Elezioni FIGC: il (nuovo) calcio secondo Gabriele Gravina

Elezioni FIGC: il (nuovo) calcio secondo Gabriele Gravina

Gabriele Gravina è il primo dei tre candidati a ricevere un appoggio ufficiale. Nicchi, presidente degli Arbitri ha promosso il programma dell’aspirante presidente della FIGC. A patto che non si presentino in tre. In quel caso i giudici di gara si asterranno dal voto.

Gabriele Gravina, presidente della Lega di Serie C, ha un lungo passato alle spalle: è l’artefice del miracolo del Castel Di Sangro, la squadra di un comune di 5000 abitanti che vive la favola della serie B dopo 5 campionati vinti in 10 anni. Una gestione che mette le ali alla carriera politico-organizzativa di questo imprenditore (nonché membro del CDA della Banca di Credito Cooperativo di Roma e docente di Management Sportivo all’Università di Teramo) che, dopo la carica di capo delegazione ai campionati Europei, il 22 dicembre del 2015 diviene il presidente della Lega Pro. Un incarico confermato anche nell’anno successivo. Il suo programma verte su 5 punti fondamentali.

Il piano strategico (56 pagine in 5 punti) prevede 5 aree di intervento: organizzativa, economica, sportiva, etica e sociale. Tutte convergenti in un unico obiettivo: la sostenibilità finanziaria del calcio, raggiungibile attraverso una struttura fondata su una gestione virtuosa. L’organizzazione, in questo senso, è fondamentale. Gravina propone una rivisitazione dello statuto, a partire dai criteri elettorali. La LND non può decidere da sola, o quasi, chi eleggere. La commissione federale inoltre deve essere parificata ad una sorta di governo, con commissioni apposite per i rispettivi ambiti.



Il settore tecnico è da rifondare attraverso la creazione di nuove accademie federali, sul “modello francese”. In più una strettissima vigilanza sulle entrare e le uscite delle società. Evidentemente scottato dai numerosissimi fallimenti accumulati dalla Serie C e in Lega Pro Gravina propone il rating. Ogni squadra avrà un quoziente di affidabilità finanziaria. Un “marchio” che ne attesti serietà e ordine. E i soldi? L’idea è di creare maggiore ricchezza attraverso una ridistribuzione più equa delle risorse. Il divario fra grandi e piccole è troppo sbilanciato e i club di medio bassa classifica di tutte le categorie non hanno i mezzi per competere sul mercato con le altre concorrenti. Una divisione più ragionata delle risorse ridurrebbe la forbice, riequilibrando i valori in campo ed evitando il rischio della presenza di squadre materasso. Un campionato più equilibrato è anche più spettacolare. Quindi, più vendibile all’estero.

La ristrutturazione dei campionati invece prevede una B a 20 squadre e una C a 60, come adesso, divisa in tre gironi. Tuttavia Gravina vuole reintrodurre le quattro categorie professionistiche: la C1 e la C2. Entrambe a livello semiprofessionistico. La Serie D invece perderebbe 5 squadre passando d 167 a 162. Il cavallo di battaglia sono le “seconde squadre”. Ovvero la possibilità per le società di introdurre nei campionati minori le squadre formate dai giovani. Infine, la candidatura ad ospitare l’Europeo del 2028.

La vera rivoluzione di Gravina è però sul campo etico sociale: il programma si sofferma su alcuni punti scottanti che hanno giù bruciato diversi club di serie c. Gravina vuole salvaguardare i principi di correttezza. Lotta senza quartiere al match fixing, una vera piaga del calcio minore, figlia spesso di stipendi miseri a mal corrisposti. In questa ottica il calcio minore, assurgendo a semiprofessionismo, vivrebbe questo ridimensionamento come un qualcosa di estremamente positivo. Uno sport aggregativo, più che consumistico incanalato sui binari di inclusione sociale con regole studiate ad hoc per i giovanti, attraverso le partnership con le scuole e le università. In modo da educare al calcio e al tifo. A Nicchi è piaciuto. E a voi?

QUI IL PROGRAMMA COMPLETO: http://www.figc.it/other/candidature/ProgrammaGRAVINA.pdf

 

Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Signore e signori, da questo momento la Roma è in serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre“. Così un impietrito Renato Rascel, durante una rappresentazione al Teatro Sistina, annunciava la discesa dei giallorossi in cadetteria. Una frase che sarà destinata a passare alla storia, venendo impressa su sciarpe e bandiere e fungendo da vero e proprio motto anche in quei pochi momenti di giubilo vissuti dal tifo romanista. È l’anno 1951. L’annus horribilis per il club capitolino, quello della prima (e sinora unica) retrocessione. La Roma in Serie B è una storia che in pochi hanno raccontato, perché in pochi si sono chiesti cosa volesse dire, soprattutto all’epoca, scendere negli inferi di un campionato tosto, lungo e contraddistinto da vere e proprie battaglie su campi di provincia. Dove la Roma era attesa con il coltello tra i denti da tifosi e giocatori, vogliosi di scrivere un’impresa che sarebbe rimasta negli annali delle rispettive società.



