Un Gentiluomo chiamato Larry Lemieux: quando per vincere devi perdere

Un Gentiluomo chiamato Larry Lemieux: quando per vincere devi perdere

“Quando si perde qualcosa in mare, è di chi la trova”. Questo avrà pensato Larry Lemieux, tagliando il traguardo in ventunesima posizione.

Tralasciando la veridicità del detto, senza menzionare la normativa in tema di oggetti smarriti in mare aperto, nel nostro caso quel “qualcosa” è una medaglia olimpica e “chi la trova”, anzi chi l’ha trovata, di certo non è il nostro Larry. Anzi.

Siamo alle Olimpiadi di Seoul del 1988, precisamente a Pusan, primo porto del Paese asiatico, distante 450 chilometri dalla capitale Sudcoreana. Il 24 settembre 1988 è una bella giornata, con un vento moderato intorno ai 10-15 nodi, perfetto per le gare di vela della competizione iridata. Nello specifico si sarebbero disputate, in contemporanea, le due regate valevoli per la categoria 470 (imbarcazioni di circa 7 metri con equipaggio di due persone) e Finn (dimensioni sotto i 5 metri e un solo uomo in equipaggio).

Lawrence Lemieux partecipa alla seconda categoria. In solitaria.

Questo canadese di Edmonton, classe ’55, rappresenta in tutto e per tutto quello che si può definire un uomo di mare: capelli mossi dalla genetica e dal vento, rughe di espressione su una pelle sempre paonazza come di chi ogni giorno scruta l’orizzonte su uno specchio marino e riflettente e, ciliegina sulla torta, due bei baffoni che ci piace immaginare intrisi di sale dell’acqua che lo circonda.

Ultimo di sei fratelli, Lawrence comincia a praticare la vela già da bambino presso il Lago Wabamun ad Ovest di Edmonton.

Dopo aver partecipato ai Giochi Olimpici di Los Angeles nel 1984, quelli del boicottaggio dell’URSS, per intenderci, nel 1988 si ripresenta alle Olimpiadi per provare a regalare una medaglia alla sua nazione.

Per ottenere il successo in terra, anzi in mare sudcoreano, Larry doveva portare a termine una serie di sette corse e, a seconda del tempo accumulato, e della posizione guadagnata rispetto ai suoi avversari, avrebbe ottenuto, o meno, la vittoria finale.

In quella calma giornata di fine settembre, stava per avere inizio la quinta gara. La situazione per Larry era ottimale: grazie ai buoni tempi delle passate sessioni, si trovava, a due regate dalla fine, nella condizione di poter ottenere un posto sul podio quasi assicurato, se avesse concluso quella odierna sulla falsa riga delle precedenti.

Nel volto del velista canadese, la sicurezza di chi si è allenato una vita per momenti del genere.

Parte la gara e le premesse vengono confermate: la barca di Lemieux va che è una meraviglia e, con il vento in poppa, sopravanza i suoi contendenti, stabilendosi in seconda posizione. Basterà gestire il finale e un posto su un gradino del podio non gliel’avrebbe tolto nessuno.

Ma, quasi invidioso di questa preannunciata vittoria, il vento diventa protagonista della nostra storia e cambia per sempre le sorti e il destino di Larry Lamieux.

Con 35 nodi di potenza, comincia a soffiare sul mare e sulle imbarcazioni, che sembrano fogli danzanti, ballerini ubriachi. Le onde si fanno sempre più costanti, alte e minacciose. Il nostro eroe tiene botta e continua la regata. La medaglia è a portata di mano e l’inaspettato cambio climatico non potrà e non dovrà rovinare i piani del nostro atleta.

Ma, in prossimità del giro di boa, Larry scorge tra la risacca delle onde due figure in preda all’impeto marino e, più in là, un’imbarcazione danneggiata e rovesciata. E’ il 470 della squadra di Singapore che stava gareggiando, come detto sopra, per un’altra categoria. I due uomini in mare sono Siew Shaw Her e Joseph Chan.

La prima legge della vela è che, se vedi qualcuno in difficoltà, lo devi aiutare”

Questo il suo pensiero, e questi i fatti: Larry non ci pensa due volte, lascia la traiettoria di regata e si dirige spedito verso i due sfortunati colleghi.

