Scoprendo Cesar Falletti

Scoprendo Cesar Falletti

Il Napoli è alla ricerca di un giocatore che possa creare non solo un’alternativa nel ruolo dei vari campioni che giocano nel perfetto attacco di Maurizio Sarri, ma che possa concedere anche un’alternativa tattica al tecnico toscano. Il profilo che si delinea da tutta la premessa è disponibile a parametro 0 ed è ricercato non solo personalmente da Giuntoli e Sarri, ma anche da mezza Serie A ed è Cesar Falletti, giovane uruguagio con il passaporto italiano che ha incantato la Serie B negli anni alla Ternana.
Le squadre di vertice della cadetteria sono in fila alla porta dell’agente ma dopo anni in seconda divisione l’ex numero 10 delle Fiere vorrebbe tentare il salto di categoria ed allora pronte per lui le porte di tante compagini della massima serie: l’Atalanta e il Bologna in primis, più defilate ci sono Genoa, Verona e Crotone e Cagliari, tutte pronte ad offrire una maglia da titolare al fantasista, tranne forse l’Atalanta che comunque punta ad allungare la panchina ed offrire una parte da comprimario a Falletti in vista del ritorno in Europa League
La big più interessata al centrocampista è comunque il Napoli che ha un feeling speciale con i Sudamericani e che dopo la fortunata esperienza di Cavani, ha lasciato un pezzo di cuore nella nazione di Pepe Mujica.Molti però parlano di Falletti come una fusione tra Callejon e Insigne, ma non è proprio così. Per descrivere chi è César Alejandro Falletti Dos Santos abbiamo contattato Donato Lomonte, ex collaboratore tecnico di Benny Carbone alla Ternana nella stagione appena conclusasi.

 

Che tipo di giocatore è Cesar Falletti?

“Cesar è un grande giocatore, trequartista puro che fa della velocità, del dribbling e del tiro in porta le sue caratteristiche principali. Sul primo passo ti lascia lì, inventa sempre qualcosa e quando parte crea sempre superiorità e crea sempre problematiche agli avversari. In Serie B da noi ha fatto la differenza e non c’entra nulla con la Serie B, lo ha dimostrato negli anni, merita palcoscenici più grandi.
Tatticamente può essere un giocatore assimilabile a Callejon?

“E’ quel tipo di giocatore che può fare tutti i ruoli dalla trequarti in su perché ha una grande rapidità ma per me è più simile a Mertens che a Callejon e può fare il vice Mertens secondo me, come Falso 9. C’è Milik, ma Falletti potrebbe ritagliarsi un’occasione anche in una posizione più avanzata perché davanti al portiere è freddo ed ha un grandissimo tiro”.

Napoli potrebbe essere una buona soluzione?

“E’ l’ideale per una piazza come Napoli. Nel gioco di Sarri l’estro viene favorito e un giocatore come Falletti può dire la sua. Inoltre è un ragazzo meraviglioso oltre ad essere un ottimo giocatore. Sorride sempre e si allena sempre alla grande e l’abnegazione all’allenamento è la cosa che più lo caratterizza. Era il giocatore che arrivava prima all’allenamento e lasciava per ultimo la seduta. Non avrà problemi in un contesto come Napoli, i sudamericani a Napoli non hanno mai problemi di integrazione. Ha un’ottica di lavoro accentuata, si impegna sempre al massimo ed è il tipo di persona che piace al presidente De Laurentiis perché non solo è un fantasista, ma una persona a modo”.

Ce lo vede salire le scalette del San Paolo?

“Me lo auguro per lui perché ha dimostrato di essere di caratura superiore alla Serie B. Si può far valere anche in un contesto come la Serie A, dove anzi, può fare ancor di più la differenza perché nella massima serie favorisce la tecnica rispetto alla cadetteria”.

Ora ci dica un aneddoto su Cesar Falletti

“Cesar faceva una finta, ad ogni allenamento, che noi abbiamo soprannominato ‘La finta Falletti’, ha cominciato che la faceva solo lui, alla fine la faceva tutta la squadra. Scherzando e divertendosi con i compagni. Spero di vedere questa finta anche con la maglia del Napoli”.

