Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

La strage alla Scuola Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland in Florida, in cui hanno perso la vita 17 persone, ha riaperto il dibattito negli Stati Uniti sulla troppa libertà e facilità nel poter reperire e detenere armi da fuoco. Ma in Italia com’è la situazione? Vi riproponiamo la nostra inchiesta di un anno fa che portava alla luce dati allarmanti.

Nell’ultima decade sono quadruplicate le armi detenute per uso sportivo. C’è un nuovo interesse per il Tiro a Segno oppure gli italiani hanno trovato un escamotage per poter tenere una pistola in casa? Sarita Fratini da alcuni mesi scrive su questo argomento denunciando sul suo blog che molte delle pistole che sparano per uccidere familiari, soprattutto donne, siano regolarmente detenute.

Orte (VT). Venerdì 17 marzo 2017. Francesco Marigliani, 28enne di Amelia, chiede un incontro alla sua ex ragazza Silvia Tabacchi, 30 anni, per parlare della loro relazione finita. Lei ci va e lui porta una pistola. Con questa le spara e poi si suicida.

Da prime indiscrezioni sembra che soltanto due giorni prima, il mercoledì, Marigliani abbia ottenuto un legale permesso di detenzione e acquisto per una pistola ad uso sportivo e che subito dopo, il giovedì, sia andato a comprare una Glockin armeria.

Sembrerebbe un omicidio-suicidio con movente passionale, eppure pianificato. Nell’attesa che gli inquirenti facciano maggiore luce sulle dinamiche che hanno portato uno studente 28enne ad armarsi e uccidere la sua ex fidanzata, facciamo un salto indietro nei casi di cronaca nera italiana.

Sono storie di persone all’apparenza normali, incensurate, che si trovano a vivere piccoli e grandi drammi della vita, primo tra tutti una fidanzata che ti lascia. La storia si ripete, sempre uguale, da diversi anni.

Montebelluna (TV). 2013. Anche Matteo è stato lasciato dalla sua fidanzata, Denise. Sta male. Vorrebbe riaverla a tutti i costi. Le telefona, le manda tonnellate di messaggi. Ma quella ragazzina di 14 anni più giovane di lui non lo vuole, non lo vuole più. Allora Matteo pensa che deve fare un grande gesto e a gennaio compra un’intera pagina del giornale per dichiararle il suo amore. Ma di nuovo niente, lei non risponde. Quindi Matteo opta per un approccio più diretto: la aspetta sotto casa tutti i giorni, la segue ovunque vada. Ma è un altro buco nell’acqua: Denise va dai carabinieri e Matteo viene convocato in caserma per una ramanzina. Non è amore il suo, lo avvertono, è “stalking”.



Cosa fare, cosa fare ancora quando Lei non ti vuole e la vita non ha più senso?

Quando si parla di lucida follia si pensa proprio ad un momento del genere, in cui lucidamente si pianifica un gesto folle: un omicidio. E in Italia troppo spesso la pianificazione di un omicidio parte dalla richiesta di un porto d’armi.

Succede anche in questo caso: Matteo si informa e scopre che per avere una pistola legalmente bastano pochi giorni e pochi soldi. E’ sufficiente un certificato medico per richiedere il “Diploma di Idoneità al Maneggio delle Armi” in una sezione di Tiro a Segno Nazionale e subito dopo “l’Autorizzazione all’acquisto di Armi e Munizioni” presso un qualsiasi Commissariato italiano. Lo chiamano volgarmente “porto d’armi per uso sportivo”. Online si trovano tutte le istruzioni e qualche sito internet promette che per tutte le pratiche bastano solo 48 ore.

Il 16 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi uccide l’ex fidanzata Denise con una Beretta Iver regolarmente acquistata e detenuta con permesso sportivo.

Per la prima volta in Italia la via legale è la più veloce e la più economica. Basta autodichiararsi “sportivi” e si può comprare legalmente una pistola e tenerla in casa.

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Quante sono oggi le armi sportive nelle case italiane?

