Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Il 5 Aprile del lontano 1910, nasceva uno dei primi allenatori pugliesi saliti alla ribalta delle cronache sportive nazionali, Oronzo Pugliese: schietto, focoso, ma soprattutto genuino, un personaggio d’altri tempi, rappresentante di un calcio che ormai non c’è più.

Tutto ha inizio a Turi, 30 Km da Bari, Oronzo nasce in una famiglia contadina, e sin da subito mostra una certa attitudine per il gioco del calcio, l’unico problema è che in città non c’è neanche un campo dove potersi allenare. Per poter giocare bisogna spostarsi: Gioia del Colle, Casamassima, Molfetta, è qui che muove i suoi primi passi. La sua carriera da calciatore però non è straordinaria, e dopo aver girovagato per l’Italia ed essersi fermato per ben sette anni a Siracusa, appende gli scarpini al chiodo nel 1947.

Inizia così, senza neanche troppe ambizioni, la carriera da allenatore, che di soddisfazioni, però, gliene darà molte.



Il Leonzio è la prima società che gli da fiducia, nei dilettanti siciliani (quando ancora gioca nel Siracusa). Opportunità più importanti, però, non tardano ad arrivare; allena il Messina a più riprese, vincendo un campionato di Serie C, quindi la Reggina, che porta dalla IV Serie alla Serie C, il Siena, che porta a un passo dalla Serie B, quindi la chiamata del Foggia, nel 1961.

Vince al primo anno la Serie C, e nel 63-64 viene addirittura promosso in Serie A, vincendo il premio “Seminatore d’Oro” come miglior allenatore del campionato Cadetto. Con i Satanelli scrive le pagine più belle della sua carriera da allenatore, divenendo famoso, oltre che per gli ottimi risultati, anche per il suo inconfondibile modo di fare, tanto da essere definito da Gianni Breraun mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia”.

Infatti in panchina Pugliese è un vero e proprio spettacolo: urla, gesticola, addirittura rincorre sulla fascia i propri giocatori, ma così facendo riesce ad infiammare il pubblico, e a caricare i suoi giocatori fino all’inverosimile, come accade il 31 gennaio 1965.

A Foggia arriva la Grande Inter di Helenio Herrera, detto Il Mago, Campione d’Italia e d’Europa in carica. Pugliese dispone delle serrate marcature a uomo, ordinando ai suoi picciotti, così chiamava i giocatori, di aspettare e pungere in contropiede. I padroni di casa si portano inaspettatamente sul 2-0. l’Inter non ci sta, e riacciuffa il risultato, salvo poi cedere, a dieci minuti dalla fine, a un gol di Nocera, che fissa il risultato sul 3-2: è la consacrazione di Oronzo Pugliese, da quel momento in poi sarà lui il mago, Il Mago di Turi. A fine partita, alla domanda di un giornalista “Come ci si sente ad aver avuto la meglio sulla psicologia di Herrera?” risponde “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.

Rimane negli annali anche una sua dichiarazione riguardo le provocazioni ricevute dai tifosi del Milan durante la partita persa dal Foggia per 1 a 0. Inventando di sana pianta un proverbio, risponde ai giornalisti “quando il pesce grosso non riesce a mangiare il pesce piccolo, il pesce grosso brucia!”.

A fine anno il Foggia chiude sorprendentemente al 9° posto, il che vale a Pugliese la chiamata della Roma, reduce da una stagione deludente.

Nella Capitale disputa 3 stagioni altalenanti, senza mai far fare il salto di qualità alla squadra. Nel secondo anno di permanenza rimane in vetta alla classifica per due mesi, salvo poi crollare nella seconda parte di stagione e terminare ottavo. Qui, però, diventa l’idolo dei tifosi, che mai hanno visto un allenatore tanto coinvolto come Pugliese. Prima di ogni partita sparge il sale intorno alla panchina e dietro la porta avversaria, per cacciare via la sfortuna; non a caso Lino Banfi riprenderà questa scena ne L’allenatore nel pallone, il cui protagonista, Oronzo Canà, è ispirato proprio a Pugliese.

