Schea Cotton, il giocatore “più forte di LeBron” che non avete mai visto

Schea Cotton, il giocatore “più forte di LeBron” che non avete mai visto

A metà degli anni 90, due teenagers si contesero il titolo di miglior prospetto d’America nei summer camps. Il primo ragazzo ora è “abbastanza” conosciuto, ed il suo nome è Kobe Bryant, il secondo invece, potreste sentirlo nominare per la prima volta: Schea Cotton.

Più di vent’anni dopo, mentre il primo ha da poco detto addio alla NBA dopo la vittoria di cinque anelli e dopo aver infranto record su record, il secondo, caduto nell’oblio, quel sogno di sentir pronunciare il proprio nome dal commissioner NBA al draft non l’ha mai potuto realizzare.

SCHEA COTTON : SPORTS ILLUSTRATED, LA NIKE ED IL “LEBRON BEFORE LEBRON”:

Vernon Scheavalie Cotton è nato a Inglewood, Los Angeles California nel 1978. Da bambino i suoi coetanei non riuscivano a pronunciare il suo nome quindi divenne per sempre solo Schea. A dodici anni era già alto 1.80 e pesava 82 kg, rendendolo di fatto devastante dal punto di vista fisico tant’è che riusciva a schiacciare in alley-oops cosa molto rata a quel tempo. Divenne famoso ancora prima di entrare al liceo. ESPN nel 2010 lo definì: “il giocatore pre-liceo più grande di tutti i tempi compreso Lebron James”.

Una volta al liceo, il suo fisico rimase il suo punto di forza, 193 cm per 100 kg di muscoli. I suoi numeri furono pazzeschi, 24 punti e 10 rimbalzi di media tant’è che Sports Illustrated lo considerò uno dei migliori talenti americani. In un’era dove le partite del liceo non venivano trasmesse in tv e prima del boom dei social media, la sua leggenda si tramandava oralmente con i ragazzi che facevano file di ore per avere il suo autografo, l’autografo di una futura e certa star NBA. Durante la sua carriera, dove gli venne affibbiato dagli addetti ai lavori, Kevin Garnett e Ron Artest compresi, il titolo di “Lebron before Lebron”, al liceo la Nike gli regalò un paio di scarpe nuove a settimana, per un totale di 37, una diversa per ogni partita. “Era come avere un contratto di sponsorizzazione ma senza soldi” rivelò lui all’interno del documentario sulla sua storia dal titolo “Manchild”.

schea-cotton

IL SAT, LA BATTAGLIA CON LA NCAA ED IL DRAFT IMBARAZZANTE:

Terminato il liceo, le sue intenzioni erano quelle di saltare l’università per approdare direttamente in NBA. Decise invece di passare per il college per completare il suo gioco, migliorare le sue qualità, e perché era ancora la via più diffusa. Restando nella sua terra natia, la California, decise di andare ad UCLA nell’Aprile del 1997, dove sarebbe dovuto diventare compagno di squadra di Baron Davis, altro freshman che avrebbe firmato il contratto qualche giorno dopo. Conditio sine qua non per l’ammissione il superamento del SAT, test di ammissione standard utilizzato dalle università americane. Schea fallì i primi due tentativi, prese 900 al terzo, il punteggio minimo per entrare è 700, ma la NCAA invalidò la terza prova. A Schea venne diagnosticato un disturbo dell’apprendimento, nello specifico, la difficoltà nell’apprendere da fonti scritte rispetto a quelle verbali ed orali. La terza volta che fece il test ebbe quindi a disposizione un foglio con il testo scritto con un font più grande e del tempo in più. Le regole della NCAA, molto rigide, non ammisero questa semplificazione e lo invalidarono. Non solo, la NCAA investigò anche su un veicolo Ford guidato dal ragazzo con il sospetto che fosse fornito direttamente da UCLA come incentivo alla firma violando le regole del suo stato di dilettante. I parenti fornirono dei documenti in tal senso e il board della NCAA assolse Cotton.

