Gazza 25 anni dopo: Stefano Greco racconta la cometa biancoceleste

Gazza 25 anni dopo: Stefano Greco racconta la cometa biancoceleste

C’era un tempo in cui la Serie A era il campionato più bello del mondo. Un tempo in cui le più grandi star del calcio internazionale sgomitavano per venire a giocare da noi, un tempo in cui Maradona giocava nel Napoli, Francescoli nel Cagliari e Batistuta nella Fiorentina, e in cui nulla sembrava impossibile per il pallone di casa nostra, padrone assoluto delle coppe europee.

Un tempo in cui la stella più in ascesa del calcio del vecchio continente, che a Italia ’90 aveva dato spettacolo in campo e fuori, veniva ingaggiata da una squadra da molti anni fuori dall’Olimpo del pallone nostrano come la Lazio, che stava passando dalla gestione Calleri a quella ben più ambiziosa di Sergio Cragnotti. Paul Gascoigne ha rappresentato molto per l’ambiente biancoceleste: vedere un talento come il fantasista inglese lasciare la Gran Bretagna per giocare con l’aquila sul petto segnava un punto di svolta fondamentale per gli amanti della squadra capitolina, che di lì a qualche anno sarebbe diventata una delle più forti al mondo. Lo splendido libro di Stefano GrecoIo e Paul. Gazza, la cometa biancoceleste’ (Edizioni Ultra Sport, 335 pp., 19,90 euro) narra in maniera magistrale l’epopea di Gascoigne a Roma, segnata da gravi infortuni (due), gol storici (uno in particolare: quello all’odiata Roma nel derby) e irresistibili scherzi (tanti).

Leggere le avventure di gioventù di un personaggio particolare come Gascoigne raccontate a 25 anni di distanza dai personaggi che più gli sono stati vicini in quel memorabile periodo (da Corino a Zoff fino a Signori e Zeman) strappa un continuo sorriso, che a volte diventa inevitabilmente amaro quando il pensiero va alle condizioni attuali dell’ex numero 8 dell’Inghilterra, impegnato in una lotta impari e senza fine contro il demone dell’alcool. Una storia da leggere tutto di un fiato e che non può non affascinare chi ama il pallone e un tempo che non c’è più.

Non solo Tor di Valle: Campo Testaccio e Stadio Flaminio, due facce dello stesso degrado

Non solo Tor di Valle: Campo Testaccio e Stadio Flaminio, due facce dello stesso degrado

Come direbbe Antonello Venditti “c’è un cuore che batte nel cuore di Roma”. Un cuore grande che però si potrebbe aggiungere, rischia seriamente di fermarsi. E’ il cuore di tutti quei cittadini romani che sono legati alla storia dello sport capitolino e ad alcuni suoi impianti storici. Non c’è soltanto l’Ippodromo di Tor di Valle, del quale, proprio su queste colonne, abbiamo raccontato lo stato di fatiscenza ed incuria. Che rappresenta oggi lo stato del più ampio degrado in cui versa l’intera area di Tor di Valle. La quale però, grazie al progetto sul nuovo stadio della Roma, potrebbe finalmente essere riqualificata. Ma nella Capitale, a parte l’Ippodromo di Tor di Valle, sembra esserci più in generale, un problema serio con l’impiantistica sportiva. Dove sono diverse le strutture sportive (o ex strutture), che negli anni sono state completamente abbandonate. E oggi sono diventate, proprio come l’ex Ippodromo, un esempio di incuria e fatiscenza.

