Va’ dove ti porta il cuore

Va’ dove ti porta il cuore

A volte non è solo amore, ma chiamatelo destino, disegno divino, voglia di chiudere un cerchio. Un cerchio rimasto aperto per sedici anni, ma che ora bisogna chiudere. Eusebio Di Francesco torna nella città che lo rese un calciatore di primo livello, quel centrocampista che tutti vorremmo nella nostra squadra: fatica tanta, gloria poca. Ma se attacchi lo spazio come il tuo maestro ti dice di fare, arrivano dodici goal. Poi quel crociato che salta, delitto e castigo di ogni calciatore professionista che si rispetti. Una stagione da spettatore, quando Roma e la Roma impazzivano per un tricolore che mancava da troppo tempo. E una partenza verso altri lidi, dopo quattro stagioni in una Roma che si stava trasformando, in una metamorfosi da squadra fumosa e inconcludente, bella ma maledetta, ad un insieme di uomini cinici e pronti a tutto pur di vincere. Le notti europee e quel secondo posto l’anno successivo non fanno parte dell’album dei ricordi di Di Francesco, ma comunque verranno racchiusi nella mente di chi cambia il suo destino, ma per i primi anni farà fatica a dimenticare un modo di essere e un modo di vivere il calcio al di fuori di ogni logica.

Poi quel ritiro, in un sport che stava mutando radicalmente le sue abitudini. Virtus Lanciano, Pescara e Lecce, per poi iniziare quella splendida avventura con il Sassuolo. Un miracolo neroverde iniziato nel 2012 e terminato nel 2017, quando l’allenatore abruzzese ha deciso di chiudere un cerchio, di ritornare con la matita su un disegno iniziato sedici anni prima, ma mai completato. E in quel disegno ci sono le paure di un salto nel buio, di una piazza esigente che ha voglia di tornare a vincere un titolo diciotto anni dopo, lo stesso identico arco temporale che ingloba il 1983 e il 2001. Destino, cabala, karma, disegno stellare: non importa quale sia il nome di chi decide le sorti dell’umanità muovendo miliardi di fili invisibili. Non importa la fede calcistica o quello spirito offensivo figlio del maestro prima e del professore universitario poi. Il calcio, in quanto arte astratta e concreta allo stesso tempo, ha bisogno di storie come quella di Eusebio, come quella di Pippo Inzaghi, Clarence Seedorf o Zinedine Zidane. Ha bisogno di un elemento che rappresenti una linea di continuità tra il passato, il presente e il futuro. Soprattutto quando perdi il tuo ultimo simbolo e non sai più a quale misterioso oggetto appellarti.

Nel 1999 non era facile tifare Roma al di fuori della città e spesso ci si sentiva isolati nella propria fede calcistica. E le azioni offensive, in un’ipotetica finale di Champions League (che nonostante il cambio del nome ancora rimaneva Coppa dei Campioni), partivano da un inserimento senza palla di Eusebio. “Palla a Di Francesco, che trova Totti in mezzo l’area di rigore. Il capitano, dribbling su Panucci, appoggia ancora a Di Francesco ed è goal!!! La Roma passa in vantaggio al Bernabeu!!!”.


Da lì a qualche anno la Roma passerà in vantaggio al Bernabeu e tornerà a vincere contro ogni pronostico. L’azione non iniziò da Eusebio, ma fu merito di un ragazzino con il numero 10 sulle spalle che fece ammutolire un’Arena intera. Ma questa è un’altra storia. E tra capitoli e trame che si intrecciano, tra amori e gioie, tra una corsa con occhi spiritati che diede il via ad una rimonta incredibile in un Lazio-Roma del novembre 1998, Eusebio Di Francesco ha preso una penna, ha firmato un contratto ed è tornato a chiudere idealmente un cerchio. Anzi, ha dato il via ad un’azione che nella testa dei tifosi giallorossi si chiama “Pura follia e amore per soli due colori”. Quello che verrà dopo farà parte di un ennesimo capitolo, bello o brutto che sia. Il destino ha colpito nuovamente, ora bisogna solo prendere quel disegno ed inserirlo in una cornice. Tricolore o d’oro che sia, spetta solamente al campo. E a una serie di fattori che rendono questo sport maledetto, romantico, passionale, incoerente. Talvolta anche bello e genuino.

