Eibar, l’emozione di sentirsi coinvolti

Eibar, l’emozione di sentirsi coinvolti

Nell’estate del 2014 ho donato 50 euro all’Eibar. Nel giro di un mese il club basco doveva raccogliere l’enorme cifra di 1,7 milioni per potersi iscrivere alla Primera División, che aveva conquistato dopo due promozioni in due anni. Il motivo della disperata raccolta fondi? L’Eibar si era guadagnato la storica promozione con un capitale sociale troppo basso. Una legge mal nata e mal interpretata costringeva la società a tentare l’impresa di portare il proprio capitale sociale da 400 mila euro a 2,1 milioni nel giro di poche settimane. Poco importava che la gestione economica era stata del tutto sostenibile e trasparente: per affrontare il Real Madrid, che al tempo valeva 130 volte di più, bisognava che l’Eibar quintuplicasse il proprio capitale sociale.

Era la fine di una stagione storica: con un budget minimo, senza debiti, senza spendere un euro in più di quelli disponibili, la squadra basca avrebbe rappresentato la città più piccola nell’era moderna della massima serie spagnola. Si parlava di “modelo Eibar” e si rispolverava la storia di un club che dal 1940 è, assieme all’industria delle armi, il biglietto da visita di un paese di 27.000 abitanti nascosto tra le valli basche.

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L’Eibar riuscì nell’impresa, grazie all’aiuto di più di 11.000 contributori da 65 paesi del mondo. Poteva per la prima volta accedere al gradino più alto del calcio iberico, dove – al contrario di qualsiasi pronostico – resiste a distanza di tre stagioni. Fui molto orgoglioso del mio piccolo contributo, perché ero (e sono) convinto che l’Eibar potesse almeno in parte dimostrare che la ricerca disperata di magnati stranieri e la cieca commercializzazione di un brand sportivo non rappresentano l’unica strada da percorrere per i club calcistici, soprattutto per quelli medio-piccoli.

Tuttavia, non mi resi del tutto conto che il crowdfunding a cui avevo preso parte era, in realtà, quello che viene chiamato in gergo tecnico un equity crowdfunding. Totalmente preso dalla causa alla quale donavo 50 euro, non avevo mai dato la giusta importanza al fatto che sarei anche divenuto proprietario di una piccola quota del club. Poco dopo, poi, ne divenni più cosciente, soprattutto quando arrivò a casa la lettera con cui l’allora presidente Alex Aranzábal certificava che con la mia azione n° 45.014 ero diventato ufficialmente co-proprietario del club.

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Da quel giorno ho ricevuto regolarmente aggiornamenti via mail e posta cartacea sull’andamento sportivo, economico e societario del club. Infine, qualche giorno fa, ho trovato nella buca delle lettere una busta molto spessa. Conteneva tutto il necessario per partecipare alle elezioni per il consiglio direttivo che si terranno il 1 giugno in casa dell’Eibar, incluso il modulo per delegare il voto a distanza. Le elezioni sono una diretta conseguenza dell’allargamento della proprietà generato dalla campagna di finanziamento del 2014. L’Eibar infatti è oggi una società interamente posseduta da azionisti di minoranza, di cui circa l’80% residenti nei Paesi Baschi, il 15% nel resto della Spagna e il 5% all’estero.

La busta conteneva la mia scheda elettorale e tre depliant informativi per altrettante liste di candidati, assieme a un foglio esplicativo. Il tutto rigorosamente in tre lingue: euskara, spagnolo e inglese, a sottolineare come nel club la dimensione internazionale conviva con quella iper-locale. E non è un caso che uno dei tre candidati alla presidenza, seppur con scarse speranze, sia un americano che si prefigge di rappresentare gli azionisti stranieri.

