Yannick Hanfmann, il laureato

Yannick Hanfmann, il laureato

Il mondo del professionismo è spietato e spesso non perdona. Se perdi il treno giusto poi, difficilmente riesci a risalire e raggiungere quel famigerato sogno di confrontarti con i migliori al mondo. Yannick Hanfmann, smentisce questa teoria e dimostra che con costanza e impegno l’olimpo dei grandi non rimane un’utopia.

Il giovane tedesco, domenica è stato sconfitto in finale da Fabio Fognini (6-4 7-5) al torneo svizzero di Gstaad. Nonostante la sconfitta (che forse aveva messo in preventivo visto la differenza di posizioni in classifica tra i due) ha disputato un ottimo torneo battendo giocatori quotati. A causa della sua bassa posizione in classifica – 170 – è dovuto partire dalle qualificazioni. Dopo averle superate, nel tabellone principale ha sconfitto Bagnis, Lopez, Sousa, e Haase, per poi fermarsi contro Fognini. Con i punti racimolati dalla finale disputata – 150 – farà un bel salto in classifica: da 170 a 117.

Il 25enne, dopo una carriera tra i tornei Futures e Challenger, sembra aver trovato la via maestra che lo conduce tra i Pro del tennis. In carriera a livello Challenger ha conquistato un titolo in Kazakistan, mentre a livello Futures ha vinto 5 titoli, facendo registrate il suo best ranking alla posizione 165. Ora dopo la finale di domenica, tutto sembra prendere una piega diversa.

Il tedesco, dopo aver terminato la scuola, per continuare la sua passione tennistica e proseguire gli studi, ha intrapreso la strada del College, frequentando l’USC (University of Southern California). Un’esperienza stimolante che lui stesso definisce così: “Qui puoi unire un buon livello di uno sport Pro con un buon livello di educazione accademica perciò è una situazione assolutamente vantaggiosa. Non ci sono lati negativi, se non per il fatto di essere sempre impegnato, e quindi di doverti organizzare bene, perché hai tantissime cose da fare”.

Dopo essersi laureato in Relazioni Internazionali, ha deciso di dare il tutto per tutto per entrare tra i Pro del tennis. Pochi lo conoscono e lui, tennisticamente parlando, si presenta così: “Ho un buon servizio e un rovescio molto solido, mentre il mio dritto è rischioso ma potente. Gioco bene a rete ma essendo ancora agli inizi della mia carriera da tennista, ammetto di dover migliorare tutto nel mio gioco”. Le idee chiare le ha e questo può essere sicuramente un ottimo punto di partenza: “Voglio raggiungere il massimo potenziale ed essere felice per lo sforzo profuso quando tornerò a pensarci in futuro. Non so cosa il futuro avrà per me ma ho diversi obiettivi che vorrei realizzare nella mia vita”.

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Gioco. Partita. Incontro. In un mondo perfetto, in cui il coraggio e la dedizione alla causa pagano, questo è il finale adatto per questa storia. Ma si sa, le gioie vere sono rare. Se poi sei un italiano e ti stai giocando la Coppa Davis, si contano sulle punte delle dita. Di una mano. Monca. E di conseguenza non ci sono abbracci, non ci sono festeggiamenti, non si sente il boato del pubblico. C’è invece la voce dell’arbitro che invita a rientrare in campo. Il Forum di Assago trattiene il fiato, mentre il ragazzo con la maglia bianca e le maniche blu cerca invano di muovere il braccio destro. E la smorfia di dolore si sposta dal suo volto a quello dei presenti, prima di arrivare sui teleschermi di mezza Italia, che in un freddo venerdì di dicembre è incollata alla TV da ormai cinque lunghe ore. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati“. Eppure ce l’aveva quasi fatta Andrea, non aveva mollato. E con lui ci avevamo creduto tutti che quella partita sarebbe finita in un’altra maniera. Andrea è Andrea Gaudenzi da Faenza, numero uno del tennis italiano. L’anno è il 1998; Gaudenzi arriva alla finale di Davis di Milano contro la Svezia dopo due mesi di riposo e terapie conservative. Il tendine della spalla gli dà noia da tanto, troppo tempo. E quindi dopo la semifinale di Milwaukee contro gli USA, decide che quell’anno scenderà in campo solamente altre tre volte. Al Forum, sulla amata terra rossa, lo aspettano Norman, Gustafsson e il temibile duo Björkman/Kulti. Sulla carta il doppio è il punto decisivo, è quello il match che assegnerà la Coppa. Gli svedesi sono quotatissimi, ma noi schieriamo Gaudenzi e Nargiso, Andrea e Diego, un’accoppiata che per il tennis italiano degli anni 90 vale più di Lennon e McCartney. Diego però il doppio lo giocherà con Sanguinetti, perdendo il punto che riporta per la settima volta il trofeo a Stoccolma.