Se avesse davanti un direttore sportivo che le chiede se prendere o no l’uruguagio, che risponderebbe?
“Di prenderlo, perché può fare la differenza: è un professionista in grado di farsi trovare pronto anche in uscita dalla panchina, panchina che accetta senza creare problemi. E’ un bravo ragazzo ed un ottimo giocatore e questi secondo me sono gli elementi cardine di un calciatore di livello”.
Benevento, la Strega volata dal Meomartini alla Serie A

Benevento, la Strega volata dal Meomartini alla Serie A

Incastonata sulla spina dorsale d’Italia. Laddove storie di antiche civiltà e fieri popoli si intrecciano perdendosi nella notte dei tempi. “Un Tibet affollato”, così qualcuno ha definito quelle montagne e quegli altopiani che separano il versante tirrenico da quello adriatico del nostri Appennini. Benevento. Irta sul colle da cui sembra mostrare l’armatura dei guerrieri sanniti. Enclave per definizione (lo fu davvero, sotto il potere temporale, ai tempi del Regno di Napoli) e culla di popoli pre romani, ancora presenti nelle nostre tradizioni e nella nostra lingua. Basti pensare al nome originario della città: Maleventum, poi mutato in Beneventum perché, secondo i romani, di cattivo auspicio. Sebbene la radice “Mal” dovrebbe derivare da un termine osco indicante la pietra. Ma c’è di più, al mondo Benevento è famosa per essere la città delle streghe. Una masnada di leggende e storie si sono tramandate nei secoli. Quella più accreditata farebbe riferimento a dei riti pagani svolti dai Longobardi, in cui partecipavano anche delle donne. Le Janare (così vengono chiamate le streghe più temute, al pari delle Zucculare, delle Manalonghe e delle Urie) erano solite radunarsi sotto un ponte sul fiume Sabato, andato distrutto nella seconda guerra mondiale, portando in città eventi nefasti e sciagure.

E la Janara è davvero ovunque. Anche nei simboli della squadra cittadina. È in ogni strada e in ogni vicolo, dove si aspettava da 88 anni il grande salto in Serie A , ancora increduli per quanto accaduto la scorsa stagione con la promozione dalla Lega Pro alla Serie B, dopo un’attesa durata quasi un secolo. Ce l’avevano fatta a giugno 2016 e hanno bissato oggi: il Benevento è in Serie A. Un risultato davvero impensabile dopo solo un anno dalla gioia per la prima salita in cadetteria. La Serie B l’avevano conquistata nella stagione 1945/1946, ma il club rinunciò, per motivi finanziari, pochi anni prima di affidare la guida a un certo Oronzo Pugliese, ma anche pochi anni prima del fallimento, negli anni ’50, che farà di un piccolo club cittadino, il Sanvito (che prendeva il nome dall’omonima fabbrica di mattoni), il vero e proprio erede del Benevento Calcio.

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Il Sud Italia vive di pallone e i suoi stadi sono stati per anni delle vere e proprie polveriere, dove campanilismo, passione ed esuberanza si scontravano in maniera quasi unica. È la passione che negli anni ’20 spinge i giocatori della neonata società locale ad aiutare manualmente il presidente Francesco Minocchia nella costruzione dell’impianto. Il Campo Littorio sorge nel Rione Libertà, e deve il suo nome a Gennaro Meomartini, storico presidente che nel dopoguerra permise la ricostruzione dell’impianto e la messa in sicurezza per la disputa dei match. Il campo in pozzolana (rimarrà così fino a quando il Benevento si trasferirà al Santa Colomba), le gradinate ruvide e le case costruite attorno, il Sabato che scorre sornione a pochi metri, sotto al ponte Santa Maria degli Angeli. “Vieni che ti racconto la storia– mi dice Guido De Rosa, responsabile del Meomartini, vedendomi entrare -. Io qua ci sono cresciuto e ho vissuto il Benevento da tifoso, prima di entrare in società (è stato responsabile del settore giovanile a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila, ndr). È un dispiacere che ne abbiano buttato giù gran parte – continua indicando il vecchio settore Distinti, sostituito da un anonimo vialetto d’accesso – si è perso un monumento sportivo. Qua si sono giocate partite caldissime, come i derby con Salernitana, Casertana e Avellino. Oggi la capienza è ridotta a 1.500 spettatori, e lo stadio ospita le partite interne del Forza e Coraggio e della Giorgio Ferrini”.

