Marion Bartoli ha vinto la sua sfida più grande

Marion Bartoli ha vinto la sua sfida più grande

Marion Bartoli is back. Non è una bufala, ma la pura verità: la tennista transalpina, vincitrice a Wimbledon nel 2013, tornerà a giocare nel circuito femminile. Ad annunciarlo è stata la Bartoli stessa, in un videomessaggio pubblicato su Twitter poco prima di Natale, nel quale ha dichiarato che ritornerà in campo a marzo, al Miami Open.

In un’ intervista la francese ha poi spiegato gli obiettivi della sua seconda carriera: la conquista di un secondo Slam, la vittoria in Fed Cup con la sua Francia e la partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Che dire, un piano niente male.

Le incertezze sul suo futuro sono quindi venute meno. Infatti in questi mesi si erano susseguite le voci su un possibile ritorno della campionessa transalpina, tutte però prontamente smentite. I dubbi però restavano, vista la diffusione di diverse foto che la ritraevano in piena sessione di allenamento presso una struttura della Federazione Francese. E alla fine le delucidazioni non si sono fatte attendere.

 Un percorso strano quello di Marion Bartoli. Abituata fin da piccolina a convivere con l’ingombrante figura del padre-medico-coach, si era sempre distinta nel circuito per il suo modo di giocare. Quel dritto bimane così insolito – ripreso da Monica Seles – che il padre le aveva inculcato , quel modus operandi in allenamento così sui generis, anche quella opera paterna, e quel fisico così robusto e mascolino. E poi quell’atteggiamento in campo, sempre a metà tra il nevrotico e il provocatorio. Di certo non una tennista che si faceva amare, né dagli spettatori né tantomeno dalle colleghe.

Poi però, nel 2013, era arrivato il coronamento di un sogno: l’incredibile exploit ai Championships, con il conseguente ritiro. Dopo anni di sacrifici e di pressioni mediatiche, Marion aveva detto basta. Del resto se ne andava da detentrice del titolo del torneo più famoso al mondo, con altri sette titoli all’attivo e un best ranking di numero 7 al mondo. Come dire, “il mio l’ho fatto”.



 E da lì si era costruita una seconda vita, fondando una nuova linea di moda e gioielli e vestendo i panni di telecronista sportiva. Però a 3 anni dal ritiro era tornata alla ribalta per un motivo tutt’altro che piacevole: lei, da sempre in carne e robusta, ora si presentava alla telecamere con trenta chili in meno, magrissima, quasi spettrale. Qualcosa non andava. E infatti, nel giugno 2016 si presentò al torneo delle leggende a Wimbledon in uno stato talmente macilento che lo staff medico gli impedì di giocare il secondo set in un match. Si temeva addirittura per un arresto cardiaco in campo.

 Da lì poi arrivò la triste verità. Fu la Bartoli stessa a dichiarare che era stata colpita da un raro virus che indeboliva gravemente il suo organismo, per poi venir ricoverata d’urgenza in una clinica in Italia. Ma per fortuna, dopo qualche mese la situazione si ristabilì e Marion comparve nuovamente in pubblico, stavolta in carne come prima ma in piena salute. E soprattutto, sprizzava gioia di vivere da tutti i pori, al punto da decidere di prendere parte nell’autunno dello stesso anno alla maratona di New York.

Ma il periodo buio appena vissuto aveva acceso una lampadina nel suo subconscio.  L’aver calcato per l’ultima volta la soffice erba londinese in quel modo, con l’abbandono per motivi di salute, proprio non le andava giù. E così, piano piano, in lei si annida quell’idea, tanto pazza quanto geniale: perché non tornare a competere?

 E ora, ad oltre un anno di distanza, eccola qui sorridente, mentre annuncia il suo ritorno sulla scena. Grintosa, motivata, ma anche un pizzico spensierata. Stavolta a seguirla come coach non ci sarà il padre, con cui però mantiene sempre un ottimo rapporto e dal quale si aspetta comunque un solido supporto emotivo. Gli interrogativi non possono mancare: la sua sarà stata la scelta giusta? Sarà competitiva come 5 anni fa? Difficile dirlo. Solo il tempo ci darà le risposte. Ma vederla comunque così ilare e desiderosa di gareggiare non può che far piacere.

