La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione dello spazio polifunzionale fino al 19 maggio donando da pochi spicci a centinaia di euro, e ricevendo in cambio materiale autografato e altri riconoscimenti.

Nelle intenzioni del club la zona dedicata ai tifosi sarà realizzata sotto al settore Distinti dello stadio Cabassi e sarà un punto di ritrovo per i tifosi prima e dopo le partite, uno spazio di socialità e svago grazie a divani, tavoli, videogiochi, biliardini e attività per i bambini. Ogni tanto sarà anche possibile incontrarvi qualche giocatore della prima squadra, che magari accetterà una sfida alla Play.

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A pochi giorni dal lancio, avvenuto il 17 marzo, l’iniziativa ha già raccolto più di un quarto dei fondi necessari, anche grazie al contributo iniziale di mille euro da parte dal club. Come tutte le campagne di crowdfunding che si rispettino, anche questa prevede la gestione trasparente dei fondi: il Carpi ha infatti già dichiarato come saranno ripartiti i costi tra costruzione della struttura, arredi, impianto elettrico e altre necessità.

I riconoscimenti per i donatori cambiano ovviamente a seconda dell’entità della donazione. Si va dai ringraziamenti pubblici per i contributi di poche decine di euro, alle divise autografate, fino a formule che comprendono anche l’abbonamento per la prossima stagione. I fanfunders avranno anche l’opportunità di aggiudicarsi una delle maglie speciali indossate dai calciatori durante Carpi-Spal, che recano sul retro la scritta #FanZoneBiancoRossa.

 

La campagna si colloca nel progetto di collaborazione tra la Lega B e Tifosy, azienda inglese specializzata nei crowdfunding in ambito calcistico. Tra i progetti finanziati in passato, risaltano senza dubbio il Museo Crociato del Parma (170 mila euro raccolti) e gli impianti sportivi per il settore giovanile del Portsmouth (270 mila sterline).

«Grazie alla partnership stretta da Lega B con Tifosy, siamo la prima società della Serie B ad avviare una campagna di fanfunding – ha commentato Simone Palmieri, responsabile marketing del Carpi, che ha definito la fanzone «uno spazio da vivere insieme, per accorciare ancora le distanze tra il club e la sua gente».

Il Carpi è dunque il primo club italiano di alto livello che lancia una campagna di crowdfunding. Visti i tempi di stenti economici per i club italiani, è probabile che tale pratica si diffonderà molto nei prossimi anni. L’auspicio è che non perda la sua natura partecipativa e comunitaria, che non diventi cioè uno strumento usato dai presidenti per spremere i tifosi, sempre pronti ad aiutare il club. Chiedere soldi ai tifosi è una cosa che va fatta con parsimonia e per progetti speciali, come quelli che li coinvolgono direttamente i (come appunto una fanzone), quelli che danno i propri effetti a lungo termine (come un settore giovanile) e quelli che valorizzano la cultura sportiva di un club (come un museo). O quelli così costosi da essere difficilmente irraggiungibili.

C’è un altro dubbio all’orizzonte. Finché si finanzieranno zone dedicate alla tifoseria, progetti culturali, centri sportivi e zone dello stadio saremo tutti d’accordo. Ma il crowdfunding potrebbe anche essere (mal)interpretato per spese arbitrarie e dagli effetti a breve termine. Ad esempio, quando qualche istrionico patron proporrà il crowdfunding per comprare un giocatore – e quel momento sapete che arriverà –  come reagiremo?

Per ora la garanzia sulla qualità dei progetti è certificata da Tifosy, che valuta ogni proposta e dice di sì solo a interlocutori credibili e con i conti a posto. Ad oggi dunque, senza creare allarmismo, possiamo constatare che il progetto del Carpi è un buon inizio. Speriamo che faccia da apristrada.

Per partecipare, basta andare su tifosy.com/carpi.

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Da un passo dal baratro alla rinascita nell’abbraccio dei propri tifosi, tra le realtà europee che meglio hanno saputo concretizzare il concetto di partecipazione attiva e di ‘Club della comunità’ c’è il Portsmouth FC, sprofondato nel 2013 nella League Two a seguito di due anni di amministrazione controllata, viene salvato dal fallimento solo dall’intervento risolutivo dei tifosi che lo hanno ricondotto su binari sostenibili e sopratutto al centro della comunità.

