Perché la qualificazione dell’Islanda non è un miracolo sportivo

Perché la qualificazione dell’Islanda non è un miracolo sportivo

Dopo aver partecipato per la prima volta a un’edizione finale degli Europei ed essersi fermata non prima dei quarti di finale, l’Islanda  ha compiuto un altro passaggio che solo chi non segue da vicino quella nazionale considera un miracolo: la qualificazione ai mondiali di Russia. Uno spot tanto involontario quanto gradito alla Fifa, che in base al principio della necessità di ampliare l’ambito di diffusione del calcio in tutti gli angoli dei cinque continenti, non può che vedere di buon occhio la partecipazione ai mondiali di un paese che conta gli abitanti di un quartiere di una grande città metropolitana ed è geograficamente più vicina alla Groenlandia che all’Europa.

Una tradizione calcistica praticamente nulla fino agli inizi degli anni Duemila. Gli italiani furono tra i primi ad accorgersi che in Islanda qualcosa stava cambiando quando la nazionale azzurra, appena passata sotto la gestione di Marcello Lippi, andò a perdere due a zero nella terra dei geyser nell’agosto del 2004. Fu il primo segnale di una crescita che trovò i suoi presupposti nelle necessità di una nazione che, a suo tempo, decise di intraprendere un piano di investimenti virtuosi nello sport, nel calcio in particolare, per dare prospettive e stimoli a generazioni di giovani che sembravano perse dietro i fumi dell’alcool e delle sigarette. A questo va aggiunto il carattere degli islandesi: quando decidono di raggiungere un obiettivo diventano maniacali nel perseguirlo, ai limiti dell’ossessione, e compiono qualsiasi azione per raggiungerlo. Ecco perché i successi di questa nazionale sorprendono molto di più all’estero che in patria, dove i programmi di sviluppo del calcio sono conosciuti a tutti da diversi anni e coinvolgono l’intera popolazione in termini di pratica e di interesse.

Due le direttrici sulle quali si sono mosse le istituzioni locali: l’istruzione e le strutture. I bambini, a partire dall’età scolare, vengono seguiti da allenatori che hanno delle qualifiche precise. Per allenare dagli under 10 in su bisogna essere in possesso della licenza UEFA B. In sostanza non esistono amatori: i coach vengono pagati per il ruolo che svolgono. In un paese di poco meno di 340.000 abitanti ci sono 400 allenatori con tale qualifica. Questo significa che i giovanissimi vengono immediatamente istruiti ai massimi livelli senza soffocare, però, le doti di talento naturale: rispetto alle altre popolazioni scandinave, infatti, gli islandesi sono quelli con maggiori tendenze individualistiche.
Quanto alle strutture, la stretta collaborazione tra società di calcio e enti locali ha fatto si che negli anni venissero costruiti numerosi campi, ovviamente coperti, atti a garantire la pratica del calcio anche in una terra dove le condizioni climatiche non la facilitano per la maggior parte dell’anno. Anche la federazione, sulla spinta delle direttive del governo, si è fatta parte attiva nel processo di costruzione di campi da gioco, per la maggior parte allocati su terreni limitrofi a quelli delle scuole.

Alla luce di queste linee programmatiche e dei conseguenti investimenti, diventa più chiaro comprendere perché i risultati ottenuti dalla nazionale islandese non possono essere considerati sorprendenti. Un modello di crescita e sviluppo dal quale anche la nostra gloriosa ma ingolfata federazione potrebbe trarre ispirazione per ridare al futuro della nostra nazionale un vigore che al momento sembra perso nelle nebbie dell’incapacità delle nostre istituzioni a fare sistema.

Leggi anche: LA “CUCINA DA INCUBO” DELLA NAZIONALE ISLANDESE

Se il Calcio è il miglior psicologo per le donne

Se il Calcio è il miglior psicologo per le donne

E’ sorprendentemente il calcio sia lo sport che più di ogni altro aiuta ad aumentare l’autostima delle ragazze in età adolescenziale.

A sostenerlo, non un sondaggio di quart’ordine bensì una ricerca commissionata addirittura dalla Uefa.

Lo studio ha coinvolto in totale 4.128 ragazze, di età superiore ai 13 anni, nei seguenti paesi: Spagna, Danimarca, Inghilterra, Germania, Polonia e Turchia.

