Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Cominciò tutto con due sorsi di birra, a tredici anni. Iniziò così la road to perdition di Todd Crandell: tredici anni di dipendenza da droga e alcool. Sarà lo sport a fargli riveder le stelle. E il più faticoso di tutti, l’Ironman, il triathlon estremo: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e una maratona, da completare in meno di 17 ore. Veloce verso il traguardo per alleviare l’agonia. Il fisico provato oltre ogni limite diventa testimonianza di rinascita. È questo che insegna oggi a generazioni di americani nei suoi discorsi motivazionali e attraverso l’associazione che ha creato, Racing for Recovery. Correre per guarire.

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Ma da cosa doveva guarire il tredicenne Todd? La risposta è nascosta nelle ombre di una foto di famiglia. È scattata a Sylvania, nel 1968: Terry, 24 anni, abbraccia la bionda Louise, di 21. Si sono conosciuti quando Louise ne aveva 16 e Terry uno studente della Ohio State University tornato a casa a trovare i genitori. La nascita di Todd cambia la vita di Louise, che cerca di dimenticare la depressione con l’eroina, lo speed, l’LSD. Terry ottiene il divorzio e la custodia del figlio. Louise promette che vuole rimanere sobria ma il 23 settembre 1970 prende la macchina e si lancia a tutta velocità giù da un ponte sulla Route 23: è il primo suicidio al volante nella storia dell’Ohio. Todd ha tre anni.

È il vuoto di quella morte che cerca di riempire. La prima volta diventa presto una seconda, dall’assaggio di birra a un’intera bottiglia di Jack Daniels il passo è brevissimo. Presto si aggiungono marijuana, cocaina, eroina, e poi Valium, Percodan, Quaaludes (grazie a un amico farmacista). Eppure, riesce a nascondere la dipendenza dall’alcool in famiglia e ai compagni di squadra. Sì, perché Todd è la stella della squadra di hockey della  Northview High School, il portiere che li sta portando verso il titolo dell’Ohio del 1985. Ma prima di una partita, Todd viene scoperto a tirare di coca. Il coach, Jim Cooper, decide di cacciarlo dalla squadra. È una decisione difficile, uno dei giocatori gli dice senza troppi giri di parole: “Così sta buttando via il titolo dello stato”.

Todd butta via anche di più: la borsa di studio per la Ohio University, il sogno di giocare un giorno nella National Hockey League, il rispetto della famiglia. “Questo è il giorno più brutto della mia vita dopo il suicidio di tua madre” gli dice il padre in lacrime. Passeranno otto anni perché Todd tocchi il fondo, perché decida di reagire.

È il 13 aprile 1993, Todd viene fermato per la terza volta per guida in stato di ebbrezza. Ha una concentrazione di alcool nel sangue di 0,36: 0,4 è considerato coma etilico. “È la cosa migliore che mi sia mai capitata” ha detto. “In quel momento mi son detto che avrei messo per restare sobrio la stessa determinazione con cui ero rimasto dipendente da alcool e droghe per tutti quegli anni”.

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Anni in cui ha guardato le gare di triathlon estremo e sognato un giorno di provare a correrle, fino a quel 6 novembre 1999, alle Hawaii.Quel giorno sono diventato una delle poche persone al mondo, forse meno di 50mila, che hanno finito un Ironman. Mi ha reso un uomo migliore dal punto di vista fisico, emotivo, spirituale”.

Così,ha provato a restituire, a condividere un messaggio di speranza, ha insegnato a correre per guarire, ha promosso lo sport per prevenire, per evitare di vedere giovani prendere la sua stessa cattiva strada. Oggi attraverso Racing for Recovery organizza incontri di gruppo, è diventato un counselor molto richiesto e viene invitato a tenere discorsi anche nelle scuole. Ha raccontato la sua vita in un libro, From Addict to Ironman, e in due film, Addict: racing for recovery Running with Demons.

L’associazione, spiega il padre che vive poco lontano da Todd, dalla moglie Melissa e dai loro quattro figli, “fa per Todd, ogni quanto, tanto quanto lui fa per tutti quelli che partecipano dagli eventi. È questo il suo percorso per rimanere sobrio e per stare dove ha bisogno di essere”. Perché, come ha scritto anche in un suo secondo libro, There’s More Than One Way to Get to Cleveland: 10 Lifestyles of Recovery That Lead to Freedom From Addiction, non c’è una sola via per liberarsi dalla dipendenza. C’è, questa sì, un solo punto di partenza. Comincia tutto con la forza di volontà individuale. “La strada verso la libertà è disponibile per tutti” spiega. “Ma non è una strada per quelli che vogliono. È per quelli che lo fanno”.

Dalle spiagge americane alle Leghe professionistiche: le origini del Frisbee, non chiamatelo passatempo

Dalle spiagge americane alle Leghe professionistiche: le origini del Frisbee, non chiamatelo passatempo

Tra gli sport più particolari che si stanno affacciando in questi anni al professionismo c’è il Frisbee. Anzi l’Ultimate, o Flying Disc, perché le Leghe non possono utilizzare la parola ‘Frisbee’ nel nome in quanto marchio registrato da una nota azienda di giocattoli. I primi tentativi di produrre un Frisbee risalgono al secondo dopoguerra, ad opera di due reduci del conflitto, Walter Frederick Morrison, che pare ebbe l’idea guardando degli studenti di Yale lanciarsi dei contenitori per torte della Pasticceria Frisbie Company (da qui il nome), alcune fonti addirittura dicono che questi lanci di tortiere tra studenti venissero praticati già nell’Ottocento, e Warren Francisconi che lo finanziò.