Bloccato nella sua candidatura ad UCLA, riprovò con North Carolina ma ancora una volta la NCAA bloccò la sua ammissione. La famiglia Cotton decise allora di fare causa alla NCAA dove spese circa 60.000 dollari in spese legali. Ottenuta finalmente l’eleggibilità, vinse una borsa di studio per l’Università dell’Alabama. Al suo secondo anno aveva già 21 anni ed era uno dei giocatori più anziani. Alla fine di una buona stagione, assunse un agente e si dichiarò eleggibile per il draft NBA. Gli addetti ai lavori, visto il tempo perso, predissero la sua chiamata al secondo giro ma si sbagliarono. Schea infatti non venne scelto affatto e dichiarò che il draft NBA del 2000 fu: “il momento più imbarazzante della mia vita”. Continuò a giocare a basket vagando in giro per il mondo, Europa, Cina, Messico, ma non riuscì mai a realizzare il suo sogno di calcare i parquet più prestigiosi del pianeta insieme e contro i giocatori più forti del pianeta. Ora, dopo il suo ritiro, è diventato il coach della sua Academy e di alcune squadre di liceo.

Aye, Mr President! –  Quando Donald Trump stava per irrompere nel mondo del Calcio

Aye, Mr President! – Quando Donald Trump stava per irrompere nel mondo del Calcio

“Ladies and gentleman, diamo il benvenuto al nostro nuovo Presidente… Mr Donald Trump!”. La stanza, gremita fino all’inverosimile, applaude convinta. The Donald sale sul palco, circondato da coccarde bianche, rosse e blu. Dalle casse però non parte “The Star Spangled Banner”. Lo slogan sul leggio non è “Make America Great Again”. E a ben guardare, non è neanche il 20 gennaio 2017. Il pubblico presente si lancia in una versione improvvisata di “Follow Follow”, mentre Donald rompe per un attimo il protocollo e indossa la maglia blu. È l’apoteosi. La scritta “Ready” sotto il logo si illumina all’improvviso, il primo colpo di teatro di Trump. L’orgoglio della Glasgow blu, unionista e protestante, è vivo e vegeto. Il 30 marzo 2012 Donald J. Trump diventa il nuovo presidente del Rangers Football Club. Fantacalcio, certo. Ma c’è stato un momento in cui tutto ciò rischiava di accadere.

Togliamoci subito di mezzo la domanda più spinosa. Che c’entra Trump con i Rangers? Molto semplice. Il padre di El Donaldo aveva origine tedesche, ma poche persone al mondo sono più scozzesi di sua madre. Nata a Tong, un piccolo villaggio delle Isole Ebridi Esterne, nel 1930 Mary Anne MacLeod si reca a proprio a Glasgow, dove si imbarca su di un transatlantico diretto a New York City. Qualche anno dopo incontra Fred Trump ed il resto, è il caso di dirlo, è storia. Il rapporto del tycoon con la terra di Sant’Andrea è quindi una questione di sangue. Ma anche di affari e, strano a dirsi, di sport. Già, perché l’istrionico miliardario prestato alla politica non è nuovo ad investimenti in Scozia. Nel 2004 acquista parte di una enorme tenuta a Balmedie, un piccolo villaggio a nord di Aberdeen. Nelle verdi e ventose lande, una volta incontaminato regno dei Celti, Donald decide di costruire un modernissimo Country Club, con due percorsi da golf, villette ed una interminabile serie di altre amenità. E la Menie Estate non è neanche l’unico asset della Trump Organization a nord del Vallo di Adriano. Nell’aprile 2014 il neo presidente degli Stati Uniti ha fatto suo a suon di milioni il Turnberry Hotel, uno dei club del circuito dell’Open Championship. Ma quasi due anni prima, The Don stava per lanciarsi nel mondo del calcio, diventando il proprietario del club più titolato di Scozia.

Torniamo quindi al 2012. È un San Valentino molto amaro quello dei tifosi dei Gers. Il Board of Directors della Scottish Football League ha appena sanzionato il club, dieci punti di penalizzazione per mancati pagamenti. Il distacco dal Celtic sale così a quattordici lunghezze. Ma non è la posizione in campionato ad inquietare gli animi. L’entrata della società in amministrazione controllata, resa necessaria dalla continua insolvenza, certifica ufficialmente che Craig Whyte ha ingannato tutti. Neanche un anno prima, Whyte ha acquistato i Rangers per l’astronomica cifra di una sterlina. Già, avete letto bene, un misero pound. David Murray, il vecchio proprietario, aveva deciso di vendere il club per una cifra simbolica, a patto che la nuova proprietà coprisse i pesanti debiti della precedente amministrazione e garantisse una continuità sportiva ed aziendale. La scelta di Ally McCoist, eroe assoluto di Ibrox, come nuovo manager è un’ottima trovata di marketing, ma già dalla sessione estiva di calciomercato si capisce che qualcosa non va. Vengono firmati onerosi rinnovi di contratto, ma quasi tutte le operazioni in entrata più importanti vanno in fumo.

