Dai taglialegna canadesi a fenomeno di massa: il Paintball, non chiamatelo guerra

Dai taglialegna canadesi a fenomeno di massa: il Paintball, non chiamatelo guerra

Se fosse uno sport olimpico sarebbe tra i dieci più praticati al mondo ma poiché non lo è e probabilmente non lo sarà mai rimane sempre e comunque una delle discipline più praticate. Avete mai visto una partita di Paintball? 2 squadre contrapposte di 5/7 elementi che gareggiano per sconfiggere la squadra avversaria o rubare una bandierina nel campo avversario cercando di eliminare – eliminare e non uccidere – gli avversari colpendoli con palline piene di vernice biodegradabile. Ad oggi il Paintball conta nel mondo circa 14 milioni di giocatori e oltre 100 paesi dove viene praticato, quasi altrettanti sono gli spettatori che lo seguono con interesse. Nasce lo scorso secolo, agli inizi degli anni ottanta, nei boschi del Canada, dove i tagliaboschi erano soliti utilizzare alcuni marcatori che lanciavano palline di vernice per contrassegnare gli alberi che successivamente sarebbero stati tagliati. Un giorno, più per caso che per altro, un tagliaboschi decise di fare uno scherzo ad un suo collega e ritenne alquanto divertente “marcarlo” con una di queste palline piena di vernice.

Come potete intuire il tagliaboschi marcato decise di rispondere al suo collega con la stessa moneta. Fu allora che venne disputata la prima e vera partita di quello che anni dopo sarebbe diventato uno degli sport più affascinanti, dinamici e coinvolgenti del nostro secolo, il PAINTBALL.

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Il 27 Giugno del 1981, grazie a Hayes Noel, Charles Gaines e Bob Gurnsey, che testarono solo qualche mese prima, il primo e vero marcatore da Paintball ad uso dilettantistico sportivo. Nella prima partita di Paintball, nella modalità “conquista la bandiera” presero parte 12 persone e successivamente nel 1983 in New Hampshire venne intrapreso il primo campionato a squadre con il montepremi in denaro.

Il Paintball è molto diffuso sia in Europa che negli Stati Uniti dove ci sono dei Campionati che sono molto seguiti da un pubblico più numeroso del football americano.

La Lega Europea è conosciuta come “EPBF – European Paintball Federation”, e il torneo più importante che si svolge in Europa si chiama “The Millennium Series”.

I colori delle vernici all’interno delle paintballs è del tutto ininfluente, tranne per il fatto che, non si potranno mai trovare paintballs che contengano colore rosso, in quanto si vuole totalmente distaccare questo sport da eventuali associazioni a simulazioni militari e quindi ad eventuali ferite di guerra. Ricordiamo che l’intento è solo quello di marcare il giocatore avversario.

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Al di là di quello che si potrebbe immaginare il Paintball è uno degli sport più sicuri al mondo, basti pensare che la percentuale di infortunio su 1000 giocatori è lo 0,2 % ben al di sotto di sport comuni come il calcio (il Paintball non rientra nemmeno tra i 25 sport al mondo con il più alto rischio di infortunio, dati forniti dall’American Sport Data Inc.).

Infatti questo sport viene praticato con la totale esclusione dei contatti fisici tra i giocatori e con l’ausilio di protezioni che garantiscono ulteriormente la riduzione della possibilità di infortunio.

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Non è una guerra, è uno sport di squadra molto intenso. Qualche anno fa ho assistito a una prova del Circuito Europeo. 20 squadre da tutta Europa che per 3 giorni hanno giocato in un’atmosfera gioiosa e sana. Ricordo gli sguardi di chi curiosando si avvicinava per la prima volta. Qualcuno diceva:” Sembra lo sbarco in Normandia” ma poi, rimanendo un po’ a vedere, quasi tutti rimanevano affascinati. Nessuno scontro fisico e niente di più di una moderna “acchiapparella”.

Sapete a chi piace tantissimo il Paintball? Ai cani.…le palline di vernice sono riempite di una sostanza composta da soia della quale sembra i cani siano molto ghiotti….

