La prigionia del sogno: la biografia del Presidente Dino Viola

La prigionia del sogno: la biografia del Presidente Dino Viola

È stato negli undici anni e otto mesi della presidenza di Dino Viola che la Roma divenne veramente ‘magica’, vincendo il memorabile scudetto del 1983 e cinque Coppe Italia, grazie anche a uomini del calibro di Liedholm, Falcão, Conti, Nela, Pruzzo e Di Bartolomei. Uomo dalla personalità brillante, famoso per l’ironia intelligente e la logica raffinata. Questa la quarta di copertina di Dino Viola, la prigionia del sogno (Ultra Edizioni, 123 pagine, 14 euro), la prima biografia dedicata al compianto presidente giallorosso. Scritto da Manuel Fondato, giornalista e consulente per la comunicazione di aziende e istituzioni – “grande appassionato di calcio e tifoso della Roma” – il volume rende omaggio ad un uomo che rimarrà per sempre una figura di rilievo nella storia del calcio italiano. “Sono cresciuto con la Roma di Viola e sono sempre stato affascinato da questa persona carismatica, furba e raffinata”. Riprende l’autore: “A ventisei anni dalla morte non era stato ancora scritto nulla su di lui, anche per ragioni familiari. Io sono partito proprio dalla famiglia, dai figli che avevano vissuto accanto al padre quegli anni, dai loro racconti. Ho ascoltato molte testimonianze su quel periodo irripetibile, consultato giornali d’epoca e ricostruito minuziosamente gli undici anni della sua presidenza”.

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Il risultato è una biografia approfondita e godibile, che ripercorre la vicenda umana e professionale di un presidente dalle caratteristiche uniche. Una figura, quella di Dino Viola, che lo stesso Fondato tratteggia come “un grande uomo, che incarnava mirabilmente una serie preziosa di qualità: dalla serietà all’abilità fino anche una certa scaltrezza nel perseguire i suoi obiettivi. Un leader che avrebbe potuto realizzare qualunque cosa”. Il libro si apre con una toccante lettera scritta da Federica Viola al padre il 9 maggio 1983. Una missiva battuta a macchina, nella quale la figlia del presidente dello scudetto 1982/83, di tre secondi posti e di cinque Coppe Italia, lo ringrazia per averle insegnato “cosa vuol dire volere una cosa a costo di lavorarci tanto, la diplomazia e la calma una volta conquistato il successo, la serenità nei momenti difficili, e forse anche quando bisogna avere i nervi, cioè al momento giusto”. Uno gesto d’amore, il suo, nei confronti di un padre che da presidente, il giorno dopo la finale di Coppa dei Campioni del 1984 persa a Roma, ai rigori, contro il Liverpool, si rivolse ai suoi tifosi così: “La Roma non ha mai pianto e mai piangerà: perché piange il debole, i forti non piangono mai”.

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Un protagonista assoluto, che Fondato ha voluto omaggiare “aggiungendo alla realtà un pizzico di romanzo, per esempio nella figura del giornalista Pietro che è assolutamente fittizia. L’ho voluto raccontare narrando le giornate di partite paradigmatiche della sua presidenza, i grandi trionfi, le brucianti delusioni, i momenti del leggero declino”. E quando chiediamo all’autore se sarebbe impensabile, nel calcio di oggi, la presenza di un preside carismatico come Dino Viola, la risposta è immediata: “No, anche se lui era una perfetta sintesi tra il presidente di una volta, ovvero il tifoso, appassionato, che investiva e rischiava soldi suoi, e il presidente moderno, più manageriale. Non a caso quando Silvio Berlusconi si affacciò al mondo del calcio prese lui come modello”.

Run for Art, fotografia e sport al Maxxi

Run for Art, fotografia e sport al Maxxi

Al MaxxiMuseo nazionale delle arti del XXI secolo si potrà visitare fino al 12 febbraio la mostra fotografica ‘Run for Art – Europe’, presentata dalla Fondazione Giulio Onesti.

La rassegna, presentata dal consigliere di presidenza della fondazione, Novella Calligaris, nasce dall’idea di unire arte e sport a livello europeo. Sono esposti i 40 scatti finalisti del concorso a cui hanno partecipato fotografi professionali e amatoriali tra i 18 e i 35 anni residenti nell’UE.

La mostra ha riscosso grande successo durante la settimana dello sport a Strasburgo e approda a Roma per volere della presidente della Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento Europeo, Silvia Costa.

