Vuoi vedere la partita? La giustificazione te la firma Nesta

Vuoi vedere la partita? La giustificazione te la firma Nesta

Si gioca questa notte, nella splendida cornice dell’Orlando City Stadium (ore 01.30 italiane), il match tra i padroni di casa ed il Miami FC di Alessandro Nesta, valevole per il Quarto Turno della Coppa Nazionale Statunitense.

Uno scontro che ha un forte sapore di Italia, di Milan in particolare, visto che, oltre al già citato Nesta, della sfida farà parte anche l’ex leggendario numero 22 rossonero Kakà.

Per Alessandro Nesta, che attualmente sta conducendo dalla panchina in maniera più che positiva i suoi, primi in classifica nella NASL (un tempo glorioso e più importante campionato di calcio negli USA, oggi, invece, ‘solo’ seconda serie), una partita decisamente rilevante per capire le reali ambizioni e potenzialità del proprio club.

Una gara così importante per la quale proprio l’ex capitano della Lazio ha deciso di scendere in campo con una richiesta assai singolare nei confronti delle istituzioni di Miami; con l’obiettivo di chiamare a raccolta i tifosi per il match contro Orlando, infatti, Nesta ha esplicitamente chiesto un giorno libero per i lavoratori e per gli studenti di Miami: “L’appuntamento che ci riguarda è utile a club e città”.

Tutto ciò accade in maniera assolutamente ufficiale, attraverso un comunicato rilanciato presso i vari account del Miami FC sui social più importanti del mondo.

All’interno di esso, si propone di concedere un ‘day off’, come si dice da quelle parti, a più gente possibile per consentire ad un gran numero di tifosi di seguire la squadra. Nel comunicato, si legge:

“Il Miami FC è approdato al quarto turno della US Open Cup e il 14 giugno si recherà ad Orlando per sfidare un avversario di Major League Soccer. L’attesa per questa gara è enorme e degna di un giorno di vacanza”.

“Abbiamo bisogno di ogni singolo tifoso per scrivere la storia ad Orlando, concedere una giornata libera sarebbe un bene sia per il nostro club che per la città di Miami”: queste le parole di Nesta presenti all’interno del testo (con tanto di firma in calce dell’ex difensore).

Il modulo va riempito con i propri dati anagrafici e fatto firmare al proprio datore di lavoro.

Non c’è che dire, sarà pure ‘soccer’ e non ‘football’, ma negli States, quanto a strategie di marketing, si viaggia ad una velocità doppia, o forse anche di più, rispetto all’Europa

Homer Simpson nella Hall of Fame del Baseball

Homer Simpson nella Hall of Fame del Baseball

Benvenuto Homer Simpson.

A 25 anni dalla messa in onda dell’iconico “Homer alla battuta”, la prima puntata in cui il papà di casa Simpson si cimenta in uno sport, il mondo del baseball si accorge del grande contributo dato alla causa ed in una cerimonia speciale a New York è stato introdotto nel Nirvana di questo sport.

In “Homer at the Bat” il protagonista si mette alla guida della squadra della centrale nucleare in cui lavora e nonostante le intromissioni del Signor Burns e la porta a grandi successi grazie anche all’acquisto di alcuni big dell’Original Game, ovvero Ken Griffey Jr, Ozzie Smith,  José Canseco e Wade Bogg tra gli altri ma proprio questi tre grandi giocatori, all’epoca tutti all’apice della carriera ed oggi tutti nella Hall of Fame hanno introdotto Homer Simpson in questo speciale paradiso per gli amanti dello sport.

La cerimonia è stata meravigliosa ed è cominciata con la messa in onda della famosa puntata che è entrata nella storia della tv perché mai prima del 20 febbraio 1992 un programma aveva battuto il Cosby Show nella sua fascia oraria ed alla premiazione oltre ad un Homer Simpson gigante, è arrivato a ritirare il premio anche Al Jean, lo showrunner della serie.