Nei primi anni Sessanta il Frisbee iniziò a diffondersi come passatempo sulle spiagge americane, mentre data 1968 la nascita dell’Ultimate Frisbee come sport codificato grazie ad una scuola del New Jersey, la Columbia High School di Maplewood. Le squadre sono composte da sette giocatori, inizialmente miste, donne e uomini, anche se con lo svilupparsi del gioco la categoria Open è diventata sempre più una competizione solo maschile e sono nate divisioni femminili, miste, o 3 donne e 4 uomini o viceversa, e naturalmente giovanili. Esiste anche una versione per i disabili.

Scopo del gioco è quello di far arrivare il disco nell’area di meta della squadra avversaria, come nel Football Americano, il contatto fisico tra i giocatori è però vietato, e chi è in possesso del frisbee deve lanciarlo ai compagni di squadra senza potersi muovere dalla sua posizione.
Ad oggi esiste una Federazione Mondiale, la WFDF, World Flying Disc Federation, di cui fa parte anche la Federazione Italiana Flying Disc, a cui sono tesserate una cinquantina di squadre.

Particolarità della disciplina è che non esistono arbitri e i giocatori devono autogestirsi rispettando le regole con grande sportività. Se un giocatore chiama un fallo tutti devono restare nella posizione in cui si trovano e la controversia viene risolta da una specie di pubblica assemblea tra i giocatori. Naturalmente nelle Leghe professionistiche che si stanno sviluppando negli Stati Uniti e in Canada tale sistema era ingestibile ed è stata introdotta la figura dell’arbitro.

Due sono le organizzazioni professionali, per la precisione il loro status giuridico attuale è semiprofessionistico, dell’Ultimate in Nordamerica, la AUDL, American Ultimate Disc League, e la MLU, Major League Ultimate. Della prima, attiva dal 2012, fanno parte 26 squadre, 22 statunitensi e 4 canadesi, ripartite in quattro Conference. La MLU invece si compone di sole 8 squadre, 7 statunitensi e 1 canadese, ed è anche lei attiva dal 2013. Le partite MLU sono trasmesse in diretta sul canale YouTube gestito direttamente dalla Lega, sempre su YouTube è possibile vedere immagini delle partire targate AUDL.

Insomma anche il dischetto di plastica che probabilmente ha accompagnato le vacanze di molti di noi, è ormai uno sport a tutti gli effetti!

Vito Antuofermo, il combattente della working class italo-americana racconta la sua boxe

Vito Antuofermo, il combattente della working class italo-americana racconta la sua boxe

Esistono pugili, ma si potrebbe dire uomini, che una volta raggiunto il successo dimenticano all’improvviso le loro origini, e altri che continuano a lottare con dignità, schivando e incassando i colpi del fato per ripartire al contrattacco appena si apre uno spiraglio. Sarebbe stato sufficiente vedere combattere Vito Antuofermo anche solo una volta per capire di quale categoria facesse parte. Incassava senza arretrare, ogni incontro si trasformava in una battaglia epica in cui il campione della working class italo-americana tramutava la sua “fame” in ardore e audacia. Nato nel 1953 a Palo del Colle (Bari), Antuofermo emigra con la famiglia a New York negli anni ’60 per cercare fortuna negli Stati Uniti e nel 1979 conquista il titolo di campione del mondo dei pesi medi. Quello che sorprende non è solo la sua carriera costellata di combattimenti memorabili, ma la semplicità con la quale ha affrontato la vita una volta appesi i guantoni al chiodo. Quando i riflettori si spengono e il telefono smette di squillare, la quotidianità può diventare drammatica per chi ha raggiunto l’apice; questo ad un fighter come Vito, the champ come lo chiamano ancora gli amici, non è accaduto. Lo incontro nella sua Brooklyn e parliamo di boxe, di pugili, di imprese leggendarie ma anche di cinema e di storie di vita.

In Italia ti ricordano sempre con simpatia, forse anche per il tuo modo di combattere impetuoso e trascinante.

Avevo uno stile semplice, come il mio carattere.

Quando sei arrivato a New York?

Arrivai nel 1968 con mio fratello e mia madre. Mio padre, un fratello di dieci anni più piccolo di me e due sorelle rimasero in Italia; avevo anche una nonna di novanta anni. Quando quest’ultima si ammalò, mia madre tornò in Italia ma dopo poco mia nonna morì. A quel punto mia madre venne in America con tutti gli altri miei fratelli. Mio padre invece ebbe problemi con il passaporto per motivi politici, era un comunista e fu anche arrestato per un paio di giorni in Italia. Poi glielo diedero e venne anche lui.

Perché avete deciso di venire in America?

In quel periodo in Italia non ce la passavamo bene.

Come ti sei avvicinato alla boxe?

