US Fasano, un’esaltante stagione di rilancio nel segno della propria comunità

US Fasano, un’esaltante stagione di rilancio nel segno della propria comunità

Fervono i preparativi per la grande festa del 25 Aprile, la data scelta per celebrare una stagione 2016/17 che lascerà il segno per la comunità di Fasano. Promozione in Eccellenza con largo anticipo, trionfo nella finale di Coppa Italia Promozione con 3.000 persone al seguito sul campo neutro di Monopoli, risultati conseguiti, ed è probabilmente la nota più rilevante, nel primo anno sotto la gestione del club da parte di un’associazione di tifosi, Il Fasano siamo Noi.

Dal Gennaio 2016, in contrasto con la precedente dirigenza intenzionata a mollare il club, la base del tifo ha scelto di presentarsi in prima linea per gestire la piccola società della provincia di Brindisi dando vita ad una associazione aperta a supporters e simpatizzanti. Con tanto lavoro e l’impegno di una piazza intera a distanza di un anno e mezzo non sono mancate le soddisfazioni, come anche tutti i problemi in termini organizzative ed economici che sono costrette ad affrontare le società di categoria. Condizioni precarie che sempre con più frequenza hanno favorito e spinto il sorgere di iniziative simili in questi ultimi anni, spesso ultimo argine alla scomparsa dei club, per salvaguardare e rilanciare la realtà di calcio locale. A tal proposito ho portato qualche domanda al gruppo che guida questa interessante realtà per meglio comprendere l’evoluzione di questa stagione e l’impatto nella gestione di un club che ha scelto un percorso alternativo fatto di autofinanziamento, minisponsor e grande partecipazione dell’intera comunità.

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A Gennaio 2016 lanciavate l’associazione “Il Fasano siamo noi” e avete deciso di ‘scendere in campo’ per la vostra società, quale era la situazione e cosa vi ha spinto a fare questo passo?

Tutto quello che ci stiamo ritrovando ad affrontare è una pura casualità portata dalla passione e dall’amore che viviamo per nostra squadra, era un’idea che blaterava nelle nostre teste da tempo, ma quando è iniziato tutto lo abbiamo fatto per necessità, considerando che la vecchia società al primo cenno di contestazione della piazza e alle richieste di lasciare tutto ha abbandonato la nave. Dall’oggi al domani ci siamo ritrovati ad organizzare le trasferte, comprare l’acqua per gli allenamenti e reperire i contatti dei ristoranti. Per fortuna il popolo si è messo a disposizione e quello che sembrava una scommessa è diventata una realtà, con la nascita dell’associazione e di tutte le attività correlate, raggiungendo la finale di Coppa lo scorso anno e programmando quella che poi si è rilevata una stagione da incorniciare.

A poco più di un anno dall’inizio di questa avventura vi aspettavate una stagione così? Sarà grande festa il 25 Aprile…

Sicuramente abbiamo lavorato per tornare a dare un senso e riaccendere gli entusiasmi ormai sopiti di una città martoriata da tante vicissitudini societarie, l’obiettivo principale era vincere il campionato, poi la vittoria della Coppa davanti ad oltre 4000 spettatori è stata la ciliegina sulla torta che ha incoronato il nostro sogno. Il 25 è la festa che racchiude tutto quello che abbiamo vissuto in questa fantastica stagione, per iniziare a voltare pagina è iniziare a costruire il futuro. La speranza è quella di rivedere lo stesso esodo.

I risultati sportivi sicuramente hanno permesso di vivere con entusiasmo una stagione in cui però non sono mancate le difficoltà nella guida del club, quali gli ostacoli più ardui da superare per una realtà come la vostra?

Innanzitutto abbiamo dovuto combattere con le scetticismo della gente, all’inizio nessuno avrebbe pensato che i tifosi – ultras avrebbero risollevato le sorti. È un progetto particolare è innovativo che non ha eguali, ragion per cui all’inizio non è stato facile, col tempo e la forza dei fatti siamo riusciti a dimostrare il contrario.

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Sul campo neutro di Monopoli per la finale della Coppa Italia Promozione in 3.000, ma il seguito è stato sempre rilevante in questa stagione…Quanto ha contato e quali i match più significativi?