Non si sa con precisione e manca un’anagrafe delle armi consultabile dai cittadini. Vecchie statistiche parlano di 127 mila armi per uso sportivo nel 2002 e di 470 mila nel 2015. Quasi quadruplicate nel giro di una decade, a fronte di una lieve diminuzione delle armi da caccia e del dimezzarsi dei porti d’arma per difesa personale (da 45 a 19 mila). Perché? Sicuramente la caccia è diventata un’attività meno popolare, ma l’ossessione per la difesa personale invade sempre più l’animo degli italiani. Il problema è che per avere il porto d’armi per difesa personale, l’unico che consenta di girare con una pistola carica in tasca, bisogna avere un valido motivo: un lavoro che preveda il trasporto di ingenti quantità di denaro o preziosi per esempio. Per il permesso di detenzione sportiva invece basta la motivazione dello sport, è una soluzione facile e veloce. Quindi tutti sportivi.

C’è da dire che il Tiro a Segno in Italia è uno sport serio e importante. Non evoca certo un’idea di violenza, piuttosto di calma e concentrazione: un uomo solo contro un bersaglio di carta. E’ disciplina olimpica fin dalla prima Olimpiade moderna, Atene 1896, e quella italiana è una delle squadre che vediamo più spesso sul podio. Sono più di 300 le sezioni di Tiro a Segno Nazionale (TSN) presenti sul territorio italiano, più tutta una serie di poligoni privati.

Dato il proliferare di armi e tiratori i poligoni saranno pieni di gente che fa la fila per sparare, immaginiamo. Invece pare proprio di no. Con un po’ di fatica riusciamo a farci dare le statistiche di affluenza da una delle sedi di Tiro a Segno Nazionale. E’ in una cittadina di appena 50 mila abitanti ma nel 2016 ha rilasciato quasi 800 certificati di idoneità al maneggio delle armi e l’anno precedente più di 800. Quanti di coloro che hanno preso l’agognato patentino sono tornati a sparare presso quel poligono? Il dato è agghiacciante: appena 5 persone.

Che gli italiani ricorrano alla facile etichetta dello sport per armarsi non pare un’illazione, ma un fatto. Ognuno ha i suoi motivi, tra cui primeggia l’ansia per la difesa della proprietà privata, ma i fatti ci dicono che queste pistole non sparano contro ladri, sparano contro familiari e conoscenti.

Quante sono in Italia le armi sportive che hanno ucciso?

Da una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo datata 21 ottobre 2013[1] sappiamo che quell’anno l’Italia era al primo posto in Europa per numero di omicidi commessi con arma da fuoco rapportati agli abitanti: 0,71 ogni 100 mila abitanti. Un tasso esorbitante se si pensa che nella vicina Francia erano 0,06 e nel Regno Unito 0,07. Ma non sappiamo quante di queste armi fossero regolarmente detenute né quante lo fossero per uso sportivo. Statistiche ufficiali non ce ne sono e per farci un’idea bisogna scartabellare i casi di cronaca.

Il sociologo Giorgio Beretta, che malgrado il cognome non è parente della famosa azienda produttrice di armi da fuoco e anzi è un membro attivissimo della Rete Italiana per il Disarmo (RID), in questi giorni ha lanciato online la creazione di un database degli omicidi e reati compiuti con armi legalmente detenute (https://www.facebook.com/DatabaseOmicidiReatiConArmiLegali/). I cittadini possono segnalare i casi. L’iniziativa sembra funzionare, nei soli primi due mesi del 2017 sono state individuate ben 6 armi da fuoco legali che hanno ucciso 7 persone. Tra esse troneggia la calibro 9 detenuta per uso sportivo del calciatore Fabio Di Lello, a Vasto, acquistata poche settimane prima dell’omicidio del ventiduenne Italo D’Elisa.

Se l’unico modo per sopperire all’assenza di dati ufficiali sul fenomeno è recuperare gli articoli di cronaca nera, lo facciamo anche noi. Veniamo travolti da un numero impressionante di casi e di pistole. Storie di malattie mentali ignorate al momento del rilascio del permesso di detenzione per una pistola come la Stoeger-Cougar 9 mm della strage del Broletto del 2013 con cui Andrea Zampi uccise due impiegate della regione Umbria. Storie di casi etichettati come “Femminicidi”: mariti e fidanzati respinti che rivolgono l’arma contro le loro ex e a volte anche contro i loro bambini. Ricordiamo Daniele Antognoni che uccise la moglie Paula e il figlioletto Christian di soli 5 anni con una Beretta 9×21; Ciro Vitiello che sparò i quattro colpi calibro 22 che posero fine alla vita della moglie Rosa Landi; il medico Luigi Alfarano che dopo la moglie uccise il figlioletto di 4 anni con una Beretta 98.