Era il 1969. Stavo andando al mare con la bicicletta insieme ad un amico, come facevamo spesso. Quel giorno c’era molto traffico e decidemmo di tornare indietro. Indossavo una maglietta aderente e avevo i muscoli in vista. Tre afroamericani ci affiancarono con la macchina e mi dissero che i miei muscoli erano “shit” (merda ndr). Io non conoscevo bene l’inglese e chiesi al mio amico cosa ci stessero dicendo ma lui aveva paura e non mi disse niente. Nel traffico continuavano a venirci dietro e ad un certo punto uno di loro ci fece vedere un coltello. Il mio amico andò di corsa a chiamare un poliziotto italiano che conoscevamo ma quando tornarono io già ne avevo steso uno. Poi arrivò la polizia, ci fermò e ci portò via in macchina. Accanto all’ufficio di polizia c’era la PAL (Police Athletic League), i poliziotti non ci arrestarono ma ci portarono in palestra e ci dissero che se ci piaceva fare a botte potevamo andare alla palestra della polizia e combattere lì. C’era una stanza piccola con un ring a 20 cm dal muro. Un poliziotto chiamò l’allenatore di pugilato, era un italiano e si chiamava Joe LaGuardia, e quest’ultimo mi chiese se volevo boxare. Io risposi di sì ma sapevo solo fare a botte per strada, tirare pugni, “dare le stoppate”. Mi mise sul ring con un afroamericano che aveva più esperienza di me e me le diede. LaGuardia si rese subito conto che ci mettevo il cuore ma che non avevo esperienza e mi disse: “voglio vedere se torni domani”. Tornai il giorno dopo perché volevo imparare a boxare e per avere la rivincita su quel pugile afroamericano. I tre ragazzi con i quali avevo discusso invece non tornarono mai più in palestra, perché gliene avevo già date abbastanza (sorridendo ndr). Una settimana dopo LaGuardia mi disse se volevo fare un incontro a Manhattan. Accettai e vinsi, quello fu il mio primo vero incontro. Era il settembre del 1969.

I primi anni ti sei allenato lì?

Sì i primi due anni mi allenai lì con Joe. Nel gennaio del 1970, dopo circa tre mesi, mi iscrissi al torneo dilettantistico del Golden Gloves (guanti d’oro ndr) e vinsi nella categoria welter dopo aver messo KO sei pugili. È un torneo molto prestigioso. Quando andai a registrarmi volevo iscrivermi nella categoria dei pesi medi; avevo visto combattere Benvenuti e volevo fare la sua stessa categoria nonostante pesassi 150 libbre (circa 68kg ndr). L’allenatore addirittura voleva farmi combattere come peso leggero ma gli dissi di no. Nel 1971 arrivai di nuovo in finale del Golden Gloves ma persi contro Eddie Gregory. Una sera dello stesso anno andai a vedere un incontro tra professionisti. Arrivai presto e a volte, quando erano previsti più incontri, poteva capitare che qualche pugile non si presentasse. Quella sera mancava un pugile ed una persona che mi conosceva mi chiese se volessi combattere. “Guadagni dei soldi” mi disse. Io chiesi quanto fosse il compenso perché in quel periodo non stavo lavorando. “400 dollari per 4 rounds”. Accettai e da quel momento diventai professionista. Vinsi quell’incontro contro Ivelaw Eastman ma nessuno mi informò che una volta diventato professionista non avrei più potuto combattere come dilettante e così saltai le Olimpiadi di Monaco nel 1972. Dalle Olimpiadi infatti sono esclusi i professionisti.

Quando hai iniziato a combattere c’era qualche pugile al quale ti ispiravi?

Nino Benvenuti. Fece tre incontri contro Griffith ed il terzo incontro lo vidi al Madison Square Garden; in quel periodo ancora non avevo iniziato ad allenarmi.

Ti ispiravi a Benvenuti ma i vostri stili erano molto diversi.

Sì mi ispiravo a lui perché ero italiano. Mi ricordo quando vinse il titolo nel 1967 contro Griffith, ero ancora in Italia e da noi era notte, scappai di casa per andare a sentire l’incontro con gli amici. Fu il primo incontro che seguii. I miei pensavano che stessi dormendo. Nel 1974 ebbi l’occasione di battermi con Griffith che ammiravo. Quando salii sul ring, in un attimo mi ricordai dell’incontro con Benvenuti, stavo per combattere con un mio idolo. Mi tornò in mente tutto insieme prima del combattimento, un misto di paura e di meraviglia. Quella sera vinsi nettamente (ai punti ndr).

Nel 1976 hai conquistato il titolo europeo dei superwelter.

Sì sconfissi in Germania il tedesco Eckart Dagge, che pochi mesi dopo diventò campione del mondo. Prima di quel match nel 1974 feci un incontro a New York con John L. Sullivan che era un pronipote del primo campione mondiale dei pesi massimi (John Lawrence Sullivan ndr). Veniva da 24 incontri vinti tutti per KO. Era irlandese e c’era una certa rivalità con gli italiani. Anche io venivo da circa 20 incontri imbattuti (unica sconfitta con Harold Weston nel luglio 1973 ndr). L’incontro era stato molto pubblicizzato e si tenne al Madison Square Garden. Vinsi, i giudici mi assegnarono 9 round su 10, e la notizia arrivò anche in Italia. C’era un famoso promoter italiano Rodolfo Sabbatini che mi mandò un ambasciatore, così cominciai a combattere anche in Italia. Nel 1975 a Napoli affrontai il palermitano Nino Castellini che era campione italiano; vinsi anche quel match.

