L’integralismo di Maurizio Sarri sta bloccando il mercato del Napoli?

L’integralismo di Maurizio Sarri sta bloccando il mercato del Napoli?

Diciamolo: in un mercato dalle valutazioni folli e dagli ingaggi faraonici, la scelta di Simone Verdi, nella sua essenzialità, ha fatto scalpore. Il fantasista del Bologna, tentato nelle ultime settimane da un’ottima offerta del Napoli, alla ricerca disperata di un’alternativa a Callejon e Insigne, ha preferito declinarla, decidendo di rimanere in provincia. Ha avuto paura di non essere all’altezza di una big? Oppure ha avuto il coraggio di un leone? Verdi non ha carisma? Oppure ne ha in abbondanza? Potremmo discuterne per ore, senza arrivare ad una conclusione. È una questione di prospettive, e di amor proprio. È il bivio di una carriera, uno di quei che passa poche volte nella vita, forse solo una. Un volo pindarico alla ricerca di un sogno, in alternativa alle certezze di un ambiente meno ambizioso nel quale avere un ruolo da protagonista. Verdi, a 25 anni e mezzo, ha optato per la seconda, almeno per ora. E ha riaperto i soliti interrogativi sul mercato del Napoli, spesso balbettante e in controtendenza rispetto ai risultati ottenuti sul campo. Si cerca un colpevole, che potrebbe avere un nome e un cognome ben noti: Maurizio Sarri.



Il tecnico partenopeo, meraviglioso tattico e maestro di calcio innovativo e avanguardistico, ha un problema cronico: la valorizzazione della panchina. Finché si parla di titolari, Sarri ha moltiplicato esponenzialmente la valutazione di più di un giocatore, ma è allo stesso incapace di evidenziare le capacità dei panchinari. Il Napoli gioca con i soliti undici con l’eccezione di pochissime riserve, spesso impiegate a partita in corso. Sarri, in molti casi, non ha tenuto in considerazione gli investimenti fatti dalla società, in nome di un integralismo tattico ferreo che necessita di interpreti specifici dalle caratteristiche peculiari. I risultati, finora, hanno dato ragione al tecnico partenopeo, primo in campionato con una rosa sulla carta inferiore a quella della Juventus. La coperta corta ha creato più di un problema, senza incidere in modo significativo sul rendimento globale. Eppure, detto questo, il no di Verdi è un campanello d’allarme. Il timore di finire in panchina come un Giaccherini qualunque ha influito in modo decisivo? Insigne e, soprattutto, Callejon sono davvero insostituibili? Insomma, Il talentuoso bolognese, giunto al punto più alto di una carriera finora sfortunata e altalenante, ha visto Napoli come potenziale tunnel senza luce, invece che come grande opportunità? Non è da escludere, e non sarebbe il primo.

I no incassati da Giuntoli e De Laurentiis negli ultimi anni si sprecano (Klaassen, Kramer, Vrsaljko e Lapadula, solo per citarne alcuni) e sono altrettanti i giocatori calcisticamente umiliati, ieri come oggi, dalla scarsa flessibilità di Sarri. Dal duo Pavoletti-Gabbiadini, attaccanti di scorta mai tenuti davvero in considerazione, ai fantasmi Rog e Giaccherini, ottimi interpreti in più ruoli nei pochi momenti in cui hanno visto il campo, fino ad arrivare al costosissimo Maksimovic e ai desaparecidos Tonelli e Valdifiori, pupilli dell’allenatore ai tempi di Empoli. Una lista lunga, quasi interminabile, di calciatori che, seppur ben pagati e coccolati dalla piazza, avrebbero fatto a meno di subire tale trattamento e, a posteriori, di firmare per il Napoli. Non facciamone una questione ambientale (e dimentichiamo una volta per tutte la triste vicenda Gonalons-Tolisso, che dissero nel 2014 di aver rifiutato una proposta dopo aver visto “Gomorra”) o economica, ma tecnica. Una squadra nella quale risulta quasi impossibile conquistare una maglia da titolare a prescindere dal valore mostrato è una squadra poco intrigante. Soprattutto per un giovane alla ricerca della consacrazione o, peggio, per un venticinquenne che ha appena trovato la dimensione ideale dopo anni di faticose ricerche. Come ha fatto Verdi, uno per il quale i soldi sembrano non essere tutto. E come forse faranno tanti altri, per esempio i tentennanti Deulofeu (che però nelle ultime ore sembra avvicinarsi concretamente) o Moura, bisognosi di giocare per conquistare un posto nel prossimo Mondiale. È il caso di invertire la tendenza? Se ci si accontenta di un primato invernale, no. Se si punta allo scudetto, quello vero, è indispensabile. Sarri ci pensi, prima di avere rimpianti.