L’80% delle intervistate ha affermato che praticare il calcio le ha fatte sentire più fiduciose nei propri mezzi; un numero più alto rispetto al 74% di coloro che si dedicano altri sport.

Il 55% delle adolescenti, invece, ha dichiarato di aver superato il concetto di scarsa autostima grazie al gioco del calcio; anche in questo caso, una cifra maggiore in confronto al 51% delle ragazze che sono impegnate in altri sport.

In merito alla vicenda, la consigliera Uefa Nadine Kessler ha dichiarato: “Questo studio dimostra con chiarezza che le ragazze che giocano a calcio hanno maggiore fiducia in se stesse rispetto a coloro che non lo fanno.”

“Credo di non riuscire a sottolineare a sufficienza con queste poche parole quanto sia importante e significativa la crescita del calcio femminile nel mondo europeo. Sono certa che possiamo una volta per tutte cambiare la percezione del calcio come sport prettamente maschile e renderlo, invece, appetibile ed accessibile anche per adolescenti di sesso femminile.”

“Se riusciremo a raggiungere questo obiettivo, saremo sulla strada giusta per rendere il calcio lo sport numero uno per le ragazze in Europa”.

Uefa Nations League: il Torneo più contorto del Mondo che fa arrabbiare i Club per la gioia delle Federazioni

Uefa Nations League: il Torneo più contorto del Mondo che fa arrabbiare i Club per la gioia delle Federazioni

La UEFA ha dato il via libera alla Nations League, il nuovo format del calcio approvato dal Congresso con il consenso delle 55 Federazioni che riguarderà una competizione tra Nazionali Europee. Il Torneo partirà il prossimo anno e sarà organizzato con un sistema di retrocessioni e promozioni. Oggi la presentazione a Ginevra.

Le Nazionali da sempre sono un tema al quanto discusso nel mondo del calcio. Viste come una scocciatura per i club che devono mandare dei propri dipendenti a giocare rischiando infortuni più o meno gravi e che possono incidere sul corso di una intera stagione, le Nazionali delle volte rappresentano un vero e proprio incubo per allenatori e tifosi di club. Il caso relativo all’infortunio di Milik dello scorso anno scatenò una vera e propria disputa tra il Napoli e la Polonia ma fu solo l’ultimo di una lunga serie che negli anni ha messo a dura prova il rapporto tra club e federazioni. Molte volte accade anche che giocatori non in perfette condizioni fisiche si lascino anche convincere a giocare in Nazionale, assaliti da un encomiabile quanto, in alcuni casi, evitabile patriottismo che li induce a rischiare la propria incolumità esponendosi al rischio di infortuni. Ad alimentare le future polemiche ci ha pensato la Uefa oggi presenterà a Ginevra i dettagli di quella che sarà una grossa novità a livello di squadre nazionali e cioè la Uefa Nations League.

CHE COS’E’?- La Uefa Nations League sarà la nuova competizione europea a cadenza bienale per le Federazioni calcistiche iscritte alla Uefa. Non sostituirà affatto il Campionato Europeo ma accompagnerà quest’ultimo rinnovandone anche i criteri di qualificazione. L’obiettivo principale è quello di cancellare quasi definitivamente le inutili amichevoli internazionali, che intasano il calendario senza regalare nessun riscontro a livello mediatico ed economico. Nella Nations League le 55 federazioni nazionali saranno suddivise in quattro Divisioni; queste Divisioni saranno ulteriormente suddivise in gironi da tre o quattro squadre. Le 55 squadre partecipanti vengono divise in quattro Divisioni, A-B-C-D, a seconda della loro forza. Ovviamente la Divisione A conterrà le squadre più in alto del ranking Uefa. In ciascuna Divisione, le quattro vincitrici dei gironi vengono promosse o, nel caso della Divisione A disputeranno la Final Four, e quattro squadre retrocedono per il torneo successivo. Nelle Final Four parteciperanno le vincitrici dei quattro gironi della prima Divisione  e si affronteranno in scontri diretti (semifinali e finale).

