Lodigiani, il 30 giugno a San Basilio torna la terza squadra della Capitale

Lodigiani, il 30 giugno a San Basilio torna la terza squadra della Capitale

Venerdì 30 giugno 2017, campo Francesca Gianni in Via del Casale di San Basilio a Roma: “Lodigiani 2° tempo”. Il sogno di alcuni ragazzi. Il sogno dei Fedelissimi. Un’idea cullata per mesi e messa in atto senza tanti fronzoli: organizzare una partita tra vecchie glorie, richiamando tutti i personaggi che hanno fatto parte del mondo Lodigiani, e dare vita a un evento unico e mastodontico. Quando la storia si riappropria del proprio scranno. Quando il calcio torna a far brillare un quartiere con i propri personaggi e le proprie leggende, quelle in grado di partire da questa vasta zona periferica di Roma e arrivare fino all’Olimpo.

“Ma San Basilio dove ci sono i lavori della Tiburtina e quel caos infinito?”.

“Sì, proprio là. Ma San Basilio non è solo quello…”.

No. San Basilio è uno spicchio intricato e complesso di una Roma popolare che sempre più tende a esser nascosta e sommersa. Uno spazio condiviso da tanti, dove troppo spesso mancano i servizi più basilari e i bambini non hanno neanche più la “fortuna” di crescere per strada a pane e pallone. Sebbene lo storico campo Francesca Gianni rimanga là, nello stesso luogo dove 45 anni fa cominciò la storia dell’Incredibile Lodigiani. L’epopea di un club “capace di far contare fino a tre” una città come Roma – disse orgogliosamente Guido Attardi, condottiero di quella squadra che nel 1994 sfiorò la B, arrendendosi solo alla Salernitana di Delio Rossi in finale playoff –  divenendo la valida alternativa ai due sodalizi che da sempre rappresentano la Capitale nel pallone: Roma e Lazio.

Qualche tempo fa ingrandimmo la lente sull’universo Lodigiani. Su quanto travagliato fosse stato il cammino di un club che – soprattutto a livello giovanile e dirigenziale – ha fatto letteralmente scuola in Italia e all’estero, sfornando un’interminabile lista di campioni e ottimi giocatori andati, negli anni, a rinvigorire decine di organici della massima categoria, fino a quello della Nazionale. Analizzammo come anche la Lodigiani dovette cedere al male del calcio contemporaneo: gli imprenditori e i marchi totalmente lontani da questo mondo, incompetenti in materia e capaci soltanto di raccattare qualche anno di sopravvivenza per poi sprofondare nell’anonimato. Trovando spesso il fallimento. Capitò proprio questo ai due progetti che pretenziosamente vollero soverchiare la Lodigiani e il suo perfetto meccanismo: la Cisco e l’Atletico Roma. Ma questa è storia raccontata. Passata. E se possibile anche seppellita per sempre.

Perché sugli epitaffi del calcio resterà per sempre impressa la Lodigiani. Quella del 1972. Quarantacinque anni fa, per l’esattezza. Quasi mezzo secolo. Una ricorrenza da non lasciar passare sottotraccia, ma da rimembrare e festeggiare con tutti gli onori del caso. Follia? Idea impossibile? Neanche per niente. “In questo mondo di ladri, c’è ancora un gruppo di amici, che non si arrendono mai” musicava Antonello Venditti. Proprio da quel gruppo di amici, che la Lodigiani l’hanno seguita in veste di tifosi, è nata questa “pazza idea”. Ma dove metterla in pratica? Ovviamente nel luogo che più di tutti rappresenta i biancorossi e in cui è stato gettato il seme per tutto ciò che è venuto negli anni a seguire: il campo Francesca Gianni di San Basilio. Quello delle prime schermaglie con le squadre avversarie, quello dove il presidente Malvicini ha saputo dar vita alla sua creatura, quello dove lentamente un intero quartiere ha imparato a identificare la Lodigiani come qualcosa di “suo”.

