Derby di Roma: via le barriere, torna lo spettacolo…e la normalità

Derby di Roma: via le barriere, torna lo spettacolo…e la normalità

A Roma si torna a respirare aria di derby, quello vero. Martedì 4 aprile, dopo svariate stracittadine disputate in un clima surreale, avremo la possibilità di rivivere la vera atmosfera del derby capitolino come non accadeva da ormai troppo tempo. Sono infatti passati ben due anni e mezzo da quando, a cavallo tra l’agosto e il settembre del 2015, il Prefetto Gabrielli ebbe l’infelice idea di dividere entrambe le curve dello stadio Olimpico con un’inutile barriera. Sovraffollamento, maggior sicurezza, più ordine: queste furono le scuse poco credibili che i fautori di tale provvedimento diedero in pasto alla stampa, cercando di far passare come necessario un provvedimento in realtà totalmente inutile. Gli ultras, da ambo le parti, la presero malissimo, disertando praticamente per l’intera stagione lo stadio e rendendo le partite interne delle squadre romane uno spettacolo taciturno e desolante.

Dopo un anno di assenza i tifosi della Lazio, al contrario dei supporters giallorossi, decisero di tornare di modo da non lasciare sola la squadra per un’altra stagione, scelta che generò polemiche sia all’esterno che all’interno dello stesso popolo laziale. Nonostante il ritorno degli ultras biancocelesti in curva, nessun derby finora disputato è però mai riuscito a dare un senso di ‘’normalità’’ all’evento. Il derby è fatto di sfottò, cori, colore, entusiasmo e sana rivalità, tutte cose che se dall’altra parte manca l’avversario di sempre non ci sarà verso di ottenere. Ecco allora che per un anno e mezzo la città di Roma si è vista sottrarre l’evento sportivo più bello e invidiato, quel match che per quasi un secolo ha fatto sognare, gioire e piangere come se in palio ci fosse ben altro di una semplice partita di campionato. Ma finalmente la luce sembra essere tornata, la speranza di rivedere l’antica rivalità cittadina riaccendersi ha finalmente ripreso vita pochi giorni fa, quando sono iniziati ufficialmente i lavori per la rimozione delle tante discusse barriere divisorie all’interno delle due curve. Con i settori che torneranno a ruggire all’unisono entro il 4 aprile, ecco che in città si è subito ripreso ad assaporare una vecchia atmosfera, quella del grande evento. Caccia al biglietto con interminabili file nelle ricevitorie, fascino dell’orario notturno a fare da cornice, curve polverizzate e tanto entusiasmo da ambo le parti per una partita che potrebbe finalmente tornare a regalare un colpo d’occhio invidiabile.

Con le previsioni che parlano di almeno 50 mila persone sugli spalti, la palla adesso passa agli ultras: non saranno ammessi passi falsi ed errori dal punto di vista dell’ordine pubblico. Quello che chiedevano i tifosi più caldi, ovvero il ritorno alla normalità, è stato fatto, ma ora sta a loro dimostrare di “meritare” tale fiducia (persa non si sa quando), ricreando quel fantastico ed elettrizzante clima fatto di voce e colore tenendo però fuori tutti quegli atti totalmente sconsiderati che in passato hanno portato alla decisione di dividere il settore a loro più caro.

Derby di Coppa in notturna, trappola o atto di fiducia?

Derby di Coppa in notturna, trappola o atto di fiducia?

Questi primi mesi del 2017 potrebbero passare alla storia del calcio romano come il periodo del ritorno alla normalità. Dopo diversi anni di polemiche, restrizioni, barriere e orari diurni per la stracittadina della capitale, manca infatti solo l’ufficialità per poter tornare a giocare un derby di Roma in orario notturno e senza le tanto contestate barriere al centro delle curve dello stadio Olimpico.

Una battaglia lunga e complicata quella sulle barriere, con ambedue le tifoserie che in questi due anni hanno combattuto in ogni modo e con ogni mezzo, per far si che venissero rimosse contestandone la dubbia utilità. Finalmente sembra essere giunto il giorno tanto atteso, con il Viminale che nei giorni scorsi ha diramato un comunicato in cui si annunciava l’inizio di un percorso volto a ‘’riunire’’ le curve nel minor tempo possibile. Se una tempistica certa ancora non è venuta fuori, voci di corridoio parlano addirittura di una possibile soluzione entro la fine di febbraio, il che significherebbe giocare i tre derby rimanenti (due di coppa e uno di campionato) tutti senza barriere. A questo si aggiunge la questione orario: sono passati ben quattro anni dall’ultima stracittadina giocata in orario serale (8/4/2013 Roma-Lazio 1-1), con l’Osservatorio che da allora decise di vietare tassativamente di disputare questo match in un orario in cui non fosse presente la luce diurna ad aiutare il difficile compito delle forze dell’ordine nel prevenire incidenti fuori dall’impianto. Anche la finale di Coppa Italia di quell’anno fu disputata alle ore 18 e non al canonico orario delle 20:45, con la Rai che dovette abbassare la testa ed incassare il colpo.