Dopo diversi anni nelle categorie professionistiche nel 2003 il club centra una storica promozione in Premier League, a seguito dei primi anni in lotta per non retrocedere la società entra nel mirino di speculatori stranieri, arrivano campioni ma il conto delle spese non tarderà ad arrivare, si alternano quattro proprietà, Alexandre Gaydamak, Ali al-FarajBalram Chainrai e Vladimir Antonov che lasceranno un segno unico, il dissesto economico totale. Nessun investimento nei settori giovanili, cessione di strutture utili, a cui si accompagna l’incuria sulla manutenzione dello stadio che costerà al club la riduzione della capienza autorizzata.

Dopo aver vinto nel 2008 la FA Cup, e raggiunto l’anno precedente una storica qualificazione alla UEFA Europa League, l’apice dei successi negli anni recenti, la gestione spregiudicata e l’accumulo di una ingente quantità di debiti, contratti nell’alternarsi di loschi avventurieri stranieri alla guida, che nel tempo hanno scorporato diversi asset(tra cui lo stadio) per far fronte alle scadenze, segnano l’inizio della caduta.

La società finisce in amministrazione controllata prima nel 2009, debiti per oltre 100 milioni di sterline, ma il fallimento è scongiurato dalla ristrutturazione con i creditori tramite un accordo volontario e dal cambio di proprietà. Quindi nel 2011, di nuovo, ammonta a quasi 60 milioni l’esposizione e viene aperta la procedura per tasse con l’erario non pagate, anticamera della procedura fallimentare. Questa volta la tifoseria, esasperata dalla situazione precaria durata anni, inizia un braccio di ferro con la proprietà del club. Le società collegate a Vladimir Antonov figurano tra i principali creditori, nel frattempo il lituano finisce al anche centro di un mandato di cattura internazionale per bancarotta e successivamente viene arrestato, la situazione appare disperata ma il gruppo di tifosi si presenta come unico interlocutore credibile per rilevare il Portsmouth FC.

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L’acquisizione viene guidata dal Pompey Supporters Trust(PST), associazione di tifosi aperta e democratica, una testa un voto, nata all’indomani della prima ristrutturazione del debito del 2009, che inizia a raccogliere le risorse per presentare un’offerta credibile. In migliaia aderiscono all’iniziativa e il collettivo riesce a coinvolgere un gruppo di imprenditori locali, undici ”Presidents” , che partecipano attivamente alla campagna di salvataggio del club. Dopo una lunga trattativa la società viene ceduta per circa 4 milioni di sterline, ereditando circa 10 milioni di debiti ma riuscendo a mantenere negli asset lo stadio, a finanziare l’acquisizione interviene anche l’amministrazione locale con un prestito di 1 milione di sterline concesso al PST e rimborsato poco dopo il completamente dell’acquisizione. Nell’Aprile 2013 il club può considerarsi salvo, completato il più grande salvataggio da parte di un’associazione di tifosi nel Regno Unito, consacrato nel 2014 con la consegna al collettivo di premio civico conferito dall’amministrazione comunale per la grande impresa e per l’opera di ristrutturazione societaria caratterizzata da una rinnovata e forte presenza nella comunità.

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Il PST assume il controllo del 52% della società, con il restante ai Presidents, riparte dalla League Two con un nuovo spirito, e con la spinta di una intera comunità riuscirà in poco più di un anno ad abbattere i debiti ereditati dal salvataggio e a impostare l’intera gestione su una base sostenibile e orientata ad una solida programmazione del proprio futuro. In questi quasi quattro anni i principali investimenti sono andati a rinforzare l’intera struttura societaria: interventi sullo stadio, settore giovanile e campi di allenamento, scegliendo saggiamente di non lanciare l’ennesima rincorsa spregiudicata verso il ”calcio che conta’ ma di gettare basi solide per non mettere nuovamente a rischio il proprio futuro, mettendo in secondo piano l’investimento sportivo che, sebbene il club abbia sempre schierato formazioni competitive per la promozione, raggiungendo in una occasione la finale play-off, è rimasto inchiodato nella quarta divisione.

