Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Signore e signori, da questo momento la Roma è in serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre“. Così un impietrito Renato Rascel, durante una rappresentazione al Teatro Sistina, annunciava la discesa dei giallorossi in cadetteria. Una frase che sarà destinata a passare alla storia, venendo impressa su sciarpe e bandiere e fungendo da vero e proprio motto anche in quei pochi momenti di giubilo vissuti dal tifo romanista. È l’anno 1951. L’annus horribilis per il club capitolino, quello della prima (e sinora unica) retrocessione. La Roma in Serie B è una storia che in pochi hanno raccontato, perché in pochi si sono chiesti cosa volesse dire, soprattutto all’epoca, scendere negli inferi di un campionato tosto, lungo e contraddistinto da vere e proprie battaglie su campi di provincia. Dove la Roma era attesa con il coltello tra i denti da tifosi e giocatori, vogliosi di scrivere un’impresa che sarebbe rimasta negli annali delle rispettive società.



Riavvolgiamo il nastro. La Roma è reduce da un gravoso fallimento, quello legato al progetto di Fulvio Bernardini della stagione precedente, conclusa al diciassettesimo posto con una salvezza ottenuta soltanto in extremis (nonostante clamorose vittorie con Juventus e Milan). Un mix tra poca lungimiranza e scarsa organizzazione, con il presidente Pier Carlo Restagno che non volle concedere al Professore il contratto triennale e lo stesso che trovò immensa difficoltà ad amalgamare una rosa giovane, passata quell’anno dal metodo al sistema. Sarà Luigi Brunella, dalla trentaseiesima giornata, a garantire la permanenza in A ai giallorossi. Da lì a pochi anni Bernardini dimostrerà a Firenze e Bologna tutta la bontà delle sue idee, mentre la Roma, affidata nel 1950/1951 inizialmente ad Adolfo Baloncieri, conoscerà l’onta della retrocessione. Non bastano le individualità di Mario Tontodonati e il carisma di capitan Tommaso Maestrelli, che l’anno dopo verranno ceduti con il secondo che un ventennio più tardi diverrà il profeta del primo scudetto laziale. Un declassamento che era nell’aria. Gli investimenti fatti nella stagione precedente erano irripetibili e nonostante fosse stata mantenuta l’intelaiatura ci furono grandi difficoltà, tra cui l’inserimento dei tre svedesi Knut Nordhal, Sune Andersson e Stig Sundqvist. In panchina dopo Baloncieri si avvicendarono il sergente di ferro Pietro Serantoni e Guido Masetti (portiere della Roma tricolore nove anni prima). A nulla servì neanche la vittoria all’ultima giornata, contro il Milan Campione d’Italia. La Roma era in B, gettando nello sconforto buona parte della città e l’annichilito pubblico dello Stadio Nazionale.

Dal fondo si può e si deve risalire. In società torna Renato Sacerdoti, già presidente tra il 1928 e il 1935 e figura chiave nel club. Al suo rientro organizza la stagione in maniera entusiasmante, basti pensare alla campagna abbonamenti di quell’annata (seconda soltanto all’Internazionale che vincerà lo scudetto) e ai giocatori che figurano in rosa. Arriva Carletto Galli, attaccante fortissimo nel gioco aereo e conteso da diverse squadre e viene confermato Arcadio Venturi, talentuoso mediano sinistro già nel giro della Nazionale e ingaggiato come tecnico Giuseppe Viani, l’inventore, assieme ad Antonio Valese ai tempi della Salernitana negli anni ’40, del Vianema una tattica che consisteva in un importante revisione del sistema e che, di fatto, introdusse per la prima volta la figura del libero in maniera assidua. Confermato anche il capitano Armando Tre Re, granitico difensore centrale.  La Roma è pronta ad affrontare uno dei campionati di Serie B più difficili di sempre, a causa dell’unica promozione diretta in palio (la seconda, in questo caso il Brescia, se la vedrà con la terz’ultima della Serie A, in questo caso la Triestina, nello spareggio di Valdagno vinto di misura dai giuliani) per la riforma del torneo volta all’abbassamento del numero di squadre partecipanti. Il pubblico romanista ha assorbito la botta ed è pronto a invadere stadi e campi di piccola capienza, non abituati alla foga giallorossa. A tal merito Sacerdoti, per evitare che tanti si mettano in viaggio senza biglietto fa organizzare dei veri e propri cinematografi dove vedere le partite. Esemplare l’appello alla tifoseria in occasione dell’ultima partita, quella disputata a Verona, che vale la promozione. A dire il vero furono in pochi ad ascoltarlo e se le cifre ufficiali parlano di 5.000 tifosi giunti nella città di Romeo e Giulietta non si fatica a pensare che il numero potesse essere ufficiosamente più alto.