Tutte pistole detenute legalmente, per uso sportivo.

In Parlamento il problema è in discussione e c’è una proposta di decreto legge, firmata dalle senatrici Amati e Granaiola, che vorrebbe confinare le armi sportive nei poligoni vietandone la detenzione in casa e istituire un’anagrafe dei possessori di armi consultabile da medici e personale sanitario. Possiamo immaginare cosa ne pensino i falsi sportivi, ma chissà cosa diranno i veri sportivi …

[1] COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO E AL PARLAMENTO EUROPEO Le armi da fuoco e la sicurezza interna dell’UE: proteggere i cittadini e smantellare il traffico illecito. Bruxelles, 21.10.2013.

 

Le Olimpiadi della Guerra Fredda: Mike Eruzione e il Miracolo sul Ghiaccio

Le Olimpiadi della Guerra Fredda: Mike Eruzione e il Miracolo sul Ghiaccio

«Do you believe in miracles?». Voi ci credete nei miracoli? Se la vostra risposta è sì, sarete sicuramente lieti di leggere questa storia. Se invece la vostra risposta è no, continuate comunque a scorrere questo articolo perché molto probabilmente alla fine cambierete idea.

La Guerra Fredda incombe sui Giochi

Mentre si stanno disputando le Olimpiadi invernali a Pyeongchang e le gare, molto spesso, passano quasi in secondo piano rispetto alle tensioni di politica internazionale che si respirano dentro e fuori le piste, la mente non può non tornare a quell’incredibile edizione dei Giochi del 1980, a Lake Placid.

       All’epoca infuriava la Guerra Fredda e da più di trent’anni il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: quello statunitense e quello sovietico. Un conflitto non armato che sfociava però in tutti gli altri àmbiti della vita politica e sociale: ideologie, economia, espansione e controllo territoriale fino alla rincorsa della Luna. Insomma, ci si sfidava su tutto. E fra quel tutto, non poteva assolutamente mancare lo sport, strumento assai utile per comprendere la Storia, non essendole in alcun modo estraneo.


       Ma se agli inizi degli anni Settanta la Diplomazia del Ping Pong aveva avvicinato il governo cinese a quello statunitense, adesso invece sul tavolo si ponevano due questioni assai scottanti: l’invasione sovietica dell’Afghanistan e le prime minacce del presidente Jimmy Carter seriamente intenzionato a boicottare le imminenti Olimpiadi di Mosca.

       Prima, però, c’erano da disputare i casalinghi Giochi invernali. E una nuova occasione di un epico scontro tra le due potenze si avrà il 22 febbraio, quando le squadre di Hockey, quella americana e quella sovietica, si scontreranno su una pista di ghiaccio, dando vita a una partita che è rimasta indelebile nella storia dello sport con il nome di Miracolo sul Ghiaccio.

Usa VS Urss

«A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta negli ultimi sette tornei». Era questo il centro di un articolo apparso il giorno prima dell’inizio delle gare sul New York Times. L’Unione Sovietica era la squadra destinata a vincere l’oro e a sbriciolare tutti gli avversari che si sarebbe trovata di fronte.  Dunque, prima ancora che il puck si posasse sul ghiaccio, pare che i sovietici avessero già la medaglia appesa al collo. E come non cedere a un così facile pronostico d’altronde? La squadra capitanata da Boris Michajlov, 200 goal in carriera, è una delle più forti e vincenti che il mondo abbia mai visto: dal 1963 hanno vinto quasi tutte le edizioni annuali dei campionati del mondo. In più, vantano in formazione due difensori insuperabili, Fetisov e Kasatonov, oltre al leggendario portiere Vladislav Tretjak, e avanti alcuni giovani favolosi come Helmut Balderis e Vladimir Krutov. Hockeisti dilettanti, certo, ma solo sulla carta: perché nel blocco sovietico vige il dilettantismo di Stato. E dunque si gioca e si vince per l’ideologia, per la patria, per la grande madre Russia.