Lo stesso protagonista ha poi ringraziato i presenti con un messaggio preregistrato, ed allora con la voce di Dan Castellaneta, il doppiatore originale di Homer, ha echeggiato sui gradini del palazzo l’emozione del nuovo membro della Hall of Fame: “E’ con somma umiltà che entro nella Hall of Fame. Era anche giunto il momento però visto chi c’è: sono certo più grasso di Babe Ruth, Balder e di Ty Cobb ma almeno ho un dito in più di Mordecai ‘Three finger’ Brown.

All’interno della sala dedicata ad Homer, tutto su quel famoso episodio di 25 anni fa insieme ad alcuni cimeli tratti dal “Più intelligente programma tv mai creato”, almeno secondo Steven Hawking.

 

 

Ciao Nicky, il ragazzo normale che diventò Campione del Mondo

Ciao Nicky, il ragazzo normale che diventò Campione del Mondo

Nicky Hayden ci ha lasciato. Lo ha fatto a 35 anni. In silenzio, probabilmente col sorriso sulle labbra come aveva abituato tutti a vederlo. Kentucky Kid, il ragazzo del Kentucky come veniva soprannominato, ha insegnato al mondo del motociclismo che per vincere non bisogna essere un fenomeno; si può diventare Campione del Mondo anche col lavoro minuzioso e costante, credendoci fino in fondo e non mollando mai.

Nicky, a dir la verità noi italiani un po’ ti abbiamo odiato nel 2006 ma di un odio di quelli belli che ti fanno sentire di aver fatto qualcosa di incredibile e anche per questo rimarrai nei cuori di tutti. Sei stato colui che ha strappato il Mondiale a Valentino Rossi, ma lo hai fatto con tutta la sportività e l’umiltà che il mondo ti ha donato. E quasi quasi, in quel 2006 che portava con sé “Seven Nation Army”, siamo stati felici per la tua grande conquista. “La fortuna è buona con chi è buono” dichiarasti subito dopo Valencia. Una frase magnifica che racchiudeva l’essenza del tuo essere. Avevi la faccia del bravo ragazzo di quelli che è impossibile volere male e quando abbassavi la visiera diventavi un “bastardo dall’animo leale”. Honda e Ducati ti hanno stimato, il paddock del motomondiale ti ha ammirato. Anche derapando via ci hai lasciato un insegnamento: le piste una sbavatura te la concedono, la vita no non è tanto benevola. Il motorsport ha perso tanti gladiatori ed ognuno di questi ha impresso a fuoco nella mente degli appassionati un qualcosa che lo caratterizzava. Di Hayden ci resterà il suo “69” sui capeggiava un pizzetto da classico ragazzo americano con stampato un sorriso che significava sincerità. Spiegarsi il perché la vita giri così è difficile, quasi impossibile. Cercare una risposta ad un fato beffardo diventa un tormento che brucia l’animo e lascia senza voce. Su due ruote sei nato, cresciuto, diventato una leggenda ed un idolo. Due ruote senza motore ti hanno tolto tutto, ma non l’amore e la gioia che ti ha visto in pista proverà ricordando il tuo nome. Ciao Nicky, buona corsa!

Italiani d’America: Walter Zenga, l’uomo ragno tra i grattacieli di Boston

Italiani d’America: Walter Zenga, l’uomo ragno tra i grattacieli di Boston

1997: dopo una vita calcistica costellata di successi con la sua amata Inter e le esperienze tra Genova (sponda Samp) e Padova, l’uomo ragno Walter Zenga decide di dire addio all’Italia, rescindendo il contratto con i biancorossi allora militanti n Serie B. Una vetrina decisamente troppo piccola, pure a 37 anni, per chi ha contribuito a scrivere la storia dei numeri uno in azzurro.

Il motivo, però, è soprattutto un altro: il desiderio irrefrenabile di tentare una nuova esperienza in territori dove il calcio è un mondo completamente diverso da quello vissuto nella nostra nazione (un leitmotiv che perdurerà anche da allenatore per il buon Walter).

C’è un paese, in particolare, che affascina Zenga: gli USA.

La Major League Soccer è appena nata e si sta tentando di costruire qualcosa di importante da quelle parti. L’ex Inter, dunque, appena conclusa l’esperienza patavina, insieme al proprio agente tenta di sondare il terreno per alcune possibilità di ingaggio nella nuova lega statunitense.

