Da waiting closing a water closed: le speranze naufragate di chi il Palermo lo vive tutti i giorni

Da waiting closing a water closed: le speranze naufragate di chi il Palermo lo vive tutti i giorni

Inattesa fuori dalle mura panormite, purtroppo invece messa in conto dalla tifoseria palermitana, la mancata cessione societaria del Palermo, è realtà. Paul Baccaglini non ha offerto, stando a quanto comunica il patron Zamparini, le necessarie garanzie per un corretto closing. In una ideale raccolta di opinioni cittadine, abbiamo chiesto a giornalisti e tifosi, di definirci il colore del futuro del Palermo calcio, per ora poco rosa e molto nero.

Fulvio Viviano, voce siciliana di Sky tg24, è tra quelli che avrebbero accolto la ventata di rinnovo societario con molto ottimismo: “era tempo di cedere il passo, Zamparini ha regalato al Palermo bei momenti di calcio, ma alternati a gestioni societarie incomprensibili, il sindaco credeva in Baccaglini, tanto da esporsi direttamente nella questione del nuovo stadio e sappiamo che non è che si sia sbilanciato tanto, ho anche il timore delle ingiunzioni di pagamento dei debitori del Palermo, finora tranquilli in attesa delle definizioni e ora ovviamente pronti a rifarsi avanti”.

Enzo Mignosi, firma del Giornale di Sicilia, auspica la cessione societaria come unica soluzione possibile e non prevede una buona reazione della città: “la mancata cessione comporta una reazione cittadina, il tifoso è rassegnato alle variabili di Zamparini, quindi la mancata cessione può sfociare in una risposta civile, ma temo inevitabile, ovvero il silenzio contornato dal deserto allo stadio. Questa gestione ha spento l’entusiasmo toccando vette di difficile spiegazione.”.

Salvatore Ferro, giornalista, vede nella permanenza di Zamparini un effetto su cui riflettere: “vorrei capire principalmente come molti, anche il suo periodo di interregno, prima di arrivare a questo finale non edificante, Zamparini non lasciava nessuna iniziativa alla società entrante e metteva e mette bocca sulla struttura della rosa. Gli acquisti nel periodo in cui si attendeva il closing erano chiaramente opera sua e del suo gruppo, però la gente aveva visto un segnale positivo, o almeno una presa di posizione, nelle parole del sindaco Orlando a favore di Baccaglini. Il punto dolente credo sia oltre che nella gestione di Zamparini, anche forse nel fatto che avrebbe voluto mettere anche la sua firma sul nuovo stadio, invece era diventata la questione opposta, o se ne andava o niente stadio.”.

Giuseppe D’Agostino, voce radiofonica e giornalista: “il problema è stato che in realtà dall’esterno di questo closing se ne è capito poco. La città è stata spaccata in due, se eri ottimista e vedevi di buon occhio la cessione eri un illuso, se ipotizzavi cambi improvvisi eri un complottista, aggiungi che in società non hanno detto veramente cose concrete ed ecco che il quadro era di attesa”. Purtroppo delusa.

Claudio Scibona, tifoso e innamorato dei colori rosanero, invece cerca di andare oltre, un appello che sicuramente andrebbe quantomeno ascoltato, per una questione di storia e colori: “siamo delusi, ma lasciare sola la squadra mai, questo penso, chi ama il Palermo lo faccia a prescindere dalla gestione societaria, mai come ora, non è un momento facile”. Non possiamo dargli torto.

Tra le altre voci di curva raccogliamo quelle di tifosi storici e che hanno davvero speso energie e non solo per stare vicini ai rosanero.

Fabio Cocchiara, un passato da Ultrà Rosanero: “non vedo bene la situazione societaria a questo punto, Zamparini con questa mossa, ha temo sancito il definitivo scollamento tra società e tifoseria, ma la cosa più grave è che la situazione societaria sembra l’immagine dell’evoluzione cittadina, si spera in qualcosa, ma il problema è che ci piaccia o no, una vera alternativa, adesso, a Zamparini, non c’è”.

