“FUCK ISIS”: Chapeau al gesto (nobile) degli Irriducibili a Nizza

“FUCK ISIS”: Chapeau al gesto (nobile) degli Irriducibili a Nizza

La maglietta è tutta nera con una scritta bianca. Eloquente, visibile: “FUCK ISIS”. Il nero questa volta non ha niente a che fare con le simpatie politiche. Ma è piuttosto il colore scelto dall’organizzazione terroristica che dal 2014 semina morte e terrore tra il Medio Oriente e l’Europa. L’ISIS appunto (lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria) che ha colpito anche qui in Francia, e non una volta soltanto. E’ arrivato anche a Nizza il 14 luglio del 2016, quando un uomo alla guida di un camion ha volutamente investito i passanti uccidendo 86 persone e ferendone oltre 300. Anche in quell’occasione l’ISIS rivendicò l’attentato. A un anno e mezzo di distanza, il mondo non ha dimenticato il sangue versato sulla Promenade des Anglais. E non hanno dimenticato neanche loro, gli Irriducibili della Lazio,  gruppo portante della tifoseria laziale, che in occasione della partita contro il Nizza hanno voluto ricordare l’episodio rendendo omaggio alle vittime, ponendo una corona di fiori nel luogo dell’attentato.

E lo hanno fatto alla maniera loro, presentandosi allo stadio vestiti di una maglietta nera con una scritta bianca riconoscibile anche a distanza. “Fuck ISIS” il messaggio che i tifosi laziali hanno voluto recapitare non solo ai tifosi del Nizza ma a tutta la città ancora scossa dai morti di quel maledetto 14 luglio. Un gesto nobile, l’ennesimo si potrebbe aggiungere, in 30 anni di storia (che hanno festeggiato proprio lo scorso 18 di ottobre), nella quale, gli Irriducibili, sono finiti tante volte (troppe forse) sulle pagine della stampa per essere criticati per i loro comportamenti, come ha fatto l’inglese The Sun, e poche invece per essere applauditi come invece andava fatto in questo caso.  Fino ad oggi, in Europa, poche tifoserie hanno avuto il coraggio di schierarsi così apertamente contro un terrorismo che sembra avere come unico nemico da combattere la civiltà occidentale in generale. Prima dei laziali anche i tifosi del Wisla Cracovia indossarono una maglietta con lo stesso messaggio. E il gesto nobile degli Irriducibili della Lazio per questo deve essere ricordato: come una battaglia di coraggio e di civiltà. A dimostrazione che il tifo organizzato sa essere molto di più di quello che viene raccontato (male) sulle pagine della stampa. Irriducibili Lazio, semplicemente: chapeau.

Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Abbiamo seguito con particolare attenzione la vicenda “barriere” che fino alla primavera scorsa ha funestato la vita degli habituée dello stadio Olimpico di Roma. Una divisione fisica accentuata dal clima estremamente repressivo con cui i tifosi romanisti e laziali venivano accolti nello storico impianto del Foro Italico. Tutti ricorderanno infatti che a tener lontano dalle gradinate – per ben 19 mesi – buona parte dei supporter capitolini non furono solo le divisioni fisiche ma anche un vero e proprio accanimento manifestato sotto forma di controlli asfissianti e multe da 168 Euro per chiunque occupasse un posto diverso da quello assegnato sul biglietto nominale o – peggio ancora – si appoggiasse a una balaustra o sostasse su un ballatoio durante la gara.

Con la rimozione delle barriere – avvenuta pochi giorni prima del derby di ritorno della semifinale della Coppa Italia, a marzo scorso – il clima attorno allo stadio Olimpico sembrava stesse tornando lentamente alla “normalità”, con le curve finalmente in grado di mettere in mostra il classico spettacolo del tifo senza incorrere in sanzioni e divieti. Questo “trend” è stato però invertito nell’ultima settimana, quando a diversi sostenitori giallorossi sono state notificate sanzioni pecuniarie, relative alle partite con Internazionale e Atletico Madrid, per essersi eretti sulle balaustre in modo da coordinare il tifo della Curva Sud. Una sanzione che, in caso di recidiva, porterebbe direttamente al Daspo. Per il tifo romanista, dunque, il ritorno di un vero e proprio incubo.