Elezioni FIGC: il (nuovo) calcio secondo Gabriele Gravina

Elezioni FIGC: il (nuovo) calcio secondo Gabriele Gravina

Gabriele Gravina è il primo dei tre candidati a ricevere un appoggio ufficiale. Nicchi, presidente degli Arbitri ha promosso il programma dell’aspirante presidente della FIGC. A patto che non si presentino in tre. In quel caso i giudici di gara si asterranno dal voto.

Gabriele Gravina, presidente della Lega di Serie C, ha un lungo passato alle spalle: è l’artefice del miracolo del Castel Di Sangro, la squadra di un comune di 5000 abitanti che vive la favola della serie B dopo 5 campionati vinti in 10 anni. Una gestione che mette le ali alla carriera politico-organizzativa di questo imprenditore (nonché membro del CDA della Banca di Credito Cooperativo di Roma e docente di Management Sportivo all’Università di Teramo) che, dopo la carica di capo delegazione ai campionati Europei, il 22 dicembre del 2015 diviene il presidente della Lega Pro. Un incarico confermato anche nell’anno successivo. Il suo programma verte su 5 punti fondamentali.

Il piano strategico (56 pagine in 5 punti) prevede 5 aree di intervento: organizzativa, economica, sportiva, etica e sociale. Tutte convergenti in un unico obiettivo: la sostenibilità finanziaria del calcio, raggiungibile attraverso una struttura fondata su una gestione virtuosa. L’organizzazione, in questo senso, è fondamentale. Gravina propone una rivisitazione dello statuto, a partire dai criteri elettorali. La LND non può decidere da sola, o quasi, chi eleggere. La commissione federale inoltre deve essere parificata ad una sorta di governo, con commissioni apposite per i rispettivi ambiti.



Il settore tecnico è da rifondare attraverso la creazione di nuove accademie federali, sul “modello francese”. In più una strettissima vigilanza sulle entrare e le uscite delle società. Evidentemente scottato dai numerosissimi fallimenti accumulati dalla Serie C e in Lega Pro Gravina propone il rating. Ogni squadra avrà un quoziente di affidabilità finanziaria. Un “marchio” che ne attesti serietà e ordine. E i soldi? L’idea è di creare maggiore ricchezza attraverso una ridistribuzione più equa delle risorse. Il divario fra grandi e piccole è troppo sbilanciato e i club di medio bassa classifica di tutte le categorie non hanno i mezzi per competere sul mercato con le altre concorrenti. Una divisione più ragionata delle risorse ridurrebbe la forbice, riequilibrando i valori in campo ed evitando il rischio della presenza di squadre materasso. Un campionato più equilibrato è anche più spettacolare. Quindi, più vendibile all’estero.

La ristrutturazione dei campionati invece prevede una B a 20 squadre e una C a 60, come adesso, divisa in tre gironi. Tuttavia Gravina vuole reintrodurre le quattro categorie professionistiche: la C1 e la C2. Entrambe a livello semiprofessionistico. La Serie D invece perderebbe 5 squadre passando d 167 a 162. Il cavallo di battaglia sono le “seconde squadre”. Ovvero la possibilità per le società di introdurre nei campionati minori le squadre formate dai giovani. Infine, la candidatura ad ospitare l’Europeo del 2028.