Vito Discrede, tifoso da sempre abbonato in curva da 18 anni: “ci è voluto uno stomaco d’acciaio per sopportare questa vicenda, e ci è voluta buona volontà per dare un significato concreto alle parole di Baccaglini che spesso erano fumose e confuse, sarà una stagione velenosa, il connubio tra questo e la B non promette bene.”.

Dario Pezzino, gemello di curva di Vito, innamorato anche lui della squadra e dei suoi fasti passati: “la cessione era l’unica cosa auspicabile, ora c’è solo delusione, ma bisogna pensare anche ad un progetto tecnico serio, levandoci dalla testa una pronta risalita, che se ci fosse sarebbe sorprendente, un progetto fatto di giovani e di risorse tenute strette, a meno di cifre valide per cedere.”.

Infine Pippo Tranchina, altro tifoso storico, che si fa alcune domande molto precise e che fanno riflettere: ”Perché nominare Presidente uno, che a tuo dire, dopo risulterà essere il primo che passa, mentre prima è stato considerato una sorta di Re Mida, senza essere sicuro che l’affare vada in porto?”

Perché all’offerta totale di 70 milioni di € (ripartita in 40 milioni per il ripianamento dei debiti certificati, 20 milioni per il valore della squadra e 10 milioni per l’eventuale risalita nella massima serie, subito al primo anno), Zamparini dichiara che l’offerta non è congrua e che VUOLE far parte di eventuali profitti futuri, legati alla costruzione del nuovo stadio? E’ un po’ come dire che io vendo un appartamento e al nuovo acquirente dico che pretendo, dopo la ristrutturazione,  nell’eventuale rivendita, una percentuale sul suo guadagno.

Siamo sicuri che Zamparini, volesse realmente vendere il Palermo e non volesse solamente distogliere l’attenzione della tifoseria dalla discesa in serie B, prendendo un ottimo comunicatore e abilissimo burattino senza fili?

IO propendo per l’ultima ipotesi.

Come si vede, le voci non sono di chi spera, ma teme. Anche se non molla, come si fa nelle belle storie d’amore.

L’unica cosa che si può pensare è che da un waiting closing, sperato, siamo passati al water closed, ovvero il bagno. E speriamo che il futuro del Palermo non sia di un colore poco gradevole, che ci viene in mente per associazione di idee.

Quel Luglio del 1987: quando l’Aquila laziale divenne un’Araba fenice

Quel Luglio del 1987: quando l’Aquila laziale divenne un’Araba fenice

C’è un’immagine che è scolpita nella mente e nel cuore di tutti i tifosi laziali. Che il tempo forse sbiadisce ma non cancella, e che ritorna in mente ogni volta, quando arriva il mese di Luglio. E il ricordo per qualsiasi tifoso biancoceleste non può che andare a quel luglio del 1987. Trent’anni sono trascorsi, eppure sembra ieri, come direbbe Edoardo Bennato. L’immagine, è quella di un ragazzo con la maglia numero 7 che corre su campo di calcio con il pugno alzato. Corre veloce, agitando il pugno in segno di festa. Dopo aver festeggiato con i suoi compagni supera la panchina e si dirige verso la curva occupata dai tifosi della sua squadra. Sullo sfondo, l’urlo impazzito di migliaia di persone accompagna la sua corsa. Ha appena realizzato con un perentorio stacco di testa il gol che ha portato in vantaggio la sua squadra. Ancora non sa che quel gol entrerà per sempre nella storia della Lazio. Come nella storia, entrerà anche lui, Fabio Poli. Sarà lui a decidere la sfida più importante di quella tornata di spareggi in quel del 1987. Quando la Lazio di Eugenio Fascetti, partita con una penalizzazione di nove punti, si giocò al San Paolo di Napoli contro il Campobasso la permanenza in serie B. Dopo aver perso la gara iniziale contro il Taranto, per un gol viziato da un fuorigioco che a tutti, tranne che all’arbitro, era sembrato evidente.