Il primo ad essere soccorso è Chan, sbattuto a 20 metri dalla sua barca, ferito e non in grado di muoversi comodamente. Lamieux lo prende letteralmente dal mare e lo porta in salvo sul suo Finn. Si reca, poi, senza sosta, verso Shaw, il quale si teneva a galla aggrappato allo scafo del suo 470.

Con il vento contrario, Larry riesce a mantenere la sua imbarcazione stabile e, con grande sforzo, aspetta l’arrivo di una nave coreana di soccorso per recuperare i due olimpionici incidentati e stremati.

A quel punto, la sua prestazione è compromessa: ritorna in gara, per onorare la competizione, e termina il suo percorso in ventunesima posizione. Che tradotto in parole semplici e spietate significa addio medaglia.

Negli occhi di Lemieux lo sconforto di aver perso un’occasione incredibile, ma la certezza di aver fatto la cosa giusta, pensando prima alla sicurezza dei suoi colleghi che alla vittoria personale.

larry lamieux

Ma, alle volte, un gesto onesto e leale, da vero uomo, attira più di una performance sportiva di alto livello.

Ed è questo il caso: il giorno della premiazione, Larry Lemieux si presenta con tutta la sua squadra per presiedere alla cerimonia. E’ sereno e senza rimpianti: perché la vittoria dura un attimo, ma la coscienza, quella, ti segue per sempre.

Nel bel mezzo della consegna delle medaglie, prende la parola il Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, la massima autorità dello sport, Juan Antonio Saramanch, rivolgendosi a Larry Lemieux.

“Per la sportività, il sacrificio e il coraggio dimostrato, hai rappresentato in pieno gli ideali dei Giochi Olimpici”

A fare seguito a questo attestato di stima pubblico e mondiale, la consegna della Medaglia Pierre De Coubertin, creata proprio per evidenziare e premiare tutti quei gesti e quegli atleti che, con le loro azioni, si sono distinti per sportività e lealtà nei confronti degli avversari e dello spirito sportivo.

Il sorriso di Larry si allarga fino ad esplodere sotto quei folti baffi che coprono il suo viso. Il primo, e ad oggi il solo, canadese a ricevere un riconoscimento del genere, nonché il secondo a vederselo consegnare pur essendo ancora un atleta in attività, dopo Eugenio Monti, il bobbista italiano.

Dopo le Olimpiadi di Seoul 1988, Lemieux ha continuato a gareggiare, non riuscendo più a vincere una medaglia olimpica, ma togliendosi alcune soddisfazioni tra cui il primo posto nei Campionati Europei di Finn.

Dopo il ritiro dall’attività agonistica, è diventato allenatore di vela. Vive con la sua famiglia a Seba Beach in Alberta, regione del Canada. La sua casa è vicina al lago Wabamun, il bacino dove ha cominciato a lottare con il vento da bambino.

Ogni volta che ripensa a quanto accaduto nelle acque sudcoreane gli viene da ridere. Per lui quel momento fu  come un paradosso: certo non era riuscito a salire su nessun gradino del podio, che gli avrebbe regalato fama e notorietà seppur non duratura, ma arrivando ventunesimo, per salvare i due atleti di Singapore, aveva ottenuto qualcosa di più: il rispetto e la stima da parte di tutti per sempre, immortale nella storia dello sport.

Perché in quel giorno in cui il mare volle portarsi via il destino di Larry, riprendendo il detto citato all’inizio, egli sì perse una medaglia praticamente sicura, ma trovò la gloria nel modo meno aspettato, ma più giusto.

Perché vincenti si diventa, ma gentiluomini si nasce. E Larry Lemieux è uno di questi.