Italiani d’America: Roberto Donadoni, toccata e fuga a New York con una simulazione ‘da Oscar’

Italiani d’America: Roberto Donadoni, toccata e fuga a New York con una simulazione ‘da Oscar’

Primavera del 1996: la ‘maledizione di Caricola’ è appena entrata a far parte della storia del calcio ‘made in USA’ quando, sempre tra le fila dei New Jersey Metrostars, viene annunciato un acquisto ‘col botto’. Si tratta di Roberto Donadoni, uno dei più grandi talenti che il calcio italiano abbia espresso a cavallo degli anni 80/90.

In dieci anni di Milan, il furetto di Cisano Bergamasco ha vinto praticamente tutto, diventando una colonna portante nell’undici titolare del rivoluzionario Arrigo Sacchi prima e del pragmatico Fabio Capello poi.

A pochi giorni dall’inizio della calda estate del 1996, tuttavia, i rossoneri, ormai prossimi a porre fine a uno dei cicli più vincenti nella storia del calcio mondiale, decidono che l’esperienza di Donadoni nella città meneghina può dirsi conclusa e lasciano libero il ragazzo di scegliere la sua prossima destinazione; di offerte ne giungono tante, a 32 anni anche nel calcio che conta si pensa che Donadoni possa ancora offrire sprazzi della sua immensa classe, eppure lo storico numero sette del Milan opta per un’esperienza completamente diversa.

Si va in America, in un calcio, in quel momento, ancora lontano dal poter essere considerato professionistico. Poco importa, però. Donadoni è alla ricerca di un’esperienza diversa soprattutto dal punto di vista personale e sceglie di accasarsi a New York, dove ad attenderlo trova il già citato (e sfortunato) connazionale Nicola Caricola.

In realtà, l’accordo tra Donadoni ed il General Manager dei Metrostars Charlie Stillitano era già stato trovato nel febbraio del 1996; tuttavia, con il Milan di Capello in lotta per conquistare il quindicesimo titolo nazionale della propria storia, Silvio Berlusconi raggiunge un ‘gentleman agreement’ con la squadra americana per trattenere il ragazzo in Italia fino alla possibile conquista del tricolore (che poi avverrà).

Il debutto di Donadoni negli Usa risale al 4 maggio del 1996. Il pubblico è entusiasta e riserva al campione bergamasco un’accoglienza degna di nota.

La storia d’amore tra il calciatore e il proprio pubblico, però, subisce un brusco stop già dopo poche settimane dal proprio avvio; Arrigo Sacchi, infatti, convoca in nazionale Donadoni per gli Europei inglesi del 1996 ed il ragazzo gioca solo poche partite prima di ripartire per aggregarsi agli azzurri.

In Inghilterra, tuttavia, l’esperienza italiana è tutt’altro che eccezionale (nazionale eliminata già nel girone) e Donadoni a metà luglio è di nuovo negli USA, stavolta per restare più a lungo.

L’ex Milan, in un calcio così poco probante, sembra un gioiello planato in un mare di cianfrusaglie; nella prima partita giocata dopo il suo ritorno dal soggiorno in nazionale, Donadoni firma due assist mentre il mese di agosto lo consacra come vero protagonista del campionato statunitense grazie ai tre gol messi a segno.

La squadra, comunque, è veramente poca cosa e fallisce (di poco) l’accesso ai playoff, utili per decretare il vincitore del titolo.

L’anno seguente, però, va paradossalmente ancora peggio.

Ci si aspettano grandi cose dai Metrostars, che possono contare su ‘The Maestro’ (lo stesso soprannome riservato al giorno d’oggi ad Andrea Pirlo dai tifosi dei NYFC) sin dall’inizio della stagione. La situazione, invece, finisce per essere addirittura peggiore rispetto all’anno precedente.

I Metrostars terminano la regular season all’ultimo posto della Eastern Conference e, ovviamente, addio playoff di nuovo.

L’addio, stavolta, c’è anche per Donadoni che, dopo una sola stagione e mezza in America, torna sui propri passi e riabbraccia il rossonero del Milan.

Ad invocarlo è ancora Fabio Capello, tornato a sua volta a Milanello per tentare di risollevare il club dopo un’annata tutt’altro che eccellente. Il tecnico di Pieris non riuscirà nella disperata impresa durante la stagione 1997/1998 (quella degli ‘altri’ olandesi: Kluivert e Bogarde) ma Donadoni riuscirà comunque (seppur, in questo caso, con un ruolo marginale) a conquistare nuovamente lo scudetto con il Milan nella stagione 1998/1999 con Alberto Zaccheroni in panchina.