La vincente delle Final Four sarà la squadra campione della UEFA Nations League. La nuova competizione Uefa, che partirà ufficialmente nel Settembre 2018, regalerà anche quattro posti aggiuntivi ai Campionati Europei che saranno assegnati tramite un sistema di Play-Off:  Sedici squadre parteciperanno ai play-off e verranno raggruppate in gruppi da quattro. Ogni Divisione si contenderà un posto che vale la qualificazione. Se una qualsiasi vincitrice si è già qualificata tramite le Qualificazioni Europee, allora il suo posto negli spareggi verrà preso dalla squadra con il ranking più alto all’interno della Divisione in questione, prendendo in considerazione il ranking globale all’interno della Divisione stessa, poi se necessario si passa alla Divisione seguente in ordine decrescente prendendo in considerazione il ranking globale della Divisione relativa. Le quattro squadre di ciascuna Divisione si affronteranno in semifinali secche e una finale in gara unica per determinare le quattro vincitrici.

2082037_w2

QUALI VANTAGGI?- Un regolamento che dire cervellotico è veramente poco: Un intreccio di partite, play-off, classifiche che farebbe impallidire anche il più attento dei tifosi. Cerchiamo però di capire se ci sono dei vantaggi: sicuramente a livello di spettacolo (forse) non ci saranno più partite inutili dato che tra qualificazioni europee o mondiali, e Nations League, tutte le gare saranno ufficiali e varranno i tre punti. Questo però al tempo stesso può essere considerato un fattore negativo perché se il livello agonistico sarà sempre alto, maggiore sarà la possibilità di infortuni per i giocatori che creerebbero così un danno enorme ai loro club. A livello di competitività sicuramente questa competizione rientra nel quadro di “Calcio Democratico” che l’ex presidente della Uefa Michel Platini aveva cercato di introdurre e che ha avuto il suo apice con la riforma (discutibile) della Champions League. Anche qui praticamente tutte le nazioni hanno la possibilità di qualificarsi agli Europei. Anche qui, però, le due facce della stessa medaglia: da una parte il bello di dare un possibilità a tutte le nazionali, anche quelle più scarse, dall’altro il rischio di abbassare notevolmente il livello del Campionato Europeo, che già in Francia non è sembrato essere eccelso. D’altra parte, però, in un calcio sempre più dipendente dai diritti tv e dai soldi che ne derivano, anche le Federazioni vogliono una fetta della torta. E questo intricatissimo torneo potrebbe essere un pasto extra per le bocche sempre affamate del mondo pallonaro.

Non ci resta quindi che aspettare il 28 Gennaio 2018 per i sorteggi e aspettare Settembre prossimo per questo nuovo Campionato delle Nazioni.

La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

E’ il gennaio del 2000, il calcio italiano è il più ricco e il più bello del mondo, e gli occhi di tutti sono puntati sui campi della Serie A. Nelle curve degli stadi compaiono però sempre più spesso striscioni xenofobi e ostili, accompagnati da bandiere con croci celtiche, ma è forse ancora più inquietante un messaggio della Curva Nord della Lazio durante una partita con il Bari: “Onore alla tigre Arkan”. Moltissimi non capiscono, altri si indignano. E’ il caso di Alen Boksic, all’epoca attaccante biancoceleste e croato di nascita, che si sfoga sulle pagine de ‘La Repubblica’: “Sto male, molto male. Sono amareggiato e deluso anche perché quella scritta viene dai miei tifosi. Hanno reso onore a quello che tutto il mondo considera un criminale di guerra contro il mio popolo. Davvero non si rendono conto di quello che fanno”. Le voci di corridoio assicurano però che a volere quello striscione sia stato un compagno di squadra di Boksic, il serbo (di madre croata) Sinisa Mihajlovic, ora allenatore del Milan, che anni dopo ha spiegato le sue motivazioni al ‘Corriere della Sera’: “Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri”.

La Tigre Arkan, nome di battaglia di Željko Ražnatović, trova la morte il 15 gennaio 2000 in un agguato avvenuto in un albergo di Belgrado, dopo essere stato uno dei più cruenti protagonisti delle guerre jugoslave del decennio precedente. Da sempre grande appassionato di calcio, Arkan è il leader del gruppo ultras più violento della curva della Stella Rossa Belgrado negli anni del conflitto iniziato nel 1991: Ražnatović è noto ai corpi di Polizia di tutta Europa, per aver imperversato tra Italia, Germania, Olanda e Belgio con rapine ed esecuzioni (anche su commissione dei servizi segreti della Jugoslavia di Tito) tra gli anni 70 e 80.

