Le origini del Frisbee: il Disco Volante più famoso degli UFO

Le origini del Frisbee: il Disco Volante più famoso degli UFO

Tra gli sport più particolari che si stanno affacciando in questi anni al professionismo c’è il Frisbee. Anzi l’Ultimate, o Flying Disc, perché le Leghe non possono utilizzare la parola ‘Frisbee’ nel nome in quanto marchio registrato da una nota azienda di giocattoli. I primi tentativi di produrre un Frisbee risalgono al secondo dopoguerra, ad opera di due reduci del conflitto, Walter Frederick Morrison, che pare ebbe l’idea guardando degli studenti di Yale lanciarsi dei contenitori per torte della Pasticceria Frisbie Company (da qui il nome), alcune fonti addirittura dicono che questi lanci di tortiere tra studenti venissero praticati già nell’Ottocento, e Warren Francisconi che lo finanziò.

Nei primi anni Sessanta il Frisbee iniziò a diffondersi come passatempo sulle spiagge americane, mentre data 1968 la nascita dell’Ultimate Frisbee come sport codificato grazie ad una scuola del New Jersey, la Columbia High School di Maplewood. Le squadre sono composte da sette giocatori, inizialmente miste, donne e uomini, anche se con lo svilupparsi del gioco la categoria Open è diventata sempre più una competizione solo maschile e sono nate divisioni femminili, miste, o 3 donne e 4 uomini o viceversa, e naturalmente giovanili. Esiste anche una versione per i disabili.

Scopo del gioco è quello di far arrivare il disco nell’area di meta della squadra avversaria, come nel Football Americano, il contatto fisico tra i giocatori è però vietato, e chi è in possesso del frisbee deve lanciarlo ai compagni di squadra senza potersi muovere dalla sua posizione.
Ad oggi esiste una Federazione Mondiale, la WFDF, World Flying Disc Federation, di cui fa parte anche la Federazione Italiana Flying Disc, a cui sono tesserate una cinquantina di squadre.


Particolarità della disciplina è che non esistono arbitri e i giocatori devono autogestirsi rispettando le regole con grande sportività. Se un giocatore chiama un fallo tutti devono restare nella posizione in cui si trovano e la controversia viene risolta da una specie di pubblica assemblea tra i giocatori. Naturalmente nelle Leghe professionistiche che si stanno sviluppando negli Stati Uniti e in Canada tale sistema era ingestibile ed è stata introdotta la figura dell’arbitro.

Due sono le organizzazioni professionali, per la precisione il loro status giuridico attuale è semiprofessionistico, dell’Ultimate in Nordamerica, la AUDL, American Ultimate Disc League, e la MLU, Major League Ultimate. Della prima, attiva dal 2012, fanno parte 26 squadre, 22 statunitensi e 4 canadesi, ripartite in quattro Conference. La MLU invece si compone di sole 8 squadre, 7 statunitensi e 1 canadese, ed è anche lei attiva dal 2013. Le partite MLU sono trasmesse in diretta sul canale YouTube gestito direttamente dalla Lega, sempre su YouTube è possibile vedere immagini delle partire targate AUDL.

Insomma anche il dischetto di plastica che probabilmente ha accompagnato le vacanze di molti di noi, è ormai uno sport a tutti gli effetti!

L’Altra Faccia di Pyongyang: la Corea del Nord e lo Sport “organico” di Kim Jong Un

L’Altra Faccia di Pyongyang: la Corea del Nord e lo Sport “organico” di Kim Jong Un

La partecipazione della Corea del Nord alle prossime Olimpiadi Invernali di Pyeongchang in Corea del Sud, è un primo segnale di diplomazia tra le due nazioni in costante tensione dagli anni ’50. Ma come si pratica Sport nella terra di Kim Jong Un? Siamo andati a scoprirlo.

Calcio, basket, pallavolo, sci e tanto altro. Fare sport in Corea del Nord è un’attività diffusa. Troppo spesso siamo abituati a immaginare la Repubblica Popolare Democratica di Corea un inferno in terra, e non potrebbe essere altrimenti ascoltando le notizie che i media occidentali propongono su questo paese di 24 milioni di abitanti. Peccato che le notizie siano per lo più non supportate da fonti certe, con scoop sensazionalistici che sembrano ideati ad hoc per cavalcare l’onda di una Nazione abituata a vivere in modo tutt’altro diverso.

