Presidente ricco, squadra vincente? Non è sempre così…

Presidente ricco, squadra vincente? Non è sempre così…

Chi è più il ricco del reame, tra i presidenti delle società di calcio? E che genere di rapporto esiste tra il suo portafoglio e i valori della sua squadra in mezzo al campo? Può esserci un’equivalenza tra la sua ricchezza e i risultati della sua squadra? Una volta, soprattutto in Italia, la risposta a questo genere di domande sarebbe stata quasi scontata. Ad un presidente ricco, nella maggior parte dei casi, equivaleva una squadra in grado di vincere dentro e fuori i confini nazionali. Ma oggi, quanto accade nel calcio europeo sembra rivelare una realtà del tutto diversa.

Dove non sempre alla squadra più forte corrisponde il presidente più ricco. Basti pensare al caso delle spagnole Barcellona e Real Madrid, due delle squadre più forti in assoluto (il Real Madrid è campione del mondo in carica), alle quali corrispondono casi di presidenti non tra i più ricchi, ma eletti attraverso il sistema dell’azionariato popolare. Questo per dire che l’equazione soldi-uguale-risultati  (ammesso che sia mai stata vera) non lo è oggi. E la dimostrazione potrebbe arrivare da esempi come la società inglese del QPR, conosciuta dalle nostre parti più per il fatto di essere appartenuta a Flavio Briatore che per i trionfi calcistici mai ottenuti. Della quale oggi è azionista di minoranza l’ottantaduesimo uomo più ricco al mondo e cioè l’imprenditore indiano Lakshimi Mittal (patrimonio stimato 15 miliardi di euro). Ma il mondo del calcio in generale pullula di personaggi dalle tasche d’oro. Gente ricca anzi ricchissima, a giudicare dai loro patrimoni plurimiliardari che continua fare a affari anche grazie al pallone che rotola.  E per sapere chi siano, questi “paperoni” del calcio mondiale, basta guardare la classifica preparata dalla rivista Forbes, specializzata nel rivelare chi siano le persone più ricche nel mondo. Nell’ultimo numero di marzo allora, sono stati  messi in fila, uno dietro l’altro, i primi 20 più ricchi tra i proprietari di società sportive, comprese le società di calcio. A rappresentare l’Italia, ma in tredicesima posizione, il sempreverde Silvio Berlusconi (patrimonio stimato di oltre 5 miliardi di euro) ormai ex proprietario del Milan (venduto ai cinesi nei giorni scorsi) ma per anni rimasto il presidente più vincente nella storia del calcio italiano. Sono lontani però i tempi in cui il suo Milan vinceva titoli a grappoli in Italia e in Europa. Mentre sempre a Milano, sponda nerazzurra sono sbarcati i cinesi ricchissimi di Suning (fatturato di oltre 17 miliardi di dollari) a dare manforte al magnate thailandese Erik Thohir la cui ricchezza personale, anche secondo il Sole 24 Ore non supera i 300 milioni di euro. Pochi, in confronto ai miliardi dei presidenti classificati da Forbes. E tra questi, il più ricco risulta essere il patron dei New York Red Bulls Dietrich Mateschitz davanti a quello dei Los Angeles Galaxy Philip Anshutz, al quinto posto della classifica mondiale tra tutti proprietari di società sportive,

Mentre tra le società europee i presidenti più ricchi si trovano in Inghilterra. A Londra in particolare. Il nome più noto è sempre quello di Roman Abramovich, la cui ricchezza stimata in 9,1 miliardi di dollari, ormai non fa quasi neanche più notizia. Dopo di lui, per un derby tutto londinese, c’è invece il presidente dell’Arsenal Stanley Kroeke, titolare di un patrimonio stimato di 7,5 miliardi e presidente di quattro società diverse tra basket, soccer, football americano. Sempre a Londra ci sarebbe anche il finanziere Joe Lewis (5,9 miliardi), proprietario del Tottenham Hotspurs. E restando in Inghilterra, ma spostandosi a Manchester, ci sarebbero da una parte lo sceicco Mansour proprietario del Manchester City, famoso anche per aver comprato uno yacht costato qualcosa come 400 milioni di euro, e dall’altra la famiglia Glazer proprietaria del Manchester United nel quale avrebbe messo i suoi soldi anche il finanziere “ammazza valute” George Soros. Il quale, evidentemente, dopo aver speculato contro la sterlina negli anni Novanta, ha pensato bene di tornare in Inghilterra per partecipare all’acquisto del club più prestigioso.

