E lucevan le stelle: il primo punto della Minardi in Formula 1

E lucevan le stelle: il primo punto della Minardi in Formula 1

“La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni” teorizzò Pietro Mennea, indimenticato campione d’atletica leggera, scomparso il 21 marzo di quattro anni fa. Aveva ragione. Se il sogno è fondamentale per sopportare la fatica, questa è indispensabile per porsi e provare a raggiungere un obiettivo. Che può essere un oro olimpico o il sesto posto in una gara di F1. Come quello della Minardi nel gran premio degli Stati Uniti corso a Detroit il 19 giugno 1988. Un risultato che cambiò per sempre la storia del team di Faenza.

«Lo ricordo ancora con immenso piacere, perché coincise col nostro primo punto in F1 quando ancora erano premiati solo i primi sei» racconta oggi Giancarlo Minardi, che alla vigilia di quell’appuntamento richiamò al volante Pierluigi Martini. «In quel periodo avevo un problema con Adrian Campos: non stavamo raccogliendo i risultati sperati e per questo decisi di dare uno scossone all’ambiente riprendendo Piero, con noi al debutto nel 1985, verso il quale nutrivo stima e fiducia». Al diretto interessato non parve vero. «Ricordo tutto perfettamente. A gennaio, sostenni anche un test con la Minardi all’Estoril, e andò bene. Loro poi fecero altre scelte, ma dissero che mi avrebbero richiamato non appena si sarebbe presentata l’occasione. In quel periodo, stavo correndo in F3000, anche con buoni risultati, quando mi arrivò la proposta di Minardi e dell’ingegner Caliri. Mancava meno di una settimana, ma accettai subito».

In ottava fila sulla griglia, davanti piloti (Arnoux) e costruttori (Ligier, Tyrrell) blasonati, dopo il verde Martini, a suo agio nei circuiti cittadini, scalò in fretta la classifica. «Superai diversi concorrenti e dopo una ventina di giri ero quinto». Che chiedere di meglio? Magari che la gara non fosse di sessantatré giri. Perché sotto la canicola, su un asfalto sconnesso, rattoppato col cemento affinché non si sbriciolasse, tra curve ad angolo retto e muretti troppo ravvicinati, stare in pista per due ore era un’impresa titanica. Specialmente con la M188, che montava le sospensioni senza molle idea dell’ingegner Caliri, il cui sviluppo era però rallentato dalle ridotte disponibilità economiche. «Durante la stagione, grazie anche a ingegneri come Aldo Costa e Gabriele Tredozi, migliorammo di tre secondi, ma in quel momento la macchina era dura da guidare anche per Hulk! Dovevo tenere il volante con tutta la forza anche in rettilineo» spiega il pilota romagnolo, che a un certo punto credette di non farcela. «Passai davanti al box, pensavo rimanesse poco, ero distrutto. Invece sul cartello c’era scritto “-43” giri!». Ma lo sconforto durò un attimo. «Quel risultato era troppo importante per noi, così triplicai le forze e strinsi tutto quello che avevo. Fuori e dentro di me».

Tra un tombino da schivare e un sorpasso al campione uscente Piquet sulla Lotus cammellata, complici i ritiri di Ferrari, Williams, Arrows e della Benetton di Nannini, l’unica insidia era il consumo delle gomme.  Che la Minardi decise di non cambiare. «Palmer (il padre del Jolyon oggi in Renault, ndg) ne approfittò per superarmi, ma se le avessi sostituite avrei rischiato di scivolare indietro» precisa Martini, sempre informato sull’andamento della corsa. «Con Piero comunicavamo con i segni e con la lavagna» ricorda Minardi che, più aumentavano i giri, più avvertiva la tensione. «Avevamo paura di incappare in qualche problema di affidabilità o in un errore». Come il cambio che tradì l’altra Minardi, quella di Sala, a nove giri dalla conclusione. O come il brivido regalato poco dopo dallo stesso Martini. «A cinque giri dalla fine, per tenere la macchina in pista, toccai un guard-rail in un modo che nove volte su dieci mi sarei ritirato. Invece filò tutto liscio, forse qualcuno o qualcosa voleva che andasse così».

In quei minuti al cardiopalma, nel cuore di Minardi e dei venti ragazzi della squadra, scorrevano le immagini dei sacrifici economici fatti per arrivare in F1 e di quelli tecnici per la ricerca del miglior assetto. Ma la mente non poteva vederle, quelle immagini, perché concentrata sui parziali sul giro o sul rumore della vettura quando transitava sotto il muretto. Anche chi era nell’abitacolo, pensava solo alla frenata e alla traiettoria successiva. E per non avere problemi, all’ultimo passaggio si sdoppiò di un giro da Senna, vincitore di un gran premio con otto macchine su ventisei al traguardo. Mossa rischiosa, voleva dire altri quattro chilometri, ma forse era tanta la voglia di arrivare e di avere strada libera così da evitare ogni minimo problema fino alla bandiera a scacchi. Che il box salutò con un boato. «Non dimenticherò mai quelle urla di gioia, fu un’esplosione di felicità» dice il costruttore faentino. «Per noi era il primo punto dopo tre anni non facili dal nostro arrivo in Formula-1 e segnò l’inizio di un miglioramento costante».

Se fu vitale per evitare le prequalifiche nella seconda parte della stagione e problematiche di natura finanziaria, quel risultato per lui ebbe anche un altro valore. Significò aver vinto fino in fondo la sua scommessa: stare in Formula-1 con i più grandiFerrari, Tyrrell, Lotus, McLaren, Williams, Brabhamnon da comparsa bensì da attore, recitando una parte, anche se piccola, da poter tramandare ai posteri. «Da quel giorno, anche la stampa si accorse della nostra esistenza e parlò di noi: una grande soddisfazione». Quasi inevitabile fosse arrivata con Martini, pilota dell’esordio nel Circus della scuderia e futuro protagonista dei suoi risultati più eclatanti: il comando di un gran premio (Estoril ’89), la miglior qualifica (prima fila, Phoenix ’90) e i migliori arrivi (4^posto, Imola ed Estoril ‘91).