Scoprendo Cesar Falletti

Scoprendo Cesar Falletti

Il Napoli è alla ricerca di un giocatore che possa creare non solo un’alternativa nel ruolo dei vari campioni che giocano nel perfetto attacco di Maurizio Sarri, ma che possa concedere anche un’alternativa tattica al tecnico toscano. Il profilo che si delinea da tutta la premessa è disponibile a parametro 0 ed è ricercato non solo personalmente da Giuntoli e Sarri, ma anche da mezza Serie A ed è Cesar Falletti, giovane uruguagio con il passaporto italiano che ha incantato la Serie B negli anni alla Ternana.
Le squadre di vertice della cadetteria sono in fila alla porta dell’agente ma dopo anni in seconda divisione l’ex numero 10 delle Fiere vorrebbe tentare il salto di categoria ed allora pronte per lui le porte di tante compagini della massima serie: l’Atalanta e il Bologna in primis, più defilate ci sono Genoa, Verona e Crotone e Cagliari, tutte pronte ad offrire una maglia da titolare al fantasista, tranne forse l’Atalanta che comunque punta ad allungare la panchina ed offrire una parte da comprimario a Falletti in vista del ritorno in Europa League
La big più interessata al centrocampista è comunque il Napoli che ha un feeling speciale con i Sudamericani e che dopo la fortunata esperienza di Cavani, ha lasciato un pezzo di cuore nella nazione di Pepe Mujica.Molti però parlano di Falletti come una fusione tra Callejon e Insigne, ma non è proprio così. Per descrivere chi è César Alejandro Falletti Dos Santos abbiamo contattato Donato Lomonte, ex collaboratore tecnico di Benny Carbone alla Ternana nella stagione appena conclusasi.

 

Che tipo di giocatore è Cesar Falletti?

“Cesar è un grande giocatore, trequartista puro che fa della velocità, del dribbling e del tiro in porta le sue caratteristiche principali. Sul primo passo ti lascia lì, inventa sempre qualcosa e quando parte crea sempre superiorità e crea sempre problematiche agli avversari. In Serie B da noi ha fatto la differenza e non c’entra nulla con la Serie B, lo ha dimostrato negli anni, merita palcoscenici più grandi.
Tatticamente può essere un giocatore assimilabile a Callejon?

“E’ quel tipo di giocatore che può fare tutti i ruoli dalla trequarti in su perché ha una grande rapidità ma per me è più simile a Mertens che a Callejon e può fare il vice Mertens secondo me, come Falso 9. C’è Milik, ma Falletti potrebbe ritagliarsi un’occasione anche in una posizione più avanzata perché davanti al portiere è freddo ed ha un grandissimo tiro”.

Napoli potrebbe essere una buona soluzione?

“E’ l’ideale per una piazza come Napoli. Nel gioco di Sarri l’estro viene favorito e un giocatore come Falletti può dire la sua. Inoltre è un ragazzo meraviglioso oltre ad essere un ottimo giocatore. Sorride sempre e si allena sempre alla grande e l’abnegazione all’allenamento è la cosa che più lo caratterizza. Era il giocatore che arrivava prima all’allenamento e lasciava per ultimo la seduta. Non avrà problemi in un contesto come Napoli, i sudamericani a Napoli non hanno mai problemi di integrazione. Ha un’ottica di lavoro accentuata, si impegna sempre al massimo ed è il tipo di persona che piace al presidente De Laurentiis perché non solo è un fantasista, ma una persona a modo”.

Ce lo vede salire le scalette del San Paolo?

“Me lo auguro per lui perché ha dimostrato di essere di caratura superiore alla Serie B. Si può far valere anche in un contesto come la Serie A, dove anzi, può fare ancor di più la differenza perché nella massima serie favorisce la tecnica rispetto alla cadetteria”.