Ma perché questi paperoni appassionati di calcio non vengono ad investire nel campionato italiano? Per rispondere a questa domanda, basterebbe guardare ai dati che riguardano il volume di affari delle società della massima serie. E ricordare che in Italia soltanto 3 società nella massima serie possiedono uno stadio di proprietà. Ma questa, come sanno bene i lettori di Io Gioco Pulito, è un’altra storia.

Lega calcio: fra commissariamento e no Tav(ecchio)

Lega calcio: fra commissariamento e no Tav(ecchio)

E dopo 7, diconsi sette, assemblee che hanno prodotto altrettante fumate nere, la serie A brucia quel che resta della Lega. La Confindustria del pallone è senza presidente. No problem: ci penserà Carlo Tavecchio. Il numero uno del calcio italiano commissarierà la Lega, quindi, con ogni probabilità, ne assumerà la presidenza ad interim, almeno sino a che le venti società non troveranno un accordo. Più facile, con queste premesse, che si risolvano i conflitti in medio Oriente.

Il Commissariamento, avvilente per l’immagine del nostro calcio, era l’unica soluzione possibile? Per certi versi sì. Specialmente se i certi versi assumono prospettive coincidenti, guarda il caso, con i desideri delle “sei regine”. Juventus, Milan, Inter, Roma, Napoli e Fiorentina possono festeggiare. Hanno cercato e ottenuto ciò che volevano: il commissariamento. Condizione ideale per riscrivere lo statuto della Lega e modificarne “governance”  e articolo 19, ovvero ciò che riguarda gestione del potere e spartizione dei ricavi.

Ma perché Carlo Tavecchio? I numeri dicono che affidargli la Lega è un’operazione ingiustificabile. Nelle scorse elezioni FIGC (si parla del 6 marzo 2017, poco più di un mese fa) l’attuale presidente ha rastrellato solo 11 voti su 20 in serie A. Non serve una laurea in scienze politiche: la sua presenza sarà invisa, conti alla mano, a mezza Lega. E rischia di aprire una crepa ancora più profonda in seno al calcio italiano. Non a caso, nè Andrea Lotti, né Giovanni Malagò saluterebbero la soluzione Tavecchio con un applauso. Il presidente del Coni ha già fatto notare, anche al diretto interessato, che assumere questo ruolo, in una situazione così complessa, acuirebbe i malesseri del calcio italiano. Il Ministro dello Sport ha già in serbo alcune idee per ristrutturare la Lega e teme che chi non abbia votato Tavecchio potrebbe complicargli la strada delle riforme. E Tavecchio? Procederà per la sua strada. La presa di posizione dello Sport Italiano e del Ministro dello Sport non lo smuoverà di un centimetro. Il numero uno di Via Allegri può far leva (e senz’altro lo farà) sul proprio ruolo: è presidente di tutto il calcio, quindi anche della serie A. Dunque può esserne commissario. E poco importa se il suo mandato-bis abbia prodotto il seguente scenario: Serie A e Serie B, ovvero 2/3 del calcio professionistico, senza governo…

Giochi di potere e fusi orari: diritti televisivi, dovere di incassare

Giochi di potere e fusi orari: diritti televisivi, dovere di incassare

Inter-Milan in salsa cinese apre una nuova frontiera. Big match della giornata alle 12,30, offerto, in diretta ed esclusiva, sul Pechino Express, prossimo capolinea degli interessi della Lega Calcio. Questione di diritti tv e dovere di incasso: il mercato asiatico è il nuovo filone d’oro, da percorrere accumulando più denaro possibile. Sorride Infront. L’advisor della Lega, si è posta un obiettivo: rastrellare un miliardo e 400 mila euro per la cessione dei diritti TV nel triennio 2018-2021.

Sete di denaro placabile con una rigenerante tisana cinese, prodotta dalla Wanda Group. La società pechinese, da sola, potrebbe garantire sino a 300 milioni: quanto basta per dettare leggi, condizioni ed orari. Tanti soldi: una manna dal cielo per le casse di della Lega impegnata nel doppio (e non facile) confronto con Sky e Mediaset. Entrambe non hanno intenzione di spendere come nel passato. Cologno Monzese, reduce dal bagno di sangue di 1,6 miliardi di euro investito per assicurarsi precedenza in Italia ed esclusiva in Champions, deve fare i conti con il ridimensionamento. La tv digitale abbasserà pretese e richieste, giocando d’opportunismo, nel senso pieno del termine: se ci sarà la possibilità, acquisterà “pacchetti” mirati di partite puntando al rientro dell’investimento grazie a piani pubblicitari ad hoc. Sky si prenderebbe volentieri carico della intera Serie A, ma a determinate condizioni. Oggi, ha poco interesse ad investire su un campionato di scarso appeal. Inutile girarci intorno: un Manchester United – Chelsea vale molto di più, in termini di ricavi, di un Pescara-Juventus. Quindi anche a Rogoredo si medita di abbassare l’asticella dell’offerta. Magari assestandosi su un meno 20%.

