Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Abbiamo seguito con particolare attenzione la vicenda “barriere” che fino alla primavera scorsa ha funestato la vita degli habituée dello stadio Olimpico di Roma. Una divisione fisica accentuata dal clima estremamente repressivo con cui i tifosi romanisti e laziali venivano accolti nello storico impianto del Foro Italico. Tutti ricorderanno infatti che a tener lontano dalle gradinate – per ben 19 mesi – buona parte dei supporter capitolini non furono solo le divisioni fisiche ma anche un vero e proprio accanimento manifestato sotto forma di controlli asfissianti e multe da 168 Euro per chiunque occupasse un posto diverso da quello assegnato sul biglietto nominale o – peggio ancora – si appoggiasse a una balaustra o sostasse su un ballatoio durante la gara.

Con la rimozione delle barriere – avvenuta pochi giorni prima del derby di ritorno della semifinale della Coppa Italia, a marzo scorso – il clima attorno allo stadio Olimpico sembrava stesse tornando lentamente alla “normalità”, con le curve finalmente in grado di mettere in mostra il classico spettacolo del tifo senza incorrere in sanzioni e divieti. Questo “trend” è stato però invertito nell’ultima settimana, quando a diversi sostenitori giallorossi sono state notificate sanzioni pecuniarie, relative alle partite con Internazionale e Atletico Madrid, per essersi eretti sulle balaustre in modo da coordinare il tifo della Curva Sud. Una sanzione che, in caso di recidiva, porterebbe direttamente al Daspo. Per il tifo romanista, dunque, il ritorno di un vero e proprio incubo.

Ma per quale motivo Roma continua a essere il teatro prescelto per una gestione quanto meno discutibile dell’ordine pubblico durante le manifestazioni sportive? “Laboratorio sociale? Il sospetto che sia così c’è”, ha commentato mercoledì scorso l’ex Prefetto della Capitale (dal 2003 al 2007) Achille Serra ai microfoni di Rete Sport. È chiaro – come sottolineiamo da sempre – che le regole vadano sempre rispettate ma è altrettanto chiaro che c’è anche un discorso di consuetudini e priorità a cui rispondere.

Dall’inizio di questa stagione è entrato in vigore il nuovo Protocollo d’Intesa sulle manifestazioni sportive redatto dal Ministero dell’Interno e stipulato da Lega, Federazioni e società calcistiche. Un documento che a tutti gli effetti porta la gestione dei tifosi verso una riapertura di credito e una graduale eliminazione di restrizioni e divieti che negli ultimi dieci anni l’hanno fatta da padrone. Oltre alla completa eliminazione della tessera del tifoso. Il ritorno in trasferta di tifoserie storicamente non tesserate (es. bergamaschi a Firenze, doriani a Torino e napoletani a Ferrara) o quello degli strumenti di tifo come tamburi e megafoni segna probabilmente la fine dell’epoca del “proibizionismo assoluto” nel tentativo di ridare ai nostri stadi colore, calore e folklore.

multe stadio olimpico

Mentre a Roma si continua ostinatamente in direzione opposta. E in maniera alquanto discutibile. È vero, esiste un regolamento d’uso dello stadio che vieta di “arrampicarsi su balaustre, parapetti, divisori ed altre strutture non specificatamente destinate allo stazionamento del pubblico” ma è anche vero che, soprattutto in ambienti “governati” dalle masse, esistono anche delle regole non scritte, consuetudinarie, che per anni sono state tollerate. Usando il buon senso, ovviamente. Questa ricerca maniacale della legalità, se traslata all’Olimpico, in realtà entra un po’ in contraddizione con il modus operandi a cui i tifosi sono domenicalmente abituati. Si usa il pugno duro per i ragazzi che salgono su un muretto per far sostenere al meglio la squadra mentre – proprio per eseguire le perquisizioni in fase di afflusso – si lascia spesso che la massa si addensi di fronte ai pochi cancelli/tornelli aperti. Chiunque potrebbe avere uno zaino pieno di esplosivo e approfittare della calca e del disordine che abitualmente si viene a creare. Se poi contestualizziamo ciò in un periodo di massima allerta terrorismo possiamo capire come i conti non tornino affatto. E come le priorità vengano affrontate quasi al contrario.