Ora ci dica un aneddoto su Cesar Falletti

“Cesar faceva una finta, ad ogni allenamento, che noi abbiamo soprannominato ‘La finta Falletti’, ha cominciato che la faceva solo lui, alla fine la faceva tutta la squadra. Scherzando e divertendosi con i compagni. Spero di vedere questa finta anche con la maglia del Napoli”.

Se avesse davanti un direttore sportivo che le chiede se prendere o no l’uruguagio, che risponderebbe?
“Di prenderlo, perché può fare la differenza: è un professionista in grado di farsi trovare pronto anche in uscita dalla panchina, panchina che accetta senza creare problemi. E’ un bravo ragazzo ed un ottimo giocatore e questi secondo me sono gli elementi cardine di un calciatore di livello”.
Khabarovsk, l’avamposto siberiano del calcio russo

Khabarovsk, l’avamposto siberiano del calcio russo

Khabarovsk è il capoluogo del circondario federale dell’Estremo Oriente, nella regione geografica della Siberia, in Russia. Città di seicentomila abitanti, è un centro culturale ed economico di rilievo. Storica penultima fermata della ferrovia Transiberiana, tra Čita e Vladivostok, dista 8.523 km da Mosca e si trova a meno di 30 km dalla Cina.

Il 28 maggio lo SKA-Khabarovsk, società di calcio della città, ha centrato per la prima volta la promozione in Prem’er-Liga, massima serie del campionato russo.

Alla conclusione della stagione di seconda serie (Pervenstvo Futbol’noj Nacional’noj Ligi, abbreviato in PFN Ligi) lo SKA ha ottenuto il quarto posto, qualificandosi per i play-off di promozione, dietro a Dinamo Mosca e Tosno, qualificate direttamente in Prem’er-Liga, e Yenisey Krasnoyarsk, altra squadra siberiana, anch’essa ai play-off.

Play-off di promozione da giocarsi contro la quartultima (Orenburg) e la terzultima (Arsenal Tula) di prima serie. Andata il 25 maggio, ritorno il 28. Quindi SKA-Khabarovsk contro Orenburg e Yenisey Krasnoyarsk contro Arsenal Tula.

L’andata ha visto il pareggio a reti inviolate (0-0) tra SKA-Khabarovsk e Orenburg, di fronte agli 11.300 spettatori dello Stadio Lenin di Khabarovsk, e la vittoria per 2-1 dello Yenisey Krasnoyarsk sull’Arsenal Tula, allo Stadio Centrale di Krasnoyarsk. Nel ritorno, l’Arsenal Tula ha ribaltato la situazione, vincendo 1-0 e rimanendo in Prem’er-Liga in virtù del goal fuori casa, mentre SKA-Khabarovsk e Orenburg hanno nuovamente pareggiato 0-0. Non sono bastati nemmeno i supplementari per decidere la sfida. Si è arrivato ai rigori dove lo SKAKhabarovsk si è infine imposto per 5-3. Sul dischetto per l’ultimo e decisivo rigore si è presentato Ruslan Koryan, trascinatore dello SKA con le sue 12 reti in stagione. Penalty angolato e preciso, impossibile da parare, che ha scatenato la gioia di tutta la squadra e di una intera città in trepida attesa.

Traguardo storico per lo SKA-Khabarovsk. Fondata nel 1946, con il nome di DKA (ДКА, Дом Красной армии) come club sportivo dell’esercito, la società ha cambiato denominazione diverse volte: SKA (СКА, Спортивный клуб армии, 1960-1999), SKA-Energia (СКА-Энергия, 1999-2016) fino all’attuale SKA-Khabarovsk (Футбольный клуб СКА-Хабаровск) dal 2016.

Il club ha preso parte al campionato sovietico dal 1957, arrivando ai quarti di finale della Coppa dell’URSS nel 1963. Nessuna partecipazione alla massima serie sovietica, la Vysšaja Liga. Il miglior risultato dalla società nella Pervaja Liga (seconda serie sovietica) è stato il sesto posto del 1980. Dal 2002 ha militato interrottamente in PFN Ligi e il miglior piazzamento, finora, era stato sempre un quarto posto nel 2012-2013, che aveva permesso allo SKA di giocarsi i play-off di promozione contro l’FC Rostov, dai quali però era uscito sconfitto.

