Italiani d’America: Roberto Donadoni, toccata e fuga a New York con una simulazione ‘da Oscar’

Italiani d’America: Roberto Donadoni, toccata e fuga a New York con una simulazione ‘da Oscar’

Primavera del 1996: la ‘maledizione di Caricola’ è appena entrata a far parte della storia del calcio ‘made in USA’ quando, sempre tra le fila dei New Jersey Metrostars, viene annunciato un acquisto ‘col botto’. Si tratta di Roberto Donadoni, uno dei più grandi talenti che il calcio italiano abbia espresso a cavallo degli anni 80/90.

In dieci anni di Milan, il furetto di Cisano Bergamasco ha vinto praticamente tutto, diventando una colonna portante nell’undici titolare del rivoluzionario Arrigo Sacchi prima e del pragmatico Fabio Capello poi.

A pochi giorni dall’inizio della calda estate del 1996, tuttavia, i rossoneri, ormai prossimi a porre fine a uno dei cicli più vincenti nella storia del calcio mondiale, decidono che l’esperienza di Donadoni nella città meneghina può dirsi conclusa e lasciano libero il ragazzo di scegliere la sua prossima destinazione; di offerte ne giungono tante, a 32 anni anche nel calcio che conta si pensa che Donadoni possa ancora offrire sprazzi della sua immensa classe, eppure lo storico numero sette del Milan opta per un’esperienza completamente diversa.

Si va in America, in un calcio, in quel momento, ancora lontano dal poter essere considerato professionistico. Poco importa, però. Donadoni è alla ricerca di un’esperienza diversa soprattutto dal punto di vista personale e sceglie di accasarsi a New York, dove ad attenderlo trova il già citato (e sfortunato) connazionale Nicola Caricola.

In realtà, l’accordo tra Donadoni ed il General Manager dei Metrostars Charlie Stillitano era già stato trovato nel febbraio del 1996; tuttavia, con il Milan di Capello in lotta per conquistare il quindicesimo titolo nazionale della propria storia, Silvio Berlusconi raggiunge un ‘gentleman agreement’ con la squadra americana per trattenere il ragazzo in Italia fino alla possibile conquista del tricolore (che poi avverrà).

Il debutto di Donadoni negli Usa risale al 4 maggio del 1996. Il pubblico è entusiasta e riserva al campione bergamasco un’accoglienza degna di nota.

La storia d’amore tra il calciatore e il proprio pubblico, però, subisce un brusco stop già dopo poche settimane dal proprio avvio; Arrigo Sacchi, infatti, convoca in nazionale Donadoni per gli Europei inglesi del 1996 ed il ragazzo gioca solo poche partite prima di ripartire per aggregarsi agli azzurri.

In Inghilterra, tuttavia, l’esperienza italiana è tutt’altro che eccezionale (nazionale eliminata già nel girone) e Donadoni a metà luglio è di nuovo negli USA, stavolta per restare più a lungo.

L’ex Milan, in un calcio così poco probante, sembra un gioiello planato in un mare di cianfrusaglie; nella prima partita giocata dopo il suo ritorno dal soggiorno in nazionale, Donadoni firma due assist mentre il mese di agosto lo consacra come vero protagonista del campionato statunitense grazie ai tre gol messi a segno.

La squadra, comunque, è veramente poca cosa e fallisce (di poco) l’accesso ai playoff, utili per decretare il vincitore del titolo.

L’anno seguente, però, va paradossalmente ancora peggio.

Ci si aspettano grandi cose dai Metrostars, che possono contare su ‘The Maestro’ (lo stesso soprannome riservato al giorno d’oggi ad Andrea Pirlo dai tifosi dei NYFC) sin dall’inizio della stagione. La situazione, invece, finisce per essere addirittura peggiore rispetto all’anno precedente.

I Metrostars terminano la regular season all’ultimo posto della Eastern Conference e, ovviamente, addio playoff di nuovo.

L’addio, stavolta, c’è anche per Donadoni che, dopo una sola stagione e mezza in America, torna sui propri passi e riabbraccia il rossonero del Milan.

Ad invocarlo è ancora Fabio Capello, tornato a sua volta a Milanello per tentare di risollevare il club dopo un’annata tutt’altro che eccellente. Il tecnico di Pieris non riuscirà nella disperata impresa durante la stagione 1997/1998 (quella degli ‘altri’ olandesi: Kluivert e Bogarde) ma Donadoni riuscirà comunque (seppur, in questo caso, con un ruolo marginale) a conquistare nuovamente lo scudetto con il Milan nella stagione 1998/1999 con Alberto Zaccheroni in panchina.