La vera rivoluzione di Gravina è però sul campo etico sociale: il programma si sofferma su alcuni punti scottanti che hanno giù bruciato diversi club di serie c. Gravina vuole salvaguardare i principi di correttezza. Lotta senza quartiere al match fixing, una vera piaga del calcio minore, figlia spesso di stipendi miseri a mal corrisposti. In questa ottica il calcio minore, assurgendo a semiprofessionismo, vivrebbe questo ridimensionamento come un qualcosa di estremamente positivo. Uno sport aggregativo, più che consumistico incanalato sui binari di inclusione sociale con regole studiate ad hoc per i giovanti, attraverso le partnership con le scuole e le università. In modo da educare al calcio e al tifo. A Nicchi è piaciuto. E a voi?

QUI IL PROGRAMMA COMPLETO: http://www.figc.it/other/candidature/ProgrammaGRAVINA.pdf

 

L’abbuffata dei Diritti Tv: il Made in Italy non tira e alla Serie A rimangono solo le briciole

L’abbuffata dei Diritti Tv: il Made in Italy non tira e alla Serie A rimangono solo le briciole

Mentre la Lega Serie A approva il bando per la vendita dei diritti tv per il triennio 2018/21, con la fine del 2017 vengono rese note le cifre più precise della vendita dei diritti televisivi nei principali cinque campionati europei. Cifre da capogiro che fanno una fotografia molto precisa della situazione economica e finanziaria del calcio europeo. Una situazione che, nella maggior parte dei casi, si rispecchia anche a livello tecnico, perché si sa, chi al tavolo da poker ha più soldi da poter mettere sul piatto, inevitabilmente ha possibilità di potersi portare a casa l’intera posta.


DOMINIO PREMIER- In generale per i cinque maggiori campionati europei (Premier League, Liga, Bundesliga, Serie A e Ligue 1) il totale del giro d’affari per i Diritti Tv è di circa 6.5 miliardi di euro. Di questa torta il 42,3% , pari a 2,7 miliardi di euro, va nelle casse della Premier League. Una percentuale molto consistente che conferma le grandi capacità di vendita del marchio di quello che ormai è diventato il campionato più bello e competitivo d’Europa. Anche a dispetto dello strapotere del Manchester City che a suon di record ha già in tasca il titolo di campione d’Inghilterra. La squadra di Guardiola ha dovuto riscrivere la storia della Premier, abbattendo qualsiasi tipo di primato, per prendersi la vetta solitaria e rompere l’equilibrio alle sue spalle. Equilibrio confermato anche dalla spartizione veramente equa dei diritti Tv. Nelle prime 22 posizioni della graduatoria europea per gli introiti dai diritti tv per club, ben 20 sono società inglesi e la differenza tra il Chelsea primo della classe, con 173 milioni di euro, e il Middlesbrough ultimo è di “appena” 60 milioni, considerando anche il fatto che il Boro è retrocesso in Championship.

Una differenza che non ha nulla a che vedere con l’abisso che c’è tra i due giganti spagnoli e la borghesia della Liga rappresentata da un club come il Valencia lontano quasi 90 milioni di euro dai 146 che incassa il Barcellona (che si piazza al nono posto della classifica europea). Un dato che conferma come la Liga possa attestarsi al secondo posto tra i campionati più remunerati d’Europa con 1,2 miliardi di euro pari al 19,2% del totale, solo grazie al traino spaventoso di due colossi del calcio mondiale come Barcellona e Real Madrid. Dietro Premier e Liga, non c’è la Serie A, bensì la Bundesliga con 1 miliardo di euro di incasso totale. Qui la distribuzione è molto più equa rispetto alla Liga: il Bayern Monaco con 95 milioni di euro si piazza al 25esimo posto ed è il primo tra i club tedeschi. La differenza tra i bavaresi e il resto dei club della Bundesliga però non è molto marcata, dato che dietro di loro c’è subito il Borussia Dortmund con appena 10 milioni di meno e poi a poca distanza molti club importanti come Schalke, Leverkusen e Monchengladbach. Una differenza minima che poi non viene tradotta in campionati avvincenti dato che il Bayern fa pesare la sua tradizione e domina in lungo e largo, ma permette ai club tedeschi di crescere e fare sempre ottime figure in campo internazionale. Un campionato che comunque di anno in anno riesce sempre a migliorare e a vendersi sempre meglio.