Riavvolgiamo il nastro. La Roma è reduce da un gravoso fallimento, quello legato al progetto di Fulvio Bernardini della stagione precedente, conclusa al diciassettesimo posto con una salvezza ottenuta soltanto in extremis (nonostante clamorose vittorie con Juventus e Milan). Un mix tra poca lungimiranza e scarsa organizzazione, con il presidente Pier Carlo Restagno che non volle concedere al Professore il contratto triennale e lo stesso che trovò immensa difficoltà ad amalgamare una rosa giovane, passata quell’anno dal metodo al sistema. Sarà Luigi Brunella, dalla trentaseiesima giornata, a garantire la permanenza in A ai giallorossi. Da lì a pochi anni Bernardini dimostrerà a Firenze e Bologna tutta la bontà delle sue idee, mentre la Roma, affidata nel 1950/1951 inizialmente ad Adolfo Baloncieri, conoscerà l’onta della retrocessione. Non bastano le individualità di Mario Tontodonati e il carisma di capitan Tommaso Maestrelli, che l’anno dopo verranno ceduti con il secondo che un ventennio più tardi diverrà il profeta del primo scudetto laziale. Un declassamento che era nell’aria. Gli investimenti fatti nella stagione precedente erano irripetibili e nonostante fosse stata mantenuta l’intelaiatura ci furono grandi difficoltà, tra cui l’inserimento dei tre svedesi Knut Nordhal, Sune Andersson e Stig Sundqvist. In panchina dopo Baloncieri si avvicendarono il sergente di ferro Pietro Serantoni e Guido Masetti (portiere della Roma tricolore nove anni prima). A nulla servì neanche la vittoria all’ultima giornata, contro il Milan Campione d’Italia. La Roma era in B, gettando nello sconforto buona parte della città e l’annichilito pubblico dello Stadio Nazionale.

Dal fondo si può e si deve risalire. In società torna Renato Sacerdoti, già presidente tra il 1928 e il 1935 e figura chiave nel club. Al suo rientro organizza la stagione in maniera entusiasmante, basti pensare alla campagna abbonamenti di quell’annata (seconda soltanto all’Internazionale che vincerà lo scudetto) e ai giocatori che figurano in rosa. Arriva Carletto Galli, attaccante fortissimo nel gioco aereo e conteso da diverse squadre e viene confermato Arcadio Venturi, talentuoso mediano sinistro già nel giro della Nazionale e ingaggiato come tecnico Giuseppe Viani, l’inventore, assieme ad Antonio Valese ai tempi della Salernitana negli anni ’40, del Vianema una tattica che consisteva in un importante revisione del sistema e che, di fatto, introdusse per la prima volta la figura del libero in maniera assidua. Confermato anche il capitano Armando Tre Re, granitico difensore centrale.  La Roma è pronta ad affrontare uno dei campionati di Serie B più difficili di sempre, a causa dell’unica promozione diretta in palio (la seconda, in questo caso il Brescia, se la vedrà con la terz’ultima della Serie A, in questo caso la Triestina, nello spareggio di Valdagno vinto di misura dai giuliani) per la riforma del torneo volta all’abbassamento del numero di squadre partecipanti. Il pubblico romanista ha assorbito la botta ed è pronto a invadere stadi e campi di piccola capienza, non abituati alla foga giallorossa. A tal merito Sacerdoti, per evitare che tanti si mettano in viaggio senza biglietto fa organizzare dei veri e propri cinematografi dove vedere le partite. Esemplare l’appello alla tifoseria in occasione dell’ultima partita, quella disputata a Verona, che vale la promozione. A dire il vero furono in pochi ad ascoltarlo e se le cifre ufficiali parlano di 5.000 tifosi giunti nella città di Romeo e Giulietta non si fatica a pensare che il numero potesse essere ufficiosamente più alto.