Ma per quale motivo Roma continua a essere il teatro prescelto per una gestione quanto meno discutibile dell’ordine pubblico durante le manifestazioni sportive? “Laboratorio sociale? Il sospetto che sia così c’è”, ha commentato mercoledì scorso l’ex Prefetto della Capitale (dal 2003 al 2007) Achille Serra ai microfoni di Rete Sport. È chiaro – come sottolineiamo da sempre – che le regole vadano sempre rispettate ma è altrettanto chiaro che c’è anche un discorso di consuetudini e priorità a cui rispondere.

Dall’inizio di questa stagione è entrato in vigore il nuovo Protocollo d’Intesa sulle manifestazioni sportive redatto dal Ministero dell’Interno e stipulato da Lega, Federazioni e società calcistiche. Un documento che a tutti gli effetti porta la gestione dei tifosi verso una riapertura di credito e una graduale eliminazione di restrizioni e divieti che negli ultimi dieci anni l’hanno fatta da padrone. Oltre alla completa eliminazione della tessera del tifoso. Il ritorno in trasferta di tifoserie storicamente non tesserate (es. bergamaschi a Firenze, doriani a Torino e napoletani a Ferrara) o quello degli strumenti di tifo come tamburi e megafoni segna probabilmente la fine dell’epoca del “proibizionismo assoluto” nel tentativo di ridare ai nostri stadi colore, calore e folklore.

multe stadio olimpico

Mentre a Roma si continua ostinatamente in direzione opposta. E in maniera alquanto discutibile. È vero, esiste un regolamento d’uso dello stadio che vieta di “arrampicarsi su balaustre, parapetti, divisori ed altre strutture non specificatamente destinate allo stazionamento del pubblico” ma è anche vero che, soprattutto in ambienti “governati” dalle masse, esistono anche delle regole non scritte, consuetudinarie, che per anni sono state tollerate. Usando il buon senso, ovviamente. Questa ricerca maniacale della legalità, se traslata all’Olimpico, in realtà entra un po’ in contraddizione con il modus operandi a cui i tifosi sono domenicalmente abituati. Si usa il pugno duro per i ragazzi che salgono su un muretto per far sostenere al meglio la squadra mentre – proprio per eseguire le perquisizioni in fase di afflusso – si lascia spesso che la massa si addensi di fronte ai pochi cancelli/tornelli aperti. Chiunque potrebbe avere uno zaino pieno di esplosivo e approfittare della calca e del disordine che abitualmente si viene a creare. Se poi contestualizziamo ciò in un periodo di massima allerta terrorismo possiamo capire come i conti non tornino affatto. E come le priorità vengano affrontate quasi al contrario.

Inoltre se parliamo del regolamento d’uso è importante sottolineare come la sua infrazione sia comune davvero a tutti gli spettatori. Dalla curva alla Tribuna Autorità. In quanti, infatti, conservano il biglietto fino all’uscita? In quanti non hanno mai cambiato posto rispetto a quello scritto sul biglietto? In quanti, almeno una volta, sono riusciti ad entrare con una bottiglietta di plastica? Questo solo per elencare alcune fra le prescrizioni ivi contenute. Il che, chiaramente, non dev’essere un’induzione a non rispettare le regole ma un invito a ragionare su come le stesse possano e debbano essere modellate in ogni situazione. Soprattutto quando si parla di grandi spazi aggregativi.

Le sanzioni pecuniarie di cui sopra fanno capo alla Legge 88 del 24/04/2004. E in particolar modo all’art. 1/septies introdotto con la Legge Pisanu del 2005 e così modificato in ultima battuta dal Decreto Amato del 2007 (quello successivo alla morte dell’Ispettore Raciti): chiunque, fuori dei casi di cui all’articolo 1-quinquies, comma 7, entra negli impianti in violazione del rispettivo regolamento d’uso, ovvero vi si trattiene, quando la violazione dello stesso regolamento comporta l’allontanamento dall’impianto ed è accertata anche sulla base di documentazione video fotografica o di altri elementi oggettivi, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro. La sanzione può esser aumentata fino alla metà del massimo qualora il contravventore risulti già sanzionato per la medesima violazione, commessa nella stagione sportiva in corso, anche se l’infrazione si è verificata in un diverso impianto sportivo. Nell’ipotesi di cui al periodo precedente, al contravventore possono essere applicati il divieto e le prescrizioni di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, per una durata non inferiore a un anno e non superiore a tre anni. 