La finale di Davis di Gaudenzi dura infatti esattamente cinque ore. Cinque, come gli infiniti set che Andrea e Norman si contendono. Cinque, come le dita di una mano, quella che tiene stretta la racchetta, nonostante il fastidio al tendine faccia sempre più spesso capolino. Lo svedese, va detto, non collabora. È tignoso, recupera ogni pallina, anche quelle che Gaudenzi mette nei punti più reconditi del campo. Ogni punto è una conquista, una fatica erculea. E come è ovvio che sia, i primi due set si risolvono al tie-break. Andrea porta a casa il primo per undici a nove, ma nel secondo non entra proprio in campo. 7-0. Cappotto. È il segnale che qualcosa non va. Il fastidio si sta tramutando in dolore. Conscio di dover combattere anche contro l’orologio, nel terzo set Gaudenzi spinge, forse anche più del dovuto. Gioca in maniera differente, si vede, è più conservativo, ma riesce comunque a indurre spesso e volentieri Norman all’errore. E la tattica paga, 6-4 e avanti così, nonostante la spalla, nonostante le fitte, nonostante tutto. Ma Andrea è un essere umano, e come tale soggetto a dei limiti. Limiti che affiorano in maniera sempre più palese nel quarto set. Lo svedese è un martello, continua imperterrito a rimettere in campo ogni palla. Gaudenzi è stanco, sofferente, recupera a fatica ed è costretto a cedere la partita all’avversario.

L’inizio del quinto set somiglia a un massacro. Norman prende il largo e con due break consecutivi si porta sullo 0-4. L’atmosfera è plumbea, ma il pubblico non molla. Nella difficoltà più totale, le voci del Forum non fanno mai sentire solo Andrea. L’ormai eroica resistenza del faentino merita incoraggiamento, comunque vada a finire il match. Ed è proprio in quel momento, sull’orlo dell’abisso, che in Gaudenzi scatta qualcosa. Quel set non può finire 6-0, non è giusto. Improvvisamente gli impulsi della mente annullano quelli del corpo. Basta dolore, basta fatica. L’adrenalina scorre come una scarica elettrica e regala ad Andrea la linfa di cui ha bisogno. Non può più sbagliare niente, ogni singolo errore è un altro chiodo nella cassa. Lo svedese è disorientato, si difende come può, ma ha capito che la partita si è totalmente rovesciata. Regala tanti punti, ma non abbastanza. Vince un game e va a servire per chiudere. Ma Gaudenzi è una furia, annulla un match-point, si prende il break di prepotenza e si riporta in parità. 5-5. Cinque come i set. Cinque come le dita della mano. Quella mano che regge ancora la racchetta, con l’entusiasmo che sopperisce alla mancanza di energie, mentre tutto il Forum urla e applaude. E urliamo anche anche noi a casa, inchiodati allo schermo da un ragazzo che in qualche maniera sta lanciando il cuore oltre l’ostacolo, che sta lottando su ogni punto come se andasse della sua stessa vita. Serve per il game Andrea, per riportarsi finalmente avanti, dopo un set passato a inseguire. Mette in quella battuta ogni briciolo di forza rimasta, tutta la sofferenza e la fatica raccolte in un urlo che rimbomba in tutto il Forum. Ne esce un missile terra-aria, ma anche se non lo fosse andrebbe comunque a segno. Norman tenta una difesa, ma è totalmente in confusione e stecca la risposta. 6-5. E al grido di Gaudenzi rispondono milioni di persone, che stanno assistendo alla trasformazione in sogno dell’ennesimo incubo sportivo. Applausi, cenni d’intesa, la consapevolezza che lo svedese è alle corde. Una sensazione strana per l’Italia del tennis. Quasi di gioia. Appunto, quasi. Perché Andrea quegli applausi neanche li sente.