Arcadio Venturi è sicuramente il giocatore più amato tra i tifosi. La sua classe e il suo modo serioso e professionale di porsi conquistano subito i supporter giallorossi. Lui, emiliano di Vignola, che ha esordito in maglia romanista proprio sul campo del Bologna, non ha dimenticato le nove stagioni all’ombra del Colosseo (18 gol in 288 presenze): “La città reagì molto male – ricorda -. Ci fu un vero e proprio scandalo, si diceva che alcuni giocatori non si impegnassero perché frequentavano ambienti poco consoni alla vita di uno sportivo. E la cosa non era poi così distante dalla realtà. Io sono sempre stato ligio alle regole, anche perché in quegli anni non si guadagnava moltissimo con il calcio e le società erano totalmente proprietarie del cartellino, disponendo della vita dei calciatori. Basti pensare che io sono andato ad abitare dove voleva il club. Eravamo da poco usciti dalla guerra, c’era la miseria e davvero poche pretese. Tuttavia avendo iniziato da poco fui quello che risentì meno della retrocessione – continua – se a livello societario la situazione era disastrosa, la stagione 1951/1952 per me fu una delle più importanti, dato che al termine del campionato potei disputare le Olimpiadi in Finlandia”Era un calcio sicuramente differente: “Vedere i campi in sintetico e tutti gli accorgimenti, a volte eccessivi, utilizzati oggi mi fa un po’ sorridere. Io ricordo che all’epoca per eludere i controlli dell’arbitro mettevamo i chiodi sotto agli scarpini, dato che eravamo costretti a giocare su pessimi terreni in ogni condizione climatica. Oggi vedo delle scarpette che a volte assomigliano più a pantofole. Sull’annata di B ho un flash: giocavamo a Messina, nel vecchio stadio Celeste, e ci venne assegnato un calcio di rigore effettivamente non nitidissimo. Io ero il rigorista e lo realizzai tra i fischi assordanti del pubblico. Valse la vittoria e per me era un orgoglio. Quando giocavo male con la Roma mi sentivo male, il giorno dopo ero costretto a rifugiarmi al bar con gli amici che mi giudicavano per ciò che ero e non per come giocavo. Ma i tifosi della Roma sono un qualcosa di unico, ti fanno diventare più grande di ciò che sei. Quell’anno, nonostante la Serie B, ci seguivano in massa ovunque e lo Stadio Nazionale era sempre pieno. In tanti venivano anche durane gli allenamenti. Quando qualcuno che conosco va a Roma gli dico sempre: “Scommetti che poco dopo esser arrivato sentirai parlare di calcio e della Roma?”. Questo non accade a Milano o Torino. È anche un’arma a doppio taglio, certo. Perché quando vincevamo il derby, ad esempio, potevamo campare di rendita e negli squadroni del Nord non te lo permettono. Io l’ho provato a Milano, con l’Inter. Devi rimanere sempre concentrato”.

Venturi è stato di recente inserito nella Hall of Fame dell’AS Roma: “È stata un’emozione unica entrare all’Olimpico dopo così tanti anni. Di solito vedo le partite in televisione, ma se si vuol vedere il calcio bisogna andare allo stadio. Nel 1953 – dice – inaugurai l’Olimpico (allora Stadio dei Centomila) ma ora è totalmente diverso. Mi sono seduto vicino a Losi, con cui ho giocato e abbiamo parlato dei vecchi tempi. Riso su tutte le differenze che ci sono. I ritmi sono cambiati radicalmente ma anche l’alimentazione. Ai nostri tempi ci era proibito bere e ci facevano mangiare solo proteine. Quello che mangiavo da professionista era totalmente sbagliato. Però credo anche che oggi gli allenatori siano troppo specializzati e allenare stia diventando una vera e propria scienza che non condivido. Idem per la stampa sportiva. Ai miei tempi in poche righe si riusciva a concentrare tutta la partita e il commento sportivo, oggi i giornalisti si perdono sempre in cose di poco conto”. Una lunga carriera con tante amicizie, soprattutto nella Capitale: “Sicuramente la persona con cui strinsi più rapporti fu Amos Cardarelli, anche perché successivamente andammo pure all’Internazionale insieme. Anche con Alcide Ghiggia ci fu molta amicizia, tanto che decise di dare a suo figlio il mio stesso nome. Devo dire che l’anno in cui retrocedemmo, che coincise con il mio arrivo alla Roma, ricordo molto bene la preparazione effettuata a Sora. Maestrelli e Tontodonati si aggregarono più tardi ed ebbi l’onore di conoscerli e apprendere tanto da loro. Gli allenatori non facevano i manager come ora e noi eravamo i giudici di noi stessi. Dovevamo imparare tutto e questo ci permetteva di conoscere meglio il calcio. Sapevamo come marcare i Riva o i Sivori di turno”.