Stavolta però le cose sembrano andare diversamente, con la tv di Stato che appare assai agguerrita a far valere i propri diritti contrattuali e a far quindi rispettare gli accordi televisivi, i quali esigono che il doppio match valevole per la semifinale di Coppa Italia si svolga in orario serale. Con le istituzioni apparse stranamente accondiscendenti a tale richiesta, sembra ormai evidente come questa nuova linea di pensiero generale sia dettata da un voler misurare la maturità delle due tifoserie romane. Dopo anni di aspre misure di sicurezza, uno stadio militarizzato e assurde norme imposte da chi non ha mai messo piede dentro una curva, questa nuova linea distensiva è sia una grande occasione che una potenziale trappola per il movimento ultras romano. L’impressione è che alla prima scaramuccia o al primo ‘’errore’’ da parte di una delle due tifoserie, non solo si tornerà ad avere un clima di assedio all’interno dello stadio, ma stavolta non ci sarà spazio per alcun dialogo futuro. Ecco che ora la palla passa quindi ai tifosi di Lazio e Roma: sta a loro dimostrare di ‘’meritare’’ questa fiducia, riuscendo ad assistere ad un match di calcio senza creare alcun problema di ordine pubblico. Il futuro del derby della Capitale è tutto nelle loro mani e a noi non resta che confidare nel buon senso e nell’intelligenza di chi afferma di mettere il bene della propria squadra al primo posto. Questo è il momento di dimostralo.

Sindacato di Polizia:”Barriere e tessera del tifoso, scelte ingiustificate”

Sindacato di Polizia:”Barriere e tessera del tifoso, scelte ingiustificate”

Dopo più di un anno e mezzo forse sarà possibile superare la scelta che ha portato all’installazione di barriere all’interno delle due curve dello Stadio Olimpico. E’ questo l’esito di una riunione svoltasi nella mattinata di martedì e che ha visto seduti allo stesso tavolo il ministro dello Sport Luca Lotti, il ministro dell’Interno Marco Minniti, il Presidente della Lazio Claudio Lotito, l’AD della Roma Umberto Gandini e il DG Mauro Baldissoni. Al termine del vertice il titolare del Viminale Minniti ha dato mandato al Capo della Polizia Franco Gabrielli di “costruire un percorso che consenta, in tempi ragionevoli, il superamento di tale sistema divisorio, al fine di poter fruire, in condizioni di sicurezza, delle manifestazioni sportive in forma più ampia e serena“, così come riportato dalla nota del Ministero dell’Interno. La volontà di andare oltre il sistema delle barriere non è un argomento estraneo alle forze di Polizia. Qualche giorno fa il sindacato “Italia Celere” in una nota ufficiale aveva chiesto la rimozione delle barriere ritenute inutili allo scopo di ridurre la litigiosità all’interno dell’impianto sportivo. Abbiamo approfondito la questione con Andrea Cecchini, Segretario Generale Nazionale di Italia Celere.

Sembra che ci stiamo avvicinando alla rimozione delle barriere dalle curve dell’Olimpico.

Già, le dico la verità io credo sia una scelta fondata su motivi politici e non tecnici. Del resto anche quella di installare le barriere fu una scelta politica.

Mi spiega meglio? Non c’erano ragioni oggettive per installare le barriere?

Allora, nel 2015 il Prefetto e il Questore ci presentarono le barriere come una necessità per la gestione ordinata delle curve nord e sud. In realtà lo scopo era quello di spezzettare i gruppi del tifo organizzato per evitare che commettessero atti violenti.

Erano frequenti questi episodi?

No, noi le problematiche le abbiamo sempre avute con le tifoserie straniere, penso a quelle inglesi, serbe e russe, e non con quelle di Roma e Lazio. Sono anni che non facciamo interventi all’interno delle curve.

Questo dovrebbe dimostrare che, forse, si sarebbe potuto fare a meno delle barriere.