Nel frattempo, saltano anche i possibili introiti provenienti dalle competizioni europee. Il 3 agosto gli scozzesi vengono estromessi dalla Champions League dal Malmö. Tre settimane dopo il copione si ripete in Europa League, cortesia degli sloveni del Maribor.  In campionato però la squadra tiene, McCoist è un esordiente, ma dopo questo difficoltoso rodaggio comincia a dimostrare che in panchina ci sa fare. A inizio novembre guida la SPL con dodici punti sul Motherwell e ben quindici sugli odiati rivali cittadini. Ma una serie di sconfitte (e la striscia di ventuno risultati utili consecutivi del Celtic) riporta i Rangers al secondo posto e di conseguenza le magagne finanziarie, fino a quel momento oscurate dall’ottimo rendimento in campionato, vengono a galla. Nel tentativo di ripianare il bilancio, Whyte ha chiesto l’anticipo delle entrate sui biglietti della stagione in corso. Ma i soldi non bastano. Il club è ormai vittima di una spirale incontrollata di debiti. Non si riescono più a pagare i calciatori, i dipendenti, non ci sono neanche i fondi per partecipare, come da regolamento, alle spese della polizia per la presenza degli agenti alle partite. I Rangers sono i Rangers, ma la Scottish Football League non può fare eccezioni. Amministrazione controllata quindi, con la necessità di rimettere a posto i conti entro il 31 marzo. Altrimenti, addio a centoquaranta anni di storia.

Ed è proprio qui che entra in gioco Trump. Forti di un mercato molto ampio e di un indiscutibile appeal mediatico, i Rangers cercano qualcuno in grado di salvare il club dal fallimento. Qualcuno che sia ricco, quello è indispensabile. Che sappia come ristrutturare e successivamente gestire un’azienda. Che abbia almeno una minima esperienza nel mondo dello sport. Che sia abituato al confronto con il pubblico, alle critiche, agli oneri e agli onori che derivano dall’essere il proprietario di un club storico. E che magari sia scozzese. A voler proprio fare un’eccezione, andrebbe bene anche un figlio di emigrati. A questo identikit, il database di possibili investitori risponde con il sorridente faccione di Donald. Che di calcio non si è mai occupato, ma che ha nel suo curriculum sportivo i succitati campi da golf, un paio di squadre di football americano, una corsa ciclistica a lui intitolata e persino un match vinto a Wrestlemania 23. Una eventuale presidenza Trump, chiosano gli scozzesi, sarebbe un bene anche per il movimento calcistico statunitense, che si troverebbe a più stretto contatto con il football del vecchio continente e potrebbe continuare il suo processo di espansione sportiva e soprattutto economica.