La giornata di Monopoli sarà per sempre da incorniciare nei cuori e nelle menti di tutti i presenti, vivere certi sensazioni resteranno emozioni uniche. La nostra piazza è sempre stata passionale e viscerale, anche quando siamo ripartiti dalla seconda categoria abbiamo avuto picchi fino a mille spettatori, ma la finale ha avuto un effetto forse mai avuto. Sicuramente le partite più sentiti e partecipate sono stati i derby col Brindisi (Campionato e coppa) e gli scontri diretti con Ostuni, Tricase e Aradeo arrivando a toccare la media dei 2000 spettatori, che in una categoria come la promozione sono un gran lusso. Ci sono piazze che nemmeno in serie C fanno certi numeri. Ed in un progetto come il nostro, il pubblico è la prima componente fondamentale.

Ora è già tempo di programmare il futuro per il campionato di Eccellenza, quali i progetti per squadra, settore giovanile e stadio?

Stiamo già lavorando per programmare la prossima stagione cercando di capire quali sono gli aspetti da migliorare e cosa è mancato in questa stagione. Le nostre attenzioni si sono sempre basate sul settore giovanile affinché i giovani crescano nel modo giusto e soprattutto tifosi della squadra della propria città, abbiamo già acquistato 2 furgoni 9 posti e 100 kit dati in omaggio al momento dell’iscrizione, adesso le nostre attenzioni si stanno rivolgendo alle strutture e istruttori per continuare a dare un seguito importante. Abbiamo tantissime idee da mettere in pratica, con tempo, pazienza e sacrificio cercheremo di realizzarle tutte, stando attenti a non sbagliare niente.

E per i tifosi? Crescere ed ampliare la base sarà tra le vostre priorità..

Sicuramente, il tifoso è il protagonista principale in questo progetto. Anche in questo caso stiamo vagliando delle proposte per cercare di sfruttare al meglio quest’ondata di entusiasmo che si è riversata su di noi. La speranza è che organi competenti e istituzioni non guastino con le loro logiche repressive quello che stiamo costruendo limitando e vietando i nostri spostamenti. Il tifoso è l’elemento principe in una partita di calcio e bisogna lavorare per riportarlo all’interno di uno stadio e non al di fuori.

La vostra società ha una particolare vocazione verso i temi sociali, quali i progetti che avete portato avanti in questo ambito? Quali sono le iniziative che avete realizzato e quali le soddisfazioni che vi siete tolti fuori dal campo?

In realtà il discorso sociale e della solidarietà è un argomento ormai ben radicato da circa 15 anni. Abbiamo fatto così tante cose che ricordarle tutte è impossibile. Già di per se, dare a tutti i ragazzi della città la possibilità di seguire le nostre attività a prezzi accessibili è un grande segno di solidarietà perché riusciamo a coinvolgere anche quelle famiglie vittime di un disagio. Una delle scene più belle di quest’anno è vedere Giovanni, un ragazzo della nostra terra che costretto a vivere con un tumore osseo ha deciso di combattere la sua personale battaglia ideando una magliettina bianca con il simbolo di un guerriero per cercare di racimolare qualcosa per le sue cure. Bene… Quel giorno tutto lo stadio, in campo e sugli spalti ha indossato la sua maglia. Belle emozioni.

Il sostegno del territorio e la cooperazione tra supporters, club e istituzioni sono vitali per la sostenibilità di una società sportiva. Nel vostro caso dove e in quali soggetti avete trovato appoggio maggiore e dove invece c’è ancora da lavorare?

C’è ancora da lavorare tanto su tanti fronti, se siamo riusciti ad abbattere i pregiudizi e lo scetticismo del popolo, adesso tocca farlo con grossi imprenditori e istituzioni con il quale cercheremo di trovare una sinergia per farli capire quanto possa valere in termini economici e d’immagine per la nostra città tutto il nostro progetto. Il maggiore supporto lo abbiamo avuto dal nostro presidente onorario Franco D’amico, in passato già presidente per una stagione, che fin dall’inizio si è mostrato interessato al nostro progetto e a mosso tutte e sue conoscenze per aiutarci. A lui abbiamo affidato per scelta, tutta la parte tecnica, programmando insieme i costi ma lasciandoli carta bianca sulla rosa e i tecnici, su questo discorso preferiamo restare “tifosi”.

