Dropping Odds: il metodo di scommettere che l’Italia vuole oscurare

Dropping Odds: il metodo di scommettere che l’Italia vuole oscurare

Il mercato sconta tutto. Se avete fatto studi economici, questa frase non dovrebbe esservi nuova perché è  il primo principio della Teoria del grande economista Charles Dow a proposito dell’analisi tecnica dei mercati. Ma cosa vuol dire che il mercato sconta tutto?  In breve nella grande divisione dei due tipi di analisi con cui si può analizzare un mercato, quella fondamentale che cerca i valori intrinsechi del mercato e quella tecnica che si basa su grafici e valori del passato che si riproporranno anche in futuro, quest’ultima non necessita di un’informazione continua sull’economia globale, poiché qualunque cosa dovesse succedere, ad esempio guerre e recessioni, l’effetto si noterebbe subito sul grafico analizzato. Questo comporta che, per assurdo, anche una persona con pochi rudimenti economici, ma in grado di analizzare un grafico, sarebbe in grado di predire il movimento di mercato. Cosa c’entra questo con le scommesse? Nelle scommesse è più o meno la stessa cosa. C’è chi fa analisi tecnica andando ad analizzare le statistiche, i goal fatti, quelli subiti ed i precedenti tra le due squadre e chi, invece, predilige l’analisi di stampo fondamentale quindi darà più importanza a stato di forma, stanchezza, squalifiche, infortuni e morale, tutte componenti non valutabili numericamente  tramite statistiche o grafici.

Fatto questo lungo preambolo proprio questo tipo di analisi, quella tecnica, è un strategia di scommesse vincente nel lungo periodo. Se è vero che il mercato sconta tutto, analizzando le quote dei bookmakers e il loro mutamento man mano che l’evento si avvicina è possibile fare un’analisi, un pronostico, molto accurato. Andando nel pratico: se in una partita di calcio una squadra è data favorita a quota 1.80 (55% di possibilità) ma poche ore prima della partita la sua quota scende a 1.65 (61% di possibilità) cosa vuol dire? Cosa è successo? E’ successo che il mercato sta scontando tutto e le cause possono essere varie: ingenti somme di denaro scommesse sulla squadra favorita, il recupero di un giocatore chiave, una defezione importante nell’altra squadra e tanto altro ancora. Vien da se quindi che avere uno strumento che ci permetta di sapere quali quote stiano cambiando, come e quanto stiano cambiando sia un aiuto importante per lo scommettitore.

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 Questi servizi ci sono, sono tanti, ma c’è un problema. Nel nostro paese alcuni di questi sono oscurati e, quelli che non lo sono, nel momento in cui si clicca sulla pagina “dropping odds”, pagina che fa vedere gli eventi che hanno subito una variazione notevole di quota (di solito sopra il 20%), esce fuori la scritta “Sfortunatamente stai accedendo da un paese dove la legge ci proibisce di offrire il servizio completo”. Perché lo stato proibisce l’utilizzo di tale strumento? Chi ha l’interesse a nascondere questo tipo di servizio? La risposta sembra in effetti abbastanza scontata. Una cosa è sicura: se esiste un metodo, un servizio, e qualcuno cerca di oscurarlo, proibirlo o nasconderlo, è molto probabile che quel metodo funzioni.

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Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

In una famosa canzone Zucchero cantava “donne, tududu, in cerca di guai” e sono sempre donne quelle che ancora oggi – soprattutto nello sport – sono allo sbando e senza “compagnia”. Di cosa parliamo? Prima di tutto dell’ultimo spot pubblicitario della Nike, lanciato per la prima volta qualche giorno fa sul profilo Twitter Nike Medio Oriente: le protagoniste del video sono donne, ragazze, bambine che  fanno parkour, pattinaggio su ghiaccio, equitazione e anche boxe. Non in un paese occidentale ma nel loro, in Medio Oriente. Cosa diranno di te?, dice una voce fuori campo, mentre una di loro corre e si becca gli sguardi di disapprovazione di un uomo che la vede passare. Alla fine lo spot conclude: ”forse diranno che sarai la prossima campionessa”. L’azienda produttrice di abbigliamento e accessori sportivi ha voluto polemicamente ricordare al mondo dello sport un’annosa questione, quella della discriminazione di genere.  In Medio Oriente – si sa – la situazione non è mai stata facile in materia di donne e diritti, in Arabia Saudita, però, la situazione è molto pesante. Alle donne viene assegnato un tutore di sesso maschile (il padre, il marito, il fratello o persino il figlio, purché maschio) che deve “accompagnarle” nelle attività quotidiane. Chi nasce donna, in Arabia Saudita, non può guidare l’auto e nemmeno praticare sport. Una legge del 1960 (anno in cui le scuole statali sono state aperte alle donne) sottolinea infatti come l’educazione fisica non sia prevista nel percorso di studi delle bambine e solo gli uomini possono appartenere a club sportivi o lavorare in ambienti del settore.