Arcadio Venturi è sicuramente il giocatore più amato tra i tifosi. La sua classe e il suo modo serioso e professionale di porsi conquistano subito i supporter giallorossi. Lui, emiliano di Vignola, che ha esordito in maglia romanista proprio sul campo del Bologna, non ha dimenticato le nove stagioni all’ombra del Colosseo (18 gol in 288 presenze): “La città reagì molto male – ricorda -. Ci fu un vero e proprio scandalo, si diceva che alcuni giocatori non si impegnassero perché frequentavano ambienti poco consoni alla vita di uno sportivo. E la cosa non era poi così distante dalla realtà. Io sono sempre stato ligio alle regole, anche perché in quegli anni non si guadagnava moltissimo con il calcio e le società erano totalmente proprietarie del cartellino, disponendo della vita dei calciatori. Basti pensare che io sono andato ad abitare dove voleva il club. Eravamo da poco usciti dalla guerra, c’era la miseria e davvero poche pretese. Tuttavia avendo iniziato da poco fui quello che risentì meno della retrocessione – continua – se a livello societario la situazione era disastrosa, la stagione 1951/1952 per me fu una delle più importanti, dato che al termine del campionato potei disputare le Olimpiadi in Finlandia”Era un calcio sicuramente differente: “Vedere i campi in sintetico e tutti gli accorgimenti, a volte eccessivi, utilizzati oggi mi fa un po’ sorridere. Io ricordo che all’epoca per eludere i controlli dell’arbitro mettevamo i chiodi sotto agli scarpini, dato che eravamo costretti a giocare su pessimi terreni in ogni condizione climatica. Oggi vedo delle scarpette che a volte assomigliano più a pantofole. Sull’annata di B ho un flash: giocavamo a Messina, nel vecchio stadio Celeste, e ci venne assegnato un calcio di rigore effettivamente non nitidissimo. Io ero il rigorista e lo realizzai tra i fischi assordanti del pubblico. Valse la vittoria e per me era un orgoglio. Quando giocavo male con la Roma mi sentivo male, il giorno dopo ero costretto a rifugiarmi al bar con gli amici che mi giudicavano per ciò che ero e non per come giocavo. Ma i tifosi della Roma sono un qualcosa di unico, ti fanno diventare più grande di ciò che sei. Quell’anno, nonostante la Serie B, ci seguivano in massa ovunque e lo Stadio Nazionale era sempre pieno. In tanti venivano anche durane gli allenamenti. Quando qualcuno che conosco va a Roma gli dico sempre: “Scommetti che poco dopo esser arrivato sentirai parlare di calcio e della Roma?”. Questo non accade a Milano o Torino. È anche un’arma a doppio taglio, certo. Perché quando vincevamo il derby, ad esempio, potevamo campare di rendita e negli squadroni del Nord non te lo permettono. Io l’ho provato a Milano, con l’Inter. Devi rimanere sempre concentrato”.

Venturi è stato di recente inserito nella Hall of Fame dell’AS Roma: “È stata un’emozione unica entrare all’Olimpico dopo così tanti anni. Di solito vedo le partite in televisione, ma se si vuol vedere il calcio bisogna andare allo stadio. Nel 1953 – dice – inaugurai l’Olimpico (allora Stadio dei Centomila) ma ora è totalmente diverso. Mi sono seduto vicino a Losi, con cui ho giocato e abbiamo parlato dei vecchi tempi. Riso su tutte le differenze che ci sono. I ritmi sono cambiati radicalmente ma anche l’alimentazione. Ai nostri tempi ci era proibito bere e ci facevano mangiare solo proteine. Quello che mangiavo da professionista era totalmente sbagliato. Però credo anche che oggi gli allenatori siano troppo specializzati e allenare stia diventando una vera e propria scienza che non condivido. Idem per la stampa sportiva. Ai miei tempi in poche righe si riusciva a concentrare tutta la partita e il commento sportivo, oggi i giornalisti si perdono sempre in cose di poco conto”. Una lunga carriera con tante amicizie, soprattutto nella Capitale: “Sicuramente la persona con cui strinsi più rapporti fu Amos Cardarelli, anche perché successivamente andammo pure all’Internazionale insieme. Anche con Alcide Ghiggia ci fu molta amicizia, tanto che decise di dare a suo figlio il mio stesso nome. Devo dire che l’anno in cui retrocedemmo, che coincise con il mio arrivo alla Roma, ricordo molto bene la preparazione effettuata a Sora. Maestrelli e Tontodonati si aggregarono più tardi ed ebbi l’onore di conoscerli e apprendere tanto da loro. Gli allenatori non facevano i manager come ora e noi eravamo i giudici di noi stessi. Dovevamo imparare tutto e questo ci permetteva di conoscere meglio il calcio. Sapevamo come marcare i Riva o i Sivori di turno”.

In un campionato estenuante e ricco di ostacoli sono la Roma e il Brescia a contendersi la vetta. I capitolini avranno la meglio per un punto, nonostante il pareggio casalingo e la sconfitta con i lombardi rimediata in una contestatissima gara disputata al vecchio Stadium Porta Venezia, con il club giallorosso che presenterà ricorso nei confronti del direttore di gara per aver fatto continuare nonostante la fitta nebbia. Tra le partite passate agli annali in quella stagione di cadetteria c’è sicuramente la sconfitta di Piombino per 3-1, contro la sorprendente compagine locale che terminerà il campionato al sesto posto. Marcello Cardinali, che del Piombino è stato portiere negli anni settanta e al tempo della partita era bambino, ricorda: “È stato sicuramente l’evento più importante a livello sportivo per l’intera città. In quella partita il Magona (stadio di proprietà dell’omonima industria siderurgica n.d.r.) si riempì all’inverosimile. C’erano ufficialmente 12.000 spettatori, non so come fecero ad entrare. È strano pensarlo vedendo oggi in che condizioni è ridotto. Per noi resta una chiesa, anzi vorremmo che tornasse a essere il nostro Colosseo: vecchio ma ben tenuto. La maggior parte dei romanisti vennero in treno, arrivando in città sin dalle prime ore dell’alba. La stazione dista circa cento metri dallo stadio e da subito cominciarono i primi sfottò tra le tifoserie. Sicuramente erano più romani che piombinesi, nonostante a sostenere i nerazzurri fossero venuti in tanti anche dal circondario. Si dice – ricorda – che quel giorno i venditori ambulanti fecero affari d’oro. Con migliaia di panini venduti. Negli anni successivi la giornata non verrà dimenticata neanche a Roma, basti pensare alle dichiarazioni di Franco Evangelisti (braccio destro di Giulio Andreotti e nominato presidente del club nel 1965 n.d.r.) che in una trasmissione televisiva dichiarò di amare talmente tanto la Roma da averla seguita persino in Serie B, avendola vista perdere a Piombino”. In quegli anni controlli e scorte non funzionavano certo come ora e anche il circo mediatico era meno attento a quello che succedeva all’interno e all’esterno degli stadi: “Al termine del match – racconta Cardinali – ci furono i classici sfottò dei piombinesi nei confronti dei romanisti, giunti in città con la classica strafottenza di chi pensa a una passeggiata di salute contro una piccola squadra. Addirittura nella zona della Borgata Cotona, un luogo abitato principalmente da operai della Magona, alcuni romanisti giunti in pullman furono presi di mira da numerose sassaiole”.