I successi sicuramente richiameranno l’attenzione di qualche imprenditore, quale sarà il vostro approccio con potenziali nuovi investitori?

Le porte sono aperte a tutti coloro si vogliano approcciare a noi, ovviamente le intenzioni devono essere quelle di collaborare per un progetto comune e collettivo senza personalismi. Chi vuole salire sul nostro carro è il benvenuto. Trasparenza, chiarezza e rispetto le uniche cose che chiediamo.

Fasano è un esempio di come l’impegno trasversale della piazza possa sostenere il rilancio di una società, quale messaggio inviereste a chi è impegnato come voi nella gestione di una società o che si trova in situazioni come il vostro club prima del passaggio di proprietà?

Secondo noi questa è l’unica soluzione per mantenere vivo, sano e genuino il gioco del calcio, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una speculazione e mercificazione del gioco più amato del mondo. Da gioco lo hanno trasformato in industria, calpestando i diritti del tifoso e peggiorandone le situazioni. Il calcio scommesse, le Pay TV, le squadre di calcio in cambio di un appalto, la repressione, non hanno fatto altro che allontanare il pubblico dagli stadi e farli disinnamorare, il nostro progetto invece così come ampliamente dimostrato volge a fare tutto il contrario. Noi eravamo stanchi di tutto questo e prima che il giocattolo si rompesse definitivamente abbiamo deciso di farci avanti, consigliamo a tutti questa strada facendo però le cose in maniera serie ed oculata. Altrimenti non è la scelta giusta. Il calcio è della gente e la gente deve tornare a riappropiarsene!

 

 

Che fine ha fatto la maglia azzurra del Napoli?

Che fine ha fatto la maglia azzurra del Napoli?

Conta solo la maglia, uno striscione che campeggia in ogni stadio del mondo, in tutte le lingue del globo terracqueo che popolano il pianeta. A Napoli però questo concetto è mutato nel tempo, ed è mutato dalla stagione 2014/2015 quando per la prima volta nella storia del club partenopeo la prima maglia fu sostituita, numeri alla mano, dalla maglia jeansata che nelle intenzioni iniziali sarebbe dovuta essere la terza.

Tifosi inviperiti per lo schiaffo alla storia di una maglia tanto semplice quanto iconica, portata orgogliosamente nel mondo dal calciatore più forte della storia, Diego Armando Maradona, diventato capopopolo di 6 milioni di persone che a loro volta portano questo azzurro borbonico in giro per il mondo.

Azzurro borbonico, appunto. Perché quella del Napoli non é una maglia “Blu sky” come quella del City, o celeste come quella della Lazio. E’ un azzurro diverso, di un paio di tonalità più forti, perché il fondatore del club, Giorgio Ascarelli, decise di omaggiare la storia della città prendendo in prestito i colori dallo stemma comunale che a loro volta si rifacevano ai regnanti
passati.

Ascarelli era un presidente lungimirante, ancora oggi sarebbe moderno, perché aveva capito che il calcio sarebbe stato espressione massima dell’orgoglio cittadino e che un giorno avrebbe conquistato il mondo, così oltre all’azzurro borbonico nel simbolo ci inserì l’iniziale della città ma scritta con la enne napoleonica.

Tornando all’azzurro, numeri alla mano quella classica resta la prima maglia (per ora) con 20 apparizioni totali ma dista solo 3 partite da quella bianca a quota 17, la nera staccata a 7 essendo terza maglia.

Quest’anno i tifosi sono stati costretti nuovamente a chiedere a gran voce al presidente Aurelio De Laurentiis di smetterla di provare a distruggere la storia del Napoli, un esercizio che a quanto pare soddisfa il patron partenopeo data la frequenza con cui sputa addosso alla maglia azzurra ma a quanto pare da quell’orecchio non ci sente visto che il dato elencato in precedenza va anche contestualizzato: la maglia azzurra è in vantaggio sulla bianca, ma dal 28 Novembre 2016 è stata scelta per due sole volte, in casa col Real Madrid, niente campionato, una in Coppa Italia.

