Perchè non si vuole far crescere la Lazio?

Perchè non si vuole far crescere la Lazio?

Bisognerebbe pensare di cambiare il nome. Non più calciomercato, come vuole la tradizione quando arriva la stagione estiva, ma semplicemente supermercato. Quello nel quale la Lazio, dà l’impressione di trasformarsi tutte le volte che invece dovrebbe diventare una corrazzata. Ogni volta, all’indomani di un importante piazzamento europeo, quando i tifosi potrebbero (ma soprattutto vorrebbero) aspettarsi il benedetto salto di qualità. Ma invece, anziché sentire parlare  di possibili rinforzi per la stagione che verrà le notizie che circolano, riguardano tutte possibili cessioni. E sono tutti nomi di cessioni eccellenti. Giocatori che quest’anno hanno fatto la differenza nella squadra guidata da Simone Inzaghi. E malgrado Simone Inzaghi abbia già detto che “ho avuto garanzie dalla società chi parte verrà rimpiazzato”, Biglia, De Vrj e Keita non sembrano nomi così facilmente rimpiazzabili.

Al momento soltanto l’operazione Biglia al Milan (per circa 22 milioni di euro) sembra ormai una cosa fatta e dunque la Lazio dovrà pensare a trovare un nuovo regista sempre che Inzaghi non decida di lanciare definitivamente Murgia. De Vrij e Keita sono invece stati accostati rispettivamente a Chelsea e Juventus senza che però per il momento sia stata trovata, soprattutto nel caso dell’attaccante senegalese, un’intesa con Lotito (che per Keita ha già detto di volere non meno di 30 milioni di euro). Il quale, se tutte e le tre le operazioni andassero in porto, da questa sessione di calciomercato potrebbe arrivare ad incassare oltre 70 milioni di euro. Già, ma da investire come però? Perché i nomi che stanno circolando come possibili operazioni in entrata per adesso sono soltanto voci. Come quella su Rodrigo Caio spacciato per un “clamoroso ritorno di fiamma” ma per il quale però, almeno secondo quello che scrive il sito Laziosiamonoi, non sembra sia stata fatta un’offerta ufficiale. Il resto i nomi girati fino ad oggi sono stati quelli di Klassen, Gonzalo Rodriguez, i due emergenti del Torino Benassi e Baselli (che il ds granata Petrachi ha allontanato dicendo che “per quest’anno non parte”) e infine il “Papu” Gomez.

Ma di affari concreti per il momento non sembra esservi traccia. Come già successo in passato dunque, è il caso delle stagioni 2009-10 (quando partì Pandev e Ledesma venne messo fuori rosa) oppure della più recente 2015-16 (dopo la prima stagione di Stefano Pioli), quando la Lazio è chiamata a rinforzarsi per poter competere finalmente su più fronti, accade puntualmente il contrario: i migliori anziché essere blindati partono. La sensazione, dopo tutti questi anni, è che l’intenzione di Lotito sia quella di tenere la Lazio come se fosse una macchina da guidare a velocità controllata, senza spingere troppo sull’accelleratore. E soprattutto senza far capire ai suoi tifosi, quale sia la destinazione da  raggiungere.

 

C’Mon Guys: la storia di Gazza raccontata senza le solite banalizzazioni

C’Mon Guys: la storia di Gazza raccontata senza le solite banalizzazioni

Abbiamo intervistato Fabio Argentini, autore insieme a Luca Aleandri del libro “C’mon Guys” dedicato a Paul Gascoigne e alla sua vita troppo spesso raccontata con banalizzazioni di comodo.

“C’mon guys” è un libro su un personaggio controverso. Quanta differenza corre fra Gascoigne calciatore e Paul uomo? Poteva evitare il tunnel dell’acool?