Ma nella frazione di secondo in cui è partito quel servizio, lui qualcosa l’ha sentito. Un suono sordo, impercettibile per tutti gli altri, ma che a Gaudenzi è rimbombato tutto dentro. CLACK. È il rumore di un tendine che cede, di un sogno che si infrange, di una resa amara e incontrovertibile. E quell’urlo quasi sovrumano è la sintesi del dolore fisico e soprattutto mentale di un ragazzo che ha dato tutto ciò che aveva, se non di più. E non è bastato. Si siede, quasi inebetito. Prova a muovere il braccio, a ruotare l’articolazione, a cercare di capire se può provarci per un altro game. Ma non riesce neanche a stringere tra le dita un bicchiere di plastica, figuriamoci la racchetta. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati”. Solo capitan Bertolucci sa quanto gli costi dire quelle parole, ma è la cosa giusta da fare. E in effetti, Andrea ci prova. Uno, due, quattro punti subiti. Gioco. 6-6. Alla fine, la comunicazione del giudice di sedia arriva inesorabile. Norman batte Gaudenzi per abbandono. È uno dei tanti piccoli grandi drammi sportivi italiani. Ma la reazione è di orgoglio. Le lacrime amare di Andrea sono anche le nostre, di quelli che erano al Forum, di chi ha sofferto dietro uno schermo e di tutti coloro che anche solo per cinque minuti si sono appassionati al tennis grazie a questo match. Anche la squadra è sotto choc. Il giorno successivo la Svezia vince la Coppa Davis. I nostri non ci si avvicineranno più, neanche per sbaglio. Eppure quel che resta nella memoria collettiva sportiva italiana è quel quinto set. Nel bene o nel male. Dentro quei dodici game c’è la sfortuna che si accanisce contro chi soffre, ma anche e soprattutto la forza eroica di opporsi, seppur vanamente, a un destino che sembra già scritto. Verga avrebbe adorato questa storia, probabilmente l’avrebbe trasformata in un romanzo per il suo Ciclo dei Vinti. Ma non sarebbe stata un’opera Verista. Perché Andrea, in realtà, non può essere un vinto. Quel match Andrea non lo ha perso. Non per noi.

Cilic ha vinto arrivando secondo

Cilic ha vinto arrivando secondo

Come si diventa leggenda? Lavoro, sacrificio, certo. Ma se scali la montagna del successo da solo, è molto probabile che se ti azzoppi, in tanti ti supereranno ridendo e pasteggeranno sulla tua carcassa. Un cuore leale a volte aiuta. Aiuta ad esempio ad avere un buon sherpa, un portatore, che pur conscio che non sarà all’altezza del protagonista, lo affiancherà provando a fare di tutto, perché la leggenda non venga nemmeno minimamente escoriata.

I fatti, è storia recente che Federer abbia vinto il torneo di Wimbledon per l’ottava volta. Un mito assoluto. Ma la sua “miticità” è andata di pari passo con la sua mitezza. Tutto comincia da questa immagine. Lui è Marin Cilic. L’avversario, il degno sherpa. Marin arriva già alla finale dei “per forza bianco vestiti” già sbeccato. Ha problemi ad un piede. Ma vuole esserci, anche se dentro di lui sa già, lo dirà apertamente alla fine, che è difficile scontrarsi con “l’orologio svizzero Roger” da sani, figuriamoci da incrinati. Ma Marin fa il suo, lo fa fino in fondo e Federer gioca come sa. Solo che ad un certo punto, Marin ha più dolore nel poggiare il piede a terra che nel vedere il suo rivale tirare fuori colpi perfetti, di cui uno, forse, solo nell’Olimpo dei tennisti saprebbero fare.

Marin si ferma e si fa accudire dai medici, potrebbe lasciare lì, nessuno potrebbe dire nulla. A quel punto subentra un sentimento misto. Da un lato il rispetto verso un campione assoluto, il non voler rovinare la festa a chi quella festa l’ha creata colpo dopo colpo, dritto dopo rovescio. E dall’altro il non essere ricordato come “quello che si è ritirato mentre Federer stravinceva”, allora Marin riprende, Federer capisce e da ghepardo che sa di non dover infierire, decelera leggermente, quel tanto da non mancare di rispetto, ma che consente a Marin di portare avanti il match. Alla fine, mentre Roger piantava la bandiera sulla cima più alta, Marin aveva solo parole di ammirazione per lui, che considera un esempio, ma Federer su Marin parlerà quasi precedendo tutti e tutte le domande sulla vittoria, prima di tutto l’omaggio al suo prezioso sherpa, dicendo :

“Lo sport a volte sa essere crudele. Oggi lui è stato un eroe; Marin, congratulazioni per il torneo meraviglioso che hai disputato. Dovresti essere davvero orgoglioso. Questa è un’occasione speciale, giocare una finale: l’hai fatto al fatto meglio delle tue possibilità, dopo un grande torneo. A volte semplicemente non si è al meglio ma quando accade in una finale è davvero crudele. Sii comunque orgoglioso di te stesso e spero che potremo giocarne un’altra migliore di questa, un giorno. Ben fatto”.

Come si dice in questi casi? Gioco, partita, incontro. E classe. Da vendere.