L’esperienza americana di Donadoni, dunque, di certo non fu all’altezza della sua straordinaria carriera.

Eppure, qualcosa di ‘meraviglioso’ nel corso del soggiorno statunitense del campione bergamasco rimane ed andiamo presto a raccontarlo.

E’ il 22 marzo 1997. I Metrostars stanno sfidando i ‘terremoti’ (Earthquakes) di San Josè. La partita termina in parità, così si passa alla brillante idea degli americani per non far terminare la gara con un pareggio: gli shootout.

Donadoni ha appena assistito ad una scena sul terreno di gioco: il portiere avversario Salzwedel ha steso un suo compagno negli shootout e l’arbitro ha decretato un calcio di rigore (il regolamento, infatti, prevede che in caso di fallo sull’attaccante durante lo shootout venga decretato il rigore).

Tocca all’italiano. Donadoni parte lievemente decentrato: un tocco, poi due, palla sotto la suola e poi finta. Il portiere, però, intuisce. A quel punto, l’ex (e futuro) Milan si getta goffamente a terra per poter usufruire di un calcio di rigore. L’arbitro non ci casca e Donadoni si dispera.

Al minuto 2.53, la pietra dello scandalo:

Niente da fare. Donadoni era troppo grande per una MLS ancora così piccola.

 

Stati Uniti, Messico e Canada insieme per i Mondiali del 2026: quando gli affari scavalcano i muri e la Politica

Stati Uniti, Messico e Canada insieme per i Mondiali del 2026: quando gli affari scavalcano i muri e la Politica

E ‘ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada proporranno la loro candidatura congiunta per co-ospitare la Coppa del Mondo 2026. Mentre alcuni dettagli della candidatura non sono del tutto noti in questa fase, altri ne sono emersi. Quello più importante è quello relativo alla ripartizione delle 80 partite totali: gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che entrerebbe con Stati Uniti, Svezia e Germania, nel club dei paesi ad aver organizzato si un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e quindi poco importa se le promesse in campagna elettorale non saranno rispettate, perché un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così  a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Una speranza che potrebbe diventare realtà.

Schweini a Chicago: i motivi di una scelta (apparentemente) insensata

Schweini a Chicago: i motivi di una scelta (apparentemente) insensata

Sei Bastian Schweinsteiger, hai 32 anni (non certo una carriera così prossima alla fine, quindi), sei Campione del Mondo in carica e hai conquistato, nel corso tuo brillante percorso calcistico, oltre venti titoli tra Germania, Inghilterra e competizioni continentali. Decidi di dire addio al calcio europeo dopo mesi di umiliazioni al Manchester United, dove Josè Mourinho (che ora ti chiede scusa) ti considera soltanto un problema, un ‘esubero’, e di tentare l’avventura statunitense.

Tutto normale fin qui; gente come Lampard, Pirlo, Villa, Gerrard, solo per fare alcuni nomi (anche se loro un po’ più in là con gli anni), recentemente ha fatto la tua stessa scelta.

Loro, però, hanno sposato progetti ben diversi: NYFC (succursale del Manchester City oltreoceano) i primi tre e Los Angeles Galaxy (il club più vincente nella storia della MLS) la (ex) bandiera del Liverpool.

Cosa dice a te la testa, invece, per scegliere Chicago (non certo per la città), dove i Fire ormai da quattro anni in MLS navigano in posizioni tutt’altro che di prestigio?

La prima, semplice, risposta condurrebbe a ragioni riguardanti il proprio conto in banca. Eppure, certi fenomeni della palla rotonda anche in realtà diverse e meno probanti, vogliono alla fine sempre e comunque tentare di vincere; soprattutto se non sei per niente ‘bollito’ e l’anagrafe sostiene che ancora hai potenzialmente diversi anni per poter calcare i campi di calcio.

I motivi che hanno spinto Schweini a sposare la causa dei Fire vengono spiegati direttamente dal General Manager del club, Rodriguez, alla seconda stagione con il team di Chicago proprio come il tecnico Veljko Paunovic.