Esatto. In questo anno e mezzo, al livello di conflittualità con i tifosi, non è successo nulla. O meglio, nulla di diverso rispetto a quello che succedeva anche prima che venissero installate le barriere. Quindi non ci sono ragioni oggettive che spingono all’eliminazione delle barriere, pensi che i tifosi di Roma e Lazio hanno disertato lo stadio a lungo. Lo ripeto è una scelta politica e non tecnica.

Motivata da cosa? E poi perché proprio lo stadio Olimpico?

La ragione non la conosco ma negli ultimi anni io vedo una sempre maggior intransigenza nei confronti dei tifosi e una, diciamo, accondiscendenza crescente nei confronti dei manifestanti di piazza. Io ho partecipato a numerose manifestazioni poi sfociate in violenze, penso al G8 di Genova del 2001 o agli scontri di piazza del popolo nel 2010. Ecco in quei contesti ogni singolo gesto dei poliziotti viene passato al setaccio, alla moviola, mentre non c’è lo stesso atteggiamento nei confronti delle molotov che ci piovono addosso. Perché con i tifosi si usa la mannaia, parlo a livello sistemico, e con i manifestanti si è così accondiscendenti?

Forse perché i tifosi sono più controllabili, nel senso che si ritrovano in un luogo fisico, lo stadio, più o meno sempre le stesse persone che possono essere “educate” ad  comportamenti più appropriati. Questo in piazza è impossibile.

Tessera del tifoso e barriere non hanno la finalità di educare. Lo Stato ha gli strumenti per arginare il problema della violenza legato al mondo del calcio, e di certo non sono le barriere né le tessere del tifoso gli strumenti. Pensi all’Inghilterra c’erano gli hooligans ed oggi non esistono nemmeno le barriere che separano le curve dal campo. Applicando la legge e potenziando le forze dell’ordine avremmo un calcio aperto e sicuramente più gioioso e festoso. Diciamo che ora hanno un’occasione di dimostrare che quella delle barriere è stata una scelta infelice e ingiustificata che ha leso una specifica categoria di persone. Una scelta che riteniamo gravissima. Tra l’altro si è vista solo a Roma mentre anche altre tifoserie hanno causato scontri e danni, penso a partite calde come il derby di Torino, Napoli vs Roma, Fiorentina vs Juventus, Napoli vs Foggia, Pescara vs Lazio, Napoli vs Lazio solo per citarne alcune.

Volendo essere positivi, mi dice se secondo lei sono riscontrabili aspetti positivi pur nell’esperienza non entusiasmante delle barriere in curva?

Un risultato? Non sono stati messi striscioni che coprivano tutta la curva. Un altro risultato? Sono aumentati i cori dei tifosi contro Polizia e Carabinieri perché ci vedono come i responsabili della repressione mentre noi, invece, vorremmo solo che venisse rispettata la legalità in un paese democratico e aperto come il nostro, che non ha bisogno di barriere. L’apertura delle barriere deve essere sinonimo di cambiamento da parte dello Stato e dei tifosi che sono ora chiamati a dimostrare che quello di installare le barriere era un errore.

Olimpico: sequestrare sciarpe per educare tifosi

Olimpico: sequestrare sciarpe per educare tifosi

Se il buongiorno si vede dal mattino il “percorso” auspicato martedì dal Ministro dell’Interno Marco Minniti e demandato al capo della Polizia Franco Gabrielli, teso a rimuovere le tante vituperate barriere dello stadio Olimpico, non è iniziato esattamente con il piede giusto. È bastata una serata di inizio febbraio, in uno scarno scenario popolato da poco più di ventimila spettatori (malgrado l’elevata posta i palio e la tradizionale importanza che abbraccia ogni Roma-Fiorentina che si rispetti) per far tornare nella mente dei tifosi romanisti i fantasmi che da ormai due anni rappresentano il vero e proprio deterrente, in grado di tenere lontano dagli spalti non solo il tifo organizzato ma anche molti “semplici” tifosi, stanchi di dover sottostare a regole e balzelli più adatti a un check-in aeroportuale che a uno stadio di calcio dove, a rigor di logica, dovrebbe prevalere l’aspetto ludico e dove certamente non si dovrebbero tenere lezioni di Galateo e linguaggio educato.