DELUSIONE SERIE A- Fuori dal podio arriva l’Italia che con la Lega Serie A non riesce ad arrivare neanche ad avvicinarsi agli incassi di Liga e Premier e si ferma ad appena 920 milioni di euro di incassi che rappresentano il 14% dell’intera fetta del calcio europeo. La spartizione dei diritti Tv però conferma la dittatura juventina: i bianconeri si piazzano al 23esimo posto con 103 milioni e sono il primo club italiano in questa speciale graduatoria. Non lontanissime ci sono Milan e Inter con circa 80 milioni di euro di incasso. La forbice si allarga mano a mano che si va avanti in classifica con la Roma quarta a con 72 milioni ed il Napoli quinto con 69. Cifre che confermano come l’appeal del nostro calcio sia vertiginosamente crollato nel tempo: basti pensare che club di basso cabotaggio come Bournemouth, WBA e Crystal Palace incassino nettamente di più dei top club italiani, ci dà la dimensione esatta dalla distanza finanziaria ed economica del nostro calcio con la Premier League che grazie ad una politica di equità e di programmazione sta staccando notevolmente il resto del continente.

 

I 10 numeri di maglia più strani nella storia del calcio

I 10 numeri di maglia più strani nella storia del calcio

Numeri di maglia e calciatori; talvolta connubio indissolubile tra un campione e la sua casacca (come per storici ’10’ quali Maradona, Del Piero, Totti, il ‘divin codino’ Baggio o l’inconsueto 14 del fenomenale e oggi compianto Johan Cruijff), in altre occasioni, invece, opportunità per atleti meno noti e talentuosi di salire comunque agli onori delle cronache sportive.

L’ultimo spunto ce l’ha dato il neo giocatore della Lazio Nani che ha scelto di indossare la maglia numero sette, evocando quel “Biancaneve e i 7 Nani” che tutti conosciamo. Ma non è il solo ad essere finito della storia dei numeri “leggendari”.

Sono innumerevoli, infatti, gli esempi di numeri assurdi nel mondo del calcio; in questa speciale classifica, pertanto, si è deciso di raggruppare soltanto i dieci casi più divertenti/sorprendenti secondo IoGiocoPulito. Pronti, partenza, via.

  1. Mohamed Kallon (Inter)

Siamo agli inizio degli anni Duemila e la numerazione dei calciatori è ancora piuttosto ‘regolare’. Poi arriva lui: ‘Momo’ Kallon. Giunto in Italia a metà del decennio precedente, il calciatore originario della Sierra Leone nell’estate del 2001 (dopo svariati anni di prestiti in giro per l’Europa ed il Belpaese) finalmente arriva all’Inter per restare e si fa subito notare. Il motivo? Non tanto gol e prestazioni quanto il numero 3 (tipico di un terzino o al massimo di un difensore centrale) sulle spalle!

  1. Fabio Gatti (Perugia)

Signore e signori, tutti in piedi. Con Fabio Gatti da Perugia siamo all’apice della genialità. Prime giornate del campionato 1999-2000, il Grifone è una realtà ormai solida nella massima serie italiana grazie al presidente Luciano Gaucci; un nuovo giovane della ‘cantera’ biancorossa inizia a segnalarsi per il piede delicato e le ottime prestazioni sul campo. Si parla ben presto di Roma e Juventus sulle sue tracce ma Gatti finisce sulle prime pagine dei giornali anche per il numero scelto: il 44. Per quale motivo? 44 Gatti..vi dice nulla?