La squadra americana, invece, si presenta alla competizione olimpica con tutti i pronostici a sfavore. I ragazzi sono affidati all’allenatore Herb Brooks, forse l’unico a credere nell’impresa impossibile — anche più dei suoi stessi giocatori —, fermamente convinto sin dall’inizio che preparazione e determinazione possono ridurre o addirittura annullare qualsiasi gap tecnico, tattico e d’esperienza. Anche il più profondo. E per farlo decide di affidare la fascia di capitano al più anziano dei suoi giocatori a disposizione: Michael Anthony Eruzione, detto “Mike”, un italoamericano di 25 anni. Nonostante non apprezzi lo stile di gioco del ragazzo di origini napoletane, basato quasi totalmente sulla potenza, Herb Brooks, però, capisce di uomini prima che di Hockey e in un istante si accorge dell’invidiabile leadership e della carica emotiva di Eruzione che potrebbero servire tantissimo a una squadra con un’età media di 21 anni. Una banda di ragazzotti del Minnesota che nello spogliatoio guardano in cagnesco quelli di Boston che a loro volta neanche passano il disco a quelli di Wisconsin. Giocatori che fino a un minuto prima si erano disputati con botte da orbi il titolo universitario. Ecco perché a Brooks in quel momento serve un capitano capace di mettere assieme tutti, e Mike Eruzione diventerà proprio questo: l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Mike Eruzione

Nato a Winthrop, nel Massachusetts, il 25 ottobre 1954, Mike è figlio di un operaio e di una casalinga che a casa bada ai sei figli di una classica famiglia italoamericana. Mike ama giocare all’aria aperta e praticare qualsiasi sport che gli permetta di correre e divertirsi con gli amici. Se la cava abbastanza bene nel baseball e nel football, ma come molti ragazzi americani si ritrova completamente in difficoltà se gli passano un pallone da calcio. E viene da sorridere se si pensa agli strani casi della vita, perché una sua cugina, Connie, sposerà in prime nozze il compianto e discusso Giorgio Chinaglia.

Il colpo di fulmine definitivo per il disco sul ghiaccio, come veniva chiamato in Italia ai tempi del fascismo, arriva giocando alcune partite con la Winthrop Youth Hockey. Mike si accorge che con il bastone sulla pista di ghiaccio ci sa fare e durante un’amichevole estiva se ne accorge anche Jack Parker, l’allenatore della Boston University che nota immediatamente il suo talento e a fine partita gli dice: «Ragazzo, se per il prossimo anno non hai ancora scelto un ateneo, sappi che qui da noi per te un posto in squadra ci sarà sempre». Ed è così che Mike giocherà per cinque anni nei Boston College Eagles con cui segnerà 92 reti e servirà 116 assist, dimostrando che Parker quel giorno ci aveva visto giusto.

Mike, che sin da piccolo non coltivava chissà quali sogni di gloria, pare abbia già disegnato il suo futuro. In quel momento è fidanzato con Donna, la ragazza che diventerà sua moglie; guida una Chevrolet scassata che sarà la sua auto per altri quindici anni; ed essendo troppo piccolo per sperare di poter giocare un giorno con i professionisti della NHL (National Hockey League), studia educazione fisica e già si vede professore di ginnastica in qualche liceo o college. Una vita normale, nell’ombra. Be’ non sempre però le cose vanno come sono state previste. Perché prima c’è ancora un bel po’ di Hockey da giocare: i campionati mondiali e poi le Olimpiadi del 1980.

Lake Placid, 1980

Durante le nefaste partecipazioni alle edizioni dei campionati del mondo, prima in Germania e poi in Polonia, gli Stati Uniti di Mike Eruzione hanno subito quasi solo sconfitte. Ci sono state pure due partite contro l’Unione Sovietica ma ogni volta sono tornati a casa dopo aver rimediato due memorabili scoppole: 13-5 e 13-1.