In diversi settori dell’impianto di Viale dei Gladiatori martedì scorso alcuni tifosi hanno visto sequestrate le proprie sciarpe recanti scritte e sfottò contro le squadre storicamente rivali. Dal “Lazio m…” allo “Juve ti odio”. Motivo? La discriminazione territoriale. Ovviamente. La stessa che negli anni passati ha prodotto la squalifica per alcuni singoli settori e lo sdegno a comando di buona parte della stampa. A parte l’ironia nel constatare come non possa chiaramente sussistere la stessa quando viene chiamata in causa l’altra squadra della città, e la logica riflessione su quanto possa esser ottuso prendere sul serio, tanto da vietare, simili oggetti, ci si chiede come mai cotanta solerzia e voglia di educare venga riservata quasi sempre ai tifosi di calcio? È chiaro che paghino il loro peccato originale di occupare nella scala sociale il ruolo di “cavie da laboratorio”, utili a sperimentare nuove forme di repressione controllo delle masse.

Non da meno è stato il “solito” trattamento riservato ai tifosi ospiti, che ormai ha fatto desistere diverse tifoserie dall’affrontare la trasferta nella Capitale. Se i fan del Pescara (come quelli dell’Internazionale) hanno deciso di boicottare la sfida con la Roma, memori di quella contro la Lazio che li aveva visti arrivare a partita iniziata, scortati sull’A24 come deportati e in seguito multati per non aver rispettato i posti, i cesenati e i viola hanno optato per un iniziale silenzio contro le folli disposizioni messe in atto a Roma. Come sovente avviene negli stadi italiani molti di loro sono stati filmati, documento alla mano, pur non avendo compiuto nessun atto delinquenziale o violento ma per esser “colpevoli” di portare una bandiera o uno striscione (che come si può vedere da alcune foto del settore ospiti non recavano nemmeno scritte offensive).

Un comportamento non nuovo, basti ricordare come vennero gestiti i tifosi del Frosinone lo scorso anno a Napoli: ripresi uno a uno neanche fosse una retata camorristica. Tutto questo rende quanto meno “divertente” il voler impartire al pubblico pallonaro lezioni di educazione su cosa scrivere all’interno delle sciarpe al fine di evitare la celeberrima discriminazione territoriale. Conosciuta fino a qualche anno fa come sfottò.

Un pubblico peraltro vessato da una vera, costante e cieca discriminazione territoriale: quella sui biglietti e sulle trasferte, generalmente soggetti a una vendita regolata dalla provenienza geografica dello stesso. Ricordate? “Sei di Bergamo e vuoi vedere l’Atalanta a Roma? Se hai la tessera del tifoso forse ti ci mandiamo, altrimenti rimani a casa essendo residente nella città orobica”. Non è certamente la prima volta che ciò avviene. A Roma come in altre parti d’Italia. Ma è quanto meno curioso che tali “sequestri” (perdonate le virgolette ma già usare questo termine in riferimento a sciarpe e magliette è quanto meno singolare) si concretizzino proprio nella giornata in cui, probabilmente, è andato in scena un capitolo fondamentale per la rimozione delle barriere erette nei settori popolari dello stadio Olimpico.

Inoltre se si esula momentaneamente dal discorso relativo allo stadio Olimpico, occorre inquadrare il tutto nell’ennesima prova di forza volta a burocratizzare il tifo negli stadi di calcio. Elementi e imposizioni che ormai da anni contraddistinguono la vita media di un tifoso. Dall’obbligo nel chiedere autorizzazioni per le coreografie e gli striscioni, passando per il divieto a tamburi e megafoni, ai titoloni scandalistici e moralizzatori in occasione delle contestazioni (anche pacifiche) nei confronti di squadre ree di aver fallito stagioni o partite importanti. Alle condanne preventive. Il tifoso deve essere sempre ligio al ruolo che gli ha assegnato il sistema calcio. Un esempio attuale? Quanto avvenuto a Pescara, con la macchina del presidente Sebastiani data alle fiamme e la colpa subito focalizzata dai giornali sul tifo organizzato degli abruzzesi. Pur non essendoci ancora nulla di concreto a tal merito.

Processi mediatici che iniziano ben prima dell’individuazione di un colpevole e che contribuiscono a formare nella mente dell’opinione pubblica la percezione di un “mostro a tre teste” che va sempre e comunque combattuto. Sia chiaro, nella fattispecie l’episodio di Pescara è assolutamente deprecabile e i colpevoli vanno puniti, ma perché additare qualcuno o qualcosa senza avere la minima prova? Ieri mattina, in riferimento all’accaduto su “Il Centro” si parla addirittura di terrorismo. Un’esacerbazione dell’avvenuto e l’utilizzo fuori luogo del termine in questo periodo storico. Un alone di stucchevole perbenismo, misto a pregiudizio, che ormai pervade le menti di chiunque sia chiamato a giudicare o “metter mano” su una qualsiasi manifestazione sportiva ove si assembrino dei tifosi.