Una volta tornato in patria diventa uno dei principali protagonisti della guerra civile, e sugli spalti del ‘Maracanà’ organizza una spietata milizia di supporto a Slobodan Milošević, presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia che troverà la morte a L’Aja durante il processo a suo carico per crimini contro l’umanità. Arkan e le sue ‘Tigri’ seminano il terrore da vero braccio armato dell’espansionismo della ‘Grande Serbia’: i circa tremila volontari reclutati tra la curva dello stadio e le carceri belgradesi si rendono protagonisti di migliaia di uccisioni, e il potere del loro leader cresce a dismisura nel corso di quei tragici anni.

Al termine dei conflitti, nel 1995, Arkan è uno degli uomini più ricchi e potenti della Serbia, sebbene ufficialmente sia solo il titolare di una pasticceria. Ma oltre che un amante dei dolci, un criminale e un nazionalista Ražnatović è da sempre un grande calciofilo. La sua ambizione e la sua passione per il pallone lo portano ad aspirare a diventare protagonista in prima persona del calcio del suo Paese: sfumati i tentativi di prendere possesso della ‘sua’ Stella Rossa, diventa presidente del FK Obilic, squadra di Belgrado dal passato tutt’altro che glorioso. Ma avere come proprietario il capo delle ‘Tigri” in un’epoca come quella può essere decisamente rilevante, e la storia dei gialloblu lo dimostra: dopo decenni nell’anonimato, nonostante la squadra non sia assolutamente al livello delle big, l’Obilic diventa una delle realtà di punta del calcio serbo.

Le minacce per nulla velate cui vengono sottoposti arbitri e giocatori avversari, con la leggenda che parla anche di gas sedativi negli spogliatoi degli avversari e altre amenità del genere, consentono quello che da altre parti, ma non certo nella Serbia degli anni 90, sarebbe considerato un miracolo calcistico: in un battibaleno arrivano la promozione nella massima serie, il primo scudetto della storia del club (che interrompe un dominio di Partizan e Stella Rossa durato 27 stagioni consecutive) e la partecipazione ai preliminari di Champions League, il tutto facilitato certamente dalla costante e minacciosa presenza di Arkan in panchina.

A eliminare i ‘Cavalieri’ dalla massima competizione europea è il Bayern Monaco, dopo che Arkan ha lasciato la presidenza del club alla moglie Svetlana, cantante celeberrima in Serbia, a causa delle pressioni della Uefa che lo portano anche a progettare l’omicidio dell’allora presidente Johansson prima di rinunciare a causa della mancanza di occasioni concrete. I bavaresi si impongono con facilità in casa, anche grazie alla forzata assenza di Arkan che non può recarsi in Germania a causa di una taglia sulla sua testa risalente alle ‘avventure’ di gioventù da quelle parti, eliminando la squadra balcanica e costringendola alla Coppa Uefa nella quale è l’Atletico Madrid di Arrigo Sacchi a mettere la parola fine alla campagna estera della compagine del crudele comandante serbo.

Poco dopo la parabola di Arkan si conclude a colpi di arma da fuoco, con la stessa violenza che ha caratterizzato tutto il suo percorso di vita. E che ha avuto un ruolo non certo marginale nel suo sogno di realizzare un’utopia calcistica che sarebbe meglio cancellare. Necrologi e onori postumi compresi.

Le dimensioni contano: perché è necessario rendere tutti i campi uguali

Le dimensioni contano: perché è necessario rendere tutti i campi uguali

Lo sanno tutti, ma molti non hanno il coraggio di ammetterlo: le dimensioni contano, anche quando si parla di campi da calcio. Ne ha un’idea precisa Mauricio Pochettino, tecnico del Tottenham, protagonista negli ultimi giorni di una polemica che ha riportato in auge un tema del quale non si parla mai abbastanza. L’allenatore argentino, infatti, aveva avanzato la richiesta di ridurre le dimensioni del campo da gioco di Wembley, impianto che ospiterà i match casalinghi degli Spurs nella prossima stagione, per uniformarlo a quelle del vecchio White Hart Line, fortino della sua squadra fino ad un mese fa.