Roma è la sua ultima esperienza felice in panchina, infatti di lì a poco inizia la parabola discendente che lo porterà al ritiro, nel 1978, dopo aver allenato negli ultimi anni Fiorentina, Bari, Bologna e Crotone.

Torna nella sua Turi, dove verrà a mancare nel 1990.

Quella di Oronzo Pugliese è la storia di chi, partito dal niente, è riuscito a ritagliarsi uno spazio nel complesso mondo del calcio italiano, conservando però l’onestà e la semplicità del mondo contadino dal quale proveniva e che non ha mai rinnegato.

Al giorno d’oggi, in un calcio sempre più privo di valori, ricordare figure come quella di Don Oronzo non può che fare bene.

Andrej Kuznecov, ricordo di una stella cadente

Andrej Kuznecov, ricordo di una stella cadente

È una notte come tante sull’autostrada A14. E come tante altre volte, il silenzio è rotto dal rumore di uno schianto. Arrivano i soccorsi, dai rottami di una Fiat Tempra vengono estratti una donna e due bambini. Ma per il guidatore è troppo tardi; in un attimo, la pallavolo mondiale perde un simbolo. Tra il 30 e il 31 dicembre 1994 muore, ad appena ventotto anni, Andrej Kuznecov. Si spegne la Stella Rossa. Nasce cittadino sovietico nel 1966. nel piccolo villaggio di Uzyn, base dell’aeronautica nel cuore dell’Ucraina, Dopo qualche anno, papà Ivan decide di trasferirsi con tutta la famiglia a Poltava. Proprio da quelle parti, qualche secolo prima, lo zar Pietro il Grande aveva sconfitto i Karoliner svedesi. È per questo che in russo la frase “essere come uno svedese a Poltava” significa ritrovarsi completamente indifesi. Ma Andrej indifeso non è, lo si capisce sin dall’infanzia. Cresce a vista d’occhio e a dismisura, fino ad arrivare a guardare tutta la famiglia dall’alto del suo metro e novantacinque. E se il primo amore, la fisarmonica, non si scorda mai, è il secondo, la pallavolo, quello che dura in eterno. Il ragazzo ci sa fare e a sedici anni entra nel mondo dei professionisti. Vola a Odincovo, a neanche venti chilometri da Mosca, per indossare la maglia dell’Iskra. Ma tra il verde e le dacie è solo di passaggio, il suo talento è troppo cristallino. Tempo due anni e arriva la chiamata con la C maiuscola. Il figlio del maggiore in pensione entra a far parte del glorioso club sportivo dell’esercito, della squadra più titolata d’Europa, dell’armata invincibile in maglia rossa e blu. Andrej Kuznecov è un giocatore del CSKA Mosca. Brillare in un sestetto fatto di stelle non è cosa semplice, ma il numero 2 è un predestinato. Sei campionati sovietici, cinque Coppe dei Campioni, due ori europei. Basterebbe il palmares a descrivere la grandezza dell’atleta. Un pallavolista completo, uno schiacciatore che riceve meglio di un libero, in un’epoca in cui il libero ancora non esiste. Un vero uomo squadra, che negli anni accumula esperienza internazionale da vendere e che è capace di trascinare i compagni con il proprio esempio.



