Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare: se la Passione dà un Calcio al Business

Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare: se la Passione dà un Calcio al Business

Crowdfunding, Azionariato Popolare e Supporters’ Trust sono le modalità simili, ma strutturalmente diverse, che maggiormente si sono diffuse negli ultimi anni, in Italia come in Europa, con cui tifosi e appassionati hanno cominciato a contribuire direttamente al capitale sociale dei propri club. Tre differenti vie con cui si è creato un canale di finanziamento aggiuntivo da parte della base dei supporters che si è andato ad aggiungere al ‘consueto’ contributo alle finanze dei club derivanti dalle fonti classiche dirette: biglietti, abbonamenti e merchandising e quelle indirette: diritti TV e sponsorizzazioni e che ha aperto ad un nuova fase di relazione con i tifosi.

Contribuzione diretta agli aumenti di capitale, fondi destinati al finanziamento della squadra, progetti specifici per stadi e strutture sportive, specifici interventi di riqualificazione, opere celebrative ecc.. la destinazione dei progetti finanziati direttamente dai tifosi ha preso le strade più varie e fare il punto sulle diversità tra questi meccanismi è forse utile a comprendere come iniziative, a prima vista simili, spesso abbiamo un impatto diverso sulla seconda fase successiva alla raccolta, quella dello sviluppo del progetto/obbiettivo: vengono gestite in maniera opportuna queste nuove risorse? Si crea una vera partecipazione?

Le risposte a questi quesiti devono necessariamente partire dal chiarimento che queste nuove vie di contribuito diretto ai club hanno portato con sé anche l’acquisizione da parte degli appassionati di diritti specifici legati alla partecipazione al capitale sociale dei club, lì dove si acquistano quote, o a particolari poteri speciali nei confronti del board dirigenziale. Come ci sono anche casi in cui l’apporto si limita ad un contributo ‘una tantum’ senza acquisizione di diritti speciali. Ciascuna forma di contributo deve essere analizzata partendo in primis dal format con cui viene proposta e congiuntamente dal soggetto proponente: lo strumento utilizzato (Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare) e l’origine della proposta: Club, istituzioni, imprenditore o gruppo, base del tifo.

Ovviamente in questa fase ballano interessi divergenti, proposte che partono dai club o da fonti istituzionali generalmente hanno spesso il fine primario di far quadrare i conti piuttosto che favorire una partecipazione attiva concreta, operazioni di ultima istanza, spesso velleitarie, che rischiano di compromettere ‘l’immagine’ pubblica delle iniziative analoghe che però parto dalla base. Infatti, al contrario, le iniziative che partono dalla comunità del tifo tendono ad essere più efficaci e coinvolgenti, avendo già mobilitato parte dei destinatari della campagna, riuscendo spesso a garantirne il successo e l’instaurazione di un rapporto di cooperazione più forte tra società e tessuto locale.

Vediamo quindi come funzionano questi differenti tipi di finanziamento con particolare attenzione ai meccanismi e ai diritti, dove ve ne sono, che garantiscono un controllo diretto sia del finanziamento specifico sia che consentano l’accesso a specifici poteri di influenza della governance.

Crowdfunding

E’ una pratica di raccolta di fondi che si è sviluppata parallelamente alla crescita esponenziale negli ultimi 30 anni dei fruitori di Internet e dei Social Network, la diffusione della rete ha consentito la creazione di portali web che svolgono professionalmente il ruolo di intermediari per favorire, attraverso i propri canali e sponsor, il reperimento di risorse rivolgendosi ad un ampio bacino di pubblico. Nati per finanziare le start up, principalmente del settore tecnologico e della sostenibilità ambientale, hanno trovato facile diffusione anche per progetti no profit legati al sociale e per finanziare piccole opere proposte da singoli o organizzazioni.