 

La guerra di Eugenie Bouchard all’America del Tennis

La guerra di Eugenie Bouchard all’America del Tennis

20 febbraio 2018. Sarà questo il giorno d’inizio del processo che vedrà contrapposti Eugenie Bouchard e la USTA, la Federtennis statunitense. Da un lato la giovane tennista canadese, da tempo alla ricerca di sé stessa, dall’altro una delle federazioni più potenti e influenti al mondo. Uno scontro giudiziario alquanto sui generis. Ma qual è il motivo di questa disputa?

 Tutto ruota attorno a quanto accaduto nell’edizione degli Us Open del 2015: Eugenie ha da poco concluso il suo match di doppio misto in coppia con Nick Kyrgios, è appena entrata nella sala di fisioterapia per rilassarsi quando cade a terra a causa del pavimento scivoloso. Conseguenze? Lieve commozione cerebrale e l’obbligo di rinunciare non solo al match di ottavi contro Roberta Vinci, ma anche ad alcuni tornei successivi.



 Per quanto avvenuto, la canadese, che si è rivolta al prestigioso studio legale Morelli, ha chiesto un sostanzioso risarcimento per le spese mediche e per i danni riportati a livello fisico e economico. Infatti, le mancate partecipazioni agli altri tornei non solo hanno danneggiato la sua classifica, ma le hanno negato potenziali vittorie e conseguenti guadagni. Di contro, la difesa si è appellata al fatto che la Bouchard era consapevole che i locali dell’incidente erano momentaneamente chiusi, addebitando quindi tutte le colpe all’inavvedutezza della tennista.

In una vicenda simile la domanda viene spontanea: perché le due parti non hanno trovato un accordo invece di procedere per vie legali? La risposta è semplice: nonostante i tentativi, tutte le mediazioni in questi mesi sono andate in fumo. Per giunta, l’entourage della canadese  si è parecchio risentito dopo che la USTA ha cancellato materiale a suo dire molto rilevante. Infatti, dopo aver consegnato tutta la documentazione richiesta, la Federtennis americana ha lecitamente distrutto il materiale restante, seguendo la normale procedura che ne permette la cancellazione dopo 160 giorni. Atteggiamento che, per quanto legittimo, non è andato giù alla Bouchard al punto da spingerla alle vie processuali.

Una scelta che potrebbe essere stata motivata anche da un senso di rivalsa: di fatto la carriera della canadese ha subìto uno stop improvviso proprio a partire quell’incidente, tant’è l’ultima qualificazione a un ottavo Slam risale proprio a quell’edizione degli US Open. Ovviamente il suo evidente calo di rendimento non può essere addebitato solo a quanto accaduto a Flushing Meadows, visto che è da anni che si lascia trasportare da parecchie distrazioni extra-sportive, mostrando spesso di tenere più alla sua immagine di star mediatica che non alla sua carriera tennistica. Ma una vittoria di questo tipo in una sede giuridica, con il conseguente riconoscimento dei danni subìti, potrebbe regalarle nuovi stimoli per la sua finora sgangherata carriera.

In ogni caso, quella che si prospetta è una battaglia giudiziaria senza precedenti. Perché se nella maggior parte dei casi sono le Federazioni che citano in giudizio gli atleti per determinate ragioni – come uso di sostanze dopanti, match-fixing, comportamenti antisportivi ecc ecc -, stavolta è la Federtennis americana a ritrovarsi sul banco degli imputati, in una vicenda dai contorni tutt’altro che nitidi.

Per quanto ci riguarda, non ci resta che aspettare, per poi assistere, da spettatori esterni, a questo teatro mediatico. Anche se, a dirla tutta, tutta questa vicenda ce la saremmo francamente risparmiata.