Incurante dei rischi e del dolore, per tutta la sua carriera Kuznecov non indosserà mai le ginocchiere, restando fedele alle fasciature e a una pallavolo che sta via via scomparendo, sotto i colpi di modifiche regolamentari sempre più invasive. Assieme al vecchio volley, scompare, non senza colpi di coda, anche l’Unione Sovietica. All’Europeo 1991 in Germania arriva una squadra scossa dal tentato golpe di agosto, lacerata come l’URSS dai nazionalismi interni. Eppure il gioco non ne risente, il girone A viene dominato dal primo all’ultimo match; solo la Svezia, memore di Poltava, riesce ad opporsi e a strappare un set all’Armata Rossa. La semifinale contro i Paesi Bassi è una passeggiata. La sfida vera si gioca il 15 settembre a Berlino. Di fronte ai sovietici si para un ostacolo non da poco, dall’altra parte della rete c’è l’Italia campione in carica. In campo c’è la Generazione di Fenomeni, Zorzi e Bernardi, Lucchetta e Gardini. In panchina siede Julio Velasco, il mago di La Plata. Ma l’URSS non è da meno. Le maglie, eccezionalmente blu, hanno nomi importanti. Ci sono Shatunov, Sapega, Fomin. E c’è Kuznecov. Tanto Kuznecov. In attacco, in difesa, persino da alzatore improvvisato. Nel primo set l’Italia sembra prendere il largo, 10-7, tre punti che in regime di cambio palla sono un’eternità. Eppure il numero 2 sembra tarantolato, si getta su ogni schiacciata, recupera palloni ormai persi, regalando ai compagni contrattacchi insperati e fondamentali. Se i ragazzi di Velasco perdono il set subendo un parziale di 8-1, molto del merito è di Andrej, che come premio riceve un colpo sul viso da un compagno durante un maldestro tentativo di salvataggio sincronizzato.

Ma l’adrenalina ha la meglio sul dolore. C’è una finale da vincere. Il secondo set passa alla storia come “la battaglia di Berlino”. È una lotta senza quartiere, colpo su colpo, una successione infinita di cambi palla intervallati da qualche sporadico punto. Diventa quasi una partita a scacchi, in cui ogni contrattacco rischia di far pendere la partita dall’una o dall’altra parte. Paolino Tofoli alza, cerca Cantagalli, Zorzi, Lucchetta. E tutti trovano Kuznecov. Sempre. A muro, in ricezione, lanciato verso la linea di fondo. Sembra di rivedere un match tra McEnroe e Borg, con il ragazzo di Uzyn nei panni del campione svedese. Gli azzurri, che quel giorno sono bianchi, tirano qualsiasi cosa al di là della rete. Ma non basta. 17-15. Il tricolore viene mestamente ammainato. Il terzo set è una pura formalità. La coppa torna a Mosca per la dodicesima volta. Chi a Mosca non ci torna è Andrej. La situazione in patria è troppo incerta. Molti dei freschi campioni d’Europa preferiscono approfittare dell’apertura delle frontiere e cercano ingaggi in Occidente. Il nostro paese è la terra promessa, la Serie A1 è il campionato più bello e più competitivo del mondo. Sapega si accasa a Padova e anche Kuznecov sceglie l’Italia. Ci sarebbe Ravenna, dove con Kiraly e Timmons metterebbe su un vero e proprio Dream Team. Ci sarebbe Treviso, dove con Lollo Bernardi formerebbe una coppia leggendaria. A Milano ci sarebbero i milioni della Fininvest. E invece Kuznecov sceglie Roma. La Lazio Volley milita in serie A2, ma è una società ambiziosa e per iniziare la sua scalata ingaggia lo schiacciatore sovietico.

Quelle nella capitale sono due stagioni intense, costellate dalla gioia della promozione e dall’amarezza della retrocessione. In A1 arriva anche l’ex compagno di squadra Olikhver, ma il duo venuto dal freddo non riesce a evitare ai capitolini il ritorno nella serie inferiore. Il divorzio con la Lazio, che nel frattempo non si iscrive neanche alla serie A2, è traumatico, con tanto di causa miliardaria. A quel punto Andrej si mette di nuovo in gioco, accettando l’offerta di Gioia del Colle, altra società cadetta. E anche in questo caso, il valore di Kuznecov trascina una formazione fino a quel punto sconosciuta nel paradiso della pallavolo. A Gioia Andrej diventa uno di casa, l’idolo di grandi e piccini. Lui, sommerso da questo affetto, ricambia e si lascia felicemente “adottare” dalla cittadina pugliese, al punto che anche quando si trasferisce a Ferrara per guidare la Les Copains verso la Serie A1, torna spesso e volentieri verso quella che ormai considera casa sua. E sta tornando verso casa anche quella notte, quando la sua auto si schianta sul guardrail, lasciando illesi Lioudmila, Eugenia e Andrea, ma portandosi via la luminosa stella di Andrej.