  1. Marco Fortin (Siena)

Marco Fortin: ovvero quando il calciatore, oltre a voler mostrare la propria (ampia) dose di sana follia, decide di sfoggiare anche ottime doti in inglese. 14 nella lingua britannica si scrive ‘fourteen’ ma si pronuncia esattamente come il cognome dell’ex portiere (tra le altre) di Siena e Cagliari. Inutile aggiungere, quindi, le ragioni per le quali Fortin sul finire degli anni Duemila decise di indossare tale numero..

  1. Ivan Zamorano (Inter)

Il bomber cileno, ex Real Madrid ed Inter, potremmo dire che sia stato il vero pioniere nel campo della stravaganza in quanto a numeri sulla maglia. La storia è la seguente (e ormai anche piuttosto nota); estate 1997, Il presidente interista Moratti decide di fare il botto e porta a Milano il ‘Fenomeno’, Luis Nazario de Lima Ronaldo. Il numero nove è stato sino a quel momento appannaggio di Zamorano, che, però, da buon padrone di casa decide di lasciare senza polemiche la casacca del bomber per eccellenza al nuovo arrivato. Come dimostrare di essere ancora un vero nove? Zamorano ci pensa su e poi progetta la grande idea: “Datemi il 18 ma tra i due numeri metteteci un piccolo segno +”. 1+8 fa 9 ed ecco che per il cileno è rimasto esattamente tutto come prima…


  1. Cristiano Lupatelli (Chievo)

Siamo sul finire degli anni Novanta quando un giovane portiere italiano si fa notare tra i pali della Fidelis Andria; mezza Serie A vuole accaparrarsi le sue mani d’oro ma alla fine la spunta la Roma del presidente Sensi. Si chiama Cristiano Lupatelli e alla fine rimarrà nella Capitale solo per due anni (vincendo però uno Scudetto da secondo del titolare Antonioli). Nell’estate del 2001, il passaggio al neopromosso Chievo Verona, una delle più belle favole mai proposte dal calcio dello stivale. Si arriva alla consegna della lista con i numeri dei calciatori e Lupatelli decide di sorprendere l’Italia e l’Europa con una scelta incredibile: il numero dei fantasisti, dei fenomeni con la palla al piede, il 10!

  1. Hicham Zerouali (Aberdeen)

Zerouali è stato (purtroppo è deceduto nel 2004 a soli 27 anni) un calciatore marocchino che tra il 1999 e il 2002 ha militato in Scozia, con la maglia dell’Aberdeen. Probabilmente con l’intento di richiamare il suo cognome, l’attaccante africano in quell’esperienza opta per il numero 0! Si trattò di una decisione che suscitò molte polemiche, tanto che la Federazione scozzese dall’anno seguente iniziò a vietare l’utilizzo del folkloristico numero zero.

  1. Jonathan De Guzman (Chievo)

Storia dei giorni nostri. Il centrocampista De Guzman lascia Napoli ed approda al Chievo Verona alla corte di Rolando Maran. Una mezzala dinamica come lui che numero avrà potuto scegliere? 7? 8? Macché! Come cantava Lucio Dalla ‘l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale’, pertanto De Guzman si prende il numero 1! Chissà, magari un tentativo di ‘parare’ gli avversari già dalla metà campo..

  1. Salvatore Fresi (Salernitana)

Difensore centrale di La Maddalena, ‘Totò’ Fresi nel 1998 torna alla Salernitana dopo tre anni di Inter. Il numero 6 è occupato pertanto a Fresi scatta la ‘zamoranata’. ‘Prendo il 33..tanto tre più tre fa sei..“. E via alla maglia granata con ‘Fresi 3+3’ sulle spalle (seppur soltanto per poche gare rispetto all’ex compagno cileno).