Jimmy Arias: la stella cadente che inventò il dritto moderno

Jimmy Arias: la stella cadente che inventò il dritto moderno

Quest’anno si sono riconfermati come assoluti dominatori del ranking ATP due “veterani” del circuito. Rafa e Roger, primo e secondo al mondo, come se fossimo tornati d’un colpo a dieci anni fa. Il che però, al di là dell’aspetto prettamente romantico della loro rinascita sportiva, non può non evidenziare la mancanza di un vero ricambio generazionale, di nuove leve capaci di conquistare quello che – almeno anagraficamente – spetterebbe loro. E proprio per questo da anni si parla della famigerata Next Gen, uno stuolo di tennisti giovanissimi, dal talento più o meno cristallino, che dovrebbero sovvertire gli attuali equilibri e spodestare coloro che finora hanno spadroneggiato nel circuito. Il condizionale è d’obbligo, dato che la loro avanzata tarda ad arrivare, ma questo non ha impedito addirittura di organizzare a fine anno le Next Gen ATP Finals di Milano, per dare loro nuovo slancio e visibilità.

Ma il concetto di “next gen” è davvero così moderno? Assolutamente no. Da sempre il tennis è stato anche e soprattutto uno scontro generazionale, tra tennisti navigati e nuovi prospetti pronti a farsi le ossa tra i pro. Uno scontro che spesso e volentieri ha visto contrapporsi anche stili differenti, con le nuove leve portatrici di un approccio, di una visione del gioco diverso dal passato.  E un esempio,un concentrato di queste diversità è racchiuso in un tennista dei primi anni ’80, un “next gen” capace di dare il meglio di sé nei primi anni della sua carriera, per poi progressivamente spegnersi, pur lasciando un segno indelebile nel mondo del tennis. Stiamo parlando di Jimmy Arias.  


James “Jimmy” Arias è attualmente uno stimato commentatore americano, sia su ESPN che su Tennis Channel. Eppure, se solo fosse riuscito a veicolare il suo talento sui giusti binari, ora potrebbe davvero essere considerato alla stregua di un McEnroe o di un Agassi. Perché il nativo di Buffalo fin da piccolo aveva la stoffa del predestinato. Una stoffa messa in luce già nel 1976: l’allora dodicenne Jimmy ebbe la fortuna di poter giocare un set contro una leggenda vivente come Rod Lever, con cui battagliò per quasi un’ora per poi uscire sconfitto 7-5- Una prova di grandissimo valore, che gli valse però dal padre uno stringatohai fatto il tuo dovere, figliolo”. 


 

Perché papà Antonio era fatto così. Nato in Spagna negli anni ’30, si era trasferito prima a Cuba con la famiglia – per sfuggire alla guerra civile -, poi negli Stati Uniti, poco prima che scoppiasse la rivoluzione. Queste continue migrazioni lo avevano reso tanto algido quanto aperto di mente, propensioni caratteriali che riverberò poi sul figlio. Quando infatti il tennis divenne sempre più in voga, Antonio non solo gli comprò una Dunlop e lo mandò a giocare da un maestro, ma pretese rigidamente da lui il massimo impegno. Però, da totale ignorante in materia, se ne fregò totalmente delle convenzioni tecniche del tempo e, con la sua spiccata apertura mentale, cercò di applicare le sue conoscenze di ingegneria sui colpi del figli. E fu proprio così che nacque quello che sarebbe poi diventato il dritto moderno.

 A differenza di tutti gli altri, quando Jimmy colpiva la pallina col dritto lasciava poi andare il braccio, senza bloccare il movimento.  In questo modo generava maggiore potenza. Un colpo talmente inusuale all’epoca da non poter passare inosservato. Il giovane Arias venne infatti accolto in una delle Accademie di tennis più innovative del Paese. Chi ne era il responsabile? Nientemeno che un giovane Nick Bollettieri.

Nell’Accademia Jimmy migliorò di gran lunga i suoi colpi, rendendo il suo dritto ancor più letale. A 16 anni era già più che pronto per intraprendere la carriera da professionista, ma il padre era restio: voleva che frequentasse almeno per qualche anno il College. Ma fu proprio Bollettieri a risolvere il dilemma: con le sue conoscenze tentacolari riuscì a procurargli un contratto di sponsorizzazione di ben 100.000 dollari, con cui dissolse tutto i dubbi di papà Antonio.

E i tempi nel circuito furono per lui un susseguirsi di successi. A solo 16 anni vinse il doppio al Roland Garros nel 1981, a 18 vinse il torneo di Roma, finchè nel 1983 a soli 19 anni arrivò in semifinale agli Us Open, dove venne eliminato da Lendl dopo aver estromesso nientemeno che Yannick Noah. E nel 1984, ad appena vent’anni,  raggiunse il 5° posto del ranking.