Se ne va un pallavolista sublime, un universale, capace di rivestire qualsiasi ruolo senza perdere in efficacia. Eppure la perdita maggiore è quella dal lato umano. Un Campione con la C maiuscola, di volley ma anche di umiltà. Le medaglie, i trofei, la fascia di capitano della Russia non contano, Andrej è il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene, fedele ad un’etica del lavoro che gli è stata insegnata negli anni dell’adolescenza e che non lo abbandonerà mai. Quel che resta negli occhi di tutti è l’eccezionale coraggio dell’uomo e dell’atleta, capace di lanciarsi in salvataggi impossibili senza la paura che solitamente limita l’essere umano. E resta la piccola e forse insignificante storia di un giovane raccattapalle, che durante una partita, davanti all’ennesimo tuffo di Andrej, sgrana gli occhi e guarda preoccupato quelle ginocchia. Graffiate, rosse, indifese, proprio come uno svedese a Poltava. Kuznecov incrocia il suo sguardo e capisce. Si indica il capo, poi le ginocchia. “Dolore è qui, non qui”. Sorride. “Se qui non fa male, lì non fa male”. Quel che Andrej non può spiegargli è che quel discorso può valere per le ginocchia, per un braccio o per la schiena. Non quando il dolore ti stringe forte il cuore. Perché quel giovane raccattapalle è qui a raccontarvelo. E vi assicura che, in casi come questo, quel che dice la testa conta molto poco. Anche dopo ventidue anni, il cuore fa ancora male. Tanto tanto male.

 
Cosa manca davvero a Napoli, Inter e Roma per competere con la Juventus?

Cosa manca davvero a Napoli, Inter e Roma per competere con la Juventus?

Finalmente ci stiamo divertendo un po’. La Serie A, caratterizzata negli ultimi anni dalle corse solitarie (o quasi) della Juventus, sembra aver riassunto la forma di una competizione vera, almeno per il titolo. Visti alcuni precedenti, il condizionale è d’obbligo (l’Inter, campione d’inverno nel 2015/16, chiuse quel campionato al quarto posto), ma, arrivati ad un passo dal giro di boa, la sensazione è che non ci sia più spazio per i soliti monologhi. Napoli, Inter e Roma (e anche la Lazio, attualmente quinta) hanno alzato l’asticella e si sono avvicinate non poco alla Juventus, vincitrice degli ultimi sei scudetti. Tuttavia, a prescindere dalla piazza d’onore ora occupata, la favorita è sempre la stessa. E le avversarie dovranno fare qualcosa per annullare il gap ancora esistente. Che cosa? Proviamo a dare una risposta.



Partiamo dal Napoli, capolista provvisoria del campionato e principale indiziata per la conquista dell’effimero titolo invernale. Dopo un avvio sensazionale, la banda di Sarri aveva rallentato il passo nelle ultime settimane, salvo poi riscattarsi (ritrovando la vetta) con l’ultimo 1-3 di Torino. Ad oggi ha la seconda miglior difesa (11 gol subiti) e il secondo miglior attacco (38 gol fatti). Il gioco, seppur meno convincente rispetto ai primi due mesi di A, è ancora uno dei più divertenti in Europa e tutto sembra andare per il verso giusto. Allora cosa manca? Perché il primato non è sufficiente per essere la favorita alla vittoria finale? In virtù dei difetti strutturali che caratterizzano una rosa ottima nell’undici e inconsistente nelle retrovie, incapace di sostituire degnamente i lungodegenti Ghoulam e Milik (oltre che buona parte dei titolari), ma non solo. L’unico incrocio diretto stagionale con la Juventus ha palesato ancora una volta i limiti del comunque straordinario Sarri, uscito sconfitto dal confronto col machiavellico Allegri, maggiormente flessibile sul piano tattico.