Non che nel nostro paese le cose vadano meglio. Citando l’enciclopedia Treccani, anche nel belpaese la questione è sempre legata a retaggi socio-culturali vecchi come il mondo. “Se per i giovani maschi lo sport costituisce ancora un rito di passaggio quasi obbligato, incarnando caratteristiche maschili idealizzate come la competizione, l’aggressività e la lealtà, […] l’attività fisica e sportiva è considerata nemica della femminilità: agli occhi della maggior parte delle popolazioni occidentali, le donne atlete sono apparse a lungo come una deviazione dalla femminilità, una virilizzazione anomala, tanto che persino la correttezza dei loro orientamenti sessuali è stata messa in discussione.” Le donne che praticano sport – secondo alcuni – non sono femminili o sensuali, non sono ammiccanti né “accoglienti”. Poco femmine, per dirla con una parola sola. E l’attività sportiva peggiora e mascolinizza l’aspetto delle donne che lo praticano, portando gli uomini a vederle come soggetti tendenti all’omosessualità.

E la situazione non cambia neanche se guardiamo l’aspetto giuridico della questione. In Italia, la legge del 23 marzo 1981 n 91 recita all’art. 1 che “l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero”, mentre all’art. 2 si trova scritto: “[…] sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI […]”. Nel testo però non si fa riferimento alle atlete. Cosa significa questo? Che in Italia non esistono atlete professioniste. Molte sono considerate sportive dilettanti (anche se di fatto sono campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alle tutele previdenziali stabilite per il mondo dei professionisti; soprattutto vengono pagate molto meno rispetto ai colleghi maschi. Un esempio su tutti? Da noi il compenso delle calciatrici è uguale a quello di un impiegato. Nel resto d’Europa invece i compensi di uomini e donne calciatori/calciatrici sono quasi identici, anche se – c’è da dirlo – sulla rivista americana Forbes, fra i cento atleti più pagati al mondo si trovano fino a ora solo due donne (Serena Williams 28,9 milioni di dollari, 40° posto, e Maria Sharapova, 21,9, 88° posto). Niente parità fra i sessi nel settore sportivo insomma. E da noi, niente accesso alle categorie pro per chi nasce donna, come se fosse una colpa, un marchio, come se una legge dell’81 non potesse essere modificata una volta evidenziato l’errore. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche: calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo e ciclismo. Nessuna prevede un settore “pro” per le atlete. Perché? Secondo la senatrice Josefa Idem – che da anni combatte per cambiare la legge 81/91 –   anche perché il Governo dello sport nazionale è in mani maschili: ai vertici delle varie Federazioni infatti, non c’è traccia di quote rosa.

Il punto è che per una donna, non è facile: nel lavoro, quando lo cerchi e ti ritrovi di fronte qualcuno che in realtà vuole altro, nei rapporti con i colleghi che spesso ti rendono difficile fare qualsiasi cosa, nella vita privata, perché una donna incinta è una perdita per qualsiasi azienda e quindi va mandata via. E nello sport: scendere in campo, in pista, in un palazzetto, in una piscina, e in qualunque luogo di competizione con un abbigliamento che esalta il fisico, mettendo a nudo qualunque difetto, rende tutto ancora più difficile. Nello sport femminile, ancora saturo di discriminazioni e luoghi comuni, alla fine, a parità di carriera sportiva, spesso conta solo una cosa: il fisico. Quello che il commentatore sottolinea, quello che  il presentatore tv sbircia, quello che il maschio da casa aspetta con eccitazione e il compagno di palestra scruta senza farsi notare, quello che invece qualcun altro definisce mascolino e omosessuale. Tutto il resto, è dimenticato.