Un passaggio alquanto controverso che l’Avvocato Lorenzo Contucci già anni fa contestava evidenziando come la l’articolo sia “fortemente sospettato di incostituzionalità: il D.A.SPO. è una misura di prevenzione che ha quale presupposto la pericolosità del soggetto, ancorché limitata all’ambiente sportivo o parasportivo. Non può essere ritenuto pericoloso, però, chi entra allo stadio con un biglietto intestato ad un’altra persona o chi non siede al proprio posto o chi viola una norma regolamentare stabilita dal proprietario dello stadio o dalla società di calcio che impone l’allontanamento dallo stadio. Ad esempio: se il Regolamento di uno stadio impone l’allontanamento dallo stesso nel caso in cui si getti un pezzo di carta per terra e non nel cesatino dei rifiuti, la questura può, in caso di recidiva amministrativa, diffidare con obbligo di firma da 2 mesi a 3 anni! Sembra difficile che tale disposizione possa reggere ad un esame di costituzionalità e sarà compito del difensore e dei giudici espungerla per sempre dall’ordinamento sollevando la relativa questione sotto il profilo dell’irragionevolezza della norma, paramentrandola alle altre misure di prevenzione”. E invece questo strumento non solo ha retto, ma ormai è anche utilizzato ogni settimana.

multe stadio olimpico

Come poterne uscire quindi? Benché una presa di posizione delle società sia sicuramente fondamentale, come in occasione delle barriere c’è bisogno di un intervento della politica. Il Ministro dello Sport Luca Lotti e quello dell’Interno Minniti sembrano disposti al dialogo e hanno sicuramente l’opportunità di intervenire. In tal senso è fondamentale che la questione standing areas venga discussa e diventi una delle prime necessità per tutti gli stadi del Paese. Come raccontato su queste colonne da Valerio Curcio ci sono degli scogli da superare, su tutti un decreto del Viminale datato 1996, che tra gli impianti dove è consentito seguire gli eventi in piedi non contempla gli stadi. Dopo oltre vent’anni, tuttavia, proprio in un quadro che sta facendo emergere la volontà di rendere i nostri impianti fruibili a tutte le categorie (dal tifo organizzato al signore di tribuna) occorre rinnovarsi e rinnovare l’intero sistema gestionale.

Tornando alle multe indirizzate alla Sud: perché non costruire (come avviene in molti stadi d’Europa) dei palchetti dove i lanciacori possano sostare senza incorrere in ammende? Il tifo non deve certo essere un problema, semmai l’anima del calcio, quindi se si vuol renderlo sempre più sicuro perché non ovviare (almeno fino alla costruzione di spazi consoni) in questa maniera? Del resto i nostri stadi sono l’esempio massimo di spese (a volte inutili) continue e milionarie rappresentate da gabbie, reti, recinzioni e cancelloni. Perché non “buttare” qualche Euro per rendere lo spettacolo migliore?

Ecco, Roma dovrebbe primeggiare in questo. Non in esperimenti che – negli anni – si sono quasi sempre rivelati perdenti. Nascendo e morendo all’interno del Grande Raccordo Anulare. Sarebbe anche arrivato il momento di sottolinearlo.

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Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Lucio Battisti era tanto grande quanto riservato. Per questo non ha mai manifestato apertamente la sua passione per la Lazio. Proprio non sopportava l’idea di essere etichettato. Eppure di etichette in quegli anni, gliene sono state affibbiate addosso tantissime. Un giorno era di destra per ‘Il mio canto libero’, un altro era fascista perchè tifava Lazio. Insomma il festival dei luoghi comuni e delle banalità.

Lucio non è mai stato compreso fino in fondo. Spesso è stato frainteso. Quando ha tagliato con i fan e i giornali qualcuno ha pensato che si fosse montato la testa. E Lucio ne avrebbe avuto tutto il diritto, perchè la sua musica era come la mano di re Mida. Ha rappresentato qualcosa di importante per ognuno di noi. E continua farlo ancora oggi.