  1. Luca Bucci (Parma)

Parafrasando ‘La Solitudine dei Numeri Primi’, nel caso del portiere Luca Bucci potremmo affermare ‘La noia di avere il numero uno’. L’ex estremo difensore, nella sua seconda esperienza al Parma, decise di scegliere dapprima il numero 5 ed in seguito addirittura il numero 7. Chiamatelo come volete ma non ‘numero uno’..

  1. Salvatore Soviero (Crotone)

Salito alla ribalta delle cronache nei primi anni Duemila per una clamorosa rissa innescata (da solo) nei confronti dell’intera panchina del Messina, il portiere ‘Sasà’ Soviero entra a far parte di questa classifica del tutto particolare poiché durante la sua esperienza crotonese, tra il 2005 ed il 2007, scelse di abbandonare il tradizionale ‘1’ in favore di un maggiormente ‘pazzo’ numero ‘8’

Cosa manca davvero a Napoli, Inter e Roma per competere con la Juventus?

Cosa manca davvero a Napoli, Inter e Roma per competere con la Juventus?

Finalmente ci stiamo divertendo un po’. La Serie A, caratterizzata negli ultimi anni dalle corse solitarie (o quasi) della Juventus, sembra aver riassunto la forma di una competizione vera, almeno per il titolo. Visti alcuni precedenti, il condizionale è d’obbligo (l’Inter, campione d’inverno nel 2015/16, chiuse quel campionato al quarto posto), ma, arrivati ad un passo dal giro di boa, la sensazione è che non ci sia più spazio per i soliti monologhi. Napoli, Inter e Roma (e anche la Lazio, attualmente quinta) hanno alzato l’asticella e si sono avvicinate non poco alla Juventus, vincitrice degli ultimi sei scudetti. Tuttavia, a prescindere dalla piazza d’onore ora occupata, la favorita è sempre la stessa. E le avversarie dovranno fare qualcosa per annullare il gap ancora esistente. Che cosa? Proviamo a dare una risposta.



Partiamo dal Napoli, capolista provvisoria del campionato e principale indiziata per la conquista dell’effimero titolo invernale. Dopo un avvio sensazionale, la banda di Sarri aveva rallentato il passo nelle ultime settimane, salvo poi riscattarsi (ritrovando la vetta) con l’ultimo 1-3 di Torino. Ad oggi ha la seconda miglior difesa (11 gol subiti) e il secondo miglior attacco (38 gol fatti). Il gioco, seppur meno convincente rispetto ai primi due mesi di A, è ancora uno dei più divertenti in Europa e tutto sembra andare per il verso giusto. Allora cosa manca? Perché il primato non è sufficiente per essere la favorita alla vittoria finale? In virtù dei difetti strutturali che caratterizzano una rosa ottima nell’undici e inconsistente nelle retrovie, incapace di sostituire degnamente i lungodegenti Ghoulam e Milik (oltre che buona parte dei titolari), ma non solo. L’unico incrocio diretto stagionale con la Juventus ha palesato ancora una volta i limiti del comunque straordinario Sarri, uscito sconfitto dal confronto col machiavellico Allegri, maggiormente flessibile sul piano tattico.

È difficile immaginare che una squadra possa vincere il maggior campionato italiano (ancora oggi il più complesso al mondo sul piano tecnico-tattico) con la forza di una sola idea (seppure stupenda). In attesa di un’improbabile smentita, il genio dei camaleonti avrà sempre la meglio sull’integralismo dei maestri. Se a questo si aggiunge la scarsa dimestichezza con il turnover, l’impegno a febbraio in Europa League (se possibile, ancora più dispendiosa della Champions) e la netta involuzione di Hamsik, fulcro della squadra con le polveri bruciate, il quadro sembra chiaro, ma un bagno d’umiltà da parte di Sarri, unito ad un mercato invernale all’altezza, potrebbe cambiare tutto. Un po’ come per l’Inter, almeno sull’ultimo punto. Il capolavoro di Spalletti ha portato i nerazzurri ad essere imbattuti per sedici giornate, ma lo stop con l’Udinese è un campanello d’allarme significativo. L’assenza di impegni settimanali ha facilitato non poco il lavoro del tecnico ed è stato sufficiente un Pordenone qualunque, seppur protagonista di una sfida sui generis, per riportare a galla i limiti di una rosa con undici titolari all’altezza delle migliori e un gruppo di riserve inadeguate.