Forse non c’è proprio tutta questa parità di genere che oggi si millanta, forse siamo ancora noi a essere viste come l’angelo del focolare, come quelle che non possono competere se non con un bel fondoschiena e una quarta di seno. E siamo sempre noi a doverci sottomettere a logiche sessiste e maschie, all’idea di dover essere condiscendenti, mansuete, docili. Non è così che dovrebbe essere. Meritiamo lo stesso stipendio di un uomo a parità di ruoli, meritiamo di non dover subire avances sessuali se ci presentiamo a un colloquio di lavoro, meritiamo di non essere viste come oggetti lussuriosi privi di qualsivoglia capacità mentale. E no, non è banale femminismo. Siamo ancora in un mondo pieno di cultura maschile e ancora una volta siamo noi a dover fare la differenza: spezziamo la catena. Nella vita, nel lavoro, nello sport.

Ottorino Mancioli, il medico che illustrò lo sport

Ottorino Mancioli, il medico che illustrò lo sport

Palazzo Caetani Lovatelli è il luogo dove poter ammirare le illustrazioni di Ottorino Mancioli

Ottorino Mancioli (Roma, 1908 – Jesi, 1990), è stato un medico prestato all’arte ed in modo specifico alla raffigurazione sportiva.

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Ancora per qualche giorno, fino al 3 marzo, sarà possibile, a Palazzo Lovatelli-Caetani vedere alcuni dei disegni che lo resero famoso come grafico dello sport e non solo. La mostra è ospitata al primo piano, in alcune delle splendide sale del Palazzo sede della Casa d’aste Bertolami.

La sua vita di medico si alternò alla passione per il disegno e con il fratello Corrado Mancioli, aprì uno studio per la realizzazione di manifesti pubblicitari e di propaganda di grandi eventi, ma anche di  francobolli a tema sportivo per l’Italia e San Marino.

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Inizia giovanissimo l’attività di illustratore per alcune riviste sportive e tra il 1928 e il 1929 realizza una serie di incantevoli disegni sul tennis, uno sport che Mancioli amò molto anche perché lo praticò intensamente.

Realizza le illustrazioni per una “Piccola guida del Tennis” e la rivista Oggi gli pubblica il disegno Arrivo al traguardo; nel 1930 su la Tribuna compare il carboncino Pugilatori .

In occasione delle Olimpiadi di Los Angeles del 1932, venne selezionato con le opere Pugilatori e Ostacolisti con le quali partecipa alla manifestazione artistica organizzata dai giochi olimpici.

Nel 1932 realizza Parata e Giocatore di Hockey sul ghiaccio e pochi anni dopo fu invitato dalle Olimpiadi Di Berlino a partecipare alla sezione Disegni e acquerelli. Il suo stile, ormai maturo, si esercita nella raffigurazione di piloti e atleti colti in atteggiamenti di riposo, di tensione muscolare e intellettuale, disegni di grande impatto visivo per le grandi masse corporee, i movimenti e gli atteggiamenti opulenti .

Negli anni quaranta frequentò il corso per paracadutisti, durante il quale stringe amicizia con Gianni Brera, che lo aiuterà  a lavorare nell’editoria illustrata  definendolo “il più completo ed appassionato disegnatore di sport”.

Durante la Seconda Guerra Mondiale sarà ufficiale medico paracadutista della Folgore, in Egitto si ferì ad un braccio ed al rientro in Italia venne decorato con la medaglia d’argento al valore.

Nel dopoguerra collaborò a riviste e giornali su cui pubblica disegni accompagnati da articoli densi di cultura medica e sportiva .

Consolidata la sua notorietà come illustratore, prende parte a molte esposizioni riscuotendo molto successo.

Tenne mostre personali e pubblicò una monografia di cui curò sia i testi che i disegni, Giochi sportivi (1976), con introduzioni di Gianni Brera e Libero de Libero.

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Gli anni sessanta saranno invece gli anni in cui si dedicherà prevalentemente alla scultura.