«In realtà, oltre le apparenze, non corre alcuna differenza, anche secondo i pareri di quanti abbiamo intervistato tra compagni di squadra, allenatori e dirigenti dell’epoca. Tutti concordano nel sottolineare le caratteristiche che Gascoigne manteneva inalterate dal campo alla vita privata. Una su tutte la generosità che è stata per lui un limite decisivo per la carriera. Gazza era generoso all’eccesso. Non si poteva dirgli “bella questa cinta” che se la toglieva e te la regalava. A Di Vaio, ancora Primavera, regalò un cellulare perché lo aveva sorpreso ad ammirarlo in vetrina. Così faceva con i compagni di squadra, con gli amici e con i semplici tifosi. Racconta un ragazzo che incontrò Gascoigne in uno studio di fisioterapia. Era inverno e la giornata era particolarmente fredda. Questo tifoso strabuzzò gli occhi nel vedere il suo idolo e parlando, prima della terapia, ebbe modo di commentare la bellezza del giaccone sociale che Gazza gli fece trovare all’uscita andando via in maglietta».

Ma questa generosità ha generato, per la troppa irruenza, l’infortunio – era il 18 maggio del 1991 – nella finale di FA Cup tra Tottenham e il Nottingham Forest. Poi la rottura dello zigomo e l’altro gravissimo infortunio in allenamento quando già indossava la maglia della Lazio per un intervento sempre scomposto sul giovane Primavera Alessandro Nesta. A proposito di generosità: Gazza regalò a Nesta un campionario di scarpe di marca, molte nuove di zecca, dicendo “tanto a me non servono”. Era una scusa per tranquillizzarlo.  

“Oltre alla generosità Gazza era anche vittima della sua sensibilità e fragilità: fin da ragazzino segnava gol a grappoli trovando in campo una leggerezza che nessuno si aspettava vedendolo arrivare al campo grassottello, così goloso di cioccolata, affamato di dolci e di affetto. Sin da piccolo faceva scherzi di ogni genere schermandosi dietro un sorriso disarmante. Dietro a quegli scherzi, però, si nascondeva una fragilità infinita. Soffriva di tic, fissazioni, odiava il buio. L’allegria sfrenata faceva da contraltare a una irrequietezza profonda. Il calcio lo tranquillizzava e lo ripagava. Ma dopo tanti infortuni e sfortune l’ultima partita è stata vinta dalla bottiglia”.

Gazza, senza i suoi vizi, avrebbe avuto lo stesso fascino? Quanto ha influenzato, nell’immaginario collettivo, il suo essere “maledetto”? 

 «Gazza ha sempre conquistato l’attenzione dei tifosi e della terribile stampa d’oltremanica, in ogni epoca vissuta. Bianca o nera, con tutti i toni di grigio in mezzo. Sembrava che, dopo il Mondiale del 1990, non si parlasse d’altro che di lui. Paul era l’icona pop art, espressiva di un’era come poteva esserlo un’opera di Andy Warhol. Quando era al top ogni suo gesto veniva esaltato, apprezzato, imitato. E finiva sulle prime pagine dei tabloid e delle riviste che facevano a gara per acquistare una foto esclusiva. Nell’ottobre del 1990 una vecchia Hit del 1971 venne rielaborata in un video musicale cantato ed interpretato dal giocatore e il brano (“Fog on the Tyne”) raggiunse il secondo posto nella top ten dei singoli nel Regno Unito. Gazza cantava, uscivano videogames con il suo nome, statuine, action figures, video con lezioni di calcio o di pesca – il suo hobby – e i sondaggi lo vedevano più popolare della Teacher. L’asso inglese partecipò allo show televisivo satirico Spitting Image, nel quale veniva preparato un fantoccio in lattice del protagonista di puntata: oggi quella maschera è  in mostra al National Football Museum di Preston. Gazza ha anche il primato di ben due statue di cera a lui dedicate, la prima al Madame Tussauds di Londra e la seconda ancora al National Football Museum.  E, quando venne preparato, nel giardino roccioso gigante in Inghilterra, il Mount Rush-Score (una versione in miniatura del Monte Rushmore), Gazza venne inserito tra i quattro volti dei giocatori più importanti del calcio inglese.

Gazza approdò a Roma con questo alone a circondarlo. Nell’estate del 1991, venne accolto da una folla impazzita.

 L’essere – poi – “diventato” maledetto gli ha dato solo una veste altrettanto appetibile dell’altra agli occhi della stampa soprattutto inglese. A un certo punto, da eroe Gazza faceva più notizia da maledetto e i fotografi sono arrivati a lasciargli le bottiglie sull’uscio di casa.