Partecipando alla campagna si effettua una contribuzione, principalmente online e con quote spesso prestabilite, che può configurarsi come semplice donazione, oppure includere una specifica ricompensa per la cifra conferita, in entrambi i casi non segue un’acquisizione di diritti particolari o poteri di influenza. Si profila quindi più un caso di contribuzione di solidarietà basata su di un rapporto di ‘fiducia’ e non si può quindi parlare di ‘partecipazione attiva’, né si hanno strumenti di controllo dell’effettivo uso corretto dei fondi ricevuti.

 

L’operatività dei portali web che conducono tali operazioni, che possono o meno prevedere delle commissioni d’intermediazione nell’ordine del 5-10%, non è generalmente soggetta a regolamentazioni specifiche, operano in materia di appello al pubblico risparmio, servizi di pagamento ecc… osservando i regolamenti già esistenti per ciascun Paese dove hanno sede legale.

Discorso diverso invece per la pratica dell’Equity Crowdfunding, che sfrutta le medesime strutture e modalità di diffusione dei precedenti casi, dove invece l’oggetto dell’acquisto è una quota di azioni vera e propria. In questo scenario chi contribuisce al progetto acquisisce il complesso dei diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’organizzazione e in Italia questo tipo di operazioni sono regolamentate dal “Decreto crescita bis” e dal Regolamento CONSOB. In questo caso si acquisisce capitale di rischio di società non quotate sui mercati e chi contribuisce ha una ‘partecipazione attiva’ con diritto di voto in ragione del numero di azioni in possesso. Si ha possibilità di influenza che però resta limitata in quanto: 1) spesso c’è un limite ai pacchetti acquistabili; 2) il limite alle quote determina la conseguenza che l’influenza potenziale dei piccoli azionisti tende inevitabilmente a disperdersi, a meno di patti parasociali e raccolta delle deleghe che però la natura dell’operazione rende particolarmente complessi. Il contatto e il coordinamento tra piccoli azionisti risultano particolarmente difficoltosi, rendendo poco efficace lo strumento se l’obbiettivo è avere una partecipazione concreta.

Le piattaforme di crowdfunding sono usato anche per raccogliere risorse attraverso l’uso di strumenti di debito, es. Mini-bond, in questo scenario chi contribuisce riceve un interesse prestabilito a fronte di una quota versata, in alcuni casi sono previste speciali agevolazioni per i prodotti del club, e il rimborso del contributo a scadenza come una semplice obbligazione. Nessun diritto in materia di governance ma maggiore sicurezza dell’investimento rispetto a quello azionario, anche se in entrambi i casi va attentamente analizzata la situazione societaria, il rischio zero non esiste, sopratutto nel calcio e sopratutto in quello italiano.

Quelle elencate sono tutte operazione estremamente versatili e facilmente applicabili ad un numero infinito di progetti, nel mondo del calcio sono state finanziate con successo diverse opere specifiche, salvataggi e acquisizioni di club, alcuni esempi in Europa: l’Academy delle giovanili del Portsmouth FC, la standing area che realizzerà lo Shrewsbury Town FC, il salvataggio dell’Austria Salzburg, l’acquisizione del Bath City FC ecc. In Italia: il Museo del Parma, la Fanzone del Carpi, il contributo allo Stadio Filadelfia, e in queste settimane anche Atalanta e Frosinone stanno studiano progetti simili. Resta il nodo della mancanza di influenza che caratterizza questo tipo di operazioni, che rischiano di essere un mezzo per sfruttare nell’ennesima maniera la passione dei supporters.

Azionariato Popolare

Tra i tre casi in analisi quello dell’Azionariato Popolare presenta le caratteristiche strutturali più vaghe e disordinate. Le parole ‘azionariato popolare’ sono troppo generiche e i casi troppo variegati per poterne dare una rappresentazione organica. Per come è si sviluppato in Italia ha rappresentato spesso l’appello di ultima istanza per raccogliere risorse dalla base dei tifosi. Generalmente su iniziativa della società stessa, vengono venduti pacchetti di azioni del club, senza particolari limiti sulle quantità acquistabili o diritti speciali, che vanno a creare un azionariato diffuso.