Sportivi da laboratorio: dammi il DNA, farò di te un campione

Sportivi da laboratorio: dammi il DNA, farò di te un campione

Vi ricordate Gattaca – La porta dell’Universo? Nel film di Niccol si ipotizzava un futuro dove era possibile programmare l’essere umano e predisporre la sua esistenza, ancor prima della nascita, sulla base di un corredo genetico appositamente impiantato nell’embrione. Fantascienza? Mica tanto.

Ogni giorno, infatti, nascono nuove società di biochimica che offrono al pubblico un servizio unico e, a quanto pare, strabiliante: la possibilità, attraverso lo studio del DNA, di individuare le peculiarità fisiche ed atletiche delle persone, già in tenera età. Basta un campione di saliva e il gioco è fatto. Vuoi un bambino bravo a giocare a pallone? Tranquillo, dacci il suo patrimonio genetico e ci pensiamo noi a dirti quello che devi fare per avere un piccolo Cristiano Ronaldo fatto in casa. Vuoi che tua figlia corra veloce come il vento? Nessun problema. Per la tua piccola Bolt con le trecce abbiamo le soluzioni più adatte a te. Allenamenti personalizzati, diete create ad hoc. Ti piace il tennis? Mangia questo e fai questo. Adori il calcio? Mi dispiace, al massimo, puoi provare il golf.

Avete presente la tipica scena che è facile ammirare sulle tribune dei campetti da calcio la domenica mattina? In campo, bambini che si divertono. Sugli spalti, la guerra. Genitori che si insultano, minacciano l’arbitro, intimidiscono i giovani avversari, botte, urla e chi più ne ha più ne metta. Problema risolto. Da oggi, grazie a questi miracolosi studi, saprai in anticipo se vale la pena farsi venire il sangue amaro ogni volta che andate a vedere vostro figlio giocare. Per di più, lo studio del DNA in ambito sportivo vi permetterà di evitare grosse figuracce nel caso la vostra prole non raggiunga i traguardi sperati. Addio ai vari “..questo è un campione”, “..questo arriva sicuramente in Serie A”. Con questo metodo, risparmierete tempo e pazienza. E’ nato così, che ci posso fare?”

Pensa che orgoglio per un genitore guardare il proprio pargolo negli occhi e immaginare che un giorno quel piccolo uomo, che non sa neanche ancora camminare, diventerà famoso e invincibile. Con una piccola spesa, si fa per dire, un team di esperti di genomica ti saprà dire se tuo figlio vale o meno. E se non vale che facciamo? Lo buttiamo? O gli neghiamo la gioia di divertirsi e fare lo sport che più ama pur non essendo portato a praticarlo? E se invece dovesse valere? Lo obblighiamo a intraprendere una disciplina solo per poter urlare ai quattro venti che lui, tuo figlio, è meglio degli altri?

Ti sei spaventato? E adesso che fai? Non ti rassegnare, amico mio. Fortunatamente, illustri studiosi dell’argomento hanno minimizzato l’efficacia di questi test, indicando che a nessun bambino o ragazzo in giovane età debba essere prelevato un campione di DNA, in quanto i risultati di questo servizio sono virtualmente inutili. In poche parole, ad oggi, non c’è nessun tipo di correlazione tra la prestazione sportiva e le capacità atletiche con la mappatura del DNA. E che i fini di tale servizio sono meramente a scopo di lucro.

Quindi, non essere triste. Puoi benissimo continuare a vedere nelle gesta del tuo bambino l’atleta che potevi essere tu. Puoi ricominciare ad accanirti con il padre del vicino su chi è più forte a tirare le punizioni tra il tuo Pelè e il suo Maradona.

Ma non ti preoccupare: arriveremo un giorno anche noi a sviluppare la tecnologia migliore per far sbocciare il tuo piccolo campione. Deciderai se è destro o sinistro, veloce o prestante. Come vuoi, quando vuoi. Per il momento, non essendoci ancora un Jurassic Park dedicato agli sportivi, compra un pallone, una racchetta o qualsiasi altra cosa a tuo figlio e lascialo giocare. Non competere. Giocare. E se dovesse essere una pippa, tanto meglio. Magari diventa un ingegnere.

 

 

Questione di testa: perchè nello Sport è sempre più importante la mente del fisico

Questione di testa: perchè nello Sport è sempre più importante la mente del fisico

Pochi giorni fa ho visto in Tv Agassi allenare Djokovich e poi ho letto alcune dichiarazioni dell’americano che si propone più come Mental Coach che come allenatore. Agassi ha avuto un grande allenatore come Brad Gilbert che anche lui fu un Mental Coach più che un allenatore. Riuscirà Agassi con la sua esperienza a rimotivare il grande giocatore serbo?.