Curioso poi che spesso a farsi carico di tali decisioni siano organi o personaggi che nel loro curriculum non hanno certo le carte in regola per insegnare educazione e buone maniere al prossimo. E ancor più assordante risulta il silenzio dei media su questi avvenimenti che ormai rappresentano la normalità in quasi tutti gli stadi italiani. Quando si parla di “vivibilità degli stadi” ma soprattutto delle celeberrime “famiglie allo stadio” si dovrebbe tenere conto di questo. Così come andrebbe sottolineato il fatto che ieri un allegro nucleo familiare da tre che voleva assistere al match spendendo meno possibile avrebbe dovuto sborsare 105 Euro per una curva (con la scarsa possibilità di vedere nitidamente il match) mentre i tifosi viola presenti all’Olimpico hanno pagato il loro tagliando ben 45 Euro. Un mix di repressione, caro biglietti e scomodità che produce ormai uno scenario a dir poco desolante quando Roma e Lazio giocano tra le mura amiche.

Proprio qua deve essere individuato il cuore della “Questione romana”. Quel percorso di cui Minniti ha imposto il compimento a Gabrielli si spera che sia in grado di riportare ogni cosa al suo posto. A cominciare da quel clima di normale folklore che si deve respirare in ogni stadio, per garantire al già claudicante calcio italiano di essere ancora minimamente appetibile al pubblico. Per finire con una minima armonia da ristabilire tra tifosi e istituzioni. Assolutamente fondamentale (questa sì) per avere una piena e cosciente gestione dell’ordine pubblico. Gli ultimi due anni di folle repressione hanno acuito, nella maggior parte del pubblico calcistico, la distanza ideologica e di tolleranza con chi la domenica è chiamato a fare servizio d’ordine.

E forse questo è uno degli aspetti più gravi. Che ne dicano grandi firme ed esimi personaggi che fanno a gara per scongiurare la rimozione delle barriere e “restituire lo stadio in mano ai violenti” un percorso verso la normalità può soltanto giovare a lenire un astio complessivo che aumenta ancor più una tensione sociale di cui questa città e questo Paese non avrebbero davvero bisogno in questo periodo storico.

Una maglia o una bandiera goliardica e di sfottò non hanno mai ucciso nessuno. Bisogna saper distinguere tra cosa è davvero pesante e inaccettabile e cosa rappresenta invece l’aspetto folkloristico e passionale del calcio. Chiedete a qualsiasi tifoso laziale e romanista se preferirebbe un derby con invettive reciproche per 90’ oppure quelli di adesso: con lo stadio vuoto, grigio e silenzioso.

Quando l’Italia riuscirà a uscire dalla logica dell’emergenza continua e si metterà in testa di gestire le singole situazioni con criterio e professionalità ne guadagneremo tutti in fatto di qualità della vita. Stiamone certi.

Diaconale:”Lotito assediato. La dirigenza è minacciata”

Diaconale:”Lotito assediato. La dirigenza è minacciata”

Arturo Diaconale, a capo della Comunicazione della Lazio ospite di Michele Plastino a Goal Di Notte,  partecipa a un Forum con Vincenzo D’Amico, Sandro Agostinelli (gruppo Teleroma) Alberto Ciapparoni (RTL), Pino Capua (Goal di Notte), Gianluca Teodori (RDS), Simone Pieretti (Il Tempo).

Michele Plastino: Io non vado allo stadio. Una delle frasi che mi ha fatto arrabbiare è stata questa: “Chi non va allo stadio per Lotito stia a casa”. Che mi dici per tornare?

Chiedere ai tifosi di non andare allo stadio è una pressione forte. Una parte della tifoseria laziale ha pensato che disertando lo stadio sarebbe cambiata la proprietà. Dopo 12 anni questa politica non si è rivelata produttiva. La Lazio è rimasta a Lotito che, seppur a fasi alterne, sta compiendo un lavoro importante. Da anni non ricordo un 6-2 in trasferta. Ringrazio i tifosi che sono andati a Pescara, una trasferta difficile. Non ci si dovrebbe lasciar trascinare dalla “pancia”. La dirigenza è sistematicamente minacciata e insultata. Lotito va in giro con la scorta. Vi sembra normale?”.