Dal 2013 ad oggi la quota dell’associazione di tifosi è scesa sotto la maggioranza assoluta, poco più del 48%, per effetto degli investimenti diretti negli interventi allo stadio Fratton Park operati a carico dei Presidents, necessari alla messa in sicurezza di alcune aree lasciate senza manutenzione negli anni della crisi per recuperare parte della capienza dell’impianto. Nonostante ciò la comunità d’intenti e la sinergia con gli imprenditori locali hanno creato un ottimo clima di cooperazione, un Community Club a tutti gli effetti, e il pubblico non ha mai fatto mancare il proprio supporto.

Al match inaugurale sotto il controllo dei tifosi in League Two si presentano in 18.000, oltre 10.000 gli abbonati, allo stadio nel corso delle stagioni una media 16.000 spettatori per partita e fuori dal campo si sviluppa una grande partecipazione alla vita del club. Dalle piccole iniziative lanciate dalla società con il percorso partecipato per progettare gli interventi allo stadio, in prima linea per il ritorno degli spalti in piedi, e nel restyle del logo verso quello tradizionale, ai contest per scegliere le divise ufficiali aperti a tutta la tifoseria, fino agli impegni veri nelle diverse raccolte fondi lanciate per finanziare lo sviluppo della società.

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Dopo la partecipazione con oltre 2 milioni al piano di salvataggio la comunità locale ha finanziato il progetto da circa 500.000 sterline complessive per i campi di allenamento delle giovanili con 270.000 raccolte con una campagna di crowdfunding fatta di piccole donazioni, ed il restante con un piano di azionariato popolare. Per entrambe le occasioni la società ha deciso di omaggiare i partecipanti con delle targhe celebrative affisse sui due ”Wall of Fame” realizzati uno nell’area dei campi di allenamento e l’altro sulla parete esterna della North Stand del Fratton Park.

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Impegno che non si è esaurito solo nello sviluppo del club, oltre all’impareggiabile e costante attività dei volontari, sotto la guida del PST la società sta sviluppando un forte radicamento territoriale rientrando in molteplici progetti di promozione sociale. Recentemente con circa 100.000 sterline raccolte con le attività del progetto ‘Pompey in the Community’, per la promozione dello sport, dell’inclusione e di programmi dedicati ai disabili, con cui ha coinvolto oltre 30.000 persone, ha ricevuto un importante riconoscimento nell’ambito dei ‘English Football League Awards 2017′ con l’assegnazione del South West & Wales Checkatrade Community Club of the Year”, entrando nei finalisti per l’award nazionale.

Parallelamente anche l’associazione di tifosi guarda al futuro, cosciente della propria responsabilità alla guida del club e della necessità di proseguire nel sostegno della società, il gruppo ha dato vita a diverse iniziative per far crescere la forza e l’incisività delle attività sul territorio. Tra le più rilevanti la ‘Pompey Lottery”, attiva dal 2014, e una linea di merchandising griffata PST i cui ricavi vanno a finanziare direttamente il settore giovanile. Lo scorso anno è stato lanciato anche un interessante programma di introduzione dei giovani tifosi nella vita associativa e organizzativa con la partecipazione nel PST Next Generations, dedicato agli under 25. Un Supporters’ Trust in formato junior costituito per fornire una soluzione utile ad un percorso formativo dei ragazzi che rappresentano il futuro, non solo del Portsmouth FC, ma anche dell’associazione, destinata a svolgere un ruolo talmente centrale della vita della società da richiedere un necessario percorso dedicato alla formazione dei giovani per comprendere le dinamiche ed apprendere sul campo l’entità dell’impegno.

I risultati sul campo presto o tardi arriveranno ma a Portsmouth ha ripreso a battere un grande cuore, un Community Club vero, esempio e ispirazione per chi crede che un altro calcio sia possibile!

L’Eibar e il Gigantismo

L’Eibar e il Gigantismo

Spesso confondiamo la mania di grandezza con la qualità. Siamo convinti che le grandi cifre abbiano insita la bellezza. Se tanti comprano, deve essere bello. E invece non sempre è così. Come canta Niccolò Fabi, raro è trovare una cosa speciale, nelle vetrine di una strada centrale, la meraviglia si nasconde.