In questo scenario la proprietà del club è divisa tra tanti piccoli azionisti ognuno con potere di influenza, controllo e diritto di voto commisurato alle quote detenute ma, analogamente al contesto che si crea con l’Equity Crowdfunding, si pongono dei problemi operativi per la tutela del complesso dei diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione, aprendo margini ampi per un uso distorto delle risorse conferite.

Anche in questo caso il contributo si basa sul rapporto di fiducia tra la base e il soggetto che propone l’operazione e per poterne valutare l’efficacia è necessario aver chiara la situazione del club di riferimento, la quantità di azioni immesse, un’idea di quella che sarà la composizione dell’azionariato successivo all’operazione, e la programmazione concreta dell’utilizzo che sarà fatto delle risorse. L’azionista di maggioranza farà i suoi interessi e l’azionariato diffuso per incidere deve necessariamente coordinarsi per poter influenzare concretamente l’andamento della società, dinamiche e costi della comunicazione tra piccoli azionisti non devono essere sottovalutati perchè rappresentano un ostacolo consistente per avere un impatto sul club.

Azionariato Popolare e Crowdfunding quindi tendono quasi a sovrapporsi nelle dinamiche che si vengono a creare e perchè rappresentano entrambe un finanziamento ‘una tantum’, slegato quindi da una prospettiva di partecipazione attiva e articolata su di un orizzonte temporale più ampio. Un aspetto che li differenzia può essere ravvisato sul pubblico a cui si rivolge la proposta di acquisto: mentre le iniziative di Azionariato Popolare, anche se lo sviluppo dei Social media sta lentamente colmando la distanza, hanno un target locale e circoscritto, derivante dalle modalità di sottoscrizione fisica e di diffusione mediatica, il Crowdfunding apre ad un pubblico più ampio, potenzialmente il Mondo intero. Fattore che amplia le possibilità di raccolta e anche il ritorno di immagine, che però incide sulla minore motivazione a contribuire rispetto ad un soggetto localmente in contatto con la società. In questo senso le possibilità di controllo del contributo sono più incisive per l’Azionariato Popolare rispetto al Crowdfunding per la naturale maggioranza di sottoscrittori vicini al club e per il conseguente maggiore interesse alla supervisione.

Le due vie sono quindi sia alternative che complementari per sviluppare dei canali aggiuntivi di finanziamento a breve-medio termine da parte dei club, pur conferendo limitati diritti di influenza, se non totale assenza nei progetti legati alla realizzazione di una specifica opera. Strumenti interessanti ed efficaci se presentati chiaramente e elaborati attraverso consultazioni con la base per poter definire campagne ‘su misura’ per ciascuna realtà sportiva che presenta inevitabilmente caratteristiche uniche in termini di seguito, pubblico ai match, ciclo economico locale, radicamento territoriale, categoria ecc..

Supporters’ Trust

Per bypassare i limiti di influenza che i due precedenti metodi incorporano sia in materia di tutela concreta dell’investimento sia del proprio club, grazie all’esperienza anglosassone, si sono diffusi i Supporters’ Trust, entità giuridiche indipendenti e regolate democraticamente che operano come canalizzatori di risorse economiche e competenze dalla base del tifo organizzandole in un’azione corale coordinata con un prospettiva operativa pluriennale. Un corpo intermedio aperto e regolato dal principio ‘una testa, un voto’ che convoglia il punto di vista dei tifosi in un’unica voce e destina le risorse economiche in progetti condivisi e partecipati, con procedure decisionali regolate da meccanismi democratici(se ne parlava qui).