Fra le ultime istantanee di quel sogno realizzato in riva ai Grandi Laghi del Michigan, il dopo gara con la cena all’ultimo piano della torre di Detroit e con i complimenti del presidente dello sponsor principale, che aveva accettato con riserva la sostituzione di Campos. Sulla quale Minardi rivela: «Sapevo di aver rischiato molto». Martini invece rammenta New York dall’alto, raggiunta in volo col fratello e alcuni amici. Una visione spettacolare che però non cancellò tutta la fatica. «In corsa, avevo perso la sensibilità nei polpastrelli delle mani. Erano piagate e per una settimana, a lavarle, sentii dolore». L’impresa aveva lasciato il segno. In tutti i sensi.

 

Calcio e politica, intervista al collettivo redazionale di Minuto Settantotto

Calcio e politica, intervista al collettivo redazionale di Minuto Settantotto

Calcio e politica. Due mondi teoricamente così lontani ma spesso vicinissimi. Un mondo composto da uomini ancor prima che da atleti e che quindi, in quanto uomini, possono manifestare idee sociali e politiche. Questo connubio, tuttavia, al giorno d’oggi sembra spaventare sia la platea dello sport più popolare al mondo sia i suoi addetti ai lavori, i quali spesso cercano di divincolarsi da questioni che definiscono banalmente come “extracalcistiche”. Proprio in questo contesto si colloca Minuto Settantotto, progetto editoriale fondato da Alessandro Colombini che settimanalmente tratta argomenti spinosi da un punto di vista politico chiaro, deciso e coerente. Un modo di raccontare il calcio coraggioso da parte di un progetto orgogliosamente di nicchia che però sta sempre più diffondendosi. Abbiamo fatto così quattro chiacchiere con l’intero collettivo.

«Il blog è stato aperto da Alessandro», affermano i ragazzi, «desideroso di avere uno spazio nel quale parlare liberamente di due delle sue principali passioni: il calcio e la politica». Un progetto che attualmente viaggia su due binari paralleli: da un lato il sito internet, dall’altro pagina Facebook e profilo Twitter. Se sul portale principale la redazione racconta una storia a settimana, sui canali social essi raccolgono notizie che legano calcio e politica nel mondo. «E sono molto più numerose di quanto si creda», affermano. Vietato chiedere loro di scindere queste due sfere. Cosa rispondono infatti a colo che avanzano questa richiesta? «Che non hanno capito il tipo di blog/pagina che hanno davanti», sostengono, aggiungendo anche che «noi peraltro dichiariamo subito il nostro approccio ma evidentemente non tutti si prendono un po’ di tempo per leggere le informazioni che forniamo». Da lì quindi un’altra accusa frequente, ovvero quella di essere “spocchiosi”. «Ci teniamo a chiarire che ci confrontiamo con tutti», continuano, «anche con persone ideologicamente lontanissime da noi ricorrendo al ban solo in occasioni rarissime». «Fa comunque piacere quando qualcuno ci dice che, pur non vedendo calcio e politica come due mondi vicini, apprezza il nostro modo di parlare di pallone», dichiarano orgogliosamente, «in quanto significa che il lavoro che portiamo avanti è comunque importante».

Perché spesso si ha così paura di associare politica e calcio, arrivando ad utilizzare aggettivi come “apolitico”? «Per noi tutto è politica, a maggior ragione uno sport come il calcio che unisce miliardi di persone in tutto il mondo». Il loro obbiettivo dichiarato è proprio quello di smontare la visione di chi «non riesce a considerare ogni cosa connessa e ragiona a compartimenti stagni». «La paura di associare campi apparentemente differenti ce l’ha invece chi governa», sostengono i ragazzi, «questa è l’epoca del disimpegno ed alla classe dirigente fa comodo che lo resti a lungo». Automatico il collegamento all’affaire tra Paolo Di Canio e SKY, che ha portato l’ex calciatore laziale prima ad essere allontanato dall’azienda e poi ad essere reintegrato. «La figura meschina l’ha fatta in primis SKY», affermano, «che ha mostrato al pubblico che ad alti livelli l’antifascismo è ipocrisia allo stato puro». «Un teatrino nauseante e veramente inutile», continuano, in quanto prima il colosso televisivo ha messo sotto contratto Di Canio «certamente consapevole del tipo di personaggio che stava portando in azienda», per poi «far finta di rimuoverlo per un tatuaggio che chiunque sapeva avesse su quell’avambraccio da anni». Sul fatto che l’ex bomber biancoceleste non abbia mai nascosto la sua posizione ideologica non ci sono dubbi, ma una cosa è certa dal loro punto di vista: «La sua intervista riparatrice è stata vergognosa, specie per uno che si è sempre vantato di avere un’ideologia di ferro».