È difficile immaginare che una squadra possa vincere il maggior campionato italiano (ancora oggi il più complesso al mondo sul piano tecnico-tattico) con la forza di una sola idea (seppure stupenda). In attesa di un’improbabile smentita, il genio dei camaleonti avrà sempre la meglio sull’integralismo dei maestri. Se a questo si aggiunge la scarsa dimestichezza con il turnover, l’impegno a febbraio in Europa League (se possibile, ancora più dispendiosa della Champions) e la netta involuzione di Hamsik, fulcro della squadra con le polveri bruciate, il quadro sembra chiaro, ma un bagno d’umiltà da parte di Sarri, unito ad un mercato invernale all’altezza, potrebbe cambiare tutto. Un po’ come per l’Inter, almeno sull’ultimo punto. Il capolavoro di Spalletti ha portato i nerazzurri ad essere imbattuti per sedici giornate, ma lo stop con l’Udinese è un campanello d’allarme significativo. L’assenza di impegni settimanali ha facilitato non poco il lavoro del tecnico ed è stato sufficiente un Pordenone qualunque, seppur protagonista di una sfida sui generis, per riportare a galla i limiti di una rosa con undici titolari all’altezza delle migliori e un gruppo di riserve inadeguate.

La centralità del trequartista nelle idee spallettiane, inoltre, rende necessario un intervento tempestivo nella prossima finestra di mercato, in cui sarà indispensabile anche un ricambio per l’ottimo duo Miranda-Skriniar e, forse un terzino mancino (Dalbert ha bisogno di tempo per abituarsi al calcio italiano, Santon è protagonista di inquietanti blackout e Nagatomo è quello di sempre). Il grande lavoro di un tecnico porta con sé dei miracoli, ma potrebbe non esser sufficiente per contrastare fino in fondo la Juventus. Lo stesso si può dire di Di Francesco, strepitoso condottiero di una Roma che sta superando se stessa in una stagione che si immaginava transitoria. La partenza a fari spenti ha tenuto lontane le pressioni di una piazza molto esigente, ma il primo posto in Champions League nel girone di ferro con Chelsea e Atletico Madrid, unito all’ottimo rendimento in A, ha aumentato pericolosamente le aspettative. Il quarto posto attuale è un virtuale secondo (i capitolini hanno una partita in meno e potrebbero andare a -1 dal Napoli) e sognare lo scudetto è possibile.

I limiti, tuttavia, ci sono, e una difesa di ferro (la migliore del campionato, con 10 gol subiti), sostenuta al meglio da un’ottima mediana, non nasconde le difficoltà dell’attacco. Un paradosso se si pensa alle peculiarità del gioco di Di Francesco, una realtà più spiegabile se si notano le difficoltà di Dzeko. L’attaccante bosniaco, capocannoniere dell’ultima A, sembra esser tornato quello di due anni fa, e gli 8 gol messi a segno finora accrescono i rimpianti per la partenza estiva di Salah, mai realmente sostituito. Delle quattro squadre considerate, la Roma è quella con il peggiore attacco (28 reti, lontane dalle 44 della Juventus, le 38 del Napoli e le 34 dell’Inter) e la peggior coppia d’attacco. Dzeko ed El Shaarawy (secondo miglior marcatore stagionale con 4 segnature) hanno messo insieme dodici gol, mentre la Juventus può vantare i 21 del duo Dybala-Higuain (12+9), il Napoli i 15 di Mertens con Callejon (10+5, più i 4 di Insigne) e l’Inter i 24 di Icardi con Perisic (17+7). L’ennesima rinascita di Dzeko e l’esplosione di Schick potrebbero cambiare le carte in tavola, ma non è l’unico aspetto da considerare.

In un campionato nel quale le distanze sono risicatissime (4 punti tra la prima e la quarta), gli scontri diretti ricoprono (e ricopriranno) un ruolo decisivo. La Roma ha perso in casa contro Inter e Napoli ed è attesa dalla sfida di sabato con la Juventus, a sua volta vincente sui partenopei e fermata allo Stadium dalla Beneamata sullo 0-0, stesso risultato di Napoli-Inter. L’esito di Juventus-Roma ci darà qualche risposta in più sul volto che avrà la lotta per lo scudetto nel girone di ritorno, ma una cosa è certa: il Generale Inverno, tanto caro ad Allegri, sarà la chiave di volta per le avversarie che intendono detronizzarlo e sposterà più di un equilibrio, nel bene e nel male. Insomma, prepariamoci: a prescindere da come andrà a finire, potremo finalmente divertirci.