Inoltre se parliamo del regolamento d’uso è importante sottolineare come la sua infrazione sia comune davvero a tutti gli spettatori. Dalla curva alla Tribuna Autorità. In quanti, infatti, conservano il biglietto fino all’uscita? In quanti non hanno mai cambiato posto rispetto a quello scritto sul biglietto? In quanti, almeno una volta, sono riusciti ad entrare con una bottiglietta di plastica? Questo solo per elencare alcune fra le prescrizioni ivi contenute. Il che, chiaramente, non dev’essere un’induzione a non rispettare le regole ma un invito a ragionare su come le stesse possano e debbano essere modellate in ogni situazione. Soprattutto quando si parla di grandi spazi aggregativi.

Le sanzioni pecuniarie di cui sopra fanno capo alla Legge 88 del 24/04/2004. E in particolar modo all’art. 1/septies introdotto con la Legge Pisanu del 2005 e così modificato in ultima battuta dal Decreto Amato del 2007 (quello successivo alla morte dell’Ispettore Raciti): chiunque, fuori dei casi di cui all’articolo 1-quinquies, comma 7, entra negli impianti in violazione del rispettivo regolamento d’uso, ovvero vi si trattiene, quando la violazione dello stesso regolamento comporta l’allontanamento dall’impianto ed è accertata anche sulla base di documentazione video fotografica o di altri elementi oggettivi, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro. La sanzione può esser aumentata fino alla metà del massimo qualora il contravventore risulti già sanzionato per la medesima violazione, commessa nella stagione sportiva in corso, anche se l’infrazione si è verificata in un diverso impianto sportivo. Nell’ipotesi di cui al periodo precedente, al contravventore possono essere applicati il divieto e le prescrizioni di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, per una durata non inferiore a un anno e non superiore a tre anni. 

Un passaggio alquanto controverso che l’Avvocato Lorenzo Contucci già anni fa contestava evidenziando come la l’articolo sia “fortemente sospettato di incostituzionalità: il D.A.SPO. è una misura di prevenzione che ha quale presupposto la pericolosità del soggetto, ancorché limitata all’ambiente sportivo o parasportivo. Non può essere ritenuto pericoloso, però, chi entra allo stadio con un biglietto intestato ad un’altra persona o chi non siede al proprio posto o chi viola una norma regolamentare stabilita dal proprietario dello stadio o dalla società di calcio che impone l’allontanamento dallo stadio. Ad esempio: se il Regolamento di uno stadio impone l’allontanamento dallo stesso nel caso in cui si getti un pezzo di carta per terra e non nel cesatino dei rifiuti, la questura può, in caso di recidiva amministrativa, diffidare con obbligo di firma da 2 mesi a 3 anni! Sembra difficile che tale disposizione possa reggere ad un esame di costituzionalità e sarà compito del difensore e dei giudici espungerla per sempre dall’ordinamento sollevando la relativa questione sotto il profilo dell’irragionevolezza della norma, paramentrandola alle altre misure di prevenzione”. E invece questo strumento non solo ha retto, ma ormai è anche utilizzato ogni settimana.

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Come poterne uscire quindi? Benché una presa di posizione delle società sia sicuramente fondamentale, come in occasione delle barriere c’è bisogno di un intervento della politica. Il Ministro dello Sport Luca Lotti e quello dell’Interno Minniti sembrano disposti al dialogo e hanno sicuramente l’opportunità di intervenire. In tal senso è fondamentale che la questione standing areas venga discussa e diventi una delle prime necessità per tutti gli stadi del Paese. Come raccontato su queste colonne da Valerio Curcio ci sono degli scogli da superare, su tutti un decreto del Viminale datato 1996, che tra gli impianti dove è consentito seguire gli eventi in piedi non contempla gli stadi. Dopo oltre vent’anni, tuttavia, proprio in un quadro che sta facendo emergere la volontà di rendere i nostri impianti fruibili a tutte le categorie (dal tifo organizzato al signore di tribuna) occorre rinnovarsi e rinnovare l’intero sistema gestionale.