Che la connotazione politica della pagina sia di matrice sinistrorsa, utilizzando una forse ingenerosa semplificazione, è chiaro a chiunque inizi a curiosare negli archivi. Di conseguenza, alla domanda riguardo i giocatori di tale ideologia che più li ha emozionati si apre evidentemente una sorta di “cassetto dei ricordi”. Gianmarco ricorda con piacere due giocatori contemporanei come Jamie Carragher e Riccardo Zampagna, «in particolare per le struggenti parole di quest’ultimo sul padre e sull’acciaieria di Terni». Edoardo, invece, viaggia indietro nel tempo citando Bruno Neri e Bruno Scher, rispettivamente «mediano-partigiano ucciso in combattimento dai nazisti» e «istriano che pagò la scelta di non aggiungere una “i” al cognome». Infine, Alessandro non si limita a citare un singolo calciatore: la sua scelta ricade sui croati dell’RNK Spalato, «i cui membri combatterono nella Guerra Civile spagnola al fianco delle Brigate Internazionali e che nel 1939 si sciolse temporaneamente per permettere a giocatori e dirigente di entrare nelle formazioni partigiane di Tito». A questo punto altre due domande sorgono spontanee: quale il giocatore di ideologia “sinistrorsa” che più li ha delusi ed il giocatore di ideologia invece “destrorsa” che invece li portati a fare valutazioni differenti. Per quanto riguarda la prima curiosità al risposa ha un nome ben definito: Paul Breitner, il quale «divenne famoso come il Maoista ritrattando però in seguito molte delle posizioni politiche assunte da giocatore». Per quanto riguarda, infine, il secondo quesito la risposta è ancora più netta: «Francamente nessuno, anche perché di solito i calciatori di destra sono personaggi inqualificabili».

Perché in Italia la composizione delle curve è più tendente al “nero” rispetto che al “rosso”? «Si tratta di una domanda molto complessa», esordiscono, «alla quale non basterebbero due o tre pagine per rispondere in modo esauriente». «Semplificando all’estremo», cercano di sintetizzare i ragazzi, «possiamo dire che la colonizzazione delle curve da parte della destra è dovuta sia al loro “lavoro” all’interno di tante realtà ultras», ma anche al «marcato distacco con cui troppe volte realtà di sinistra hanno guardato il calcio e i gruppi organizzati». Va comunque ricordato, secondo il collettivo, che «tutta la società italiana e non solo registra in questo momento uno spostamento verso destra sulla scorta di istanze xenofobe e razziste esasperate dalla crisi economica». «Le curve rispecchiano solo quello che accade nel Paese», concludono. C’è similitudine tra il rapporto gerarchico tra i componenti all’interno dei gruppi ultrà ed un metodo decisionale “fascista”? «Questa similitudine secondo noi non esiste», affermano i ragazzi. «Tante realtà di sinistra sono perfettamente organizzate» e «gruppi “rossi” sono espressione di città con forti tradizioni di sinistra», come per esempio Livorno e Trani. «In questi contesti un inserimento della destra è del tutto improbabile», concludono.

Nell’ultimo periodo si sono esposti politicamente più giocatori italiani o stranieri in Italia. Basti pensare a Giandomenico Mesto in Grecia sui migranti, ma anche recentemente a Borja Valero e Iago Falque circa la loro ideologia politica. Che idea si sono fatti di ciò i ragazzi del collettivo? «Diciamo che negli ultimi mesi», affermano, «ci sono stati vari esempi positivi di ragazzi che hanno preso le distanze dal modello imperante del “calciatore bomber” o del “calciatore ignorante”». Da un lato «Mesto ha rilasciato un’intervista di una sensibilità non comune», dall’altro «Borja e Iago hanno dimostrato che in Spagna la tradizione di giocatori pensanti è ancora viva». «Qualcosa si muove», continuano, aggiungendo amaramente però che «spesso sono le società a vietare ai giocatori di fare determinate dichiarazioni»: «un “dipendente” che rende pubblico il proprio pensiero», concludono, «per i club-azienda rappresenta un intralcio non da poco specie se conflittuale».

Quale il giocatore che più incarna lo spirito del progetto? «Jürgen Sparwasser è il simbolo di Minuto Settantotto ed a lui dobbiamo il nostro nome», affermano. Facile intuirne il perché: «non capita tutti i giorni di abbattere il capitalismo con un goal come fece lui ai Mondiali del ’74», segnato contro lo Germania Ovest. Ma sono anche altri i giocatori che trovano spazio sia nel cuore dei redattori sia nei loro articoli: Socrates, Paolo Sollier, Deniz Naki e Riccardo Zampagna, «che abbiamo nel cuore ed al quale è dedicato il sottotitolo del blog». Quale invece l’aforisma che sintetizza meglio il loro spirito? «Non si può ridurre il calcio al risultato, così come non si può ridurre l’amore all’orgasmo», storica frase di Ángel Cappa, giocatore ed allenatore argentino, nonché marxista di “fede”.

Quali i progetti e le prospettive future del collettivo? «Non seguiamo alcun programma e viviamo alla giornata», affermano orgogliosamente, «felici che il nostro progetto raccolga consensi e cresca ogni giorno di più». «Senza falsa modestia», concludono, «Minuto Settantotto inizia ad essere il punto di riferimento per chi nel calcio vede più di uno sport e noi ne siamo veramente orgogliosi».

 

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Stramilano: sport, solidarietà e divertimento all’ombra del Duomo

Stramilano: sport, solidarietà e divertimento all’ombra del Duomo

A Milano è arrivata la primavera e – insieme a clima mite e profumi tiepidi – nella “capitale del nord” è ritornata anche Stramilano: l’evento podistico che dà il via alla nuova stagione in città. Stiamo parlando di una delle manifestazioni più conosciute e apprezzate dai meneghini, ideata da Renato Cepparo (imprenditore italiano che ha legato il proprio nome a diverse iniziative in campo sportivo e culturale) agli inizi degli anni ‘70 e che ancora oggi raccoglie moltissimi appassionati della corsa. Nata come semplice “camminata” in notturna che Cepparo amava fare insieme a qualche amico e familiare stretto, negli anni è diventata un appuntamento storico per molti milanesi doc. La prima edizione si svolse un martedì del 1972, con partenza dall’oratorio di Viale Suzzani. Proprio da qui l’imprenditore e i suoi compagni (molti erano gli amici del Gruppo Alpinistico Fior di Roccia) percorsero ben 24km in lungo e in largo per la città.