“La preparazione mentale nello sport è fondamentale per raggiungere una prestazione ottimale. È il fattore che oggi può fare la differenza, accanto alla preparazione tecnica e fisica, perché facilita l’espressione di tutte le potenzialità dell’atleta. Attualmente tanti professionisti ricorrono al Mental Coach solo quando incontrano un periodo di difficoltà, quando vogliono sviluppare o ritrovare la motivazione, quando vogliono essere supportati nel superare la delicata fase di un infortunio che li costringe a lunghi periodi di inattività o ancora quando vogliono trovare quella marcia in più che li può aiutare a scalare il successo e ad affrontare i propri limiti.” Mi dice Jessica Celestre, affermata Mental Coach con un passato ai vertici della seconda categoria femminile di tennis, da me interpellata per sapere la sua opinione.

“Vista la stretta correlazione tra mente e corpo, è bene ricordare che quando l’atleta si allena fisicamente lo sta facendo anche mentalmente o tecnicamente. Quello che alle volte si ignora è quanto la mente possa influire sul corpo e quanto le abilità mentali siano importanti per il raggiungimento della propria prestazione ottimale.Pochi invece si rendono conto di quanto sia importante educare sin da piccoli i futuri professionisti ad utilizzare al meglio le proprie abilità mentali e a sviluppare il giusto approccio allo sport, integrando la preparazione tecnico/fisica con quella mentale. Lavoro da tempo con gruppi di ragazzi dai 9 anni in su, soprattutto giocatori di tennis (sport che ho praticato per più di un terzo della mia vita a livello agonistico) e sempre più spesso mi rendo conto di quanto sia importante sviluppare una cultura olistica dello sport, dove le abilità mentali siano considerate altrettanto importanti quanto le abilità fisico/tecniche. E farlo sin da piccoli, quando si inizia l’attività agonistica, può contribuire a gettare le basi per un impiego ottimale delle proprie risorse ed un corretto approccio allo sport, imparando a conoscere strumenti di preparazione mentale fondamentali per affrontare al meglio allenamenti e competizioni. L’obiettivo del progetto, che sto portando avanti con passione ed impegno presso associazioni sportive che svolgono attività agonistica, è quello di inserire il Mental Coach come figura stabile per affiancare e lavorare in sinergia con l’allenatore, e non solo in occasioni sporadiche e limitate nel tempo, ma durante l’intero ciclo annuale di preparazione tecnica/fisica. L’approccio vincente consiste, a mio avviso, nell’insegnare ai giovani ragazzi a dare il meglio di sé, con impegno, serietà, disciplina, divertimento e passione per il piacere di giocare e fare sport.  Maggiore fiducia in se stessi e nelle proprie prestazioni, capacità di gestire positivamente gli errori, acquisizione della capacità di canalizzare in modo efficace rabbia, agitazione ed altre emozioni che spesso si tramutano in ansia e stress per arrivare ad accrescere la consapevolezza di se stessi e dei propri punti di forza per permettere  la realizzazione e lo sviluppo delle proprie potenzialità .

Il Direttore della scuola tennis dove svolgo la mia attività mi riporta che da quando abbiamo iniziato la nostra collaborazione , c‘è una maggiore attenzione da parte di tutti i maestri a lavorare di più sotto l’aspetto fisico/mentale. Eseguono lavori specifici in base alle caratteristiche del ragazzo/a, mentre prima lavoravano in massa senza curare i minimi particolari. L’attenzione quindi è all’individuo, unico e speciale dotato di caratteristiche che sono solo sue. Ma la cosa più importante che mi riporta, è che vede i ragazzi più fiduciosi e sicuri di loro stessi.

Oggi mi guardo indietro, quando avevo appena iniziato la mia attività da atleta professionista e mi dico: “Quanto avrei voluto anche io un Mental Coach!” e io che ero il tuo allenatore, cara Jessica, concordo con te.

Spero che il lavoro di persone qualificate possa, nel tempo, essere da esempio per tutto il movimento sportivo senza nulla levare all’esperienza di personaggi come Agassi. La sfida è quella di poter collaborare con campioni come l’americano di Las Vegas mettendo ognuno le proprie competenze cosa che, purtroppo, in Italia ci vede ancora alla preistoria. Siamo infatti il paese dove ex giocatori diventano per mano divina grandi maestri e allenatori il giorno dopo il loro abbandono alle gare banalizzando chi invece ha investito per acquisire competenze…

Ringraziamento speciale a Jessica Celestre – Sport Mental Trainer – Counselor Professionista – Mediatrice Familiare