L’esperienza americana di Donadoni, dunque, di certo non fu all’altezza della sua straordinaria carriera.

Eppure, qualcosa di ‘meraviglioso’ nel corso del soggiorno statunitense del campione bergamasco rimane ed andiamo presto a raccontarlo.

E’ il 22 marzo 1997. I Metrostars stanno sfidando i ‘terremoti’ (Earthquakes) di San Josè. La partita termina in parità, così si passa alla brillante idea degli americani per non far terminare la gara con un pareggio: gli shootout.

Donadoni ha appena assistito ad una scena sul terreno di gioco: il portiere avversario Salzwedel ha steso un suo compagno negli shootout e l’arbitro ha decretato un calcio di rigore (il regolamento, infatti, prevede che in caso di fallo sull’attaccante durante lo shootout venga decretato il rigore).

Tocca all’italiano. Donadoni parte lievemente decentrato: un tocco, poi due, palla sotto la suola e poi finta. Il portiere, però, intuisce. A quel punto, l’ex (e futuro) Milan si getta goffamente a terra per poter usufruire di un calcio di rigore. L’arbitro non ci casca e Donadoni si dispera.

Al minuto 2.53, la pietra dello scandalo:

Niente da fare. Donadoni era troppo grande per una MLS ancora così piccola.

 

Foggia e Cremonese: profumo di Serie B, riassaporando emozioni anni ’90

Foggia e Cremonese: profumo di Serie B, riassaporando emozioni anni ’90

Quarti di nobiltà che tornano. O meglio, si preparano a tornare. Gli scongiuri sono autorizzati tra la terra dauna e il cuore della pianura padana. Nei fatti, però, Foggia e Cremonese accarezzano un’idea a lungo coccolata, ma inespressa da anni, troppi: il ritorno in serie B. Prospettive differenti, percorsi opposti, distanze colmabili con passi di diversa lunghezza. I Satanelli sono a un punto dalla vittoria del girone C di Lega Pro, con la trasferta di Fondi all’orizzonte domenica pomeriggio, mentre i grigiorossi –distanti 10 punti dal primato detenuto dall’Alessandria a gennaio- oggi devono difendere l’assalto dei “grigi” piemontesi, freschi di cambio di panchina, con l’arrivo di Pillon per Braglia, per festeggiare la vetta del girone A di qui ai prossimi 270 minuti.

In pochi lo dicono, qualcuno lo ammette a denti stretti, ma agli storici del calcio questi due possibili ritorni fanno piacere: a Foggia la serie B manca da addirittura 19 anni. Stagione 1997/98, il diciassettesimo posto finale costò la retrocessione nell’allora C1 alla squadra allenata da Domenico Caso prima, Beniamino Ciancian poi e ancora Caso nel finale. Pietra tombale su una gloriosa epoca calcistica, che aveva sorpreso l’Italia del calcio all’alba degli anni ’90 con Zemanlandia e i suoi figliocci, da Giuseppe Signori a Roberto Rambaudi passando per Francesco Baiano e Onofrio Barone. Eredità pesante, alla quale la passione dello “Zaccheria” –stadio che ancora oggi viaggia a medie spettatori ben superiori alle 10mila presenze a partita-aveva dato fondo quando c’era stato bisogno di affrontare gli inferi della serie D, nell’annata 2012/2013. La ripartenza da foggiani doc come il capitano Cristian Agnelli, Marcello Quinto e Giuseppe Agostinone era stata la base per una risalita, che si prepara a piazzare l’ennesimo mattone, il più importante, con un anno di ritardo. E nel destino c’è il rossonero: come i colori sociali del Foggia, ma anche del Milan. Nel giugno 2016 era stato Rino Gattuso, allenatore del Pisa, a chiudere le porte della cadetteria ai dauni conquistando il pass con i toscani nella finale-playoff, ora è Giovanni Stroppa –subentrato dopo una convulsa estate a Roberto De Zerbi– a traghettare al traguardo una squadra ricca di qualità: dalla regia di Vacca, alle incursioni di Delì passando per il fiuto del gol di Mazzeo fino alle ispirazioni di Chiricò e Sarno, la classe non manca nel 4-3-3 pugliese.