Tornando alle multe indirizzate alla Sud: perché non costruire (come avviene in molti stadi d’Europa) dei palchetti dove i lanciacori possano sostare senza incorrere in ammende? Il tifo non deve certo essere un problema, semmai l’anima del calcio, quindi se si vuol renderlo sempre più sicuro perché non ovviare (almeno fino alla costruzione di spazi consoni) in questa maniera? Del resto i nostri stadi sono l’esempio massimo di spese (a volte inutili) continue e milionarie rappresentate da gabbie, reti, recinzioni e cancelloni. Perché non “buttare” qualche Euro per rendere lo spettacolo migliore?

Ecco, Roma dovrebbe primeggiare in questo. Non in esperimenti che – negli anni – si sono quasi sempre rivelati perdenti. Nascendo e morendo all’interno del Grande Raccordo Anulare. Sarebbe anche arrivato il momento di sottolinearlo.

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Standing areas negli stadi: da Roma inizia il percorso per modificare la normativa

Standing areas negli stadi: da Roma inizia il percorso per modificare la normativa

La strada che potrebbe portare le standing areas negli stadi italiani parte da Roma. In primis dallo Stadio Olimpico, di proprietà del Coni, che sta studiando la normativa e le possibili soluzioni. Si è già detto del perchè il calcio italiano ha bisogno delle standing areas (LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO SULL’ARGOMENTO) , oggi parliamo del percorso istituzionale che tale idea dovrà compiere per divenire realtà.

L’altro ieri si è svolta a Roma una seduta della Commissione Sport del Comune, che ha visto la partecipazione di due delegati del Coni e di alcuni consiglieri comunali. La commissione, convocata dal presidente Angelo Diario, ha l’obiettivo di far sedere al tavolo le istituzioni e le realtà interessate per raccogliere indicazioni politiche e individuare il percorso da seguire.

standing areas

L’ostacolo principale relativo all’introduzione dei posti in piedi negli stadi italiani è l’art. 6 del Decreto ministeriale del 18 marzo 1996, che non ne prevede la realizzazione negli stadi di calcio con capienza superiore ai duemila posti. Al fine di modificare tale decreto, lo stesso Diario ha scritto al ministro dello sport Luca Lotti: «Questa amministrazione si rende disponibile a ogni forma di collaborazione rivolta all’individuazione di un percorso condiviso per la soluzione della problematica».

Ma il percorso coinvolge almeno due ministeri. «Anche al Ministero dell’Interno sono interessati, c’è infatti un gruppo di lavoro che sta studiando le modifiche necessarie – ha detto Diario in commissione – Li informerò che esistono la volontà politica e le condizioni ambientali per un ripensamento della normativa. Ovviamente le eventuali modifiche si estenderanno a tutti gli stadi italiani, compresi quella di nuova costruzione per i quali sarà più facile prevedere delle apposite aree».

I delegati del Coni hanno sottolineato come, oltre al Decreto ministeriale, ci siano anche altri potenziali impedimenti da considerare. Il primo è legato alle vie d’uscita: se grazie ai posti in piedi aumenta la capienza di un settore, dovrà aumentare anche la portata delle vie di esodo. Il secondo è legato alla visibilità: quando si installa una standing area bisogna considerare anche le persone che siederanno dietro di essa, la cui visibilità potrebbe essere ridotta (anche se, a onor del vero, nelle curve italiane si sta già tutti in piedi). Infine, quello degli investimenti: per realizzare posti in piedi nei vetusti impianti italiani saranno necessarie delle spese, legate non solo all’installazione dei seggiolini ma anche alla risoluzione delle due problematiche appena citate.


Si tratta, comunque, di questioni contingenti e legate al singolo impianto. Nulla toglie che il Ministero possa modificare il Decreto e poi girare le responsabilità ai proprietari degli impianti, che potranno creare le condizioni per realizzare le standing areas: il Coni per l’Olimpico, i comuni o i club per quasi tutti gli altri stadi. Per quanto riguarda la situazione romana, che è ovviamente sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Sport capitolina, il Coni è certamente interessato alla realizzazione di posti in piedi. Non si hanno invece notizie riguardo al nuovo stadio della Roma: una standing area non è prevista dal progetto, in quanto non permessa dalla normativa, ma nulla toglie che – una volta superato l’ostacolo – Pallotta e Parnasi possano decidere di regalare questa gioia ai tifosi della Roma.