Surreale la sfida con Ia Juventus, il Napoli in maglia bianca e la Juve in maglia blu.

Addentrandosi in questa sequela di dati si può notare in maniera molto semplice di come il bottino della maglia azzurra sia stato ottenuto in Champions League grazie alle 6 apparizioni contro nessuna della bianca, due della nera. In Coppa Italia sono 2 per la nera e una a testa per bianca ed azzurra, mentre in campionato ormai Ia maglia bianca ha distaccato quella azzurra per 16 a 13 e solo un gran finale di stagione potrà permettere ai tifosi del Napoli di gioire per avere quello che nel resto del mondo è la totale normalità, ovvero vedere la maglia storica in campo per più partite rispetto a seconda e terza maglia.

I tifosi del Napoli ormai si stanno riducendo a questo, tifare letteralmente per la maglia, affinché quella azzurra possa tornare a capeggiare all’interno dell’universo Napoli.

Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Vorrei soltanto dormire e risvegliarmi a cose fatte”. Avrebbe detto proprio così a qualcuno dei suoi  collaboratori Silvio Berlusconi a proposito della vendita del Milan. Il suo Milan. Quello che prese sull’orlo del fallimento un giorno del 1986 e in pochi anni portò sulla vetta del mondo. Parlano i numeri, per la sua storia di presidente: 29 trofei vinti in 30 anni, di cui 7 scudetti e 5 Champions League (una volta si chiamavano Coppe dei Campioni). Mai nella storia del calcio italiano, un presidente è riuscito a vincere tanto. Mai nella storia, un presidente è rimasto tanto a lungo nella vita di una società di calcio. Ma la storia di Silvio Berlusconi con il Milan, non è stata soltanto una storia di trofei vinti. E’ stata prima di tutto una storia d’amore, un idillio durato 30 anni. Il “matrimonio” più lungo in tutta la sua vita. Una di quelle storie che ci ricordano che il calcio, anche nell’era delle Pay-Tv, delle plusvalenze, e dei grandi affari, può essere ancora una questione di cuore.

E adesso che anche Silvio Berlusconi ha venduto, il calcio italiano ha perso forse, il suo ultimo grande presidente tifoso. L’ultimo di un’intera generazione. Come lui prima di lui, ce ne sono stati tanti. Genova, sponda blucerchiata ricorda ancora Paolo Mantovani. Quello del primo ed unico  scudetto del 1991. Colui che portò Vialli e Mancini sotto la Lanterna. Il presidente più amato dai tifosi sampdoriani. Ma anche la Milano nerazzurra ha avuto i suoi presidenti tifosi. Massimo Moratti per esempio. Innamorato dell’Inter fin da bambino, quando il presidente era suo padre Angelo. Anche lui, molti anni più tardi, dopo aver rilevato la quota di maggioranza da Ernesto Pellegrini, porterà la sua Inter prima sul tetto d’Europa e poi sulla vetta del mondo. E anche lui proprio come Berlusconi venderà ai cinesi di Suning la partecipazione residua che aveva nella Beneamata (la quota di maggioranza era stata venduta nel 2013 ad Erik Thohir). Se la Milano del pallone è diventata ormai una piccola “colonia” di Pechino, non è l’unica realtà in Italia, passata sotto mani straniere. La Roma per esempio. Diventata “americana” nel 2011 dopo che per quasi vent’anni era stata di proprietà della famiglia Sensi. Prima Franco,presidente fino alla morte avvenuta nel 2008 e poi con la figlia Rosella. Franco Sensi è entrato di diritto nella storia della Roma per essere stato il presidente del terzo scudetto vinto nel 2001. Diciotto anni dopo, l’altro storico tricolore vinto nel 1983. Quando sulla panchina giallorossa sedeva Nils Liedholm e il presidente era Dino Viola. Forse il presidente più amato dai tifosi giallorossi. Un altro dei grandi presidenti tifosi del calcio italiano. Che dopo aver portato la Roma sulla vetta d’Italia è andato ad un passo dalla conquista dell’allora Coppa dei Campioni persa ai rigori, nella finale contro il Liverpool nel 1984.