La centralità del trequartista nelle idee spallettiane, inoltre, rende necessario un intervento tempestivo nella prossima finestra di mercato, in cui sarà indispensabile anche un ricambio per l’ottimo duo Miranda-Skriniar e, forse un terzino mancino (Dalbert ha bisogno di tempo per abituarsi al calcio italiano, Santon è protagonista di inquietanti blackout e Nagatomo è quello di sempre). Il grande lavoro di un tecnico porta con sé dei miracoli, ma potrebbe non esser sufficiente per contrastare fino in fondo la Juventus. Lo stesso si può dire di Di Francesco, strepitoso condottiero di una Roma che sta superando se stessa in una stagione che si immaginava transitoria. La partenza a fari spenti ha tenuto lontane le pressioni di una piazza molto esigente, ma il primo posto in Champions League nel girone di ferro con Chelsea e Atletico Madrid, unito all’ottimo rendimento in A, ha aumentato pericolosamente le aspettative. Il quarto posto attuale è un virtuale secondo (i capitolini hanno una partita in meno e potrebbero andare a -1 dal Napoli) e sognare lo scudetto è possibile.

I limiti, tuttavia, ci sono, e una difesa di ferro (la migliore del campionato, con 10 gol subiti), sostenuta al meglio da un’ottima mediana, non nasconde le difficoltà dell’attacco. Un paradosso se si pensa alle peculiarità del gioco di Di Francesco, una realtà più spiegabile se si notano le difficoltà di Dzeko. L’attaccante bosniaco, capocannoniere dell’ultima A, sembra esser tornato quello di due anni fa, e gli 8 gol messi a segno finora accrescono i rimpianti per la partenza estiva di Salah, mai realmente sostituito. Delle quattro squadre considerate, la Roma è quella con il peggiore attacco (28 reti, lontane dalle 44 della Juventus, le 38 del Napoli e le 34 dell’Inter) e la peggior coppia d’attacco. Dzeko ed El Shaarawy (secondo miglior marcatore stagionale con 4 segnature) hanno messo insieme dodici gol, mentre la Juventus può vantare i 21 del duo Dybala-Higuain (12+9), il Napoli i 15 di Mertens con Callejon (10+5, più i 4 di Insigne) e l’Inter i 24 di Icardi con Perisic (17+7). L’ennesima rinascita di Dzeko e l’esplosione di Schick potrebbero cambiare le carte in tavola, ma non è l’unico aspetto da considerare.

In un campionato nel quale le distanze sono risicatissime (4 punti tra la prima e la quarta), gli scontri diretti ricoprono (e ricopriranno) un ruolo decisivo. La Roma ha perso in casa contro Inter e Napoli ed è attesa dalla sfida di sabato con la Juventus, a sua volta vincente sui partenopei e fermata allo Stadium dalla Beneamata sullo 0-0, stesso risultato di Napoli-Inter. L’esito di Juventus-Roma ci darà qualche risposta in più sul volto che avrà la lotta per lo scudetto nel girone di ritorno, ma una cosa è certa: il Generale Inverno, tanto caro ad Allegri, sarà la chiave di volta per le avversarie che intendono detronizzarlo e sposterà più di un equilibrio, nel bene e nel male. Insomma, prepariamoci: a prescindere da come andrà a finire, potremo finalmente divertirci.

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