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Un calcio completamente diverso: “Rispetto a quello di oggi, c’era molta più competitività – sostiene De Rosa – da queste parti sono transitati giocatori come Domenico Penzo, bomber del Verona che militò anche nella Roma e nella Juventus, Zana e Sartor. In quei campionati di Serie C degli anni settanta, avevamo tutte le carte in regola per salire, ma non centrammo l’obiettivo sempre per poco. Qualcuno pensava che la società preferisse evitare, non avendo i mezzi economici per affrontare il torneo cadetto. Nella mia mente resta scolpita la partecipazione al Torneo Anglo Italiano, nel 1976, quando avemmo l’onore di portare il nome di Benevento oltre i confini nazionali (gli avversari furono il Wimbledon, e il Nuneaton Town n.d.r.)”.

Maurizio De Tata è uno storico tifoso del Benevento, fondatore delle Brigate Giallorosse, primo gruppo organizzato al seguito delle Streghe. “La mia passione nasce nel 1966, quando avevo quattro anni – esordisce -. Carlo Fracassi, storico capitano e terzino sinistro purtroppo scomparso nel 2001, venne a casa mia. Fu amore a prima vista. Nel 1974, quando fummo promossi in C, al Meomartini c’erano soltanto tribuna e distinti, nonostante al campo ci si andasse in 6/7.000. Prima dell’esordio costruirono la Curva Sud, ma il martedì cadde e dovettero rifare i lavori in fretta e furia. Sotto la curva vennero costruiti gli spogliatoi; come si usava allora, erano una vera e propria casucola con qualche doccia”. Il ricordo di una storica partita con il Bari, data 1975, è ancora vivo: “Mancarono soltanto i morti – racconta -. A fine giornata si contarono duecento feriti, con le forze dell’ordine che alle 3 del mattino erano ancora intente a sedare gli animi. Io ero in tribuna con la mia famiglia, mentre mio fratello era in curva. Si trattava di una partita importante, il Bari in quella stagione era la prima squadra deputata a salire. Al vantaggio dei pugliesi l’ambiente rimase tutto sommato tranquillo, ma quando Alfredo Zica siglò il pareggio per noi si scatenò il finimondo. I supporter biancorossi cominciarono a tirare di tutto e la recinzione della curva cadde letteralmente giù. L’incontro fu sospeso. La sera i due contenitori sportivi dell’epoca, 90esimo Minuto e La Domenica Sportiva, aprirono le proprie edizioni con i fatti di Benevento, anche se quarant’anni fa queste cose succedevano spesso, le tifoserie non erano separate e a livello mediatico c’era meno esasperazione”.

Meomartini, come tanti stadi italiani, rappresentazione sacra dei nostri tempi, per dirla alla Pasolini. “C’era una falegnameria là vicino – afferma –  e ricordo che tanta gente saliva sui tetti per assistere alla partita. Addirittura qualcuno pure sugli alberi. Del resto ci sono state occasioni in cui 13.000 persone si sono stipate là dentro, come in quel Benevento-Lecce del 1975. Semplicemente non si respirava. Impossibile, poi, dimenticare personaggi come Cecere. Un signore della tribuna che passava tutta la partita a seguire il guardalinee dalla recinzione per offenderlo e provocarlo. Un’altra partita sentita da queste parti, è quella col Campobasso. Nel 1976 furono addirittura i sindaci e i presidenti delle rispettive province a intervenire per calmare le acredini che stavano trasbordando anche nella vita comune. Spesso, infatti, capitava che macchine targate BN o CB venissero sfregiate in “territorio nemico”. Era un calcio più genuino ma ovviamente anche un’altra società, e quando si andava in trasferta bisognava davvero stare attenti. Io ricordo di aver seguito la prima partita fuori a Latina, nel 1978”.

Un personaggio legato trasversalmente a Benevento è Costantino Rozzi, a cui si deve la costruzione dello stadio Santa Colomba (oggi intitolato a Ciro Vigorito, fratello di Oreste, il presidente della promozione in B scomparso nel 2010), inaugurato nel 1979. “Lo sentiamo nostro in tutti i sensi – dice orgoglioso – quello è un impianto costruito dai beneventani. Io stesso ho lavorato per la sua realizzazione. Rozzi era sempre là vicino, ci trattava come dei figli. Ricordo che il giorno dell’inaugurazione c’era un buffet, presi in mano un panino con la porchetta e lui si avvicino con fare scherzoso dicendomi: “Giuggiolone, ma che cazzo te magni il pane? Prendi solo la porchetta!”. Peraltro devo dire che inizialmente le istituzioni cittadine volevano collocare il tifo più caldo in Curva Nord, così da avere l’imbocco della Superstrada più vicino per i tifosi ospiti. Questo durò una partita, contro il Teramo. Poi le nostre rimostranze vennero accolte. Ho passato tutta la mia vita tra Meomartini, Santa Colomba e trasferte. La mia curva non può che essere la Sud”.