In questa ottica le associazioni di tifosi possono svolgere un ruolo di intermediazione e coordinamento lì dove vi sono club con un elevato numero di azionisti, ad esempi attraverso la raccolta delle deleghe e o partecipando direttamente al capitale del club. In questo caso chi contribuisce versa una quota ad una entità no profit giuridicamente riconosciuta diversa dal club, ma la cui destinazione finale, sotto certi vincoli e in funzione delle scelte dell’assemblea degli associati, è però il club stesso. Il contributo però è maggiormente tutelato rispetto agli strumenti precedentemente trattati in quanto sfrutta l’opera attiva di un’organizzazione preposta al controllo della partecipazione e della gestione societaria, e il fattore aggregativo può rendere le quote disperse tra i piccoli azionisti invece decisive per influenzare la governance. La contribuzione in alcuni casi addirittura non è prevista, e comunque la forza economica non necessariamente è indispensabile affinchè l’associazione collabori e incida concretamente sulle sorti del club, sono diversi i casi dove pur non essendoci una partecipazione al capitale sociale i Supporters’ Trust svolgono un ruolo di referente primario, ad esempio il Manchester United Supporters Trust e lo Spirit of Shalkly, o possano esprimere rappresentanti riconosciuti all’interno dei quadri del club.

Potenziali limiti possono arrivare dagli aspetti organizzativi interni: un’associazione con quote rilevanti e o responsabilità all’interno del club ha la necessità di ‘forza lavoro’ per svolgere i propri compiti in maniera efficiente e le attività prestate dai volontari, su cui si basano queste iniziative, rischiano di non essere adeguate alla sfida. Un fattore questo necessariamente da prendere in considerazione nella pianificazione di qualunque progetto che si propone il coinvolgimento dei tifosi ad un livello così ambizioso.

Un altro elemento distintivo è fattore temporale, con l’impegno dell’associazione che si sviluppa nel medio-lungo periodo, che è indubbiamente un altro degli elementi che separano i Supporters’ Trust dalle operazioni ‘spot’ che coinvolgono l’Azionariato Popolare e il Crowdfunding. L’attività e l’impegno non si esauriscono con la singola contribuzione ma sono seguiti da un contatto costante tra la base e il club per ampliare le opportunità di collaborazione e di contribuzione. Se questo tipo di rapporto è genuino e costruttivo può rappresentare un strumento fondamentale per saldare le relazioni tra società e tifoseria attraverso il confronto costante e un mezzo per ampliare, grazie alla passione stessa dei supporters, l’intera base con potenziali positive ricadute anche sotto l’aspetto economico.

In virtù della sua natura di mezzo di intermediazione è conseguente che lo stesso Supporters’ Trust ha potenzialmente a disposizione proprio gli strumenti del Crowdfunding e dell’Azionariato Popolare, o meglio dei piani di ‘Community Share’ di matrice anglosassone, per sviluppare campagne di contribuzione per il proprio club. Questa combinazione ha la possibilità di migliorare a più riprese e su diversi aspetti l’efficacia del progetto sia nel ambito della fase di pianificazione, attraverso consultazioni e sondaggi veicolati nei canali giusti del tifo che consentano di definire le soluzioni più interessanti e gradite, sia nell’implementazione e diffusione della campagna. In questo caso infatti nascono interessanti sinergie per quanto riguarda i canali di diffusione dei progetti, se prima si distingueva in pubblico locale(Azionariato Popolare) e aperto(Crowdfunding), l’associazione ha il potenziale sia di attingere da entrambi i bacini, sia di aggiungere il proprio canale costituito dalla rete di condivisione con le centinaia di altri Supporters’ Trust(se ne parlava qui), a livello europeo è sempre più diffusa e ampia, composta da un target di soggetti particolarmente propensi a contribuire a progetti simili e a campagne di solidarietà.

Queste tre strade come evidente sono particolarmente idonee ad essere intrecciate e adattate alle infinite esigenze e sfaccettature che può assumere ogni club, indipendentemente dalla categoria. La chiave sta nel comprenderne le dinamiche effettive perché in un calcio così commercializzato è molto sottile la differenza, come si può vedere, tra la partecipazione attiva e un mero contributo di solidarietà affidato all’ennesimo bancarottiere di turno, come è sottile la differenza tra dare un vero contributo e gettare via i soldi.