E oggi la Lodigiani ritorna proprio là. Come il figliol prodigo. Come quel cane che ha vagato per chilometri ritornando da chi gli ha dato la possibilità di camminare sulle proprie zampe. La Lodigiani è San Basilio e viceversa. SI mischiano l’aristocrazia, l’astuzia e la capacità di una società calcistica alla popolarità, allo spontaneismo e alla veracità di un quartiere che oggi come mai ha bisogno di identificarsi in qualcosa. Di risalire la china attraverso lo sport, attraverso quel pallone che idealmente ancora rotola sulle buche di Via del Casale di San Basilio. Anche se rischia di perdersi nei cantieri aperti della Tiburtina Valeria.

Totti, Toni, Florenzi, Di Michele, Candreva, Bellucci, Stellone, Apolloni, Liverani, Gregori, Bordoni, Venturin, Onorati, Firmani, Agostinelli sono solo alcuni tra i nomi chiamati per l’occasione. Vere e proprie icone di quello che la Lodigiani ha lasciato in eredità al cacio italiano. Percorsi vincenti, ben instradati da chi ha costruito un modello in grado di affascinare intere generazioni.

E siccome sui più giovani debbono attecchire determinati valori, la giornata si aprirà proprio nel loro segno. Alle 17 è infatti previsto un torneo tra classe 2008 mentre dalle 19.30 comincerà la parte più “grossa” della kermesse. Alla conduzione della serata un nome storico per tutti gli sportivi italiani: quel Carlo Paris oggi punto di riferimento in Rai e tanti anni fa responsabile della comunicazione del club.

Nell’era del business a tutti i costi, dei giocatori che cambiano casacca come se nulla fosse e del calcio divenuto ormai un mero spettacolo dal quale tenere distanti i propri sentimenti, quella di San Basilio rischia di essere una delle serate più dense e significative degli ultimi anni. Sì, perché nessuno sarà presente per “fare una marchetta” a qualcun altro, bensì ci saranno uomini e ragazzi che devono la propria carriera alla Lodigiani. E ci saranno i tifosi, in grado di dare nuovamente spettacolo sugli spalti senza dover sottostare alle burocrazie e alle limitazioni che il calcio d’oggi ormai impone ai propri spettatori.

E siccome in questi tempi persino assistere a una partita è diventato troppo spesso difficile dal punto di vista economico, va ricordato che l’ingresso sulle gradinate sarà del tutto gratuito. Perché se il calcio deve essere del popolo e per il popolo, è giusto che lo stesso ne possa usufruire senza intralci e senza ostacoli: che siano economici o fisici.

Venerdì 30 giugno la Roma calcistica sarà in grado rinfocolare una favola mai sopita.

 

Per le foto si ringrazia il sito http://www.fedelissimilodigiani.com/index.htm

Prima dell’Ultima: il cortometraggio sull’ultima notte di Roma prima dell’addio di Totti

Prima dell’Ultima: il cortometraggio sull’ultima notte di Roma prima dell’addio di Totti

Tre ragazzi, una macchina e una telecamera. È il 27 maggio 2017, la notte prima dell’ultima partita di Francesco Totti con la maglia della Roma, e la città si prepara a dare l’addio al suo Capitano. Troveranno volti e voci di incontri fugaci, notturni, regolati dal caso, di compagni di viaggio con cui condividere l’ultima notte di un’avventura durata più di venticinque anni: quella di Francesco Totti con la maglia della sua città.

“Prima dell’ultima” è un cortometraggio di Paolo Geremei, David Gallerano e Paolo Valoppi. Nell’opera Totti non viene mai nominato: «Il nostro è un racconto sulla percezione di Totti, sul suo riflesso, sulla continua assenza e presenza», spiega Paolo Geremei. E anche la scelta di raccontare la notte precedente al suo addio è frutto di una ricerca artistica: «L’attesa era la cosa che più ci interessava, catturare le emozioni di chi si prepara al domani, nei modi più diversi possibili. Abbiamo scelto la notte – conclude il regista – perché è un momento in cui si è veramente se stessi, e perché si respira quell’attesa che di giorno, in qualche modo, vivi con più facilità».