Uno di questi esempi di piccolo miracolo di artigianato umano si chiama Eibar. Una squadra dei paesi baschi. Piccola, modesta, ma entrare in quel campo non è facile per nessuno. La sua storia è surreale. Quando è salita nella Liga, la prima divisione spagnola, ebbe un problema. Il primo requisito per accedere all’olimpo del calcio è di avere due milioni di euro di capitale. L’Eibar ne aveva circa 400.000. Ebbene, furono i tifosi a tassarsi, per fare una raccolta che portò alla cifra necessaria. E raccogliere 1.600.000 euro non è proprio una passeggiata. L’Eibar ha uno stadio piccolissimo, 6000 posti, incastonato in mezzo alla città, non è possibile fare lavori di ampliamento senza andare a toccare qualcosa. Tra l’altro è una squadra che riscuote anche simpatie in giro. Molti giocatori hanno sottolineato quanto sia assurdo e surreale che una squadra con un bilancio sano, ma con pochi soldi di capitale, rischi di non giocare nella Liga perchè non ha sufficiente capitale sociale, quando molte squadre sono con bilanci inguardabili, ma coprono la cifra richiesta.

Il capolavoro però è la squadra. Ha sempre dato filo da torcere a tutti. Non ha mai fatto drammi per le retrocessioni, acquisti oculati tra giocatori esperti e gente con voglia di riscatto. Leggasi Pedro Leon, ex del real Madrid a cui Mourinho la giurò e non lo fece più giocare con continuità, dopo averlo rimproverato per un riscaldamento indolente. Da lì sono transitati anche due italiani, Piovaccari e Simone Verdi. L’Eibar divenne famoso in Italia qualche anno fa per una polemica sul Carpi. Molte squadre di serie A si erano lamentate della struttura angusta della squadra allenata da Castori. La risposta della società fu tagliente: “Se il Barcellona si cambia negli spogliatoi dell’Eibar senza lamentarsi, potete fare uno sforzo anche voi”. Quest’anno la squadra ha umiliato il Villareal e costretto al pareggio in casa il Real. Insomma, piccola gemma in un mondo di mercanti che vendono patacche.

La frase più bella sui baschi, appartiene a Valdano, uomo di cultura e di campo, filosofo con il pallone tra i piedi: “In questa epoca di gigantismo, l’Eibar è una ghiottoneria”. Raro è trovare una cosa speciale, diceva quello.

La Lucchese Libertas riparte dal territorio con i tifosi di Lucca United

La Lucchese Libertas riparte dal territorio con i tifosi di Lucca United

Nuovo corso per l’AS Lucchese Libertas, dopo l’uscita di scena Bacci e i timori per lo spettro di un nuovo fallimento, il club toscano riparte col motto ”la Lucchese ai lucchesi” con una nuova compagine societaria che vede alla guida il gruppo della Lucchese Partecipazioni, composto da imprenditori locali, e l’importante presenza fino al 10% dell’associazione di tifosi Lucca United, ancora una volta protagonista delle recenti vicende della squadra locale.

La storia del collettivo di tifosi rossoneri parte nel 2011, all’indomani del secondo fallimento nel giro di pochi anni, il primo nel 2008, un gruppo di volenterosi e lungimiranti supporters decide di dare vita a Lucca United affinchè la storia e la tradizione del club locale non cadesse più in mani sbagliate. L’associazione rileva a proprie spese il marchio e la denominazione ‘Lucchese Libertas 1905′ all’asta fallimentare, poi concessi in comodato d’uso gratuito nel 2013 all’attuale club della Lega Pro.

Tra alti e bassi nei rapporti con la società, che nel frattempo ha visto alternarsi diverse figure alla guida, il gruppo ha sempre svolto un ruolo di ”guardiano” della gestione del club, con scontri anche accesi con la dirigenza, ma sempre con la volontà costruttiva di aggregare e rilanciare la società. Nell’Ottobre 2013 il gruppo recupera una spazio sotto la Curva Ovest dello stadio Porta Elisa che diventerà il museo della ‘Lucchese Libertas 1905′ e la casa dei tifosi rossoneri. Già all’interno dell’azionariato della società con l’1%, ora con il nuovo corso, l’assemblea degli associati ha deliberato l’incremento della partecipazione fino al 10% per sostenere economicamente il club in una delicata fase di rilancio e di ristrutturazione societaria.