La gara contro il Campobasso, in programma il 5 luglio del 1987, era dunque l’ultima spiaggia. La partita da dentro o fuori. Dopodichè, in caso di sconfitta,  ci sarebbe stato l’abisso. Quello che Oscar Wilde avrebbe chiamato il De Profundis. La serie C, che se fosse arrivata, sarebbe probabilmente stata anche la fine per la storia della Lazio. Per questo che in quel luglio torrido del 1987 trentamila persone di fede laziale vollero trasferirsi a Napoli per stare vicini alla loro squadra del cuore. Che alla fine,  proprio come accade nei romanzi d’amore più belli, grazie a quel gol di Poli e quello prima, altrettanto memorabile di Giuliano Fiorini contro il Vicenza all’Olimpico, riuscì a salvarsi. L’anno successivo sarebbe arrivata l’agognata promozione e il ritorno nella massima serie. E qualche anno dopo con l’arrivo di Cragnotti sarebbero iniziati per il tifoso laziale i migliori anni della sua vita. E l’aquila che per un momento era sembrata agonizzante, si trasformerà improvvisamente in un’araba fenice.

Stadi italiani, i numeri del ReportCalcio 2017: perchè siamo ancora il fanalino d’Europa

Stadi italiani, i numeri del ReportCalcio 2017: perchè siamo ancora il fanalino d’Europa

È uscito poco tempo fa il ReportCalcio 2017, lo studio sul calcio italiano pubblicato ogni anno dal Centro Studi della FIGC in collaborazione con AREL e PwC. Il documento rappresenta un vero e proprio censimento sullo stato del calcio, dai dilettanti alla Serie A, abbracciando aspetti economici, sociali e statistici del pallone in Italia. In questo articolo si approfondisce la settima sezione del report, quella dedicata a “Stadi, spettatori e sicurezza”, che fotografa la situazione relativa al pubblico e agli impianti. I dati, come quelli di tutto il report (scaricabile integralmente a questo link), sono riferiti alla stagione 2015/16.

PROPRIETÀ – La stragrande maggioranza degli stadi del calcio professionistico italiano è ancora di proprietà pubblica. Fino alla stagione 2015/16 erano solo tre gli impianti di proprietà privata, riconducibile al club o a imprese ad esso collegate: quelli di Juventus, Sassuolo e Udinese. A questi club si è aggiunta nella stagione scorsa l’Atalanta.

ALTRI UTILIZZI – Se in Serie A ormai quasi tutti gli impianti sono utilizzati anche per altri scopi oltre al calcio (13 su 16), la ricerca di utilizzi e ricavi alternativi stenta ancora a decollare in Serie B, dove solo 8 stadi su 22 prevedono attività alternative. Meglio la Lega Pro, dove circa la metà degli stadi ospita anche altri tipi di eventi. Inoltre, più di uno stadio su tre presenta ancora la pista d’atletica tra il campo e gli spalti.

AMBIENTE – Per ciò che riguarda le tematiche ambientali, nel periodo considerato dal report la situazione era la seguente. In Serie A solo tre stadi utilizzavano fonti di energia rinnovabili, uno solo in Serie B e cinque in Lega Pro. Meglio per quanto riguarda la raccolta differenziata, invece, in cui è la Serie A (56% degli impianti) a dover inseguire la Serie B (73%) e la Lega Pro (62%).

SPETTATORI – È ondivago l’andamento dell’affluenza per la Serie A, che nel 2015/16 ha registrato una media di 22.280 paganti a partita, più dell’anno precedente (21.586) ma meno del 2013/14 (23.011). Nella stagione appena conclusa, stando ai dati di stadipostcards.com, la media è leggermente scesa a 22.217.

In evidente crescita invece gli spettatori di Serie B e Lega Pro. Il campionato cadetto ha accolto nel 2016/17 una media di 6.914* spettatori, seguendo un trend in costante miglioramento dal 2012/13 (4.848). Lo stesso vale per la Lega Pro, che non smette di crescere dal 2011/12, con una media di 2.339* biglietti a strappati a partita nella stagione appena finita.