Numeri che spaventano il calcio italiano. Il giro di vite delle piattaforme digitali e satellitari causerebbe una perdita 200 milioni di euro. Troppi. E allora? Ecco tornare di moda i cinesi. Come? Attraverso lo streaming. Un mezzo capace di raggiungere miliardi di utenti e potenziali abbonati. In questa ottica, la Wanda Group ha un progetto che coinvolge Telecom Italia e Amazon. Colossi che potrebbero presentarsi all’asta e far saltare il banco attraverso soluzioni mirate e dedicate in primis ai tifosi e, successivamente, agli amanti di calcio. Giocando su questa forbice, si creerebbe la base per un ricavo multimilionario. Il tutto, in due mosse. La prima: un pacchetto a costo accessibile, che garantisca al tifoso la possibilità di vedere tutte le partite della propria squadra del cuore: la “fame di calcio” è così appagata. E l’indotto base, garantito. La seconda: generare ricchezza sfruttando (oltre al tifo) la passione. I “malati” di calcio, non resisteranno alla tentazione dei big match: siano di calcio italiano o estero, Mondiali, Europei o Copa America. E dunque, ecco altri pacchetti, rigorosamente, in pay per view, o con leggere integrazioni sul costo-base del pacchetto. E a che ora? E come e quando vedremo il calcio? Domande lecite, quando inquietanti per un tifoso tradizionalista e “pigro” come quello italiano. Per ora l’unica certezza è che la Cina è vicina quanto basta per abituarsi, o rassegnarsi, ai big match all’ora di pranzo e al campionato spezzatino, magari dal venerdì al lunedì. Il viaggio verso il futuro è iniziato: tutti a bordo del Pechino express.

Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Vorrei soltanto dormire e risvegliarmi a cose fatte”. Avrebbe detto proprio così a qualcuno dei suoi  collaboratori Silvio Berlusconi a proposito della vendita del Milan. Il suo Milan. Quello che prese sull’orlo del fallimento un giorno del 1986 e in pochi anni portò sulla vetta del mondo. Parlano i numeri, per la sua storia di presidente: 29 trofei vinti in 30 anni, di cui 7 scudetti e 5 Champions League (una volta si chiamavano Coppe dei Campioni). Mai nella storia del calcio italiano, un presidente è riuscito a vincere tanto. Mai nella storia, un presidente è rimasto tanto a lungo nella vita di una società di calcio. Ma la storia di Silvio Berlusconi con il Milan, non è stata soltanto una storia di trofei vinti. E’ stata prima di tutto una storia d’amore, un idillio durato 30 anni. Il “matrimonio” più lungo in tutta la sua vita. Una di quelle storie che ci ricordano che il calcio, anche nell’era delle Pay-Tv, delle plusvalenze, e dei grandi affari, può essere ancora una questione di cuore.