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Inizialmente, aprire quella busta mi ha fatto enorme piacere. Mi sono sentito coinvolto, cercato, considerato anche se lontano. Ho donato 50 euro a una giusta causa e ora quella giusta causa mi chiede a chi voglio affidare il suo timone. Ma poi è prevalso lo sconforto. Ho pensato a quante volte la squadra per cui tifo ha chiesto la mia opinione. E non importa quale sia, perché il discorso è uguale per quasi tutte le principali squadre italiane. A occhio e croce è successo due volte: qualche anno fa ci fu un sondaggio su quale terza maglia scegliere, e poi mi pare di aver partecipato a un’indagine di mercato sullo stadio.

Ho pensato anche a quanti soldi ho speso per la mia squadra. Considerando solo abbonamenti, biglietti e merchandising, mi rendo conto che la cifra è a tre zeri, e non ho ancora capelli bianchi. Un abisso rispetto ai 50 euro che mi hanno dato diritto di voto a Eibar.

Certo, la comparazione è inclemente, perché anche in Liga l’Eibar è una realtà speciale. E il senso di comunità, la voglia di partecipare non si possono copiare a tavolino. Tuttavia la frustrazione provocata dal confronto tra le due situazioni rimane, così come rimane la convinzione che i tifosi, con le loro idee, le loro critiche ed il loro entusiasmo, sono la più grande risorsa non ancora sfruttata (in senso positivo) dal sistema calcio.

Lo Stadio si svuota, segnali di allarme anche dall’Inghilterra?

Lo Stadio si svuota, segnali di allarme anche dall’Inghilterra?

Fino a qualche tempo fa sembrava impossibile, ma anche in Inghilterra può accadere che gli stadi si possano svuotare. E non è successo in qualche campo di qualche squadra di serie inferiore ma all’Emirates, la casa dell’Arsenal.

59.510 ufficiali – La partita è Arsenal-Sunderland andata in scena martedì sera (recupero del campionato dato che i Gunners si sono qualificati per la Finale di Fa Cup contro il Chelsea). Una partita che mette davanti l’Arsenal contro un Sunderland già retrocesso ed ormai con pochi stimoli. La squadra di Arsene Wenger è in piena lotta per il quarto posto con il Manchester City di Guardiola, l’ultimo utile per agganciare i Preliminari di Champions League. Ci si aspetta il tutto esaurito come sempre perché l’Arsenal ha sempre la percentuale di riempimento dello stadio del 99%, vale a dire che il pubblico presente all’Emirates si attesta sempre sulle 59,900 unità rispetto ai 60 mila posti disponibili. Martedì però non succede nulla di questo: molti seggiolini restano vuoti e tantissimi tifosi presenti allo stadio, quasi increduli, immortalano le gradinate vuote postandole sui vari social. L’Arsenal a fine primo tempo fornisce i dati ufficiali che parlano di 59.510 spettatori. Un dato impossibile da raggiungere se si osservano le foto scattate allo stadio che scatena anche le critiche e gli sfottò di tanti tifosi sul Web.

Situazione particolare – Certo quella dell’Arsenal è una situazione molto particolare: la piazza è in piena contestazione con Arsene Wenger, reo di una gestione fallimentare che va avanti da troppi anni. I tifosi, come hanno fatto capire a più riprese, vogliono l’esonero del manager alsaziano e sono stanchi di non lottare più per le zone alte della classifica. Anzi in questa stagione rischierebbero, per la prima volta da quando è nata, di non vedere l’Arsenal in Champions League. Va bene che i Gunners sono in finale di Fa Cup, ma i tifosi si aspettano ben altro da una società che ha investito così tanto negli anni. Detto questo però, forse, qualcosa in Premier, sta succedendo. Premesso che il campionato inglese rimane quello con il rapporto spettatori/posti disponibili più alto dopo quello tedesco, e che solo 4 squadre su 20 in Premier sono sotto il 90% di riempimento dei proprio impianti (di cui 3 sono quelle retrocesse), qualcosa che non va nel calcio inglese a livello di partecipazione c’è e come. Le proteste vibranti della scorsa stagione, che portarono la FA (di comune accordo con i club di Premier) a fissare il tetto massimo di un biglietto per il settore ospiti a 30 Sterline, e scene come quelle dell’Emirates (impensabili fino a qualche tempo fa) fanno si che un po’ il rapporto con i tifosi si stia pian piano scollando. Un processo che potrebbe essere lentissimo, va detto, perché comunque rispetto a quello che siamo abituati a vedere in Serie A il livello e l”intensità con il quale il pubblico partecipa alle partite è diametralmente diverso. Basti pensare che in questa stagione, in Italia, solo una squadra, la Juventus, può vantare più del 90% di media di riempimento dello Stadium. Tornando all’Inghilterra, resta il fatto però che qualcosa potrebbe iniziare a traballare e se anche tifoserie come quelle dell’Arsenal iniziassero a lasciare vuoti gli spalti, potrebbe veramente portare a danni irreparabili.