CONFRONTO CON L’ESTERO – Anche se in crescita parziale, le cifre del calcio italiano sono basse se rapportate a quelle dei campionati europei più affini. La Serie A 2015/16 ha totalizzato 8,5 milioni di spettatori, contro i 13,8 dell’Inghilterra, i 13,3 della Germania e i 10,8 della Spagna. La Francia ne ha fatti mezzo milione in meno, ma lasciando la metà dei posti invenduti: forse gli stadi italiani sono troppo grandi per quelli che sono ormai i numeri del nostro calcio.

PREZZI – All’origine della bassa affluenza ci sono sicuramente numerosi motivi, dall’arretratezza degli impianti al dominio delle pay-tv, dalla perdita di appeal della Serie A alla scarsa considerazione per i diritti del tifoso. È certo però che uno dei principali motivi che tiene gli italiani a casa è quello del caro-biglietti: i biglietti in Italia costano tanto, o – se vogliamo vederla diversamente – il livello dello spettacolo non giustifica prezzi così alti. In Serie A il prezzo medio del titolo di accesso è di 26,4 euro. Molto meglio in Serie B con 7,6 euro di media, incomprensibilmente più alta di 4 euro in Lega Pro. Il modello tedesco, con i suoi prezzi popolari nei settori popolari, indica la strada da seguire.

Scoprendo Cesar Falletti

Scoprendo Cesar Falletti

Il Napoli è alla ricerca di un giocatore che possa creare non solo un’alternativa nel ruolo dei vari campioni che giocano nel perfetto attacco di Maurizio Sarri, ma che possa concedere anche un’alternativa tattica al tecnico toscano. Il profilo che si delinea da tutta la premessa è disponibile a parametro 0 ed è ricercato non solo personalmente da Giuntoli e Sarri, ma anche da mezza Serie A ed è Cesar Falletti, giovane uruguagio con il passaporto italiano che ha incantato la Serie B negli anni alla Ternana.
Le squadre di vertice della cadetteria sono in fila alla porta dell’agente ma dopo anni in seconda divisione l’ex numero 10 delle Fiere vorrebbe tentare il salto di categoria ed allora pronte per lui le porte di tante compagini della massima serie: l’Atalanta e il Bologna in primis, più defilate ci sono Genoa, Verona e Crotone e Cagliari, tutte pronte ad offrire una maglia da titolare al fantasista, tranne forse l’Atalanta che comunque punta ad allungare la panchina ed offrire una parte da comprimario a Falletti in vista del ritorno in Europa League
La big più interessata al centrocampista è comunque il Napoli che ha un feeling speciale con i Sudamericani e che dopo la fortunata esperienza di Cavani, ha lasciato un pezzo di cuore nella nazione di Pepe Mujica.Molti però parlano di Falletti come una fusione tra Callejon e Insigne, ma non è proprio così. Per descrivere chi è César Alejandro Falletti Dos Santos abbiamo contattato Donato Lomonte, ex collaboratore tecnico di Benny Carbone alla Ternana nella stagione appena conclusasi.

 

Che tipo di giocatore è Cesar Falletti?

“Cesar è un grande giocatore, trequartista puro che fa della velocità, del dribbling e del tiro in porta le sue caratteristiche principali. Sul primo passo ti lascia lì, inventa sempre qualcosa e quando parte crea sempre superiorità e crea sempre problematiche agli avversari. In Serie B da noi ha fatto la differenza e non c’entra nulla con la Serie B, lo ha dimostrato negli anni, merita palcoscenici più grandi.
Tatticamente può essere un giocatore assimilabile a Callejon?

“E’ quel tipo di giocatore che può fare tutti i ruoli dalla trequarti in su perché ha una grande rapidità ma per me è più simile a Mertens che a Callejon e può fare il vice Mertens secondo me, come Falso 9. C’è Milik, ma Falletti potrebbe ritagliarsi un’occasione anche in una posizione più avanzata perché davanti al portiere è freddo ed ha un grandissimo tiro”.

Napoli potrebbe essere una buona soluzione?