In un campionato estenuante e ricco di ostacoli sono la Roma e il Brescia a contendersi la vetta. I capitolini avranno la meglio per un punto, nonostante il pareggio casalingo e la sconfitta con i lombardi rimediata in una contestatissima gara disputata al vecchio Stadium Porta Venezia, con il club giallorosso che presenterà ricorso nei confronti del direttore di gara per aver fatto continuare nonostante la fitta nebbia. Tra le partite passate agli annali in quella stagione di cadetteria c’è sicuramente la sconfitta di Piombino per 3-1, contro la sorprendente compagine locale che terminerà il campionato al sesto posto. Marcello Cardinali, che del Piombino è stato portiere negli anni settanta e al tempo della partita era bambino, ricorda: “È stato sicuramente l’evento più importante a livello sportivo per l’intera città. In quella partita il Magona (stadio di proprietà dell’omonima industria siderurgica n.d.r.) si riempì all’inverosimile. C’erano ufficialmente 12.000 spettatori, non so come fecero ad entrare. È strano pensarlo vedendo oggi in che condizioni è ridotto. Per noi resta una chiesa, anzi vorremmo che tornasse a essere il nostro Colosseo: vecchio ma ben tenuto. La maggior parte dei romanisti vennero in treno, arrivando in città sin dalle prime ore dell’alba. La stazione dista circa cento metri dallo stadio e da subito cominciarono i primi sfottò tra le tifoserie. Sicuramente erano più romani che piombinesi, nonostante a sostenere i nerazzurri fossero venuti in tanti anche dal circondario. Si dice – ricorda – che quel giorno i venditori ambulanti fecero affari d’oro. Con migliaia di panini venduti. Negli anni successivi la giornata non verrà dimenticata neanche a Roma, basti pensare alle dichiarazioni di Franco Evangelisti (braccio destro di Giulio Andreotti e nominato presidente del club nel 1965 n.d.r.) che in una trasmissione televisiva dichiarò di amare talmente tanto la Roma da averla seguita persino in Serie B, avendola vista perdere a Piombino”. In quegli anni controlli e scorte non funzionavano certo come ora e anche il circo mediatico era meno attento a quello che succedeva all’interno e all’esterno degli stadi: “Al termine del match – racconta Cardinali – ci furono i classici sfottò dei piombinesi nei confronti dei romanisti, giunti in città con la classica strafottenza di chi pensa a una passeggiata di salute contro una piccola squadra. Addirittura nella zona della Borgata Cotona, un luogo abitato principalmente da operai della Magona, alcuni romanisti giunti in pullman furono presi di mira da numerose sassaiole”.

E queste scene si ripetevano spesso nei piccoli stadi della categoria. Castellammare di Stabia, Salerno, Lucca, Valdagno. Campi stretti e tifoserie calde. Basta aprire qualsiasi giornale dell’epoca per scoprire il caos creato dall’arrivo dei tifosi giallorossi in moltissimi dei luoghi che vedevano protagonista la squadra di Viani. È anche per questo che all’indomani della promozione in A lo Sport Illustrato titolerà con un qualcosa di simile a Basta stazioni piccole e situazioni rabberciate”. Quella domenica del 22 giugno 1952 fu una vera e propria liberazione. Tra i più commossi c’erano sicuramente il direttore sportivo Vincenzo Biancone e il massaggiatore Angelino Ceretti, con il primo che imbarazzato disse di non sapere se la più grande gioia della sua carriera fosse stata lo scudetto del 1942 o la promozione in A. Al triplice fischio del Sig. Longagnani di Modena iniziò la festa al vecchio Bentegodi, con Sacerdoti che abbracciò talmente forte un giornalista da rompergli la macchinetta fotografica. Qualche giorno più tardi gliene regalò una nuova, con un biglietto di felicitazioni relativo a quella giornata.

 

“Semo giallorossi e lo sapranno, tutti l’avversari de strart’anno, finché Sacerdoti ce sta accanto, porteremo sempre er vanto, Roma nostra brillerà”. Canzone di Campo Testaccio.

Per le foto si ringraziano il sito www.asromaultras.org e Marcello Cardinali di Piombino

Vicenza, quel Real italiano arrivato a Stamford Bridge

Vicenza, quel Real italiano arrivato a Stamford Bridge

2 aprile 1998. Stadio Romeo Menti di Vicenza. Minuto 16 dell’andata di semifinale Coppa Coppe tra Lanerossi e Chelsea. Viviani lancia Zauli che controlla la palla con il destro, elude due difensori e con un sontuoso diagonale sinistro batte De Goeij. 1-0. Sarà il punteggio con cui i veneti si presenteranno a Stamford Bridge, per la gara di ritorno. Dove solo una miracolosa rimonta degli inglesi, dopo l’iniziale vantaggio di Luiso e un gol regolare annullato allo stesso, faranno malamente infrangere la favola dei ragazzi di Guidolin. Un 3-1 che rimanda i biancorossi a casa, scaraventandoli sulla terra dopo un anno e mezzo di gloria cominciato con la conquista della prima storica Coppa Italia. Conseguita sempre con un 3-1, contro il Napoli. I più attempati rivedono davanti ai loro occhi i fasti di un altro grande Vicenza. Una squadra che per stagioni hanno raccontato ai più giovani. Dei ragazzi divenuti eroi ai piedi del Monte Berico: quelli del 1977/1978. Quelli del Real Vicenza di G.B. Fabbri. Quel ferrarese divenuto icona del calcio italiano. Brusalerba era soprannominato, per la sua velocità e la sua resistenza da giocatore. Il profeta di una banda di ragazzi terribili, capaci di passare dalla Serie B al secondo posto, qualche punto dietro la Juventus.