Poche settimane prima dell’inizio dei Giochi, però, durante la tournée di preparazione, gli Stati Uniti riconquistano un po’ di fiducia in se stessi sconfiggendo per ben quattro volte la squadra B dell’Unione Sovietica. Ma tre giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, durante l’ultima amichevole giocata al Madison Square Garden, il tutt’altro che dolce risveglio: stavolta gli avversari sono quelli della vera Unione Sovietica, la quale vince passeggiando per 10-3 davanti a un mare di bandiere a stelle e strisce ammainate.

«Gli uomini hanno battuto i bambini», sentenzierà il giorno dopo un commentatore che, però, dimenticava come a volte succedano anche dei miracoli.

Nonostante la pesante sconfitta del Madison, Brooks è convinto che i russi siano in parabola discendente e che quindi si possano battere. Per rinforzare la sua idea e motivare i suoi, alla fine di ogni allenamento mostrerà alla squadra i filmati degli avversari sottolineando la scarsa allegria del gruppo che appariva effettivamente annoiato e poco coeso. A ogni primo piano del capitano Boris Michajlov, Brooks ferma il Super8 e dice: «Ma guardatelo, sembra Stan Laurel!» sottolineando la notevole somiglianza con il superlativo compagno di Ollio. La squadra ride e si carica. Prima, però, bisogna superare la prima fase a gironi, il che è tutt’altro che scontato.

Brooks ritiene che due delle avversarie del gruppo B, Norvegia e Romania, sono alla portata dei suoi ma dall’altra parte teme che Svezia, Cecoslovacchia e Germania Ovest siano più forti ed esperte. Siccome per passare il turno bisogna arrivare tra le prime due, un mezzo miracolo è necessario già dalle prime partite.

Di grande auspicio è il pareggio all’esordio con la Svezia, un 2-2 che dà a tutto il gruppo una maggiore consapevolezza di poter arrivare in fondo. Da lì, gli Stati Uniti prendono una grande spinta che li porterà a battere nell’ordine: Cecoslovacchia, Norvegia, Romania e Germania Ovest, con 23 goal segnati e 8 subiti.

Dall’altra parte, però, l’Unione Sovietica, annoiata o meno che fosse, ha letteralmente passeggiato sugli avversari, infliggendo 51 reti in cinque partite e subendone solo 11.

Per differenza reti, la Svezia si aggiudica il primo posto nel girone B apparecchiando così la tavola per la sfida delle sfide: la rivincita tra americani e russi. Un match che, come abbiamo detto, andava oltre lo sport. La guerra fredda combattuta su un campo di ghiaccio.

Il Miracolo sul Ghiaccio

Il 22 febbraio del 1980 l’atmosfera elettrica dell’Olympic Fields House Arena (oggi Herb Brooks Arena) è talmente elettrica che sta per trasformare la beata gioventù dei giocatori americani in benedetta incoscienza. Attorno alla pista, sugli spalti, la folla sventola bandiere a stelle e strisce e intona inni patriottici. Sì, quel giorno a Like Placid sono in tanti a credere in un miracolo. L’inizio della semifinale olimpica, però, segue la logica. I sovietici chiudono subito gli americani nella propria metà campo e usano Jim Craig, l’eroico portiere di ventitré anni, come il centro del loro personalissimo tiro a bersaglio. Craig, però, nel solo primo periodo respinge ben sedici tiri degli avversari, prima di arrendersi alla tremenda rasoiata di Vladimir Krutov, che segna l’1-0. Logico d’altronde, pensa qualcuno. Ma a volte la logica non basta.

Dopo pochi minuti, infatti, William Schneider piega il guanto di Tretjak con un tiro dalla linea blu e pareggia. Quindi Sergej Makarov fa 2-1, poi a tre secondi dalla fine del primo periodo arriva l’episodio chiave della gara, quello che cambia definitivamente la partita: il rocambolesco pareggio di Mark Johnson.

I russi rientrano in campo con una novità: hanno cambiato il portiere, adesso para Myškin. È l’indizio che conferma le crepe e i punti deboli che Brooks aveva visto nei filmati. Anche se Aleksandr Malcev segna il 3-2 nel secondo periodo, ormai gli americani hanno capito di essere stati scelti dal destino. Così Johnson segna il secondo goal personale quando il cronometro segna meno di nove minuti alla fine della gara.