Ed il messaggio effettivamente giunge alla Trump Tower. The Don non ha mai dato conferme al riguardo, ma una fonte a lui molto vicina ha dichiarato che l’idea di investire nel salvataggio del club di Glasgow è stata, seppur brevemente, nei progetti del futuro Presidente degli Stati Uniti. Il punto è che Donald non è un filantropo, ma un uomo d’affari. Non un buon samaritano, ma uno squalo, pronto ad attaccare quando capisce che la preda è debole. La preda però, dal canto suo, deve essere appetibile, altrimenti c’è la concreta possibilità che il predatore ritenga che non ne valga neanche la pena. Ecco perché a giudicare la portata dell’affare ci pensano gli esperti a libro paga del tycoon. Possibili entrate, uscite necessarie, variabili e costanti di espansione e di rischio. I Rangers sono un club con un brand storico, spendibile, riconoscibile in tutta Europa. Ma giocano in un campionato piccolo, di scarso interesse e con pochi introiti televisivi. Hanno una base di supporter fedele, ben radicata. Ma al di fuori della Scozia non hanno l’appeal delle grandi squadre come Barça o Manchester United, necessario per chi vuole sfondare su mercati molto mediatici come quelli asiatici. Il calcolo è presto fatto. Il salvataggio in extremis sarebbe un’operazione quasi suicida, almeno dal punto di vista finanziario. “Ci abbiamo pensato seriamente, ma una volta valutata la cosa abbiamo cambiato idea”, questa è la dichiarazione rilasciata alla stampa nel maggio 2012 da un membro dello staff di Trump. “Speriamo che qualcuno decida di farsi avanti e di ricostruire un club così storico”. Già, ricostruire. Perché nel frattempo il 31 marzo è già passato ed i vecchi Rangers non esistono più. Nasce una nuova società che ne eredita il titolo sportivo, ma che nella stagione successiva sarà costretta a ricominciare dal livello più basso della piramide calcistica scozzese. Un processo lungo e difficile, ma non impossibile per un club di questo livello, come dimostra la rapida risalita, culminata nella ritorno nella Scottish Premier League nell’aprile 2016.

Tutto è bene quel che, nonostante qualche anno di purgatorio, finisce bene? Sì, ma resta la curiosità di ciò che sarebbe potuto accadere se Trump avesse effettivamente deciso di acquistare i Rangers. Si sarebbe limitato ad affidare a qualcuno dei suoi una semplice operazione di ristrutturazione finanziaria o avrebbe partecipato in prima persona alle scelte sportive? Avrebbe chiesto a gran voce l’iscrizione dei suoi ragazzi e del Celtic alla Premier League inglese, in modo da aumentare gli introiti televisivi e pubblicitari? Oppure avrebbe puntato agli Stati Uniti, arrivando a proporre la creazione di una Lega Atlantica sul modello degli sport americani? Ma soprattutto, avrebbe appeso la scritta “Make Ibrox Great Again” ai gate dello stadio? L’idea di un confronto televisivo tra due pesi massimi come Trump e Mourinho a margine di una partita di Champions League stuzzica certamente la fantasia di chi scrive e di chi legge. La consapevolezza che tutto ciò poteva accadere lascia quasi l’amaro in bocca. E poi, in questo momento i Rangers sarebbero nelle mani dell’uomo più potente del mondo. A quel punto altro che indiscrezioni giornalistiche e voci di mercato. Conoscendo il tipo, basterebbe fare un colpo di telefono a Washington e lui risponderebbe tranquillamente a qualsiasi domanda. “Presidente, mi scusi, ma quindi domani Ronaldo lo fate giocare?”. “Non lo so, un attimo che chiedo alla CIA”.  Insomma, una situazione paradossale, a tratti quasi comica, ma che allo stesso tempo fotografa perfettamente quello che rischia di essere il futuro del pallone. Perché di Donald si possono dire tante cose, ma in un calcio in cui il confine tra sport, intrattenimento e politica è sempre più labile, uno come lui, nel bene o nel male, ci stava sicuramente a pennello.

Da Doping ad Antidolorifico: la Marijuana pronta ad entrare nello Sport?

Da Doping ad Antidolorifico: la Marijuana pronta ad entrare nello Sport?

La notizia ha dell’incredibile ma è vera. La National Football League vorrebbe alleggerire la sua posizione sulla marijuana come sostanza dopante e anzi avviare delle ricerche per vederla utilizzata, ovviamente sotto prescrizione medica, al posto degli antidolorifici tradizionali.

La NFL ha scritto alla associazione dei giocatori offrendo loro di lavorare in tandem per uno studio sull’utilizzo della marijuana come strumento antidolorifico per i giocatori. Un lettera che è un chiaro segnale di svolta ed un’indicazione della volontà della lega di operare in comunione con l’associazione verso l’utilizzo della marijuana attualmente proibita nello sport.

La NFL Player Association (NFLPA) sta conducendo i suoi studi privati sulla marijuana come antidolorifico e ancora deve rispondere sulla possibilità di collaborare con la lega per questi propositi. “Stiamo guardando avanti per lavorare con la NFLPA sui problemi che riguardano la salute e la sicurezza degli atleti”, ha detto Joe Lockhart, vice presidente esecutivo alla comunicazione della NFL.