Vicenza è una città orgogliosa. Tra le sue piazze eleganti e i suoi palazzi di Palladio la gente brulica per le strade discreta. Negli anni ’70 il calcio era una religione profondamente mischiata al sociale. Lanerossi non è solo una potente azienda tessile che ha acquisito il club, ma una vera e propria Bibbia per migliaia di tosi. Come se non più di oggi. E quella squadra sa accendere una miccia memorabile, anche se durata solo pochi mesi. Franco Cerilli è nato a Chioggia, una piccola Venezia dove spesso l’acqua si fonde alla nebbia, inghiottendo tutto ciò che la circonda. Il “nuovo Corso” lo hanno ribattezzato, in virtù delle sue doti da ala destra. Un appellativo pesante quando arriva all’Inter: “Più che altro, essendo un estimatore di Sivori, mi infastidiva”. Cerilli arriva a Vicenza nel 1976 e porta scolpiti nel cuore quegli anni: “Siamo rimasti legati e quest’anno festeggeremo i 40 anni del Real Vicenza. Una squadra nata quasi per caso – racconta –. Quando andammo in ritiro a Rovereto ricordo che tutti ci descrivevano come lo scarto di altre squadre. Fabbri invece vedeva il calcio in maniera semplice. Era un direttore d’orchestra con dei buoni suonatori. Inoltre fu bravo a sfruttare l’abbandono di Alessandro Vitali, che una sera lasciò il ritiro, inventandosi Paolo Rossi centravanti (21 gol il primo anno di B, 24 il secondo in A)”.

Con il Real Vicenza che segna a raffica anche Cerilli trova gloria. Esattamente il 27 novembre del 1977, quando un suo rasoterra dal limite apre le danze in un pirotecnico 4-3 contro la Roma: “Ricordo bene quella partita, anche perché Di Bartolomei, che due stagioni prima aveva giocato a Vicenza, sbagliò un rigore nel finale. Fu una grande vittoria, che mise in evidenza l’estrema tecnica di quegli anni, purtroppo non paragonabile al calcio di oggi, molto più povero a mio modo di vedere. Anche se la più bella vittoria fu contro il Napoli, al San Paolo”. Un 1-4 alla terz’ultima di ritorno che certifica la seconda piazza. “Il sabato partimmo per la trasferta a mezzogiorno, da Venezia, arrivando a destinazione alle 22. Dopo cena qualcuno guardò un incontro di pugilato, mentre io e altri facemmo le tre giocando a carte. Di Marzio, allenatore dei partenopei, disse che li snobbavamo. Invece andammo in campo travolgendoli e all’uscits i tifosi campani ci applaudirono accompagnandoci in aeroporto. Un qualcosa di indimenticabile”. È quasi impossibile credere che quella squadra, a dodici mesi di distanza, scenderà mestamente in Serie B (seppur mantenendo Fabbri come condottiero): “Secondo me ci furono degli errori di valutazione da parte di Farina – analizza -. La Juve offriva Virdis, Fanna e Prandelli più soldi per Rossi, ma lui non accettò. L’anno dopo andarono via Filippi e Lelij, due pilastri, mentre Rossi e Carrera subirono dei brutti infortuni”. E sul Vicenza di oggi: “La presidenza ha una brutta gatta da pelare. Finché non saranno risanati i debiti sarà difficile costruire una squadra competitiva. È un sacrilegio per la tradizione di questa nobile squadra, dove sono passati tanti celebri personaggi del calcio italiano”.

A qualcuno dice qualcosa la coppia centrale Prestanti-Carrera? Provate a sussurrare questi nomi nei pressi del Menti. Vi si aprirà un mondo. Lo stesso che Valeriano Prestanti porta nel cuore: “Per me è stata la pagina più bella della mia carriera – dice emozionato -. Ero di proprietà della Fiorentina, che mi tenne a lungo legato, mandandomi in giro per l’Italia come un pacco per dieci anni. Ho giocato con Sormani e Vitali in B, gente che ero abituato a collezionare sull’album Panini – scherza -. Quando arrivai, nel 1976, c’era un vero e proprio conflitto generazionale tra vecchi e giovani. Io ero in camera con Di Bartolomei e l’anno dopo arrivo Fabbri. Un grande uomo, un secondo padre per me. L’avevo già avuto alla Sangiovannese ed era un mio estimatore. Giocavamo a uomo e non a zona come si usa ora. Di conseguenza difficilmente andavo in avanti, eppure in oltre cento partite riuscii a segnare sette gol. Tutto merito suo e del suo modo totale di intendere il calcio. Pretendeva che io andassi avanti per concretizzare le palle inattive. Tenete presente che ogni domenica mi ritrovavo a marcare gente come Bettega, Graziani, Pulici e Pruzzo. Nonostante ciò la sua mentalità non era remissiva, se andavamo a Torino contro la Juve lui voleva che ci giocassimo la nostra partita”.