Dati: archistadia.it

“Ridateci i nostri Club!”: Il Giorno del Giudizio e la protesta del Fans United contro i proprietari senza scrupoli

“Ridateci i nostri Club!”: Il Giorno del Giudizio e la protesta del Fans United contro i proprietari senza scrupoli

Un ‘Giorno del giudizio’ più particolare rispetto a quelli degli anni passati quello andato in scena lo scorso 6 Maggio, la marcia di protesta denominata ‘Judgement Day’ è diventata ormai un appuntamento fisso da tre anni per i tifosi del Blackpool FC per contestare la proprietà del club, e in questa edizione si è trasformata in un evento trasversale con la partecipazione della Football Supporters Federation(FSF) sotto il motto ‘Fans United’ coinvolgendo numerose tifoserie di tutte le categorie del calcio inglese. Una giornata per ribadire l’orgoglio di molte comunità di tifosi ignorate e offese da avventurieri con pochi scrupoli che infestano molte realtà del calcio di categoria.

In 6.000 secondo quanto riferito dalla polizia locale, con tanto di banda di Mods sugli scooter ad aprire la strada, per il corteo organizzato dal Blackpool Supporters’ Trust e dal gruppo Tangerine Knights che ha marciato dalla Pleasure Beach al fino al Bloomfield Road, rimasto vuoto, dove il club di casa incontrava il Leyton Orient, per il match di chiusura della League Two dal risultato ininfluente.

Hanno sfilato con cori, striscioni e fumogeni, per manifestare al fianco della foltissima presenza di tifosi del Blackpool, oltre agli ospiti del Leyton, gruppi in rappresentanza delle tifoserie del Coventry, Brighton, Blackburn e Charlton Athletics, uniti nella richiesta di liberare i rispettivi club e nell’appello alle istituzioni sportive ad intervenire per arginare il proliferare di questo genere di situazioni. Forte la richiesta di ascolto della voce dei supporters e di un intervento delle leghe attraverso controlli più efficienti e misure sanzionatorie più decise verso fenomeni di cattiva gestione conclamata.

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La grande marcia parte qualche ora prima della partita, nel comizio di apertura il consigliere della FSF, Kevin Miles, porta il messaggio il messaggio e la solidarietà della famiglia dei tifosi del calcio inglese: “Oggi è stata una brillante dimostrazione di resistenza dei tifosi di Blackpool, che continuano la lotta nonostante tutto ciò che è stato lanciato contro di loro, contro i parassiti che stanno abusando della proprietà del loro club, ma anche una grande dimostrazione della solidarietà dei tifosi di altre società. Siete un esempio per gli appassionati di calcio di tutte le categorie di questo paese. Siamo solidali con voi, come lo siamo con tutti gli altri club che hanno affrontato e affrontano simili battaglie. I tifosi del Blackburn, del Coventry, del Leyton Orient. Quando hai quattro, cinque, sei o più club che affrontano lo stesso tipo di crisi, in guerra contro la propria base dei fan, non possono essere ignorati, è una vera disgrazia! Ciò che rimane sempre per un club sono i tifosi. I proprietari vengono, ma i proprietari possono e devono anche andare! Dovrebbero considerare questo sottile suggerimento dato oggi qui da molti e uscire dal nostro gioco.