Alfredo Zica, l’autore del pari nella celebre sfida col Bari, nonché icona del tifo giallorosso per le sue sei stagioni nel Sannio, ricorda così quella giornata: “Eravamo al primo anno di C davamo filo da torcere a tutti. Quel giorno già i presupposti non furono buoni, con alcune scaramucce al casello autostradale. Il Meomartini aveva una curva abbastanza grande, dove erano mischiati 3.000 tifosi di casa e ospiti. Al mio gol successe il finimondo. Al di fuori di questo, quello stadio per noi ha rappresentato un vero e proprio fortino. Quando arrivavano squadroni con giocatori esperti, avevano quasi paura a giocarvi e per gli ospiti diventava un tabù. Noi eravamo tutti giovani e affamati. Gente come Cascella e Cornaro ti metteva in grandissima difficoltà. Ho giocato sei anni a Benevento, prima di andare a Reggio Calabria e Nocera, per poi tornare qua, dove tutt’ora vivo assieme alla mia famiglia”.

E nella mente sembra ancora di sentire le grida dei tifosi in quel vecchio fortino dalle tribune spartane e dal campo che diveniva fanghiglia dopo una pioggia o una nevicata: Unguento unguento, portami al noce di Benevento, sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”. E nell’aria volteggiano le immagini di Carlo Fracassi, Carmelo Imbriani, Pedro Mariani, capitani di tempi diversi, capitani di tutti i tempi.

Gigi Cagni, quando la sostanza vince sull’immagine

Gigi Cagni, quando la sostanza vince sull’immagine

Molto più di una semplice salvezza. Ha più di un significato la permanenza in serie-B del Brescia, conquistata all’ultima giornata con il 2-1 contro il Trapani. A parte il ritocco al record di partecipazioni nella categoria (il prossimo anno saranno sessanta), la scampata retrocessione permetterà alle “Rondinelle” di beneficiare ancora dei proventi dei diritti televisivi, assenti invece in caso di Lega Pro. Un’eventualità che sarebbe stata un colpo basso per le finanze e il futuro del club, fresco di risanamento e già proiettato a un campionato di transizione, come anticipato da Gigi Cagni ai microfoni, pochi minuti dopo la salvezza.

Proprio il figlio della Leonessa, lo gnaro de’ San Faustì (il ragazzo di San Faustino, suo quartiere di origine) simboleggia lo spessore e la valenza del risultato biancoazzurro. Del quale ne è stato l’artefice principale, centrando l’obiettivo per il quale era stato chiamato a metà marzo al posto di Brocchi e vincendo quella che, per voce sua, si prospettava come “la sfida più rischiosa della carriera”. Un risultato impensabile per molti. Perché il Brescia nel girone di ritorno aveva raccolto due punti in nove partite. Perché, come sussurravano alcuni, Cagni non allenava da troppo tempo ed era ritenuto vecchio e superato.

“Parole, parole, parole…” avrebbe detto Mina. In due mesi, il tecnico sessantasettenne, ex fra le altre di Piacenza ed Empoli, ha svuotato le menti dello spogliatoio più giovane di tutta la serie-B dalla convinzione di essere retrocesso, ancor prima che lo dicesse la classifica, con fiducia, positività e accentramento su di sé delle responsabilità per gli eventuali insuccessi. Alleggerite le teste, si sono alleggerite anche le gambe. Il Brescia è ritornato compatto, capace di soffrire fino all’ultimo secondo e di saper fare a meno anche del suo uomo-simbolo, Andrea Caracciolo, capitano e bomber (14 reti). Da abbonata alla sconfitta a squadra pressoché impossibile da battere. Da squagliarsi al primo gol subito, a pareggiare le partite al 95’. In due mesi, ha messo sotto il Benevento, è ritornato a vincere in trasferta (Novara) e non ha sbagliato gli incontri decisivi – Ternana e Trapani – toppando soltanto contro il Latina. I risultati parlano chiaro: dodici partite, quattro vittorie, sette pareggi e una sola sconfitta, contro la Spal poi vincitrice del campionato, per un totale di diciannove punti in dodici partite. Una media da play-off.