Ma proprio quando la prima posizione mondiale sembrava a portata di mano ebbe inizio la parabola discendente della sua carriera. Già sul finire del 1983 si era sfortunatamente ammalato di mononucleosi, faticando non poco a ritrovare i suoi ritmi abituali. Ma nel 1984 oltre ai problemi fisici sopraggiunse un vero e proprio crollo psicologico: a soli vent’anni, con il peso costante delle aspettative di una nazione intera e l’ombra di un padre fin troppo esigente, la macchina letale che era diventato il giovane Jimmy cadde in mille pezzi. Una storia non troppo dissimile da quella del suo celebre omonimo Jimmy McGill, alias Saul Goodman in Breaking Bad.

Negli anni Arias provò a ritornare ai suoi livelli, ma tanto gli infortuni quanto i problemi a casa – tra cui un tumore diagnosticato alla madre – bloccarono i suoi tentativi. Restò per sempre una stella incompiuta, spentasi sul più bello. Un “next gen” che, pur avendo rivoluzionato il tennis col suo dritto, non ha potuto vivere il futuro radioso che in tanti gli avevano prospettato.

Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Quando la droga prende il sopravvento sulla razionalità. La storia di Bjorn Borg e il suo lato oscuro.

Bjorn Borg. Sport e droga, due mondi che in teoria non dovrebbero avere nulla in comune. Da un lato i valori di competitività,  sportività  e rispetto reciproco, dall’altro offuscamento della ragione, dipendenza, straniamento dalla realtà esterna.  Eppure si sa, gli opposti si attraggono, e i casi di atleti dipendenti da droghe hanno falcidiato qualsiasi disciplina. Il caso di Borg.

Nel calcio l’esempio più illustre non può che essere il Pibe de Oro, che dopo essere risultato positivo alla cocaina nei controlli antidoping decise di fuggire all’estero, nel 1991.  Anche il basket non è da meno: lampante è la vicenda di Robert Swift,  promessa dei SuperSonics che nel 2009, dopo anni di abuso di droga, fu arrestato strafatto in possesso di un vero e proprio arsenale di armi; oppure la triste storia di Lamar Odom, ex stella dei Lakers, ritrovato neanche due mesi fa tra la vita e la morte in una camera di un albergo-bordello, a causa di un cocktail di cocaina, alcool e metanfetamina.


Cambiano gli sport, ma la musica non cambia: dall’arresto del centauro Walter Migliorini, colto nell’84 a trasportare quintali di hashish, alla condanna per possesso di cocaina per il pugile Ubaldo Sacchi fino alla squalifica del centometrista John Carlos per uso di droghe.

E anche il tennis non può non esimersi dall’entrare in questa lista tutt’altro che speciale.

Già negli anni ’20 si vociferava che la vincitrice di oltre 20 Slam Suzanne Lenglen facesse uso di un bicchierino di cognac nella pausa tra due set. Poi negli anni ’70 e ’80, con l’arrivo di nuove sostanze stupefacenti vennero sorpresi i vari Yannick NoahVitas Gerulaitis e Mats Wilander, per poi arrivare fino agli anni 2000:  Martina Hingis abbandonò il tennis per essere stata trovata positiva alla cocaina, Richard Gasquet cercò di mascherarne la sua positività giustificandola con un bacio dato ad una ragazza cocainomane, fino alla travagliata storia di Jennifer Capriati, andata in overdose nel 2010 e viva per miracolo.

Ma nel tennis il caso più eclatante è sicuramente quello che riguarda uno dei tennisti più vincenti di sempre, simbolo di un’epoca e idolo di migliaia di tifosi: Bjorn Borg. Proprio così, lo svedese vincitore di Wimbledon per  cinque volte di fila, l’Uomo di Ghiaccio per via del suo carattere, fuori dal campo non seppe resistere alle innumerevoli tentazioni che lo avrebbero portato sulla strada dannata di sesso & droga.

Eppure fino al 1980 Borg era stato il re incontrastato del tennis: benché neppure venticinquenne, aveva già vinto 10 titoli dello Slam e aveva spesso avuto la meglio sui suoi storici rivali, Jimmy Connors e John McEnroe.