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Il 5 Aprile del lontano 1910, nasceva uno dei primi allenatori pugliesi saliti alla ribalta delle cronache sportive nazionali, Oronzo Pugliese: schietto, focoso, ma soprattutto genuino, un personaggio d’altri tempi, rappresentante di un calcio che ormai non c’è più.

Tutto ha inizio a Turi, 30 Km da Bari, Oronzo nasce in una famiglia contadina, e sin da subito mostra una certa attitudine per il gioco del calcio, l’unico problema è che in città non c’è neanche un campo dove potersi allenare. Per poter giocare bisogna spostarsi: Gioia del Colle, Casamassima, Molfetta, è qui che muove i suoi primi passi. La sua carriera da calciatore però non è straordinaria, e dopo aver girovagato per l’Italia ed essersi fermato per ben sette anni a Siracusa, appende gli scarpini al chiodo nel 1947.

Inizia così, senza neanche troppe ambizioni, la carriera da allenatore, che di soddisfazioni, però, gliene darà molte.

Il Leonzio è la prima società che gli da fiducia, nei dilettanti siciliani (quando ancora gioca nel Siracusa). Opportunità più importanti, però, non tardano ad arrivare; allena il Messina a più riprese, vincendo un campionato di Serie C, quindi la Reggina, che porta dalla IV Serie alla Serie C, il Siena, che porta a un passo dalla Serie B, quindi la chiamata del Foggia, nel 1961.

Vince al primo anno la Serie C, e nel 63-64 viene addirittura promosso in Serie A, vincendo il premio “Seminatore d’Oro” come miglior allenatore del campionato Cadetto. Con i Satanelli scrive le pagine più belle della sua carriera da allenatore, divenendo famoso, oltre che per gli ottimi risultati, anche per il suo inconfondibile modo di fare, tanto da essere definito da Gianni Breraun mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia”.

Infatti in panchina Pugliese è un vero e proprio spettacolo: urla, gesticola, addirittura rincorre sulla fascia i propri giocatori, ma così facendo riesce ad infiammare il pubblico, e a caricare i suoi giocatori fino all’inverosimile, come accade il 31 gennaio 1965.

A Foggia arriva la Grande Inter di Helenio Herrera, detto Il Mago, Campione d’Italia e d’Europa in carica. Pugliese dispone delle serrate marcature a uomo, ordinando ai suoi picciotti, così chiamava i giocatori, di aspettare e pungere in contropiede. I padroni di casa si portano inaspettatamente sul 2-0. l’Inter non ci sta, e riacciuffa il risultato, salvo poi cedere, a dieci minuti dalla fine, a un gol di Nocera, che fissa il risultato sul 3-2: è la consacrazione di Oronzo Pugliese, da quel momento in poi sarà lui il mago, Il Mago di Turi. A fine partita, alla domanda di un giornalista “Come ci si sente ad aver avuto la meglio sulla psicologia di Herrera?” risponde “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.

Rimane negli annali anche una sua dichiarazione riguardo le provocazioni ricevute dai tifosi del Milan durante la partita persa dal Foggia per 1 a 0. Inventando di sana pianta un proverbio, risponde ai giornalisti “quando il pesce grosso non riesce a mangiare il pesce piccolo, il pesce grosso brucia!”.

A fine anno il Foggia chiude sorprendentemente al 9° posto, il che vale a Pugliese la chiamata della Roma, reduce da una stagione deludente.

Nella Capitale disputa 3 stagioni altalenanti, senza mai far fare il salto di qualità alla squadra. Nel secondo anno di permanenza rimane in vetta alla classifica per due mesi, salvo poi crollare nella seconda parte di stagione e terminare ottavo. Qui, però, diventa l’idolo dei tifosi, che mai hanno visto un allenatore tanto coinvolto come Pugliese. Prima di ogni partita sparge il sale intorno alla panchina e dietro la porta avversaria, per cacciare via la sfortuna; non a caso Lino Banfi riprenderà questa scena ne L’allenatore nel pallone, il cui protagonista, Oronzo Canà, è ispirato proprio a Pugliese.

