Taranto: prestami un Euro che mi compro una squadra

Taranto: prestami un Euro che mi compro una squadra

AAA vendesi squadra di calcio a 1 euro. Chiamare solo se interessati. Negli annunci di Taranto, si vende anche il…Taranto. La società pugliese ha messo in vendita il 90% delle quote alla somma simbolica di un euro. C’è tempo sino al 6 agosto. Il comunicato recita testualmente: “Gli eventuali soggetti interessati a rilevare il 90% delle quote societarie, dovranno contattare i soci Zelatore e Bongiovanni entro e non oltre le ore 13 del 6 agosto 2017 all’indirizzo di posta elettronica presidenza@tarantofc.it’”

Protagonisti della vicenda, Elisabetta Zelatore e Antonio Bongiovanni

Zelatore acquisisce il Taranto nell’estate del 2012 dopo che il 20 luglio l’ASP Fondazione Taras 706 a.c. (una società composta da tifosi) riesce a scongiurarne il fallimento. La neonata società, fusasi con il “Taranto Football Club 1927 s.r.l”. restituisce il pallone alla città: due anni in  LND,  infine il passaggio di consegne a Domenico Campitello. Il nuovo presidente progetta una risalita immediata, ma la sua avventura dura appena un anno. Il 29 luglio 2015 la società torna nelle mani della Zelatore che, con il nuovo socio, sfiora due volte la promozione, poi la ottiene attraverso il ripescaggio: la Lega Pro, inseguita per quatro anni, diviene l’inizio della fine. Esperienza disastrosa, sotto tutti i punti di vista. Sportiva, perchè culmina con la retrocessione. Economica in quanto dissangua le casse della società. Mediatica perchè deteriora i rapporti con la tifoseria.

Un futuro da riscrivere su un tavolo… di “concertazione”

Leggendo fra le righe del comunicato emerge una sensazione: la società non vuole vendere il Taranto. In sette giorni (5 lavorativi) non c’è, proprio fisicamente, il tempo di trovare acquirenti, visionare le carte e trovare un notaio. Dai su, non scherziamo: il comunicato è una provocazione. Contro chi?

Nel mirino, secondo le cronache locali, i tifosi. Ingrati e rei di contestare una società che ha già rinnovato staff tecnico e parco giocatori. E in più, minacciano di disertare lo stadio.

E in curva, cosa ne dicono? Accusano la dirigenza di lucrare sulla loro passione alludendo persino a un premio salvezza legato alla presenza del pubblico sugli spalti.

Ovunque sia la verità, vendere il Taranto, adesso, non ha senso. Più logico agire a fine campionato. Dunque? Cosa si cela dietro l’annuncio?

Una presa di posizione. Non a caso la cifra è irrisoria. Per la serie: noi il Taranto lo vendiamo anche a un euro, ma chi se lo compra? Risultato: una guerra fredda che non giova a nessuno.

Taranto meriterebbe qualcosa di meglio

Taranto è una realtà particolare. Passionale, anche troppo: a volte si sfocia, come accaduto qualche mese fa, nella violenza quando i calciatori sono stati aggrediti e minacciati con mazze e coltelli da una minoranza. Ennesimo capitolo poco edificante di una storia costellata di sofferenze sportive, scandali, penalizzazioni e fallimenti. Eppure, aldilà delle facili conclusioni, la tifoseria del Taranto è sana. La curva dello Iacovone ha un primato: per ben due volte si è aggiudicata il titolo di migliore curva d’Italia. Forse perchè tifare Taranto è una scelta da missionari. Basti pensare che nonostante un campionato men che mediocre e la totale assenza di iniziativa pro-stadio, la presenza allo stadio, nelle prime dieci giornate, si assesta su una media di oltre 5.000 spettatori a partita. Numeri superiori anche rispetto a diverse realtà di serie B. Cifre indicative: Taranto e il Taranto meritano di meglio.

Tifosi dell’Atalanta a processo: assolti dall’accusa di associazione a delinquere

Tifosi dell’Atalanta a processo: assolti dall’accusa di associazione a delinquere

L’accusa era pesante per i sei ultras dell’Atalanta finiti nelle brame della giustizia: associazione a delinquere. Il giudice, però, ha assolto tutti gli imputati. Secondo la sentenza del magistrato, infatti, il fatto non sussiste.

