli, teso a rimuovere le tante vituperate barriere dello stadio Olimpico, non è iniziato esattamente con il piede giusto. È bastata una serata di inizio febbraio, in uno scarno scenario popolato da poco più di ventimila spettatori (malgrado l’elevata posta i palio e la tradizionale importanza che abbraccia ogni Roma-Fiorentina che si rispetti) per far tornare nella mente dei tifosi romanisti i fantasmi che da ormai due anni rappresentano il vero e proprio deterrente, in grado di tenere lontano dagli spalti non solo il tifo organizzato ma anche molti “semplici” tifosi, stanchi di dover sottostare a regole e balzelli più adatti a un check-in aeroportuale che a uno stadio di calcio dove, a rigor di logica, dovrebbe prevalere l’aspetto ludico e dove certamente non si dovrebbero tenere lezioni di Galateo e linguaggio educato.

In diversi settori dell’impianto di Viale dei Gladiatori martedì scorso alcuni tifosi hanno visto sequestrate le proprie sciarpe recanti scritte e sfottò contro le squadre storicamente rivali. Dal “Lazio m…” allo “Juve ti odio”. Motivo? La discriminazione territoriale. Ovviamente. La stessa che negli anni passati ha prodotto la squalifica per alcuni singoli settori e lo sdegno a comando di buona parte della stampa. A parte l’ironia nel constatare come non possa chiaramente sussistere la stessa quando viene chiamata in causa l’altra squadra della città, e la logica riflessione su quanto possa esser ottuso prendere sul serio, tanto da vietare, simili oggetti, ci si chiede come mai cotanta solerzia e voglia di educare venga riservata quasi sempre ai tifosi di calcio? È chiaro che paghino il loro peccato originale di occupare nella scala sociale il ruolo di “cavie da laboratorio”, utili a sperimentare nuove forme di repressione controllo delle masse.

Non da meno è stato il “solito” trattamento riservato ai tifosi ospiti, che ormai ha fatto desistere diverse tifoserie dall’affrontare la trasferta nella Capitale. Se i fan del Pescara (come quelli dell’Internazionale) hanno deciso di boicottare la sfida con la Roma, memori di quella contro la Lazio che li aveva visti arrivare a partita iniziata, scortati sull’A24 come deportati e in seguito multati per non aver rispettato i posti, i cesenati e i viola hanno optato per un iniziale silenzio contro le folli disposizioni messe in atto a Roma. Come sovente avviene negli stadi italiani molti di loro sono stati filmati, documento alla mano, pur non avendo compiuto nessun atto delinquenziale o violento ma per esser “colpevoli” di portare una bandiera o uno striscione (che come si può vedere da alcune foto del settore ospiti non recavano nemmeno scritte offensive).

Un comportamento non nuovo, basti ricordare come vennero gestiti i tifosi del Frosinone lo scorso anno a Napoli: ripresi uno a uno neanche fosse una retata camorristica. Tutto questo rende quanto meno “divertente” il voler impartire al pubblico pallonaro lezioni di educazione su cosa scrivere all’interno delle sciarpe al fine di evitare la celeberrima discriminazione territoriale. Conosciuta fino a qualche anno fa come sfottò.

Un pubblico peraltro vessato da una vera, costante e cieca discriminazione territoriale: quella sui biglietti e sulle trasferte, generalmente soggetti a una vendita regolata dalla provenienza geografica dello stesso. Ricordate? “Sei di Bergamo e vuoi vedere l’Atalanta a Roma? Se hai la tessera del tifoso forse ti ci mandiamo, altrimenti rimani a casa essendo residente nella città orobica”. Non è certamente la prima volta che ciò avviene. A Roma come in altre parti d’Italia. Ma è quanto meno curioso che tali “sequestri” (perdonate le virgolette ma già usare questo termine in riferimento a sciarpe e magliette è quanto meno singolare) si concretizzino proprio nella giornata in cui, probabilmente, è andato in scena un capitolo fondamentale per la rimozione delle barriere erette nei settori popolari dello stadio Olimpico.