Dalle spiagge americane alle Leghe professionistiche: le origini del Frisbee, non chiamatelo passatempo

Dalle spiagge americane alle Leghe professionistiche: le origini del Frisbee, non chiamatelo passatempo

Tra gli sport più particolari che si stanno affacciando in questi anni al professionismo c’è il Frisbee. Anzi l’Ultimate, o Flying Disc, perché le Leghe non possono utilizzare la parola ‘Frisbee’ nel nome in quanto marchio registrato da una nota azienda di giocattoli. I primi tentativi di produrre un Frisbee risalgono al secondo dopoguerra, ad opera di due reduci del conflitto, Walter Frederick Morrison, che pare ebbe l’idea guardando degli studenti di Yale lanciarsi dei contenitori per torte della Pasticceria Frisbie Company (da qui il nome), alcune fonti addirittura dicono che questi lanci di tortiere tra studenti venissero praticati già nell’Ottocento, e Warren Francisconi che lo finanziò.

Nei primi anni Sessanta il Frisbee iniziò a diffondersi come passatempo sulle spiagge americane, mentre data 1968 la nascita dell’Ultimate Frisbee come sport codificato grazie ad una scuola del New Jersey, la Columbia High School di Maplewood. Le squadre sono composte da sette giocatori, inizialmente miste, donne e uomini, anche se con lo svilupparsi del gioco la categoria Open è diventata sempre più una competizione solo maschile e sono nate divisioni femminili, miste, o 3 donne e 4 uomini o viceversa, e naturalmente giovanili. Esiste anche una versione per i disabili.

Scopo del gioco è quello di far arrivare il disco nell’area di meta della squadra avversaria, come nel Football Americano, il contatto fisico tra i giocatori è però vietato, e chi è in possesso del frisbee deve lanciarlo ai compagni di squadra senza potersi muovere dalla sua posizione.
Ad oggi esiste una Federazione Mondiale, la WFDF, World Flying Disc Federation, di cui fa parte anche la Federazione Italiana Flying Disc, a cui sono tesserate una cinquantina di squadre.

Particolarità della disciplina è che non esistono arbitri e i giocatori devono autogestirsi rispettando le regole con grande sportività. Se un giocatore chiama un fallo tutti devono restare nella posizione in cui si trovano e la controversia viene risolta da una specie di pubblica assemblea tra i giocatori. Naturalmente nelle Leghe professionistiche che si stanno sviluppando negli Stati Uniti e in Canada tale sistema era ingestibile ed è stata introdotta la figura dell’arbitro.

Due sono le organizzazioni professionali, per la precisione il loro status giuridico attuale è semiprofessionistico, dell’Ultimate in Nordamerica, la AUDL, American Ultimate Disc League, e la MLU, Major League Ultimate. Della prima, attiva dal 2012, fanno parte 26 squadre, 22 statunitensi e 4 canadesi, ripartite in quattro Conference. La MLU invece si compone di sole 8 squadre, 7 statunitensi e 1 canadese, ed è anche lei attiva dal 2013. Le partite MLU sono trasmesse in diretta sul canale YouTube gestito direttamente dalla Lega, sempre su YouTube è possibile vedere immagini delle partire targate AUDL.

Insomma anche il dischetto di plastica che probabilmente ha accompagnato le vacanze di molti di noi, è ormai uno sport a tutti gli effetti!

Sportivi da laboratorio: dammi il DNA, farò di te un campione

Sportivi da laboratorio: dammi il DNA, farò di te un campione

Vi ricordate Gattaca – La porta dell’Universo? Nel film di Niccol si ipotizzava un futuro dove era possibile programmare l’essere umano e predisporre la sua esistenza, ancor prima della nascita, sulla base di un corredo genetico appositamente impiantato nell’embrione. Fantascienza? Mica tanto.

Ogni giorno, infatti, nascono nuove società di biochimica che offrono al pubblico un servizio unico e, a quanto pare, strabiliante: la possibilità, attraverso lo studio del DNA, di individuare le peculiarità fisiche ed atletiche delle persone, già in tenera età. Basta un campione di saliva e il gioco è fatto. Vuoi un bambino bravo a giocare a pallone? Tranquillo, dacci il suo patrimonio genetico e ci pensiamo noi a dirti quello che devi fare per avere un piccolo Cristiano Ronaldo fatto in casa. Vuoi che tua figlia corra veloce come il vento? Nessun problema. Per la tua piccola Bolt con le trecce abbiamo le soluzioni più adatte a te. Allenamenti personalizzati, diete create ad hoc. Ti piace il tennis? Mangia questo e fai questo. Adori il calcio? Mi dispiace, al massimo, puoi provare il golf.