“Mio figlio era un grande tifoso della Lazio, amava andare allo stadio senza farsi riconoscere” rivelò tempo fa suo padre Alfiero. Battisti distingueva nettamente la vita privata da quella artistica. Voleva parlare al suo pubblico esclusivamente attraverso la musica. E basta. Tanto da dribblare abilmente questi argomenti non inerenti al suo lavoro.

Ma un bel giorno Lucio si stufò anche di questo. Era stanco di dover far fronte ad un qualcosa più grande di lui: la sua popolarità. Decise il silenzio totale. Battisti era un gran tifoso della Lazio, ma non solo. Tanti altri aspetti della sua vita privata restano ignoti al grande pubblico. Ed è giusto così in fondo.

Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti“. E’ difficile camminare davanti al proprio pubblico. E’ molto pericoloso e ci vuole gran coraggio. Ma in queste parole è racchiusa tutta la sua essenza. L’essenza di un artista che vuole lasciare incontaminata la sua immagine. Fu così che all’apice della sua carriera Lucio decise di non rilasciare più interviste ai giornali, rifiutò di posare per fotografie e diede una mazzata alle tv sostenendo che l’olio di ricino fosse meglio.

I toni si inasprirono, la critica cominciò ad attaccarlo. Nel frattempo arriva la separazione da Mogol. Il grande amore finisce, i due viaggiavano su binari diversi. Lucio voleva evolversi, spingendosi artisticamente fino al limite della sperimentazione.

Inizia la collaborazione con Panella. Il taglio col passato è nettissimo. I testi sono dei giochi di parole e doppi sensi. Musicalmente esplora luoghi inusuali, sfornando brani come “La Sposa Occidentale”, “La Metro eccetera”, “Almeno l’inizio”, “Estetica”, “Fatti un pianto”, “Cosa farà di nuovo”  e “Il Diluvio”. Dei capolavori.

E al diavolo chi ha osato bestemmiare dicendo che ormai fosse diventato un dilettante spaventoso. Lucio ha ricevuto tanto amore meritato. Ma anche tanti insulti. Musicalmente parlando e non. Che fosse tifoso della Lazio ormai è risaputo. Da genoano, vantando Faber e Savoretti non dovrei provare alcuna invidia. Ma Lucio è Lucio e un po’ di gelosia c’è. Ma in fondo cosa importa. Nemmeno a lui interessava. Battisti parlava attraverso la musica. E ciò che aveva da dire era fantastico, oltremodo fantastico.

CalcioMancato: Quando Giordano disse “no” alla Juve

CalcioMancato: Quando Giordano disse “no” alla Juve

«Ma Giordano chi? De’ chi stai a parlà? De’ Bbrunetto nostro?». Fine giugno 2009, l’afa già stritolava Roma, ma non al punto da mandare in tilt le sinapsi della Trastevere biancoceleste. Che, sentendo quel nome – Giordano – sulla bocca di due ragazzi che chiacchieravano fra loro per le strade del rione, escluse qualsiasi rimando a statue e fiumi per associarlo immediatamente a quel simbolo di lazialità che, venticinque anni prima, arrivò addirittura a rifiutare il trasferimento alla Juventus.

Era l’estate del 1984 e la Lazio si era appena salvata all’ultima giornata grazie giustappunto alla doppietta di Giordano nel 2-2 di Pisa. Quel giorno, davanti oltre tremila tifosi arrivati dalla Capitale, la squadra aveva concluso nel migliore dei modi un campionato contrassegnato da numerosi problemi: la faticosa ricerca degli equilibri tattici per un organico rinnovato rispetto la promozione dell’anno precedente che portò anche al cambio in panchina con Carosi al posto di Morrone; rapporti ben poco idilliaci nello spogliatoio; episodi arbitrali anomali (il 2-2 interno contro l’Udinese subito al quinto di recupero della ripresa, in nove contro undici a causa di due espulsioni affrettate, e con l’arbitro Menicucci rincorso con un ombrello da un infuriato Chinaglia); ma, soprattutto, l’infortunio proprio di Bruno Giordano, il più forte del gruppo, che ad Ascoli, il 30 dicembre 1983, subì la frattura del perone a causa di un’entrata folle di Bogoni e rimase fuori per quattro mesi. Rientrò ad aprile, giusto in tempo per segnare quattro delle nove reti fondamentali per la sofferta permanenza in serie-A.