Una delle sue ultime opere si trova a Roma nella vecchia sede del Tennis Parioli di Viale Tiziano, un murale di circa settanta metri di lunghezza per due di altezza dedicato ai grandi personaggi dello sport italiano del XX secolo. Oltre lo sport, un altro tema che lo appassionò fu  la moda mare, le canotte a righe orizzontali, i costumi interi, le cuffie, tipici di quegli anni. Grazie ai suoi disegni si può ricostruire non solo quello che fu l’abbigliamento sportivo dalla fine degli anni venti e della prima metà degli anni trenta, ma anche lo stile generale di un’epoca.

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Si interessò anche alla danza ma fu sempre lo sport il fulcro  dei suoi interessi, l’anello di congiunzione tra gli studi di medicina e la passione per il disegno .

Oggi che la rappresentazione mediatica dello sport è ormai divenuta parte integrante di un vasto business legato al divismo degli sportivi, alle griffe dell’abbigliamento sportivo, agli stipendi milionari degli sportivi, al predominio degli agenti, alla costruzione di un sistema dove lo sport è asservito ai meccanismi perversi della pubblicità, Ottorino Mancioli nella sua purezza autentica di disegnatore e amante dello sport ci riconduce, con le sue linee nette, la sua purezza compositiva, ad una rappresentazione mediatica del tutto pura e autentica dello sport.

Alla scoperta dell’Innebandy

Alla scoperta dell’Innebandy

«Il mio nome è bandy, innebandy». Se fosse un agente segreto, probabilmente si presenterebbe così l’innebandy, che non è uno 007 bensì uno sport di squadra. Simile all’hockey, del quale può essere visto un po’ come un cugino, ha comunque un punto di contatto con la spia più famosa del globo nel cambiare la propria identità in base ai luoghi dove è praticato. Se nel mondo è conosciuto come floorball, con tanto di federazione internazionale (IFF), in Europa, e per la precisione nella Scandinavia dove è praticato a livelli professionistici, diventa salibandy in Finlandia per trasformarsi, appunto, in innebandy non appena si sconfina in Svezia.

Letteralmente, il nome significa “bandy interno”. Evidente il richiamo al bandy, sport invernale molto diffuso nel Nord Europa dove due squadre composte da undici atleti – muniti di pattini, bastone e abbigliamento coerente con il contesto (casco e protezioni per gomiti e ginocchia) – si sfidano su un campo di ghiaccio rettangolare, di uguali dimensioni a quello da calcio, con l’obiettivo di segnare un gol in più dell’avversario per aggiudicarsi l’incontro. Anche nell’innebandy si affrontano due squadre che, per superarsi, devono segnare un punto in più dell’altra, ma ciò avviene in un luogo al chiuso, di solito una palestra, e dalle dimensioni inferiori rispetto a quelle del bandy, comportando una riduzione del numero di atleti per squadra (sei) e del minutaggio di una partita: non due tempi da quarantacinque minuti, ma tre frazioni da venti con due arbitri, come nell’hockey su ghiaccio.

Rispetto al bandy, in auge fin da poco dopo il secondo dopoguerra (il primo campionato del mondo si disputò nel 1957), l’innebandy ha un’anagrafe molto più tenera (la IFF è nata nel 1986) ed è molto popolare in Svezia, patria europea di questa disciplina con una media di mille spettatori (su una nazione di dieci milioni di abitanti) sugli spalti della “Superliga” per vedere le gesta di club come i Pixbo (Mölnlycke, ovest di Götebörg), l’IBF Falun (centro del Paese) o l’IBK Storvreta (vicino Uppsala, nord di Stoccolma).

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Un’affermazione favorita, oltre che dalla storica diffusione di questo genere di sport a certe latitudini, dalla facilità e dalle basse spese con le quali si può praticarlo. Per giocare a innebandy, oltre che a una superficie pavimentata (da qui floorball, che alla lettera vuol dire “pavimento palla”), occorre un equipaggiamento semplice: un paio di pantaloncini, una maglietta e un paio di scarpe da ginnastica. Del tutto assenti protezioni come il casco (tranne che per il portiere), servono invece qualità come agilità e rapidità per arrivare a rete in uno spazio breve, che obbliga tutti i giocatori a un continuo sdoppiamento tra fase offensiva e fase difensiva. Per questo incessante dispendio energetico, le sostituzioni sono libere. Anche l’esplosività muscolare e la forza fisica hanno comunque la loro importanza sebbene l’innebandy, oltre a vietare di giocare la pallina con la testa e con le mani (a eccezione del portiere) e a non colpirla con il bastone oltre il ginocchio, proibisca, eccezion fatta per gli “spalla a spalla”, ogni forma di contatto, che è sanzionata con un calcio di punizione o con uno shootout, se interrompe una chiara occasione da rete.