Gazza, pur vittima del demone dell’alcool ha sempre cercato di combattere l’etichetta alla Best, il purosangue di Belfast che ha lasciato anche lui ricordi indelebili tra giocate e slogan che hanno fatto la storia come “Ho speso montagne di soldi tra macchine e donne, gli altri lo ho sperperati” o anche “Non so se sia più difficile andare a letto con Miss Mondo o fare gol al Liverpool da centrocampo. Nel dubbio, ho fatto ambedue le cose”. Ma, rispetto al quinto Beatles (l’unico che avrebbe potuto attraversare le strisce pedonali di Abbey Road con gli altri quattro), Gazza ha sempre detto che non sarebbe finito mai come lui…

Anche durante l’Europeo inglese del 1996, Gazza tentò di dare una spallata alla nomea che stava per circondarlo e soffocarlo. Dopo, però, l’ennesima bravata…

Questa la cronaca. Gascoigne, dopo un gol alla Scozia, viene festeggiato dai compagni (Teddy Sheringham e Gary Neville). Gazza si sdraia per ricevere la “sedia del dentista” con l’acqua della borraccia a sostituire l’alcool di Hong Kong, sede del ritiro dell’Inghilterra dove, nel corso di una serata libera, alcuni giocatori si erano ubriacati. Le immagini della notte brava avevano fatto il giro del mondo e mostrato il modo di far trangugiare alcolici a un bevitore quasi passivo. Il ritorno in patria è accompagnato dalle polemiche. Ma, Paul e soci, risponderanno sul campo. L’esultanza dopo il gol diventerà famosa e segno di riscossa».

 Gascoigne ha giocato 43 partite in maglia biancoceleste, eppure è nei cuori dei tifosi. Come lo spieghi a chi non lo ha vissuto?

 «Perché ha rappresentato l’inizio di un ciclo per una Lazio proveniente dalla serie cadetta. Perché ha proiettato la Lazio sulle prime pagine dei giornali di tutta Europa. Perché Gazza ha saputo capire e intercettare le esigenze dei tifosi biancocelesti entrando con loro in empatia. Perché era un fuoriclasse.

 Ma anche perché la tifoseria biancoceleste guardava all’Inghilterra patria non solo del calcio ma anche del tifo e che adottò e reinterpretò. Il neonato gruppo “Irriducibili”, aveva come simbolo Mr Enrich, un personaggio tratto proprio da un fumetto inglese. Proponeva uno stile improntato all’esempio anglosassone nella scelta dei cori da cantare in curva, nella fattura delle bandiere, nelle sciarpe e nei propri simboli. Il modello di sciarpa a cui ricorrono, ad esempio, era il cosiddetto “popular”, caratterizzato da righe verticali con all’interno un banda di spessore inferiore. Ben presto arrivarono gli “hat”, cioè scoppole biancocelesti a rendere anche a livello estetico il tifoso laziale sempre più simile ai propri omologhi albionici.  

Ecco… In un contesto come quello della tifoseria laziale, che da anni prendeva il tifo inglese come riferimento, pur con tutte le eccezioni e le specifiche del caso, arriva Paul Gascoigne, come benzina gettata violentemente su un incendio.

Si, benzina sul fuoco, perché Gazza è l’uomo che, più di ogni altro, rappresenta, il calcio inglese. Lo rappresenta non solo perché è il giocatore più talentuoso della Nazionale di Sua Maestà, ma piuttosto in quanto autentico simbolo per i tifosi. Irriverente all’eccesso, insofferente all’autorità, ha un campionario di stranezze; annusa le ascelle ad arbitri seriosi, tocca il sedere agli avversari, riempie di “boccacce” le telecamere. Ha origini popolari che non ha dimenticato. Atteggiamenti da clown dietro celebri, solenni sbronze. Il tutto condito da un talento straordinario. A volerlo tratteggiare, non potrebbe esserci per la Curva Nord un idolo più appropriato, più simile ai suoi fans di lui. È questa identità di vedute, e un amore sconfinato per le storie sfortunate, che ha creato un legame fortissimo, inossidabile, tra i tifosi laziali e Gazza».