Ottantuno secondi dopo, in un clima delirante, arriva il leggendario momento di Michael Anthony Eruzione che entra nella storia dello sport con tutti gli onori del caso: è suo il goal decisivo del 4-3!

Dalla cabina stampa, il telecronista Al Michaels urla le ultime battute di un commento rimasto nella storia e con il quale abbiamo aperto l’articolo che state leggendo: «Restano undici secondi, ora dieci, il conto alla rovescia è partito! Morrow passa a Silk, mancano 5 secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!». Do you believe in miracles? Yes!

Dopo quella miracolosa vittoria, la medaglia d’oro arriverà dopo il 4-2 contro la Finlandia in finale. Sì, perché the Miracle on Ice contro l’Unione Sovietica è avvenuto in semifinale, e non in finale come in molti erroneamente credono. Una partita talmente importante e talmente incastonata per sempre nell’immaginario collettivo americano, da doverla raccontare più volte al cinema. 

Quella contro gli scandinavi sarà ancora una vittoria in rimonta, ancora improbabile, ancora con un finale romanzesco. Per tutti, però, quell’oro è collegato alla notte del 22 febbraio del 1980. Quella del goal dell’italoamericano dal nome profetico: Eruzione. Forse perché neppure un vulcano avrebbe potuto sprigionare l’energia che gli Stati Uniti misero in campo quella sera.

E ora, ditemi, ci credete nei miracoli?

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


Altro che Normandia: perché gli Americani non riescono a conquistare il Calcio Europeo?

Altro che Normandia: perché gli Americani non riescono a conquistare il Calcio Europeo?

A volte ritornano. Partiti in 102 nel 1620 con la nave MayFlower, i discendenti di quei padri pellegrini che scapparono dalla terra della Regina e colonizzarono l’America sono tornati e si sono comprati più di mezza Premier League.

Crystal Palace, Manchester United, Liverpool (due volte), Arsenal, Aston Villa, Sunderland, Fulham, Millwall, Derby County, Swansea, Bournemouth (25% proprietà americana) e con il Barnsley, obiettivo di un consorzio a stelle e strisce che potrebbe essere il prossimo.

Pochi, se non nessuno, hanno riscontrato il benvolere del pubblico. Il caso più eclatante quello dei padroni del Manchester United, la famiglia Glazer, che ha avuto da subito attriti con i fans che sono arrivati addirittura a creare una nuova  squadra lo United of Manchester che milita nella National League (serie dilettante). Tanto meglio in popolarità non è andato neanche agli altri proprietari, specialmente quelli di Fulham, Aston Villa e Sunderland che sono retrocesse, mentre lo Swansea si è salvato per il rotto della cuffia.

“Non è giusto affermare che siano stati tutti completi fallimenti”, ha affermato Chris Anderson, consulente che ha aiutato i proprietari americani a comprare le società inglesi, a proposito delle proprietà a stelle e strisce in Premier. “Molti hanno riscontrato difficoltà con le dinamiche del gioco e dell’industria. Non riescono a comprendere la natura della bestia”.

Secondo Steven Gans, avvocato di Boston che ha consigliato e continua a farlo squadre e proprietari americani ma anche inglesi, ci sarebbe una diretta connessione tra come i genitori americani approcciano le gare calcistiche dei loro figli e l’approccio dei proprietari americani rispetto ai club acquistati e pagati milioni e milioni di dollari. Questo è secondo lui la radice del problema che stanno riscontrando gli americani da quando hanno iniziato ad arrivare in Inghilterra: “I genitori dei bambini che giocano a calcio tendono a non metter troppo bocca nel gioco perché non avendo un’educazione, un background, i rudimenti base del calcio, come invece hanno per basket, football e baseball, sono insicuri, riconoscono di non conoscere, entrano in punta di piedi e si affidano a persone esterne che magari ne sanno di più ma semplicemente non sono la persona giusta. Stessa cosa accade agli imprenditori quando comprano un nuovo asset distante e fuori dal loro campo di azione, di studio e di conoscenza”.