“E’ l’ideale per una piazza come Napoli. Nel gioco di Sarri l’estro viene favorito e un giocatore come Falletti può dire la sua. Inoltre è un ragazzo meraviglioso oltre ad essere un ottimo giocatore. Sorride sempre e si allena sempre alla grande e l’abnegazione all’allenamento è la cosa che più lo caratterizza. Era il giocatore che arrivava prima all’allenamento e lasciava per ultimo la seduta. Non avrà problemi in un contesto come Napoli, i sudamericani a Napoli non hanno mai problemi di integrazione. Ha un’ottica di lavoro accentuata, si impegna sempre al massimo ed è il tipo di persona che piace al presidente De Laurentiis perché non solo è un fantasista, ma una persona a modo”.

Ce lo vede salire le scalette del San Paolo?

“Me lo auguro per lui perché ha dimostrato di essere di caratura superiore alla Serie B. Si può far valere anche in un contesto come la Serie A, dove anzi, può fare ancor di più la differenza perché nella massima serie favorisce la tecnica rispetto alla cadetteria”.

Ora ci dica un aneddoto su Cesar Falletti

“Cesar faceva una finta, ad ogni allenamento, che noi abbiamo soprannominato ‘La finta Falletti’, ha cominciato che la faceva solo lui, alla fine la faceva tutta la squadra. Scherzando e divertendosi con i compagni. Spero di vedere questa finta anche con la maglia del Napoli”.

Se avesse davanti un direttore sportivo che le chiede se prendere o no l’uruguagio, che risponderebbe?
“Di prenderlo, perché può fare la differenza: è un professionista in grado di farsi trovare pronto anche in uscita dalla panchina, panchina che accetta senza creare problemi. E’ un bravo ragazzo ed un ottimo giocatore e questi secondo me sono gli elementi cardine di un calciatore di livello”.
Benevento, la Strega volata dal Meomartini alla Serie A

Benevento, la Strega volata dal Meomartini alla Serie A

Incastonata sulla spina dorsale d’Italia. Laddove storie di antiche civiltà e fieri popoli si intrecciano perdendosi nella notte dei tempi. “Un Tibet affollato”, così qualcuno ha definito quelle montagne e quegli altopiani che separano il versante tirrenico da quello adriatico del nostri Appennini. Benevento. Irta sul colle da cui sembra mostrare l’armatura dei guerrieri sanniti. Enclave per definizione (lo fu davvero, sotto il potere temporale, ai tempi del Regno di Napoli) e culla di popoli pre romani, ancora presenti nelle nostre tradizioni e nella nostra lingua. Basti pensare al nome originario della città: Maleventum, poi mutato in Beneventum perché, secondo i romani, di cattivo auspicio. Sebbene la radice “Mal” dovrebbe derivare da un termine osco indicante la pietra. Ma c’è di più, al mondo Benevento è famosa per essere la città delle streghe. Una masnada di leggende e storie si sono tramandate nei secoli. Quella più accreditata farebbe riferimento a dei riti pagani svolti dai Longobardi, in cui partecipavano anche delle donne. Le Janare (così vengono chiamate le streghe più temute, al pari delle Zucculare, delle Manalonghe e delle Urie) erano solite radunarsi sotto un ponte sul fiume Sabato, andato distrutto nella seconda guerra mondiale, portando in città eventi nefasti e sciagure.

E la Janara è davvero ovunque. Anche nei simboli della squadra cittadina. È in ogni strada e in ogni vicolo, dove si aspettava da 88 anni il grande salto in Serie A , ancora increduli per quanto accaduto la scorsa stagione con la promozione dalla Lega Pro alla Serie B, dopo un’attesa durata quasi un secolo. Ce l’avevano fatta a giugno 2016 e hanno bissato oggi: il Benevento è in Serie A. Un risultato davvero impensabile dopo solo un anno dalla gioia per la prima salita in cadetteria. La Serie B l’avevano conquistata nella stagione 1945/1946, ma il club rinunciò, per motivi finanziari, pochi anni prima di affidare la guida a un certo Oronzo Pugliese, ma anche pochi anni prima del fallimento, negli anni ’50, che farà di un piccolo club cittadino, il Sanvito (che prendeva il nome dall’omonima fabbrica di mattoni), il vero e proprio erede del Benevento Calcio.