È un gioco dai ritmi elevati, per questo vi sono discussioni sull’inserimento di un terzo arbitro, ed è

fondamentale saper abbinare al meglio le doti atletiche a quelle tecniche per eccellere e raggiungere livelli tipo quelli di Alexander Galante Carlström, Kim Nilsson o Anna Wijk, a oggi tra i giocatori e le giocatrici svedesi più rappresentativi. La terra di Re Gustavo è la massima esperta in materia: quindici ori e quattro argenti mondiali complessivi in undici tornei iridati, sebbene nell’ultima edizione maschile abbia trionfato la Finlandia, principale pretendente al trono di regina della specialità assieme alla Svizzera (dove, tanto per rimanere in tema d’identità cangianti, si chiama unihockey).

Queste tre, assieme a Repubblica Ceca, Polonia e Stati Uniti, dal 20 al 30 luglio prossimo, si sfideranno a Breslavia nella decima edizione dei World Games, anticamera dei Giochi a cinque cerchi, ai quali l’innebandy era stato invitato come sport dimostrativo nel 1997. Vent’anni dopo sarà presente in veste ufficiale ma, parafrasando James Bond, l’Olimpiade può attendere.

Dynamo Camp: quando anche lo sport cura i più piccoli

Dynamo Camp: quando anche lo sport cura i più piccoli

Si sa, spesso affrontare la malattia non è cosa semplice. La malattia debilita il corpo e anche l’animo. Proprio per questo, chi si trova a dover affrontare percorsi terapeutici complessi ha bisogno di una speranza. Una qualsiasi, a cui aggrapparsi per continuare a lottare o – come accade in certi casi – per imparare ad accettare la situazione. Quando si tratta poi di patologie gravi e croniche che colpiscono i bambini, i numeri parlano da sé: ogni anno in Italia sono più di 10.000 i minori che soffrono di gravi malattie; spesso i piccoli sono sottoposti a percorsi terapeutici pesanti e lunghi, che li portano a passare tantissimo tempo in ospedale. Ed è così che, pian piano, si rischia di far perdere loro gli anni più leggeri e spensierati della vita. A questo punto interviene l’Associazione Dynamo Camp Onlus: ormai al suo decimo anno d’età,  rivolge ai più piccoli (ragazzi dai 6 ai 17 anni) una vasta serie di programmi di Terapia Ricreativa che comprendono attività come il tiro con l’arco, l’equitazione, l’arrampicata su superficie di montagna e anche laboratori radiofonici e teatrali, tutti interamente realizzati all’interno del grande Dynamo Camp con sede in Toscana ma anche presso alcune strutture ospedaliere associate. Un modo per far socializzare i piccoli pazienti fra loro, farli ritornare alla vita ma anche per aiutare i parenti sani dei ragazzi a comprendere meglio come gestire malattie gravi. Tutte le attività sono offerte gratuitamente e strutturate in modo tale da poter stimolare le capacità dei bambini.

È Serena Porcari, vice-presidente dell’Associazione, a raccontare i dettagli di Dynamo Camp, soffermandosi sul fine ultimo delle attività svolte al campo: far ritrovare speranza e sorriso ai ragazzi malati.

 Come nasce Dynamo Camp ?

Nel 2005 con Fondazione Dynamo – che è una fondazione d’impresa – abbiamo iniziato a studiare un modo che potesse far arrivare anche in Italia un’idea “partorita” dalla mente di Paul Newman, l’attore americano: quella di regalare ai bambini con patologie gravi croniche, un periodo di svago e divertimento, contribuendo a sviluppare in loro la fiducia nelle proprie capacità e nel proprio potenziale. Venuti a conoscenza di questo progetto statunitense, abbiamo deciso di importarlo nel nostro paese ed è iniziato così lo studio del business plain che poi ha portato alla nascita di Dynamo Camp, nel luglio del 2007.