Dieci anni dopo il primo storico scudetto vinto sull’altra sponda del Tevere, quella biancoazzurra. Che ne ha avuti di presidenti tifosi. Perché se la Roma giallorossa ha avuto Dino Viola, quella biancoazzurra ha avuto Umberto Lenzini. Americano di nascita ma laziale d’adozione proprio come Giorgio Chinaglia. Storico centravanti di quella Lazio e poi presidente negli sfortunati (per la Lazio) anni Ottanta. Lenzini e Chinaglia sono stati forse gli ultimi presidenti tifosi nella storia della Lazio. Vinceranno poco, come i loro immediati successori. Prima Chimenti (che vincerà nulla) e poi Gianmarco Calleri, che legherà comunque il suo nome a quello della Lazio per essere stato il presidente nell’anno più difficile nella storia della prima squadra della Capitale: la stagione 1986-87 quando la Lazio, riuscì a salvarsi nel campionato di serie B, dopo essere partita con 9 punti di penalizzazione. Fino all’arrivo del più grande presidente della storia laziale cioè Sergio Cragnotti. “L’imperatore” come venne definito dai tifosi della Curva Nord. Un amore quello nutrito dai tifosi per Cragnotti, non sempre ricambiato dal presidente. Il quale, arriverà a definire i tifosi della Lazio come i primi “clienti” della sua società. Sarà proprio Cragnotti in Italia, il primo a cambiare il modo di gestire le società di calcio. A portare per la prima volta nella storia, una società di calcio a quotarsi in Borsa. A parlare dell’importanza delle plusvalenze. A decidere di vendere calciatori come Beppe Signori (incoronato Re di Roma dai tifosi laziali che eviteranno la cessione scendendo in piazza) e Cristian Vieri (in quel momento il più forte attaccante italiano venduto all’Inter) di fronte ad offerte miliardarie. Per Cragnotti il calcio più che una questione di cuore era una questione di business. Vinse tanto però e questo lo rese amato dai tifosi biancocelesti. Più che un presidente tifoso la storia lo ricorderà come un visionario. Aveva capito prima degli altri in quale direzione sarebbe andato il calcio.

Tifosi e istituzioni per cambiare le regole e la governance del calcio inglese

Tifosi e istituzioni per cambiare le regole e la governance del calcio inglese

Il Regno Unito è sicuramente uno dei Paesi tra i principali campionati di calcio continentali a aver sviluppato un interessante movimento di associazioni e gruppi di tifosi che propongono un maggiore coinvolgimento dei supporters nei processi decisionali dei club e delle istituzioni sportive. Con quasi 20 anni di esperienza diretta sono molti gli spunti e le iniziative che hanno dato un valore aggiunto al calcio. Dai primi collettivi comparsi nel corso degli anni ’90 come gruppi sporadici, nati per il salvataggio di club in dissesto economico attraverso organizzazioni democratiche e aperte, con il Northampton Town tra i primi a promuovere l’intervento dei tifosi, le realtà si sono evolute e moltiplicate lungo tutta la piramide del calcio inglese.

L’impatto e i risultati migliori si sono registrati nelle leghe inferiori, i club della Championship e, sopratutto, della Premier League, grazie al fiume di soldi delle TV e al grande impatto mediatico mondiale della massima serie inglese, restano più distanti dalle potenzialità delle iniziative dei tifosi e dal possibile coinvolgimento nel capitale sociale per ovvi motivi economici, oltre ad essere appetiti dai più grandi gruppi commerciali e finanziari. La massima divisione inglese è il campionato più ricco al Mondo, le risorse economiche affluite a partire degli anni ’90 hanno consentito lo sviluppo societario(stadi di proprietà, merchandising, ecc..) di diverse realtà che ora occupano stabilmente le prime posizioni a livello mondiale per introiti generati, come Manchester United, Arsenal Chelsea, Liverpool ecc.. Soldi che poi però, non necessariamente e soprattutto a livello di Nazionale, non si sono tradotti in successi sul campo ma hanno concretamente introdotto fattori distorsivi tra i campionati locali e spesso violato tradizioni ed eredità storiche.