Un piccolo grande capolavoro. Vincendo la sua partita personale nel dimostrare che gli allenatori d’esperienza sono ancora d’attualità, Cagni ha inflitto una dura lezione alla filosofia della rottamazione che a tanti oggigiorno piace. E non solo nel calcio. Quella del “buono perché giovane e cattivo perché vecchio”, quella del “nuovo” che è trendy perché “smart and cool”, ma che poi si rivela inadatto, terribilmente inadatto a fronteggiare le situazioni perché inesperto o, peggio ancora, incapace se non incompetente. Quella che nel calcio, ultimamente, si traduce in improbabili (e talvolta grottesche) emulazioni del “modello Guardiola” da parte di società che scelgono allenatori che facevano i calciatori fino al giorno prima e che, magari, non hanno mai schierato nemmeno una formazione al Subbuteo.

La salvezza del Brescia ha detto che l’immagine e la forma sono state sconfitte, su tutta la linea, dalla sostanza e dai contenuti. Cioè dalle conoscenze. Che non dipendono dalla carta d’identità di chi le possiede, ma dalla sua capacità di saperle adeguare alle situazioni nelle quali sono richieste. Cagni, che ha un curriculum più prestigioso di molti suoi colleghi che hanno seduto e siederanno su illustri panchine di serie-A, ha dimostrato di sapere di calcio anche a trent’anni dal suo esordio. Con lui ha vinto la qualità applicata ai valori. Un patrimonio trasmesso a ragazzi dotati di potenziale e che, se dimostreranno maturità, faranno tesoro di quest’esperienza nel corso delle loro carriere ancora tutte da scrivere. Lo ha fatto con la passione per la professione e l’amore per i colori della sua città. Nelle conferenze stampa, parlava anche in dialetto, regalando sprazzi di un pallone genuino, spontaneo, legato al territorio, da serata in osteria con amici, tagliere di salumi e vino rosso. Quando arrivò, era molto più di un semplice nuovo allenatore. Per quel che è riuscito a fare, questa è molto più di una semplice salvezza. È la storia che un calcio umano e meritocratico è ancora possibile.

Se ci fosse ancora, Giosuè Carducci avrebbe nuovi spunti per un’altra ode alla vittoria.

Lo strano caso del Regolamento di Serie B che dimentica il merito ma non si scorda dei milioni

Lo strano caso del Regolamento di Serie B che dimentica il merito ma non si scorda dei milioni

La stranezza del regolamento della Serie B, per quanto riguarda la disputa dei play off e dei play out, è stata messa maggiormente in risalto in questa stagione sportiva appena conclusa. Secondo le regole che disciplinano gli “spareggi”, infatti, se la squadra terza classificata al termine del regolare campionato ha ottenuto più di 10 punti di distacco dalla quarta, è direttamente promossa nella massima serie. A differenza delle retrocessioni in Lega Pro: se la quart’ultima della classifica della serie cadetta ha realizzato più di cinque punti di distacco dalla quint’ultima, è retrocessa senza potersi aggrappare alla speranza “play out” – come avvenuto quest’anno-. 10 punti di distacco dalla quarta, dunque, per salire direttamente in A, 5 punti dalla quart’ultima per restare in B. Non c’è, dunque, uniformità tra le ipotesi di svolgimento dei play off e dei play out. E questo, potrebbe divenire un’ingiustizia insopportabile per quelle squadre che, paradossalmente, hanno condotto sempre un campionato al vertice, per poi rischiare di essere eliminate, nell’insidiosa turnata dei play off, da una squadra arrivata alla lotteria degli spareggi per il rotto della cuffia.