Nel 1976 al Palazzetto dello Sport di Roma però hai perso il titolo contro il britannico Maurice Hope. È stato un brutto colpo?

Sì ero molto dispiaciuto, volevo smettere. Persi per ferita, 15 secondi prima della fine del combattimento l’arbitro sospese il match. Ero in vantaggio di un punto e se avessi perso la quindicesima ripresa saremmo stati pari. Avevo appena 23 anni e così ricominciai ad allenarmi e vinsi un paio di incontri per KO. A volte perdere fa bene. Tra l’altro anche Hope in seguito diventò campione del mondo battendo Rocky Mattioli. Ricominciai e vinsi tutti gli incontri, mettevo tutti KO.

I tuoi genitori cosa pensavano del fatto che praticassi la boxe?

Mio padre non veniva mai a vedermi nonostante i suoi amici lo invitassero spesso. Non voleva che combattessi. Mi ricordo il combattimento con Sullivan al Madison Square Garden, 10 riprese, era circa il mio ventesimo incontro da professionista. C’erano tutti italoamericani sugli spalti. Alla fine dell’incontro vidi uno che saltò sul ring, i poliziotti volevano prenderlo ma lui si buttò sul ring e mi prese in braccio. “Chi è questo qua?” mi chiesi. Era mio padre. Quella sera alcuni suoi amici erano andati a casa sua e lo avevano convinto a venire. Dopo quel match mi seguì sempre, anche quando andai in Italia.

Nel 1979 hai avuto l’opportunità di combattere contro Hugo Corro per il titolo mondiale dei medi. Non ti davano molte chance.

Sì, Corro era il favorito. L’incontro si tenne il 30 giugno del 1979 al Principato di Monaco. Lui era in vantaggio ai punti fino alla settima, ottava ripresa. Il mio allenatore mi disse che stavo perdendo e dalla nona ripresa passai al contrattacco e vinsi il titolo mondiale.

Corro era considerato l’erede di Monzon.

Non tirava forte come Monzon ma era più veloce. Avrei voluto combattere contro Monzon perché era uno di quelli che non scappava, Corro era più difficile perché si muoveva, era svelto. Io volevo incontrare i pugili più forti del mondo. Dopo la vittoria con Corro potevo fare due incontri decidendo gli avversari ma in quel momento Marvin Hagler era il favorito, il numero uno mondiale della WBC e WBA, e dissi “andiamo”. Potevo scegliere due incontri più semplici.

Con il titolo è arrivato anche il successo, come lo hai affrontato?

Fu bello. Fin da quando vinsi il Golden Gloves immaginavo che sarei diventato un campione.

 Dove ti allenavi in quel periodo?

Fino al 1977 mi allenavo nel Queens, poi abbatterono tutto il palazzo e andai alla Gleason’s Gym a Manhattan. A quel tempo la palestra era un buco in una fabbrica, c’erano tre ring, poi è diventata la più famosa al mondo. Durante le riprese di Toro Scatenato (1980) alla Gleason, Isabella Rossellini, che all’epoca lavorava come giornalista nel programma di Renzo Arbore ‘L’altra domenica’, voleva intervistarmi. Rossellini poi si sposò con Scorsese. Conobbi anche Peter Savage, amico di LaMotta, perché i provini per il film li fecero alla Gleason ma io ero già troppo famoso per partecipare.

La prima sfida con “The Marvelous” Marvin Hagler (30 novembre 1979) è stata epica.

Fu davvero un bel match ma quel combattimento non avrei dovuto farlo. Mi stavo allenando a Miami e mi trasferirono a Las Vegas pochi giorni prima. Venivo dalla Florida dove faceva molto caldo, ero vestito in pantaloncini e canottiera e quando scesi dall’aereo, camminando sulla pista, mi accorsi che c’era un clima umido e freddo. Era fine novembre. Quando mi portarono in hotel per riposare mi resi conto di essermi raffreddato e di avere la febbre. Prima dell’incontro feci sparring in palestra e l’altro con cui mi allenavo mi mise sotto. Hagler era dato vincente per 2 a 1 ma, dopo che i giornalisti mi videro fare sparring, i bookmaker alzarono le quote a 5 a 1. Ero svantaggiato anche se ero il campione, i giornali poi dicevano che mi avevano regalato il titolo. Il mio manager mi chiese se volevo combattere, io volevo farlo ad ogni costo perché Hagler era uno che metteva tutti KO ma io ero il campione. Sapevo che se non avessi combattuto le persone ci sarebbero rimaste male. Avevo vinto il titolo cinque mesi prima, non potevo deluderli. La schiena mi faceva male, non potevo nemmeno alzarmi dal letto. Era la prima difesa con Hagler, pensavo che se non avessi combattuto mi avrebbero considerato un perdente. Avrebbero detto che avevo paura. Mi arrabbiai con me stesso a tal punto da non sentire più dolore. Più mi arrabbiavo e più mi sentivo bene, un’ora prima del combattimento mi sentivo al 100%. I miei due manager ed il trainer non erano sicuri ma gli dissi che per perdere mi avrebbe dovuto ammazzare.