L’obiettivo principale di questa iniziativa è quello di unire i valori olimpici alla fotografia, forma più immediata di arte. I fotografi partecipanti si sono cimentati in cinque categorie Ability Diversity, Age Diversity, Culture Diversity, Ethic Diversity, Gender Diversity.

Run for Art fa parte di un progetto più ampio “Amici dello sport” realizzato con il sostegno della presidenza del Consiglio dei Ministri.

I fotografi vincitori di quest’ ultima edizione sono Katerina Saranti, Pauline Tran, Theodor Panagiotopoulose e Volha Arkadzieuna Misiura.

Sono tutti giovani fotografi che si sono distinti per la grande capacità di interpretare il mondo dello sport nella sua autenticità e nei suoi valori più profondi di gioco e condivisione oltre i limiti e le diversità di ogni tipo.

 

Il Genoa supermarket che fa il bene delle big

Il Genoa supermarket che fa il bene delle big

A prescindere dai risultati sul campo, ci sono due periodi dell’anno in cui il Genoa riesce sempre a dare il meglio di sé: le finestre di calciomercato. In un forte impeto di passione autenticamente genoana, e in seguito ad un dialogo con un amico sugli spalti del palazzo del ghiaccio di Milano, sono nate queste righe allo scopo di mettere ordine al discorso che spesso accompagna le operazioni di mercato che da parecchio tempo hanno trasformato il Genoa di Enrico Preziosi in uno vero e proprio supermercato da cui attingere per i nuovi innesti, dove il rapporto qualità-prezzo fa sempre gola a molte big del campionato italiano. Così, visti da un’altra angolatura, lo smantellamento costante e la rivoluzione della rosa che cambia ad ogni estate e ad ogni gennaio, possono tradursi in altre parole: nel suo viavai, il Genoa da diversi anni fornisce non pochi giocatori alle più grandi forze del calcio italiano.

Il diktat della plusvalenza (dovuto a esigenze di bilancio) ha generato una spirale di trasferimenti continui dove tanti giocatori tra cui alcuni di ottima caratura, sono passati dal Genoa per un periodo variabile da sei mesi a due, massimo tre stagioni. Il Genoa, che solitamente compie più di dieci acquisti nel mercato estivo, e vende volentieri pezzi pregiati a metà campionato, si è trasformato in una risorsa utile al calciomercato di Serie A che ha comprensibilmente creato malumori tra le scorribande della passione rossoblù. Il Vecchio Balordo è stato in qualche modo imbalordito anche da questa nuova realtà tipica dell’era Preziosi. Pochi giorni fa Davide Stuto su Il Grifonauta aveva coraggiosamente tentato di razionalizzare l’ormai costante disappunto di non pochi tifosi per un Genoa trasformato in un business e incapace di tenersi i propri gioielli per puntare più in alto: «me ne frego se Pavoletti e Rincon vanno via perché se il Genoa batte la Juve e segna Morosini io sono contento lo stesso», scrive il blogger rossoblù. Le congetture sulla squadra virtuale che avrebbe avuto il Genoa se…ormai si sprecano. Tra le decine di giocatori transitati da Genova, ci sono stati tanti giocatori di talenti ma anche tanti flop. Bergdich, Cabral, Zè Eduardo, Centuriòn, Hallenius, Rudolf sono solo alcuni degli stranieri meteore del Genoa negli ultimi anni di A. A questi si aggiungono tanti italiani che in rossoblù hanno vissuto un’esperienza da dimenticare (Lodi, Ariaudo, Gamberini, Floccari, Acquafresca, Greco…). A queste categorie si aggiungono però le cessioni illustri, quelle che hanno fatto rumore, che sono diventate plusvalenze, che hanno lasciato un logico malumore nel popolo rossoblù, spesso accompagnate da parole di cordoglio da parte del giocatore spesso, che fino a quel momento ha giurato amore eterno finché il romanticismo ha retto. Andando però oltre, prendendo una strada più orientata allo sguardo commerciale della cessione di un beniamino o un top player, si può sostenere che questa fastidiosa forma di business ha costantemente giovato ai vari top team che negli ultimi anni si sono riforniti al Supermercato Genoa.