Quel secondo posto, peraltro, volle dire una storica qualificazione in Coppa Uefa: “Ci toccò il Dukla Praga, che allora era una vera e propria potenza. Basti pensare che aveva 6-7 nazionali campioni d’Europa in carica. A me spettò il compito di marcare Nehoda, che all’andata segnò il decisivo gol dell’1-0. Recentemente – sorride – in un’intervista ha detto che io sono stato il difensore che l’ha messo più in difficoltà. Fatto sta che venni squalificato per somma di ammonizioni, non scontando mai questa pena perché fummo eliminati. Mi ritenevo un giocatore corretto, ma nella gara di ritorno al Menti loro vennero in maniera molto arrogante. Erano la squadra dell’esercito, e si presentarono in tenuta militare. In campo, tra un battibecco e l’altro, lui mi sputò. Così non ci vidi più e durante la gara lo riempii di calcioni e botte. Purtroppo andò male, sbagliammo anche un rigore e finì 1-1”. Anche per lui Farina sbagliò qualche valutazione in quell’annata: “La stagione prima, quando giocammo contro la Juve, il presidente era stato prima da Boniperti. Eravamo a tavola e lui mi passò vicino dicendomi all’orecchio che oltre a Rossi i bianconeri avevano richiesto anche me, dato che in quel periodo giocavano con Gentile stopper, Cuccureddu e Cabrini, dovendo ancora prendere Brio. Lui rifiutò, come tutti sappiamo. Ma lo fece perché era ambizioso”. Corso Palladio, il dialetto discreto e il calore di Vicenza non sono spariti nel cuore di Prestanti: “È una città bellissima e vivibilissima – sottolinea -. Potevamo camminare per il corso senza esser importunati. I vicentini sembravano quasi timidi. La mattina andavamo alle 10 al campo, perché Fabbri ci voleva vedere tutti in piedi. Ma lo facevamo volentieri, eravamo una famiglia. E alle 14 tutti a giocare a calciotennis, perché quella la sentivamo casa nostra. Il Menti era uno stadio che si faceva sentire, spesso faceva davvero paura. Farina ci aveva imposto di andare ogni martedi nella sede dei club ai quali – ricorda divertito –  a loro volta, aveva imposto di regalarci delle medagliette d’oro”.

E il Menti di quegli anni aveva le sue anime. I suoi cuori. I suoi angeli custodi. Cinzia è una vera e propria memoria storica del tifo biancorosso.Sono nata nel 1964. Mio padre dice di avermi portato per la prima volta allo stadio nel 1968. Io ho ricordi nitidi dalla stagione 76/77, quindi ho vissuto appieno quell’epoca. Noi eravamo i figli dei Vendrame e dei Vinicio. I nostri padri avevano visto il massimo per noi. Poi arrivò Fabbri. Una persona aperta e socievole, per noi tifosi fu un padre e un nonno al contempo. Eravamo davvero una grande famiglia. Io andavo a scuola vicino allo stadio – continua – e quando c’erano gli allenamenti correvo fuori per andare a vederli. La custode del campo preparava il pane con il burro, per noi ragazzini della curva. Parliamo di un periodo totalmente differente da oggi. I giocatori non arrivavano in Porsche firmando frettolosamente autografi. Spesso si andava in centro assieme”.


Un periodo di grandi cambiamenti sociali, in cui anche il mondo del tifo comincia a prendere una sua fisionomia: “I gruppi organizzati cominciarono a nascere nelle grandi città, per poi espandersi anche in provincia. Era tutto un mondo da scoprire per noi ragazzi. Andavamo a Bergamo, Milano, Genova, Torino e non sapevamo cosa avremmo trovato. I “vecchi” per noi tra i quattordici e i sedici anni erano quelli con tre o quattro anni in più. Io mi sono trovata sulla balaustra a quindici anni, perché questa era l’età giusto al tempo. Si stava sempre assieme, era una grandissima forma aggregativa in un’epoca in cui avevamo davvero poco. La cosa più importante era rendere la propria curva più bella delle altre. Le mamme ci prestavano le macchine da cucire per fare striscioni e bandiere”.