La palla passa ora al Ministero dell’Interno, che ha la possibilità di recepire le indicazioni politiche del Comune di Roma e del Coni. Nel frattempo, anche la Commissione Sport e Cultura della Camera studierà la questione. Riusciranno gli stadi italiani a stare al passo con quelli europei, almeno su questo aspetto?

Derby di Roma: via le barriere, torna lo spettacolo…e la normalità

Derby di Roma: via le barriere, torna lo spettacolo…e la normalità

A Roma si torna a respirare aria di derby, quello vero. Martedì 4 aprile, dopo svariate stracittadine disputate in un clima surreale, avremo la possibilità di rivivere la vera atmosfera del derby capitolino come non accadeva da ormai troppo tempo. Sono infatti passati ben due anni e mezzo da quando, a cavallo tra l’agosto e il settembre del 2015, il Prefetto Gabrielli ebbe l’infelice idea di dividere entrambe le curve dello stadio Olimpico con un’inutile barriera. Sovraffollamento, maggior sicurezza, più ordine: queste furono le scuse poco credibili che i fautori di tale provvedimento diedero in pasto alla stampa, cercando di far passare come necessario un provvedimento in realtà totalmente inutile. Gli ultras, da ambo le parti, la presero malissimo, disertando praticamente per l’intera stagione lo stadio e rendendo le partite interne delle squadre romane uno spettacolo taciturno e desolante.

Dopo un anno di assenza i tifosi della Lazio, al contrario dei supporters giallorossi, decisero di tornare di modo da non lasciare sola la squadra per un’altra stagione, scelta che generò polemiche sia all’esterno che all’interno dello stesso popolo laziale. Nonostante il ritorno degli ultras biancocelesti in curva, nessun derby finora disputato è però mai riuscito a dare un senso di ‘’normalità’’ all’evento. Il derby è fatto di sfottò, cori, colore, entusiasmo e sana rivalità, tutte cose che se dall’altra parte manca l’avversario di sempre non ci sarà verso di ottenere. Ecco allora che per un anno e mezzo la città di Roma si è vista sottrarre l’evento sportivo più bello e invidiato, quel match che per quasi un secolo ha fatto sognare, gioire e piangere come se in palio ci fosse ben altro di una semplice partita di campionato. Ma finalmente la luce sembra essere tornata, la speranza di rivedere l’antica rivalità cittadina riaccendersi ha finalmente ripreso vita pochi giorni fa, quando sono iniziati ufficialmente i lavori per la rimozione delle tante discusse barriere divisorie all’interno delle due curve. Con i settori che torneranno a ruggire all’unisono entro il 4 aprile, ecco che in città si è subito ripreso ad assaporare una vecchia atmosfera, quella del grande evento. Caccia al biglietto con interminabili file nelle ricevitorie, fascino dell’orario notturno a fare da cornice, curve polverizzate e tanto entusiasmo da ambo le parti per una partita che potrebbe finalmente tornare a regalare un colpo d’occhio invidiabile.

Con le previsioni che parlano di almeno 50 mila persone sugli spalti, la palla adesso passa agli ultras: non saranno ammessi passi falsi ed errori dal punto di vista dell’ordine pubblico. Quello che chiedevano i tifosi più caldi, ovvero il ritorno alla normalità, è stato fatto, ma ora sta a loro dimostrare di “meritare” tale fiducia (persa non si sa quando), ricreando quel fantastico ed elettrizzante clima fatto di voce e colore tenendo però fuori tutti quegli atti totalmente sconsiderati che in passato hanno portato alla decisione di dividere il settore a loro più caro.

Derby di Coppa in notturna, trappola o atto di fiducia?

Derby di Coppa in notturna, trappola o atto di fiducia?

Questi primi mesi del 2017 potrebbero passare alla storia del calcio romano come il periodo del ritorno alla normalità. Dopo diversi anni di polemiche, restrizioni, barriere e orari diurni per la stracittadina della capitale, manca infatti solo l’ufficialità per poter tornare a giocare un derby di Roma in orario notturno e senza le tanto contestate barriere al centro delle curve dello stadio Olimpico.