Champions League: Wembley e Kharkiv, terre da conquistare

Champions League: Wembley e Kharkiv, terre da conquistare

Che sia verso Kiev o per Lione, Champions o Europa League, la storia non cambia. A partire dal 14 febbraio, le italiane si troveranno di fronte a 6 sfide dal sapore diverso, nella speranza che altrettante vittorie nel doppio incontro/scontro possano innaffiare con altre gocce di fiducia un calcio italiano che, fuori dal Belpaese, dopo la vittoria nerazzurra del Maggio 2010 si è colorato a forti tinte bianconere. Per fortuna. Se il calcio italiano deve in qualche modo ringraziare la potenza della corazzata agli ordini di Massimilano Allegri, quest’anno anche il Sassuolo di turno – l’Atalanta di un Gasperini inappuntabile – ha sbaragliato la concorrenza rendendo ancor più dolce la presenza di un sestetto azzurro nei sorteggi delle fasi finali a Nyon.

La vera grande sconfitta, il Napoli, potrà rialzarsi in pochi istanti ma dovrà vedersela contro un avversario piuttosto scomodo, giovane e desideroso di emergere il prima possibile. A proposito di avversari, cerchiamo di analizzare nel dettaglio tutte le squadre che cercheranno di sbarazzarsi delle nostre “regine”. Cominciamo dalla Champions League, prima di ritrovarci fra qualche giorno con un’analisi delle sfidanti nell’altrettanto appassionante e variegata Europa League.



 

TOTTENHAM HOTSPUR – Impossibile e probabilmente ingeneroso non attribuire agli Spurs lo scettro di squadra più pericolosa e temibile fra quelle accoppiate con le italiane. Preventivabile, visto che si tratta dell’avversaria affibbiata alla Juventus in una gara “dove dovremo giocare da Juventus”. Un titolo del Telegraph di qualche settimana fa (al termine del pareggio casalingo contro il WBA) riassume alla perfezione la condizione attuale della squadra allenata da Pochettino: “Siamo fuori dalla corsa per il titolo”, ipse dixit.

Se White Hart Lane è sempre stato un fortino, la Fiorentina di Paulo Sousa e Inter di Roberto Mancini ne sanno qualcosa, non si può dire ancora lo stesso per Wembley, stadio di casa durante i mesi che occorrono per la costruzione di un nuovo e lussuoso impianto. La nuova casa degli Spurs ha generato sentimenti contrastanti, fra chi . Da questo punto di vista, giocare la seconda gara in trasferta potrebbe non essere uno svantaggio.

 GLI ATTORI – Se Paolo Di Canio, nel consueto Premier Show del weekend, sostiene che Pochettino stia un pizzico esagerando, soprattutto nelle posizioni di Eric Dier e Dele Alli, le ultime gare hanno confermato come il Tottenham Hotspur versione 2917/18 si affidi al 4-2-3-1 di stampo europeo. Lloris; Trippier, Sanchez, Vertonghen, Rose; Dier, Dembele, Alli, Eriksen, Son; Kane.

Le novità si chiamano Sissoko centrale di centrocampo, con Eric Dier ripristinato alla condizione di centrale difensivo, insieme al ritorno graditissimo di Erik Lamela, reduce dal lungo stop per la frattura dell’anca. Nella sfida contro il Watford (1-1 a Vicarage Road) del mese scorso, come ricordato da questa grafica di SkySports inglese, il Tottenham si è schierato con il trio Son-Alli-Eriksen a creare trambusto fra le linee. Squadra in crescita dopo un inizio poco confortante, molto ci dirà la prossima gara contro il Manchester City di Guardiola. Insomma, citando la prima pagina di Tuttosport di qualche giorno fa: “Sorteggio duro per la Juve? Un Pochettino”.