I primi 5,6 round li persi perché quando sei raffreddato i muscoli sono un po’ duri, quando cominciai a sudare iniziai a sciogliermi e a sentirmi meglio. Feci 15 riprese. Lui vinse le prime 7,8 riprese ma le ultime 5 riprese le vinsi tutte io nettamente.

Il verdetto di parità ti consentì di mantenere il titolo.

Credo di essere stato l’unico oltre a Leonard a fare 15 riprese con Hagler, anzi Leonard nel 1987 ne fece 12 perché nel frattempo abbassarono il limite delle riprese. Hagler non ha fatto 15 riprese con nessuno perché metteva tutti KO. Credeva di aver già vinto e quando annunciarono la mia vittoria si vedeva che era arrabbiato. Quella sera a Las Vegas Sugar Ray Leonard sconfisse il portoricano Wilfred Benítez, diventando per la prima volta campione mondiale dei pesi welter; fu un’incredibile serata per la boxe.

Fisicamente come ti sentivi?

Mi capitava spesso che prima dell’incontro uscissero dei dolori. Anni dopo il combattimento con Hagler mi bloccai di nuovo con la schiena, non potevo alzarmi dal letto. Quando ricominciai a camminare mia moglie mi convinse a frequentare una scuola serale. Quando entrai in classe con le stampelle, il professore, che era di pochi anni più giovane di me, mi chiese se fossi Antuofermo l’ex campione. Non poteva credere che stessi in quelle cattive condizioni per un mal di schiena. Mi diede un libro di John Sarno sulla Tension myositis syndrome e sul rapporto fra dolore fisico e stato mentale. Lessi metà libro e mi alzai dal letto, la maggior parte dei dolori proviene dalla mente.

Pensi che Hagler sia il pugile più forte che tu abbia incontrato?

No, il secondo. Il primo fu un pugile di Philadelphia che si chiamava Eugene “Cyclone” Hart. Prima del nostro combattimento (1977) perse un incontro proprio con Hagler. Questo menava forte e fu l’unico che mi fece sentire le campane. Quella stessa sera mia moglie ebbe la mia prima figlia ed io la salutai ai microfoni dopo la vittoria ma credevo fosse un baby boy. Poi ho avuto tre maschi, il secondo si chiama Vito come me. Dopo la sconfitta contro Hagler si parlava di un possibile match contro Duran. Non so perché il mio manager non accettò. Duran è stato un grande campione e all’epoca era un peso leggero. Mi sarebbe piaciuto combattere con lui, lo farei anche adesso (ridendo ndr). Duran era uno che veniva incontro ed era più facile per me; io avevo problemi con quelli che “tiravano e scappavano” come Benvenuti e Minter. In palestra infatti mi piaceva fare sparring con i pesi massimi perché sono un po’ più lenti.

Dopo nemmeno quattro mesi eri di nuovo sul ring per difendere il titolo dei medi contro Alan Minter.

Sì dopo aver sconfitto Hagler mi fecero combattere con Minter il 16 marzo del 1980. Non mi diedero abbastanza tempo per recuperare perché quello con Hagler fu un incontro duro. Feci 15 riprese anche con Minter e credevo di aver vinto il match ma me lo rubarono. Portarono due giudici dal Regno Unito, uno in realtà abitava a Las Vegas ma era inglese, e Minter era britannico. Il terzo giudice era spagnolo e fu l’unico a votare per me, assegnando un paio di round in meno a Minter. Io ero un italiano in America, mi annunciavano dicendo “from Bari Italy”, perché non portarono un giudice italiano? Se vedi l’incontro eravamo piuttosto in parità. I giudici inglesi invece assegnarono 13 round a Minter, 1 round pari e 1 a me. Mi diedero un solo round su 15 riprese. Mi fregarono il titolo.

Minter era uno dei pugili più odiati in Italia in quegli anni, anche a causa della morte di Jacopucci.

Sì purtroppo Jacopucci morì in seguito all’incontro con Minter nel 1978 ma prima di quel match fece un paio di incontri duri in cui vinse ma prese molti colpi. Gli sconsigliarono di combattere e Minter lo mise KO. Dopo l’incontro andò a mangiare ma non si sentiva bene, lo portarono in albergo e poco dopo morì. Spesso quando accadono queste tragedie, la causa della morte è da ricercare nei combattimenti precedenti. Dopo quell’incontro iniziarono a fare controlli approfonditi al cervello, prima ai pugili venivano fatti solo i raggi.

Io nel 1978 feci un combattimento con un certo Willie Classen, un peso medio del Porto Rico che sembrava un medio massimo. I nostri manager erano amici e in palestra lo battevo sempre. Iniziarono a scrivere sui giornali che avevo paura di affrontarlo; non mi piaceva quella storia e decisi di combattere. L’incontro fu in un Madison Square Garden pieno fino all’ultima fila; c’era anche Benítez quella sera. Vinsi quell’incontro con molto vantaggio e, nonostante Classen fosse imbattuto, quella sera le prese. C’erano i portoricani ma anche gli italiani e quelli che avevano scommesso per lui fecero un casino, tirarono sedie e bottiglie. Due settimane dopo fece un altro incontro e andò KO per tre volte; dopo l’incontro con Wilford Scypion (novembre 1979 ndr), che lo mise nuovamente KO, Classen morì in ospedale. Penso che tutto sia iniziato con me. Così a volte muoiono i pugili.