Se Foggia ride, ma aspetta di emanare l’urlo più importante, Cremona suda. E tiene basso il morale di una truppa guidata dal “Komandante”, come a Novara avevano ribattezzato Attilio Tesser dopo il doppio salto dalla Lega Pro alla serie A, ottenuto nel biennio 2009-2011. Il momento che ha cambiato la stagione dei lombardi? 20 febbraio, scontro diretto contro l’Alessandria allo stadio “Zini”. Una zampata di Andrea Brighenti, vicino alle 100 reti in cinque stagioni, ha deciso la sfida per i grigiorossi, portandoli a -6 dall’allora capolista: di lì ha avuto il via un cammino (quasi) inarrestabile, con 19 punti in otto partite, mentre ad Alessandria si intravedevano le crepe dello splendido vaso di cristallo che aveva illuminato a giorno il girone A nella prima parte di stagione. “Ci sono nove  punti in palio e dobbiamo lottare fino alla fine –ripete Tesser-servono tre vittorie”. Lui di promozioni se ne intende, così come a Cremona, loro malgrado, sono diventati esperti di delusioni negli ultimi anni. Sette stagioni, una finale e due semifinali playoff perse, con investimenti importanti da parte del proprietario Giovanni Arvedi, e 13 allenatori cambiati. Numeri mai vincenti, almeno fino all’arrivo del Komandante. Che non sarà rock come Vasco, ma vincente sì. E ora che guarda tutti dall’alto, prepara con la massima concentrazione le sfide restanti: due impegni interni contro Lucchese e Racing Club, intervallate dall’ostica trasferta di Livorno. Tre tappe alla fine della scalata verso una B che manca da 12 anni.

Negli anni ’90, Cremonese e Foggia erano nei calendari di serie A. Oggi prendono la rincorsa per il grande salto. Ma se in Lombardia la strada “è ancora lunga”, nel nord della Puglia è la scaramanzia ad agire da freno principale: troppo fresco è ancora il ricordo della scorsa estate, quando la festa in città era già pronta, alla pari di quanto accaduto anni prima con il ko contro l’Avellino. I 1200 biglietti per il “Purificato” di Fondi sono stati polverizzati in poche ore, nastri e striscioni rossoneri hanno invaso la città. Ma guai a pronunciare la “B” a voce alta: c’è prima da laurearsi campioni. E sarà mica un caso se si gioca contro la squadra sponsorizzata dall’Unicusano? La festa, da nord a sud, si prepara in silenzio. Perché i quarti di nobiltà si riconquistano così.

Che fine ha fatto la maglia azzurra del Napoli?

Che fine ha fatto la maglia azzurra del Napoli?

Conta solo la maglia, uno striscione che campeggia in ogni stadio del mondo, in tutte le lingue del globo terracqueo che popolano il pianeta. A Napoli però questo concetto è mutato nel tempo, ed è mutato dalla stagione 2014/2015 quando per la prima volta nella storia del club partenopeo la prima maglia fu sostituita, numeri alla mano, dalla maglia jeansata che nelle intenzioni iniziali sarebbe dovuta essere la terza.

Tifosi inviperiti per lo schiaffo alla storia di una maglia tanto semplice quanto iconica, portata orgogliosamente nel mondo dal calciatore più forte della storia, Diego Armando Maradona, diventato capopopolo di 6 milioni di persone che a loro volta portano questo azzurro borbonico in giro per il mondo.

Azzurro borbonico, appunto. Perché quella del Napoli non é una maglia “Blu sky” come quella del City, o celeste come quella della Lazio. E’ un azzurro diverso, di un paio di tonalità più forti, perché il fondatore del club, Giorgio Ascarelli, decise di omaggiare la storia della città prendendo in prestito i colori dallo stemma comunale che a loro volta si rifacevano ai regnanti
passati.

Ascarelli era un presidente lungimirante, ancora oggi sarebbe moderno, perché aveva capito che il calcio sarebbe stato espressione massima dell’orgoglio cittadino e che un giorno avrebbe conquistato il mondo, così oltre all’azzurro borbonico nel simbolo ci inserì l’iniziale della città ma scritta con la enne napoleonica.

Tornando all’azzurro, numeri alla mano quella classica resta la prima maglia (per ora) con 20 apparizioni totali ma dista solo 3 partite da quella bianca a quota 17, la nera staccata a 7 essendo terza maglia.