La lettera di collaborazione da parte della Lega arriva dopo le dichiarazioni di De Maurice Smith, direttore esecutivo dell’associazione dei giocatori, che aveva anticipato la volontà di utilizzare la marijuana come antidolorifico e soprattutto di cambiare il regolamento antidoping alleggerendo la squalifica per chi fosse stato “beccato” positivo alla marijuana.

Un primo passo in questo senso venne fatto già nel  2014 quando lega e associazione giocatori furono in accordo sul  modificare la dose minima di THC nelle urine o nel sangue per risultare positivi al controllo antidoping. Si passò da 15 nanogrammi di THC per millilitro di sangue o urine, la soglia più bassa nello sport professionistico, a 35 nanogrammi per millilitro.

Vedendolo così sembrerebbe un passo in avanti di uno degli sport più popolari del pianeta verso la legalizzazione della marijuana almeno per scopi terapeutici, ma la realtà molto probabilmente è un’altra: la lega vuole utilizzare quest’esca, modificando la disciplina antidoping, per avere un asso nella manica in più al momento della nuova contrattazione con l’associazione dei giocatori nel 2020. Un semplice e banale  “Do ut Des”.

Italiani d’America: Roberto Donadoni, toccata e fuga a New York con una simulazione ‘da Oscar’

Italiani d’America: Roberto Donadoni, toccata e fuga a New York con una simulazione ‘da Oscar’

Primavera del 1996: la ‘maledizione di Caricola’ è appena entrata a far parte della storia del calcio ‘made in USA’ quando, sempre tra le fila dei New Jersey Metrostars, viene annunciato un acquisto ‘col botto’. Si tratta di Roberto Donadoni, uno dei più grandi talenti che il calcio italiano abbia espresso a cavallo degli anni 80/90.

In dieci anni di Milan, il furetto di Cisano Bergamasco ha vinto praticamente tutto, diventando una colonna portante nell’undici titolare del rivoluzionario Arrigo Sacchi prima e del pragmatico Fabio Capello poi.

A pochi giorni dall’inizio della calda estate del 1996, tuttavia, i rossoneri, ormai prossimi a porre fine a uno dei cicli più vincenti nella storia del calcio mondiale, decidono che l’esperienza di Donadoni nella città meneghina può dirsi conclusa e lasciano libero il ragazzo di scegliere la sua prossima destinazione; di offerte ne giungono tante, a 32 anni anche nel calcio che conta si pensa che Donadoni possa ancora offrire sprazzi della sua immensa classe, eppure lo storico numero sette del Milan opta per un’esperienza completamente diversa.

Si va in America, in un calcio, in quel momento, ancora lontano dal poter essere considerato professionistico. Poco importa, però. Donadoni è alla ricerca di un’esperienza diversa soprattutto dal punto di vista personale e sceglie di accasarsi a New York, dove ad attenderlo trova il già citato (e sfortunato) connazionale Nicola Caricola.

In realtà, l’accordo tra Donadoni ed il General Manager dei Metrostars Charlie Stillitano era già stato trovato nel febbraio del 1996; tuttavia, con il Milan di Capello in lotta per conquistare il quindicesimo titolo nazionale della propria storia, Silvio Berlusconi raggiunge un ‘gentleman agreement’ con la squadra americana per trattenere il ragazzo in Italia fino alla possibile conquista del tricolore (che poi avverrà).

Il debutto di Donadoni negli Usa risale al 4 maggio del 1996. Il pubblico è entusiasta e riserva al campione bergamasco un’accoglienza degna di nota.

La storia d’amore tra il calciatore e il proprio pubblico, però, subisce un brusco stop già dopo poche settimane dal proprio avvio; Arrigo Sacchi, infatti, convoca in nazionale Donadoni per gli Europei inglesi del 1996 ed il ragazzo gioca solo poche partite prima di ripartire per aggregarsi agli azzurri.

In Inghilterra, tuttavia, l’esperienza italiana è tutt’altro che eccezionale (nazionale eliminata già nel girone) e Donadoni a metà luglio è di nuovo negli USA, stavolta per restare più a lungo.