E adesso che anche Silvio Berlusconi ha venduto, il calcio italiano ha perso forse, il suo ultimo grande presidente tifoso. L’ultimo di un’intera generazione. Come lui prima di lui, ce ne sono stati tanti. Genova, sponda blucerchiata ricorda ancora Paolo Mantovani. Quello del primo ed unico  scudetto del 1991. Colui che portò Vialli e Mancini sotto la Lanterna. Il presidente più amato dai tifosi sampdoriani. Ma anche la Milano nerazzurra ha avuto i suoi presidenti tifosi. Massimo Moratti per esempio. Innamorato dell’Inter fin da bambino, quando il presidente era suo padre Angelo. Anche lui, molti anni più tardi, dopo aver rilevato la quota di maggioranza da Ernesto Pellegrini, porterà la sua Inter prima sul tetto d’Europa e poi sulla vetta del mondo. E anche lui proprio come Berlusconi venderà ai cinesi di Suning la partecipazione residua che aveva nella Beneamata (la quota di maggioranza era stata venduta nel 2013 ad Erik Thohir). Se la Milano del pallone è diventata ormai una piccola “colonia” di Pechino, non è l’unica realtà in Italia, passata sotto mani straniere. La Roma per esempio. Diventata “americana” nel 2011 dopo che per quasi vent’anni era stata di proprietà della famiglia Sensi. Prima Franco,presidente fino alla morte avvenuta nel 2008 e poi con la figlia Rosella. Franco Sensi è entrato di diritto nella storia della Roma per essere stato il presidente del terzo scudetto vinto nel 2001. Diciotto anni dopo, l’altro storico tricolore vinto nel 1983. Quando sulla panchina giallorossa sedeva Nils Liedholm e il presidente era Dino Viola. Forse il presidente più amato dai tifosi giallorossi. Un altro dei grandi presidenti tifosi del calcio italiano. Che dopo aver portato la Roma sulla vetta d’Italia è andato ad un passo dalla conquista dell’allora Coppa dei Campioni persa ai rigori, nella finale contro il Liverpool nel 1984.

Dieci anni dopo il primo storico scudetto vinto sull’altra sponda del Tevere, quella biancoazzurra. Che ne ha avuti di presidenti tifosi. Perché se la Roma giallorossa ha avuto Dino Viola, quella biancoazzurra ha avuto Umberto Lenzini. Americano di nascita ma laziale d’adozione proprio come Giorgio Chinaglia. Storico centravanti di quella Lazio e poi presidente negli sfortunati (per la Lazio) anni Ottanta. Lenzini e Chinaglia sono stati forse gli ultimi presidenti tifosi nella storia della Lazio. Vinceranno poco, come i loro immediati successori. Prima Chimenti (che vincerà nulla) e poi Gianmarco Calleri, che legherà comunque il suo nome a quello della Lazio per essere stato il presidente nell’anno più difficile nella storia della prima squadra della Capitale: la stagione 1986-87 quando la Lazio, riuscì a salvarsi nel campionato di serie B, dopo essere partita con 9 punti di penalizzazione. Fino all’arrivo del più grande presidente della storia laziale cioè Sergio Cragnotti. “L’imperatore” come venne definito dai tifosi della Curva Nord. Un amore quello nutrito dai tifosi per Cragnotti, non sempre ricambiato dal presidente. Il quale, arriverà a definire i tifosi della Lazio come i primi “clienti” della sua società. Sarà proprio Cragnotti in Italia, il primo a cambiare il modo di gestire le società di calcio. A portare per la prima volta nella storia, una società di calcio a quotarsi in Borsa. A parlare dell’importanza delle plusvalenze. A decidere di vendere calciatori come Beppe Signori (incoronato Re di Roma dai tifosi laziali che eviteranno la cessione scendendo in piazza) e Cristian Vieri (in quel momento il più forte attaccante italiano venduto all’Inter) di fronte ad offerte miliardarie. Per Cragnotti il calcio più che una questione di cuore era una questione di business. Vinse tanto però e questo lo rese amato dai tifosi biancocelesti. Più che un presidente tifoso la storia lo ricorderà come un visionario. Aveva capito prima degli altri in quale direzione sarebbe andato il calcio.

Da Milano con furore: il Derby della Madonnina per rilanciare il calcio italiano

Da Milano con furore: il Derby della Madonnina per rilanciare il calcio italiano

La storia si colora, nella sua maestosità, di date. Alcune sfumate, opache, per niente nitide insomma. Altre invece splendenti, come le più belle stelle del firmamento, quella che staresti a fissare per ore nella notte. A metà tra queste due tipologie, si instaura la data di oggi. Già, oggi. 15 aprile 2017, si fa semplicemente la storia. Del calcio, ma non solo.

A San Siro si affrontano Inter e Milan per la prima stracittadina che vede entrambe le società guidate da presidenti cinesi. Se da parte nerazzurra ormai non è più una notizia, con il club di via Durini che ha avuto già modo di vivere gioie e dolori derivanti da ormai 12 mesi della gestione a tratti illuminata a tratti rivedibile di Zhang Jindong, sul fronte rossonero si tratta di una novità freschissima. È infatti nella serata di giovedì, a meno di 48 ore per intenderci, che finisce, dopo oltre 30 anni (era iniziato tutto il 20 febbraio 1986) l’era Berlusconi, semplicemente il ciclo più vincente che il calcio possa ricordare. E tutto ciò che ne consegue, sono dubbi, aspettative, nostalgia, ed un pizzico di spaesamento per la perdita di una guida che ultimamente forse non era più vigile e nemmeno tanto efficace, ma che si sapeva di poter trovare, sia per conforto, sia per una strizzatina di orecchie.