SHAKHTAR DONETSK – Sono stati citati in lungo e in largo i 4 precedenti fra la Roma e la squadra ucraina, vincente per 3 volte ad eccezione del 4-0 nella gara del 12 settembre 2006. Nel Febbraio del 2011 andarono a segno Jadson, Douglas Costa e Luiz Adriano, mentre Eduardo e Willian sancirono un pesantissimo 3-0 anche nella gara di ritorno. A quasi 7 anni di distanza, lo Shakhtar non ha cambiato poi molto la sua natura tendente alla folta truppa brasiliana continua a rendere i neroarancio temibili ed imprevedibili, sebbene Bernard, Marlos, Taison, Dentinho, Fred così come i terzini Ismaily ed Azevedo non abbiano ancora trovato la fortuna di cui hanno potuto godere proprio i vari Douglas Costa e Willian, arrivati ai Quarti di Finale con ben altre squadre. Meno talento? Colpa, forse, anche dello spostamento di interesse dal campionato russo ed ucraino a nazioni quali Belgio e Polonia. Meno interesse, meno titoli di giornale, maggiore necessità di dimostrare il proprio valore in gare di spessore come quella contro i giallorossi. Ne sono una prova le vittorie contro Napoli e Manchester City, passate quasi inosservate ad inizio e fine girone ma rivelatesi decisive al momento di fare i conti.

GLI ATTORI – Aggirato il problema stadio, al Metalist di Kharkiv servirà non subire reti, nella speranza di poter bucare una retroguardia – almeno sulla carta – di valore non eccelso. In Ucraina lo Shakhtar ha appena vinto il campionato con il miglior attacco del torneo, ma non si può dire altrettanto per la difesa: 18 reti in 19 partite, tradotto? Un gol, prima o poi, tende ad arrivare. Dunque, semplificando e riducendo ai minimi termini, l’importante sarà prima non prenderne.

I terzini, Ismaily e Srna, affiancano generalmente la coppia difensiva tutta ucraina formata da Rakitsky e Ordets, mentre gli altri nomi da segnare sono il mediano Stepanenko e il fantasista Kovalenko. La linea mediana nel 4-2-3-1 di Fonseca, formata proprio da Stepanenko e Fred, interpreta alla perfezione lo spirito della squadra di Donetsk, a metà fra il Brasile (non solo quello delle spiagge di Copacabana, anche calcio di sostanza) e la madrepatria ucraina. A metà è anche il passaporto del bomber Facundo Ferreyra, che sembra aver trovato finalmente l’anno della consacrazione. “Non vanno presi sotto gamba”, parola di Francesco Totti, che contro lo Shakhtar ha provato ben tre volte il sapore amaro della sconfitta.

 

Ricchi o Poveri: dov’è finita la Middle Class della Serie A?

Ricchi o Poveri: dov’è finita la Middle Class della Serie A?

I nobili se la ridono: gli operai sono sempre più operai e la borghesia è piccola piccola, senza le potenzialità per diventare grande. Al massimo sorride, quando per un attimo si ritrova in alto. I nobili si divertono un mondo, ma un re non c’è. Cinque principi, stretti intorno a un tesoretto che una volta sarebbe valsa la luna, lottano spietatamente per un posto al sole, riservato ai campioni che vogliono l’Europa delle grandi casate. C’è chi non perde mai, ma è appena sufficiente per tenere il gruppo compatto, non per imporre un ritmo irresistibile. E chi ogni tanto lo fa, riservando tuttavia l’onore del colpo letale a un pari grado.

Questa non è una pagina di Storia che arriva da chissà dove. Questa è la Serie A, sempre più simile a una Premier o a una Liga qualunque. E c’è qualcosa che non va. Perché se da una parte è vero che sarà entusiasmante vivere la battaglia per lo scudetto, privata probabilmente del solito, tedioso, uomo solo al comando, dall’altra c’è poco più del nulla. Chi dovrà dare l’anima per non retrocedere è già lontano anni luce, e la cerchia si è ampliata. Perché la middle class, un tempo più vicina alle nobili sorelle, soffre oggi di vertigini e preferisce volare basso. Abbassando nettamente il livello di un campionato che si trova ogni anno a gestire una coperta troppo corta.