Detto, fatto. A Zenga perviene ben presto un’offerta ufficiale dei New England Revolution. La proposta è di quelle che non si possono rifiutare e il portiere sbarca così a Boston. La squadra, a dire il vero, non è esattamente competitiva ed è reduce da due fallimenti nelle altrettante prime stagioni della propria storia (e della MLS).

Poco importa, il sogno americano di Zenga ha inizio.

L’impatto è straordinario: il numero uno italiano gioca 22 partite e contribuisce in maniera decisiva a condurre il club alla prima storica qualificazione ai playoff che assegnano il titolo.

A questo punto, però, interviene la sfortuna: Zenga si infortuna gravemente al ginocchio e decide che è arrivato il momento di appendere gli scarpini (o, per meglio dire, i guanti) al chiodo.

Il board della società accetta con amarezza la scelta di Zenga ma sa di aver bisogno della grande esperienza dell’ex numero uno dell’Inter anche solo all’interno del club. Ecco, così, una nuova offerta: diventare osservatore per conto della società bostoniana in modo da portare i migliori talenti tra le fila dei Revolution.

Zenga accetta con orgoglio ma soltanto dopo poche settimane lo scenario cambia nuovamente e radicalmente.

Reduce dalla sua partita d’addio a San Siro, “mi sono concesso una lunga vacanza. Due mesi in giro tra isole Vergini e Caraibi. Nel viaggio era prevista una tappa a Boston, dove i New England Revolution mi avevano organizzato una festa come quella di Milano. Era un brutto momento, per la squadra: ultima in classifica, attacco e difesa peggiori del campionato, pubblico in calo. La serata in mio onore prevedeva una sfida ai Los Angeles Galaxy. Sono arrivate trentaseimila persone, a festeggiarmi. Appena finita la partita, il general manager mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha messo in mano un contratto per guidare la squadra“.

Incredibile.

Salta, dunque, la panchina dell’olandese Thomas Rongen e per Walter si spalancano le porte della sua prima esperienza da tecnico. Ma non solo. Il ruolo è quello di allenatore e calciatore allo stesso tempo. Nella stagione 1998, tuttavia, Zenga non sfrutta mai quest’ultima possibilità.

L’anno successivo, invece, cambia idea.

Nel 1999, infatti, Zenga’s back! A 39 anni suonati, difende i pali dei New England Revolution in 25 partite. Si destreggia ottimamente ed infatti viene addirittura convocato per l’All-star game della lega. La squadra, tuttavia, non gira. La stagione dei Revolution termina al quinto posto della Eastern Conference, senza i tanto agognati playoff.

Zenga viene, così, sollevato dall’incarico e l’esperienza americana si conclude definitivamente, non senza una piccola coda polemica.

“Avevo un contratto fino al 30 ottobre, ma la finalissima del campionato è a novembre. Allora un mese fa ho chiesto al GM della società dei chiarimenti. Nessuna risposta. Così mercoledì ho mandato un fax: “Devo valutare altre offerte, ditemi se volete rinnovarmi il contratto o no. Ma me lo dovete dire subito”. Giovedì si è presentato al campo il GM e mi ha detto che non avrei più giocato né allenato. Credo che abbiano interpretato, sbagliando, la mia lettera come un ultimatum”. In effetti, il g.m. dei Revolution, Brian O’ Donovan, afferma in seguito: “Noi volevamo aspettare la fine della stagione per valutare l’operato di Zenga, ma lui ci ha messo alle strette e posto un ultimatum…”

In MLS, ad ogni modo, Zenga non è certo stato un personaggio di passaggio.

Basti pensare che a lui fu addirittura dedicata la divisa da portiere dei Revolution nel 1999. In che modo? Venne inserita una ragnatela in bella vista sulla maglia, in onore al suo soprannome. Una maglietta che riscosse grande successo tra i fan americani e che è entrata nella storia come una delle più assurde mai presentate in MLS.