La 46ma edizione della competizione si è corsa ieri e fra i 60mila partecipanti che hanno tagliato il nastro di partenza davanti al Duomo c’era anche il podista della Forti e Veloci isola d’Ischia Giuseppe Iacono, già conosciuto per aver corso una settimana fa la Romaostia. Tre i percorsi a cui i partecipanti hanno potuto aderire: la Stramilano di 10 chilometri, la Stramilanina di 5 e la Stramilano Half Marathon. E la run competition di ieri è stata dedicata a Fabio Cappello, il podista che l’anno scorso perse la vita subito dopo aver corso l’Half Marathon. Madrina dell’evento l’atleta paralimpica e campionessa italiana dei 100 e 200 metri Giusy Versace, che ha preso parte alla manifestazione con la sua associazione, Disabili no limits onlus. Nata nel 2011, questa onlus raccoglie fondi per donare ai disabili strumenti ed ausili che il Sistema sanitario nazionale non prevede, aiutando chi ne ha bisogno a vivere una vita più autonoma. Nello specifico l’associazione si occupa di fornire “sedie a ruote ultraleggere e protesi in fibra di carbonio, per attività quotidiane e sportive a sostegno di coloro che vivono condizioni economiche svantaggiate”, organizzando anche eventi che possano promuovere la pratica sportiva consentendo soprattutto ai più giovani di vivere al meglio la propria disabilità, guardando allo sport come terapia e nuova opportunità di vita (http://www.disabilinolimits.org/).

Una Stramilano solidale dunque, non solo con i disabili ma anche con chi soffre le difficoltà dell’integrazione in un paese non suo: è una bella novità di quest’edizione infatti la presenza all’evento di 100 richiedenti asilo della caserma Montello e di altri centri di accoglienza meneghini. Socialità, confronto, dibattito, cibo, musica sono dunque state le parole chiave della gara di ieri, senza però perdere di vista la cosa più importante: i veri campioni, i grandi protagonisti sono stati soprattutto i piccoli corridori, gli amatoriali, gli appassionati. Loro, che in nome dello sport, hanno condiviso con chi avevano accanto un pezzo di strada, per una volta senza dar troppa importanza al colore della pelle o alla prestanza fisica.

 

Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Leggendo qualche giorno fa qui su Io Gioco Pulito il bell’articolo di Elisa Mariella che, in occasione della Festa della Donna, parlava di donne sport e discriminazione  sono come tornato indietro nel tempo, a quando mi occupavo di sport femminile, dirigente giovane e precoce, per scelta obbligata visto che come atleta proprio non ce la facevo, e aspirante giornalista. Una storia di sport in rosa che vorrei raccontarvi. L’anno era il 1989, io, di anni, ne avevo 24, ed accettai dopo esperienze nel tennis e in un’altra società di basket, il posto di addetto stampa nella Pallacanestro Gavirate, società nata nel 1969 per portare avanti l’attività di un gruppo di ragazzine che partendo da zero erano in pochi mesi riuscite ad arrivare seconde nella fase provinciale dei Giochi della Gioventù perdendo la finale di un nulla.

Anno dopo anno il movimento a Gavirate crebbe, sempre in chiave rosa, iniziò ad esistere anche una sezione maschile ma tutto continuò a girare intorno alle ragazze. Nel 1978 arrivò per la prima volta la serie B,  nel 1985 il gruppo delle cadette divenne vice campione d’Italia, squadra che aveva in panchina come allenatore Bruno Arena, che poi sarebbe diventato famoso insieme a Max Cavallari nel duo “I Fichi d’India”, perdendo solo in finale contro Schio, società molto più grande e da anni stabile in A1. Fu l’inizio di un sogno. Nel 1986 venne riconquistata la Serie B, nel 1988 furono giocati per la prima volta i playoff per la promozione in A2.

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Gavirate è una bellissima cittadina sulle rive del Lago di Varese, famosa per i Brutti e Buoni e per il canottaggio, oggi vi sorge il centro di allenamento europeo della nazionale australiana ad esempio, è sempre stata rappresentata da una buona squadra di calcio, ma fu conquistata dal basket femminile e fu un amore che durò a lungo, e ancora dura. Quando vi arrivai io le ambizioni erano molte, e, diciamolo, nemmeno mancavano i mezzi per inseguirle, erano gli anni pre-tangentopoli, c’era molta inflazione, ma il lavoro non mancava e nemmeno le sponsorizzazioni per le società sportive, anche quelle non di primissimo piano.

In quegli anni a Gavirate venne anche inaugurata la nuova scuola superiore, con annessa una palestra che era praticamente un Palazzetto e dove la squadra di pallacanestro poté trasferirsi per giocare le partite casalinghe. Le tribune in occasione delle partite delle ragazze erano sempre gremite e divennero una sorta di salotto buono, non mancavano mai rappresentanti dell’amministrazione comunale, lo stesso Sindaco del paese fu per un periodo Presidente della società, e nemmeno personaggi importanti, la frequentavano il Professor Zucchi, ortopedico di fama internazionale che in quel periodo operava i più famosi calciatori quando avevano problemi alle ginocchia, la cui figlia Francesca  era la capitana e playmaker della squadra, Toto Bulgheroni, allora Presidente della Pallacanestro Varese, la storica società delle 5 Coppe Campioni con 10 finali consecutive, dei 10 scudetti e tanto altro, un giovanissimo Andrea Meneghin, allora grande promessa del basket varesino che si vedeva con una altrettanto giovane giocatrice gaviratese, e tanti altri, imprenditori locali, centinaia di appassionati. Nemmeno mancava a volte qualche giocatore del Varese Calcio. Il preparatore atletico della squadra, Antonio Ghelfi, ex decatleta di livello nazionale era anche nello staff della Pallacanestro Varese, e una sera rimasta memorabile arrivò in tribuna in compagnia di Reggie Theus, uno dei più forti ex NBA ad aver mai giocato nel campionato italiano, classe 1957, nona scelta assoluta nei draft del 1978 dopo una carriera universitaria a University Nevada Las Vegas, e poi giocatore di Chicago Bulls, Kansas City Kings, Atlanta Hawks, Orlando Magic, New Jersey Nets, 19.015 punti, 3.349 rimbalzi e 6.453 assists nella NBA, due volte all’All Stars Game.