Il perché è presto detto: la filosofia tattica del delfino di Bielsa si basa principalmente sullo sviluppo metodico di pressing e gioco veloce, molto efficaci in un campo dalle dimensioni ridotte ma allo stesso tempo sconvenienti in terreni più grandi. L’FA inglese, tuttavia, ha risposto picche (ha concesso unicamente un metro di larghezza in meno), motivando la scelta grazie ai nuovi dettami della Premier League sulle dimensioni dei campi da calcio. 105×68 metri per tutti, con deroga per due impianti storici immodificabili: Stamford Bridge, casa del Chelsea di Conte (103×67,5 metri), e lo stesso White Hart Lane (100×67 metri, 545 metri quadrati in meno rispetto a Wembley), demolito nel maggio scorso. Come spiegheremo nel dettaglio nel prossimo paragrafo, il trasloco potrebbe condizionare fortemente la prossima stagione del Tottenham e questo, dal punto di vista sportivo, è assurdo. Il gioco del calcio deve avere regole uguali per tutti in ogni senso, ed è arrivato il momento di uniformare le dimensioni dei campi, soprattutto a certi livelli. Esattamente come hanno fatto FIFA, UEFA e la stessa Premier League.

Le statistiche che riguardano l’ottimo Tottenham di White Hart Lane e quello disastroso di Wembley (impianto utilizzato in Champions ed Europa League) spaventano i tifosi. Gli Spurs, infatti, nonostante facciano del dinamismo un punto di forza (nell’ultima stagione di Premier hanno percorso 114,1 chilometri, quarti assoluti nella speciale classifica), sono protagonisti di una sproporzione inusuale tra gol segnati e subiti in casa a seconda del campo scelto. Se a White Hart Lane gli Spurs mettono insieme 47 reti con una media di 2.47 per partita, subendone soltanto 9 (0.47 di media), le cose cambiano nei match giocati a Wembley: le reti segnate sono 8 (1.6 a partita) e dieci quelle subite (2 a gara), con una sola vittoria, un pareggio e tre sconfitte nel nuovo stadio.

Il Tottenham, di conseguenza, rischia di pagare a carissimo prezzo l’esilio forzato a Wembley e difficilmente ripeterà l’ottimo secondo posto in Premier League conquistato nella stagione appena conclusa. E inoltre dovrà tenere in considerazione che l’impianto in costruzione pronto a sostituire il White Hart Lane dovrà avere le dimensioni imposte dalla FA. Le stesse che presentano per esempio l’Allianz Arena di Monaco di Baviera, il Camp Nou di Barcellona, l’Olimpico di Roma, lo Juventus Stadium di Torino e il Meazza di Milano. A proposito degli stadi italiani, il nostro regolamento presenta un caso particolare: le dimensioni imposte, infatti, presentano una forbice molto larga che tiene in considerazione le differenziazioni necessarie tra i terreni di gioco della A e quelli di tutte le altre categorie. La lunghezza può variare da un minimo di 90 metri ad un massimo di 120 (100/110 per le gare internazionali), mentre la larghezza muta dai 45 ai 90 metri (64/75 per le gare internazionali). Tanti, troppi. Urge una riforma che riduca la forbice e imponga delle dimensioni fisse, almeno nei campionati maggiori.

Buona parte degli impianti sono vecchi e presentano ancora le obsolete piste d’atletica (si pensi al San Paolo di Napoli, lungo 110 metri e largo 68), il che permetterebbe di ridurre o ampliare agevolmente i terreni di gioco e uniformarli agli standard consigliati dalla FIFA (105,68). Per gli impossibilitati, invece, sarebbe sufficiente concedere una deroga. In Italia e in altri Paesi è indispensabile porre rimedio e far sì che polemiche come quella portata avanti da Pochettino non abbiano più ragione d’esistere.  Ne va della credibilità di uno sport nel quale non dovrebbe aver senso pensare di adattare un terreno di gioco ad una filosofia tattica e non viceversa. Se 545 metri quadrati fossero troppi per competere ad armi pari con gli altri, il Tottenham potrebbe valutare l’idea di lasciare il mondo del calcio e darsi al calciotto. Non ci sarebbero più problemi, e tutti giocherebbero con maggiore tranquillità.

Close