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Senza voler difendere delle logiche con cui Preziosi gestisce la squadra più antica d’Italia, una rassegna delle varie cessioni può dimostrare come il Genoa abbia spesso venduto alle big giocatori completi, fatti e finiti, pronti per l’uso, capaci di dire la loro in una realtà più importante, oltre che con un contratto più ricco. Non tutti si sono imposti, ma c’è chi invece ha regalato grandi gioie. Ma non solo: alcuni prima di arrivare al Genoa erano giocatori da rigenerare. Da dove cominciare se non da Milito e Thiago Motta? Protagonisti nel Genoa che andò in Europa League, il primo è rimasto l’idolo dei tifosi grazie ai numerosi gol, ed è l’unico ad aver realizzato una tripletta in un derby della Lanterna, mentre il secondo arrivato al Genoa era un giocatore sulla via del tramonto. Dall’anno dopo fecero le fortune dell’Inter, Milito si rese protagonista anche nella finale di Champions League vinta dai nerazzurri. Thiago Motta (al Genoa a parametro zero) è addirittura arrivato alla corte del PSG. Era il 2006-2007, Milito fu solo il primo di una lunga serie, che in realtà cominciò già l’anno prima con Borriello, rinato a Genova con 19 goal in una stagione, e gli anni dopo utile al Milan. Lui dal cuore dei tifosi non se ne è mai andato, troppo belli i ricordi lasciati al Ferraris. Altri, sino all’ultimo Pavoletti, hanno invece salutato il Genoa fra più polemiche.  Domenico Criscito dopo tre anni a Genova ha trovato spazio allo Zenit (ma non esclude un ritorno prima o poi), Stephan El Shaarawy ha fatto tutta la trafila nelle giovanili del Genoa assieme a Mattia Perin, ma la prima squadra l’ha solo assaggiata, finì al Milan per circa 12 milioni. Ai rossoneri andò anche Sokratis Papastathopoulos, che però non brillò. Dal 2013 il greco gioca al Borussia Dortmund. Al suo arrivo al Genoa Juraj Kucka in Italia era un perfetto sconosciuto slovacco. Dopo 4 anni di trafila rossoblù, il Milan decise di puntare anche su di lui, come su Luca Antonelli, terzino moderno di cristallo che al Genoa, dove divenne anche capitano, fece però le cose migliori. Altro nome altisonante è stato quello di Rodrigo Palacio. El Trenza non era un fuoriclasse, al Boca Junior segnò poco più di 50 goal in cinque anni, e quando firmò per il Genoa era già avanti con gli anni. Dopo tre stagioni in cui deliziò il Ferraris con assist, giocate pregevoli e gol di tacco da una volta nella vita, è andato all’Inter nel 2012 dove sinora ha segnato 32 goal in 132 presenze. L’età l’ha ormai portato in fondo alle gerarchie nerazzurre. Dalla cantera genoana è anche emerso Stefano Sturaro, che la Juve decise di acquistare a gennaio 2015 con un semestre d’anticipo, non appena aveva puntato gli occhi su di lui. Oggi alla Juventus è un ottimo rimpiazzo con prospettive davanti, assieme al suo ex compagno di giovanili rossoblù Rolando Mandragora. Nelle ultime due stagioni, ricche di cessioni, il Genoa ha anche rigenerato due giocatori del Milan in difficoltà: prima Niang, poi Suso. Dopo sei mesi a Genova, i due hanno ben figurato nella stagione successiva al Milan, l’ottimo momento di Suso ne è la conferma. Due anni fa al Milan finì pure Andrea Bertolacci per 20 milioni, talento inespresso esploso nell’ultima stagione in rossoblù (2014-2015) con Gasperini. E cosa vi dice il nome Iago Falque? Arrivava dal Rayo Vallecano, i numeri non erano incoraggianti. 13 reti in 32 partite convinsero presto la Roma in cui fece flop. Ora al Torino, è solido con Mihaijlovic. Senza il Genoa, chissà, magari ora sarebbe in serie B spagnola. Come lui, anche Diego Perotti è stato ceduto alla Roma. Uno dei migliori giocatori passati da Genova negli ultimi quattro anni. La sua cessione fu bruciante, a gennaio 2016. El Diez, ha confessato di recente che prima del Genoa, meditava il ritiro. A luglio è stata la volta di Ansaldi all’Inter, reduce da un declino allo Zenit dove Criscito persiste. Gli ultimi due addii pesanti sono quelli di Leonardo Pavoletti e Tomas Rincòn. Il primo è arrivato in punta di piedi, con un grande curriculum in serie B, ma da sesto attaccante del Sassuolo. Si è preso l’attacco rossoblù in poco tempo, fra tre infortuni. Il Napoli ha sborsato 18 milioni dopo solo 6 partite e 4 reti, ma la stagione precedente ha fatto grandi cose. Il venezuelano Rincòn, el general, arrivò al Genoa dall’Amburgo, a parametro zero. Rivenduto a quasi 11 milioni ai Campioni d’ Italia, è uno dei giocatori più forti della sua nazionale, da quando ha giocato al Genoa. Solo in questa lunga serie si contano 19 giocatori che si sono rivelati utili in alcune big italiane, in particolare Inter, Milan e Juventus. Tra la sofferenza rossoblù, il Supermarket Genoa resta aperto. Tra le polemiche e i dissapori, il Grifone è diventato una risorsa per il calciomercato.