E queste scene si ripetevano spesso nei piccoli stadi della categoria. Castellammare di Stabia, Salerno, Lucca, Valdagno. Campi stretti e tifoserie calde. Basta aprire qualsiasi giornale dell’epoca per scoprire il caos creato dall’arrivo dei tifosi giallorossi in moltissimi dei luoghi che vedevano protagonista la squadra di Viani. È anche per questo che all’indomani della promozione in A lo Sport Illustrato titolerà con un qualcosa di simile a Basta stazioni piccole e situazioni rabberciate”. Quella domenica del 22 giugno 1952 fu una vera e propria liberazione. Tra i più commossi c’erano sicuramente il direttore sportivo Vincenzo Biancone e il massaggiatore Angelino Ceretti, con il primo che imbarazzato disse di non sapere se la più grande gioia della sua carriera fosse stata lo scudetto del 1942 o la promozione in A. Al triplice fischio del Sig. Longagnani di Modena iniziò la festa al vecchio Bentegodi, con Sacerdoti che abbracciò talmente forte un giornalista da rompergli la macchinetta fotografica. Qualche giorno più tardi gliene regalò una nuova, con un biglietto di felicitazioni relativo a quella giornata.

 

“Semo giallorossi e lo sapranno, tutti l’avversari de strart’anno, finché Sacerdoti ce sta accanto, porteremo sempre er vanto, Roma nostra brillerà”. Canzone di Campo Testaccio.

Per le foto si ringraziano il sito www.asromaultras.org e Marcello Cardinali di Piombino

Vicenza, quel Real italiano arrivato a Stamford Bridge

Vicenza, quel Real italiano arrivato a Stamford Bridge

2 aprile 1998. Stadio Romeo Menti di Vicenza. Minuto 16 dell’andata di semifinale Coppa Coppe tra Lanerossi e Chelsea. Viviani lancia Zauli che controlla la palla con il destro, elude due difensori e con un sontuoso diagonale sinistro batte De Goeij. 1-0. Sarà il punteggio con cui i veneti si presenteranno a Stamford Bridge, per la gara di ritorno. Dove solo una miracolosa rimonta degli inglesi, dopo l’iniziale vantaggio di Luiso e un gol regolare annullato allo stesso, faranno malamente infrangere la favola dei ragazzi di Guidolin. Un 3-1 che rimanda i biancorossi a casa, scaraventandoli sulla terra dopo un anno e mezzo di gloria cominciato con la conquista della prima storica Coppa Italia. Conseguita sempre con un 3-1, contro il Napoli. I più attempati rivedono davanti ai loro occhi i fasti di un altro grande Vicenza. Una squadra che per stagioni hanno raccontato ai più giovani. Dei ragazzi divenuti eroi ai piedi del Monte Berico: quelli del 1977/1978. Quelli del Real Vicenza di G.B. Fabbri. Quel ferrarese divenuto icona del calcio italiano. Brusalerba era soprannominato, per la sua velocità e la sua resistenza da giocatore. Il profeta di una banda di ragazzi terribili, capaci di passare dalla Serie B al secondo posto, qualche punto dietro la Juventus.

Vicenza è una città orgogliosa. Tra le sue piazze eleganti e i suoi palazzi di Palladio la gente brulica per le strade discreta. Negli anni ’70 il calcio era una religione profondamente mischiata al sociale. Lanerossi non è solo una potente azienda tessile che ha acquisito il club, ma una vera e propria Bibbia per migliaia di tosi. Come se non più di oggi. E quella squadra sa accendere una miccia memorabile, anche se durata solo pochi mesi. Franco Cerilli è nato a Chioggia, una piccola Venezia dove spesso l’acqua si fonde alla nebbia, inghiottendo tutto ciò che la circonda. Il “nuovo Corso” lo hanno ribattezzato, in virtù delle sue doti da ala destra. Un appellativo pesante quando arriva all’Inter: “Più che altro, essendo un estimatore di Sivori, mi infastidiva”. Cerilli arriva a Vicenza nel 1976 e porta scolpiti nel cuore quegli anni: “Siamo rimasti legati e quest’anno festeggeremo i 40 anni del Real Vicenza. Una squadra nata quasi per caso – racconta –. Quando andammo in ritiro a Rovereto ricordo che tutti ci descrivevano come lo scarto di altre squadre. Fabbri invece vedeva il calcio in maniera semplice. Era un direttore d’orchestra con dei buoni suonatori. Inoltre fu bravo a sfruttare l’abbandono di Alessandro Vitali, che una sera lasciò il ritiro, inventandosi Paolo Rossi centravanti (21 gol il primo anno di B, 24 il secondo in A)”.

Con il Real Vicenza che segna a raffica anche Cerilli trova gloria. Esattamente il 27 novembre del 1977, quando un suo rasoterra dal limite apre le danze in un pirotecnico 4-3 contro la Roma: “Ricordo bene quella partita, anche perché Di Bartolomei, che due stagioni prima aveva giocato a Vicenza, sbagliò un rigore nel finale. Fu una grande vittoria, che mise in evidenza l’estrema tecnica di quegli anni, purtroppo non paragonabile al calcio di oggi, molto più povero a mio modo di vedere. Anche se la più bella vittoria fu contro il Napoli, al San Paolo”. Un 1-4 alla terz’ultima di ritorno che certifica la seconda piazza. “Il sabato partimmo per la trasferta a mezzogiorno, da Venezia, arrivando a destinazione alle 22. Dopo cena qualcuno guardò un incontro di pugilato, mentre io e altri facemmo le tre giocando a carte. Di Marzio, allenatore dei partenopei, disse che li snobbavamo. Invece andammo in campo travolgendoli e all’uscits i tifosi campani ci applaudirono accompagnandoci in aeroporto. Un qualcosa di indimenticabile”. È quasi impossibile credere che quella squadra, a dodici mesi di distanza, scenderà mestamente in Serie B (seppur mantenendo Fabbri come condottiero): “Secondo me ci furono degli errori di valutazione da parte di Farina – analizza -. La Juve offriva Virdis, Fanna e Prandelli più soldi per Rossi, ma lui non accettò. L’anno dopo andarono via Filippi e Lelij, due pilastri, mentre Rossi e Carrera subirono dei brutti infortuni”. E sul Vicenza di oggi: “La presidenza ha una brutta gatta da pelare. Finché non saranno risanati i debiti sarà difficile costruire una squadra competitiva. È un sacrilegio per la tradizione di questa nobile squadra, dove sono passati tanti celebri personaggi del calcio italiano”.