Dal pericolo scampato alla ripartenza con il sostegno dei tifosi, a Lucca si sta aprendo un’interessante fase e quindi ho fatto qualche domanda ai rappresentanti di Lucca United per fare il punto sulla situazione e per raccontare questa piccola-grande vittoria dettata dalla perseveranza e dall’impegno del gruppo, l’ennesima dimostrazione di come spesso i supporters siano l’ultimo argine ai problemi dei club medio-piccoli del calcio italiano.

Dopo l’apprensione e i timori ora si respira una nuova aria in casa Lucchese. Cosa è successo negli ultimi mesi?

E’ successo che il principale azionista della società Andrea Bacci, ha cessato di immettere liquidità nelle casse sociali dovendo fronteggiare procedure fallimentari che hanno coinvolto le sue aziende. Queste vicissitudini hanno finito per procurarci due punti di penalizzazione in classifica per mancati adempimenti Figc. Vi potete anche immaginare le situazioni di difficoltà che si creano in questi casi sia dentro che fuori dal campo.

Questo ha consentito un ricompattamento delle altre componenti societarie che con enormi sforzi economici e organizzativi hanno fronteggiato le scadenze federali successive e in sede di ricapitalizzazione hanno rilevato la quota sociale di Bacci ricostruendo di fatto la società e scongiurando la messa in liquidazione. Anche Lucca United ha partecipato a questa ricostruzione societaria impegnandosi a rilevare una quota sociale fino al 10% dell’intero capitale sociale, ovviamente dopo aver ricevuto a larga maggioranza il mandato dell’assemblea dei soci.

L’impegno, anche economico, di Lucca United sarà importante, qualche dettaglio in più?

Come affermato in precedenza l’assemblea dei soci ha dato mandato al nostro consiglio direttivo di poter concorrere ad una quota di partecipazione al capitale sociale fino al 10 % del complessivo. L’impegno è enorme perché pur contando su una buona base sociale (attualmente sopra i 200 soci) una quota investita ci impegna a 360 gradi dato che il sistema di regole attuali non da modo di creare ricavi ma solo costi.

Noi abbiamo acquisito ultimamente una buona esperienza per ciò che riguarda l’ambito merchandising e nell’organizzazione degli eventi, possiamo contare sulle quote sociali e qualche donazione libera, e con un nuovo ciclo di crescita da parte di quelle che noi chiamiamo “aziende partecipative”, il tutto sempre con un occhio al bilancio perché anche noi nel nostro piccolo dobbiamo sostenere spese.

Sensazioni su questo momento speciale, il nuovo corso può aprire ad un vero rapporto costruttivo tra la tifoseria e la società?

Oltre a tanta fatica e al tanto tempo sottratto al lavoro e alle famiglie, siamo veramente contenti del ruolo che stiamo svolgendo ed in soli quattro anni di attività direi che abbiamo raggiunto lo straordinario obiettivo di essere diventati guardiani della nostra fede come ci eravamo prefissati dopo i due fallimenti.

Quale sarà ora il vostro impegno?

Ora abbiamo la chance di far parte della nuova società a pieno titolo e siamo sicuri che la nostra gente capirà cosa stiamo facendo standoci vicina e sostenendoci e, come auspichiamo, associandosi per dare una mano a chi già c’è. Anche se sappiamo da altri gruppi che portano avanti iniziative come la nostra che non sarà cosi automatico, e che ci sarà molto da fare. Il consenso ce lo dovremo guadagnare con i fatti e i risultati.

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Avrete un rappresentante nel Consiglio di amministrazione?

Attualmente la compagine societaria è in ricostruzione e al momento non sappiamo quanti e quali rappresentanti di Lucca United saranno presenti in società. Il nostro obiettivo non è tanto far parte del consiglio di amministrazione ma quello di poter mettere le nostre esperienze, che non costano nulla, al servizio della Pantera ed importante avere un continuo confronto con le altre componenti finalmente lucchesi in seno alla società

Anni in prima linea quindi ne è valsa la pena?

Beh se ne è valsa la pena lo scopriremo solo vivendo, noi pensiamo di sì perché il contributo del tifoso in termini di passione e competenza non sarà mai lo stesso del solito magnate, e spesso avventuriero, per restare civili nella definizione.