Una battaglia lunga e complicata quella sulle barriere, con ambedue le tifoserie che in questi due anni hanno combattuto in ogni modo e con ogni mezzo, per far si che venissero rimosse contestandone la dubbia utilità. Finalmente sembra essere giunto il giorno tanto atteso, con il Viminale che nei giorni scorsi ha diramato un comunicato in cui si annunciava l’inizio di un percorso volto a ‘’riunire’’ le curve nel minor tempo possibile. Se una tempistica certa ancora non è venuta fuori, voci di corridoio parlano addirittura di una possibile soluzione entro la fine di febbraio, il che significherebbe giocare i tre derby rimanenti (due di coppa e uno di campionato) tutti senza barriere. A questo si aggiunge la questione orario: sono passati ben quattro anni dall’ultima stracittadina giocata in orario serale (8/4/2013 Roma-Lazio 1-1), con l’Osservatorio che da allora decise di vietare tassativamente di disputare questo match in un orario in cui non fosse presente la luce diurna ad aiutare il difficile compito delle forze dell’ordine nel prevenire incidenti fuori dall’impianto. Anche la finale di Coppa Italia di quell’anno fu disputata alle ore 18 e non al canonico orario delle 20:45, con la Rai che dovette abbassare la testa ed incassare il colpo.

Stavolta però le cose sembrano andare diversamente, con la tv di Stato che appare assai agguerrita a far valere i propri diritti contrattuali e a far quindi rispettare gli accordi televisivi, i quali esigono che il doppio match valevole per la semifinale di Coppa Italia si svolga in orario serale. Con le istituzioni apparse stranamente accondiscendenti a tale richiesta, sembra ormai evidente come questa nuova linea di pensiero generale sia dettata da un voler misurare la maturità delle due tifoserie romane. Dopo anni di aspre misure di sicurezza, uno stadio militarizzato e assurde norme imposte da chi non ha mai messo piede dentro una curva, questa nuova linea distensiva è sia una grande occasione che una potenziale trappola per il movimento ultras romano. L’impressione è che alla prima scaramuccia o al primo ‘’errore’’ da parte di una delle due tifoserie, non solo si tornerà ad avere un clima di assedio all’interno dello stadio, ma stavolta non ci sarà spazio per alcun dialogo futuro. Ecco che ora la palla passa quindi ai tifosi di Lazio e Roma: sta a loro dimostrare di ‘’meritare’’ questa fiducia, riuscendo ad assistere ad un match di calcio senza creare alcun problema di ordine pubblico. Il futuro del derby della Capitale è tutto nelle loro mani e a noi non resta che confidare nel buon senso e nell’intelligenza di chi afferma di mettere il bene della propria squadra al primo posto. Questo è il momento di dimostralo.

Sindacato di Polizia:”Barriere e tessera del tifoso, scelte ingiustificate”

Sindacato di Polizia:”Barriere e tessera del tifoso, scelte ingiustificate”

Dopo più di un anno e mezzo forse sarà possibile superare la scelta che ha portato all’installazione di barriere all’interno delle due curve dello Stadio Olimpico. E’ questo l’esito di una riunione svoltasi nella mattinata di martedì e che ha visto seduti allo stesso tavolo il ministro dello Sport Luca Lotti, il ministro dell’Interno Marco Minniti, il Presidente della Lazio Claudio Lotito, l’AD della Roma Umberto Gandini e il DG Mauro Baldissoni. Al termine del vertice il titolare del Viminale Minniti ha dato mandato al Capo della Polizia Franco Gabrielli di “costruire un percorso che consenta, in tempi ragionevoli, il superamento di tale sistema divisorio, al fine di poter fruire, in condizioni di sicurezza, delle manifestazioni sportive in forma più ampia e serena“, così come riportato dalla nota del Ministero dell’Interno. La volontà di andare oltre il sistema delle barriere non è un argomento estraneo alle forze di Polizia. Qualche giorno fa il sindacato “Italia Celere” in una nota ufficiale aveva chiesto la rimozione delle barriere ritenute inutili allo scopo di ridurre la litigiosità all’interno dell’impianto sportivo. Abbiamo approfondito la questione con Andrea Cecchini, Segretario Generale Nazionale di Italia Celere.