Andrej Kuznecov, ricordo di una stella cadente

Andrej Kuznecov, ricordo di una stella cadente

È una notte come tante sull’autostrada A14. E come tante altre volte, il silenzio è rotto dal rumore di uno schianto. Arrivano i soccorsi, dai rottami di una Fiat Tempra vengono estratti una donna e due bambini. Ma per il guidatore è troppo tardi; in un attimo, la pallavolo mondiale perde un simbolo. Tra il 30 e il 31 dicembre 1994 muore, ad appena ventotto anni, Andrej Kuznecov. Si spegne la Stella Rossa. Nasce cittadino sovietico nel 1966. nel piccolo villaggio di Uzyn, base dell’aeronautica nel cuore dell’Ucraina, Dopo qualche anno, papà Ivan decide di trasferirsi con tutta la famiglia a Poltava. Proprio da quelle parti, qualche secolo prima, lo zar Pietro il Grande aveva sconfitto i Karoliner svedesi. È per questo che in russo la frase “essere come uno svedese a Poltava” significa ritrovarsi completamente indifesi. Ma Andrej indifeso non è, lo si capisce sin dall’infanzia. Cresce a vista d’occhio e a dismisura, fino ad arrivare a guardare tutta la famiglia dall’alto del suo metro e novantacinque. E se il primo amore, la fisarmonica, non si scorda mai, è il secondo, la pallavolo, quello che dura in eterno. Il ragazzo ci sa fare e a sedici anni entra nel mondo dei professionisti. Vola a Odincovo, a neanche venti chilometri da Mosca, per indossare la maglia dell’Iskra. Ma tra il verde e le dacie è solo di passaggio, il suo talento è troppo cristallino. Tempo due anni e arriva la chiamata con la C maiuscola. Il figlio del maggiore in pensione entra a far parte del glorioso club sportivo dell’esercito, della squadra più titolata d’Europa, dell’armata invincibile in maglia rossa e blu. Andrej Kuznecov è un giocatore del CSKA Mosca. Brillare in un sestetto fatto di stelle non è cosa semplice, ma il numero 2 è un predestinato. Sei campionati sovietici, cinque Coppe dei Campioni, due ori europei. Basterebbe il palmares a descrivere la grandezza dell’atleta. Un pallavolista completo, uno schiacciatore che riceve meglio di un libero, in un’epoca in cui il libero ancora non esiste. Un vero uomo squadra, che negli anni accumula esperienza internazionale da vendere e che è capace di trascinare i compagni con il proprio esempio.

Incurante dei rischi e del dolore, per tutta la sua carriera Kuznecov non indosserà mai le ginocchiere, restando fedele alle fasciature e a una pallavolo che sta via via scomparendo, sotto i colpi di modifiche regolamentari sempre più invasive. Assieme al vecchio volley, scompare, non senza colpi di coda, anche l’Unione Sovietica. All’Europeo 1991 in Germania arriva una squadra scossa dal tentato golpe di agosto, lacerata come l’URSS dai nazionalismi interni. Eppure il gioco non ne risente, il girone A viene dominato dal primo all’ultimo match; solo la Svezia, memore di Poltava, riesce ad opporsi e a strappare un set all’Armata Rossa. La semifinale contro i Paesi Bassi è una passeggiata. La sfida vera si gioca il 15 settembre a Berlino. Di fronte ai sovietici si para un ostacolo non da poco, dall’altra parte della rete c’è l’Italia campione in carica. In campo c’è la Generazione di Fenomeni, Zorzi e Bernardi, Lucchetta e Gardini. In panchina siede Julio Velasco, il mago di La Plata. Ma l’URSS non è da meno. Le maglie, eccezionalmente blu, hanno nomi importanti. Ci sono Shatunov, Sapega, Fomin. E c’è Kuznecov. Tanto Kuznecov. In attacco, in difesa, persino da alzatore improvvisato. Nel primo set l’Italia sembra prendere il largo, 10-7, tre punti che in regime di cambio palla sono un’eternità. Eppure il numero 2 sembra tarantolato, si getta su ogni schiacciata, recupera palloni ormai persi, regalando ai compagni contrattacchi insperati e fondamentali. Se i ragazzi di Velasco perdono il set subendo un parziale di 8-1, molto del merito è di Andrej, che come premio riceve un colpo sul viso da un compagno durante un maldestro tentativo di salvataggio sincronizzato.