Sapevamo che offrire a Bastian un ottimo stipendio non ci avrebbe messo al riparo dalle offerte di altri club statunitensi e nel mondo. Dovevamo trovare la chiave di volta giusta, ovviamente con la disponibilità del ragazzo. La prima volta che ci siamo incontrati, così, gli ho spiegato la nostra situazione sportiva negli anni recenti e gli ho detto che dopo tutto quello che aveva già vinto, la più grande sfida per lui negli USA poteva essere unicamente con noi, portandoci dall’ultimo posto direttamente al titolo”.

“Il ragazzo mi è sembrato stimolato dall’idea ed infatti ha anche citato LeBron James, che aveva lasciato i Cavs grandi e lì è tornato, dopo l’esperienza a Miami, per far riemergere la squadra di Cleveland sul tetto d’America dopo anni bui.”

Un altro punto a favore dei Chicago Fire è stato il lungo corteggiamento nei confronti del talentuoso centrocampista teutonico. Già durante la scorsa estate, infatti, dalle parti di Chicago erano partite diverse telefonate direzione Manchester per offrire a Schweinsteiger l’opportunità di approdare in MLS.

La risposta iniziale era stata un cordiale “No, grazie”. Ad Old Trafford era appena arrivato Josè Mourinho ed il tedesco voleva giocarsi le proprie chances con lo ‘Special One’. Il portoghese, però, presto fece capire di non puntare su Schweinsteiger e consigliò a Bastian di cambiare aria.

Il ragazzo, dunque, da quel momento ha iniziato a riflettere sul proprio futuro e sul finire del 2016 accettò pure di incontrare l’allenatore dei Fire Paunovic, che gli illustrò il progetto del club per risalire la china. Un timido approccio ma, almeno, il ghiaccio era rotto.

I contatti sono poi proseguiti in maniera costante, con Schweinsteiger sempre più attratto dai Fire e, soprattutto, dall’alto grado di preparazione del loro allenatore.

A gennaio, però, lo United lascia partire il centrocampista francese Schneiderlin, direzione Everton, e Schweini torna così più o meno in pianta stabile in prima squadra (seppur mai preso realmente in considerazione per giocare nell’undici titolare). Sembra, così, tramontare il sogno del duo Rodriguez-Paunovic.

A questo punto, però, è il tedesco a spingere per poter andare a Chicago, anche in luogo di un ultimatum del club statunitense: “Vieni ora o non si fa nulla. Averti qui nel periodo estivo non ci servirebbe a niente”.

L’incontro decisivo avviene a Manchester, stavolta tra il calciatore ed il General Manager dei Fire.

I toni, però, sono diversi da quelli amorevoli di Paunovic a suo tempo.

“Noi ti vogliamo davvero e crediamo che tu possa dare tanto alla nostra squadra in tema di leadership, oltre che a livello tecnico, ma tu…tu sei veramente convinto della scelta? Sei consapevole di quello a cui vai incontro? Giocheremo partite in condizioni climatiche complesse ed inoltre tu sarai la star super pagata accanto, invece, a tanti umili ragazzi di vent’anni provenienti da qualche High School americana.

Confesserà il GM qualche giorno dopo l’accordo:Ho voluto spaventarlo un po’, smuovere il suo animo per capire se scegliesse noi solo per soldi, o fuggire dallo United, a quel punto, oppure se volesse veramente sposare la nostra causa. Ho capito, alla fine, che Schweini vuole vincere anche questa sfida, una delle più difficili della sua carriera, facendoci rinascere”.

Dai tempi del Pallone d’Oro bulgaro Hristo Stoichkov (tre stagioni in MLS con i Fire, dal 2000 al 2002, con 51 presenze e 17 gol all’attivo), visto anche in Italia per una fugace esperienza in quel di Parma dove, di fatto, tolse il posto a ‘Magic Box’ Gianfranco Zola, a Chicago non si vedeva un campione proveniente dal calcio europeo di simile calibro.