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Quando lo sport diventa strage.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa,  quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

Neymar Mania: dall’incubo alla psicosi ossessiva di massa

Neymar Mania: dall’incubo alla psicosi ossessiva di massa

Da qualche giorno nel mondo del calcio non si parla d’altro che dell’affare Neymar, il passaggio del giocatore dal Barcellona al Paris Saint Germain ha mosso cifre record e scomodato i migliori avvocati per trovare una formula che riuscisse ad aggirare le noiose norme FIFA/UEFA o di chi altri sul fair play finanziario. Non è questo di cui voglio parlare: se un ricco petroliere arabo ha tutti i soldi che vuole è libero di spenderli come gli pare e il fair play finanziario, l’ho già detto, lo trovo noioso.

Mi interessa un altro aspetto: il buon Neymar ancora non era sceso dall’aereo che le televisioni di tutto il mondo già diffondevano immagini delle code dei tifosi del PSG davanti agli store ufficiali della squadra per acquistare la sua maglietta col numero 10 appena tessuta da squadre di operai mobilitati per l’occasione. Mi sono chiesto: perché? Neymar a Parigi non ha fatto nulla, anzi solo pochi mesi fa ha fatto molto male al PSG. Ricordiamolo brevemente: i francesi avevano umiliato 4-0 il Barcellona nella gara di andata degli ottavi di finale di Champions e al ritorno nell’inferno del Nou i catalani conducevano 3-1 a 2 minuti dalla fine e la qualificazione per i parigini era in ghiaccio, quando Neymar allora idolo delle folle barcellonesi aveva segnato il gol del 4-1, e tre minuti dopo, al primo di recupero, quello del 5-1 partita riaperta  e strada pronta per  la remuntada poi concretizzatasi  incredibilmente col 6-1 di Sergi Roberto al 95′.

Neanche cinque mesi sono passati da quella sera ed ecco che Neymar a Parigi è un eroe, la sua maglietta, mai indossata, un trofeo irrinunciabile che porta centinaia di persone in coda davanti a un negozio alle sei della mattina. Certo una enorme operazione di marketing, costruita al meglio da chissà quali esperti per iniziare a far fruttare fin da subito l’enorme investimento, ma che leve sono scattate nella testa dei sostenitori del PSG?

Sono tutti alla ricerca di un simbolo? Di un simbolo del gruppo, Neymar adesso è nostro, non ci farà più due gol al novantesimo, anzi li segnerà per noi. Oppure vogliono essere i primi ad esibirla al campetto o  poter dire a fine stagione, dopo che il PSG avrà vinto tutto, di essere stati tra i primi a crederci mettendosi addosso la numero 10?  E se non succedesse? Una volta per diventare dei simboli del gruppo bisognava dimostrare coi fatti lealtà alla maglia e segnare tanti gol. Ora lo si diventa sulla fiducia dei risultati passati, ottenuti con un’altra maglia e addirittura dopo aver spento i sogni di coloro che adesso ti esaltano.

Mi è tornata alla mente una conversazione che ho avuto qualche tempo fa: si parlava di cicloamatori e del fatto che indossassero le maglie sponsorizzate dei professionisti. Praticamente quelle persone erano andate in un negozio e avevano speso denaro per poter avere il diritto di andarsene in giro a fare pubblicità gratuita alle aziende il cui nome era stampato su maglie e calzoncini. Una volta, quando eravamo più seri e meno massificati, se uno doveva andarsene in giro con una scritta commerciale sulla camicia occorreva che la camicia gliela regalassero.