All’estero questo modello specialmente in Germania funziona da anni con ottimi risultati tanto è vero che la Lega tedesca ha obbligato le società a cedere il 51% della proprietà ad associazioni di tifosi riconosciute (Eingetragener Verein). Quindi la linea è questa.

Sicuramente le vicende economiche sono quelle più impellenti ma già avete in mente qualche iniziativa per promuovere la partecipazione nel prossimo futuro?

La miglior promozione del concetto di partecipazione sarà il nostro scopo e principale lavoro, e gli eventuali risultati spero siano una logica conseguenza. Noi vorremmo progettare un futuro sportivo molto legato al territorio ed alla crescita di giocatori locali fino a crescere un gruppo da poter presentare al palcoscenico professionistico.

Progetto difficile ma estremamente affascinante. Il sogno, diventare il nuovo Athletic Bilbao italiano.

Ogni realtà ha una storia a sè ma forse le vostre vicende possono lanciare un segnale anche ad altri che come voi hanno intrapreso questo percorso, che messaggio mandereste?

State uniti e non scoraggiatevi davanti alle difficoltà che pure noi stiamo vivendo sulla nostra pelle, le diffidenze sono ancora molte, ma il calcio non può fare a meno di passioni di sentimenti sinceri e disinteressati, e di una enorme capacità di soffrire. Solo noi tifosi possiamo comprendere questi piccoli ma importanti concetti. Questo e’ il nostro segnale, e mai mollare!

 

Russia 2018: negli stadi si potrà accedere solo ‘schedati’. Tessera del tifoso anche ai Mondiali?

Russia 2018: negli stadi si potrà accedere solo ‘schedati’. Tessera del tifoso anche ai Mondiali?

Novità imponente in vista della prossima Confederations Cup (prevista nell’estate che sta per arrivare) e, soprattutto, dei Campionati del Mondo di calcio del 2018 in Russia.

I tifosi potranno assistere alle partite all’interno degli impianti soltanto dopo aver ricevuto una ‘carta d’identità’ speciale.

Il motivo? Il governo del calcio mondiale vuole evitare che possano ripetersi eventi legati ai movimenti degli hooligans (un chiaro esempio dei quali accadde a Marsiglia, tra russi ed inglesi, durante Euro 2016).

Sarà proprio la Russia ad emettere le carte, che saranno necessarie per entrare negli stadi e che potranno essere utilizzate come un visto per entrare nel paese.

Quello di cui possiamo essere certi è che la manifestazione per la Coppa del Mondo del 2018 sarà una festa del calcio e in queste rassegne continentali non c’è posto per coloro che non sono qui per sostenere lo sport o promuovere il gioco corretto ed il divertimento“, ha sentenziato Colin Smith, direttore delle competizioni mondiali per la Fifa, in visita nel paese dell’Europa orientale nei giorni scorsi.

La Russia, peraltro, è stata sanzionata dalla stessa Fifa a causa delle violenze perpetrate dai propri fan durante Euro 2016 con una multa ed una squalifica (con sospensiva).

Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, intanto, sostiene di non essere “minimamente preoccupato” dalla minaccia di violenza negli stadi al torneo del prossimo anno.

Sarà, però, davvero questo il miglior modo per garantire la sicurezza durante una manifestazione sportiva, ovvero una schedatura in piena regola (ed indiscriminata) nei confronti di chiunque voglia assistere ad una semplice partita di calcio? Questa è la domanda che molti appassionati (e non) continuano a porsi dopo la decisione presa dal massimo organismo calcistico al mondo.

Il dubbio, legittimo, è che tutto possa concludersi con un ulteriore allontanamento dei tifosi dagli stadi; proprio come avvenuto in Italia con l’introduzione della Tessera del Tifoso. Un provvedimento che, secondo i promotori, (numeri alla mano) ha aiutato notevolmente a ridurre gli incidenti all’interno e nei pressi degli impianti.

Tutto giusto, se non fosse che il numero di disordini si è livellato verso il basso in modo imbarazzante anche (o, forse, sarebbe meglio dire soprattutto) poiché la gente, ormai, allo stadio ha deciso di non andarci proprio più.

Sarà così anche per la ‘Tessera del Tifoso mondiale’? Ai posteri l’ardua sentenza.