Insoddisfatto e smanioso di rilancio, Chinaglia aveva in mente una profonda rifondazione tecnica per la stagione successiva. Ma doveva scontrarsi con il problema principale del club: le precarie condizioni finanziarie. Gli imprenditori americani per i quali faceva da garante latitavano e le casse societarie boccheggiavano. Almeno finché a via Col di Lana non bussò la Juventus. Voleva Giordano, valutato al tempo circa cinque miliardi, ed era disposta a intavolare una trattativa che comprendeva almeno tre o quattro giocatori da inserire nell’affare come contropartite tecniche. Parafrasando Don Vito Corleone, era un’offerta che non si poteva rifiutare. E infatti la Lazio dette il suo benestare all’operazione. Che però naufragò al momento dell’accordo tra la Juventus e il giocatore. Fedele alla sua politica, che prevedeva un ingaggio magro destinato però a moltiplicarsi con i premi per le vittorie, Boniperti propose a Giordano un contratto con uno stipendio inferiore rispetto a quanto l’attaccante percepiva dalla Lazio. Nonostante più di un incontro fra i due, l’attaccante non volle lasciare Roma per Torino. Fu un esito che mandò in ebollizione un ambiente già di per sé abbastanza caldo. Chinaglia s’infuriò con quello che era considerato il suo erede in campo insieme a una parte di tifosi; un’altra parte invece interpretò quel gesto come un atto d’amore: dopo 108 gol in dieci stagioni (di cui due senza disputare una partita a causa della squalifica per il calcio-scommesse), Giordano giurava amore eterno alla squadra e alla maglia.

Non si è mai saputo se alla base di quella scelta prevalse l’aspetto economico, quello sentimentale o entrambi in egual misura. Certo è che nello sport, sia a livello amatoriale che professionistico, quando si antepone il cuore alla ragione, aumentano le possibilità di prendere decisioni che possono rivelarsi sbagliate. Come fu la permanenza di Giordano alla Lazio. La sua mancata cessione, di fatto, bloccò il mercato (che al tempo chiudeva i primi giorni di luglio), l’organico non fu rinnovato, i problemi si moltiplicarono con un altro provvedimento infaustoil ritorno dell’argentino Lorenzo al posto dell’esonerato Carosi e a fine stagione la Lazio retrocesse in serie-B.

A giugno, per Giordano sarebbero arrivate altre offerte e lui stavolta avrebbe accettato di cambiare aria, firmando per il Napoli di Maradona dove avrebbe vinto lo scudetto (’86-87). Poi avrebbe giocato con Bologna e Ascoli, avrebbe allenato sedici squadre, ma non sarebbe più ritornato alla Lazio.

Dove però è rimasto nel cuore dei tifosi ai quali, a distanza di decenni, basta il nome per chiedere subito: «Ma Giordano chi? De’ chi stai a parlà? De’ Bbrunetto nostro?!».

La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

E’ il gennaio del 2000, il calcio italiano è il più ricco e il più bello del mondo, e gli occhi di tutti sono puntati sui campi della Serie A. Nelle curve degli stadi compaiono però sempre più spesso striscioni xenofobi e ostili, accompagnati da bandiere con croci celtiche, ma è forse ancora più inquietante un messaggio della Curva Nord della Lazio durante una partita con il Bari: “Onore alla tigre Arkan”. Moltissimi non capiscono, altri si indignano. E’ il caso di Alen Boksic, all’epoca attaccante biancoceleste e croato di nascita, che si sfoga sulle pagine de ‘La Repubblica’: “Sto male, molto male. Sono amareggiato e deluso anche perché quella scritta viene dai miei tifosi. Hanno reso onore a quello che tutto il mondo considera un criminale di guerra contro il mio popolo. Davvero non si rendono conto di quello che fanno”. Le voci di corridoio assicurano però che a volere quello striscione sia stato un compagno di squadra di Boksic, il serbo (di madre croata) Sinisa Mihajlovic, ora allenatore del Milan, che anni dopo ha spiegato le sue motivazioni al ‘Corriere della Sera’: “Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri”.