A qualcuno dice qualcosa la coppia centrale Prestanti-Carrera? Provate a sussurrare questi nomi nei pressi del Menti. Vi si aprirà un mondo. Lo stesso che Valeriano Prestanti porta nel cuore: “Per me è stata la pagina più bella della mia carriera – dice emozionato -. Ero di proprietà della Fiorentina, che mi tenne a lungo legato, mandandomi in giro per l’Italia come un pacco per dieci anni. Ho giocato con Sormani e Vitali in B, gente che ero abituato a collezionare sull’album Panini – scherza -. Quando arrivai, nel 1976, c’era un vero e proprio conflitto generazionale tra vecchi e giovani. Io ero in camera con Di Bartolomei e l’anno dopo arrivo Fabbri. Un grande uomo, un secondo padre per me. L’avevo già avuto alla Sangiovannese ed era un mio estimatore. Giocavamo a uomo e non a zona come si usa ora. Di conseguenza difficilmente andavo in avanti, eppure in oltre cento partite riuscii a segnare sette gol. Tutto merito suo e del suo modo totale di intendere il calcio. Pretendeva che io andassi avanti per concretizzare le palle inattive. Tenete presente che ogni domenica mi ritrovavo a marcare gente come Bettega, Graziani, Pulici e Pruzzo. Nonostante ciò la sua mentalità non era remissiva, se andavamo a Torino contro la Juve lui voleva che ci giocassimo la nostra partita”.

Quel secondo posto, peraltro, volle dire una storica qualificazione in Coppa Uefa: “Ci toccò il Dukla Praga, che allora era una vera e propria potenza. Basti pensare che aveva 6-7 nazionali campioni d’Europa in carica. A me spettò il compito di marcare Nehoda, che all’andata segnò il decisivo gol dell’1-0. Recentemente – sorride – in un’intervista ha detto che io sono stato il difensore che l’ha messo più in difficoltà. Fatto sta che venni squalificato per somma di ammonizioni, non scontando mai questa pena perché fummo eliminati. Mi ritenevo un giocatore corretto, ma nella gara di ritorno al Menti loro vennero in maniera molto arrogante. Erano la squadra dell’esercito, e si presentarono in tenuta militare. In campo, tra un battibecco e l’altro, lui mi sputò. Così non ci vidi più e durante la gara lo riempii di calcioni e botte. Purtroppo andò male, sbagliammo anche un rigore e finì 1-1”. Anche per lui Farina sbagliò qualche valutazione in quell’annata: “La stagione prima, quando giocammo contro la Juve, il presidente era stato prima da Boniperti. Eravamo a tavola e lui mi passò vicino dicendomi all’orecchio che oltre a Rossi i bianconeri avevano richiesto anche me, dato che in quel periodo giocavano con Gentile stopper, Cuccureddu e Cabrini, dovendo ancora prendere Brio. Lui rifiutò, come tutti sappiamo. Ma lo fece perché era ambizioso”. Corso Palladio, il dialetto discreto e il calore di Vicenza non sono spariti nel cuore di Prestanti: “È una città bellissima e vivibilissima – sottolinea -. Potevamo camminare per il corso senza esser importunati. I vicentini sembravano quasi timidi. La mattina andavamo alle 10 al campo, perché Fabbri ci voleva vedere tutti in piedi. Ma lo facevamo volentieri, eravamo una famiglia. E alle 14 tutti a giocare a calciotennis, perché quella la sentivamo casa nostra. Il Menti era uno stadio che si faceva sentire, spesso faceva davvero paura. Farina ci aveva imposto di andare ogni martedi nella sede dei club ai quali – ricorda divertito –  a loro volta, aveva imposto di regalarci delle medagliette d’oro”.

E il Menti di quegli anni aveva le sue anime. I suoi cuori. I suoi angeli custodi. Cinzia è una vera e propria memoria storica del tifo biancorosso.Sono nata nel 1964. Mio padre dice di avermi portato per la prima volta allo stadio nel 1968. Io ho ricordi nitidi dalla stagione 76/77, quindi ho vissuto appieno quell’epoca. Noi eravamo i figli dei Vendrame e dei Vinicio. I nostri padri avevano visto il massimo per noi. Poi arrivò Fabbri. Una persona aperta e socievole, per noi tifosi fu un padre e un nonno al contempo. Eravamo davvero una grande famiglia. Io andavo a scuola vicino allo stadio – continua – e quando c’erano gli allenamenti correvo fuori per andare a vederli. La custode del campo preparava il pane con il burro, per noi ragazzini della curva. Parliamo di un periodo totalmente differente da oggi. I giocatori non arrivavano in Porsche firmando frettolosamente autografi. Spesso si andava in centro assieme”.


Un periodo di grandi cambiamenti sociali, in cui anche il mondo del tifo comincia a prendere una sua fisionomia: “I gruppi organizzati cominciarono a nascere nelle grandi città, per poi espandersi anche in provincia. Era tutto un mondo da scoprire per noi ragazzi. Andavamo a Bergamo, Milano, Genova, Torino e non sapevamo cosa avremmo trovato. I “vecchi” per noi tra i quattordici e i sedici anni erano quelli con tre o quattro anni in più. Io mi sono trovata sulla balaustra a quindici anni, perché questa era l’età giusto al tempo. Si stava sempre assieme, era una grandissima forma aggregativa in un’epoca in cui avevamo davvero poco. La cosa più importante era rendere la propria curva più bella delle altre. Le mamme ci prestavano le macchine da cucire per fare striscioni e bandiere”.