Sembra che ci stiamo avvicinando alla rimozione delle barriere dalle curve dell’Olimpico.

Già, le dico la verità io credo sia una scelta fondata su motivi politici e non tecnici. Del resto anche quella di installare le barriere fu una scelta politica.

Mi spiega meglio? Non c’erano ragioni oggettive per installare le barriere?

Allora, nel 2015 il Prefetto e il Questore ci presentarono le barriere come una necessità per la gestione ordinata delle curve nord e sud. In realtà lo scopo era quello di spezzettare i gruppi del tifo organizzato per evitare che commettessero atti violenti.

Erano frequenti questi episodi?

No, noi le problematiche le abbiamo sempre avute con le tifoserie straniere, penso a quelle inglesi, serbe e russe, e non con quelle di Roma e Lazio. Sono anni che non facciamo interventi all’interno delle curve.

Questo dovrebbe dimostrare che, forse, si sarebbe potuto fare a meno delle barriere.

Esatto. In questo anno e mezzo, al livello di conflittualità con i tifosi, non è successo nulla. O meglio, nulla di diverso rispetto a quello che succedeva anche prima che venissero installate le barriere. Quindi non ci sono ragioni oggettive che spingono all’eliminazione delle barriere, pensi che i tifosi di Roma e Lazio hanno disertato lo stadio a lungo. Lo ripeto è una scelta politica e non tecnica.

Motivata da cosa? E poi perché proprio lo stadio Olimpico?

La ragione non la conosco ma negli ultimi anni io vedo una sempre maggior intransigenza nei confronti dei tifosi e una, diciamo, accondiscendenza crescente nei confronti dei manifestanti di piazza. Io ho partecipato a numerose manifestazioni poi sfociate in violenze, penso al G8 di Genova del 2001 o agli scontri di piazza del popolo nel 2010. Ecco in quei contesti ogni singolo gesto dei poliziotti viene passato al setaccio, alla moviola, mentre non c’è lo stesso atteggiamento nei confronti delle molotov che ci piovono addosso. Perché con i tifosi si usa la mannaia, parlo a livello sistemico, e con i manifestanti si è così accondiscendenti?

Forse perché i tifosi sono più controllabili, nel senso che si ritrovano in un luogo fisico, lo stadio, più o meno sempre le stesse persone che possono essere “educate” ad  comportamenti più appropriati. Questo in piazza è impossibile.

Tessera del tifoso e barriere non hanno la finalità di educare. Lo Stato ha gli strumenti per arginare il problema della violenza legato al mondo del calcio, e di certo non sono le barriere né le tessere del tifoso gli strumenti. Pensi all’Inghilterra c’erano gli hooligans ed oggi non esistono nemmeno le barriere che separano le curve dal campo. Applicando la legge e potenziando le forze dell’ordine avremmo un calcio aperto e sicuramente più gioioso e festoso. Diciamo che ora hanno un’occasione di dimostrare che quella delle barriere è stata una scelta infelice e ingiustificata che ha leso una specifica categoria di persone. Una scelta che riteniamo gravissima. Tra l’altro si è vista solo a Roma mentre anche altre tifoserie hanno causato scontri e danni, penso a partite calde come il derby di Torino, Napoli vs Roma, Fiorentina vs Juventus, Napoli vs Foggia, Pescara vs Lazio, Napoli vs Lazio solo per citarne alcune.

Volendo essere positivi, mi dice se secondo lei sono riscontrabili aspetti positivi pur nell’esperienza non entusiasmante delle barriere in curva?

Un risultato? Non sono stati messi striscioni che coprivano tutta la curva. Un altro risultato? Sono aumentati i cori dei tifosi contro Polizia e Carabinieri perché ci vedono come i responsabili della repressione mentre noi, invece, vorremmo solo che venisse rispettata la legalità in un paese democratico e aperto come il nostro, che non ha bisogno di barriere. L’apertura delle barriere deve essere sinonimo di cambiamento da parte dello Stato e dei tifosi che sono ora chiamati a dimostrare che quello di installare le barriere era un errore.

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