“Asensio 4 a 1, è finita”: dalla goliardia agli insulti, lo sfottò al tempo dei Social

“Asensio 4 a 1, è finita”: dalla goliardia agli insulti, lo sfottò al tempo dei Social

Uno dei pochi aspetti positivi dell’estate calcistica è che ad un certo punto finisce e il campo si riprende la scena. Fino ad allora, imperversano sui social le voci più assurde riguardanti il mercato (improbabili e, talvolta, vere), i filmati delle amichevoli che di concreto hanno solo gli incassi al botteghino, i sogni di chi vince uno scudetto di cartone, gli incubi di chi pensa di averlo già perso e, ad agosto come nel resto dell’anno, gli immancabili sfottò tra tifosi. O presunti tali. Il fenomeno non si arresta mai, ma l’astinenza da calcio giocato tende ad amplificare tutto, lasciando poco spazio alla creatività.

Lo dimostra l’ultima tendenza, molto in voga negli ultimi mesi: la finale di Champions League dello scorso 3 giugno, persa in malo modo dalla Juventus, ha lasciato una traccia profonda nei cuori dei sostenitori bianconeri e nella testa di chiunque osteggi la Vecchia Signora, felici di aver ricevuto un assist d’oro. La partita, finita 4-1 in favore del Real Madrid, si è chiusa definitivamente con una rete di Marco Asensio, capace di segnare il confine labile tra una vittoria e un trionfo, oltre che tra una sconfitta e un’umiliazione. Da quel momento in poi, un commento ha iniziato a imperversare in svariati post sui social, trasformandosi in breve tempo in un loop fastidioso, degno della peggior lobotomia di massa. Gli antijuventini, vogliosi di infilare il coltello nella piaga e ricordare agli odiati nemici la sconfitta cocente, si sono limitati a scrivere, in misura crescente, un semplice “Asensio 4-1, è finita”.

Lo sfottò, in un primo momento simpatico e rappresentante di un’anima sarcastica imprescindibile per qualunque contesto sportivo, è divenuto tuttavia ridondante e offensivo, vista la reiterazione compulsiva nel tempo. E la sfida goliardica tra sostenitori di diverso colore, anima pulsante di un calcio in declino, si è trasformata in una guerra brutale che uccide il tifo.

Chiunque sia appassionato di calcio non ne può più. Douglas Costa si trasferisce alla Juventus? “Asensio 4-1, è finita”. Buffon viene paparazzato in atteggiamenti intimi con la fidanzata? “Asensio 4-1, è finita”. Il Milan vince col Craiova? “Asensio 4-1, è finita”. Trump licenzia Scaramucci? “Asensio 4-1, è finita”. Un gigantesco iceberg si stacca dall’Antartide? “Asensio 4-1, è finita”.  Basta. Anche perché la sfilza di commenti che rispondono puntualmente all’immancabile commento non è da meno. Gli juventini, feriti nell’orgoglio, reagiscono spesso in modo aggressivo, e l’argine che cercano di mettere gli utenti più intelligenti non è mai sufficiente. I social non sono mai una causa e rappresentano sempre una conseguenza, ma fanno da megafono ad una guerra senza esclusione di colpi nella quale la violenza verbale rischia sempre di tramutarsi in violenza fisica.

Senza sforare in sterili istinti nostalgici, è evidente che negli ultimi anni qualcosa sia cambiato. Un tempo gli sfottò divertivano prima di tutto chi li subiva, e normalmente l’escalation portava ad un momento di condivisione che si risolveva in una risata collettiva. Non mancavano gli episodi violenti, ma la sporadicità non si trasformava mai in una tendenza. I meme di oggi ricalcano ancora quel modo sano di vivere il calcio, lo sport e il tifo, però in molti casi si supera il limite di sopportazione. La battuta sfora sempre più nell’insulto, trasformando una grande passione in una guerra tra bande. Che senso ha? Non abbiamo di meglio da fare? Perché non lasciare spazio alla fantasia e sfottere l’avversario di turno con una nuova trovata, invece di limitarsi al solito “Asensio 4-1, è finita”? Perché ci dimentichiamo continuamente che il calcio è, prima di tutto, un gioco? Probabilmente non avremo mai una risposta, ma una cosa è certa: finché la Juventus non vincerà una Champions League o un’altra italiana la perderà in finale, il gol di Asensio sarà sempre il manifesto di una generazione di tifosi di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Taranto: prestami un Euro che mi compro una squadra