 Perché hai deciso di fare subito la rivincita con Minter?

Non lo decisi io ma il mio manager, non so perché. Mi portarono in Inghilterra ma non ero pronto. Avevo fatto 15 riprese con Corro, poi 15 riprese con Hagler e di nuovo 15 round con Minter, mi avevano distrutto. Dopo circa tre mesi (28 giugno 1980 ndr) facemmo l’incontro ma ero già “squagliato'”. Non dovevo accettare, era troppo presto e mentalmente non ero preparato. Prima di partire per l’Inghilterra mi fecero fare sparring con un pugile barese, veniva da Giovinazzo. Mi tagliò sul sopracciglio due giorni prima del match ma il mio manager mi fece combattere ugualmente. Quando arrivai a Londra tutti i giornalisti videro che avevo un taglio. Io non dissi niente ma Minter lo sapeva già e quando mi colpì con il destro alla prima ripresa usciva sangue dappertutto. Il match finì all’ottava ripresa.

Nel giugno del 1981 hai incontrato di nuovo Hagler che nel frattempo aveva conquistato il titolo proprio contro Minter.

Sì il secondo incontro lo facemmo a Boston, da dove veniva Hagler, ma il mio manager e il mio allenatore decisero di fermare il match alla 5 ripresa. In quell’incontro Hagler mi ruppe l’arcata con una testata. Quando ti tagli i medici usano delle medicine che fermano il sangue. Nel primo incontro, i manager di Hagler erano così sicuri di vincere che mi fecero usare le mie medicine, lui avrebbe fatto lo stesso; avevo 70 punti sulle sopracciglia ma non c’era sangue. Nel secondo incontro invece mi dissero che avrei potuto usare solo il 5% delle medicine. Alla seconda ripresa battemmo la testa, dopo che avevo già un taglio, e alla terza ripresa lo fece di nuovo venendo sotto con la testa bassa. Sospesero l’incontro.

Quante volte ti hanno ricucito le sopracciglia?

Mi tagliavo sempre. Dopo il secondo incontro con Hagler nel 1981, ritornai a combattere come medio junior dopo tre anni. Trovai un dottore che mi disse che mi tagliavo sempre perché avevo le ossa della fronte sporgenti, feci un’operazione in cui me le limarono. Due mesi dopo l’intervento ero di nuovo sul ring, non gli diedi abbastanza tempo per guarire e mi tagliai di nuovo, però vinsi l’incontro. Negli incontri successivi non mi tagliai più. Molti mi sconsigliarono e il mio manager mi lasciò quando decisi di tornare a combattere. Quando ritorni non è mai la stessa cosa e all’epoca non volevo capire. Molti amici mi dicevano che andavo meglio di prima e mi incoraggiavano ad andare avanti. Nel 1985 a Montreal feci un combattimento con il canadese Matthew Hilton. Prima del match conobbi un dentista che mi convinse ad usare un paradenti che aveva brevettato e che mi avrebbe dato più potenza. Questo paradenti era diviso tra sopra e sotto ed era ottimo con la bocca chiusa. All’epoca però avevo il setto nasale deviato e dopo 3 o 4 round iniziavo a respirare con la bocca. Stavo vincendo le prime riprese con Hilton ma poi iniziai a respirare con la bocca e mi arrivarono due uppercut. Il primo mi fece saltare il paradenti, il secondo i denti. Due denti li trovarono nel suo guantone e fermarono l’incontro alla quarta ripresa, quello fu il mio ultimo match.

Oggi i pugili diventano famosi con molti meno incontri rispetto alla tua generazione. Il pugilato è ancora un modo per farsi strada ed emergere?

Credo di sì. Adesso sono quasi tutti sudamericani o dell’Europa dell’Est perché hanno la stessa fame che avevamo noi. Ho sentito storie incredibili di pugili degli anni ’50, loro avevano più fame di noi degli anni ’70. Sono un amico di Jake (LaMotta ndr), ho visto il film di Scorsese e ho letto il suo libro, era davvero un toro scatenato. Ce n’erano anche altri come lui, negli anni ’70 la situazione era già cambiata. Non ci sono più i pugili di una volta, o meglio, sono molto rari. Ad esempio quando vedevi Tyson combattere ti rendevi conto subito che era un leone che veniva dalla foresta.

Hai sempre frequentato la comunità italiana a New York?

Sì quasi sempre. Quando combattevo venivano tutti gli italoamericani. C’era anche un giornale italo-americano, “Il Progresso”, che scriveva spesso di me.

Ti piace quando ti chiamano Paisà?

Sì perché vogliono essere tutti miei paesani, anche i siciliani. Mi chiamano tutti paesano o campione.

Hai mai incontrato John Gotti?