Una vita con il Vicenza. Una vita per il Vicenza. Con gioie e dolori: “Quando sono nata avevo già dentro l’essere ultras, era destino di finire in un mondo che mi ha permesso di vivere in maniera stupenda. Se dovessi dire il momento più bello con il Lanerossi dovrei fare un distingue: per noi più vecchi il Real Vicenza resta sempre il massimo, ma la fine degli anni novanta, con la Coppa Italia e la semifinale di Coppa Coppe sono stati sensazionali. Quando battemmo il Napoli, a ogni gol sembrava che lo stadio stesse cadendo. E poi la gara di Londra. Io arrivai a Stamford Bridge dopo gli altri. Non c’era rete e subito mi dissero scherzosamente che qua era più facile scavalcare. Al Menti, infatti, ero solita entrare in campo a fine partita per esultare con i giocatori. Ricordo che a Londra vedemmo per la prima volta gli steward, volevano che rispettassimo il posto assegnato sul biglietto. Ovviamente nessuno gli diede ascolto. Io mi misi dietro la panchina, dove c’era Firmani che mi chiedeva insistentemente quanto mancasse alla fine. Al gol del 3-1 per il Chelsea scoppiai in un pianto convulso, prendendomela anche con lui. Perché io vivo la partita come se fossi in campo. Corro con il Vicenza. In aeroporto Zauli mi abbracciò per consolarmi”. Ma c’è spazio anche per i ricordi meno belli: “Sicuramente la stagione 1989/1990, culminata con lo spareggio di Ferrara contro il Prato per non retrocedere in C2. Andammo in 6.000 di giovedì pomeriggio. La città si era svuotata. Per non retrocedere. Vincemmo 2-0, evitando di essere risucchiati nell’anonimato. In panchina c’era Giulio Savoini, a cui a breve verrà anche intitolata una vita in città”.

Una donna per il Lanerossi, al di fuori di ogni schema: “Le mie amiche si vestivano con le gonne, io indossavo le Clarks e l’Eskimo. Ovviamente venivo additata come una persona non normale, a 14-15 anni non era normale vestire così. Come non era normale per una ragazza tornare a casa con lo striscione o il tamburo. Ma io sono stata sempre orgogliosa di far parte di questo mondo. I miei genitori, dopo tanti castighi, si sono rassegnati – dice sorridendo -. Mio padre, quando sono salita in balaustra, ha cambiato settore!”. Ma chi è il tifoso biancorosso? “Il vicentino vive il Vicenza a 360 gradi, ce l’ha nelle vene. Se si nasce vicentini si muore vicentini. Ricordati che noi veniamo da anni massacranti. Nonostante questo la curva è sempre piena. E al Menti batte il cuore di tutta la città”.

“Non credevo che una provinciale potesse giocare come fa il Vicenza”. Celebre frase di Gianni Brera rivolta a G.B. Fabbri al termine di una partita.

Calcio in Tasmania: come rotola il pallone nella Terra del Diavolo?

Calcio in Tasmania: come rotola il pallone nella Terra del Diavolo?

Tasmania, Stato insulare dell’Australia, 240 km a sud del continente. Nella natura incontaminata e tra incantevoli paesaggi vivono circa 520mila abitanti, in particolare nell’area metropolitana della capitale, Hobart. In queste terre le antiche popolazioni aborigene sono state sterminate in appena trent’anni dall’Impero britannico, che vi ha stabilito una colonia penale nel 1803. La popolazione della Tasmania è per tale ragione assai omogenea, con circa il 65% dei suoi abitanti discendenti delle 10mila “famiglie fondatrici” provenienti dal Regno Unito a partire dalla metà del XIX secolo.

Lo sport è parte integrante della cultura tasmaniana e riceve ingenti finanziamenti dal governo federale australiano. Il cricket e l’AFL sono gli sport più seguiti, ma il calcio è in rapida e costante crescita soprattutto tra bambini e ragazze. Migliaia di persone seguono settimanalmente le partite dal vivo oppure via Facebook e Youtube.

La Football Federation Tasmania (FFT) è l’organo di governo del calcio, il soccer, praticato fin dal periodo coloniale. Il primo incontro registrato risale al 1898 nel Queens Domain tra i marinai della Royal Navy e i soldati della guarnigione militare delle caserme di Anglesea. Nel 1900 viene organizzata una  competizione a  tre squadre: Trinity (selezione del Christ College), Gunners (soldati delle caserme di Anglesea) e Sandy Bay (volontari dell’esercito). Il coinvolgimento delle forze armate del Commonwealth nella seconda guerra boera porta però alla interruzione delle attività nella colonia. Solo nel 1910 viene reintrodotta una nuova competizione. Per determinare i campioni di Tasmania si istituisce la sfida, che diventerà storica fonte di rivalità, tra le squadre vincitrici dei campionati del nord e del sud. Match giocato da allora in forme diverse con poche interruzioni.



L’aumento  dell’immigrazione  in  Tasmania  dopo  la  prima  guerra  mondiale  contribuisce  ad accrescere la popolarità del calcio. Il campionato statale riparte nel 1919 e dura per i successivi vent’anni. La seconda guerra mondiale impone un nuovo stop, ma è ancora una volta la migrazione post-bellica  a  risollevare  il  movimento.  Arrivano  soprattutto  italiani,  greci,  cecoslovacchi, polacchi e jugoslavi per i quali il calcio è più di uno sport. Gli anni ’50 sono la golden age del soccer in Tasmania, i numeri dei partecipanti aumentano enormemente e si formano nuovi club basati sulle diverse comunità nazionali.

In virtù di questo, le tradizionali rivalità europee si riversano anche nel movimento calcistico australiano, Tasmania inclusa, con un numero sempre maggiore di episodi di violenza.