Quest’anno i tifosi sono stati costretti nuovamente a chiedere a gran voce al presidente Aurelio De Laurentiis di smetterla di provare a distruggere la storia del Napoli, un esercizio che a quanto pare soddisfa il patron partenopeo data la frequenza con cui sputa addosso alla maglia azzurra ma a quanto pare da quell’orecchio non ci sente visto che il dato elencato in precedenza va anche contestualizzato: la maglia azzurra è in vantaggio sulla bianca, ma dal 28 Novembre 2016 è stata scelta per due sole volte, in casa col Real Madrid, niente campionato, una in Coppa Italia.

Surreale la sfida con Ia Juventus, il Napoli in maglia bianca e la Juve in maglia blu.

Addentrandosi in questa sequela di dati si può notare in maniera molto semplice di come il bottino della maglia azzurra sia stato ottenuto in Champions League grazie alle 6 apparizioni contro nessuna della bianca, due della nera. In Coppa Italia sono 2 per la nera e una a testa per bianca ed azzurra, mentre in campionato ormai Ia maglia bianca ha distaccato quella azzurra per 16 a 13 e solo un gran finale di stagione potrà permettere ai tifosi del Napoli di gioire per avere quello che nel resto del mondo è la totale normalità, ovvero vedere la maglia storica in campo per più partite rispetto a seconda e terza maglia.

I tifosi del Napoli ormai si stanno riducendo a questo, tifare letteralmente per la maglia, affinché quella azzurra possa tornare a capeggiare all’interno dell’universo Napoli.

Piermario è caro al cielo

Piermario è caro al cielo

Citato ogni volta da mio padre, quando avveniva una morte prematura per lui ingiusta. Ormai appartiene a Piermario. Piermario Morosini, era in campo a giocare contro il Pescara. Una ordinaria partita di serie B, di una primavera gradevole. Piermario giocava nel Livorno.

Quel 14 aprile di quattro anni fa si trovava in campo. Fermiamo un attimo l’immagine. Perchè sembra tutto sbagliato. Piermario sta per crollare. Una aritmia cardiaca se lo porterà via per sempre. Eppure sembrava che la vita fosse solo in debito con lui. A 14 anni aveva perso il padre per un brutto male, due anni dopo era andata via la mamma. Era rimasto solo, lui con due fratelli più grandi, entrambi disabili gravi. Ma lui aveva preso le armi che aveva, la sua tenacia e il suo pallone, continuando a giocare. Continuando a sgobbare. Non lo faceva solo per passione, ora diventava la via del riscatto. Lui doveva fare strada anche per pagare le costose cure che i fratelli esigevano.

Tutto bastava così. Ma si sa, la palla è rotonda. E la vita sembra assomigliargli tanto, troppo, a volte fa rimbalzi strani, a volte prende effetti che non vuoi. Lo sa chiunque abbia giocato a calcio. Il fratello non ne può più di una vita priva di vita e si suicida.
Ora la solitudine che già si era vestita bene per presentarsi, mette la sua mise migliore. Ma lui va avanti, le giovanili dell’Atalanta e poi in giro, Vicenza, Bologna, Udine, fino a Livorno. A Vicenza l’ostinazione di fare strada, lo porta a confidarsi con un compagno che divide la stanza con lui. Di notte il suo coinquilino lo vede ancora sui libri, lo invita a dormire, a non stancarsi. Piermario lo guarda con i suoi occhi dolci e determinati insieme:
“non posso sbagliare niente Daniele, se il calcio non mi fa far strada devo prendere il diploma da ragioniere”.

Sembra facile da dire dopo che qualcuno è andato via, ma chiunque lo aveva conosciuto, diceva fosse un ragazzo d’oro. Il giorno di una partita importante con le giovanili dell’Atalanta, l’allenatore aveva un piccolo problema, decidere a chi sarebbe andata la fascia di capitano, tra tre ragazzi che l’avevano indossata, tra cui Morosini. Due candidati bussarono alla sua porta, dissero:
“mister, noi vogliamo a nome di tutta la squadra, che la fascia la indossi Piermario”.

Ecco cosa era. Un bravo ragazzo. Ma con un velo di tristezza abilmente nascosta. Una volta si confidò con un suo amico giornalista. Se la fece quella domanda, gli fece quella domanda:
“perchè tutto a me? Capisco un dispiacere, due, ma perchè tutto? Me lo chiedo.”.
E poi Anna, il suo sole, la sua compagna.
Che volava col loro cagnolino fino a Livorno. Anna la pallavolista che doveva essere a giocare, invece corre in lacrime all’ospedale di Pescara. Anna che nel processo penale, purtroppo per le leggi italiane, non è nulla. Non moglie, non avente diritto. Dovevano sposarsi. Ma non lo erano ancora, lei non ha diritto al risarcimento, che non avrebbe usato per scialare, ma per prendersi cura della sorella di Piermario. La sorella che non va dimenticata, se si vuole bene a Moro.