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L’aumento del potere contrattuale della massima divisione le ha consentito di esercitare un forte potere d’influenza su tutto il settore, con effetti nel calcio giovanile e in quello dilettantistico che hanno ricevuto una minima parte delle risorse affluite nel sistema, lasciando molti problemi, sopratutto in termini di sostenibilità, nelle divisioni inferiori. Sono decine i casi di società finite in dissesto finanziario negli ultimi anni, situazioni che spesso hanno fatto palesare anche i limiti dei meccanismi di controllo e verifica delle istituzioni sportive nei processi di acquisizione(Fit & Proper test), casi che spesso hanno coinvolto operazioni di soggetti stranieri e che hanno lasciato sulla strada vittime illustri.

Nonostante le evidenti barriere economiche all’entrata, e le difficoltà nell’interfacciarsi con società particolarmente complesse e grandi, anche tutti i club della Premier League hanno un’associazione di tifosi riconosciuta, con l’ultimo gruppo nato su iniziativa dei supporters del West Ham United FC. Con un’attività costante sul territorio hanno saputo ritagliarsi spazi importanti e in molti casi sono diventate punto di riferimento per i tifosi locali, sviluppando un percorso di dialogo con le rispettive società per portare richieste di miglioramento e proposte per politiche più orientate al coinvolgimento pubblico ad un livello superiore. Manchester United Supporters Trust, Arsenal Supporters’ Trust, Tottenham Hotspur Supporters’ Trust e lo Spirit Of Shankly – Liverpool Supporters’ Union, tra le realtà più attive nel panorama inglese in questi ultimi anni, si sono ritrovate in prima linea unite in campagne di sensibilizzazione su temi specifici che hanno raggiunto spesso risultati evidenti.

I gruppi attivi sono oltre 100, circa 40 i club di proprietà dei tifosi, tra i più rilevanti e famosi tra le categorie del calcio professionistico inglese il Portsmouth FC, il FC United of Manchester e l’AFC Wimbledon, solo per citarne alcuni. Numeri che hanno permesso la realizzazione di un intenso e partecipato percorso comune, canalizzato e coordinato da Supporters Direct UK(SD UK), caratterizzato dal reciproco sostegno, che ha consentito di tracciare la strada per la promozione ed il supporto di campagne condivise su temi di rilevanza trasversale. L’unione d’intenti ha posto le basi per la creazione di un movimento d’opinione omogeneo e focalizzato sulla risoluzione delle principali problematiche riguardanti i tifosi, facendo emergere le principali contraddizioni nella governance dei club inglesi, e del calcio professionistico in generale, presentando soluzioni alternative, frutto di percorsi condivisi con tutti gli attori in gioco.

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Uno degli sviluppi più interessanti degli ultimi anni è sicuramente la partecipazione di SD UK e della FSF, con il contributo di numerosi Supporters’ Trust e Community Club locali, nell’ambito dei lavori del ‘The Supporter Ownership and Engagement Expert Group’ , che dal 2014 opera per esplorare le possibilità e valutare come sia possibile intervenire per favorire un maggiore coinvolgimento dei tifosi nella governance dei club. Le attività si sono concretizzate con una serie di raccomandazioni rivolte ai principali attori del settore, sia per regolare ed incentivare le relazioni tra club e associazioni di tifosi(Fan Engagement), sia per fornire un quadro di nuove norme per disciplinare le possibilità ed eventuali strumenti di incentivo per le società che si aprono, per volontà o necessità, alla partecipazione popolare.

Dal lato del Fan Engagement sono state presentate misure per spingere alla riforma delle strutture di governance delle leghe, invitando a maggiori relazioni con le rappresentative, e con l’introduzione di un ‘dialogo strutturato’, articolato su diversi livelli, con l’obbiettivo di ampliare i punti di vista sui molteplici aspetti del settore, introducendo forme di contatto costante tra club, rappresentative dei tifosi e stakeholders. Nel concreto i club hanno attivato soluzioni di incontro diretto come ad esempio i Fans Forum(già usati sporadicamente nel passato) che prevedono una serie di incontri periodici tra lo staff della società, in molti casi con il Supporters Liaison Officer, per la risoluzione delle problematiche comuni, utili a favorire consultazioni aperte più ampie su questioni chiave. Le leghe parallelamente hanno attivato canali simili con incontri periodici ufficiali, la novità di questa stagione 2016/17, che hanno già dato qualche risultato con la partenza di un tavolo di confronto, favorito dalla Premier League, tra le emittenti di Sky e le rappresentative per limitare l’impatto dei cambi di orario dei match, e con la Sports Ground Safety Authority sul tema delle safe standing area.