Sono stati due passaggi diversi ma a tratti simili quelli dei 2 club, da proprietari storici, a imprenditori, investitori, che invece di un affare di famiglia, di una questione tutta italiana, intravedono in Milan ed Inter due occasioni di marketing, due miniere d’oro. Il calcio trasformato in un business insomma, in una frase che sembra la logica conseguenza della società in cui viviamo, ma che non può che far storcere il naso ai tifosi. Perché, ricordiamoci, si parla pur sempre di 2 tra i club più gloriosi del calcio italiano nonché di quello europeo. E perché, in ogni caso, senza scomodare la storia, domani è comunque un derby. Anzi, senza offesa per quello della Mole, della Lanterna, e della capitale, ma domani c’è IL derby, quello della Madonnina. E in quanto tale, ha sempre un gusto speciale.

“Ho giocato tanti derby ma quello di Milano è un’altra cosa. Una città sola con due squadre ricche di storia che giocano nello stesso stadio. È una cosa che, insieme a tante altre, fa di questa partita qualcosa di unico”. E se lo dice uno come Ricardo Kaka, c’è da crederci. Tanti i campioni che hanno reso questo derby unico, dal brasiliano ad Andriy Shevchenko, che è il giocatore che ha segnato più gol nella storia della stracittadina (ben 14 volte). E poi ancora Adriano, Milito, ma anche Altafini e Baresi, per tornare indietro nel tempo ma non troppo. Non sono mancati i tradimenti, come quelli di Meazza, di Ronaldo, di Ibrahimovic. Insomma, come nelle migliori storie, il pathos è da sempre a livelli inenarrabili, e non potrebbe essere altrimenti. Dalla diatriba ideologica e culturale tra i bauscia interisti e i casciavit milanisti non poteva che nascere rivalità che nel campo e fuori sono destinate ad emozionare. Sempre. anche dopo anni in cui le due squadre sono lontane dai palcoscenici più importanti, quelli che gli competono per intenderci. Anche quando, invece di giocarsi lo scudetto, Milan ed Inter si fronteggiano per il sesto posto, che significa preliminari di Europa League. Il derby di Milano è e rimarrà sempre qualcosa di speciale, a sé.  Anche alle 12:30.

“Giocare all’ora di pranzo mi fa schifo”, ha detto Maurizio Sarri non troppo tempo fa. Un’uscita che non fa notizia se si parla del tecnico del Napoli, ma che riaccende la disputa su un tema che ha sempre creato non poche perplessità. Ma quando dall’altra parte del globo, hai tutto un Paese (e che Paese) che potrebbe apprezzare e gioire, oppure rodersi e disperarsi, insomma tifare, guardando una partita italiana, in un orario comodo (o no?) a tutti anche qui da noi, le chiacchiere servono solo a dare valore ai microfoni. Certo, il derby dà tutta l’impressione di diventare un prodotto, messo in vetrina in un orario in cui difficilmente il cliente potrà resistere dal farci un pensiero, ma tant’è, per rivivere i fasti della Milano calcistica, siamo pronti anche a questo. I soldi muovono tutto, si sa, e il calcio, per quanto voglia mantenersi pagina romantica e spensierata, non può sottrarsene. Si può solo sperare che non venga svilito, che ne colga il meglio, traendone vantaggi quando può e schivando i proiettili rischiosi del diventare un affare di chi vuole incassare prima che emozionare.

Il derby. Tante cose sono state dette su questo, altrettante, se non di più, saranno dette. Tanti sono i ricordi che suscita anche solo pensare alle curve pronte a darsi battaglia a suon di sfottò. Viene la pelle d’oca solo ad immagine San Siro addobbato a festa, perché questo è il derby di Milano. Una festa, per il calcio, ma non solo. Almeno così siamo abituati, e le abitudini, si sa, per rimanere piacevoli devono cadere nel dimenticatoio. Domani cambieremo le nostre, o almeno così sembra. Anche se, a pensare ad un derby diverso da una questione di calcio, lontano da un affare tutto italiano, difficilmente ci abitueremo mai. Però, pare che le stelle lo avevano detto e predetto. bastava guardare il calendario. Questo in Cina è l’anno del pallone…