Spieghiamoci meglio.  Come accade da sempre in tutti i campionati, ci sono tre tronconi. Il primo si gioca il titolo e i posti disponibili per l’Europa e il terzo pensa a salvare la pelle. Il secondo, invece, balla in un limbo a metà strada tra la gloria e il fallimento. Un posizionamento tranquillo, senza patemi. In molti casi non cercano altro che un anno di transizione, sognando nuovi obiettivi per il futuro. Il problema, però, è l’assenza totale di ambizioni: la middle class è troppo piccola per impensierire le grandi e si avvicina al livello del terzo gruppo, riuscendo comunque a vincere agilmente il campionato dei poveri.

Lo dicono i numeri: le prime cinque in classifica (Napoli, Inter, Juventus, Lazio e Roma) hanno raccolto globalmente la miseria di quattro sconfitte, tutte arrivate in scontri diretti. Di queste, le prime due non hanno mai perso e hanno raccolto rispettivamente 31 e 29 punti sui 33 disponibili in undici giornate. La Beneamata spallettiana ha riscritto persino il record dell’Inter del Triplete, ma il punto in più gli è valso finora solo il secondo posto. A differenza della creatura di Mourinho, primissima nel 2009/2010 con sette lunghezze di vantaggio sulla Juventus. La lotta per il titolo non è mai stata così aperta, e il duello tra le cinque sorelle, racchiuse in sette punti (forse quattro, se la Roma batterà la Sampdoria nel recupero del 13 dicembre), potrebbe esser messa in discussione solo dall’inserimento dei doriani (sesti a -11) con la sfida appena menzionata o un’improbabile rimonta del Milan, ottavo a -15.

Se si mette da parte lo psicodramma del Benevento, guardare la classifica a testa in giù porta risposte simili. Il livellamento verso il basso delle squadre della seconda metà della graduatoria ottiene come conseguenza una lotta retrocessione finalmente viva e aperta a più nomi, sorprendenti o meno. Lo dimostra la distanza esigua di 3 punti che separa il Verona (penultimo a 6) dal Cagliari, quattordicesimo con 9. E se nobili e operai devono affrontare una lotta simile per obiettivi diversi, l’arma a disposizione è la stessa: pareggiare serve a poco. Nel primo caso si gioca per vincere sempre, nel secondo per arrivare ai 3 punti quando possibile.


 

La Serie A ha per questo messo una croce sulla possibilità di spartire il bottino (nessun pareggio nelle ultime due giornate): le grandi, impelagate in una lotta serratissima, non possono lasciar per strada manco le briciole, le piccole si impegnano solo contro le avversarie del loro livello e le medie, in via d’estinzione, non riescono a contrastare lo strapotere delle più forti e si rifanno nei confronti delle più deboli. Dei tre tronconi canonici ne restano due, con il rischio che Sampdoria (?), Fiorentina, Milan, Torino e Atalanta (ma anche Chievo, Bologna e Udinese) siano più simili alle ultime che alle prime.

 

Questo fenomeno ha due conseguenze. Da una parte le grandi stanno assumendo una dimensione sempre più europea, certificata dall’ottimo rendimento in Champions ed Europa League. Dall’altra la Serie A abbassa continuamente il livello medio, dando vita ad un’infinità di sfide non all’altezza della storia del nostro campionato. Finché non si ripartiranno i diritti tv con maggior serietà (finalmente ci si sta muovendo in questo senso) e non si opterà per un ritorno alle 18 squadre di un tempo che ci metterebbe al riparo da fenomeni spiacevoli come quello che sta vivendo il Benevento, la A sarà questa. Più bella in alcuni casi, improponibile in moltissimi altri. E con una borghesia che non avrà mezzi e motivazioni per diventare nobile. La vogliamo così? Decisamente no.

 

 

 

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