In cosa consiste la Terapia ricreativa?

Noi ci troviamo all’interno di un’oasi del WWF di 300 ettari, il camp ne occupa circa quaranta. In quest’area ospitiamo gratuitamente bambini dai sei ai diciassette anni che sono in terapia o in fase di post ospedalizzazione. I ragazzi rimangono al Dynamo Camp dai quattro ai nove giorni, da soli o in compagnia di parenti: papà, mamma, fratello sano e fratello malato. La Terapia ricreativa è la nostra base scientifica: di fatto, è un concetto che si basa sul processo che ciascun bambino fa di fronte a ogni attività che andrà a praticare. Attività che gli permettono di sfidare sé stesso, i suoi limiti, di raggiungere un risultato e poi di fare una riflessione sul traguardo raggiunto. Questo lo porta a credere maggiormente nelle sue doti, a essere più consapevole della malattia ma gli permette anche di interagire e relazionarsi con i suoi coetanei. La valenza della terapia è quindi anche di tipo sociale. È importante guarire, ma anche come lo si fa.

 Che tipo di attività vengono offerte ai ragazzi del Camp?

Abbiamo due macro categorie: le attività outdoor – quindi all’aperto – come l’arrampicata, la piscina, il tiro con l’arco, l’equitazione, attività di agility con i nostri cani e poi tutte le attività di laboratorio come la radio, l’arte, il musical. Ogni attività è gestita da eccellenze esterne che entrano in contatto con il Camp e con i ragazzi, affiancandoli in ogni momento. Per esempio, nel caso dell’arrampicata, abbiamo questa parete attrezzata che arriva fino a otto metri e completamente accessibile a qualsiasi tipo di disabilità. Quando i ragazzi arrivano di fronte alla parete non sono soli, il personale che li affianca spiega loro con semplicità come affrontarla, fornendo tutti gli strumenti necessari: sia tecnici che psicologici. Ogni bambino quindi viene messo nelle condizioni di affrontare la sfida e superarla. L’arrampicata sulla parete è una delle attività che i ragazzi apprezzano di più, anche perché non è fattibile dentro casa.

Che peso ha, proprio lo sport, per questi ragazzi?

Non si gareggia per vincere. Da noi l’attività sportiva assume una dimensione socio educativa, non competitiva. Si tratta di divertimento e movimento. Tutto ciò serve ai ragazzi per prendere una boccata d’aria, conoscere altri bambini. Lo sport è anche scoperta di quelle che sono le possibilità di ognuno: fin dove ci si può spingere, quali sono i propri limiti in relazione alla malattia. Il nostro compito è quello di far capire ai ragazzi quali sono le loro possibilità proprio attraverso l’attività sportiva. Questo significa aiutarli ad affrontare lo sport sia dal punto di vista fisico ma anche psicologico. Se uno di loro è in sedia a rotelle, lo si deve mettere in condizioni di fare l’arrampicata anche con la sedia stessa. Così come offrire supporto anche nell’affrontare paure e dubbi relativi allo sport o alla pratica specifica, non è meno importante. In questo modo l’attività diventa facile, chiara, sicura sotto ogni punto di vista, anche quello medico.

 Le iniziative dell’Associazione in questi anni sono state moltissime e tutte volte a far conoscere alla gente le vostre attività. L’ultima si chiama #unabbraccioperdynamocamp. Di cosa si tratta?

Chiediamo a chi vorrà farlo, di donare una somma di denaro tramite sms o telefonata da rete fissa al 45514, fino al 27 febbraio 2017. Poi, partecipare alla nostra campagna social: fare un video o fotografarsi mentre si abbraccia qualcuno o qualcosa che ci rende davvero felici. Condividere questo “momento” sui social usando l’hashtag #unabbraccioperdynamocamp e invitando almeno due amici a donare. Così facendo, si sosterrà Dynamo Camp e le attività a esso collegate. Soprattutto l’obiettivo di quest’anno è quello di regalare a 420 bambini gravemente malati la straordinaria avventura di una settimana di vacanza al Camp in Toscana, permettendogli di tornare ad essere “semplicemente bambini”. Sono già arrivate tantissime foto, anche di qualche personaggio famoso che si è volentieri fatto coinvolgere nell’iniziativa!