La Tigre Arkan, nome di battaglia di Željko Ražnatović, trova la morte il 15 gennaio 2000 in un agguato avvenuto in un albergo di Belgrado, dopo essere stato uno dei più cruenti protagonisti delle guerre jugoslave del decennio precedente. Da sempre grande appassionato di calcio, Arkan è il leader del gruppo ultras più violento della curva della Stella Rossa Belgrado negli anni del conflitto iniziato nel 1991: Ražnatović è noto ai corpi di Polizia di tutta Europa, per aver imperversato tra Italia, Germania, Olanda e Belgio con rapine ed esecuzioni (anche su commissione dei servizi segreti della Jugoslavia di Tito) tra gli anni 70 e 80.

Una volta tornato in patria diventa uno dei principali protagonisti della guerra civile, e sugli spalti del ‘Maracanà’ organizza una spietata milizia di supporto a Slobodan Milošević, presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia che troverà la morte a L’Aja durante il processo a suo carico per crimini contro l’umanità. Arkan e le sue ‘Tigri’ seminano il terrore da vero braccio armato dell’espansionismo della ‘Grande Serbia’: i circa tremila volontari reclutati tra la curva dello stadio e le carceri belgradesi si rendono protagonisti di migliaia di uccisioni, e il potere del loro leader cresce a dismisura nel corso di quei tragici anni.

Al termine dei conflitti, nel 1995, Arkan è uno degli uomini più ricchi e potenti della Serbia, sebbene ufficialmente sia solo il titolare di una pasticceria. Ma oltre che un amante dei dolci, un criminale e un nazionalista Ražnatović è da sempre un grande calciofilo. La sua ambizione e la sua passione per il pallone lo portano ad aspirare a diventare protagonista in prima persona del calcio del suo Paese: sfumati i tentativi di prendere possesso della ‘sua’ Stella Rossa, diventa presidente del FK Obilic, squadra di Belgrado dal passato tutt’altro che glorioso. Ma avere come proprietario il capo delle ‘Tigri” in un’epoca come quella può essere decisamente rilevante, e la storia dei gialloblu lo dimostra: dopo decenni nell’anonimato, nonostante la squadra non sia assolutamente al livello delle big, l’Obilic diventa una delle realtà di punta del calcio serbo.

Le minacce per nulla velate cui vengono sottoposti arbitri e giocatori avversari, con la leggenda che parla anche di gas sedativi negli spogliatoi degli avversari e altre amenità del genere, consentono quello che da altre parti, ma non certo nella Serbia degli anni 90, sarebbe considerato un miracolo calcistico: in un battibaleno arrivano la promozione nella massima serie, il primo scudetto della storia del club (che interrompe un dominio di Partizan e Stella Rossa durato 27 stagioni consecutive) e la partecipazione ai preliminari di Champions League, il tutto facilitato certamente dalla costante e minacciosa presenza di Arkan in panchina.

A eliminare i ‘Cavalieri’ dalla massima competizione europea è il Bayern Monaco, dopo che Arkan ha lasciato la presidenza del club alla moglie Svetlana, cantante celeberrima in Serbia, a causa delle pressioni della Uefa che lo portano anche a progettare l’omicidio dell’allora presidente Johansson prima di rinunciare a causa della mancanza di occasioni concrete. I bavaresi si impongono con facilità in casa, anche grazie alla forzata assenza di Arkan che non può recarsi in Germania a causa di una taglia sulla sua testa risalente alle ‘avventure’ di gioventù da quelle parti, eliminando la squadra balcanica e costringendola alla Coppa Uefa nella quale è l’Atletico Madrid di Arrigo Sacchi a mettere la parola fine alla campagna estera della compagine del crudele comandante serbo.

Poco dopo la parabola di Arkan si conclude a colpi di arma da fuoco, con la stessa violenza che ha caratterizzato tutto il suo percorso di vita. E che ha avuto un ruolo non certo marginale nel suo sogno di realizzare un’utopia calcistica che sarebbe meglio cancellare. Necrologi e onori postumi compresi.

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