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La presenza dello SKA nel prossimo campionato di Prem’er-Liga provocherà ingenti problemi logistici a tutte le società e ai tifosi. Khabarovsk è a 7 ore e 45 minuti di volo da Mosca (ci sono 7 ore di differenza di fuso orario) e si impiegano cinque giorni e mezzo sulla ferrovia Transiberiana per coprire la distanza e quattro giorni e mezzo di autostrada. Ancora più complessi i collegamenti con San Pietroburgo a 8.862 km di distanza ed a più di 10 ore di volo, con scalo a Mosca per la quasi totalità delle tratte aeree.

In ogni caso, è un grande risultato per il movimento calcistico siberiano. Lo SKA è la quarta società di questa immensa regione, dopo Futbol’nyj Klub Sibir’, Futbol’nyj Klub Luč-Ėnergija e Futbol’nyj Klub Tom’ a partecipare alla massima serie e sarà l’unica squadra siberiana della stagione 2017-2018 di Prem’er-Liga, data la retrocessione del Futbol’nyj Klub Tom’ di quest’anno. Khabarovsk sarà l’avamposto del calcio russo nelle terre del lontano Oriente, dove le sfide saranno molto più che semplici partite di futbol (Футбол).

Benevento, la Strega volata dal Meomartini alla Serie A

Benevento, la Strega volata dal Meomartini alla Serie A

Incastonata sulla spina dorsale d’Italia. Laddove storie di antiche civiltà e fieri popoli si intrecciano perdendosi nella notte dei tempi. “Un Tibet affollato”, così qualcuno ha definito quelle montagne e quegli altopiani che separano il versante tirrenico da quello adriatico del nostri Appennini. Benevento. Irta sul colle da cui sembra mostrare l’armatura dei guerrieri sanniti. Enclave per definizione (lo fu davvero, sotto il potere temporale, ai tempi del Regno di Napoli) e culla di popoli pre romani, ancora presenti nelle nostre tradizioni e nella nostra lingua. Basti pensare al nome originario della città: Maleventum, poi mutato in Beneventum perché, secondo i romani, di cattivo auspicio. Sebbene la radice “Mal” dovrebbe derivare da un termine osco indicante la pietra. Ma c’è di più, al mondo Benevento è famosa per essere la città delle streghe. Una masnada di leggende e storie si sono tramandate nei secoli. Quella più accreditata farebbe riferimento a dei riti pagani svolti dai Longobardi, in cui partecipavano anche delle donne. Le Janare (così vengono chiamate le streghe più temute, al pari delle Zucculare, delle Manalonghe e delle Urie) erano solite radunarsi sotto un ponte sul fiume Sabato, andato distrutto nella seconda guerra mondiale, portando in città eventi nefasti e sciagure.

E la Janara è davvero ovunque. Anche nei simboli della squadra cittadina. È in ogni strada e in ogni vicolo, dove si aspettava da 88 anni il grande salto in Serie A , ancora increduli per quanto accaduto la scorsa stagione con la promozione dalla Lega Pro alla Serie B, dopo un’attesa durata quasi un secolo. Ce l’avevano fatta a giugno 2016 e hanno bissato oggi: il Benevento è in Serie A. Un risultato davvero impensabile dopo solo un anno dalla gioia per la prima salita in cadetteria. La Serie B l’avevano conquistata nella stagione 1945/1946, ma il club rinunciò, per motivi finanziari, pochi anni prima di affidare la guida a un certo Oronzo Pugliese, ma anche pochi anni prima del fallimento, negli anni ’50, che farà di un piccolo club cittadino, il Sanvito (che prendeva il nome dall’omonima fabbrica di mattoni), il vero e proprio erede del Benevento Calcio.