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Ma l’adrenalina ha la meglio sul dolore. C’è una finale da vincere. Il secondo set passa alla storia come “la battaglia di Berlino”. È una lotta senza quartiere, colpo su colpo, una successione infinita di cambi palla intervallati da qualche sporadico punto. Diventa quasi una partita a scacchi, in cui ogni contrattacco rischia di far pendere la partita dall’una o dall’altra parte. Paolino Tofoli alza, cerca Cantagalli, Zorzi, Lucchetta. E tutti trovano Kuznecov. Sempre. A muro, in ricezione, lanciato verso la linea di fondo. Sembra di rivedere un match tra McEnroe e Borg, con il ragazzo di Uzyn nei panni del campione svedese. Gli azzurri, che quel giorno sono bianchi, tirano qualsiasi cosa al di là della rete. Ma non basta. 17-15. Il tricolore viene mestamente ammainato. Il terzo set è una pura formalità. La coppa torna a Mosca per la dodicesima volta. Chi a Mosca non ci torna è Andrej. La situazione in patria è troppo incerta. Molti dei freschi campioni d’Europa preferiscono approfittare dell’apertura delle frontiere e cercano ingaggi in Occidente. Il nostro paese è la terra promessa, la Serie A1 è il campionato più bello e più competitivo del mondo. Sapega si accasa a Padova e anche Kuznecov sceglie l’Italia. Ci sarebbe Ravenna, dove con Kiraly e Timmons metterebbe su un vero e proprio Dream Team. Ci sarebbe Treviso, dove con Lollo Bernardi formerebbe una coppia leggendaria. A Milano ci sarebbero i milioni della Fininvest. E invece Kuznecov sceglie Roma. La Lazio Volley milita in serie A2, ma è una società ambiziosa e per iniziare la sua scalata ingaggia lo schiacciatore sovietico.

Quelle nella capitale sono due stagioni intense, costellate dalla gioia della promozione e dall’amarezza della retrocessione. In A1 arriva anche l’ex compagno di squadra Olikhver, ma il duo venuto dal freddo non riesce a evitare ai capitolini il ritorno nella serie inferiore. Il divorzio con la Lazio, che nel frattempo non si iscrive neanche alla serie A2, è traumatico, con tanto di causa miliardaria. A quel punto Andrej si mette di nuovo in gioco, accettando l’offerta di Gioia del Colle, altra società cadetta. E anche in questo caso, il valore di Kuznecov trascina una formazione fino a quel punto sconosciuta nel paradiso della pallavolo. A Gioia Andrej diventa uno di casa, l’idolo di grandi e piccini. Lui, sommerso da questo affetto, ricambia e si lascia felicemente “adottare” dalla cittadina pugliese, al punto che anche quando si trasferisce a Ferrara per guidare la Les Copains verso la Serie A1, torna spesso e volentieri verso quella che ormai considera casa sua. E sta tornando verso casa anche quella notte, quando la sua auto si schianta sul guardrail, lasciando illesi Lioudmila, Eugenia e Andrea, ma portandosi via la luminosa stella di Andrej.