Avete presente la tipica scena che è facile ammirare sulle tribune dei campetti da calcio la domenica mattina? In campo, bambini che si divertono. Sugli spalti, la guerra. Genitori che si insultano, minacciano l’arbitro, intimidiscono i giovani avversari, botte, urla e chi più ne ha più ne metta. Problema risolto. Da oggi, grazie a questi miracolosi studi, saprai in anticipo se vale la pena farsi venire il sangue amaro ogni volta che andate a vedere vostro figlio giocare. Per di più, lo studio del DNA in ambito sportivo vi permetterà di evitare grosse figuracce nel caso la vostra prole non raggiunga i traguardi sperati. Addio ai vari “..questo è un campione”, “..questo arriva sicuramente in Serie A”. Con questo metodo, risparmierete tempo e pazienza. E’ nato così, che ci posso fare?”

Pensa che orgoglio per un genitore guardare il proprio pargolo negli occhi e immaginare che un giorno quel piccolo uomo, che non sa neanche ancora camminare, diventerà famoso e invincibile. Con una piccola spesa, si fa per dire, un team di esperti di genomica ti saprà dire se tuo figlio vale o meno. E se non vale che facciamo? Lo buttiamo? O gli neghiamo la gioia di divertirsi e fare lo sport che più ama pur non essendo portato a praticarlo? E se invece dovesse valere? Lo obblighiamo a intraprendere una disciplina solo per poter urlare ai quattro venti che lui, tuo figlio, è meglio degli altri?

Ti sei spaventato? E adesso che fai? Non ti rassegnare, amico mio. Fortunatamente, illustri studiosi dell’argomento hanno minimizzato l’efficacia di questi test, indicando che a nessun bambino o ragazzo in giovane età debba essere prelevato un campione di DNA, in quanto i risultati di questo servizio sono virtualmente inutili. In poche parole, ad oggi, non c’è nessun tipo di correlazione tra la prestazione sportiva e le capacità atletiche con la mappatura del DNA. E che i fini di tale servizio sono meramente a scopo di lucro.

Quindi, non essere triste. Puoi benissimo continuare a vedere nelle gesta del tuo bambino l’atleta che potevi essere tu. Puoi ricominciare ad accanirti con il padre del vicino su chi è più forte a tirare le punizioni tra il tuo Pelè e il suo Maradona.

Ma non ti preoccupare: arriveremo un giorno anche noi a sviluppare la tecnologia migliore per far sbocciare il tuo piccolo campione. Deciderai se è destro o sinistro, veloce o prestante. Come vuoi, quando vuoi. Per il momento, non essendoci ancora un Jurassic Park dedicato agli sportivi, compra un pallone, una racchetta o qualsiasi altra cosa a tuo figlio e lascialo giocare. Non competere. Giocare. E se dovesse essere una pippa, tanto meglio. Magari diventa un ingegnere.

 

 

Questione di testa: perchè nello Sport è sempre più importante la mente del fisico

Questione di testa: perchè nello Sport è sempre più importante la mente del fisico

Pochi giorni fa ho visto in Tv Agassi allenare Djokovich e poi ho letto alcune dichiarazioni dell’americano che si propone più come Mental Coach che come allenatore. Agassi ha avuto un grande allenatore come Brad Gilbert che anche lui fu un Mental Coach più che un allenatore. Riuscirà Agassi con la sua esperienza a rimotivare il grande giocatore serbo?.

“La preparazione mentale nello sport è fondamentale per raggiungere una prestazione ottimale. È il fattore che oggi può fare la differenza, accanto alla preparazione tecnica e fisica, perché facilita l’espressione di tutte le potenzialità dell’atleta. Attualmente tanti professionisti ricorrono al Mental Coach solo quando incontrano un periodo di difficoltà, quando vogliono sviluppare o ritrovare la motivazione, quando vogliono essere supportati nel superare la delicata fase di un infortunio che li costringe a lunghi periodi di inattività o ancora quando vogliono trovare quella marcia in più che li può aiutare a scalare il successo e ad affrontare i propri limiti.” Mi dice Jessica Celestre, affermata Mental Coach con un passato ai vertici della seconda categoria femminile di tennis, da me interpellata per sapere la sua opinione.