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Il Sud Italia vive di pallone e i suoi stadi sono stati per anni delle vere e proprie polveriere, dove campanilismo, passione ed esuberanza si scontravano in maniera quasi unica. È la passione che negli anni ’20 spinge i giocatori della neonata società locale ad aiutare manualmente il presidente Francesco Minocchia nella costruzione dell’impianto. Il Campo Littorio sorge nel Rione Libertà, e deve il suo nome a Gennaro Meomartini, storico presidente che nel dopoguerra permise la ricostruzione dell’impianto e la messa in sicurezza per la disputa dei match. Il campo in pozzolana (rimarrà così fino a quando il Benevento si trasferirà al Santa Colomba), le gradinate ruvide e le case costruite attorno, il Sabato che scorre sornione a pochi metri, sotto al ponte Santa Maria degli Angeli. “Vieni che ti racconto la storia– mi dice Guido De Rosa, responsabile del Meomartini, vedendomi entrare -. Io qua ci sono cresciuto e ho vissuto il Benevento da tifoso, prima di entrare in società (è stato responsabile del settore giovanile a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila, ndr). È un dispiacere che ne abbiano buttato giù gran parte – continua indicando il vecchio settore Distinti, sostituito da un anonimo vialetto d’accesso – si è perso un monumento sportivo. Qua si sono giocate partite caldissime, come i derby con Salernitana, Casertana e Avellino. Oggi la capienza è ridotta a 1.500 spettatori, e lo stadio ospita le partite interne del Forza e Coraggio e della Giorgio Ferrini”.

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Un calcio completamente diverso: “Rispetto a quello di oggi, c’era molta più competitività – sostiene De Rosa – da queste parti sono transitati giocatori come Domenico Penzo, bomber del Verona che militò anche nella Roma e nella Juventus, Zana e Sartor. In quei campionati di Serie C degli anni settanta, avevamo tutte le carte in regola per salire, ma non centrammo l’obiettivo sempre per poco. Qualcuno pensava che la società preferisse evitare, non avendo i mezzi economici per affrontare il torneo cadetto. Nella mia mente resta scolpita la partecipazione al Torneo Anglo Italiano, nel 1976, quando avemmo l’onore di portare il nome di Benevento oltre i confini nazionali (gli avversari furono il Wimbledon, e il Nuneaton Town n.d.r.)”.

Maurizio De Tata è uno storico tifoso del Benevento, fondatore delle Brigate Giallorosse, primo gruppo organizzato al seguito delle Streghe. “La mia passione nasce nel 1966, quando avevo quattro anni – esordisce -. Carlo Fracassi, storico capitano e terzino sinistro purtroppo scomparso nel 2001, venne a casa mia. Fu amore a prima vista. Nel 1974, quando fummo promossi in C, al Meomartini c’erano soltanto tribuna e distinti, nonostante al campo ci si andasse in 6/7.000. Prima dell’esordio costruirono la Curva Sud, ma il martedì cadde e dovettero rifare i lavori in fretta e furia. Sotto la curva vennero costruiti gli spogliatoi; come si usava allora, erano una vera e propria casucola con qualche doccia”. Il ricordo di una storica partita con il Bari, data 1975, è ancora vivo: “Mancarono soltanto i morti – racconta -. A fine giornata si contarono duecento feriti, con le forze dell’ordine che alle 3 del mattino erano ancora intente a sedare gli animi. Io ero in tribuna con la mia famiglia, mentre mio fratello era in curva. Si trattava di una partita importante, il Bari in quella stagione era la prima squadra deputata a salire. Al vantaggio dei pugliesi l’ambiente rimase tutto sommato tranquillo, ma quando Alfredo Zica siglò il pareggio per noi si scatenò il finimondo. I supporter biancorossi cominciarono a tirare di tutto e la recinzione della curva cadde letteralmente giù. L’incontro fu sospeso. La sera i due contenitori sportivi dell’epoca, 90esimo Minuto e La Domenica Sportiva, aprirono le proprie edizioni con i fatti di Benevento, anche se quarant’anni fa queste cose succedevano spesso, le tifoserie non erano separate e a livello mediatico c’era meno esasperazione”.