Italiani d’America: ‘Nanu’ Galderisi, un’esperienza agrodolce tra Massachusetts e Tampa

Italiani d’America: ‘Nanu’ Galderisi, un’esperienza agrodolce tra Massachusetts e Tampa

A metà degli anni Novanta, con una Major League Soccer praticamente nuova di zecca, la migrazione di italiani nella terra dell’American Dream diventa elemento assai meno raro rispetto al passato.

Avviene, così, che Donadoni e Caricola si accasino in quel di New York e che, soltanto qualche mese dopo, decidano di seguirli altri due connazionali con un passato di grande livello in patria: stiamo parlando di Giuseppe ‘Nanu’ Galderisi e di Walter Zenga.

Il protagonista dell’appuntamento odierno è l’ex centravanti, tra le tante, di Juventus e Padova.

‘Nanu’, come viene affettuosamente soprannominato nel mondo del calcio a causa della sua altezza non esattamente macroscopica, inizia la propria carriera nella Juventus. Cosa chiedere di più, si potrebbe affermare?

Eppure, Galderisi riesce ad affermarsi, in età giovanile, grazie ai gol e alla caparbietà mostrati con la maglia del Verona di Bagnoli, con il quale conquista lo storico tricolore della stagione 1984-85. Dopo tre stagioni trascorse tra le fila degli scaligeri, l’attaccante sembra poter spiccare definitivamente il volo con la casacca rossonera del Milan.

‘Nanu’, infatti, è uno dei primi colpi messi a segno da Silvio Berlusconi. Tutto lascerebbe presupporre che Galderisi diventi una colonna portante della squadra affidata ad Arrigo Sacchi. Ma non è così. I gol messi a segno sono soltanto tre in stagione e il centravanti di Salerno viene, così, ‘scaricato’ alla Lazio, allora militante nella serie cadetta.

L’esperienza romana, così come il successivo ritorno a Verona, non è, tuttavia, positiva per ‘Nanu’, che a soli 26 anni pare aver smarrito il grande talento mostrato fino a poche stagioni prima.

Rinascerà a Padova, dove trascorrerà sei magnifiche annate, prima di giungere nella neonata MLS statunitense.

E’ l’inizio del 1996, quando Galderisi decide di sposare il progetto dei New England Revolution.

La sua esperienza nel Massachusetts, però, si rivela completamente avara di soddisfazioni. 4 presenze e zero gol bastano ai vertici del club per decidere di salutare senza troppi rimpianti l’ex attaccante del ‘Verona dei miracoli’.

Mai errore fu più grossolano.

A 33 anni, Galderisi è ancora un attaccante in salute e voglioso di buttare il pallone nel sacco e lo dimostra a Tampa. ‘Nanu’, infatti, firma per i Tampa Bay Mutiny, società alla stagione d’esordio in MLS che, con sette gol in 21 partite, trascinerà alla conquista del Supporters’ Shield.

Per parte della stagione seguente, il calciatore resta a Tampa, dove realizza gli ultimi cinque gol della sua onorata carriera.

A metà campionato, però, richiamano i New England Revolution e Galderisi non resiste alla tentazione di affermarsi pure lì dove non aveva avuto la possibilità di farlo. Frank Stapleton, tecnico che aveva ben presto messo da parte Galderisi l’anno precedente, non è più sulla panchina dei Revolution e ‘Nanu’ è convinto di poter continuare a gonfiare le reti americane sotto la guida del nuovo allenatore Thomas Rongen, che, nel corso della conferenza stampa di presentazione, definisce Galderisi un “calciatore dotato di un talento e un’esperienza incredibili”.

Il General Manager Brian O’Donovan, invece, afferma: “L’esperienza di Beppe nella nostra stagione inaugurale non è andata certo come ci attendevamo ma sono convinto che, grazie ai molti cambiamenti che abbiamo provveduto ad effettuare e all’atmosfera gioiosa che c’è ora in squadra, lui risulterà decisivo per portarci ai playoff e a vincere il titolo”.

Le ultime parole famose: Galderisi scenderà in campo (nuovamente) con i New England Revolution per sette volte prima di appendere definitivamente gli scarpini al chiodo.