Taranto: prestami un Euro che mi compro una squadra

AAA vendesi squadra di calcio a 1 euro. Chiamare solo se interessati. Negli annunci di Taranto, si vende anche il…Taranto. La società pugliese ha messo in vendita il 90% delle quote alla somma simbolica di un euro. C’è tempo sino al 6 agosto. Il comunicato recita testualmente: “Gli eventuali soggetti interessati a rilevare il 90% delle quote societarie, dovranno contattare i soci Zelatore e Bongiovanni entro e non oltre le ore 13 del 6 agosto 2017 all’indirizzo di posta elettronica presidenza@tarantofc.it’”

Protagonisti della vicenda, Elisabetta Zelatore e Antonio Bongiovanni

Zelatore acquisisce il Taranto nell’estate del 2012 dopo che il 20 luglio l’ASP Fondazione Taras 706 a.c. (una società composta da tifosi) riesce a scongiurarne il fallimento. La neonata società, fusasi con il “Taranto Football Club 1927 s.r.l”. restituisce il pallone alla città: due anni in  LND,  infine il passaggio di consegne a Domenico Campitello. Il nuovo presidente progetta una risalita immediata, ma la sua avventura dura appena un anno. Il 29 luglio 2015 la società torna nelle mani della Zelatore che, con il nuovo socio, sfiora due volte la promozione, poi la ottiene attraverso il ripescaggio: la Lega Pro, inseguita per quatro anni, diviene l’inizio della fine. Esperienza disastrosa, sotto tutti i punti di vista. Sportiva, perchè culmina con la retrocessione. Economica in quanto dissangua le casse della società. Mediatica perchè deteriora i rapporti con la tifoseria.

Un futuro da riscrivere su un tavolo… di “concertazione”

Leggendo fra le righe del comunicato emerge una sensazione: la società non vuole vendere il Taranto. In sette giorni (5 lavorativi) non c’è, proprio fisicamente, il tempo di trovare acquirenti, visionare le carte e trovare un notaio. Dai su, non scherziamo: il comunicato è una provocazione. Contro chi?

Nel mirino, secondo le cronache locali, i tifosi. Ingrati e rei di contestare una società che ha già rinnovato staff tecnico e parco giocatori. E in più, minacciano di disertare lo stadio.

E in curva, cosa ne dicono? Accusano la dirigenza di lucrare sulla loro passione alludendo persino a un premio salvezza legato alla presenza del pubblico sugli spalti.

Ovunque sia la verità, vendere il Taranto, adesso, non ha senso. Più logico agire a fine campionato. Dunque? Cosa si cela dietro l’annuncio?

Una presa di posizione. Non a caso la cifra è irrisoria. Per la serie: noi il Taranto lo vendiamo anche a un euro, ma chi se lo compra? Risultato: una guerra fredda che non giova a nessuno.

Taranto meriterebbe qualcosa di meglio

Taranto è una realtà particolare. Passionale, anche troppo: a volte si sfocia, come accaduto qualche mese fa, nella violenza quando i calciatori sono stati aggrediti e minacciati con mazze e coltelli da una minoranza. Ennesimo capitolo poco edificante di una storia costellata di sofferenze sportive, scandali, penalizzazioni e fallimenti. Eppure, aldilà delle facili conclusioni, la tifoseria del Taranto è sana. La curva dello Iacovone ha un primato: per ben due volte si è aggiudicata il titolo di migliore curva d’Italia. Forse perchè tifare Taranto è una scelta da missionari. Basti pensare che nonostante un campionato men che mediocre e la totale assenza di iniziativa pro-stadio, la presenza allo stadio, nelle prime dieci giornate, si assesta su una media di oltre 5.000 spettatori a partita. Numeri superiori anche rispetto a diverse realtà di serie B. Cifre indicative: Taranto e il Taranto meritano di meglio.