L’ex Milan, in un calcio così poco probante, sembra un gioiello planato in un mare di cianfrusaglie; nella prima partita giocata dopo il suo ritorno dal soggiorno in nazionale, Donadoni firma due assist mentre il mese di agosto lo consacra come vero protagonista del campionato statunitense grazie ai tre gol messi a segno.

La squadra, comunque, è veramente poca cosa e fallisce (di poco) l’accesso ai playoff, utili per decretare il vincitore del titolo.

L’anno seguente, però, va paradossalmente ancora peggio.

Ci si aspettano grandi cose dai Metrostars, che possono contare su ‘The Maestro’ (lo stesso soprannome riservato al giorno d’oggi ad Andrea Pirlo dai tifosi dei NYFC) sin dall’inizio della stagione. La situazione, invece, finisce per essere addirittura peggiore rispetto all’anno precedente.

I Metrostars terminano la regular season all’ultimo posto della Eastern Conference e, ovviamente, addio playoff di nuovo.

L’addio, stavolta, c’è anche per Donadoni che, dopo una sola stagione e mezza in America, torna sui propri passi e riabbraccia il rossonero del Milan.

Ad invocarlo è ancora Fabio Capello, tornato a sua volta a Milanello per tentare di risollevare il club dopo un’annata tutt’altro che eccellente. Il tecnico di Pieris non riuscirà nella disperata impresa durante la stagione 1997/1998 (quella degli ‘altri’ olandesi: Kluivert e Bogarde) ma Donadoni riuscirà comunque (seppur, in questo caso, con un ruolo marginale) a conquistare nuovamente lo scudetto con il Milan nella stagione 1998/1999 con Alberto Zaccheroni in panchina.

L’esperienza americana di Donadoni, dunque, di certo non fu all’altezza della sua straordinaria carriera.

Eppure, qualcosa di ‘meraviglioso’ nel corso del soggiorno statunitense del campione bergamasco rimane ed andiamo presto a raccontarlo.

E’ il 22 marzo 1997. I Metrostars stanno sfidando i ‘terremoti’ (Earthquakes) di San Josè. La partita termina in parità, così si passa alla brillante idea degli americani per non far terminare la gara con un pareggio: gli shootout.

Donadoni ha appena assistito ad una scena sul terreno di gioco: il portiere avversario Salzwedel ha steso un suo compagno negli shootout e l’arbitro ha decretato un calcio di rigore (il regolamento, infatti, prevede che in caso di fallo sull’attaccante durante lo shootout venga decretato il rigore).

Tocca all’italiano. Donadoni parte lievemente decentrato: un tocco, poi due, palla sotto la suola e poi finta. Il portiere, però, intuisce. A quel punto, l’ex (e futuro) Milan si getta goffamente a terra per poter usufruire di un calcio di rigore. L’arbitro non ci casca e Donadoni si dispera.

Al minuto 2.53, la pietra dello scandalo:

Niente da fare. Donadoni era troppo grande per una MLS ancora così piccola.

 

Coppa del Bicentenario: quando i SuperEroi del Team America sfidarono il Mondo

Coppa del Bicentenario: quando i SuperEroi del Team America sfidarono il Mondo

Nell’estate del 1976, in territorio statunitense, il mondo del calcio diede vita ad un torneo amichevole piuttosto particolare nell’ennesimo (già allora) tentativo di suscitare interesse nei confronti di uno sport mai troppo amato da parte del popolo a stelle e strisce.

Il risultato fu, in realtà, abbastanza fallimentare, visto che il numero di spettatori non fu così eclatante e che, soprattutto, nella terra dei cowboy, il mondo del soccer fece poi rapidamente ritorno nel dimenticatoio.

Ci sarebbero voluti più o meno altri vent’anni, in concomitanza con i Campionati del Mondo del 1994 ospitati proprio dagli USA, per tornare a parlare di calcio in modo serio e minimamente competente oltre l’Oceano.

Leggendo le cronache di quell’evento della metà degli anni 70, ad ogni modo, in riferimento alle squadre nazionali partecipanti, si può, ancora oggi, spesso trovare un marchiano errore da parte di chi scrive o riporta.

Le quattro selezioni che composero il mini-girone eliminatorio erano infatti Italia, Brasile, Inghilterra e Team America.

Badate bene, non Stati Uniti.