Di tutta questa situazione, i campioni più rappresentativi (in negativo) sono anche i casi che rattristano di più: il campo Testaccio (antica casa dei colori giallorossi) e lo Stadio Flaminio. Due strutture legate alla storia calcistica delle due squadre romane. Ed è questo il cuore che batte nel cuore di Roma e che, purtroppo, corre il rischio di fermarsi. Del campo Testaccio, proprio su queste colonne, scriveva Valerio Curcio il 23 dicembre scorso. Informandoci sullo stato dell’arte di quella che ad oggi, può essere tranquillamente definita una discarica a cielo aperto nel cuore di Roma. Laddove se prima c’era il vecchio terreno di gioco, storica casa dei colori giallorossi, quella dei tempi di Amedeo Amadei e memorabile teatro di un Roma Juventus 5-0, oggi ci sono solo arbusti ed erbacce. A tal punto di diventare, come scrive il Corriere della Sera, per lo più un bosco per sbandati. Una struttura, che dopo essere stata restituita ai cittadini (era il 2000), nel 2006, l’allora giunta Veltroni, avviò i lavori di trasformazione della struttura facendola rientrare nel cosiddetto PUP (piano urbano dei parcheggi). I lavori vennero assegnati ad un’impresa privata che avrebbe dovuto realizzare un parcheggio seminterrato per circa 70 automobili. Impegnandosi allo stesso tempo, a ripristinare il campo da gioco. Un progetto (quello del parcheggio) mai terminato anche a causa di alcuni ritrovamenti archeologici nel sottosuolo (il campo si trova a pochissimi metri dal famoso Monte dei Cocci). A tal punto di convincere, nel 2012, la giunta Alemanno sotto la spinta dell’allora delegato allo Sport, a ritirare la concessione edilizia per provare a restituire il campo Testaccio ai cittadini di Roma. E da lì sarebbe iniziata una battaglia legale dinanzi al TAR in seguito all’impugnazione, da parte dell’impresa concessionaria, del provvedimento di revoca della concessione edilizia. Una battaglia che nel 2015 il Comune di Roma è riuscito a vincere in via definitiva, dopo la conferma della sentenza del TAR e la revoca definitiva della  concessione edilizia. Senza che tuttavia fosse però dato un seguito a quella vittoria con un serio progetto di riqualificazione di Campo Testaccio. E il resto è cronaca di oggi.

Lo stadio Flaminio è l’altro grande esempio dello stato di abbandono in cui versano alcune strutture storiche dello sport capitolino. Un impianto che fino a qualche anno fa era ancora utilizzato per ospitare le partite dell’Atletico Roma per quanto riguarda il calcio e come casa del “Sei nazioni” per le partite di rugby. Una struttura, di cui è proprietaria il Comune di Roma, e che per un segno del destino, è stata inaugurata lo stesso anno dell’Ippodromo di Tor di Valle, nel 1959. E che però, a differenza dell’ex Ippodromo, non sembra destinata a beneficiare di alcuna opera di riqualificazione. Ma proprio come la tribuna dell’ex Ippodromo (per la quale la Sopraintendenza del Comune ha aperto una procedura per l’apposizione di un vincolo di natura architettonica), anche lo stadio Flaminio sarebbe un bene da preservare. Infatti, come prevede l’articolo 10 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, è consideratoun bene di interesse artistico e storico, messo sotto tutela a partire dal 2008. Del quale, attualmente, detengono la proprietà intellettuale e i diritti morali, gli eredi dell’architetto Antonio Nervi che lo ha progettato.

Ed è anche per questo motivo, per i vincoli ai quali sarebbe legato, che il Flaminio non risulta così appetibile agli occhi degli imprenditori. In particolar modo al presidente della Lazio Claudio Lotito. Nonostante un’ampia fetta della tifoseria biancoceleste farebbe carte false per vedere giocare la propria squadra del cuore dentro l’impianto di viale Tiziano. E’ proprio di ieri la notizia di un’altra petizione dei tifosi biancocelesti (dopo l’imponente raccolta firme, oltre 25mila del 2008) partita con l’hashtag #amostostadio, in alternativa all’altro (#famostostadio) lanciato dalla Roma per lo stadio a Tor di Valle. Ma è stata proprio la Lazio, con un comunicato ufficiale dei giorni scorsi, a chiudere subito a questa possibilità : Il Comune non ci rifili lo stratagemma dello stadio Flaminio si legge nella nota diffusa dall’ufficio diretto da Arturo Diaconale. Da Formello sono stati chiari: il Flaminio non ci interessa.  Da qui la domanda: che fine farà?