Dal lato normativo l’intero impianto delle proposte presentate volge verso criteri di promozione della sostenibilità e della good governance, le linee guida definite nel corso di questi anni di attività hanno attraversato principalmente due aspetti: favorire e incentivare i meccanismi della ‘rescue culture’(cultura del salvataggio) con l’introduzione di nuove procedure che coinvolgano in via prioritaria il tessuto regionale tenendo in considerazione come interlocutore autorevole l’associazione locale, purchè rispetti i principi comuni di democraticità e trasparenza. Introducendo obblighi di comunicazione pubblica, e verso le istituzioni sportive, a carico dei proprietari dei club per i movimenti societari che coinvolgono quote rilevanti. Al vaglio anche proposte per quote minime obbligatorie da destinare ai Supporters Trust e periodi di esclusiva, ‘right to buy’, accordati ai gruppi in caso di manifesta volontà di cessione della società, o di specifici asset di interesse per la comunità locale(stadio, strutture di allenamento). Obbligo di consultazione pubblica per la modifica delle denominazioni sociali e per il cambio di marchi e stemmi storici.

Il secondo aspetto riguarda invece forme di tutela ed incentivo ai club professionistici e non che hanno come azionisti di riferimento le associazioni di tifosi, con la proposta di sgravi fiscali e dell’introduzione di una specifica struttura associativa, Community Owned Sports Club, con tratti definiti e chiari, nel riconoscimento dell’impatto positivo apportato alla comunità di riferimento. Il percorso di cooperazione si è articolato con meeting dedicati ai diversi aspetti d’intervento e hanno coinvolto associazioni e club di tutte le categorie del calcio inglese, per approfondire il Report finale del 2016 e l’aggiornamento di Febbraio 2017.

 

Simboli, colori e soprannomi: le storie e gli aneddoti più affascinanti della Bundesliga

Simboli, colori e soprannomi: le storie e gli aneddoti più affascinanti della Bundesliga

Il rischio di far arrabbiare i tifosi avversari con una esultanza dopo un gol è abbastanza alto, fare lo stesso con i propri invece è più difficile. Ci riuscì il nigeriano del Colonia Anthony Ujah che dopo il gol al Francoforte nel settembre del 2015 pensò bene di prendere per le corna un caprone a bordo campo. Si trattava di Hennes VIII, mascotte ufficiale del club del land Nordrhein-Westfalen da cui proviene il soprannome alla squadra (Die Geißböcke, i caproni). Alle puntuali proteste degli animalisti si aggiunsero quelle dei tifosi più fedeli alle tradizioni del club e per cucire lo strappo, Ujah fu costretto a chiedere scusa su twitter (“Hennes non volevo farti del male, sei il mio migliore amico”) e a presenziare al compleanno dell’animale una settimana dopo.

Hennes è la mascotte più longeva del calcio. Nel 1951, Harry Williams , direttore di un circo, regalò al neonato club una capra come portafortuna e le fu affibbiato il nome di Hennes dall’allenatore Franz Kremer. E’ l’inizio della dinastia che oggi vede Hennes VIII, come ultimo erede. La capra più famosa della Germania dispone di una pagina facebook ufficiale mentre i tifosi possono seguire la sua vita con una web cam installata nella sua stalla tranne ovviamente la domenica quando lei è sempre presente a bordo campo per seguire le vicende della sua squadra del cuore.