Meomartini, come tanti stadi italiani, rappresentazione sacra dei nostri tempi, per dirla alla Pasolini. “C’era una falegnameria là vicino – afferma –  e ricordo che tanta gente saliva sui tetti per assistere alla partita. Addirittura qualcuno pure sugli alberi. Del resto ci sono state occasioni in cui 13.000 persone si sono stipate là dentro, come in quel Benevento-Lecce del 1975. Semplicemente non si respirava. Impossibile, poi, dimenticare personaggi come Cecere. Un signore della tribuna che passava tutta la partita a seguire il guardalinee dalla recinzione per offenderlo e provocarlo. Un’altra partita sentita da queste parti, è quella col Campobasso. Nel 1976 furono addirittura i sindaci e i presidenti delle rispettive province a intervenire per calmare le acredini che stavano trasbordando anche nella vita comune. Spesso, infatti, capitava che macchine targate BN o CB venissero sfregiate in “territorio nemico”. Era un calcio più genuino ma ovviamente anche un’altra società, e quando si andava in trasferta bisognava davvero stare attenti. Io ricordo di aver seguito la prima partita fuori a Latina, nel 1978”.

Un personaggio legato trasversalmente a Benevento è Costantino Rozzi, a cui si deve la costruzione dello stadio Santa Colomba (oggi intitolato a Ciro Vigorito, fratello di Oreste, il presidente della promozione in B scomparso nel 2010), inaugurato nel 1979. “Lo sentiamo nostro in tutti i sensi – dice orgoglioso – quello è un impianto costruito dai beneventani. Io stesso ho lavorato per la sua realizzazione. Rozzi era sempre là vicino, ci trattava come dei figli. Ricordo che il giorno dell’inaugurazione c’era un buffet, presi in mano un panino con la porchetta e lui si avvicino con fare scherzoso dicendomi: “Giuggiolone, ma che cazzo te magni il pane? Prendi solo la porchetta!”. Peraltro devo dire che inizialmente le istituzioni cittadine volevano collocare il tifo più caldo in Curva Nord, così da avere l’imbocco della Superstrada più vicino per i tifosi ospiti. Questo durò una partita, contro il Teramo. Poi le nostre rimostranze vennero accolte. Ho passato tutta la mia vita tra Meomartini, Santa Colomba e trasferte. La mia curva non può che essere la Sud”.

Alfredo Zica, l’autore del pari nella celebre sfida col Bari, nonché icona del tifo giallorosso per le sue sei stagioni nel Sannio, ricorda così quella giornata: “Eravamo al primo anno di C davamo filo da torcere a tutti. Quel giorno già i presupposti non furono buoni, con alcune scaramucce al casello autostradale. Il Meomartini aveva una curva abbastanza grande, dove erano mischiati 3.000 tifosi di casa e ospiti. Al mio gol successe il finimondo. Al di fuori di questo, quello stadio per noi ha rappresentato un vero e proprio fortino. Quando arrivavano squadroni con giocatori esperti, avevano quasi paura a giocarvi e per gli ospiti diventava un tabù. Noi eravamo tutti giovani e affamati. Gente come Cascella e Cornaro ti metteva in grandissima difficoltà. Ho giocato sei anni a Benevento, prima di andare a Reggio Calabria e Nocera, per poi tornare qua, dove tutt’ora vivo assieme alla mia famiglia”.

E nella mente sembra ancora di sentire le grida dei tifosi in quel vecchio fortino dalle tribune spartane e dal campo che diveniva fanghiglia dopo una pioggia o una nevicata: Unguento unguento, portami al noce di Benevento, sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”. E nell’aria volteggiano le immagini di Carlo Fracassi, Carmelo Imbriani, Pedro Mariani, capitani di tempi diversi, capitani di tutti i tempi.

Ma come si fa a criticare ancora Massimiliano Allegri?

Ma come si fa a criticare ancora Massimiliano Allegri?

Fino alla fine, nonostante tutto.

Massimiliano Allegri rinnova con la Juventus e ritenta l’assalto alla Champions League. Nonostante Cardiff.