Il problema per i proprietari americani, almeno all’inizio, continua Gans, “E’ quello di trovare la persona giusta di cui fidarsi. Quando uno straniero atterra in una città straniera, gli può capitare di pagare il taxi molti più soldi di quanto sia il reale prezzo della corsa, e che fa? Paga perché non lo sa. Ancora non conosce le regole del gioco. Può succedere a tutti noi. Altro esempio, quello di qualcuno che anche se fluente in una nuova lingua capisce il significato delle parole, delle frasi ma non coglie le sfumature. Per questo spesso non hanno lo stesso grado di ricezione rispetto a quello che hanno in patria”.

Secondo Hendrik Almstadt, dirigente esecutivo di nazionalità tedesca che ha lavorato per la proprietà americane di Aston Villa ed Arsenal, “Questi signori sono per lo più professionisti provenienti dal mondo della finanza. Sono abituati ad un mondo macho fatto di vestiti costosi e su misura e dentature perfette e smaglianti”. Una delle differenze più importanti, continua Almstadt, tra l’industria sportiva Americana ed Europea e che “In America ogni settore, anche il più piccolo è altamente qualificato e professionale.  I nuovi proprietari non capiscono che in Europa non sempre è così e quanto l’ambiente sportivo sia molto più informale e basato su reti di contatti personali. Tanto che il proprietario del Liverpool John Henry ha dichiarato che il calcio europeo è come il selvaggio West”.

Sempre secondo Almstadt “Gli americani tendono a credere che un approccio moderno, razionale e analitico farà di loro l’eccezione in un mondo caotico ed impulsivo come quello del calcio europeo. Il problema è che ogni ambiente professionale ha le sue regole e dinamiche stratificate da anni e, nel caso specifico del calcio, manager da lungo tempo, ex giocatori ancora molto influenti ed un ambiente giornalistico molto ostile verso il portatore di rivoluzione e nuove idee. Loro vorrebbero modellare l’ambiente a proprio piacimento senza conoscere però il territorio e le dinamiche di uno uno sport poco familiare, generando spesso l’effetto diametralmente opposto. In America tradizionalmente il proprietario dà le chiavi dell’azienda al manager di turno e se dopo sei mesi le cose non sono andate come ci si aspettava questo viene mandato via e le chiavi passano ad un altro. Questo approccio, che è l’opposto di quello inglese dove avere un manager di lunga durata è una virtù per portare risultati a lungo termine, ha portato ad un numero lunghissimo e senza fine  di figure di dubbia utilità in società ed il fatto che essendo tutti contingenti e sostituibili, ci siano meno responsabilità, vengano prese decisioni povere e spesso si crei il panico”.

Anche Arsene Wenger si è espresso a proposito dell’arrivo degli americani in Premier: “Fino a qualche anno fa il collegamento tra questi due mondi sarebbe stato impensabile. Ora pian piano ci stiamo annusando e conoscendo a vicenda. Prima di far scorrere lo champagne passerà ancora qualche anno, sia noi che loro dobbiamo crescere ma le cose stanno iniziando ad andare meglio”.

Chi viene dal mondo senza passione e fatto di soli numeri come quello di Wall Street non comprende e, viceversa, non può essere compreso da quelli che quel mondo non l’hanno mai vissuto cioè i tifosi. Il primo sogna il pareggio di bilancio, il secondo il centravanti da 30 goal a stagione a costo di affossarlo quel bilancio.

Una cosa però è certa, per gli americani il campo ed i risultati derogheranno sempre alla stabilità economica, alla struttura societaria e ai bilanci. Il calciomercato sarà sempre l’ultima cosa a cui pensare, a meno non si debba vendere in quel caso  la prima, e la competitività della squadra sarà sempre e solo specchio della possibilità economica di spesa, fredda, senza passione, senza follia ed in alcuni casi senza ambizione. Perchè nel calcio, purtroppo, solo una piccolissima parte dei soldi si fa con le vittorie e ancor meno con i tifosi che vanno allo stadio.

Anche gli Stati Uniti cedono al Gioco D’Azzardo: la Legalizzazione (totale) del Betting è dietro l’angolo

Anche gli Stati Uniti cedono al Gioco D’Azzardo: la Legalizzazione (totale) del Betting è dietro l’angolo

A due giorni dal Super Bowl, dove il gettito di denaro proveniente dalla scommesse è stimato in circa 4,8 miliardi di dollari delle quali il 97% piazzate in modo illegale rispetto alla legge americana, negli Stati Uniti si sta discutendo la possibilità di legalizzare il gambling visto il grandissimo guadagno per le casse dello Stato ma non solo.