Il Team America fu una sorta di sperimentazione sul campo, voluta dai vertici del calcio statunitense per tentare di essere tecnicamente pari al livello delle ben più quotate avversarie ed evitare figuracce.

In cosa consisteva? All’interno di questa squadra erano presenti non solo calciatori di nazionalità statunitense ma anche, o, per meglio dire, soprattutto, alcune tra le stelle più brillanti della NASL (North American Soccer League), che oggi potremmo affermare essere sostanzialmente una delle due ‘seconde divisioni’ nella piramide del calcio USA ma che al tempo rappresentava il fiore all’occhiello del soccer.

Ecco allora scendere in campo con il Team America (almeno secondo le intenzioni), a turno proprio contro le rispettive nazionali, i leggendari Pelé, Bobby Moore e Giorgio Chinaglia. Ma la rosa comprende altre Leggende come George Best.

Tale decisione suscitò non poche polemiche, ma soprattutto ilarità, da parte di molti statunitensi, pronti a rinominare la squadra ‘Team Imports’ oppure ‘Team Melting Pot’.

Eppure, quel torneo, denominato ‘Torneo del Bicentenario’ e organizzato per celebrare, appunto, i duecento anni dalla fondazione degli Stati Uniti d’America (4 luglio 1776, per i più smemorati), rappresentò il più importante evento calcistico organizzato negli USA fino a quel momento.

Qualcosa, quindi, di molto serio; almeno nelle idee degli organizzatori.

Le altre selezioni, in effetti, portarono molti elementi dell’undici titolare: per l’Italia, ad esempio, tra gli altri, ci fu la presenza di Zoff, Scirea e Tardelli, Capello; nel Brasile si poterono ammirare le prodezze di Rivellino e di un giovane Zico; l’Inghilterra, infine, poté contare su gente del calibro di Ray Clemence, Trevor Brooking e Kevin Keegan, considerando tale competizione come ottimo allenamento per un’importante sfida di qualificazione ai Mondiali del 1978 contro la Finlandia, in programma la settimana seguente.

Tutto era pronto quando Phil Woosnam, numero uno della NASL, sentenziò: “Siete liberi di crederci o meno ma gli Stati Uniti hanno la squadra migliore del torneo, vedrete.”

L’inizio, però, testimoniò tutt’altro. Gli azzurri rifilarono un secco 4-0 al Team America.

Degne di nota, furono le grandi polemiche tra Chinaglia e la nazionale italiana. ‘Long John’ disse alla stampa statunitense: “Molti miei ex compagni di nazionale sono gelosi che io sia venuto a giocare qui ma non me ne frega niente. La gelosia è una brutta cosa.” In risposta, poi, alla richiesta formulata all’omologo Gene Edwards dall’allora presidente della Federazione Italiana, Artemio Franchi (“Non fate giocare Chinaglia contro la sua nazionale”), Chinaglia ebbe modo di dire: “Non vogliono che giochi perché sanno che gli segnerò”.

Non proprio segnali di pace, insomma.

Alla fine, Chinaglia segnò un gol di testa nella ripresa di quella partita, ma fu annullato per fallo.

Al Team America non andò meglio contro il Brasile, sconfitta per 2-0.

La selezione rappresentante gli USA dovette, comunque, fare a meno di Pelé che, al contrario di Chinaglia, proprio non se la sentiva di scendere in campo contro la squadra della propria terra.

L’ultima partita per il Team America fu contro l’Inghilterra. Si concluse con un’altra sconfitta ma, almeno, ci fu la magra consolazione del primo (e unico) gol della competizione per la squadra.

Venne messo a segno da Stewart Scullion, di nazionalità scozzese, al minuto 87 della partita. Fu la rete che fissò il risultato sul 3-1.

Per quanto riguarda l’Italia, però, quella competizione è da ritenere rilevante per un motivo ben preciso. Sulla panchina della nazionale, in tale occasione, si presentarono ben due allenatori: Fulvio Bernardini ed Enzo Bearzot. Quest’ultimo condivise la panchina con Bernardini (suo predecessore) fino al 1977 e proprio durante il Torneo del Bicentenario ebbe modo di iniziare a plasmare il gruppo che ci avrebbe portato sul tetto del mondo soltanto sei anni dopo.

Close