C’eravamo tanto amati? No, continuiamo a farlo. In un mondo calcistico moderno, dove anche le storie d’amore sono usa e getta, serve un punto fermo. E Massimiliano Allegri, nonostante tutto, ha deciso di proseguire il percorso intrapreso con la Juventus. Nonostante Cardiff e nonostante una sconfitta che anche i miglior malpensanti, quelli con occhi gialli e trespolo al seguito, non avrebbero mai pronosticato. La Champions League non è arrivata, il sogno del Triplete si è interrotto sul più bello. Ma non la storia d’amore tra la Vecchia Signora e questo allenatore che sta rivoluzionando, nel suo piccolo, il modo di vedere il calcio. Un modo che può essere riassunto in tre punti fondamentali delle tre M: match dopo match, mentalità, modulo. Sono questi i punti cardine di un allenatore che è maturato davvero tanto dopo quello scudetto vinto alla guida del Milan: tre campionati, tre Coppe Italia, una supercoppa Italiana. E due finali di Champions League.
Molti lo hanno criticato al suo arrivo, dove tutto sembrava sfaldarsi dopo nemmeno due mesi. Molti lo criticano ancora adesso, per un gioco per niente spettacolare. Ma la sua risposta è chiara e netta, come un taglio chirurgico: chi vuole divertirsi vada al circo, nel calcio contano soltanto i risultati. E i risultati sono arrivati, anche se le due finali europee bruciano: punti, goal e trofei. Difficile da contraddire, difficile poter fare di meglio. Un allenatore che ha saputo unire elementi, scrollare di dosso ad una squadra l’etichetta di “Contiana” appartenenza e formare un’armata vincente. Poi c’è anche la componente tonda della vita, ovvero la fortuna. Ma quando scegli circa quindici cambi su venti, le italiche convinzioni vengono spazzate via dalle statistiche.

Ma tornando alle tre M, soffermiamoci sulla prima questione: match dopo match, partita dopo partita. Una frase che abbiamo sentito praticamente sempre, ma che difficilmente è stata applicata alla lettera. Allegri è riuscito in questo ad isolare i suoi giocatori: non è stato facile, soprattutto con un’opinione pubblica che spingeva più verso i confini europei. Ma ha conquistato un campionato che in altre situazioni sarebbe scivolato in mano altrui. E questo non è un tassello da scartare nel puzzle, ma una delle chiavi di lettura principali di un allenatore vincente. Più facile a dirsi che a farsi, ma lui ci è riuscito. Eccome se ci è riuscito.

La mentalità poi, non è da meno. I passi falsi ci possono essere, così come i passaggi a vuoto. Normale in una stagione che dura un anno e non finisce mai, normale quando sei vicino alla meta e a volte cerchi di tirare il fiato. Il calcio è uno sport giocato da umani, normale lasciare qualcosa per strada. Ma la mentalità di questa Juventus spaventa: non spreme, non preme e non pressa. O meglio, lo si fa ma soltanto nei momenti giusti. Tirando il fiato quando si può. Faccio il compito da 7, quando mi riesce quello da 8.5 o da 10. Ma poi la media a fine stagione, nonostante i detrattori, rimane comunque alta.

Per finire abbiamo il modulo. Due sono le gestioni che hanno colpito più di tutti: Mario Mandzukic, un croato di 190 centimetri circa, a correre sulla fascia. Uno abituato ad essere un falco in area di rigore, va sulla corsia esterna. Forse questa scelta ha pagato in termini di prestazione nella finale, ma in quel ruolo Massimiliano Allegri ha rivoluzionato il modo di guardare il calcio. Anche se segna poco, anche se dà poco spettacolo. E poi i cambi: lettura della partita, chiave tattica sempre a mente e se le cose vanno male si cambia. La differenza in quei punti tra Napoli e Roma è stata proprio la gestione tattica a partita in corso: se qualcosa sta andando male, non vado contro la mia testardaggine di un modulo standard che non deve essere mai cambiato. Una frecciata ai colleghi più silenziosa del solito.

Tre M per continuare a scrivere la storia. M come Massimiliano, ancora per altri tre anni. I cicli non si costruiscono dal nulla e questo la Juventus lo sa benissimo. E allora via fino alla fine, fino al prossimo obiettivo. Fino alla maledizione Champions League da sfatare con la quarta M, la malizia. Quella che è mancata nel 2015 e nel 2017, ma che non dovrà mancare il prossimo anno. Fino alla fine.