 Perché il titolo C’mon guys?

«Va di scena il derby il 6 marzo del 1994, in notturna. Sono gli orari che comincia ad imporre il nuovo, esigente, partner televisivo. La tifoseria laziale prepara per l’occasione una scenografia capace di stupire per l’effetto ma anche per l’originalità, sfruttando le straordinarie qualità artistiche di alcuni ragazzi. Si decide di realizzare un bandierone, ma molto più grande, capace di ricoprire una buona parte della curva. Su di esso viene riportata l’immagine di due braccia, perfettamente raffigurate, stringono una sciarpa a bande verticali bianche, blu e azzurre. Al riparo da occhi indiscreti, viene invitato Gazza. E lui non si fa pregare. Pennello in mano vuole che un suo pensiero, la domenica sera, sia sugli spalti con i “suoi” ultras. Su un pezzo di stoffa bianco scrive “C’mon Guys” (andiamo ragazzi), firmato Gazza. Lo slogan, in un amen, manco a dirlo, viene adottato dalla curva ed eccolo lì, a campeggiare nella scenografia, sotto la sciarpa».

 Il libro, che ha realizzato insieme con Luca Aleandri, esalta il legame fa la Lazio e l’Inghilterra. Come nasce questa unione?

 «ll football è nato globale. Sono stati i mercanti inglesi, i marinai, perfino i seminaristi a diffonderlo, dalle prue dei navigli commerciali, al servizio del Grande Impero di Sua Maestà Vittoria. Le prime partite, al di fuori della Gran Bretagna, sono spesso internazionali, con il contributo fondamentale della locale comunità britannica, prima che ogni città riesca a partorire squadre, tornei e campionati per poter competere in modo autonomo.

Nel calcio delle origini, dunque, i pionieri erano inglesi. Anche Roma non ha fatto eccezione. Ed ecco che, quando il pallone ha fatto la sua comparsa all’alba del 1900, la Lazio giocava alcune delle sue prime partite contro squadre di seminaristi inglesi o scozzesi. Con i bulli d’osteria che se la ridevano a vedere un manipolo di strani personaggi inseguire una palla…

 Dalle origini il filo non si è mai interrotto.

Il capitano della nazionale Campione del Mondo che sfidò i campioni inglesi (passarono alla storia come in Leoni di Highbury) vestiva la maglia biancoceleste. La prima volta che l’Italia vinse a Wembley il grande protagonista fu Chinaglia a pochi giorni dalla drammatica sfida della Lazio, finita in rissa, contro l’Ipswich Town che costo ai biancocelesti la partecipazione alla Coppa dei Campioni.

La Lazio ha vinto la prima coppa europea della sua storia a Birmingham e battuto il Manchester Utd nella finale di Supercoppa Europea. Di quella partita, nel corso della sua conferenza stampa di addio, Sir Alex Ferguson dirà: “Tra i pochi rimpianti della mia carriera, c’è quello di non aver vinto la Supercoppa contro la Lazio, la squadra allora più forte del mondo”. Ed ancora: “Avrei voluto allenare giocatori come Di Canio e Paul Gascoigne”. Parole al miele per tutti i tifosi laziali».

 

Un ricordo in particolare: cosa ti manca e cosa ti lega a Gazza? E chi, tecnicamente, potrebbe ricordarlo? 

 «Manca l’empatia che Gazza aveva con la gente laziale che faceva emozionare. Ricordo nitidamente quell’elettricità che si percepiva in quell’amichevole con il Real Madrid con Gazza sotto la curva a salutare i suoi nuovi tifosi.

Tecnicamente l’allenatore Dino Zoff dice oggi di lui: “In carriera ho giocato con diversi giocatori di grande classe e fantasia: Sivori, su tutti, e poi Platini e Haller. Ma, in tanti anni di carriera, non ho mai trovato nessuno con le potenzialità di Paul”.