Furono anni intensi, oltre che addetto stampa iniziai ad occuparmi anche delle statistiche e divenni dirigente accompagnatore della squadra Juniores, con cui si girava la Lombardia nelle sera in settimana, mentre con la squadra maggiore si girava tutto il Nord Italia nei week end. I risultati non mancarono, dopo un quinto posto nel 1989/90 nel 1990/91 tornarono a giocare a casa due delle primattrici della squadra cadette del 1985 che avevano tentato l’avventura in A1, Monica Terzaghi ed Elsa Piva, c’era poi  Sabrina Confalonieri, da Rho, e tante altre ragazze:  arrivò la vittoria nella stagione regolare, ma i playoff rimasero indigesti, vinta facilmente la prima partita della serie con Valmadrera 69-55 arrivò una sconfitta altrettanto netta, 73-59 al ritorno a Lecco e pochi giorni dopo Gavirate cadde anche in casa nella bella. La Serie A2 restava un sogno.

Ci si riprovò l’anno successivo, e di nuovo arrivò una vittoria nella stagione regolare. Il morale era alto e tutta la città voleva questa benedetta Serie A. La televisione locale, Telesettelaghi, riprendeva le partite casalinghe e le trasmetteva il giorno seguente per chi non avesse potuto seguirle dal vivo, spesso, in occasione dei match clou era presente anche in trasferta. In quel 1992 il primo turno di playoff fu superato, contro il Biassonno, sconfitto di misura 53-52 alla bella. La formula del campionato prevedeva che i gironi dell’Italia settentrionale a quel punto si incrociassero: Gavirate si sarebbe giocata la Serie A2 con Treviso, in caso di sconfitta avrebbe avuto ancora una possibilità in uno spareggio in campo neutro con la sconfitta dell’altra finale settentrionale. Gara1 a Gavirate andò per il meglio 69-59 alle trevigiane e la promozione a un passo.

Sulla panchina del glorioso Basket Treviso sedeva però una grande donna, Nidia Pausich, 8 volte campionessa italiana da giocatrice, e stella della nazionale per anni. Fece tesoro di quella sconfitta, elaborò le contromisure  e al ritorno a Treviso le sue ragazze andarono avanti 23-8 all’avvio e ressero fino alla sirena salvando uno scarto di 3 punti. Dico la verità, non eravamo particolarmente preoccupati, si diede la colpa a uno sfortunato avvio e tutti giocatrici, dirigenti, tecnici si era convinti di poter chiudere alla bella, nuovamente sul parquet di casa. Non fu così, le ospiti si presentarono da dominatrici e spazzarono via Gavirate 71-87.

Restava un’ultima possibilità, sul neutro di Lissone, con le rivali di tante battaglie nella regular season, le ragazze della Classese Broni. La tensione era a mille, l’interesse enorme anche nel resto della provincia, uscii con ben tre articoli di presentazione sul giornale di Varese La Prealpina nei giorni precedenti la partita. Fu un sfida epica, come solo in provincia succede quando interi paesi sono coinvolti, quando tutte le giocatrici in campo sono figlie, nipoti, amiche, fidanzate di chi sta in tribuna. Si giocò in una bolgia assoluta. Al termine dei 40 minuti non ci fu un vincitore: 62-62 e tempo supplementare. Gavirate si trovò ad attaccare verso il canestro sotto la curva dei tifosi pavesi, che lo mossero varie volte, la panchina del Gavirate protestò a lungo, un vigile urbano di Lissone si prodigò per farli smettere e mantenere la calma. Sul 72-72 a 9 secondi dalla fine l’arbitro dovette scegliere se fischiare un fallo ai danni di Piva o contestarle l’infrazione di passi, scelse quest’ultima via e il pallone tornò nelle mani di Broni per l’ultima azione, la playmaker Lucia Rossi subì fallo, anche se allora nella cronaca per la Prealpina lo definii ”fantomatico”, da Terzaghi e fu freddissima in lunetta. 74-72 il finale per Broni:

“ A Gavirate dunque restano solo le lacrime e il rammarico per un sogno accarezzato a lungo e purtroppo svanito”

scrissi il giorno dopo.

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Fu un colpo duro per tutti. Una delusione troppo grande. L’anno dopo si riprovò, ma stavano cambiando i tempi, si era in pieno periodo di tangentopoli, il periodo delle vacche grasse stava finendo. Io da pochi mesi avevo un lavoro fisso, in banca, forse non era più il tempo dei sogni. Me ne andai a metà della stagione 92/93, ricordo la data l’otto dicembre, dopo una furiosa lite con l’allenatore. Da allora mi è rimasto come vezzo il dire che sono stato l’unico dirigente al mondo  esonerato da un tecnico e un perverso brivido di piacere mi attraversa ogni qual volta, per qualsiasi ragione in qualsiasi sport, un allenatore viene licenziato. A fine stagione finì per tutti: le giocatrici vennero cedute a Luino, e la Pallacanestro Gavirate rimase presente solo nell’attività giovanile. Tornò ad avere una prima squadra in Serie C nel 2000 e tuttora ce l’ha e continua ad impegnarsi per permettere alla ragazze e alle bambine  del paese e di quelli vicini di poter fare sport.