“Vista la stretta correlazione tra mente e corpo, è bene ricordare che quando l’atleta si allena fisicamente lo sta facendo anche mentalmente o tecnicamente. Quello che alle volte si ignora è quanto la mente possa influire sul corpo e quanto le abilità mentali siano importanti per il raggiungimento della propria prestazione ottimale.Pochi invece si rendono conto di quanto sia importante educare sin da piccoli i futuri professionisti ad utilizzare al meglio le proprie abilità mentali e a sviluppare il giusto approccio allo sport, integrando la preparazione tecnico/fisica con quella mentale. Lavoro da tempo con gruppi di ragazzi dai 9 anni in su, soprattutto giocatori di tennis (sport che ho praticato per più di un terzo della mia vita a livello agonistico) e sempre più spesso mi rendo conto di quanto sia importante sviluppare una cultura olistica dello sport, dove le abilità mentali siano considerate altrettanto importanti quanto le abilità fisico/tecniche. E farlo sin da piccoli, quando si inizia l’attività agonistica, può contribuire a gettare le basi per un impiego ottimale delle proprie risorse ed un corretto approccio allo sport, imparando a conoscere strumenti di preparazione mentale fondamentali per affrontare al meglio allenamenti e competizioni. L’obiettivo del progetto, che sto portando avanti con passione ed impegno presso associazioni sportive che svolgono attività agonistica, è quello di inserire il Mental Coach come figura stabile per affiancare e lavorare in sinergia con l’allenatore, e non solo in occasioni sporadiche e limitate nel tempo, ma durante l’intero ciclo annuale di preparazione tecnica/fisica. L’approccio vincente consiste, a mio avviso, nell’insegnare ai giovani ragazzi a dare il meglio di sé, con impegno, serietà, disciplina, divertimento e passione per il piacere di giocare e fare sport.  Maggiore fiducia in se stessi e nelle proprie prestazioni, capacità di gestire positivamente gli errori, acquisizione della capacità di canalizzare in modo efficace rabbia, agitazione ed altre emozioni che spesso si tramutano in ansia e stress per arrivare ad accrescere la consapevolezza di se stessi e dei propri punti di forza per permettere  la realizzazione e lo sviluppo delle proprie potenzialità .

Il Direttore della scuola tennis dove svolgo la mia attività mi riporta che da quando abbiamo iniziato la nostra collaborazione , c‘è una maggiore attenzione da parte di tutti i maestri a lavorare di più sotto l’aspetto fisico/mentale. Eseguono lavori specifici in base alle caratteristiche del ragazzo/a, mentre prima lavoravano in massa senza curare i minimi particolari. L’attenzione quindi è all’individuo, unico e speciale dotato di caratteristiche che sono solo sue. Ma la cosa più importante che mi riporta, è che vede i ragazzi più fiduciosi e sicuri di loro stessi.

Oggi mi guardo indietro, quando avevo appena iniziato la mia attività da atleta professionista e mi dico: “Quanto avrei voluto anche io un Mental Coach!” e io che ero il tuo allenatore, cara Jessica, concordo con te.

Spero che il lavoro di persone qualificate possa, nel tempo, essere da esempio per tutto il movimento sportivo senza nulla levare all’esperienza di personaggi come Agassi. La sfida è quella di poter collaborare con campioni come l’americano di Las Vegas mettendo ognuno le proprie competenze cosa che, purtroppo, in Italia ci vede ancora alla preistoria. Siamo infatti il paese dove ex giocatori diventano per mano divina grandi maestri e allenatori il giorno dopo il loro abbandono alle gare banalizzando chi invece ha investito per acquisire competenze…

Ringraziamento speciale a Jessica Celestre – Sport Mental Trainer – Counselor Professionista – Mediatrice Familiare

Perfetti anche a costo della vita: Efedrina, il doping per dimagrire che si compra in farmacia

Perfetti anche a costo della vita: Efedrina, il doping per dimagrire che si compra in farmacia

L’arrivo dell’Estate non porta solo caldo, afa e sole ma anche l’incubo della dieta e della prova costume. Per sfoggiare al mare un fisico asciutto e tonico gli italiani ma non solo si riducono all’ ultimo istante, ed ecco che le frasi più diffuse sui motori di ricerca sono “metodi per dimagrire velocemente” e “dieta per la prova costume”.