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Il Sud Italia vive di pallone e i suoi stadi sono stati per anni delle vere e proprie polveriere, dove campanilismo, passione ed esuberanza si scontravano in maniera quasi unica. È la passione che negli anni ’20 spinge i giocatori della neonata società locale ad aiutare manualmente il presidente Francesco Minocchia nella costruzione dell’impianto. Il Campo Littorio sorge nel Rione Libertà, e deve il suo nome a Gennaro Meomartini, storico presidente che nel dopoguerra permise la ricostruzione dell’impianto e la messa in sicurezza per la disputa dei match. Il campo in pozzolana (rimarrà così fino a quando il Benevento si trasferirà al Santa Colomba), le gradinate ruvide e le case costruite attorno, il Sabato che scorre sornione a pochi metri, sotto al ponte Santa Maria degli Angeli. “Vieni che ti racconto la storia– mi dice Guido De Rosa, responsabile del Meomartini, vedendomi entrare -. Io qua ci sono cresciuto e ho vissuto il Benevento da tifoso, prima di entrare in società (è stato responsabile del settore giovanile a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila, ndr). È un dispiacere che ne abbiano buttato giù gran parte – continua indicando il vecchio settore Distinti, sostituito da un anonimo vialetto d’accesso – si è perso un monumento sportivo. Qua si sono giocate partite caldissime, come i derby con Salernitana, Casertana e Avellino. Oggi la capienza è ridotta a 1.500 spettatori, e lo stadio ospita le partite interne del Forza e Coraggio e della Giorgio Ferrini”.

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Un calcio completamente diverso: “Rispetto a quello di oggi, c’era molta più competitività – sostiene De Rosa – da queste parti sono transitati giocatori come Domenico Penzo, bomber del Verona che militò anche nella Roma e nella Juventus, Zana e Sartor. In quei campionati di Serie C degli anni settanta, avevamo tutte le carte in regola per salire, ma non centrammo l’obiettivo sempre per poco. Qualcuno pensava che la società preferisse evitare, non avendo i mezzi economici per affrontare il torneo cadetto. Nella mia mente resta scolpita la partecipazione al Torneo Anglo Italiano, nel 1976, quando avemmo l’onore di portare il nome di Benevento oltre i confini nazionali (gli avversari furono il Wimbledon, e il Nuneaton Town n.d.r.)”.

Maurizio De Tata è uno storico tifoso del Benevento, fondatore delle Brigate Giallorosse, primo gruppo organizzato al seguito delle Streghe. “La mia passione nasce nel 1966, quando avevo quattro anni – esordisce -. Carlo Fracassi, storico capitano e terzino sinistro purtroppo scomparso nel 2001, venne a casa mia. Fu amore a prima vista. Nel 1974, quando fummo promossi in C, al Meomartini c’erano soltanto tribuna e distinti, nonostante al campo ci si andasse in 6/7.000. Prima dell’esordio costruirono la Curva Sud, ma il martedì cadde e dovettero rifare i lavori in fretta e furia. Sotto la curva vennero costruiti gli spogliatoi; come si usava allora, erano una vera e propria casucola con qualche doccia”. Il ricordo di una storica partita con il Bari, data 1975, è ancora vivo: “Mancarono soltanto i morti – racconta -. A fine giornata si contarono duecento feriti, con le forze dell’ordine che alle 3 del mattino erano ancora intente a sedare gli animi. Io ero in tribuna con la mia famiglia, mentre mio fratello era in curva. Si trattava di una partita importante, il Bari in quella stagione era la prima squadra deputata a salire. Al vantaggio dei pugliesi l’ambiente rimase tutto sommato tranquillo, ma quando Alfredo Zica siglò il pareggio per noi si scatenò il finimondo. I supporter biancorossi cominciarono a tirare di tutto e la recinzione della curva cadde letteralmente giù. L’incontro fu sospeso. La sera i due contenitori sportivi dell’epoca, 90esimo Minuto e La Domenica Sportiva, aprirono le proprie edizioni con i fatti di Benevento, anche se quarant’anni fa queste cose succedevano spesso, le tifoserie non erano separate e a livello mediatico c’era meno esasperazione”.