Inoltre se si esula momentaneamente dal discorso relativo allo stadio Olimpico, occorre inquadrare il tutto nell’ennesima prova di forza volta a burocratizzare il tifo negli stadi di calcio. Elementi e imposizioni che ormai da anni contraddistinguono la vita media di un tifoso. Dall’obbligo nel chiedere autorizzazioni per le coreografie e gli striscioni, passando per il divieto a tamburi e megafoni, ai titoloni scandalistici e moralizzatori in occasione delle contestazioni (anche pacifiche) nei confronti di squadre ree di aver fallito stagioni o partite importanti. Alle condanne preventive. Il tifoso deve essere sempre ligio al ruolo che gli ha assegnato il sistema calcio. Un esempio attuale? Quanto avvenuto a Pescara, con la macchina del presidente Sebastiani data alle fiamme e la colpa subito focalizzata dai giornali sul tifo organizzato degli abruzzesi. Pur non essendoci ancora nulla di concreto a tal merito.

Processi mediatici che iniziano ben prima dell’individuazione di un colpevole e che contribuiscono a formare nella mente dell’opinione pubblica la percezione di un “mostro a tre teste” che va sempre e comunque combattuto. Sia chiaro, nella fattispecie l’episodio di Pescara è assolutamente deprecabile e i colpevoli vanno puniti, ma perché additare qualcuno o qualcosa senza avere la minima prova? Ieri mattina, in riferimento all’accaduto su “Il Centro” si parla addirittura di terrorismo. Un’esacerbazione dell’avvenuto e l’utilizzo fuori luogo del termine in questo periodo storico. Un alone di stucchevole perbenismo, misto a pregiudizio, che ormai pervade le menti di chiunque sia chiamato a giudicare o “metter mano” su una qualsiasi manifestazione sportiva ove si assembrino dei tifosi.

Curioso poi che spesso a farsi carico di tali decisioni siano organi o personaggi che nel loro curriculum non hanno certo le carte in regola per insegnare educazione e buone maniere al prossimo. E ancor più assordante risulta il silenzio dei media su questi avvenimenti che ormai rappresentano la normalità in quasi tutti gli stadi italiani. Quando si parla di “vivibilità degli stadi” ma soprattutto delle celeberrime “famiglie allo stadio” si dovrebbe tenere conto di questo. Così come andrebbe sottolineato il fatto che ieri un allegro nucleo familiare da tre che voleva assistere al match spendendo meno possibile avrebbe dovuto sborsare 105 Euro per una curva (con la scarsa possibilità di vedere nitidamente il match) mentre i tifosi viola presenti all’Olimpico hanno pagato il loro tagliando ben 45 Euro. Un mix di repressione, caro biglietti e scomodità che produce ormai uno scenario a dir poco desolante quando Roma e Lazio giocano tra le mura amiche.

Proprio qua deve essere individuato il cuore della “Questione romana”. Quel percorso di cui Minniti ha imposto il compimento a Gabrielli si spera che sia in grado di riportare ogni cosa al suo posto. A cominciare da quel clima di normale folklore che si deve respirare in ogni stadio, per garantire al già claudicante calcio italiano di essere ancora minimamente appetibile al pubblico. Per finire con una minima armonia da ristabilire tra tifosi e istituzioni. Assolutamente fondamentale (questa sì) per avere una piena e cosciente gestione dell’ordine pubblico. Gli ultimi due anni di folle repressione hanno acuito, nella maggior parte del pubblico calcistico, la distanza ideologica e di tolleranza con chi la domenica è chiamato a fare servizio d’ordine.

E forse questo è uno degli aspetti più gravi. Che ne dicano grandi firme ed esimi personaggi che fanno a gara per scongiurare la rimozione delle barriere e “restituire lo stadio in mano ai violenti” un percorso verso la normalità può soltanto giovare a lenire un astio complessivo che aumenta ancor più una tensione sociale di cui questa città e questo Paese non avrebbero davvero bisogno in questo periodo storico.