Abitavamo a pochi blocchi di distanza ma non ci incontravamo mai. Ti racconto questo episodio accaduto due o tre anni prima della sua morte (2002 ndr). Ogni anno organizzano una festa per la boxe al club Ring Eight dove si ritrovano tutte le persone che hanno fatto parte del mondo del pugilato. Ero al bancone con altri ex pugili quando arriva Gotti con il suo seguito, era famoso e tutti si alzano a salutarlo. Lui mi vede e grida il mio nome, gli vado incontro e lui mi abbraccia calorosamente mentre ci fanno delle foto. Il giorno dopo un giornalista del Post mi chiama perché voleva farmi un’intervista. Ci incontriamo in un ristorante a Manhattan, a Little Italy, e inizia a farmi domande sulla mia carriera. Poi mi dice che molti pugili frequentano i mafiosi e mi domanda se ne conosco qualcuno. Conoscevo molta gente ma non ho mai fatto affari con loro. Mi chiede se conosco Gotti. Non mi andava di rispondere e gli dico che abitavamo vicino e lui mi informa che il giorno dopo sarebbe stata pubblicata una foto di noi due. Il giorno dopo sul Post, in terza pagina, c’era questa foto a mezza pagina con me e Gotti.

 Quando hai smesso di boxare di cosa ti sei occupato?

Non sono diventato ricco con la boxe. Quando smisi definitivamente iniziai a gestire con mio fratello, che conosceva il settore, un ristorante-pizzeria nel Queens. Il secondo anno l’attività cominciò ad andare male, non era una buona zona, persi dei soldi e fui costretto a vendere. Lavorai per qualche anno come distributore della Coca Cola, per la quale facevo la pubblicità quando ancora combattevo, nel quartiere italoamericano di Bay Ridge. Successivamente iniziai a lavorare al porto, dove sono stato impiegato fino a pochi mesi fa. Ora sono in pensione.

 

Hai avuto anche una parentesi nel cinema.

Sì ho fatto un paio di film, Il padrino III (1990), La bomba (1999) con Gassmann e un paio di pubblicità. Un giorno mi chiamarono degli italiani per chiedermi se volevo andare a fare un provino ma non mi spiegarono di cosa si trattasse; io pensavo fosse qualche manager che voleva che tornassi a combattere. Quando arrivai all’appuntamento a Manhattan ero un po’ contrariato perché non sapevo che fosse il casting per Il Padrino III. Circa due mesi dopo, alla vigilia di Natale, mi chiamarono per dirmi che avevo la parte (guardia del corpo di Joey Zasa ndr) ma io non sapevo ancora nulla, poi mi spiegarono tutto. Andai in Italia perché tutti gli interni li girammo a Cinecittà. Rimasi a Roma tre mesi e conobbi Pacino, Garcia, la figlia di Coppola e gli altri. Legai con Pacino anche perché ero amico di James Caan, che all’epoca veniva ad allenarsi nella mia stessa palestra, e lui gli aveva parlato spesso di me. Andammo a cena insieme un paio di volte e Pacino mi venne a prendere; lui era la star e aveva a disposizione una limousine, io invece ero in un albergo lontano da Cinecittà. Dopo tanti anni mi piacerebbe tornare in Italia, magari quest’estate.

 

Piangiamo insieme, è iniziato il torneo Big3 con le ex stelle Nba

Piangiamo insieme, è iniziato il torneo Big3 con le ex stelle Nba

Stanchi di vedere il paradenti di Curry o il faccione di LeBron? Quanto vi mancano le partite di una volta quando la palla/e era/no per niente small ma very very big e strong soprattutto? Con un cap ancora decente che non permetteva tutta questa monotonia? Bene, mettetevi l’anima in pace perchè ormai la Nba è questa qua. Il tiro da tre come unica soluzione e allargare il campo unica filosofia. Se vi scende la lacrimuccia, come a me, nel pensare ai tempi che furono, però, quei geni (perchè di questo si tratta) degli americani ci sono venuti in soccorso inventandosi una lega adatta a tutti i nostalgici del genere. La sapiente (?) mente del rapper Ice Cube ha infatti partorito la Big3, un torneo itinerante di Basket 3 contro 3. E, passatemi il termine affine con la dolce attesa, come si dice dalle parti mie, ha proprio “sgravato”. Se in soli due anni avete dovuto salutare Kobe e Duncan e di fatto dire addio ad una generazione che ci ha coccolato nelle notti insonni della nostra gioventù, asciugatevi gli occhi ma preparate di nuovo i fazzoletti perchè i partecipanti a questo circo sono malinconia in movimento. Suddivisi in 8 squadre potremo riavvolgere il nastro dei ricordi e veder giocare gente tipo Allen Iverson, la Risposta che non ha bisogno di presentazioni, Julius Erving, il Dottore dell’ultima Philadelphia titolata, Chauncey Billups altrimenti conosciuto come Mr. Big Shot, o quel cioccolatino bianco di Jason Williams e Gary il Guanto Payton. Da qualche vecchia conoscenza del basket italiano come l’eversivo Mahmoud Abdul-Rauf Mike Bibby, fino ad arrivare al monumento volante Clyde Drexler, non a caso soprannominato l’aliante e a quel pazzo di Brian “The White Mamba” Scalabrine. Più che un torneo sembra una saga. Ma questi sono solo alcuni nomi delle ex stelle Nba che parteciperanno e ce n’è davvero per tutti i gusti (buttate un occhio ai roster completi a fine articolo). Per i giocatori un po’ avanti con l’età o svogliati purtroppo niente canotta ma bordo campo a guidare i 3.