Inzaghi e la rivincita della tattica italiana

Inzaghi e la rivincita della tattica italiana

La vittoria della Lazio contro la Roma in Coppa Italia ha un significato particolare, diverso dal solito. Vincere un derby a Roma ha sempre un sapore più dolce rispetto a qualsiasi altro match, ma questa volta la differenza l’ha fatta Simone Inzaghi e il suo ‘’rispolverare’’ la cara vecchia tattica italiana a dispetto del nuovo che avanza. Da quando il Barcellona di Guardiola ha incantato le platee di tutto il mondo con il suo tiki taka, soprattutto tra i tecnici emergenti abbiamo assistito troppe volte ad un pericoloso spirito emulativo.

Dall’iniziare la manovra sempre palla a terra fin dal rinvio del portiere, fino ad arrivare alla classica ed estenuante ricerca del palleggio a centrocampo, negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferarsi di tattiche e gestioni delle fasi di gioco molto ‘’barcelloniane’’ anche in quelle squadre che, oggettivamente, non avevano i requisiti per intraprendere questa strada. Tutti amiamo il bel gioco, il vincere dominando l’avversario e il mantenere lungamente il possesso della sfera, ma non sempre è possibile farlo. Il rimanere fermi sulle proprie convinzioni e il giocare sempre allo stesso modo contro qualunque avversario non è sinonimo di superiorità, ma di arroganza. La ‘’moda’’ del tiki taka, unita ad una voglia sempre maggiore di stupire da parte di giovani tecnici in rampa di lancio, ha fatto in modo che si andasse contro il buonsenso, cercando di trapiantare con la forza un sistema di gioco palesemente singolare e di difficile adattabilità in innumerevoli contesti poco inclini a questa sperimentazione.

L’intelligenza di un allenatore sta invece nel saper variare, adattandosi con umiltà all’avversario quando questo è oggettivamente superiore. Tolte Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco e pochissime altre squadre, nessun club al mondo può avere la presunzione di pensare solo a se stesso senza curarsi delle caratteristiche tecnico tattiche dell’avversario di turno. In un’epoca dove molti allenatori emergenti cercano, spesso invano, di emulare i Guardiola o i Klopp di turno, Simone Inzaghi contro la Roma ha invece dimostrato ancora una volta come la scuola italiana, per quanto riguarda gli allenatori, sia ancora una spanna superiore alle altre. Partendo dal presupposto che al giorno d’oggi nel calcio non c’è più nulla da inventare e che alcune regole sono sempre attuali, il mister biancoceleste ha rispolverato il vecchio e tanto caro ‘’difesa e contropiede’’, da sempre la miglior arma da usare quando si affrontano le grandi squadre. Varando un 3-5-2 compatto, con difesa bassa e poco spazio tra le linee, Inzaghi ha solamente adottato la tattica più semplice: coprirsi per poi ripartire in contropiede con rapide verticalizzazioni. Senza andare alla ricerca dell’invenzione geniale o della scelta cervellotica, l’allenatore della Lazio ha semplicemente usato la logica e l’intelligenza, riuscendo con umiltà ad ingabbiare alla perfezione l’avversario. In un mondo del calcio dove l’estetica sembra spesso farla da padrone, ancora una volta un tecnico di scuola italiana ha dato una splendida lezione di tattica a svariati colleghi, perché alla fine, nonostante le mode passeggere e le nuove correnti di pensiero,  quello che conta è sempre e solo il risultato.