Chi tecnicamente potrebbe ricordarlo? Wayne Rooney. Ruolo diverso ma caratteristiche simili. Scatto, potenza e senso del gol. Caparbietà anche nelle azioni a percussione. Forse Dele Alli, calciatore inglese centrocampista del Tottenham e della nazionale. Tecnico e imprevedibile come lui. Anche abbastanza rissoso. E poi Eden Hazard del Chelsea.  Letale nel dribbling secco, buona progressione e grande senso del gol. E nel gruppo si potrebbe aggiungere Ramsey dell’Arsenal. Non segna mai gol banali».

Se dovessi sintetizzare Gazza in una frase?

«Utilizzerei quella di Nick Hornby, scrittore inglese autore del libro divenuto poi un film di successo, “Febbre a 90”, interpretato da Colin Firth nel 1997: “Paul Gascoigne possiede intelligenza calcistica a palate ed un’intelligenza abbagliante, che comporta, tra le altre doti, una sorprendente coordinazione e la capacità di sfruttare all’istante una situazione che nel giro di due secondi non sarà più la stessa. Tuttavia, è evidente e leggendaria la sua assoluta mancanza del benché minimo buonsenso”. Penso che renda l’idea».

Libro Paul John Gascoigne detto “Gazza”

Titolo: C’mon guys

Autori: Fabio Argentini, Luca Aleandri

Distribuzione: in edicola con il Corriere dello Sport-Stadio

Prezzo: 10,99

Pagine: 160 + copertine

 

Non tutti possono permettersi un Buffon, eppure giovani talenti crescono

Non tutti possono permettersi un Buffon, eppure giovani talenti crescono

Nel calcio i giocatori più famosi, più invidiati e, spesso, più pagati, sono gli attaccanti. Chi fa gol è da sempre il personaggio più in vista, più amato dalla folla divenendo simbolo e bandiera di un determinato club. Se è anche vero che una squadra vincente si costruisce innanzitutto dalla difesa e che il centrocampo è la zona nevralgica del campo, troppo spesso ci si dimentica invece del ruolo cardine di qualsiasi compagine: il portiere.

Il numero uno è, fin dagli albori del gioco del calcio, il ruolo più delicato e per certi versi affascinante del calcio. Il portiere non ha compagni di reparto, è solo contro tutti. Se un attaccante sbaglia dieci gol, queste occasioni mancate verranno magicamente dimenticate non appena il suddetto giocatore realizzerà una rete. Ma per il portiere non è così, per lui è tutto diverso. L’estremo difensore deve essere sempre concentrato, non può avere cali, non si può permettere di avere incertezze: il portiere può essere perfetto per un intero match, ma basta un suo piccolo errore per cambiare le sorti della contesa, trasformando di fatto una piccola incertezza in uno sbaglio dall’enorme peso specifico. Decidere di diventare un estremo difensore, l’ultimo baluardo a difesa della porta, non è una scelta facile, implica sacrificio, forza mentale e tanto coraggio. Qualunque club, sia che esso punti a traguardi ambiziosi che ad una semplice salvezza, ha nella sicurezza del proprio portiere il pass per raggiungere i propri obiettivi.

La Lazio, che il prossimo anno avrà anche l’impegno europeo oltre a quelli nazionali, è una di quelle squadre che al momento devono ancora decidere a chi affidare le chiavi della propria porta in vista della prossima, fondamentale, stagione. Questo campionato ha regalato due certezze in casa biancoceleste: Marchetti non è più in grado di fare il titolare in un club ambizioso, mentre Strakosha sembra essere definitivamente esploso e può essere preso seriamente in considerazione per gli anni a venire. Sono tante le soluzioni che stanno vagliando Tare e la società, ma per una squadra che deve puntare con decisione a rimanere nel giro europeo alcune scelte appaiono obbligate. Considerando Marchetti un sicuro partente e con Vargic che non sembra aver ancora convinto Inzaghi, se la Lazio decidesse di puntare su un portiere già pronto potrebbe comunque scegliere una linea interna, ovvero Berisha. L’albanese, reduce da un’ottima stagione all’Atalanta, ha dimostrato di essere un estremo difensore affidabile, finalmente maturo, che para il parabile senza avere però nelle proprie corde colpi da campione. Dopo una stagione altamente positiva, un portiere come Berisha potrebbe però avere diverse offerte sia in Italia che all’estero e la sua cessione diverrebbe piuttosto utile per rimpinguare le sempre poco floride casse biancocelesti. Gli altri nomi che in questo periodo girano intorno al mondo Lazio sono quelli di Sirigu, Neto e Consigli, ma nessuno di questi sembra regalerebbe alla porta biancoceleste quella tranquillità necessaria per affrontare con serenità gli anni a venire.