Per non farsi mancare niente, e dal momento che tutta questa leggendarietà non era abbastanza, il regolamento prevede la vittoria della prima squadra che arriva a 60 punti. E siccome non erano ancora contenti, hanno inventato anche il tiro da 4 punti, per far felice coach Popovich che sarcasticamente l’aveva invocato nella NBA. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per un livello di spettacolo veramente sontuoso. E se pensate che si tratterà soltanto dell’ennesimo evento esibizione per raccogliere i soliti soldi infiniti e gli sponsor milionari, beh, probabilmente avete ragione. Ma, leggendo i roster delle squadre e i chili di attributi che si portano dietro, sicuramente non sarà soltanto una rimpatriata tra amici.

Il torneo è partito questa notte al Barclays Center in Brooklyn, New York e terminerà il 26 agosto al T-Mobile Arena, Las Vegas. Sarà possibile vederlo ogni lunedì in diretta esclusiva su Fox Sports (canale 204 Sky) a partire dalle 2 e in replica alle 17.15 e in prima serata alle 21.30. Il commento sarà affidato a Andrea Solaini e Tommaso Marino. Il pubblico ha risposto bene, riempiendo il palazzetto newyorkese e godendosi le giocate di questi ex (manco tanto) fenomeni. La cosa è stata presa abbastanza sul serio anche fuori i confini americani, tanto che il Basket 3 contro 3 sarà disciplina olimpica a Tokyo 2020.

Quindi, basta musi lunghi, la NBA tornerà in autunno, nel frattempo godiamoci le stelle di un basket che non esiste più e che mi/ci manca tanto. E non chiudete il cassetto dei sogni che magari un giorno, su quello stesso parquet, potremmo intravedere il 24 più velenoso della storia o, che ne so, un agente numero Zero, un Aristotele di 150 chili e da lontano un Gesù Nero che forse non camminava sulle acque ma di sicuro galleggiava nell’aria. Ok forse stiamo esagerando. MJ forse non lo rivedremo più, purtroppo. E se pensate che sia solo una buffonata, ci interessa poco. Noi piangiamo lo stesso.

God bless America

Le squadre al completo

Di seguito le 10 tappe, tutte in esclusiva su Fox Sports

  • Week 1 – 26 Giugno: Barclays Center, Brooklyn, NY
  • Week 2 – 3 Luglio: Spectrum Center, Charlotte, NC
  • Week 3 – 10 Luglio: BOK Center, Tulsa, OK
  • Week 4 – 17 Luglio: Wells Fargo Center, Philadelphia, PA
  • Week 5 – 24 Luglio: UIC Pavilion, Chicago, IL
  • Week 6 – 31 Luglio: American Airlines Center, Dallas, TX
  • Week 7 – 7 Agosto: Rupp Arena, Lexington, KY
  • Week 8 – 14 Agosto: Staples Center, Los Angeles, CA
  • Week 9 – 21 Agosto: Key Arena, Seattle, WA (Playoffs)
  • Week 10 – 27 Agosto: T-Mobile Arena, Las Vegas, NV (Championship)

 

Vuoi vedere la partita? La giustificazione te la firma Nesta

Vuoi vedere la partita? La giustificazione te la firma Nesta

Si gioca questa notte, nella splendida cornice dell’Orlando City Stadium (ore 01.30 italiane), il match tra i padroni di casa ed il Miami FC di Alessandro Nesta, valevole per il Quarto Turno della Coppa Nazionale Statunitense.

Uno scontro che ha un forte sapore di Italia, di Milan in particolare, visto che, oltre al già citato Nesta, della sfida farà parte anche l’ex leggendario numero 22 rossonero Kakà.

Per Alessandro Nesta, che attualmente sta conducendo dalla panchina in maniera più che positiva i suoi, primi in classifica nella NASL (un tempo glorioso e più importante campionato di calcio negli USA, oggi, invece, ‘solo’ seconda serie), una partita decisamente rilevante per capire le reali ambizioni e potenzialità del proprio club.

Una gara così importante per la quale proprio l’ex capitano della Lazio ha deciso di scendere in campo con una richiesta assai singolare nei confronti delle istituzioni di Miami; con l’obiettivo di chiamare a raccolta i tifosi per il match contro Orlando, infatti, Nesta ha esplicitamente chiesto un giorno libero per i lavoratori e per gli studenti di Miami: “L’appuntamento che ci riguarda è utile a club e città”.

Tutto ciò accade in maniera assolutamente ufficiale, attraverso un comunicato rilanciato presso i vari account del Miami FC sui social più importanti del mondo.

All’interno di esso, si propone di concedere un ‘day off’, come si dice da quelle parti, a più gente possibile per consentire ad un gran numero di tifosi di seguire la squadra. Nel comunicato, si legge:

“Il Miami FC è approdato al quarto turno della US Open Cup e il 14 giugno si recherà ad Orlando per sfidare un avversario di Major League Soccer. L’attesa per questa gara è enorme e degna di un giorno di vacanza”.

“Abbiamo bisogno di ogni singolo tifoso per scrivere la storia ad Orlando, concedere una giornata libera sarebbe un bene sia per il nostro club che per la città di Miami”: queste le parole di Nesta presenti all’interno del testo (con tanto di firma in calce dell’ex difensore).

Il modulo va riempito con i propri dati anagrafici e fatto firmare al proprio datore di lavoro.

Non c’è che dire, sarà pure ‘soccer’ e non ‘football’, ma negli States, quanto a strategie di marketing, si viaggia ad una velocità doppia, o forse anche di più, rispetto all’Europa