Dal 1978 si ripropone un campionato di stato, la Tasmanian State League, ma nel 1982 si ritorna alla tradizionale scissione tra nord e sud e match finale tra le vincitrici dei rispettivi tornei. Gli anni 90 sono un periodo di grandi cambiamenti per il calcio in tutta l’Australia. La violenza tra le tifoserie delle squadre rivali è diffusa in tutto il Paese. Si decide pertanto di bandire le affiliazioni etniche  per  le  società  di  calcio  e  nel  1997  si  attua  un  importante sforzo  di  rebranding  nel movimento calcistico. Dopo il nuovo blocco del 1999 per problemi finanziari, si riparte in modo deciso nel 2013 con un campionato statale a otto squadre, la NPL Tasmania. È una delle otto National Premier Leagues, divisioni che si situano come campionati degli stati australiani al di sotto della massima serie nazionale, la A-League. Nel 2017 la NPL Tasmania ha visto la partecipazione di  Clarence United, Devonport City Strikers, Hobart Zebras, Kingborough Lions  United,  Launceston  City,  Northern  Rangers,  Hobart  Olympia  Warriors  e  South Hobart.

È notizia recente, del 28 novembre, l’annuncio di un programma quinquennale di sviluppo del calcio in Tasmania. Ha comportato la consultazione dei club, delle diverse associazioni e delle principali parti interessate in tutto lo Stato al fine di aumentare la partecipazione complessiva al movimento. È centrale l’impegno al miglioramento delle infrastrutture, soprattutto nel nord a Launceston per cui sono previsti 800.000 dollari australiani di spesa. L’obiettivo dichiarato è quello di passare dagli attuali 12.000 giocatori registrati a 20.000 entro il 2023. Per raggiungere tale scopo si prevede un ulteriore investimento di 3 milioni.

Tuttavia, federazione e istituzioni sono profondamente convinte dei futuri benefici della crescita del movimento del soccer per la comunità, in termini di maggiore responsabilità, disciplina, senso di appartenenza e coinvolgimento. Accogliere i ragazzi e formare buoni cittadini attraverso il calcio, insegnando i valori e favorendo lo spirito comunitario.

Davvero un ottimo esempio da cui prendere qualche spunto per rilanciare il decaduto calcio “made in Italy”.

Top of the Kop

Top of the Kop

 Non c’è nulla di evocativo come le parole. La capacità che alcuni termini hanno di fissare davanti ai nostri occhi cose che in quel momento non possiamo vedere è straordinaria. Alcune parole dividono, altre, invece, uniscono. Ce n’è qualcuna, poi, che si allontana totalmente dal suo significato originario, per diventare un concetto nuovo, che non si può spiegare senza il suo utilizzo.
Per capirlo, basterà attraversare il Bill Shankly Gate ed entrare ad Anfield. In quel fazzoletto verde, “famiglia” si dice “Kop”. Per quanto la storia del calcio britannico sia piena di settori con questo nome, la Kop per antonomasia resta quella del Liverpool Football Club. Ogni altra Kop ha bisogno di una specifica. Non quella sulle rive del fiume Mersey. Che poi, a ben vedere, non si chiama neanche Kop. Siamo così abituati a considerare la curva del Liverpool un’entità concreta, che rappresenta la totalità del tifo Red (e qui torna il discorso della parola che assume tutt’altro concetto), che se interpellati non siamo in grado di spiegare il perché di questo strano nome. Viene facile, naturale. Ma resta il fatto che all’anagrafe degli stadi, se ne esistesse una, la zona calda del tifo scouser si chiamerebbe Spion Kop. Nulla di offensivo, ovviamente. Spion Kop è un’altura del Sudafrica, raggiungibile solo attraverso una salita parecchio ripida, teatro di una rovinosa sconfitta dell’esercito britannico durante la Seconda Guerra Boera. L’immagine di un nutrito gruppo di soldati in posizione elevata, pronti ad avventarsi sull’ignara fanteria di Sua Maestà, resta nell’immaginario collettivo. Sarà quindi per questo che un giornalista, osservando i tifosi dell’allora Woolwich Arsenal campeggiare su una delle estremità di Manor Ground, battezza così il settore dello stadio, lanciando un trend che si espande in fretta, persino al di là della Manica. Il termine raggiunge Liverpool nel 1906 e si rivela subito particolarmente adatto, anche per la classica bellicosità dei tifosi dei Reds, a indicare il settore caldo di Anfield. Da lì nasce una leggenda, che accompagna mano nella mano la storia, le vittorie e le sconfitte del Liverpool Football Club.


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I membri della Kop vengono definiti Kopites, ma è riduttivo. Chiunque sostenga il Liverpool è di fatto parte integrante della Kop. E se, come si è detto, La Kop è una grande famiglia, di conseguenza, ride e piange, festeggia e si dispera. Proprio come ogni famiglia che si rispetti. Ride la Kop, guarda gli occhi di Bill Shankly e sa che può essere fiera di lui e dei suoi ragazzi. Siamo nel 1964 e sono passati diciassette lunghi anni dall’ultimo titolo di campioni d’Inghiterra. Ma Bill e suoi ce l’hanno fatta, sono risaliti dagli abissi della Second Division ed hanno portato a termine un’impresa. A guidarli c’è quel signore scozzese che cambia per sempre il modo di intendere il calcio a Liverpool. Nei suoi discorsi, nelle sue dichiarazioni, in ogni suo pensiero c’è l’incessante tifo dei figli e delle figle della Kop. I suoi calciatori giocano per lui e per quei tifosi, per ricambiare l’affetto incondizionato di una città. Di una parte, forse? No. No di certo. A Liverpool esistono solo due squadre: il Liverpool ed il Liverpool Riserve. E il campionato 1963/64 è simbolico da questo punto di vista, dato che i Reds strappano il trofeo proprio all’Everton. E nella famosa Boot Room, la stanza degli scarpini, Shankly ed i suoi creano dal nulla il mito del club. Cambiano i calciatori, ma resta quello spirito, quell’unione sacra tra squadra e tifoseria. Shankly lascia nel 1974, ma la placca con scritto THIS IS ANFIELD resta. Bill la fa apporre all’interno del tunnel per ricordare ai calciatori del Liverpool per chi combattono e agli ospiti che non avranno contro solamente undici avversari. Lascia Bill Shankly, ma resta per sempre. Il cancello che si apre sulla Kop porta il suo nome. Festeggia la Kop, più di ogni altra tifoseria d’Inghilterra.
 