L’unico nome veramente interessante è quello di Mattia Perin, l’estremo difensore genoano che potrebbe essere acquistato in saldo a causa del suo recente problema al ginocchio. Le qualità del portiere rossoblu non si discutono e, se non ci fossero problemi di recupero fisico dall’infortunio, potrebbe rappresentare una soluzione di altissimo livello per blindare a doppia mandata la porta laziale per svariate stagioni. C’è però anche un’altra possibilità, decisamente low cost, che dalle parti di Formello stanno seriamente prendendo in considerazione: dare fiducia al talentuoso Strakosha, affiancandogli magari un secondo esperto. Questa soluzione, auspicata dalla piazza, sembra convincere anche mister Inzaghi, da sempre fiducioso sulle qualità del giovane albanese che quest’anno ha dimostrato di poter difendere una porta così impegnativa. Ovviamente, vista l’età e la poca esperienza del ragazzo, in questo caso la scelta del dodicesimo diventerebbe fondamentale: gente come Sorrentino e Storari potrebbero fare da chioccia al giovane talento, aiutandolo nei momenti difficili grazie alla loro infinita esperienza. Tra soluzioni interne e possibili acquisti la Lazio ha quindi ampia scelta per programmare al meglio la difesa della propria porta nelle prossime stagioni, ma una cosa è certa: la scelta del portiere non si può sbagliare perché, come affermavano gli esperti già negli anni ’50, il portiere vale mezza squadra e questo è un caposaldo del gioco del calcio che, anche col passare degli anni e col cambiare delle epoche, mai muterà.

La grande Lazio di oggi e la solita incognita di domani

La grande Lazio di oggi e la solita incognita di domani

Da sempre, nel mondo del calcio, quando si avvicina la stagione del calciomercato le aspettative più alte sono rivolte ai nomi in entrata. Tutti i tifosi sognano il grande colpo, l’acquisto dell’anno, l’arrivo di un calciatore capace di fare la differenza. Nella mente dei tifosi, sono gli acquisti a far diventare grande una squadra, ma il mercato in entrata è solo una faccia della medaglia. L’altra metà della mela è rappresentata dalle cessioni, fondamentali per reperire i fondi necessari a puntellare la rosa. Se comprare, avendo disponibilità economica, è relativamente semplice, cedere è tutt’altra faccenda.

Un aspetto molto importante relativo al mercato in uscita è la richiesta che un determinato calciatore ha sul mercato. Avere in rosa un ragazzo bravo tecnicamente e che magari ha disputato un’ottima stagione è una buona base di partenza, ma da sola non basta. L’altro aspetto di fondamentale importanza è il contratto: se il suddetto calciatore ha un contratto in scadenza a breve, il valore economico del ragazzo sarà per forza di cose ridimensionato, se non addirittura sballato in relazione al suo reale valore sul campo. L’esempio perfetto di quanto affermato lo abbiamo in casa Lazio, dove due ottimi calciatori come Keita e De Vrij, a causa del loro contratto in scadenza nel 2018, non pongono la Lazio in una posizione di forza in vista della prossima sessione di calciomercato. Il senegalese ha disputato una stagione da assoluto protagonista, è un classe ’95, ha dimostrato di avere ampi margini di miglioramento e, una volta sentitosi coinvolto al 100% dal tecnico Inzaghi, ha letteralmente trascinato i biancocelesti alla qualificazione europea. In condizioni normali, ovvero con un contratto blindato, la valutazione di Keita potrebbe tranquillamente oscillare tra i 25 e i 35 milioni, ovvero cifre che fanno ormai parte della normalità quando si parla di un giovane talentuoso.