Fermiamo tutto. Torniamo a quel giorno. A quel 14 aprile 2012. Morosini si accascia a terra. I soccorsi arrivano in ritardo, anche per un’auto parcheggiata male. Il Moro non ce la fa. Il cuore del Moro cede. Il commissario tecnico più importante di tutti, quello in cui molti credono e pregano, ha fatto una convocazione, per la più importante squadra in assoluto. E Piermario era proprio quello che gli serviva, perchè non era solo un bravo calciatore era soprattutto un cuore enorme, fino a non reggere. E lui purtroppo è dovuto andare. Forse Piermario non è mai morto, è solo andato a giocare in una squadra più forte.

Bello raccontarcela così. Come quando rimasi inchiodato con gli occhi sul teleschermo quel giorno. e mentre vedevo il Moro andare via, mi dicevo quelle parole. Muor giovane colui che al cielo è caro.

Gran Premio della Liberazione: qualche volta bisogna credere ai miracoli

Gran Premio della Liberazione: qualche volta bisogna credere ai miracoli

Il 23 marzo scorso il Presidente dell’ASD Primavera Ciclistica Andrea Novelli lanciava uno spaventoso grido di dolore annunciando che quest’anno il Gran Premio della Liberazione, che fu disputato per la prima volta nel 1946, non si sarebbe disputato.

Dopo 71 anni la storica corsa ciclistica, un vero e proprio Campionato Mondiale Under 23 sarebbe morta. Tante parole ma veramente in pochi hanno mostrato di avere davvero a cuore la corsa.

Qualche volta, però, accade l’inaspettato e con un colpo di reni come un velocista di razza a pochi metri dal traguardo il Gran Premio della Liberazione si risolleva dall’orlo di un precipizio senza fondo e si prepara per l’edizione numero 72 grazie all’inatteso intervento del Ministro dello Sport Luca Lotti e della preziosa collaborazione di Cicli Lazzaretti.

Cosa è accaduto?

Il grido di dolore del Presidente Novelli è stato ascoltato da chi ha dimostrato di credere in questa ricorrenza davvero importante per la storia civile del nostro Paese.

L’appuntamento con il Liberazione, infatti, vola oltre il traguardo e le transenne della corsa ciclistica e si conferma sempre più un simbolo irrinunciabile della lotta di Liberazione e del sacrificio di tanti partigiani che soffrirono e morirono per la libertà di tutti noi; un simbolo a cui il Governo del Paese, per volontà esplicita del Ministro per lo Sport Luca Lotti, non rinuncia e sostiene con grande forza. Il Gran Premio della Liberazione rappresenta valori civili di enorme rilevanza così come enormi sono i valori che la corsa rappresenta per i corridori Under 23.

Su sollecitazione del Ministro, la Federciclismo ha dato tutto l’appoggio richiesto e insieme, Ministro Lotti e Presidente Federcislismo Renato Di Rocco, hanno garantito la disputa dell’edizione di quest’anno.

Da sempre la gara capitolina è il “mondiale di primavera” a cui quest’anno parteciperanno le nazionali di Australia, Kazakistan, Russia, Ucraina e Bielorussia, alcune squadre straniere e venti squadre italiane. Uno schieramento che conferma la tradizione di corsa di riferimento del panorama internazionale per i corridori che ambiscono ad un successo che spalanca loro le porte al professionismo.

Il circuito di Caracalla sta al Gran Premio della Liberazione come l’Olimpico alla Roma e alla Lazio o il Madison Square Garden agli incontri di basket e pugilato. Difficile immaginare questa corsa lontano dal percorso aggrovigliato attorno alle Terme dell’Imperatore Caracalla, Porta Ardeatina, le Mura Romane, la Piramide Cestia e l’iscrizione in marmo che proprio a Porta San Paolo ricorda l’eroismo dei Partigiani nel 1943. Il GP della Liberazione Pink, dallo scorso anno c’è infatti anche la gara femminile, avrà inizio alle ore 10.45 con sedici giri da percorrere per un totale di km 96 e farà da prologo al GP della Liberazione U23 che partirà alle ore 14.00 con 23 giri da percorrere per un totale di km 138.

Speriamo che questa edizione sarà ricordata come quella del definitivo rilancio di questa storica manifestazione.