A differenza di quanto si possa pensare, in Corea del Nord lo sport è molto praticato, a tutti i livelli, in città, dove la spinta moderna degli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti, così come in campagna. A Pyongyang, centro nevralgico della Corea del Nord abitato da circa 3 milioni di persone, il governo del leader Kim Jong Un ha investito ingenti risorse nella costruzione di centri sportivi e aree adibite allo sport. Si va dalla Scuola Internazionale di Calcio alle tante polisportive, dove i bambini possono allenarsi nel dopo scuola in varie discipline. L’ordine e la disciplina non collidono con il divertimento, anzi, favoriscono la corretta gestione di un gruppo. In squadra l’individualismo è messo al servizio dei compagni. Ognuno collabora a seconda delle proprie caratteristiche, esattamente come avviene all’interno della società.

La Corea del Nord è infatti un chiaro esempio di comunità organica, che si poggia sull’ideologia Juche. Questo termine viene tradotto con la perifrasi “ogni uomo è artefice del proprio destino”. Semplificando si può dire che tutti giocano un ruolo fondamentale per il mantenimento del sistema, perennemente alla ricerca di un ulteriore perfezionamento. Proprio come nello sport.

E il calcio? La febbre del pallone è arrivata qui soltanto da pochi anni. Nonostante questo, la cultura calcistica ha già prodotto diversi giovani talentini davvero niente male. Il più famoso di tutti, e probabilmente il migliore, è Han Kwang Song, attaccante del Cagliari attualmente in forza al Perugia in Serie B. Decisamente più gettonati, anche per via della loro semplicità, sono il basket, la pallavolo e il badminton, comunemente chiamato volano. Nei tanti parchi presenti nei centri nevralgici delle città, è facile imbattersi in partitelle improvvisate. Ma il fiore all’occhiello della Corea del Nord è rappresentato da due strutture sportive mastodontiche. La prima è il May Day Stadium, stadio che può ospitare la bellezza di 150 mila posti, e che per capienza è il più grande al mondo.

Qui la Nazionale nordcoreana gioca solitamente le sue partite casalinghe; vi si praticano inoltre competizioni di atletica leggera.

Il secondo diamante è il Masykryong Resort Hotel, albergo di extra lusso adibito anche a stazione sciistica. Soprattutto in inverno, i turisti nordcoreani (e non solo) approfittano delle vacanze per godersi le dieci piste offerte da uno degli hotel più particolari al mondo. E questo, dicono dalle parti di Pyongyang, non è che l’inizio.

 

 


BitCoin ovunque: le criptovalute pronte a sbarcare nel mondo del Calcio

BitCoin ovunque: le criptovalute pronte a sbarcare nel mondo del Calcio

Ormai i Bitcoin sono entrati nel nostro gergo quotidiano. Molte persone ancora non lo conoscono e ancora fanno fatica a comprenderne il meccanismo. Il Bitcoin è solo una delle tante criptovalute (monete virtuali) che sono presenti nel mercato borsistico mondiale. Con più precisione i Bitcoin sono le criptovalute più costose e preziose del mercato. Cosa c’entra questo discorso con lo sport? C’entra e come perché i Bitcoin e le criptovalute in generale stanno per entrare, pian piano, anche nello sport.

 

REAL MADRID PIONIERISTICO- Un primo piccolo passo è stato già fatto dal Real Madrid. Il club spagnolo è il primo ad accettare i Bitcoin come forma di pagamento. Da gennaio sarà possibile pagare il tour del Santiago Bernabéu utilizzando la criptomoeneta, grazie ad una storica quanto importante partnership con l’agenzia turistica 13Tickets. Il club Campione d’Europa e del Mondo è il primo ad adottare la modalità di pagamento, ma la società responsabile del sistema intende implementarla anche nell’altra rivale della capitale spagnola, l’Atletico Madrid. E’ notizia di qualche giorno che la 13Tickets sarebbe in trattative avanzate per consentire pagamenti in Bitcoin per le visite al Wanda Metropolitano. Al Bernabeu, il metodo di pagamento inizierà ad essere utilizzato all’inizio di febbraio. Attualmente i visitatori che vogliono effettuare un pagamento “normale” pagano 18 euro per il tour. Dato che un Bitcoin vale circa 15 mila euro, è chiaro che il Real Madrid e la 13Tickets dovranno poi rendere più chiare quali tra le innumerevoli criptovalute saranno accettate e come potranno avvenire i vari pagamenti. Resta il fatto che questo accordo potrebbe rappresentare un primo passo per coinvolgere anche lo sport in questo mercato.