Poi, nel 1981, qualcosa sembrò incrinarsi. Dopo aver vinto per la sesta volta l’Open di Francia, in finale a Wimbledon Borg incappò nella dolorosissima sconfitta contro McEnroe, la quale lo segnò profondamente. Nel 1982 decise di giocare solo il torneo di Montecarlo e l’anno successivo tornò in campo in condizioni fisiche pietose, rimediando roboanti sconfitte che lo indussero al ritiro, a soli 26 anni. Qualcosa era decisamente cambiato.

Come si spiega un calo di rendimento così repentino e inaspettato, una parabola discendente così improvvisa per un giocatore che fino a allora sembrava invincibile?

 Un risposta venne data da Loredana Bertè molti anni dopo. La stravagante cantante italiana fu dal 1989 al 1992 la moglie del campione svedese, con cui visse una relazione tanto intensa quanto drammatica. E, benché la Bertè ancora non fosse la compagna di Borg nel 1981, le sue rivelazioni, contenute nel libro intervista “Traslocando – E’ andata così”, scritto con Malcom Pagani e anticipate da Dagospia,  che non hanno avuto ancora la replica dell’interessato, non possono che far riflettere:Per la cocaina lasciò vincere McEnroe in finale a Wimbledon, con grande scorno della madre, che aveva preparato nella madia lo spazio per la sesta coppa”.

Sempre nell’autobiografia, la Bertè aggiunge, inoltre, che nella pausa tra un game e l’altro Borg avrebbe detto che dovevano sbrigarsi a finirla, perché doveva “farsi una striscia”. E’ inutile dire che tali parole destarono grande scalpore ma, nel contempo, sono a tutt’oggi da prendere con le pinze, visto che un personaggio sopra le righe come la Bertè potrebbe aver esagerato nel raccontare . Inoltre, Borg e McEnroe avevano dato vita ad una rivalità senza precedenti e pensare che Borg se ne fosse infischiato in questo modo resta difficile da credere.

Eppure, il cambiamento nello stile di vita del tennista svedese era palese. Il giovane ragazzo che si dedicava a tempo pieno allo sport iniziò ad abbandonare la semplice quotidianità e scoprì i piaceri del sesso, della vita notturna, dello sballo. Nel 1983 divorziò  con la moglie Mariana Simionescu, con cui aveva un figlio, e cominciò a tenersi in contatto con persone poco raccomandabili, che lo avvicinarono sempre di più alle droghe.

Nel 1988 incontrò Loredana Bertè, che aveva già conosciuto nel lontano 1973, quando ancora era la compagna di Adriano Panatta. Ed è la stessa Bertè che raccontò un altro triste episodio sulla dipendenza di Borg dalle droghe, nella sua autobiografia.

E’ il 7 febbraio 1989 e, a detta della cantante italiana, alle 7 di sera suonò il campanello della sua abitazione. Loredana apre la porta e si sarebbe trovata davanti un Bjorn Borg in uno stato pietoso: pallido come un cadavere, emaciato, con gli occhi di fuori. Non ha idea di cosa abbia fatto nelle ore precedenti, entra in casa e si chiude oltre mezz’ora al bagno, per poi uscirne mezz’ora dopo con una scatola di Roipnol in mano. Una scatola vuota.

Dopo poco, avrebbe avuto prima una crisi di pianto, poi iniziò a perdere i sensi, gli occhi cominciarono a roteare, la bava alla bocca. La Bertè ha la prontezza di chiamare un’ambulanza e Borg viene salvato per il rotto della cuffia. La lavanda gastrica sancirà che aveva fatto uso di cocaina, droga e dosi massicce di vari medicinali.

Nonostante la tragedia sfiorata, i due si sposarono nel settembre dello stesso anno, vivendo una vita sopra le righe, piena di eccessi e di spiacevoli figuracce. Come quando, durante un viaggio a Los Angeles, pernottarono in un lussuoso albergo a Beverly Hills e, al momento di saldare il conto, si venne a sapere che Bjorn e la moglie avevano visto lo stesso film pornografico per 24 volte di fila. Questo perché, a detta della Bertè, Borg era talmente strafatto da costringerla a compiere gli stessi identici gesti delle attrici pornografiche finchè non raggiungeva le movenze perfette.