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Liverpool non è più la città modaiola degli anni Sessanta. È una città ferita della crisi economica, in cui la disoccupazione raggiunge picchi terribili, in cui non c’è quasi nulla per essere felici. Eppure il Liverpool porta ancora gioia e senso di appartenenza. Non c’è sacrificio che il tifoso dei Reds non sia disposto a fare pur di seguire i ragazzi di Paisley e poi di Fagan. Il campionato non basta più, ora tocca all’Europa. Roma, Londra, Parigi e ancora Roma, quattro gemme per una corona, quella dell’indiscussa Regina del calcio continentale. E dietro Keegan, Dalglish e Tommy Smith c’è una marea rossa, a volte indisciplinata e un po’ troppo propensa a creare disordini, ma che è l’invidia di tutte le squadre avversarie. La Kop è il modello da imitare. Persino il vecchio CUCS giallorosso si ispira alla controparte scouser, tanto da invitare i rappresentanti della tifoseria del Liverpool ad un simbolico gemellaggio prima della finale del 1977 all’Olimpico contro il Borussia Moenchengladbach. Anni dopo ci si rincontrerà nella Città Eterna da avversari, per l’ennesimo trionfo dei Reds. Ma quella di Roma è l’ultima festa, almeno per un po’. Arriveranno altre coppe, altre gioie, ma sarà sempre tutto filtrato attraverso due momenti indelebili, immagini che feriscono ancora oggi.

La follia degli hooligan, la poca preparazione delle istituzioni, gli stadi antiquati. I presupposti ci sono purtroppo tutti affinché qualcosa di terribile accada. E accade proprio a Bruxelles, all’Heysel, pochi minuti prima del calcio d’inizio della Finale, sì, quella finale lì, la più attesa, la quinta in nove stagioni, la partita che deve cementare definitivamente la leggenda dei Reds. E invece rimarrà per sempre la finale del dolore, la partita giocata per evitare altri problemi, con i piedi sul campo ma con la testa negli ospedali e nelle camere mortuarie. Trentanove vittime. La gioia di una festa di calcio si disintegra, lasciando dietro di sè solo il silenzio della morte, del dolore e della disperazione. E quattro anni dopo si dispera la Kop, nel suo giorno più buio. Non si sono ancora spente le accuse per quel 29 maggio 1985 che di nuovo la tragedia colpisce un campo di calcio su cui è schierato il Liverpool. A Sheffield dovrebbe giocarsi la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest, ma la partita dura tre minuti. Centinaia di persone si sono ammassate in uno dei tunnel dello stadio di Hillsborough nel tentativo di raggiungere il proprio settore prima del fischio di inizio. Tante persone. Troppe. Ed ecco di nuovo i corpi schiacciati, il soffocamento, il terrore negli occhi di chi si vede separato dai propri cari dal caos dei movimenti sconnessi della folla. Un gran numero di tifosi si getta al di là delle recinzioni nonostante la polizia, incapace di comprendere la tragedia che si sta sviluppando, cerchi di evitare l’invasione di campo. Finchè qualcuno finalmente si accorge che non si tratta di facinorosi in vena di creare caos, ma di persone che stanno lottando per la loro vita. Si aprono i cancelli, si sgombera il terreno di gioco, si prestano i primi soccorsi ai feriti. Ma a terra restano sagome immobili. Qualcuno, si mormora, non ce l’ha fatta. Cinque morti. Dieci. Venti. Cinquanta. Alla fine i martiri di Sheffield saranno novantasei. Tutti tifosi del Liverpool. Tutti figli della Kop. È un massacro. Il più terribile della storia del calcio britannico. Sotto quel tunnel rimangono senza vita novantasei persone, novantasei fratelli e sorelle, padri e figli. Novantasei vite spezzate che nessuno potrà mai dimenticare, men che mai la Kop. E allora che brilli la fiamma del ricordo, sullo stemma della squadra e tra i seggiolini.

Non c’è partita a Anfield in cui al minuto 89 la tifoseria non culli il ricordo dei Kopites portati via dal destino in un pomeriggio che doveva essere di festa. E ogni volta piange commossa la Kop, esattamente come piange il primo maggio 1994. Piange perché, proprio nel giorno della festa internazionale dei lavoratori, da sempre sentitissima nella proletaria Liverpool, la sua prima e storica incarnazione chiude i battenti. Il Rapporto Taylor è chiarissimo, non possono più esserci settori con posti in piedi. Non dovrà mai esserci una nuova Hillsborough. La Kop come la conosciamo non ha più un posto nel calcio di oggi. E quindi contro il Norwich City una città intera saluta quel simbolo, quel luogo di unione che sembrava dover durare in eterno, come ultimo baluardo di un calcio ormai in via in estinzione, minacciato dalle TV e dalla modernità. E piangono Ian Rush e John Barnes, Kenny Dalglish e Joe Fagan. Da qualche parte di certo piangono anche Bill Shankly e Bob Paisley. Piangono assieme a giovani e vecchi, donne e bambini, tutti promettendo, quasi minacciando, che lo spirito della Kop sopravviverà, che li metteranno seduti ma che mai li metteranno a sedere, cantando tutti assieme che il Liverpool mai e poi mai camminerà da solo.
Perché canta la Kop, ah se canta. Ieri come oggi, il ruggito indistinto della folla e le urla sconnesse della tensione calcistica lasciano sempre spazio alla musica. D’altronde siamo nella città dei Beatles. Ma quando c’è da scegliersi un inno si guarda da un’altra parte. Non è che i Fab Four non siano di Liverpool. Il problema è che non rappresentano più solo Liverpool. Sono già andati, li stanno portando via, come urla piangendo una sconsolata fan dopo l’ultima esibizione al Cavern. Se non sei Liverpool, la Kop non può farti suo. Ma se la ami, ogni porta ti si schiude. E Gerry Mardsen la ama, la vive, la respira. Il suo cuore è sulle rive della Mersey, il suo posto è quello e lì rimarrà. Questo canta in Ferry Cross The Mersey, splendido affresco di una città che forse non c’è più. Ed è quindi ovvio che sia lui, anzi, che siano i suoi Gerry & The Pacemakers, a cantare l’immortale inno della Kop. E no, non si tratta di Ferry Cross the Mersey, perché purtroppo o per fortuna in città ci sono anche quegli altri, quei ricconi vestiti di blu che si sentono superiori alla povera gente che tifa Liverpool. No, l’identità cittadina non basta. Ci vuole di più. E nonostante siano di provenienza americana, si eleggono dunque a Credo delle parole struggenti, che parlano di difficoltà, di tempesta, di oscurità. Ma che lasciano presagire tempi migliori, come se già più di cinquant’anni fa già qualcuno sapesse, fosse convinto che quella squadra, quel gruppo di uomini e quelli dei decenni a seguire erano destinati a grandi cose. E allora cammina, figlio della Kop, sfida il vento e la pioggia, combatti un destino che spesso si fa beffa dei tuoi sogni. Cammina, sempre con la speranza (ed il Liverpool) nel cuore. E non camminerai mai solo. Sarai parte di una famiglia. Per sempre. Finchè morte non vi separi. Ma anche dopo. Perchè, come diceva Bill Shankly, alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Ma si sbagliano. È molto, molto di più.
Hooligans della Palla Ovale: Papua Nuova Guinea, dove il Rugby è una questione di vita o di morte