 

Anche molte di quelle ragazze non ebbero una carriera lunghissima, prevalsero lo studio, il lavoro, la famiglia, chi divenne medico, chi giornalista, chi imprenditrice,ma sono sicuro ricorderanno quegli anni come li ricordo io, le lunghe trasferte in autobus, a volte in auto, le cene dopo la partita a volte euforiche e vincenti, a volte tristi dopo le sconfitte, e tanti momenti più o meno belli, i recuperi dopo gli infortuni nelle sapienti mani di Alberto Barausse, fisioterapista che ne sapeva più del diavolo e un passato in Marina Militare, i dopo allenamento al Bar con l’eterno problema dei capelli bagnati, ma soprattutto l’essere state  l’orgoglio di un paese essendo donne, senza in questa storia nemmeno un ‘ombra di discriminazione.

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Playmaker. Più che un ruolo, una dichiarazione di intenti. “To make”, creare. Sottintende un qualcosa di artistico, fatto di tecnica ma anche di ispirazione, di visione di ciò che c’è e di intuizione di cosa potrebbe esserci. Il play è un pittore, il campo diventa una enorme tela tridimensionale, fatta per immortalare i suoi capolavori. Volando da una mano all’altra, la sfera a spicchi lascia infinite pennellate. Alcune sinuose, altre nervose. Ma ognuna indelebilmente firmata da colui che, anche per definizione, il gioco non si limita a gestirlo, ma lo plasma. Anzi, lo crea. C’è il playmaker classico, che disegna traiettorie geometriche, ricercando la perfezione della proporzione aurea anche in un passaggio consegnato. C’è quello impressionista, che nell’irregolarità della distribuzione della palla fa rifulgere la sua unicità. Esiste un play pop, che gioca per stupire e colora il grigiore di un possesso di ventiquattro secondi con scelte al limite del possibile. O addirittura la versione street-art, che regala ai suoi assist il ritmo ossessivo e coinvolgente di un ghettoblaster acceso ai bordi di un playground.

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Poi, di colpo, la crisi. Il passaggio, l’opera d’arte, la firma d’autore, diventa improvvisamente obsoleto. Ora conta segnare. Fade-out improbabili, uno contro uno rischiosi, persino qualche Hail Mary dalla propria metà campo, roba da far impallidire Tom Brady. L’importante è che la sfera termini la sua corsa bruciando la retina. Il ritmo, la circolazione di palla, la visione periferica, tutti optional. Del resto, è anche comprensibile. In un’epoca in cui non ci sono più difese da scardinare, in cui anche consegnare la palla al compagno marcato è considerato assist, il playmaker vede la sua arte offesa e vilipesa. E se in Europa la figura del regista, l’allenatore in campo, è ancora richiesta e apprezzata, complice un maggior tatticismo ed un focus più intenso sulla difesa da parte dei top club, nella National Basket Association abbiamo gradualmente assistito ad una vera e propria estinzione del playmaker. La combo guard, con i suoi trenta punti di media a partita, è il nuovo must.

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Eppure, anche in questa pallacanestro fatta di atletismo e punteggi stratosferici, c’è ancora qualcuno che resiste. Che combatte la sua solitaria battaglia, coraggioso e idealista come il Cavaliere della Mancha, ancora pronto a sfidare i mulini a vento. E come Don Chisciotte, anche il nostro eroe viene dalla Spagna. Non dalle deserte praterie, ma dal mare della Catalogna. Ricard Rubio i Vives. Per tutti, semplicemente Ricky. Per chi ama un certo tipo di basket, l’ultimo dei playmaker. El Masnou è un piccolo comune della costa catalana. Uno di quei gioiellini un po’ nascosti, eclettici, in cui i secoli che passano accumulano tesori architettonici. C’è una villa neoclassica, molti edifici liberty ed altrettanti riconducibili a quell’unicuum artistico che prende il nome di Noucentisme. Ed ecco che torna la creazione, la capacità di vedere chiaramente quello che gli altri non riescono ancora neanche a immaginare. Ma El Masnou è anche famosa per i fiori. Ettari ed ettari di garofani, un panorama cromatico che visto dall’alto fa pensare, che coincidenza, proprio ad un quadro. Dalla sua città natale, Ricky Rubio prende l’eclettismo ed il colore. E proprio come un giovane Kandinsky con in mano una palla a spicchi, parte per il suo personalissimo viaggio, alla continua ricerca della bellezza e dell’armonia. La prima tappa è Badalona, a dieci chilometri scarsi di autostrada. È perlomeno ironico che il primo vero club della sua carriera si chiami Joventut. Perchè a quattordici anni e undici mesi, un ragazzo normale dovrebbe passare le sue giornate a fare i compiti. Ma Ricky non è uno come gli altri. Nelle formazioni giovanili vince le partite da solo, non riescono a fermarlo. È un predestinato, non ci sono dubbi. E quindi nell’ottobre 2005 diventa il più giovane esordiente della storia della Liga, mettendo a referto due punti, un assist e due recuperi. Buona la prima. Ma le successive saranno molto molto meglio.