Se, infatti, c’è un distacco comprendente i 14 punti tra la terza e l’ottava, i play off vedono coinvolte le squadre che si sono classificate dal gradino più basso del podio fino, appunto, a chi è giunto nell’ottava posizione. Negli ultimi quattro anni di play off, intanto, nessuna formazione classificatasi terza è poi salita in serie A: Latina, Livorno, Vicenza e Trapani le squadre arrivate terze nelle ultime stagioni, ma sconfitte nei play off. In questi casi, però, il distacco tra la terza e la quarta era minimo -tranne per il Livorno che conquistò 7 punti di vantaggio sulla quarta, l’Empoli, che poi andò in serie A- al contrario di quanto accaduto quest’anno dove il Frosinone, giunto terzo, ha distaccato il Perugia, quarta classificata, con 9 punti, uno solo in meno per accedere alla promozione diretta. In serie B, in ogni caso, solo per un anno non si sono svolti i play off: stagione 2006/2007 Juventus, Napoli e Genoa direttamente in serie A. 10, infatti, furono i punti di distacco tra la squadra della Lanterna, arrivata terza, ed il Piacenza, classificatasi quarta al termine del campionato regolamentare.

L’ombra dei diritti televisivi e del ricavo dei biglietti, infatti, potrebbe aleggiare su tutta la questione. Senza ombra di dubbio, sono molto più attraenti e seguite le “battaglie” combattute per salire in Serie A, rispetto a partite giocate da squadre arrivate tra le ultime in classifica e che, con le unghie e con i denti, si giocano la permanenza nelle serie cadetta. Considerando anche i 64,5 milioni di euro che Sky elargisce alla serie B per il triennio 2015-2018 per i diritti televisivi – 21 milioni di euro per l’anno passato, 21,5 milioni per questo ancora in corso e 22 milioni per il prossimo– sembra quasi che questo sistema di regolamento sia pensato per strizzare l’occhio proprio alla parte “economica” del calcio, tra diritti televisivi, introiti pubblicitari e ricavi dai soldi dei biglietti -per gli spareggi infatti non vale l’abbonamento annuale già acquistato e quindi si è costretti a fare nuovi singoli tagliandi anche per gli abbonati- con buona pace della meritocrazia e della costanza sportiva.

Fonte Foto: SportAvellino

Serie A, si salvi chi può. Ma chi vuole? Attenzione al paracadute…

Serie A, si salvi chi può. Ma chi vuole? Attenzione al paracadute…

Ultimi 90′ infuocati. Una poltrona per la salvezza, l’altra per l’inferno. In ballo Empoli e Crotone. E tanti soldi. La Lega Calcio mette a disposizione 60 milioni. Classifica alla mano, ecco la distrubuzione dei “premi”.

25 milioni di euro per le squadre che sono da 3 anni consecutivi in Serie A  (Palermo)

15 milioni di euro per le squadre che sono da 2 anni in Serie A  (nessuna)

10 milioni di euro per le squadre che sono da 1 anno in Serie A (Crotone e Pescara)

Attenzione, però, alla quota residuale. Allo stato attuale, per le tre retrocesse, “escono” dalla cassa 45 milioni di euro. Il “residuo” ovvero è di 15 milioni. Cifra che spetterebbe al Palermo qualora non centrasse la promozione nei prossimi due anni.

Attenzione però, alla variabili. In primis, l’Empoli. I toscani, proprio come i siciliani, “resistono” in serie A da tre stagioni. Qualora retrocedessero, ecco il nuovo scenario

25 milioni di euro per squadre che sono da 3 anni in Serie A  (Palermo ed Empoli)

15 milioni di euro per squadre che sono da 2 anni in Serie A  (nessuna)

10 milioni di euro per squadre che sono da 1 anno in Serie A (Pescara)

Nessuna quota residuale. E non sarebbe un dramma.

In questo caso “paracadute” fa rima con “paradosso”.

Retrocedere in B, garantirebbe a Empoli e Palermo 25 milioni. Quanto basta per  allestire una squadra ultracompetitiva per la serie cadetta e tentare, la risalita.Tornare in A significa assicurarsi, per la stagione 2018/2019, il denaro dei proventi tv. Occhio alle cifre: nella stagione 2015/2016 l’Empoli ha incassato 29 milioni. Il Palermo 31. Soldi destinati a crescere fra due stagioni. E comunque, allo stato attuale, la Tv “paga” il doppio rispetto alla “quota residuale”. Un vero affare.

Non serve una laurea in economia: andare in B e ritrovare la massima serie, renderebbe, a toscani e siciliani, più di 60 milioni. Per la cronaca, domenica prossima, c’è Palermo- Empoli. Si salvi chi può. O si salva chi vuole?