Tra i risultati delle ricerche non è raro imbattersi nell’ Efedrina, definita come sostanza infallibile e miracolosa per la perdita di peso. L’Efedrina è un alcaloide presente nelle piante di Ephedra con struttura chimica ed effetti simili alle anfetamine.

Un eccitante con effetti superiori alla caffeina che oltre all’aumento delle capacità cognitive porta uno shock a livello del sistema nervoso centrale. Questo shock può condurre, nelle persone affette da una condizione medica pregressa (anche a loro sconosciuta) ad arresto cardiaco, ictus o ischemia cerebrale.

1994 – EFEDRINA DIVENTA MAIN STREAM GRAZIE A MARADONA

Nei Mondiali statunitensi del 1994, un Diego Armando Maradona con un fisico tiratissimo stava conducendo la sua Argentina verso le fasi finali della competizione. Percorso interrotto però dalla positività al test antidoping. La sostanza a cui un magrissimo Maradona venne trovato positivo fu proprio l’efedrina.

EFEDRINA, WADA E DOPING:

L’organizzazione mondiale anti-doping ha bandito l’efedrina dagli integratori sportivi poiché considerata sostanza dopante. Dopante lo è anche la caffeina ma solo a determinate dosi (alte).

EFEDRINA U.S.A. E GETTA:

Il rapporto tra l’efedrina e gli Stati Uniti, paese tra i più obesi del mondo e da sempre alla ricerca di metodi veloci per dimagrire, è molto controverso. Nel 2003 gli States hanno bandito dal mercato, dopo la morte di 155 persone tra cui la stella dei Baltimore Orioles il pitcher Steve Bechler, la presenza del farmaco all’interno degli integratori alimentari e sportivi, ma la stessa è liberamente ottenibile attraverso prodotti da banco in farmacia ed online.

LO STACK ECA: LA RICETTA MAGICA PER UN FISICO PERFETTO.

ECA acronimo di Ephedrine, Caffeine, Aspirine, è la ricetta magica, detta stack, che nei forum di fitness americani e purtroppo anche nostrani promette risultati immediati per la perdita di peso ed un fisico bestiale. 25 mg efedrina, 200 mg caffeina, 75 mg aspirina. Un miscuglio che per alcuni può anche andare bene ma per altri può essere letale.

LA SITUAZIONE  IN ITALIA:

Più difficile da reperire rispetto agli States ma non impossibile. In farmacia ci sono farmaci liberamente vendibili  senza ricetta che contengono efedrina: si va dagli spray nasali agli antistaminici che contengono Pseudoefedrina (effetto più debole) ma a quantità molto elevate. Se andate in una palestra conosciuta dove ci sono i professionisti, non è raro vedere gli atleti che tra una serie e l’altra di pesi inalano lo spray nasale. Secondo il “bugiardino” bisognerebbe inalare una volta ogni 3-4 ore. Se d’inverno avere il raffreddore è cosa normale, d’estate (fase di cutting – definizione) la scena stona un pochino e quindi risalta all’occhio attento.

Inutile nascondersi dietro un dito l’efedrina, essendo stata bandita dall’organizzazione mondiale anti-doping, dà un vantaggio importante, che sia l’effetto eccitante o la perdita di peso, a chi l’assume. Il rischio però di avere problemi cardiaci non è assolutamente da trascurare, senza contare il fatto che le dosi standard, una volta che il fisico si è assuefatto, per avere lo stesso effetto dovranno essere aumentate aumentando anche il rischio di ictus, infarto ecc. In ultimo l’utilizzo di Efedrina porta ad un metabolismo completamente sballato molto difficile da riequilibrare.