Meomartini, come tanti stadi italiani, rappresentazione sacra dei nostri tempi, per dirla alla Pasolini. “C’era una falegnameria là vicino – afferma –  e ricordo che tanta gente saliva sui tetti per assistere alla partita. Addirittura qualcuno pure sugli alberi. Del resto ci sono state occasioni in cui 13.000 persone si sono stipate là dentro, come in quel Benevento-Lecce del 1975. Semplicemente non si respirava. Impossibile, poi, dimenticare personaggi come Cecere. Un signore della tribuna che passava tutta la partita a seguire il guardalinee dalla recinzione per offenderlo e provocarlo. Un’altra partita sentita da queste parti, è quella col Campobasso. Nel 1976 furono addirittura i sindaci e i presidenti delle rispettive province a intervenire per calmare le acredini che stavano trasbordando anche nella vita comune. Spesso, infatti, capitava che macchine targate BN o CB venissero sfregiate in “territorio nemico”. Era un calcio più genuino ma ovviamente anche un’altra società, e quando si andava in trasferta bisognava davvero stare attenti. Io ricordo di aver seguito la prima partita fuori a Latina, nel 1978”.

Un personaggio legato trasversalmente a Benevento è Costantino Rozzi, a cui si deve la costruzione dello stadio Santa Colomba (oggi intitolato a Ciro Vigorito, fratello di Oreste, il presidente della promozione in B scomparso nel 2010), inaugurato nel 1979. “Lo sentiamo nostro in tutti i sensi – dice orgoglioso – quello è un impianto costruito dai beneventani. Io stesso ho lavorato per la sua realizzazione. Rozzi era sempre là vicino, ci trattava come dei figli. Ricordo che il giorno dell’inaugurazione c’era un buffet, presi in mano un panino con la porchetta e lui si avvicino con fare scherzoso dicendomi: “Giuggiolone, ma che cazzo te magni il pane? Prendi solo la porchetta!”. Peraltro devo dire che inizialmente le istituzioni cittadine volevano collocare il tifo più caldo in Curva Nord, così da avere l’imbocco della Superstrada più vicino per i tifosi ospiti. Questo durò una partita, contro il Teramo. Poi le nostre rimostranze vennero accolte. Ho passato tutta la mia vita tra Meomartini, Santa Colomba e trasferte. La mia curva non può che essere la Sud”.

Alfredo Zica, l’autore del pari nella celebre sfida col Bari, nonché icona del tifo giallorosso per le sue sei stagioni nel Sannio, ricorda così quella giornata: “Eravamo al primo anno di C davamo filo da torcere a tutti. Quel giorno già i presupposti non furono buoni, con alcune scaramucce al casello autostradale. Il Meomartini aveva una curva abbastanza grande, dove erano mischiati 3.000 tifosi di casa e ospiti. Al mio gol successe il finimondo. Al di fuori di questo, quello stadio per noi ha rappresentato un vero e proprio fortino. Quando arrivavano squadroni con giocatori esperti, avevano quasi paura a giocarvi e per gli ospiti diventava un tabù. Noi eravamo tutti giovani e affamati. Gente come Cascella e Cornaro ti metteva in grandissima difficoltà. Ho giocato sei anni a Benevento, prima di andare a Reggio Calabria e Nocera, per poi tornare qua, dove tutt’ora vivo assieme alla mia famiglia”.

E nella mente sembra ancora di sentire le grida dei tifosi in quel vecchio fortino dalle tribune spartane e dal campo che diveniva fanghiglia dopo una pioggia o una nevicata: Unguento unguento, portami al noce di Benevento, sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”. E nell’aria volteggiano le immagini di Carlo Fracassi, Carmelo Imbriani, Pedro Mariani, capitani di tempi diversi, capitani di tutti i tempi.