SCOMMESSE IN BITCOIN- Sembra incredibile ma già da qualche anno all’estero, in particolare negli Usa e in Gran Bretagna, è possibile scommettere con i Bitcoin. Sono tanti i siti che accettano la criptovaluta per aprire conti e piazzare scommesse. Come i normali conti online è possibile giocare online senza alcun tipo di restrizione. Un’innovazione molto affascinante ma che potrebbe dare il via a speculazioni e modalità non del tutto trasparenti. Già con i metodi tradizionali è molto difficile poter controllare un mercato globale e molto complesso come quello delle scommesse, figurarsi con una moneta virtuale. Le informazioni sulle transazioni di Bitcoin sono raccolte pubblicamente e custodite in modo permanente, in modo che chiunque possa vedere il bilancio e le transazioni di qualsiasi indirizzo Bitcoin. Tuttavia, l’identità dell’utente che si cela dietro un indirizzo resta ignota, finché l’informazione non viene rivelata durante un acquisto o in altre circostanze. Dunque quanto potrebbe essere facile tracciare i flussi delle scommesse? Sarebbe possibile fermare o capire i flussi anomali sulle partite? Queste sono solo alcune delle domande che una applicazione più capillare dei Bitcoin alle scommesse potrebbero porci davanti. Non resta quindi che attendere e osservare se veramente queste criptomonete possano impadronirsi anche del mercato delle scommesse, solo allora veramente il problema della loro reale applicazione al betting potrà concretizzarsi.

Quando il Marketing è il miglior alleato degli Sport Paralimpici

Quando il Marketing è il miglior alleato degli Sport Paralimpici

Tecnologia e disabilità. Lo sport che incontra il marketing e aiuta a non mollare mai.

Fin da piccoli ci hanno insegnato a non farci fermare dalle avversità del mondo. Ci hanno insegnato – mentre ancora bambini ci prendevamo il nostro tempo per osservare gli adulti – che mollare equivale a “perdere”: non una gara ma la sfida per la vita. Quando si arriva al punto X, più o meno nei pressi del “baratro” come lo chiamano molti, si dovrà necessariamente decidere se fermarsi, interrompere o alzare la testa per andare avanti.

“Insegui Il Tuo Sogno, Non Fermarti Mai”. È un credo, un incitamento a superare gli ostacoli e, perché no, uno stile di vita. Questa frase potrebbe essere il motto di molti ma soprattutto quello di alcuni atleti nostrani (professionisti e non), che nel corso della loro carriera sportiva, o anche all’inizio di essa, hanno dovuto affrontare molti momenti difficili.

E’ il caso di Salim, marocchino cresciuto in Italia,15 anni e una protesi alla gamba per una malformazione. Ma nel cuore e nelle gambe ha l’amore infinito per il basket e non molla, si allena e viene notato dai referenti della Santa Lucia Basket, una società sportiva romana di basket in carrozzina. Un sogno diventato realtà: ora la sua vita si divide fra scuola, allenamenti, partite.

Poi c’è Anna Barbaro, campionessa paralimpica di nuoto e triathlon che insieme al fondatore di vEyes Massimiliano Salfi, ha ideato un sistema di allenamento per i nuotatori non vedenti che, basandosi sulla trasmissione digitale del segnale, avvisa gli atleti dell’avvicinamento al bordo vasca, cosa che di fatto li farebbe uscire dalla traiettoria di gara. Questo sistema di allenamento evita la presenza del cosiddetto “bacchettatore”, colui che avvisa gli atleti in gara – tramite un tocco di bastone sulla schiena – che stanno per toccare il bordo vasca. Quelli di Anna e Salim sono solo due tra gli esempi finanziati dal progetto “Oso – Ogni sport oltre”, promosso da Fondazione Vodafone Italia e finalizzato a promuovere un’idea di sport che sia inclusiva e partecipativa. Nato nel 2016, eroga finanziamenti alle aziende del terziario o associazioni, federazioni ed impianti sportivi che nel nostro paese si impegnano a dare spazio ai diversamente abili. Oso ha anche una piattaforma di crowdfunding (www.ognisportoltre.it) per permettere a tutti di donare, avvicinando le persone con disabilità allo sport. Per chi volesse inoltre, il sito offre la possibilità di cercare l’associazione, l’impianto sportivo o la federazione più vicina a all’utente (e che ovviamente offre servizi sportivi per disabili) oppure di segnalarne una nuova, magari aperta da poco.