Neve, Black out e colpi di pistola: i 5 episodi del Derby di Roma che (forse) non conoscete

Neve, Black out e colpi di pistola: i 5 episodi del Derby di Roma che (forse) non conoscete

Dimenticate il 29 aprile 2007. In questa data si gioca uno dei derby della Capitale più brutti di tutti i tempi che vede Roma e Lazio spartirsi uno 0-0 sotto un sole cocente in una partita noiosa e caratterizzata anche da un innaturale silenzio delle due curve, entrambe in protesta contro le decisioni dell’allora prefetto Achille Serra. A parte qualche incidente di percorso, però, la stracittadina di Roma ha sempre saputo offrire uno spettacolo formidabile al punto da consentirle di sbarcare nelle case di oltre 170 paesi in tutto il mondo. Il derby di Roma è infatti per natura distante da quell’assolato pomeriggio di aprile che deluse le tifoserie di entrambe le sponde. L’imprevedibilità fa da padrona e in effetti non sono pochi gli episodi bizzarri che hanno segnato questa partita in quasi 90 anni di storia. Ne abbiamo selezionati cinque, li conoscevate tutti?

La scazzottata del 1931

Squalifica del campo per Roma e Lazio, multa di 3.000 lire ad entrambe le società, quattro gare di squalifica al romanista De Micheli e tre a Bernardini (Roma) e Ziroli (Lazio). Un bottino niente male quello del derby di Roma giocato il 24 maggio 1931 e tutto per colpa di una rimessa laterale. Sul risultato di 2-2, la notizia del vantaggio della Juventus scuote i giallorossi che iniziano ad accelerare per trovare la via del gol vittoria. Nei minuti finali la palla esce dal rettangolo di gioco, il terzino giallorosso De Micheli si affretta per riprendere il gioco ma il presidente della Lazio Giorgio Vaccaro scaglia la sfera lontano. E’ la miccia che rompe un già fragile equilibrio: De Micheli si avventa contro il generale e gli rifila un pugno che innesca una rissa sul campo e sugli spalti. Sarà necessario l’intervento della polizia a cavallo per sedare gli animi, è il primo episodio di violenza della storia del derby di Roma.

Il doppio voltafaccia

Nell’estate del 1934 lo storico capitano della Roma Attilio Ferraris IV fu ceduto alla Lazio con la clausola di non giocare il derby pena il pagamento di una multa di 25.000 lire. Un salvataggio in corner della società per tentare di rimediare al danno ma un’ulteriore beffa è in arrivo. Il 18 novembre del 1934, data del derby di andata, la Lazio decide all’ultimo minuto di pagare la multa e di far scendere in campo Ferraris. All’ingresso in campo, i tifosi giallorossi accolgono l’ex beniamino con il coro “Venduto, venduto” mentre i laziali rispondono con un beffardo “Comprato, comprato”. Ma i tifosi di entrambi gli schieramenti non possono immaginare un retroscena: pare che alcuni giocatori si fossero radunati prima della gara per truccare il risultato: 1-1, come da copione.

La Lazio paga il buio

Non da una rete o da una parata, il derby della fase a gironi di Coppa Italia del 7 novembre del 1969 viene deciso in tribunale. Eppure un gol la Roma lo aveva fatto e il marcatore di quella (inutile) rete fu Peirò al 35’ con un grande gesto tecnico. A convincere l’arbitro Di Bello a sospendere la partita a soli 6’ dalla fine è un black out che lascia completamente al buio lo Stadio Olimpico. Nei giorni successivi, il giudice sportivo applica il principio della responsabilità oggettiva nei confronti del club biancoceleste che perde così la partita a tavolino per 2-0.

tavolino

La nevicata del secolo

Nel mese di marzo del 1956 l’Europa e in particolare l’Italia vengono investite da una ondata di gelo e da quella che sarà ribattezzata la “nevicata del secolo”. Il 4 marzo dello stesso anno allo Stadio Olimpico Roma e Lazio sono pronte a darsi battaglia in un derby che vale una buona fetta di stagione. A frenare il fischio d’inizio è proprio una furiosa nevicata che si abbatte sulla Capitale costringendo i giocatori a darsi appuntamento al mese successivo. Nell’insolito freddo polare, la Roma sudamericana di Ghiggia e Da Costa non si trova a suo agio come i biancocelesti guidati dagli scandinavi Selmosson e Præst che si imporranno nella gara di recupero per 1-0 con il gol di Muccinelli.