Roma è la sua ultima esperienza felice in panchina, infatti di lì a poco inizia la parabola discendente che lo porterà al ritiro, nel 1978, dopo aver allenato negli ultimi anni Fiorentina, Bari, Bologna e Crotone.

Torna nella sua Turi, dove verrà a mancare nel 1990.

Quella di Oronzo Pugliese è la storia di chi, partito dal niente, è riuscito a ritagliarsi uno spazio nel complesso mondo del calcio italiano, conservando però l’onestà e la semplicità del mondo contadino dal quale proveniva e che non ha mai rinnegato.

Al giorno d’oggi, in un calcio sempre più privo di valori, ricordare figure come quella di Don Oronzo non può che fare bene.

Allenatori dimenticati: Ma davvero Cesare Prandelli non serviva a nessuno?

Allenatori dimenticati: Ma davvero Cesare Prandelli non serviva a nessuno?

Complice l’addio alla Roma di Totti e l’imminente finale di Champions League della Juventus, prevedibile che la notizia di Cesare Prandelli prossimo allenatore dell’Al Nasr, club degli Emirati Arabi, sia passata in secondo piano. Se affascina per i contorni esotici dei suoi paesaggi e per le cifre tropicali dei suoi ingaggi, l’Arabian Gulf League (la Serie-A degli emiri) non possiede certo l’appeal tecnico e la risonanza mediatica di una Premier o di una Liga. E nel recente passato, in più di una circostanza, è stata vista come una sorta di pensione dorata per glorie del calcio europeo che, esaurita la loro parabola ad alti livelli internazionali, scelgono le rive del Golfo Persico per chiudere la carriera senza particolari stress e con cesellature diamantine ai propri conti correnti.

Non sembra però essere questo il caso dell’ex commissario tecnico della Nazionale italiana che, prossimo ai sessant’anni, ha almeno un altro decennio di panchine davanti a sé. Quanto basta per soffermarsi sulla sua nuova destinazione senza derubricarla a mera cronaca sportiva. Perché uno come Prandelli, stimato dentro e fuori i nostri confini, non ha mercato in Serie-A e in Europa e, per allenare, deve spostarsi a Dubai? Beninteso: può darsi benissimo che lui per primo abbia rifiutato offerte dall’Italia o dai principali tornei stranieri, perché non ritenute idonee a differenza di questa proveniente da latitudini medio-orientali. Però è anche vero che Prandelli in primis non ha mai fatto mistero del suo rifiuto al Leicester o del suo mancato approdo alla Lazio l’estate scorsa, per cui si può anche pensare che, Foxes a parte, non abbia davvero ricevuta alcuna proposta dopo la conclusione della sua esperienza col Valencia.

Rimane comunque l’interrogativo se il calcio europeo, quello italiano in testa, non sia diventato all’improvviso miope nei confronti di uno dei più validi e preparati allenatori apparsi sulla scena negli ultimi vent’anni. D’accordo. Le disavventure di Galatasaray e Valencia non hanno giovato al suo curriculum, ma certo non annullano il biennio di Parma – due qualificazioni europee durante il crack Parmalat – i cinque anni di Firenze – due quarti posti conditi da una semifinale di Europa League e l’eliminazione agli ottavi di Champions League più per errori della terna arbitrale che per meriti del Bayern Monaco – e il secondo posto a “Euro ’12” con l’Italia, miglior risultato degli azzurri dopo il 2006.

Prandelli non ha mai vinto un trofeo o un titolo, tranne una serie-B col Verona, però non ha mai avuto squadre attrezzate per riuscirci. Non lo era nemmeno l’Italia del mondiale brasiliano che, se è stato disastroso come dicono i risultati, allora dovrebbe coinvolgere nell’uscita dai radar dei club italiani ed europei anche gli altri responsabili di quell’infausta rassegna: i calciatori.