La decisione è arrivata lo scorso 5 luglio e gli accusati– nessuno di loro era presente in aula al momento del verdetto- sono stati giudicati tutti non colpevoli. Il Pubblico Ministero che guidava il caso aveva insistito, infatti, sull’istanze di condanna che andavano dai 6 anni e 4 mesi per uno degli imputati – considerato il “capo”- ai tre anni ed otto mesi per tutti gli altri. L’indagine si reggeva su alcuni scontri che avrebbero visto coinvolti gli ultras della Dea, come quelli scoppiati nelle partite Atalanta – Catania del 2009 ed Atalanta- Inter, in quelli andati in scena alla “Berghem Fest” nel 2010 ed i disordini nati in una protesta a Zigonia contro la presidenza Ruggieri.

Secondo il pm, pur trattandosi di casi isolati, tutti gli episodi di violenza, rientravano in una quadro più globale di meri episodi singoli e sporadici, da valutare complessivamente, raffigurando quindi una presunta associazione a delinquere, anche solo per la “minaccia” di violenza. Reato molto grave e, come si legge nei primi commi dell’articolo 416 del codice penale che lo disciplina, si può parlare di associazione per delinquere: «quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni. Per il solo fatto di partecipare all’associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni». La “visione globale” disegnata dal Pubblico Ministero, invece, era contestata dagli avvocati degli imputati che hanno ribadito come i casi dei suddetti incidenti dovessero essere giudicati singolarmente e non, quindi, complessivamente. Per gli avvocati, dunque, non vi era la prova di un “piano criminoso”. Il giudice, con la sua pronuncia, ha stabilito che il fatto non sussiste, scagionando quindi i sei imputati, sostenitori dell’Atalanta, dall’accusa di associazione a delinquere.

Lodigiani, il 30 giugno a San Basilio torna la terza squadra della Capitale

Lodigiani, il 30 giugno a San Basilio torna la terza squadra della Capitale

Venerdì 30 giugno 2017, campo Francesca Gianni in Via del Casale di San Basilio a Roma: “Lodigiani 2° tempo”. Il sogno di alcuni ragazzi. Il sogno dei Fedelissimi. Un’idea cullata per mesi e messa in atto senza tanti fronzoli: organizzare una partita tra vecchie glorie, richiamando tutti i personaggi che hanno fatto parte del mondo Lodigiani, e dare vita a un evento unico e mastodontico. Quando la storia si riappropria del proprio scranno. Quando il calcio torna a far brillare un quartiere con i propri personaggi e le proprie leggende, quelle in grado di partire da questa vasta zona periferica di Roma e arrivare fino all’Olimpo.

“Ma San Basilio dove ci sono i lavori della Tiburtina e quel caos infinito?”.

“Sì, proprio là. Ma San Basilio non è solo quello…”.

No. San Basilio è uno spicchio intricato e complesso di una Roma popolare che sempre più tende a esser nascosta e sommersa. Uno spazio condiviso da tanti, dove troppo spesso mancano i servizi più basilari e i bambini non hanno neanche più la “fortuna” di crescere per strada a pane e pallone. Sebbene lo storico campo Francesca Gianni rimanga là, nello stesso luogo dove 45 anni fa cominciò la storia dell’Incredibile Lodigiani. L’epopea di un club “capace di far contare fino a tre” una città come Roma – disse orgogliosamente Guido Attardi, condottiero di quella squadra che nel 1994 sfiorò la B, arrendendosi solo alla Salernitana di Delio Rossi in finale playoff –  divenendo la valida alternativa ai due sodalizi che da sempre rappresentano la Capitale nel pallone: Roma e Lazio.

Qualche tempo fa ingrandimmo la lente sull’universo Lodigiani. Su quanto travagliato fosse stato il cammino di un club che – soprattutto a livello giovanile e dirigenziale – ha fatto letteralmente scuola in Italia e all’estero, sfornando un’interminabile lista di campioni e ottimi giocatori andati, negli anni, a rinvigorire decine di organici della massima categoria, fino a quello della Nazionale. Analizzammo come anche la Lodigiani dovette cedere al male del calcio contemporaneo: gli imprenditori e i marchi totalmente lontani da questo mondo, incompetenti in materia e capaci soltanto di raccattare qualche anno di sopravvivenza per poi sprofondare nell’anonimato. Trovando spesso il fallimento. Capitò proprio questo ai due progetti che pretenziosamente vollero soverchiare la Lodigiani e il suo perfetto meccanismo: la Cisco e l’Atletico Roma. Ma questa è storia raccontata. Passata. E se possibile anche seppellita per sempre.