Infine c’è Valeria Straneo, atleta affetta da una malattia genetica fin dalla nascita, la sferocitosi, che la costringe nel 2010 a sottoporsi all’esportazione della milza, cosa che le impedisce quasi del tutto di stare in piedi. Ma il suo sogno è la corsa, e non ci rinuncia: grazie ad un costante allenamento, dopo soli due anni dall’operazione, riesce a partecipare all’Olimpiade di Londra 2012 e poi ai giochi di Rio 2016. Nel mezzo ha conquistato due argenti ai Mondiali di Mosca nel 2013 e agli Europei di Zurigo nel 2014. L’importante per lei è sempre stato inseguire il proprio sogno, senza fermarsi mai. Ecco perché Valeria ha sostenuto la Fondazione Grade ONLUS – Progetto Prima di Tutto, che si occupa di aiutare le persone che hanno deciso di affidarsi allo sport per fini riabilitativi in seguito a problemi di salute. Attraverso una serie di eventi e maratone, si è riusciti a finanziare la creazione di un Percorso Vita all’interno del Parco Spallanzani, adiacente l’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, sostenendo al contempo l’attività fisica con esercizi adatti a tutti, anche ai pazienti e agli ex pazienti coinvolti nei laboratori di sport terapia.

Si può dire quindi che il concetto di benessere e il suo collegamento tra salute psicofisica e attività motoria rende evidente quanto l’attività motoria sia sinonimo di benefici fisici, mentali e relazionali. Il lavoro che fondazioni e aziende private svolgono oggi nel nostro paese, insieme alla collaborazione con gli atleti che per primi hanno vissuto sulla loro pelle certe difficoltà, permette dunque di offrire alle persone con disabilità maggiori opportunità di inclusione e la possibilità di mettersi in gioco attraverso i propri talenti.Lo sport è una metafora della vita, ti spinge a dare sempre qualcosa di più” dice spesso Alex Zanardi, atleta e campione paralimpico, esempio per tanti. E la passione, l’energia, la forza nelle sfide, così come la determinazione, sono spesso punto di partenza per grandi risultati, anche fuori dal campo di gara.

Afro-Napoli United: un goal per l’integrazione in un Paese che non sa includere

Afro-Napoli United: un goal per l’integrazione in un Paese che non sa includere

Nasce nel 2009 la società dilettantistica che unisce sport, inclusione sociale, solidarietà e antirazzismo. La prima squadra è composta da ragazzi napoletani e molti ragazzi africani. Ripercorriamo storia e successi con il vicepresidente Francesco Fasano.
Lo sport da sempre rappresenta un fiore all’occhiello dell’inclusione sociale. Tramite gli sport sono nate molte storie di integrazione, di solidarietà e di amicizia. Lo sport è sinonimo di unione, di famiglia e da sempre combatte il razzismo (e quei pochi imbecilli che troppo spesso finiscono sulle pagine della cronaca). Da otto anni, in Campania, una società interpreta al meglio questi fondamenti. Parliamo di calcio, parliamo dell’Afro-Napoli United, una società dilettantistica fondata nel 2009 grazie all’idea dell’attuale presidente Antonio Gargiulo e del vicepresidente Francesco Fasano, che ci ha dato la possibilità di raccontarne la storia.

L’Afro-Napoli United nasce ufficialmente nel 2009 – ci spiega Fasano -, ma già precedentemente (a partire dal 2007 ndr) organizzavamo delle partite a 11 tra dilettanti e ci ritrovavamo tra amici per giocare a calcio una volta a settimana. L’idea di mettere su una società è nata un po’ per gioco. Tra i ragazzi che si radunavano per giocare a pallone spesso erano presenti tre ragazzi provenienti dal Senegal e un tunisino”.



Così tra partite infrasettimanali a pallone e qualche uscita in amicizia è nato il progetto dell’Afro-Napoli United. Prosegue il vicepresidente: “Abbiamo deciso anche grazie al contributo di uno dei ragazzi senegalesi di fondare una squadra che fosse aperta all’inclusione dei migranti africani e sudamericani. Volevamo dare l’opportunità a molti ragazzi provenienti da altre realtà di giocare a pallone con i ragazzi dei quartieri di Napoli. Decidemmo di partecipare ad un campionato dell’Associazione Italiana Cultura e Sport (AICS)”. Erano anni difficili per l’Afro-Napoli però: “ci mancavano risorse economiche per affrontare le spese, non avevamo strutture adeguate dove far allenamento e giocare le partite. Era una squadra autogestita e autofinanziata. Il primo anno, nel 2009, giocavamo nel quartiere di Camaldoli a Napoli. Dal secondo anno ci trasferimmo a San Giovanni a Teduccio, sempre nel napoletano”.