Stesso discorso per il difensore olandese il quale, nonostante qualche acciacco fisico, in questi anni in Italia ha dimostrato di essere uno dei migliori centrali a livello europeo. Entrambi hanno però la questione rinnovo da risolvere, essendo legati alla Lazio da un contratto con scadenza tra dodici mesi. Avere potere in sede di trattativa è fondamentale per la buona riuscita di un affare, cosa che in questo momento appare difficile pronosticare dalle parti di Formello. Tolti i top club europei, tutte le squadre hanno necessità di vendere bene per poi rinforzarsi e la Lazio non fa eccezione. Ecco allora che una o due cessioni eccellenti possono dare linfa vitale per compiere quel salto di qualità troppe volte rimandato e cercare di restare nelle posizioni che contano in maniera costante e prolungata. Ad oggi la situazione non è delle più semplici, con ambedue i calciatori che rischiano seriamente di lasciare Roma a fronte di offerte ‘’al ribasso’’ da parte dei club interessati ai ragazzi. Se rinnovare a Stefan De Vrij appare ormai assai complicato, al momento la questione Keita sembra invece ancora possibile da sanare e questo soprattutto grazie al tecnico Inzaghi. Il mister biancoceleste ha lavorato sin da inizio ritiro sulla testa del senegalese, facendolo sentire importante e responsabilizzandolo, aprendogli gli occhi e facendogli comprendere quale sia la strada giusta per diventare un calciatore di valore internazionale. Il ragazzo ha apprezzato, si è messo sotto e ha lavorato duramente, smussando anche alcuni lati un po’ spigolosi del proprio carattere e ad oggi le possibilità di rinnovo sembrano essersi incredibilmente alzate. Con poche partite ancora da giocare e una finestra di mercato che aprirà ufficialmente il 1 luglio, la Lazio ha quindi l’assoluto bisogno di fare chiarezza e programmare con lucidità rinnovi e cessioni estive per poi gettarsi a capofitto nell’opera di rafforzamento per la prossima stagione cercando, se possibile, di non ripetere gli orrori che hanno contraddistinto troppe sessioni di calciomercato del passato.

Derby della Capitale: Roma contro Lazio, The Pills contro TheGiornalisti

Derby della Capitale: Roma contro Lazio, The Pills contro TheGiornalisti

Oggi c’è il derby della Capitale, forse la gara più sentita d’Italia. È il quarto di questa stagione ma non di certo il più sentito dopo l’eliminazione dei giallorossi dalla Coppa Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Luca Vecchi, frontman dei The Pills, sponda Roma e con Tommaso Paradiso voce dei TheGiornalisti, sponda Lazio.

Cominciamo con Luca Vecchi

Ciao Luca, oggi c’è il derby, potrebbe essere l’ultimo di Totti, che effetto fa? 

Epocale. Finisce obiettivamente un’era.

Si dice che il derby di Roma sia diverso da tutti gli altri e, ancora di più, che esista un particolare modo di essere romanisti o laziali, secondo te è vero o è ormai un mito?

Forse una battaglia che va avanti dall’inizio dei tempi. Credo ci fossero i dinosauri.

Il derby è anche sfottò calcistico, qual è quello che sopporti meno che ti venga riferito? E quale ti dà più gusto a indirizzare ai laziali?

La poesia e i componimenti che ruotano attorno la creazione di slogan e cori è veramente qualcosa che trascende la passione. Non scorderò mai quando lessi per la prima volta su un muro “noi al circo massimo, voi massimo al circo”. Memorabile.

Proviamo a parlare di un altro tipo di derby. Negli ultimi anni si è rinverdita la diatriba dell’asse Roma – Milano. Il capoluogo lombardo sembra marciare ad un altro passo rispetto alla Capitale eppure tutti i prodotti culturali più rilevanti degli ultimi anni arrivano da Roma, voi ne siete un esempio ma non l’unico, penso al successo di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, sintomo di una stagione vivace. Roma riesce ancora a creare immaginario, Milano meno. Tu come te lo spieghi?

Dalla scissione Boldi-De Sica è na caciara. C’è indubbiamente una disparità. Sogno la pace tra le fazioni. Hope for a better tomorrow. 

Passiamo ora a Tommaso Paradiso..