Basterà per far rinascere Chicago dalle proprie ceneri? Lo scopriremo presto, sul campo di una Major League Soccer che si preannuncia sempre più equilibrata. Intanto nel pareggio della scorsa giornata, Bastian ha segnato la prima rete per la Città del Vento. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Independence Day: la svolta USA per l’evoluzione del soccer

Independence Day: la svolta USA per l’evoluzione del soccer

Gli Stati Uniti, ormai, sanno cosa significhi (realmente) giocare a calcio. Bye bye, dunque, allo U.S. Soccer Residency Program.

Dopo essere riusciti a stabilire un progetto per creare un ambiente di formazione di successo ogni giorno, il suddetto programma, dedicato agli Under 17 statunitensi, completerà il suo ultimo semestre, dopo 18 anni di onorata attività, presso l’IMG Academy di Bradenton, in Florida. 33 calciatori passati in nazionale maggiore ed oltre 150 giocatori professionisti; questi i numeri del programma studiato nel 1999 per aumentare capacità ed interesse nei confronti del soccer in USA.

Una delle nostri principali speranze quando si stabilì il Residency Program era che arrivasse un momento in cui direttamente i club potessero pensare a far crescere i propri giovani e non dovesse pensarci la federazione. Bene, quel momento noi tutti crediamo che sia giunto”, queste le parole del presidente della federcalcio statunitense Sunil Gulati.

“Non solo il programma ha portato un gran numero di giocatori chiave alle nostre squadre Nazionali, ma è pure servito come modello da seguire per le accademie in tutto il paese”.

Creato nel 1999, il Residency Program ha creato un ambiente d’alta qualità per i migliori 20 giocatori cresciuti ogni anno nel paese, concentrandosi quotidianamente sulla loro formazione per migliorare lo sviluppo, sia tatticamente che tecnicamente. Otto anni più tardi, il successo del programma ha contribuito a guidare il lancio dell’Accademia di sviluppo del calcio statunitense, che ha condotto il modello Residency Program direttamente a livello di club, contribuendo alla creazione di un ambiente di sviluppo d’elite per più di 60 club.

 “E’ un momento agrodolce perché il programma è stato prezioso ed efficace per quasi due decenni; un pezzo fondamentale del processo di sviluppo per il nostro calcio”, ha detto il tecnico dell’Under 17 degli USA, John Hackworth. “La fine del Residency Program segna, comunque, il passo successivo nell’evoluzione dello sviluppo dei giocatori in questo paese”.

“Dal nostro punto di vista, però, cambia poco. Manterremo sempre una robusta e, speriamo, di valore programmazione per realizzare i nostri obiettivi, ovvero fornire giocatori con esperienza internazionale e con talento alla selezione maggiore”, ha detto Hackworth.

Ma quali sono stati i successi del Residency Program?

Innanzitutto, un cenno storico: il primo programma ebbe inizio il 17 gennaio del 1999.

Da allora, oltre 450 calciatori hanno sostenuto il Residency Program, e più di 150 atleti sono finiti nella Major League Soccer o in leghe professionistiche europee.

33 sono invece i giocatori che hanno raggiunto la nazionale maggiore degli USA dopo aver completato il programma. Alcuni esempi? Star come Landon Donovan, Jozy Altidore, DaMarcus Beasley, l’attuale capitano della nazionale Michael Bradley (compagno di Giovinco a Toronto ed ex Roma), oltre al gioiellino del Borussia Dortmund Christian Pulisic, che ‘rischia’ seriamente di diventare il più grande calciatore mai visto oltre Oceano (oltre che uno dei migliori del calcio europeo).

Gli altri ‘ex Residency Program’ giunti in nazionale sono: Kellyn Acosta, Freddy Adu, Gale Agbossoumonde, Juan Agudelo, Paul Arriola, Kyle Beckerman, Bobby Convey, Landon Donovan, Greg Garza, Eddie Gaven, Luis Gil, Omar Gonzalez, Joe Gyau, Eddie Johnson, Perry Kitchen, Eric Lichaj, Justin Mapp, Chad Marshall, Dax McCarty, Oguchi Onyewu, Heath Pearce, Santino Quaranta, Robbie Rogers, Rubio Rubin, Brek Shea, Jonathan Spector, Danny Szetela e Anthony Wallace.

A proposito di nostalgia, un termine oggi molto in voga nel web, appassionati di calcio ‘made in USA’, quanti di questi atleti ricordate?