Ph. Anna Monaco

IL SALTO DI QUALITA’ – “Il 2013 è stato un anno molto importante e significativo. Partecipammo al campionato amatoriale dell’AICS e lo vincemmo. Partecipammo alle finali nazionali e vincemmo anche quelle. In squadra avevamo tantissimi migranti. Contemporaneamente, in quell’anno decidemmo di fare il grande passo: ci affiliammo alla Figc e partecipammo al campionato di terza categoria. Giocavamo le partite a Scampia, nel campo comunale. Purtroppo però, abbiamo dovuto fare i conti con la burocrazia; la Figc non permette – ad esempio – il tesseramento di immigrati con il permesso di soggiorno in scadenza. Per questo motivo potemmo inserire in prima squadra solo alcuni ragazzi senegalesi con i documenti in regola e italiani di seconda generazione. Questi intoppi ci hanno dato la conferma di voler proseguire con il nostro operato nei campionati amatoriali. Per la stagione 2014-15 decidemmo di trasferirci a Mugnano, dove tutt’oggi risiede la nostra società. Cogestiamo con un’altra società una scuola calcio, aperta a tutti, soprattutto ai ragazzi immigrati che cercano una realtà in cui rispecchiarsi e sentirsi accolti e benvoluti. Nelle squadre amatoriali giocano tanti ragazzi provenienti dai centri di accoglienza e da progetti di inclusione sociale attraverso lo sport (Sprar). Oggi abbiamo molti iscritti, ci occupiamo di settore giovanile e campionati dilettantistici. Abbiamo ottenuto ben tre promozioni consecutive e nella stagione 2016-2017 siamo arrivati in promozione, dove la squadra oggi è prima in classifica sotto la guida dell’esperto mister Salvatore Ambrosino” (ex calciatore del settore giovanile del Napoli, ha giocato per tanti anni in Serie B e Lega Pro ndr). Una curiosità sulla scelta del nome e del logo: “Il nome è nato nel 2009, proprio con quei ragazzi con cui giocavamo a pallone una volta a settimana. Volevamo un nome che spiegasse bene chi siamo e con chi giochiamo. La nostra è una squadra mista di ragazzi africani e napoletani, da qui nasce l’Afro-Napoli. Il logo è stato ideato da un ragazzo senegalese molto bravo a disegnare. Racchiude il continente africano, la firma di Che Guevara (diversi ragazzi sudamericani giocavano con noi a pallone), la frase di Martin Luther king Jr. “I have a dream” e l’anno di nascita della società”.

NON SOLO SPORT – L’operato dell’Afro-Napoli United va oltre il rettangolo di gioco. Ci racconta Fasano: “Siamo molto attivi anche sul territorio. Collaboriamo con centri sociali, ci occupiamo di immigrati ma anche dei ragazzi della Napoli difficile. Per noi il calcio è un mezzo che ci porta ad un fine ben chiaro e definito: “accogliere e integrare tutti”. Abbiamo anche partecipato alla campagna “We Want to play – nessuno è illegale per giocare a pallone” insieme a 40 realtà del mondo dello sport. Abbiamo presentato il testo alla Figc per richiedere l’eliminazione la norma che impedisce il tesseramento di immigrati sprovvisti di documenti o con permessi di soggiorno in scadenza. Pretendiamo il libero accesso alle discipline sportive, senza distinzione di credo, di colore o di etnia. Lo sport deve essere accessibile da tutti. Sempre per questi motivi il 25 aprile 2015 a Roma organizzammo un evento con la Liberi Nantes: una partita amichevole in occasione della festa della Liberazione dal Nazifascismo per ribadire il nostro sostegno all’inclusione e dare un calcio al razzismo”.


ITALIA FUORI DAI MONDIALI E FRASE DI SALVINI – Per concludere, un pensiero sul recente post di Matteo Salvini dopo l’eliminazione dell’Italia per mano della Svezia: “E’ una stupidaggine detta da un parassita che non perde mai l’occasione di aprire bocca per racimolare pochi voti. Se prendiamo il caso di paesi come Belgio, Germania, Francia, che hanno accolto stranieri e lavorato con le seconde generazioni per anni, notiamo che hanno attuato un’integrazione a 360° che li ha portati a dei risultati importanti nel tempo. Noi siamo in ritardo su questo discorso ma anche sull’operato della Federazione sul territorio. Abbiamo un’organizzazione federale ridicola, mancano strutture, finanziamenti.. E’ troppo limitativo (e ridicolo) puntare il dito contro gli stranieri che giocano nelle squadre dilettantistiche e Pro italiane. Con gli adeguati mezzi, se si lavora bene sui ragazzi italiani e anche sugli italiani di seconda generazione, si raccoglieranno benefici non solo nello sport, ma anche in altri campi come, ad esempio, il lavoro.”

Fonte: www.frontierenews.it

Foto: Giovanna Amore

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