Ciao Tommaso, come si arriva al derby di oggi?

È un derby meno sentito da parte dei laziali perché siamo molto più rilassati e tranquilli dopo il doppio incontro di Coppa Italia. E poi diciamo che è una gara che a livello di classifica non sposta tanto. Noi lo viviamo molto meglio.

Che gara ti aspetti?

Innanzitutto è un po’ strano l’orario, le 12.30, è come se non avesse permesso alla tensione di caricarsi. C’è meno tempo per far salire l’adrenalina. Mi aspetto un derby molto giocato dalla Roma che cercherà di rispettarsi e fare bella figura. Questo tipo di atteggiamento potrebbe rivelarsi positivo per la Lazio perché è una squadra che gioca meglio quando può agire in contropiede.

Eri allo stadio nell’ultimo derby di Coppa Italia?

No, ero a commentarlo in una radio. Ero occupato nel vederlo.

E com’è stato?

É stata l’ennesima goduria che ci togliamo grazie ai cugini.

Tu hai un passato da “laziale militante”. Hai qualche avvenimento della tua vita personale legato alla Lazio?

Ce ne sono tanti. Dalle prime volte allo stadio con mio zio che mi ha fatto diventare laziale, poi c’è stata la fase nella quale scrivevo per “La voce della nord”, la fanzine distribuita in Curva Nord. Quindi sono stato proprio un laziale molto attivo. Da ragazzino andavo in radio quando c’era qualcuno da sostituire, sempre nelle trasmissioni della Lazio. Diciamo che non c’è una partita che salto della Lazio, anche se sono in tour ho il mio Ipad. Devo essere sempre connesso, sia con la Lazio che con il fantacalcio, la domenica viene consacrata al calcio.

Anche nel video di “Sold Out” avete inserito un richiamo alla Lazio? Perché l’abbiamo pensato tutti guardandolo.

No, in realtà assolutamente no. È stata un’idea del regista, lo stesso del videoclip di “Completamente”. Noi abbiamo semplicemente seguito quello che ha deciso il regista. E pensa che la scena dei tifosi, che sfilano con bandiere bianco, celesti e verdi, è stata girata il giorno dopo. Anzi ti dico che io ero anche un po’ scocciato dal fatto che apparisse molto verde, quasi un po’ padano però menomale nessuno l’ha percepito così.

Nell’ultimo anno si sono rinverdite le diatribe sull’asse Roma – Milano. Il capoluogo lombardo sembra un passo avanti rispetto alla Capitale da numerosi punti di vista. Eppure i prodotti culturali più importanti arrivano da Roma, voi ne siete un esempio, ma penso anche ai “The Pills” o a “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Come te lo spieghi?

Anche tutta la scena musicale romana è vivace. Proprio qualche giorno fa ho letto una provocazione, c’era qualcuno che si chiedeva se ormai fosse obbligatorio parlare romano nei film. C’è un’ondata di nuovo rinascimento romano che, però, ti devo dire la verità non rinverdisce l’astio sull’asse Roma – Milano. I milanesi e l’hinterland lombardo stanno molto apprezzando questa nuova ondata, tant’è che ai nostri concerti al Nord, ma come a quelli de “I cani” o “Calcutta”, ci sono sempre tante persone che apprezzano il nostro lavoro. Ora tocca a noi costruire le nostre carriere sfruttando la spinta di questa “moda” ma ricordandoci che, come tutte le mode, passerà. E poi dobbiamo dire che noi romani lavoriamo tantissimo con Milano. Lì abbiamo le nostre case discografiche, il nostro management, noi siamo un po’ trapiantati lì.  È come i politici del Nord che devono venire a fare politica a Roma.

Però Milano non si racconta, invece Roma si racconta molto.

Guarda, sto vedendo che si raccontano tante città nelle quali uno passa. Paradossalmente sono meno raccontate le grandi città è si entra molto di più nel dettaglio delle piccole città di provincia o di passaggio. Io, ad esempio, scrivo molto a Milano e di Milano. Ancora di più scrivo sul treno, proprio sull’asse Roma – Milano, che ormai è diventato la mia casa.

Che vinca il migliore…