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Esordio in Eurolega a sedici anni appena compiuti, unico minorenne della storia del basket spagnolo ad essere incluso nel miglior quintetto stagionale della Liga, argento olimpico a Pechino 2008. I record sono tanti, i numeri parlano chiaro. Già, i numeri. Il cinque, ad esempio, quello con cui i Minnesota Timberwolves scelgono il ragazzo di El Masnou nel draft 2009. O il nove, la maglia che accompagna Rubio dalla Spagna agli Stati Uniti. Nel mezzo ci sono un tre, i milioni di euro che il FC Barcelona paga alla Joventut per il contratto di Ricky, e il 2011, l’anno del trasferimento oltreoceano. I numeri contano. Ma se abbiamo deciso di parlare di arte, perchè tale è il livello del giocatore, dobbiamo raccontare molto altro. Qualcuno però non è d’accordo. La NBA snaturata del ventunesimo secolo pretende ormai un tributo dal playmaker. Un tributo fatto di numeri e statistiche. E nessuna cifra è più importante di quella dei punti realizzati. Vaglielo a spiegare agli adoratori del trentone di media a partita che i play odierni fanno milioni di punti perché prendono miliardi di tiri senza un minimo di opposizione. Che tua nonna e le sue amiche del centro anziani, se accuratamente motivate, sono in grado di difendere meglio di quanto faccia qualsiasi quintetto in regular season. Diglielo ai seguaci della tripla doppia che fino agli anni novanta i loro idoli avrebbero fatto un quarto delle cifre che mettono a referto oggi. Che contro una franchigia di media classifica, non serve neanche scomodare i Pistons di Rodman e Dumars, avrebbero una valutazione tendente allo zero assoluto. Non capirebbero. Per i loro canoni un career high di ventotto punti non è niente di eccezionale. Diciassette assist? Bazzecole. Tredici rimbalzi? Westbrook (o chi per lui) li prende da seduto. È davanti a questo scoglio che si infrange l’arte, la creazione, di fronte alla cieca dittatura del numero, che imprigiona l’anima libera di chi dal nulla sa generare il tutto semplicemente passando un pallone.

Rubio non segna, Rubio non tira, Rubio non è da NBA. In realtà è questa NBA che a volte tutto sembra tranne che basket, ma andarlo a dire in giro equivale a predicare nel deserto. Ricky è un artista. E sebbene gli artisti per definizione seguano il proprio flusso senza curarsi del mondo circostante, le critiche fanno male. Segnano nel profondo, più di un infortunio, più di quel legamento crociato che interrompe la prima stagione NBA di Rubio e che gli costa il titolo di Rookie of the Year. E quindi subentra un cambiamento. Lento, sottile, ma costante. Dare alla gente quel che vuole non è esattamente il motto perfetto per chi del proprio genio fa vanto e bandiera, ma ogni artista, chi più chi meno, ha dovuto piegarsi alla logica del mercato. L’arte per amor dell’arte, come diceva Oscar Wilde, è ormai un privilegio per pochi. Se il pubblico vuole numeri, numeri avrà. E quindi pian piano arrivano doppie doppie, addirittura qualche tripla, una partita con sei tiri da tre punti che fa strabuzzare gli occhi ai tifosi dei Wolves e avvelena il fegato a quelli dei Magic. E allora sì che i social network esplodono di giubilo. Attestati di stima, complimenti, ringraziamenti per aver finalmente capito cosa viene richiesto a un playmaker NBA.

Che poi intendiamoci, c’è numero e numero. Cifre di serie A e cifre di serie B. I punti, il caposaldo, la linfa vitale di una prestazione. I rimbalzi, il degno corollario della partita perfetta. Gli assist, mah, quelli ancora si salvano. Le palle rubate invece non interessano granché. Ed è un gran peccato, dato che parliamo di un giocatore capace di vincere per tre anni la classifica NBA in questo fondamentale. E poi i referti purtroppo non tengono da conto proprio tutto. Non c’è statistica che riesca a evidenziare la bellezza di un passaggio, la difficoltà intrinseca di un assist, la perfezione in un attacco al ferro con cambio di mano. Eppure anche questo dovrebbe contare. Ma quando si chiede la quantità sognando anche la qualità, e questo è il grosso cruccio del tifoso NBA, una delle due deve per forza cedere il passo. E nella quasi totalità dei casi, tocca alla qualità. È davvero triste, dato che se gli standard quantitativi odierni non fossero così gonfiati da una tendenza a concedere davvero troppo all’avversario, un talento cristallino come Ricky Rubio verrebbe incensato come merita. Nel corso della carriera per il ragazzo sono stati scomodati paragoni importanti. Shaquille O’Neal, non uno qualsiasi, lo ha definito “il Pete Maravich italiano”. A parte il macroscopico errore di geografia (e magari ad avere uno come Rubio in azzurro!), è un attestato di stima enorme da parte di uno dei migliori centri della storia del basket. E non c’entrano i capelli lunghi che ora non ci sono più, o il pallore della pelle. Quando Shaq nomina Pistol Pete, pensa ad altro. Ad un controllo di palla senza eguali, alla capacità di capire con quel pizzico di anticipo cosa sta per accadere, o cosa può accadere se tu, il creatore, il genio, decidi di spedire la palla in quello spicchio di campo. Al più grande talento creativo della storia della pallacanestro, se diamo ascolto a John Havlicek, un altro che più di qualche campione in campo nella sua carriera l’ha incontrato. Tutte caratteristiche gli addetti ai lavori hanno sempre rivisto in Rubio, ma che sono necessariamente passate in secondo piano davanti alla pesantezza della statistica. E quindi non sorprende neanche la disponibilità dei Wolves a inserire il giocatore in operazioni di mercato. Come se le cifre, quelle stramaledette cifre, siano davvero indicative dell’utilità di Rubio all’interno della squadra. Perché sì, Derrick Rose è stato rookie dell’anno e MVP, ma negli ultimi anni si è rotto più spesso di una lavatrice fuori garanzia. E nonostante ciò, le sue percussioni verso il canestro e i suoi lay-up impossibili valgono la visione di gioco di Ricky? Per i dirigenti di Minnesota evidentemente sì, dato che la trade viene proposta più e più volte ai Knicks. Eppure all’ultimo minuto, quando anche a New York si sono convinti che forse è un affare per entrambe le franchigie, da Minneapolis arriva un no. Forse qualcuno ha riguardato le partite di questa stagione, magari senza farsi accecare dai paraocchi delle statistiche. Perché solo così puoi notare la gestione nel ritmo, la capacità di fare la cosa giusta al momento giusto, di vedere le cose un attimo prima che accadano. Il playmaker perfetto, dicono alcuni, non è quello che fa venti punti, ma che ne fa fare quaranta ai compagni con i suoi assist. E non intendendo l’assist nell’accezione moderna, io ti do la palla sulla linea del tiro da tre e tu fai quello che ti pare, ma in quello antico, ormai obsoleto, eccoti la sfera, appoggiala al tabellone e torniamo a difendere. Il play, il vero play, è uno alla Mike D’Antoni. Di quelli che, come ripeteva fino allo sfinimento Dan Peterson, in contropiede si fermano sulla linea del tiro libero, tac, arresto e tiro. O scaricano sul compagno che arriva, se proprio vogliono fare spettacolo. Ecco, D’Antoni, uno che se a Houston non avesse spostato in quella posizione James Harden (che a prima vista sembra la descrizione perfetta della combo guard ma che in realtà passa e gestisce il ritmo in maniera divina) farebbe carte false per prendere Ricky. O forse Rubio farebbe più comodo agli Spurs, che prima o poi dovranno arrendersi al fatto che Tony Parker non è immortale. Assieme a Coach Pop e a Ettore Messina, che già lo voleva al Real Madrid nel 2009, troverebbe terreno fertile per il suo basket e potrebbe veramente fare questo benedetto salto di qualità. Non che ne abbia bisogno, ma le cifre, ormai lo abbiamo capito, sono impietose.