Quella che lega il Colonia al suo soprannome è una storia affascinante ma non unica in Bundesliga. Sarà sicuramente capitato di sentire usare lo pseudonimo di ‘minatori’ riferito allo Schalke 04. Il motivo è semplice: molti giocatori e tifosi del club di Gelsenkirchen provenivano dalle file proletarie, in particolare dalle miniere di carbone della Ruhr. Di diversa estrazione è il Borussia Dortmund che proprio con i vicini dello Schalke dà vita ad una delle rivalità più accese della Germania. Il nome del club deriva da una birreria di Dortmund mentre il soprannome ‘vespe’ riprende i colori ufficiali della società e della città, il giallo e il nero appunto. Diversa invece la storia che vede attribuire al Friburgo il soprannome di ‘brasiliani’: tutto ha inizio nel 1993 quando la squadra allenata da Volker Finke raggiunge il terzo posto grazie ad uno stile di gioco spumeggiante e divertente al punto da spingere i sostenitori ad associarlo a quello della Seleção. Motivi simili quelli che sono dietro al nome di ‘puledri’ affibbiato ai giocatori del Borussia Mönchengladbach nei gloriosi anni ‘70 per via di una squadra composta da giovani fuoriclasse e dallo stile di gioco spiccatamente offensivo.

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La storiografia concorda nel far iniziare la storia del Bayer Leverkusen al 27 novembre 1903 quando un impiegato della omonima fabbrica della città scrisse una lettera al proprio datore di lavoro invitandolo a finanziare la creazione di una polisportiva, una “squadra della fabbrica” e proprio quest’ultimo è il soprannome che ha accompagnato per tutta la sua storia il club. Una bandiera blu con all’interno un quadrato bianco richiama la tradizione marinara e portuale della città di Amburgo, la cui società di calcio è la più antica di Germania.  Al Volksparkstadion è presente un orologio che indica gli anni, i mesi, i minuti e i secondi passati dal club in Bundesliga. L’Amburgo è infatti l’unico club tedesco a non essere mai retrocesso e questo motivo di vanto per i tifosi ha rischiato di infrangersi nel 2015 quando solo un gol in pieno recupero nel play out di Nicolaj Muller ha permesso ai ‘dinosauri’ di conservare lo storico primato. Una settimana dopo la società propose di smantellare l’orologio al grido di “superiamo il provincialismo” ma i tifosi non la presero bene e il simbolo del club, assieme alla mascotte Hermann, un dinosauro blu, è ancora al suo posto. Spostandoci ad est, troviamo anche nel calcio tedesco una Vecchia Signora dal passato tuttavia meno prestigioso della nostra Juventus. Si tratta dell’Hertha Berlino, una delle squadre fondatrici del campionato tedesco, il cui nome proviene da una nave a vapore su cui il fondatore del club Fritz Linder aveva viaggiato da bambino. Fu proprio il battello a vapore, tra l’altro ancora in attività, a dare vita ad una coreografia spettacolare della tifoseria berlinese a testimonianza dell’importanza che rivestono storia e tradizione nel tifo tedesco.

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Sono da inserirsi in questo contesto le proteste, civili o meno, contro il RB Lipsia, società fondata nel 2009 dalla multinazionale Red Bull. Le tifoserie non hanno perdonato all’imprenditore austriaco Dietrich Mateschitz di fare shopping sulla Bundesliga e hanno intrapreso una battaglia contro il ‘calcio in lattina’ che è costata a parecchie società, come il Borussia Dortmund, multe e chiusura dello stadio. Ma aldilà degli episodi spiacevoli, il movimento contro la Red Bull nel calcio ha saputo registrare vere e proprie azioni eclatanti. I tifosi del Sachsen preferirono il fallimento del club pur di non vederne stravolti i colori, il nome e il simbolo mentre gli ultras dell’Austria Salisburgo dopo aver trovato degli occhialini con tanto di lenti viola come risposta alla loro richiesta di ristabilire il viola come colore sociale, decisero di rifondare il loro club del cuore partendo dai dilettanti. “Ora siamo in Regionalliga West, la vostra serie C. Non giochiamo in Coppa, ma siamo più felici”, disse un tifoso ai microfoni de ‘La Stampa’ nel 2010.

Sabato 1 aprile, il Darmstadt ha fatto visita al Lipsia. Sul tabellone della Red Bull Arena erano contrapposti gli stemmi delle due società: il giglio simboleggiante la purezza della chiesa della città dedicata alla Vergine Maria e i due tori rossi della famosa azienda di bevande sportive. Sacro contro profano, un evidente scontro tra due modi di vedere il calcio che sul campo ha visto il Lipsia avere la meglio per 4-0 sugli avversari. Il rischio che questo modello di calcio ‘metta le ali’ in futuro è sempre più alto. Che le tifoserie ci salvino.