Perché sugli epitaffi del calcio resterà per sempre impressa la Lodigiani. Quella del 1972. Quarantacinque anni fa, per l’esattezza. Quasi mezzo secolo. Una ricorrenza da non lasciar passare sottotraccia, ma da rimembrare e festeggiare con tutti gli onori del caso. Follia? Idea impossibile? Neanche per niente. “In questo mondo di ladri, c’è ancora un gruppo di amici, che non si arrendono mai” musicava Antonello Venditti. Proprio da quel gruppo di amici, che la Lodigiani l’hanno seguita in veste di tifosi, è nata questa “pazza idea”. Ma dove metterla in pratica? Ovviamente nel luogo che più di tutti rappresenta i biancorossi e in cui è stato gettato il seme per tutto ciò che è venuto negli anni a seguire: il campo Francesca Gianni di San Basilio. Quello delle prime schermaglie con le squadre avversarie, quello dove il presidente Malvicini ha saputo dar vita alla sua creatura, quello dove lentamente un intero quartiere ha imparato a identificare la Lodigiani come qualcosa di “suo”.

E oggi la Lodigiani ritorna proprio là. Come il figliol prodigo. Come quel cane che ha vagato per chilometri ritornando da chi gli ha dato la possibilità di camminare sulle proprie zampe. La Lodigiani è San Basilio e viceversa. SI mischiano l’aristocrazia, l’astuzia e la capacità di una società calcistica alla popolarità, allo spontaneismo e alla veracità di un quartiere che oggi come mai ha bisogno di identificarsi in qualcosa. Di risalire la china attraverso lo sport, attraverso quel pallone che idealmente ancora rotola sulle buche di Via del Casale di San Basilio. Anche se rischia di perdersi nei cantieri aperti della Tiburtina Valeria.

Totti, Toni, Florenzi, Di Michele, Candreva, Bellucci, Stellone, Apolloni, Liverani, Gregori, Bordoni, Venturin, Onorati, Firmani, Agostinelli sono solo alcuni tra i nomi chiamati per l’occasione. Vere e proprie icone di quello che la Lodigiani ha lasciato in eredità al cacio italiano. Percorsi vincenti, ben instradati da chi ha costruito un modello in grado di affascinare intere generazioni.

E siccome sui più giovani debbono attecchire determinati valori, la giornata si aprirà proprio nel loro segno. Alle 17 è infatti previsto un torneo tra classe 2008 mentre dalle 19.30 comincerà la parte più “grossa” della kermesse. Alla conduzione della serata un nome storico per tutti gli sportivi italiani: quel Carlo Paris oggi punto di riferimento in Rai e tanti anni fa responsabile della comunicazione del club.

Nell’era del business a tutti i costi, dei giocatori che cambiano casacca come se nulla fosse e del calcio divenuto ormai un mero spettacolo dal quale tenere distanti i propri sentimenti, quella di San Basilio rischia di essere una delle serate più dense e significative degli ultimi anni. Sì, perché nessuno sarà presente per “fare una marchetta” a qualcun altro, bensì ci saranno uomini e ragazzi che devono la propria carriera alla Lodigiani. E ci saranno i tifosi, in grado di dare nuovamente spettacolo sugli spalti senza dover sottostare alle burocrazie e alle limitazioni che il calcio d’oggi ormai impone ai propri spettatori.

E siccome in questi tempi persino assistere a una partita è diventato troppo spesso difficile dal punto di vista economico, va ricordato che l’ingresso sulle gradinate sarà del tutto gratuito. Perché se il calcio deve essere del popolo e per il popolo, è giusto che lo stesso ne possa usufruire senza intralci e senza ostacoli: che siano economici o fisici.

Venerdì 30 giugno la Roma calcistica sarà in grado rinfocolare una favola mai sopita.

 