Ridateci i nostri club! Messaggio chiaro e scandito lungo tutto il percorso verso lo stadio, amplificato dalle migliaia di interazioni sui social network sotto l’hashtag #FansUnited. Il match viene ignorato, come del resto molti altri nel corso della stagione, proseguendo nella campagna per disertare lo stadio ‘Not a Penny More’ che ha significativamente ridotto le presenze, nonostante il campionato positivo della squadra. Per la cronaca finirà 3 a 1 per i padroni di casa, il Blackpool FC proseguirà verso i playoff, gli ospiti già condannati alla retrocessione, la prima volta in oltre cento anni storia fuori dalla Football League grazie al disastro sportivo e societario conseguito dal contestatissimo Francesco Becchetti. Se non bastasse per i tifosi degli O’s ora c’è lo spettro della liquidazione, il 12 giugno ci sarà la pronuncia della HM Revenue & Customs sulla contestazione di tasse non pagate che potrebbe portare nuovi, e più gravi problemi, che ha spinto il Leyton Orient Fans’ Trust ad allestire un fondo di salvataggio che ha superato le 155.000 sterline raccolte. Si preannuncia un’estate calda.

Steve Rowland, presidente del Blackpool Supporters’ Trust l’associazione che da tempo guida in prima linea la contestazione contro la famiglia Oyston, accusata di aver distrutto il legame tra comunità e società sportiva, commentava così il successo della giornata: “Ci sono migliaia di tifosi che non sentono più il legame con quella che vediamo ormai come un’organizzazione moralmente corrotta. È un boicottaggio etico, vogliamo mantenere la pressione. Con noi oggi ci sono il triplo delle persone che sono dentro a seguire il match. Per la maggior parte è una protesta pacifica e appassionata”.

Non solo tifoserie di ”categoria”, al corteo hanno preso parte rappresentanti anche di gruppi organizzati di club molto blasonati, spinti dalla solidarietà per aver attraversato situazioni simili e dalla consapevolezza di poter incidere se si procede uniti, come evidenziato dalle conquiste di questi ultimi anni. Presenti anche i gruppi di Aston Villa, Liverpool, Newcastle, Preston e Portsmouth che si sono aggregati alla giornata che è proseguita verso il The Mechanics, casa della formazione di dilettanti locali dell’AFC Blackpool, per seguire il match amatoriale ‘alternativo’ tra una selezione di tifosi locali, Blackpool XI, contro la formazione ‘Clubs-in-Crisis XI’ composta dai supporters degli altri club accorsi per la manifestazione.

Significative le parole di Ian Bryne, consigliere dello Spirit of Shankly – Liverpool Supporters Union presente alla manifestazione, sull’importanza dell’unione e della collaborazione solidale in questa fase storica del calcio, non solo quello inglese: “L’attivismo collettivo dei tifosi funziona. Lavorare insieme come gruppi, non come voci singole, ma come un corpo unico, riesce a spostare le decisioni dei club e sposta quelle autorità del calcio. Questo è il futuro“.

L’unione e la solidarietà trasversale tra le tifoserie di tutte le categorie del calcio inglese rappresenta forse uno degli elementi più interessanti emersi nell’ultimo decennio nel panorama del tifo organizzato dei campionati d’Oltremanica come risposta all’apertura al calcio globale e all’eccessiva commercializzazione. Impegno e cooperazione che hanno consentito di raggiungere risultati rilevanti sia per il miglioramento del rapporto tifosi- club, se ne parlava qui, sia nell’elaborazione in sede istituzionale delle linee guida per favorire dei meccanismi di tutela e salvaguardia delle società, professionistiche e non, con la collaborazione nel gruppo di lavoro governativo ‘The Supporter Ownership and Engagement Expert Group’

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Il 3° Giorno del Giudizio non è passato inosservato e sembra aver smosso qualcosa nella English Football League, nei giorni successivi la stampa locale riportava le parole l’amministratore delegato della EFL, Shaun Harvey, in cui apriva alla volontà di intervenire: “Sono certo che nei prossimi mesi sarà necessario esaminare la relazione tra l’EFL e i proprietari delle società per vedere se ci sono margini d’intervento per proteggere la reputazione dei nostri club e della lega stessa“.