Hooligans della Palla Ovale: Papua Nuova Guinea, dove il Rugby è una questione di vita o di morte

Papua Nuova Guinea, Paese di 8 milioni di abitanti a nord dell’Australia. Occupa la zona orientale dell’isola della Nuova Guinea, divisa con l’Indonesia. Contraddistinto da corruzione dilagante tra politici e funzionari, è dilaniato da decenni di conflitti, instabilità e miseria. L’economia è quasi per nulla diversificata e la situazione  generale è difficile anche per quanto riguarda sanità e istruzione: alta incidenza delle malattie infettive e analfabetismo diffuso. Le precarie condizioni di sicurezza e l’elevato tasso di criminalità ne fanno uno degli Stati più pericolosi nel panorama mondiale. Violenza e giustizia sommaria sono la norma soprattutto nelle baraccopoli e nei mercati della capitale, Port Moresby, nel porto di Lae e nelle zone rurali interne.

In una nazione in cui gli insediamenti sono distanti e isolati e la maggior parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà, la passione per il rugby league è uno dei pochi collanti a livello comunitario, al di là di ogni differenza culturale e delle 852 lingue parlate. Assume una importanza fondamentale in cui, tuttavia, confluiscono anche tutti gli aspetti negativi del disagio sociale. Lo sport diviene causa scatenante di scontri e faide tribali.

Gli abitanti della Papua Nuova Guinea hanno la reputazione di essere i tifosi più accaniti nel mondo della “palla ovale”. I minatori australiani portarono per la prima volta il rugby league in queste terre nella corsa all’oro degli anni ’30. Durante e dopo la seconda guerra mondiale furono sempre gli australiani, in particolare i soldati di stanza nel Paese, a dare una spinta decisiva al movimento. Dagli anni ’60 il rugby league è considerato sport nazionale. Oggi registra un enorme tasso di partecipazione generale ed è entrato stabilmente a far parte del programma scolastico.

La National Rugby League (NRL) di Australia e Nuova Zelanda ha un larghissimo seguito ed è vissuta con fervore mistico. I giocatori sono considerati delle autentiche celebrità e le partite dello State of Origin sono l’evento sportivo più visto e atteso dell’anno. Nelle comunità rurali si rimane incollati alle radio e nelle città le folle si riuniscono davanti ai grandi schermi. Le bandiere d i Maroons e Blues sventolano ovunque, i venditori ambulanti si aggirano con la loro merce contraffatta e i manifesti riempiono gli spazi vuoti sugli edifici. Le attività quotidiane vengono scandite dalle ore che mancano alla partita. E ogni match porta con sé il suo carico di violenza. Annualmente si registrano centinaia di incidenti con morti e feriti. Proprio per tale ragione si è proposto da più parti di vietare qui la copertura live dell’evento.


 

I problemi si amplificano quando gli idoli della National Rugby League raggiungono queste terre per il consueto incontro al National Football Stadium di Port Moresby tra la rappresentativa dell’Australian Prime Minister’s XIII, composta da giocatori australiani dei club che non si sono qualificati per le NRL Finals Series, e la Papua New Guinea Prime Minister’s XIII, rappresentativa formata da giocatori del campionato nazionale. Sfida annuale patrocinata dall’Australian Department of Foreign Affairs and Trade per sensibilizzare la popolazione locale su tematiche importanti quali la violenze sulle donne e la prevenzione dell’HIV. È un evento così popolare che richiama migliaia di persone, molte delle quali non riescono però a entrare allo stadio. Spesso si scatenano rivolte, sedate con difficoltà in una mortale escalation di violenza. Gli autobus della formazione australiana vengono affiancati e sovente assaliti dalla folla. Il caos regna per le strade tra incidenti, auto date alle fiamme e sassaiole.

Senza dubbio è il lato oscuro di una passione in ogni caso fortissima, riconosciuta a livello internazionale con la storica opportunità di ospitare, insieme a Australia e Nuova Zelanda, la Coppa del Mondo di Rugby League 2017. Le sfide della fase a gironi tra i Kumuls, ovvero la nazionale della Papua Nuova Guinea, e il Galles, l’Irlanda e gli USA sono state disputate in casa, a Port Moresby. Tre vittorie e cammino mondiale interrotto solo dall’Inghilterra ai quarti.

L’amore per il rugby è qui qualcosa che va oltre ogni immaginazione. Atmosfera a tratti religiosa, devozione smisurata verso i giocatori, scelta manichea della squadra: il tifo si fa concretamente fede. Non è importante il luogo della partita a migliaia di chilometri, in un’altra città o in un altro Paese; in Papua Nuova Guinea il rugby è molto più di uno sport, è un credo, per il quale si vive o si muore.

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