Così però non è, come dimostrano specialmente quelli che giocheranno la finale di Cardiff, e allora lecito chiedersi se nel calcio conti sempre qualcosa il merito e, qualora la risposta sia affermativa, perché il curriculum di Prandelli, più ricco rispetto a quello di altri colleghi, sia sfuggito ai presidenti di serie-A. Specialmente a quelli impegnati in ricostruzioni o rilanci di natura tecnica. Perché l’Inter non lo ingaggiò l’estate scorsa dopo la separazione da Mancini? Perché a lui, dopo il mondiale del 2014, non pensarono sull’altra sponda meneghina, in quella Milanello alle prese con un organico molto lontano dal valore del “Grande Milan” e che avrebbe soltanto tratto enorme giovamento, in termini di crescita individuale e collettiva, dalle conoscenze tattiche del “Mago di Orz”? E perché la Roma, per sostituire Spalletti, ha intrapreso altre strade? Infine, sempre all’ombra del Colosseo, come mai non si concretizzò il suo passaggio alla Lazio, dato per ormai fatto da parte della stampa, proprio un anno fa di questi giorni?

Di recente, Alberto Malesani, in merito alla dimenticanza del calcio italiano nei suoi confronti (“Non ho più ricevuto telefonate”) ha detto che servirebbe un plotone di servizi segreti per capirla. Forse occorrerebbero anche per il caso di Prandelli. O forse, più semplicemente, gli 007 degli emiri sono stati più abili di quelli del Vecchio Continente

Zverev Über Alles: il destino è scritto

Zverev Über Alles: il destino è scritto

Ripensando alla finale del Master di Roma, potrei definirla con questo detto popolare, ovvero, “Se il buon giorno si vede dal mattino” perché è stato proprio così. Sin dalle prime battute del primo game, dove Djokovic è partito con un doppio fallo e non ha messo in campo una prima palla per tutto il game, si è potuto notare come il campioncino Alexander Zverev fosse l’indiziato numero uno al successo.

Nonostante molti pronosticassero un ritorno alla vittoria del serbo, anche grazie alla semifinale magistrale disputata contro l’altro talento Thiem, il tedesco di origini russe ha dimostrato qualcosa che va al di là della vittoria. Guardandolo durante tutto il match, ha dimostrato una maturità ed una solidità da campione e non certamente da numero 17 al mondo (oggi  è al decimo posto). Con il pugnetto alzato varie volte dopo punti decisivi, ha saputo gestire il match senza farsi prendere dalla frenesia – che spesse volte rapisce i giovani – e nemmeno dalla paura di vincere. Ha condotto senza dare un minimo segnale di cedimento e ha sempre avuto la partita in pugno, nonostante avesse di fronte il numero due del mondo. Con questa vittoria ha certamente consolidato quanto detto ormai da molti: il prossimo numero uno sarà lui. Le qualità e i mezzi li ha tutti. Partendo dal servizio, potente ed efficace, sino al dritto ed il rovescio, colpi che sa gestire e variare a seconda delle circostanze. A differenza di altri talenti che vengono associati a lui come futuri dominatori del tennis mondiale (l’australiano Kyrgios su tutti) ha certamente dimostrato una netta superiorità dal punto di vista mentale, dando spazio a continuità di risultati in un crescendo continuo.

A Parigi, al prossimo Roland Garros, saprà certamente dire la sua, anche se si tratta di un torneo che sfianca e che come lui stesso ha affermato, vede un solo favorito: “Al Roland Garros il favorito è ancora Nadal”. Di sicuro il tedesco dal fisico da giocatore di basket (1.98 per 86 kg), in questo ultimo periodo ha racimolato certezze e conferme dal suo tennis, quello che alla sua età (20 anni) conta veramente: “Vincere a Parigi? Beh prima di questo torneo mi davano zero possibilità di vincere e invece… Comunque ho dimostrato che posso battere i più grandi giocatori nei più grandi tornei”.