Per le foto si ringrazia il sito http://www.fedelissimilodigiani.com/index.htm

Benevento, la Strega volata dal Meomartini alla Serie A

Benevento, la Strega volata dal Meomartini alla Serie A

Incastonata sulla spina dorsale d’Italia. Laddove storie di antiche civiltà e fieri popoli si intrecciano perdendosi nella notte dei tempi. “Un Tibet affollato”, così qualcuno ha definito quelle montagne e quegli altopiani che separano il versante tirrenico da quello adriatico del nostri Appennini. Benevento. Irta sul colle da cui sembra mostrare l’armatura dei guerrieri sanniti. Enclave per definizione (lo fu davvero, sotto il potere temporale, ai tempi del Regno di Napoli) e culla di popoli pre romani, ancora presenti nelle nostre tradizioni e nella nostra lingua. Basti pensare al nome originario della città: Maleventum, poi mutato in Beneventum perché, secondo i romani, di cattivo auspicio. Sebbene la radice “Mal” dovrebbe derivare da un termine osco indicante la pietra. Ma c’è di più, al mondo Benevento è famosa per essere la città delle streghe. Una masnada di leggende e storie si sono tramandate nei secoli. Quella più accreditata farebbe riferimento a dei riti pagani svolti dai Longobardi, in cui partecipavano anche delle donne. Le Janare (così vengono chiamate le streghe più temute, al pari delle Zucculare, delle Manalonghe e delle Urie) erano solite radunarsi sotto un ponte sul fiume Sabato, andato distrutto nella seconda guerra mondiale, portando in città eventi nefasti e sciagure.

E la Janara è davvero ovunque. Anche nei simboli della squadra cittadina. È in ogni strada e in ogni vicolo, dove si aspettava da 88 anni il grande salto in Serie A , ancora increduli per quanto accaduto la scorsa stagione con la promozione dalla Lega Pro alla Serie B, dopo un’attesa durata quasi un secolo. Ce l’avevano fatta a giugno 2016 e hanno bissato oggi: il Benevento è in Serie A. Un risultato davvero impensabile dopo solo un anno dalla gioia per la prima salita in cadetteria. La Serie B l’avevano conquistata nella stagione 1945/1946, ma il club rinunciò, per motivi finanziari, pochi anni prima di affidare la guida a un certo Oronzo Pugliese, ma anche pochi anni prima del fallimento, negli anni ’50, che farà di un piccolo club cittadino, il Sanvito (che prendeva il nome dall’omonima fabbrica di mattoni), il vero e proprio erede del Benevento Calcio.

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Il Sud Italia vive di pallone e i suoi stadi sono stati per anni delle vere e proprie polveriere, dove campanilismo, passione ed esuberanza si scontravano in maniera quasi unica. È la passione che negli anni ’20 spinge i giocatori della neonata società locale ad aiutare manualmente il presidente Francesco Minocchia nella costruzione dell’impianto. Il Campo Littorio sorge nel Rione Libertà, e deve il suo nome a Gennaro Meomartini, storico presidente che nel dopoguerra permise la ricostruzione dell’impianto e la messa in sicurezza per la disputa dei match. Il campo in pozzolana (rimarrà così fino a quando il Benevento si trasferirà al Santa Colomba), le gradinate ruvide e le case costruite attorno, il Sabato che scorre sornione a pochi metri, sotto al ponte Santa Maria degli Angeli. “Vieni che ti racconto la storia– mi dice Guido De Rosa, responsabile del Meomartini, vedendomi entrare -. Io qua ci sono cresciuto e ho vissuto il Benevento da tifoso, prima di entrare in società (è stato responsabile del settore giovanile a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila, ndr). È un dispiacere che ne abbiano buttato giù gran parte – continua indicando il vecchio settore Distinti, sostituito da un anonimo vialetto d’accesso – si è perso un monumento sportivo. Qua si sono giocate partite caldissime, come i derby con Salernitana, Casertana e Avellino. Oggi la capienza è ridotta a 1.500 spettatori, e lo stadio ospita le partite interne del Forza e Coraggio e della Giorgio Ferrini”.

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Un calcio completamente diverso: “Rispetto a quello di oggi, c’era molta più competitività – sostiene De Rosa – da queste parti sono transitati giocatori come Domenico Penzo, bomber del Verona che militò anche nella Roma e nella Juventus, Zana e Sartor. In quei campionati di Serie C degli anni settanta, avevamo tutte le carte in regola per salire, ma non centrammo l’obiettivo sempre per poco. Qualcuno pensava che la società preferisse evitare, non avendo i mezzi economici per affrontare il torneo cadetto. Nella mia mente resta scolpita la partecipazione al Torneo Anglo Italiano, nel 1976, quando avemmo l’onore di portare il nome di Benevento oltre i confini nazionali (gli avversari furono il Wimbledon, e il Nuneaton Town n.d.r.)”.