Negli States le scommesse solo legali in pochissimi posti, i più importanti: Atlantic City, Las Vegas ed i casinò all’interno delle riserve indiane. Ergo tutto il resto del giocato è piazzato attraverso allibratori che reggono il famoso picchetto.


PASPA ED IL RISCHIO INCONSTITUZIONALE

La legge americana che regola e vieta nella maggior parte dei casi il gambling è quella federale del 1992 che prende il nome di Professional and Amateur Sports Protection Act che ora è al vaglio della Corte Suprema che ne deciderà la costituzionalità. Dovesse venir considerata anticostituzionale aprirebbe un varco per la legislazione autonoma di ogni singolo stato per legalizzare il gambling.

IL BLACK FRIDAY ED IL GIRO DI VITE

Il 15 aprile 2011 il Dipartimento di Giustizia Americano fece chiudere la più grande poker room d’America e del mondo, Full Tilt Poker, poiché i suoi proprietari, tra cui il famoso matematico e pokerista Chris “Jesus” Ferguson vennero accusati di aver sottratto soldi dai conti gioco dei pokeristi e di frode bancaria e riciclaggio. Venne coinvolta anche PokerStars.com ma che con un accordo con il Dipartimento di Giustizia riuscì a riottenere il dominio e tornare in affari restituendo ovviamente i soldi sottratti ai giocatori. Questo scandalo fece si che un ferreo giro di vite venne adottato nei confronti del gambling online.

Il GRANDE BUSINESS E LA PROPOSTA NBA

La nave Mayflower partita da Plymouth nel 1620 e sbarcata in America ci ricorda che gli Americani non sono altro che inglesi ed irlandesi, entrambi popoli molto dediti al gioco d’azzardo. Uno sguardo al di qua dell’oceano ed è subito evidente quanto sia grande il business delle scommesse e quanti soldi abbiano i bookmakers tanto da sponsorizzare tantissime squadre ed addirittura dare il nome alle competizioni.  Ecco che allora, la NBA, tramite il suo commissioner Adam Silver, sentito l’odore di cambiamento ha cercato di prendere la palla al balzo. Legalizzare le scommesse sulle partite NBA ma alla lega l’1% di tutte le scommesse piazzate. Ufficialmente questi soldi, che sono stati stimanti in 2 miliardi di dollari a stagione, sarebbero secondo Silver la franchigia dovuta alla NBA per il fatto di accollarsi i rischi che portano le scommesse e per investire in tecnologie all’avanguardia per contrastare il fenomeno di puntate anomale e del match fixing.

In realtà però la NBA queste tecnologie dedite al controllo già le ha e sembra difficile che i bookmakers possano accettare una richiesta del genere. Anche perché dovesse essere accettata anche le altre leghe, NFL, NHL, MLB e MLS, si farebbero sotto chiedendo le stesse condizioni. Più probabile, invece, l’adozione del modello europeo con sponsorizzazioni e pubblicità da parte dei bookmakers sui cartelloni e sulle divise da gioco. Vedremo chi la spunterà.

LA FINE PER GLI INDIANI?

Il quarto giovedì di Novembre ogni anno gli americani celebrano il giorno del ringraziamento che storicamente è il giorno in cui gli indiani di America offrirono il tacchino ai pellegrini e gli insegnarono a coltivare e ad allevare in terreni e condizioni meteorologiche completamente diverse da quelle in cui erano abituati. Gli americani ringraziarono sterminandoli prima e rilegandoli nelle riserve poi. Uno dei core business di queste riserve è proprio il gioco d’azzardo. Essendo i casinò indiani spesso vicino alle grandi città, sono tantissimi gli scommettitori americani che portano soldi nelle loro casse. Venisse legalizzato il gioco d’azzardo in America sarebbe un bruttissimo ed inevitabile colpo per questi casinò e quindi per la sopravvivenza delle riserve e tribù indiane. Dal tacchino fino alle scommesse, un altro giorno del ringraziamento in arrivo?

 

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