File: [11mar56neve.jpg] | Wed, 01 Mar 2017 00:05:34 GMT LazioWiki: progetto enciclopedico sulla S.S. Lazio  www.laziowiki.org

Gli spari dell’ex Petrelli

Il legame tra la Lazio degli anni ’70 e le armi è stata spesso confermata dagli stessi protagonisti. Una passione quella per le armi introdotta da alcuni giocatori, su tutti Sergio Petrelli, ex giallorosso, che alla vigilia di un derby del ’74 si rende protagonista di un episodio bizzarro quanto pericoloso. Sotto l’albergo che ospita i calciatori biancocelesti, un gruppo di tifosi romanisti si raduna per dare fastidio e rovinare il sonno ai giocatori laziali. A prendere in mano drasticamente la situazione è lo stesso Petrelli che spara due colpi per spaventare il gruppetto di disturbatori colpendo un lampione nelle vicinanze. Il gesto convince i tifosi giallorossi a lasciare l’albergo, non era decisamente aria.

Lazio: è l’ora di Jordan

Lazio: è l’ora di Jordan

Jordan Lukaku finora non ha vissuto una prima stagione facile nel nostro campionato. Arrivato la scorsa estate per 5,5 milioni dall’Ostenda, il terzino sinistro belga doveva giocarsi il posto con l’esperto Radu sull’out mancino per poi diventare il legittimo titolare di quella zona di campo dopo un periodo di ambientamento.  Dopo un promettente avvio, condito dalla buona prestazione alla seconda giornata contro la Juventus, per Lukaku è però iniziato un periodo assai complicato. Infortunatosi alla caviglia i primi di ottobre, in sua assenza Radu si è reso protagonista di ottime prestazioni, conquistando di fatto il ruolo di titolare sulla corsia sinistra. Rientrato tra i disponibili dopo circa due mesi, il più giovane dei fratelli Lukaku si è così dovuto accomodare in panchina e ricominciare dalle retrovie, accontentandosi di fugaci apparizioni e minutaggi di breve durata.

Dotato di ottima corsa e di un discreto sinistro, Jordan deve però migliorare dal punto di vista difensivo. Giovane e abile nella fase offensiva, finora l’ex terzino dell’Ostenda ha faticato parecchio a calarsi nella complessa tattica italiana, secondo la quale un terzino deve essere prima di tutto impeccabile nelle diagonali difensive. Complice un Radu in stato di grazia, Inzaghi non se l’è quasi mai sentita di dare fiducia dal primo minuto al difensore belga, il quale però non si è mai scoraggiato continuando ad allenarsi con impegno e abnegazione. Con le contemporanee squalifiche di Radu, Lulic e Patric, ecco che nel derby di mercoledì prossimo valevole per la semifinale di andata della Coppa Italia, l’arduo compito di limitare le accelerazioni di Salah sarà tutto sulle spalle di Jordan Lukaku. Se da un lato il terzino belga non sembra poter dare ancora garanzie di completa affidabilità, non bisogna però dimenticarsi di come il giovane Jordan si sia disimpegnato in modo più che autorevole durante la sfida contro la Juventus, in quello che può essere considerato un e vero e proprio battesimo di fuoco. Durante il proseguo della stagione sono poi venute a galla alcune lacune difensive dell’ex Ostenda, la maggior parte delle quali riconducibili più a cali di concentrazione piuttosto che a veri e propri limiti tecnico tattici. Con un Inzaghi che per l’occasione potrebbe ‘’aiutare’’ il proprio terzino varando una difesa a tre, dal punto di vista atletico l’apporto di Lukaku potrebbe invece risultare assolutamente fondamentale, essendo uno dei pochi capace di tener testa alla rapidità dell’esterno giallorosso. Guardando poi al futuro, la crescita e la maturazione di Jordan è una condizione fondamentale per il futuro del club biancoceleste, a cui da anni manca un riferimento affidabile sull’out mancino della linea difensiva.