Minnesota Timberwolves center Karl-Anthony Towns (32), left, center Gorgui Dieng (5), of Senegal, guard Ricky Rubio (9), of Spain, and guard Andrew Wiggins (22) huddle up during the fourth quarter of an NBA basketball game against the Portland Trail Blazers on Saturday, Dec. 5, 2015, in Minneapolis. The Trail Blazers won 109-103. (AP Photo/Hannah Foslien)

Agli occhi del tifoso medio, Rubio non è da Spurs. E probabilmente neanche da franchigia medio-alta. Ma se a molti questo dispiace, chi sicuramente non si sta strappando i capelli è Tom Thibodeau. Il capo allenatore dei Wolves, che è un attento insegnante di pallacanestro ma anche l’assistente di Popovich in nazionale, ha ben chiaro quanto il gioco dei suoi ragazzi non possa prescindere dall’arte del playmaker di El Masnou. E sa che con Ricky ad armare la mano di un Towns in rampa di lancio e di Wiggins, che ormai è una splendida certezza, c’è spazio per sognare nella terra dei diecimila laghi. Magari è stato proprio lui ad opporsi alla trade, conscio che, data l’attitudine prettamente europea di Ricky alla difesa e alla gestione del possesso, non c’è miglior playmaker possibile per il gioco di Minnesota.

Forse è vero, l’arte per amor dell’arte sta lentamente sparendo. Sui campi di basket della NBA non c’è quasi più spazio per i play vecchio stile. La specie è sulla lenta ma inesorabile via dell’estinzione. Eppure un paio di possibilità ci sono. Darwin insegna, la specie può adattarsi, conservando però le sue caratteristiche di base. Non è necessaria una mutazione, non sarebbe sensato. I playmaker hanno ancora tanto, troppo da dare alla pallacanestro americana e mondiale. Basterebbe fare qualche piccolo passo dall’altra parte, in modo da mettersi più o meno in linea con i diktat delle cifre, ma senza snaturarsi. E questo è il cammino che Rubio sembra aver intrapreso, la lotta quotidiana contro la scure della statistica per vedere finalmente riconosciuto quello che in realtà dovrebbe essere da tempo evidente a tutti. E poi c’è il sogno. Perché di tale si tratta. Verrebbe da usare il termine “speranza”, ma si sa, chi di speranza vive spesso non fa una bella fine. Quindi meglio chiamarlo sogno. Il sogno che un head coach, magari di quelli bravi bravi, di quelli che a ogni critica possono mostrare una mano con su almeno un paio di anelli, decida che la specie non può morire. Un allenatore che lotti affinché un talento non debba adattarsi. Che pretenda e ottenga che un playmaker possa essere libero di esprimere se stesso, il suo gioco, la sua arte, senza che un referto sia in grado esporlo a critiche. Un moderno mecenate del canestro, capace di apprezzare l’unicità di un ruolo e di non sacrificarla alle divinità dei numeri. Solo così potrebbe tornare sui campi il continuo stridere della scarpe sul pavimento, il turbinio degli schemi, delle soluzioni offensive, dei movimenti a smarcarsi. Si udirebbe ancora la regolarità incalzante dei passaggi di un quintetto, guidato da chi è nato per dirigere un’orchestra e non per fare il solista. Oppure un ritmo simile all’incedere ipnotico, sonnolento ma letale, del sonaglio di un serpente, che attende pazientemente il momento migliore in cui colpire la preda. Ma soprattutto tornerebbero la passione ed il genio su di una tela che da troppo tempo ormai è dipinta in maniera fredda e dozzinale. E a colorarla ci penserebbe Ricky Rubio da El Masnou, dando i tempi a un giro palla geometrico e preciso come un quadro di Mondrian, inventando uno scarico così astruso da sembrare un’opera di Magritte o scorgendo chissà dove una traiettoria invisibile agli altri, quasi come Monet con la Cattedrale di Rouen nella nebbia. Il ragazzo con la maglia numero nove potrebbe riaccendere la luce negli occhi di chi ama la pallacanestro, spiegare con il suo esempio a chi si avvicina a questo sport che il basket non è una serie di uno contro uno lunga quarantotto minuti, che il sacrificio della difesa non è inutile, che se sul parquet si è in cinque, beh, uno stramaledetto motivo c’è. E in attesa che tutto questo possa diventare realtà, continuiamo a sognare. Perché in fondo, Michel Gondry insegna. Anche il sogno è una forma di creazione.