Storie e aneddoti che fanno accapponare la pelle. Se solo si immagina all’incredibile talento di quel tennista biondo, amato e idolatrato da migliaia di fan, non si può non pensare a quanto spreco ci sia stato, a come la sua vita sia stata buttata.

Nel 1992 il matrimonio tra la Bertè e Borg ebbe fine, ma non sappiamo per certo se Borg chiuse i rapporti anche con la droga. Gli scoop dei giornali di gossip sul suo conto diminuirono di anno in anno, il successo e la fama attorno alla sua immagine si ridimensionarono, l’incedere degli anni prese il sopravvento. E, speriamo, anche il buonsenso.

Maria Sharapova, nuova grana giudiziaria in vista?

Maria Sharapova, nuova grana giudiziaria in vista?

Se Maria Sharapova pensava di aver finalmente ritrovato la tanto ambita serenità, dovrà sfortunatamente ricredersi. Perché dopo la squalifica per doping e il successivo rientro nel circuito tra infortuni e pesanti critiche da parte delle sue colleghe, un’altra grana sembra profilarsi sul suo cammino. E’ infatti notizia di pochi giorni fa il coinvolgimento della tennista siberiana in un procedimento giudiziario partito da New Delhi, in India. Un procedimento che potrebbe crearle diversi grattacapi.

Al momento la vicenda non sembra preoccupare troppo la campionessa russa, impegnata com’è a godersi le vacanze in un resort alle Hawaii. Ciononostante vale comunque la pena di analizzare i fatti.

Il tutto ha avuto inizio a seguito della mancata realizzazione di un lussuoso complesso edilizio a Gurgaon, città di circa 200000 abitanti a sud di New Delhi. Il progetto, iniziato nel 2013 e comprendente anche un’accademia tennistica, un centro residenziale e alcuni negozi di vestiti, era stato fortemente promosso dalla tennista russa, che a quanto pare avrebbe anche concesso l’utilizzo del suo nome come sponsorizzazione.

Ma a causa delle lungaggini burocratiche e di una presunta azione fraudolenta da parte dell’Homestead Company, a cui era stata affidata la realizzazione del progetto, non solo il complesso non è stato concluso nei tre anni previsti, ma i lavori si sono fermati dopo neanche dodici mesi. Il che ha però scatenato l’ira degli investitori che avevano acquistato anzitempo alcuni appartamenti del centro residenziale, i quali hanno sporto denuncia coinvolgendo di fatto la campionessa siberiana.

 Tra i diretti interessati è intervenuto pubblicamente anche Bhawana Agarwal, tra gli investitori denuncianti, che ha commentato: “La Sharapova avrebbe dovuto accertarsi della legalità di quanto stava sponsorizzando. Se gli imputati non possedevano le licenze per la costruzione del progetto in un’area di 2500 metri quadrati, allora sono incorsi in una grave violazione criminale”.


 

Quel che non è molto chiaro in tutta la vicenda è quanto realmente Masha abbia contribuito alla promozione di tutto il progetto. Secondo alcune fonti lei stessa sarebbe andata in India nel 2013 per sponsorizzare la realizzazione del complesso, con tanto di negozi di articoli sportivi che avrebbero venduto capi indossati da lei stessa. Ma la veridicità di questo viaggio in India non è stata ancora accertata. Inoltre, negli ultimi 5 anni Masha non è mai stata vista pubblicizzare il progetto: non ci sono foto, dichiarazioni o annunci sui social che colleghino la tennista al complesso edilizio. Il che pare francamente strano

Per il momento è difficile fare ipotesi in merito alla vicenda. La Sharapova è stata chiamata in ballo e i reati per cui potrebbe essere inquisita sono tutt’altro che leggeri. Ma non è semplice capire quanto sia realmente coinvolta, il che dovrebbe spingere a trattare tutta la storia con le dovute precauzioni. Resta però l’amarezza di vedere una campionessa del suo calibro nuovamente alle prese con problemi giudiziari. Magari stavolta il tutto si concluderà con un nulla di fatto, ma dispiace comunque vedere un’icona sportiva come Masha invischiata in simili situazioni.

 

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