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Se ne va un pallavolista sublime, un universale, capace di rivestire qualsiasi ruolo senza perdere in efficacia. Eppure la perdita maggiore è quella dal lato umano. Un Campione con la C maiuscola, di volley ma anche di umiltà. Le medaglie, i trofei, la fascia di capitano della Russia non contano, Andrej è il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene, fedele ad un’etica del lavoro che gli è stata insegnata negli anni dell’adolescenza e che non lo abbandonerà mai. Quel che resta negli occhi di tutti è l’eccezionale coraggio dell’uomo e dell’atleta, capace di lanciarsi in salvataggi impossibili senza la paura che solitamente limita l’essere umano. E resta la piccola e forse insignificante storia di un giovane raccattapalle, che durante una partita, davanti all’ennesimo tuffo di Andrej, sgrana gli occhi e guarda preoccupato quelle ginocchia. Graffiate, rosse, indifese, proprio come uno svedese a Poltava. Kuznecov incrocia il suo sguardo e capisce. Si indica il capo, poi le ginocchia. “Dolore è qui, non qui”. Sorride. “Se qui non fa male, lì non fa male”. Quel che Andrej non può spiegargli è che quel discorso può valere per le ginocchia, per un braccio o per la schiena. Non quando il dolore ti stringe forte il cuore. Perché quel giovane raccattapalle è qui a raccontarvelo. E vi assicura che, in casi come questo, quel che dice la testa conta molto poco. Anche dopo ventidue anni, il cuore fa ancora male. Tanto tanto male.

 
“Vincere da Grandi”: Lottomatica e Coni regalano un sogno alle periferie

“Vincere da Grandi”: Lottomatica e Coni regalano un sogno alle periferie

Lo Zen di Palermo, Scampia a Napoli, il quartiere Corviale di Roma. Posti che da sempre vengono descritti come luoghi di degrado, senza speranza, lontani dalla normalità a cui tutti noi siamo abituati. Fra i palazzoni di questi rioni, sono soprattutto i ragazzi a crescere in fretta: senza sogni, senza innocenza e con poche prospettive per il futuro. Quando le storie di queste strade consumate ci arrivano agli occhi – ma soprattutto allo stomaco – ci chiediamo sempre se esiste davvero la “formula segreta” in grado di restituire a questi quartieri un po’ di luce, offrendola soprattutto ai giovani che li abitano. È proprio fra le maglie strette di queste vite giovani che nasce il progetto sportivo  “Vincere da Grandi” . L’iniziativa – che ha preso le mosse nel 2015 grazie all’impegno di Coni e Lottomatica  – si propone di far praticare sport senza costi proprio ai ragazzi delle periferie più “malandate” d’Italia. Lo sport insomma, visto come un “bene”alla portata di tutti. Partito il 23 aprile dello scorso anno, il progetto ha coinvolto fino ad oggi circa 800 ragazzi, toccando prima Napoli e poi Palermo, arrivando a Roma lo scorso 12 dicembre: precisamente al Corviale, periferia sud-ovest della Capitale.

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L’iniziativa prevede – in un contesto sportivo ed educazionale di eccellenza – che tutte le attività avviate vengano seguite da tecnici federali e da campioni olimpici che si occupano personalmente dei ragazzi durante i corsi di calcio, atletica, ginnastica ritmica e calcio freestyle: previsti anche percorsi e attività specifiche per i giovani con disabilità. «È stato un progetto nel quale abbiamo sempre creduto e per questo voglio ringraziare Lottomatica e tutte le persone che lo hanno reso possibile. Lo sport viene esaltato nella sua accezione più nobile e vissuto come esperienza di crescita, come percorso formativo capace di far affrancare i giovani dalle problematiche quotidiane. L’iniziativa è motivo di orgoglio e ci fa capire che investire sul sociale è un’idea vincente», ha detto il presidente del Coni Malagò a margine dell’incontro romano, a cui hanno preso parte anche il presidente di Lottomatica Holding Fabio Cairoli e il calciatore della Roma Alessandro Florenzi. Proprio il giocatore si è detto felice di rientrare nel progetto e ha ringraziato Massimo Vallati, responsabile del centro sociale di Corviale. «L’anno scorso volevano bruciare il ‘Campo dei miracoli’(centro sociale, ndr) perché faceva paura. Questo progetto è la risposta a chi voleva chiudere questa esperienza per paura della cultura, dei sorrisi e della energia di questi ragazzi», ha concluso Vallati.

La collaborazione fra pubblico e privato di Lottomatica e Coni conferma dunque la necessità di realizzare progetti di pubblica utilità. Il coinvolgimento di grandi volti dello sport italiano sembra poi essere un modo più che valido per restituire speranza a giovani che nel futuro credono poco e che invece, proprio attraverso l’inclusione sociale e il senso di legalità, rispetto, impiego che le attività sportive trasmettono, possono andare oltre i confini dei loro quartieri. Sognare un mondo diverso, ricco, colorato: non soltanto dal grigio dei palazzoni dentro i quali sono nati e cresciuti.

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