Maurizio De Tata è uno storico tifoso del Benevento, fondatore delle Brigate Giallorosse, primo gruppo organizzato al seguito delle Streghe. “La mia passione nasce nel 1966, quando avevo quattro anni – esordisce -. Carlo Fracassi, storico capitano e terzino sinistro purtroppo scomparso nel 2001, venne a casa mia. Fu amore a prima vista. Nel 1974, quando fummo promossi in C, al Meomartini c’erano soltanto tribuna e distinti, nonostante al campo ci si andasse in 6/7.000. Prima dell’esordio costruirono la Curva Sud, ma il martedì cadde e dovettero rifare i lavori in fretta e furia. Sotto la curva vennero costruiti gli spogliatoi; come si usava allora, erano una vera e propria casucola con qualche doccia”. Il ricordo di una storica partita con il Bari, data 1975, è ancora vivo: “Mancarono soltanto i morti – racconta -. A fine giornata si contarono duecento feriti, con le forze dell’ordine che alle 3 del mattino erano ancora intente a sedare gli animi. Io ero in tribuna con la mia famiglia, mentre mio fratello era in curva. Si trattava di una partita importante, il Bari in quella stagione era la prima squadra deputata a salire. Al vantaggio dei pugliesi l’ambiente rimase tutto sommato tranquillo, ma quando Alfredo Zica siglò il pareggio per noi si scatenò il finimondo. I supporter biancorossi cominciarono a tirare di tutto e la recinzione della curva cadde letteralmente giù. L’incontro fu sospeso. La sera i due contenitori sportivi dell’epoca, 90esimo Minuto e La Domenica Sportiva, aprirono le proprie edizioni con i fatti di Benevento, anche se quarant’anni fa queste cose succedevano spesso, le tifoserie non erano separate e a livello mediatico c’era meno esasperazione”.

Meomartini, come tanti stadi italiani, rappresentazione sacra dei nostri tempi, per dirla alla Pasolini. “C’era una falegnameria là vicino – afferma –  e ricordo che tanta gente saliva sui tetti per assistere alla partita. Addirittura qualcuno pure sugli alberi. Del resto ci sono state occasioni in cui 13.000 persone si sono stipate là dentro, come in quel Benevento-Lecce del 1975. Semplicemente non si respirava. Impossibile, poi, dimenticare personaggi come Cecere. Un signore della tribuna che passava tutta la partita a seguire il guardalinee dalla recinzione per offenderlo e provocarlo. Un’altra partita sentita da queste parti, è quella col Campobasso. Nel 1976 furono addirittura i sindaci e i presidenti delle rispettive province a intervenire per calmare le acredini che stavano trasbordando anche nella vita comune. Spesso, infatti, capitava che macchine targate BN o CB venissero sfregiate in “territorio nemico”. Era un calcio più genuino ma ovviamente anche un’altra società, e quando si andava in trasferta bisognava davvero stare attenti. Io ricordo di aver seguito la prima partita fuori a Latina, nel 1978”.

Un personaggio legato trasversalmente a Benevento è Costantino Rozzi, a cui si deve la costruzione dello stadio Santa Colomba (oggi intitolato a Ciro Vigorito, fratello di Oreste, il presidente della promozione in B scomparso nel 2010), inaugurato nel 1979. “Lo sentiamo nostro in tutti i sensi – dice orgoglioso – quello è un impianto costruito dai beneventani. Io stesso ho lavorato per la sua realizzazione. Rozzi era sempre là vicino, ci trattava come dei figli. Ricordo che il giorno dell’inaugurazione c’era un buffet, presi in mano un panino con la porchetta e lui si avvicino con fare scherzoso dicendomi: “Giuggiolone, ma che cazzo te magni il pane? Prendi solo la porchetta!”. Peraltro devo dire che inizialmente le istituzioni cittadine volevano collocare il tifo più caldo in Curva Nord, così da avere l’imbocco della Superstrada più vicino per i tifosi ospiti. Questo durò una partita, contro il Teramo. Poi le nostre rimostranze vennero accolte. Ho passato tutta la mia vita tra Meomartini, Santa Colomba e trasferte. La mia curva non può che essere la Sud”.

Alfredo Zica, l’autore del pari nella celebre sfida col Bari, nonché icona del tifo giallorosso per le sue sei stagioni nel Sannio, ricorda così quella giornata: “Eravamo al primo anno di C davamo filo da torcere a tutti. Quel giorno già i presupposti non furono buoni, con alcune scaramucce al casello autostradale. Il Meomartini aveva una curva abbastanza grande, dove erano mischiati 3.000 tifosi di casa e ospiti. Al mio gol successe il finimondo. Al di fuori di questo, quello stadio per noi ha rappresentato un vero e proprio fortino. Quando arrivavano squadroni con giocatori esperti, avevano quasi paura a giocarvi e per gli ospiti diventava un tabù. Noi eravamo tutti giovani e affamati. Gente come Cascella e Cornaro ti metteva in grandissima difficoltà. Ho giocato sei anni a Benevento, prima di andare a Reggio Calabria e Nocera, per poi tornare qua, dove tutt’ora vivo assieme alla mia famiglia”.