Una maglia o una bandiera goliardica e di sfottò non hanno mai ucciso nessuno. Bisogna saper distinguere tra cosa è davvero pesante e inaccettabile e cosa rappresenta invece l’aspetto folkloristico e passionale del calcio. Chiedete a qualsiasi tifoso laziale e romanista se preferirebbe un derby con invettive reciproche per 90’ oppure quelli di adesso: con lo stadio vuoto, grigio e silenzioso.

Quando l’Italia riuscirà a uscire dalla logica dell’emergenza continua e si metterà in testa di gestire le singole situazioni con criterio e professionalità ne guadagneremo tutti in fatto di qualità della vita. Stiamone certi.

Pescara e Lazio, il motivo di tanto odio

Pescara e Lazio, il motivo di tanto odio

Domenica prossima la Lazio giocherà a Pescara una sfida che, a chi non si interessa di rivalità tra tifoserie, potrebbe apparire come una partita tra tante. Se al giorno d’oggi per i tifosi della Lazio questa partita non ha più alcun sapore particolare, per i padroni di casa è invece una sfida nella sfida, un match da vincere dentro e fuori dal campo, una sorta di derby che ha radici antiche .Tutto ebbe inizio sul finire degli anni ’70 quando, durante un Lazio-Pescara di scena allo stadio Olimpico, gli ultras di casa rubarono del materiale ai tifosi abruzzesi. Quell’affronto non andò giù ai supporters del Delfino, che da quel giorno giurarono eterna vendetta per lo sgarbo subito. Ebbe quindi inizio una fortissima rivalità extra calcistica, che vide protagoniste due tifoserie da sempre ‘’calde’’ e poco inclini al dialogo.

Negli anni ’80, ad ogni trasferta in quel di Pescara i tifosi laziali trovavano un clima di vera e propria guerra ad accoglierli in città: manichini appesi con le sciarpe della Lazio, madri di famiglia che lanciavano oggetti dalla propria finestra, fino ad arrivare ai ‘’classici’’ scontri dentro e fuori lo stadio. Un clima pesante, condito di avvenimenti che mai dovrebbero essere associati al gioco del calcio. Una rivalità accesa, un odio mai sopito, che nei primi anni ‘90 fece anche da contorno ad un episodio di cronaca nera: correva l’anno 1992 e in quel di Riccione, precisamente fuori dalla famosa discoteca Cocoricò, si fronteggiarono due gruppi di ragazzi, uno di Roma e l’altro di Pescara. Lo scontro ebbe un epilogo drammatico, con un ragazzo abruzzese che perse la vita. Questo episodio, nonostante non avesse nulla a che fare con il calcio, non fece altro che peggiorare ancor di più i già pessimi rapporti tra laziali e pescaresi, con quest’ultimi che giurarono di vendicare quanto prima il loro compaesano caduto.

La lunga militanza in categorie diverse da parte dei due club, ha consentito a questa rivalità di essere un po’accantonata, persino dimenticata quasi del tutto da parte dei laziali, ma non dai pescaresi. Ecco quindi che nel 2012, anno del ritorno in Serie A da parte del Pescara, parte deciso il tam tam nelle strade e sul web, con tanto di appelli vocali e striscioni incitanti alla guerra contro il nemico ritrovato, ovvero il tifoso laziale. La città abruzzese risponde presente e in un batter di ciglia il fuoco dell’odio nei confronti dei tifosi biancocelesti della capitale torna ad ardere come non mai. Se la rivalità sembra essere tornata ai pericolosi livelli di un tempo dalle parti di Pescara, per fortuna questo non è avvenuto in quel di Roma. I tifosi laziali, pur consapevoli degli avvenimenti del passato, nel 2012 non risposero alle provocazioni provenienti da Pescara, considerando la rivalità con i tifosi abruzzesi come una questione ormai passata e sepolta da tempo. Il recente ritorno in trasferta degli ultras laziali sta però creando parecchie preoccupazioni di ordine pubblico per la sfida di oggi. Nonostante siano passati quasi quaranta anni dal primo episodio, il match in programma all’Adriatico è quindi ancora oggi da considerarsi ad alto rischio, perché nonostante il tempo passi e le epoche cambino certe rivalità non finiscono ma, proprio come gli amori, fanno solo dei giri immensi e poi ritornano.