¡Adiós Calderón! Piange anche il cielo

¡Adiós Calderón! Piange anche il cielo

Una vittoria con il retrogusto amaro di una sconfitta. Una valle di lacrime. E come se ce ne fosse bisogno, pioggia a non finire. Non siamo in una drammatica sceneggiatura di un film americano del 1996, ma su un campo da calcio. Definirlo tale significherebbe sminuirlo, ma agli occhi dei veri appassionati quello non era solo un campetto, o ancor meglio uno stadio. Era una seconda casa, in alcuni casi anche la prima. Sono stati scritti fiumi di parole su quanto possa essere romantico il calcio, ma qui andiamo oltre quel senso di amore, si rasenta l’abnegazione e a tratti la follia. Perché per molti il calcio è religione, è qualcosa di viscerale: inspiegabile agli occhi di chi lo definisce soltanto un gioco tra circa ventidue uomini che corrono dietro ad un pallone. E le viscere le abbiamo viste metaforicamente uscire fuori a chi mercoledì cantava sotto l’acqua, nell’ultima notte di Gala del Vicente Calderon. La “Cenerentola” tornava a casa prima della mezzanotte, senza scarpetta di cristallo e con l’ennesimo derby perso, una spada di Damocle ormai che non smetterà mai di ondeggiare sul cuore dei colchoneros. Abbiamo visto bambini battersi il pugno sul petto, orgogliosi di tifare la parte più debole della città. Fondamentalmente tutti sappiamo che l’Atletico è la squadra del Pueblo, di tutti.

Mercoledì è terminata quella magia iniziata 2011, quando El Cholo Diego Simeone ha deciso di sedersi su quella panchina, tornare alle origini e prendere per mano una squadra discreta, ma mai veramente completa. Ha guardato negli occhi la sua Cenerentola, facendola ballare in palcoscenici d’eccezione. Ma le ha fatto anche sollevare trofei, per la precisione cinque in sei anni: è mancata la “scarpetta” più importante, per ben due stagioni. Ma non fa nulla, in quel momento il popolo colchoneros stava attraversando il Nirvana.

Dalla vittoria contro il Barcellona nel quarto di finale del 2014, ben 142 partite internazionali collezionando 104 vittorie, 24 pareggi e solo 14 sconfitte. Un bottino incredibile per l’Atletico Madrid, che dopo il match di Champions non potrà più giocare al Vicente Calderon. Si passerà ad un nuovo impianto, con tetto in grado di chiudersi ed evitare problemi durante le stagioni più fredde. Ma negli occhi di ogni singolo tifoso, rimarranno scolpite nella mente le corse di Diego Simeone (sia da giocatore che da allenatore) o le esultanze di Christian Vieri durante l’anno dei 24 goal. Senza dimenticare quel nono titolo nel 1996 con Radomir Antić seduto in panchina. Mercoledì è stata scritta un’altra pagina di storia del club, che ha chiuso un capitolo. E gli Dei del calcio sono intervenuti ancora una volta, mettendo più di una mano su uno scenario da tragedia shakespeariana: inizio devastante, con due reti che sembravano aver stravolto l’ordine delle cose. Poi un goal che ha tagliato le gambe a tutti, ma non ha reciso le corde vocali di nessuno. Ben quarantacinque minuti di cori, speranza e voglia di rendere indimenticabile questa serata. E nel finale una pioggia a lavare via le lacrime di tutti, per l’ennesima opportunità persa contro i rivali di sempre.

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Doveva essere la notte dell’Atletico, ma qualcuno ha deciso che quello di ieri sera rimarrà per sempre un semplice trasloco a 16 chilometri di distanza, nulla più. Cenerentola è tornata a far parte del Pueblo, in lacrime dopo un ceffone di quelli che ti provocano un rossore da almeno due giorni. Rimane l’orgoglio, quello che “non ti fa essere come loro”, quello che differenzia tutti dall’affascinante, quanto sterile, camiseta blanca. E il magone in gola di non aver festeggiato insieme il Grande ballo. Se tutto questo non dovesse essere opera di qualche drammaturgo britannico, potremmo perdere nuovamente tutte le certezze riposte nel mondo del futbol.