Una vita con il Vicenza. Una vita per il Vicenza. Con gioie e dolori: “Quando sono nata avevo già dentro l’essere ultras, era destino di finire in un mondo che mi ha permesso di vivere in maniera stupenda. Se dovessi dire il momento più bello con il Lanerossi dovrei fare un distingue: per noi più vecchi il Real Vicenza resta sempre il massimo, ma la fine degli anni novanta, con la Coppa Italia e la semifinale di Coppa Coppe sono stati sensazionali. Quando battemmo il Napoli, a ogni gol sembrava che lo stadio stesse cadendo. E poi la gara di Londra. Io arrivai a Stamford Bridge dopo gli altri. Non c’era rete e subito mi dissero scherzosamente che qua era più facile scavalcare. Al Menti, infatti, ero solita entrare in campo a fine partita per esultare con i giocatori. Ricordo che a Londra vedemmo per la prima volta gli steward, volevano che rispettassimo il posto assegnato sul biglietto. Ovviamente nessuno gli diede ascolto. Io mi misi dietro la panchina, dove c’era Firmani che mi chiedeva insistentemente quanto mancasse alla fine. Al gol del 3-1 per il Chelsea scoppiai in un pianto convulso, prendendomela anche con lui. Perché io vivo la partita come se fossi in campo. Corro con il Vicenza. In aeroporto Zauli mi abbracciò per consolarmi”. Ma c’è spazio anche per i ricordi meno belli: “Sicuramente la stagione 1989/1990, culminata con lo spareggio di Ferrara contro il Prato per non retrocedere in C2. Andammo in 6.000 di giovedì pomeriggio. La città si era svuotata. Per non retrocedere. Vincemmo 2-0, evitando di essere risucchiati nell’anonimato. In panchina c’era Giulio Savoini, a cui a breve verrà anche intitolata una vita in città”.

Una donna per il Lanerossi, al di fuori di ogni schema: “Le mie amiche si vestivano con le gonne, io indossavo le Clarks e l’Eskimo. Ovviamente venivo additata come una persona non normale, a 14-15 anni non era normale vestire così. Come non era normale per una ragazza tornare a casa con lo striscione o il tamburo. Ma io sono stata sempre orgogliosa di far parte di questo mondo. I miei genitori, dopo tanti castighi, si sono rassegnati – dice sorridendo -. Mio padre, quando sono salita in balaustra, ha cambiato settore!”. Ma chi è il tifoso biancorosso? “Il vicentino vive il Vicenza a 360 gradi, ce l’ha nelle vene. Se si nasce vicentini si muore vicentini. Ricordati che noi veniamo da anni massacranti. Nonostante questo la curva è sempre piena. E al Menti batte il cuore di tutta la città”.

“Non credevo che una provinciale potesse giocare come fa il Vicenza”. Celebre frase di Gianni Brera rivolta a G.B. Fabbri al termine di una partita.

Bari – Foggia 20 anni dopo: Amedeo Grieco e Pinuccio si “scontrano” nel Derby d’Apulia

Bari – Foggia 20 anni dopo: Amedeo Grieco e Pinuccio si “scontrano” nel Derby d’Apulia

Oggi pomeriggio andrà in scena il derby tra Bari e Foggia. Una gara che manca dai palinsesti calcistici da 20 anni, da quando le due squadre pugliesi hanno smesso di frequentare le stesse categorie.
Per celebrare l’evento sportivo abbiamo sentito due grandi tifosi e volti noti del piccolo schermo: Amedeo Grieco, star di “Emigratis” e sostenitore del Foggia e inviato di “Striscia la notizia” Alessio Giannone alias ‘Pinuccio’ e grande tifoso del Bari.

AMEDEO GRIECO

Sono passati 20 anni dall’ultimo Foggia vs Bari.

A questo derby arriviamo in maniera molto diversa. Noi manchiamo dalla serie B da 19 anni e siamo in un momento molto particolare. Loro arrivano da primi in classifica, espertissimi della categoria con una squadra attrezzata per vincere il campionato perché dopo ‘i fatti di Palermo’ il Bari sia la squadre più accreditata per vincere il campionato. Noi arriviamo in punta di piedi, loro al contrario nostro, ben consapevoli delle loro forze.

Ti aspettavi qualcosa di più da questa Serie B dato che era attesa da 20 anni?

No, a dire la verità no. Credo sia il campionato più difficile di tutti. Mi aspettavo un contraccolpo soprattutto all’inizio. Sono fiducioso perché in tutte le partite, anche quelle perse o pareggiate, non ho visto mai una squadra tremendamente superiore al Foggia, ho sempre visto un certo equilibrio. Se girasse un po’ di fortuna e cambierebbero le cose. Un po’ com’è stato l’anno scorso. Nessuno, un anno fa, avrebbe detto che avremmo vinto il campionato.

Ci sono stati, come purtroppo capita spesso, un po’ di polemiche sulle limitazioni nell’accesso al San Nicola da parte dei tifosi foggiani.

Come ho già detto, se il derby fosse stato vietato ai tifosi del Foggia, sarebbe stata una sconfitta per le istituzioni. Perché viviamo in uno Stato che invece di educare sceglie di reprimere. Così non si insegna nulla. Nessuno vuole prendersi responsabilità e tutti se ne lavano le mani. Essere vittime della possibilità che possa succedere qualcosa è assurdo. In questo modo si vieta ad un padre di famiglia di andare allo stadio con il figlio come chissà quanti vorrebbero fare soprattutto per una trasferta così vicina e accessibile a tanti.