E nella mente sembra ancora di sentire le grida dei tifosi in quel vecchio fortino dalle tribune spartane e dal campo che diveniva fanghiglia dopo una pioggia o una nevicata: Unguento unguento, portami al noce di Benevento, sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”. E nell’aria volteggiano le immagini di Carlo Fracassi, Carmelo Imbriani, Pedro Mariani, capitani di tempi diversi, capitani di tutti i tempi.

Standing areas negli stadi: da Roma inizia il percorso per modificare la normativa

Standing areas negli stadi: da Roma inizia il percorso per modificare la normativa

La strada che potrebbe portare le standing areas negli stadi italiani parte da Roma. In primis dallo Stadio Olimpico, di proprietà del Coni, che sta studiando la normativa e le possibili soluzioni. Si è già detto del perchè il calcio italiano ha bisogno delle standing areas (LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO SULL’ARGOMENTO) , oggi parliamo del percorso istituzionale che tale idea dovrà compiere per divenire realtà.

L’altro ieri si è svolta a Roma una seduta della Commissione Sport del Comune, che ha visto la partecipazione di due delegati del Coni e di alcuni consiglieri comunali. La commissione, convocata dal presidente Angelo Diario, ha l’obiettivo di far sedere al tavolo le istituzioni e le realtà interessate per raccogliere indicazioni politiche e individuare il percorso da seguire.

standing areas

L’ostacolo principale relativo all’introduzione dei posti in piedi negli stadi italiani è l’art. 6 del Decreto ministeriale del 18 marzo 1996, che non ne prevede la realizzazione negli stadi di calcio con capienza superiore ai duemila posti. Al fine di modificare tale decreto, lo stesso Diario ha scritto al ministro dello sport Luca Lotti: «Questa amministrazione si rende disponibile a ogni forma di collaborazione rivolta all’individuazione di un percorso condiviso per la soluzione della problematica».

Ma il percorso coinvolge almeno due ministeri. «Anche al Ministero dell’Interno sono interessati, c’è infatti un gruppo di lavoro che sta studiando le modifiche necessarie – ha detto Diario in commissione – Li informerò che esistono la volontà politica e le condizioni ambientali per un ripensamento della normativa. Ovviamente le eventuali modifiche si estenderanno a tutti gli stadi italiani, compresi quella di nuova costruzione per i quali sarà più facile prevedere delle apposite aree».

I delegati del Coni hanno sottolineato come, oltre al Decreto ministeriale, ci siano anche altri potenziali impedimenti da considerare. Il primo è legato alle vie d’uscita: se grazie ai posti in piedi aumenta la capienza di un settore, dovrà aumentare anche la portata delle vie di esodo. Il secondo è legato alla visibilità: quando si installa una standing area bisogna considerare anche le persone che siederanno dietro di essa, la cui visibilità potrebbe essere ridotta (anche se, a onor del vero, nelle curve italiane si sta già tutti in piedi). Infine, quello degli investimenti: per realizzare posti in piedi nei vetusti impianti italiani saranno necessarie delle spese, legate non solo all’installazione dei seggiolini ma anche alla risoluzione delle due problematiche appena citate.


Si tratta, comunque, di questioni contingenti e legate al singolo impianto. Nulla toglie che il Ministero possa modificare il Decreto e poi girare le responsabilità ai proprietari degli impianti, che potranno creare le condizioni per realizzare le standing areas: il Coni per l’Olimpico, i comuni o i club per quasi tutti gli altri stadi. Per quanto riguarda la situazione romana, che è ovviamente sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Sport capitolina, il Coni è certamente interessato alla realizzazione di posti in piedi. Non si hanno invece notizie riguardo al nuovo stadio della Roma: una standing area non è prevista dal progetto, in quanto non permessa dalla normativa, ma nulla toglie che – una volta superato l’ostacolo – Pallotta e Parnasi possano decidere di regalare questa gioia ai tifosi della Roma.

La palla passa ora al Ministero dell’Interno, che ha la possibilità di recepire le indicazioni politiche del Comune di Roma e del Coni. Nel frattempo, anche la Commissione Sport e Cultura della Camera studierà la questione. Riusciranno gli stadi italiani a stare al passo con quelli europei, almeno su questo aspetto?