Fiorentina: si pensa al Bilancio, si dimenticano i tifosi

Fiorentina: si pensa al Bilancio, si dimenticano i tifosi

Scenari importanti si aprono per il futuro della Fiorentina: dalle parole del presidente Andrea Della Valle all’approvazione del bilancio, ancora in rosso, dell’anno 2016. Durante la gara Sassuolo-Fiorentina di domenica scorsa, alcuni supporters della Viola hanno contestato la squadra, lasciando trapelare il loro malcontento per la stagione che la loro squadra sta avendo. «I cori dei tifosi non li ho sentiti, gli ultimi 20 minuti vado sempre sotto – ha dichiarato il presidente Andrea Della Valle subito dopo il pareggio di Sassuolo – Tra qualche settimana ne parleremo, ho tanto da dire ai nostri cari tifosi. È una minoranza dei tifosi che stanno avendo questi atteggiamenti, soprattutto nei miei confronti. Solo la passione mi fa andare avanti. Questo loro atteggiamento non lo capisco proprio, mi sta prendendo in contropiede, farò le mie valutazioni in futuro. Le critiche costruttive le ho sempre accettate in questi anni, adesso però ci devo pensare».

Da poco, invece, è stato approvato il bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2016 della Fiorentina, che ha registrato una perdita di 2,7 milioni, in netta diminuzione rispetto ai quasi 15 milioni di perdita segnalati nel bilancio del 2015. «Un miglioramento – fanno sapere dalla società toscana – che dimostra concretamente la determinazione e la capacità della Fiorentina nel dare attuazione alle indicazioni del Comitato UEFA sul Fair Play finanziario». Osservando il bilancio, come sottolineato anche dal sito “Calcio e Finanza”, c’è stato un miglioramento nei ricavi, rispetto a quelli del 2015, passando da quasi 132 milioni di euro a 135 milioni – la variazione maggiore, che ha portato 8 milioni in più nelle casse viola deriva dai diritti televisivi – mentre si sono abbassati i costi, quasi tutti spesi per il personale nel libro paga della società viola, da quasi 79 milioni di euro del 2015 ai circa 73 del 2016. Nel bilancio della Fiorentina, si legge anche una considerazione per quanto concerne il fair play finanziario: «L’ammissione alle competizioni europee per la stagione 2017/2018 è permessa qualora il valore massimo della perdita consentita negli esercizi considerati, purché coperta mediante apporto di capitali, sarà al massimo di € 30 milioni. La Società può però considerare nel conteggio anche i risultati degli esercizi precedenti, di conseguenza anche il risultato positivo conseguito dalla Società negli esercizi 2012 e 2013 pari a complessivi € 19,5 milioni. Conseguentemente – conclude la nota- il risultato complessivo dei quattro anni considerati, determina un dato aggregato totale negativo di € 19,8 milioni, posizionato quindi all’interno dei parametri stabiliti dalle norme del Fair Play Finanziario (limite massimo € 30 milioni)».

Tutto okay dal reparto amministrativo, secondo quanto dichiarato, per l’ammissione in Europa. Ora però spetta ai giocatori che indossano la casacca viola l’onere e l’onore di conquistare l’Europa, per dare lustro alla maglia della squadra di Firenze. Intanto, nella partita Sporting – Belenenses, i tifosi del club di Lisbona hanno dedicato una coreografia a Marco Ficini, sfortunato supporter della Fiorentina, deceduto investito da un’automobile prima del derby portoghese tra Sporting Lisbona – con cui i tifosi della Viola sono gemellati –  ed il Benfica. Un bel gesto per onorare il ricordo di una persona sfortunata che non c’è più e di vicinanza verso tutta la città di Firenze.