 

Però lo stadio sarà aperto per 1300 tifosi foggiani.

Questo è già un successo, piccolo ma è un successo. Sarebbe stato un fallimento totale per le Istituzioni non fa andare nessun foggiano in trasferta.

Un po’ come ha scritto la curva del Foggia in uno striscione “La verità è che per un derby non vi volete prendere la responsabilità”.

Esatto.

Parliamo di calcio, cosa ti aspetti da questo derby?

ll mio augurio è che questo e tutti gli altri derby vivano di tutti gli sfottò possibili, anche beceri, ma senza mai sfociare in violenza. Io voglio anche prendermi gli insulti ma so che finisce lì. E per noi il derby dura tutto l’anno perché uno dei nostri autori è barese. Quindi mi aspetto che sia una festa, figlia di due tifoserie di due città che si assomigliano parecchio.

E se parliamo di risultato? Secondo te chi sarà decisivo?

Purtroppo questa volta non sono ottimista, però diciamo che, se devo pensare ad un calciatore che può sbloccare il risultato dico Antonio Jr Vacca, il nostro centrocampista di punta. Non ha ancora segnato in questo campionato e magari può farci spuntare un pareggio.

ALESSIO GIANNONE, alias ‘PINUCCIO’

Oggi, dopo 20 anni, si torna a giocare Bari vs Foggia, un sentitissimo derby di Puglia.

Be’ diciamo che non è il più sentito, il più sentito è Bari vs Lecce ma comunque quella contro il Foggia è una gara molto attesa. Io ricordo che da giovane feci una trasferta a Foggia. Diciamo che mi auguro che rispetto a 20 anni fa gli animi siano un po’ più calmi. Perché ricordo nel corso di quella trasferta fummo scortati dalla Polizia, sembrava stessimo andando in guerra. Poi nella sostanza andò tutto bene, per fortuna.

Nei giorni scorsi ci sono state violente polemiche per i divieti imposti ai tifosi del Foggia di raggiungere il San Nicola. Poi ai tifosi rossoneri sono stati riservati 1300 posti e gli animi si sono un po’ rasserenati.

Tutto quello che accade è per colpa di alcuni tifosi. E voglio sottolineare, solo alcuni tifosi. Poi è normale che durante le trasferte tutti ne subiscano le conseguenze. È vero che possono succedere incidenti con alcune tifoserie. Sembra assurdo ma alcuni tifosi per una partita fanno ‘a mazzate’.  

La soluzione che viene trovata però è la limitazione nell’accesso agli impianti e quindi limitare la fruizione di uno spettacolo.

Si ma per i tifosi “normali” è uno spettacolo, come si fa a selezionare i facinorosi dagli altri? Quindi si decide di vietarlo a tutti. Non è solo nel calcio che per colpa di pochi a patire sono in tanti. Allo stadio si vedono ancora cose che non si dovrebbero vedere. È un modo per evitare che succedano disordini. A volte ci sono stati tafferugli anche all’interno della stessa tifoseria barese, per dire…

Qual è il derby che ricordi con più affetto?

Io ho ricordi labili perché ero molto giovane. Se devo pensare a un derby dico proprio quella trasferta a Foggia. Ci fecero entrare mezz’ora dopo e prima di uscire ci fecero aspettare mezz’ora. Diciamo che il mio ricordo è legato alla stanchezza. Ti dico che non mi ricordo neanche come finì perché forse nell’attesa mi addormentai. Se non sbaglio fu un pareggio, forse segnò Ventola, però non sono attendibile eh perché ero stanco e ingannammo l’attesa con qualche birra. Poi ricordo pure una trasferta a Venezia, un’odissea ci mettemmo un giorno per arrivare da Bari a Venezia, insomma era finito il campionato. Non che ora siamo migliorati i trasporti. *

Secondo te chi sarà il giocatore che potrà dare qualcosa in più? E tra le fila del Foggia chi temi?

Prima di tutto mi auguro che sia una bella festa e che vinca il Bari. Poi per noi credo che Anderson sia il più pericoloso e quello che potrà fare la differenza come ha fatto nelle altre partite. Tra i rossoneri diciamo che quelli che temo non giocano, ci sono un po’ di defezioni, quindi arrivo abbastanza fiducioso!

* In realtà Alessio ricordava molto bene. Quello a cui fa riferimento è il derby dell’8 giugno 1997 e terminò per 1 a 1 con goal di Ventola, per il Bari, e Colacone per il Foggia.

 

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

La vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che Il procuratore Eugenio Facciolla ha chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del calciatore Denis Bergamini: l’ipotesi era che il giocatore fosse già morto prima di finire investito dal tir, escludendo in questo modo il suicidio. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.


 

 

 

 

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