Vincenzo D’Amico: tutti gli ex presidenti non viaggiavano con la scorta, Lotito si. Perché??

Molti presidenti sono rimasti in carica per un periodo limitato. Lotito è minacciato perchè all’interno della tifoseria si è creata una spinta mirata a sottrargli la società. Forse si sperava che qualcuno più munifico potesse intervenire e riportare la Lazio all’era di Cragnotti. La Lazio oggi è divisa in due: un bene materiale, di Lotito, l’altro immateriale, dei tifosi. L’errore è proprio questo. La Lazio è unica: non può avere due anime”.

Agostinelli: prima di ricoprire il ruolo istituzionale, capitava che ci fosse quest’aria di protesta verso la Lazio? Non trova grave che un presidente vada in televisione a dire “non me ne frega niente” di fronte alla contestazione?

“Lotito ha il suo carattere. É spontaneo. Si è sentito provocato. Sono in una società che si sentiva in stato d’assedio. Mi ha chiamato Lotito. Così come poi ha chiamato Peruzzi. Evidentemente il Presidente ha ritenuto opportuno assegnare dei ruoli. Peruzzi, in particolare, ha capacità, esperienza, conoscenza e, sopratuttto, quella moderatezza assolutamente necessaria a questa Lazio. Stefano De Martino e Igli Tare sono stati parafulmini di tensione ingiustificata. E comunque anche Lotito ha un cuore: lo ha manifestato ad Amatrice, quando si è commosso. L’attenzione e l’aiuto che ha fornito alle popolazioni passano sottotraccia”.

Pieretti: Lotito non è stato obbligato a prendere la Lazio. Poi ci si è messa di mezzo la politica. Può consigliare come riavvicinarsi alla squadra amata?

Nel momento in cui Lotito ha rilevato la Lazio si è ritrovato con 500 milioni di euro di debiti. Se non avesse pianificato un programma ad hoc, la società sarebbe fallita. Lotito è stata l’unica soluzione realizzabile in quel momento. Calleri si guardò bene dal prendere la Lazio. Si parla di amore e sogni. Il sogno svanisce a contatto con la realtà, quindi non bisogna costruire sull’irrealizzabile. I risultati, che sono volubili, sinora danno ragione. Ah, visto che siamo in tema di metafore, non facciamo come il marito che per fare dispetto alla moglie… ”.

Capua: lo stadio è vuoto non solo per colpa di Lotito, ma lui non sa proteggerlo. Perchè la società non compie uno sforzo e acquista un calciatore?

L’Olimpico vuoto è figlio di tante situazioni. Non solo della disaffezione. É una struttura obsoleta per il calcio, ha un accesso difficoltoso. Lo stadio nuovo non è un atto d’amore, ma di business. Sul Flaminio ho un atteggiamento realistico. Si può realizzare. E infine il mercato: se a gennaio non c’è nessuno che possa rinforzare la Lazio, non si prende. Innesti come Murgia e Lombardi, potenzialmente da nazionale, sono dei rinforzi”.

Ciapparoni: non ritiene che la linea della politica societaria abbia prodotto il disastro attuale? Non ha esigenza di chiedere scusa?

“Credo che la linea della Lazio sia basata sulla difesa ed è stata imposta dalla contestazione. Questa società deve parare sempre colpi. Chiedere scusa? E di cosa? Nessuno ha la verità assoluta. Ci sono stati errori da ambo le parti. La società è cresciuta e la squadra è rinforzata. Se si innescasse un clima diverso, la Lazio perseguirebbe altri obiettivi”.

Teodori: non ritiene che in questi mesi la Lazio, da un punto di vista comunicativo sia decisamente arretrata?

“Non è la prima volta che si affrontano certi argomenti. Molte campagne di destabilizzazione sono figlie di accanimento mediatico probabilmente legato a qualche potere forte. Bisogna senz’altro impegnarsi sulla comunicazione, cavalcando nuovi strumenti. Siamo i primi a voler moltiplicare gli abbonati”.

Chiude Michele Plastino: dall’arrivo di Arturo, la Lazio ha un ottimo allenatore, Inzaghi. Da quando Diaconale è alla Lazio, Lotito parla il 5% meno rispetto al passato. Come lo hai convinto?

“Non l’ho convinto. Ci siamo confrontati. Credo ad un dibattito civile, affettuoso. La televisione è uno strumento importante e dimostra che non c’è bisogno di prendersi a bastonate o insulti. Si è tracciato un solco da seguire, quello del confronto”.