Guendalina Sartori (Tiro con l’arco):”Alle donne dico siate fiere, non abbiate paura e non fatevi mettere i piedi in testa da nessuno”

Guendalina Sartori (Tiro con l’arco):”Alle donne dico siate fiere, non abbiate paura e non fatevi mettere i piedi in testa da nessuno”

Le ultime olimpiadi di Rio 2016 hanno restituito all’Italia un medagliere non stellare. Il Bel Paese ha chiuso al nono posto raccogliendo 28 medaglie, tra le quali 8 ori. Quello che stupisce è che molte delle medaglie siano arrivate da discipline che altro non solo che una sublimazione delle antiche arti guerriere. Si pensi al tiro a segno grazie al quale abbiamo portato a casa 7 medaglie, tra le quali 4 ori, alla scherma, 4 medaglie, o alla lotta corpo a corpo, un oro e un argento nel judo e un bronzo nella lotta libera. Di queste 5 sono state vinte da donne. Molti anche gli atleti che il medagliere l’hanno solo sfiorato, tra questi spicca il trio femminile di tiro con l’arco composto da Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari. Le atlete hanno condotto una bellissima olimpiade classificandosi però al quarto posto dopo aver perso il bronzo contro le sfidanti di Tapei. Le ragazze hanno dimostrato forza, autodeterminazione ed eleganza non solo in pista ma anche nella replica alla piccola tempesta mediatica che le ha coinvolte subito dopo la loro ultima gara. Abbiamo sentito Guendalina Sartori, atleta del Centro Sportivo dell’Aeronautica Militare, per farci raccontare la sua esperienza olimpica ma anche la quotidianità di una donna e atleta forte e determinata.

Il tiro con l’arco è senza dubbio uno sport di precisione ma anche una disciplina che comunica forza. Com’è nata la tua passione per questo sport?

Io sono nata a Monselice, a settembre da noi fanno una rievocazione medievale nel corso della quale i concittadini si sfidano anche a suon di arco e frecce. Da piccolina ne ero incantata ed ho insistito così tanto con i miei genitori che alla fine mi hanno portata a provare. Ecco dalla prima volta che ho tirato con l’arco me ne sono innamorata e da allora non ho più smesso.

Nel corso delle ultime olimpiadi l’Italia ha conquistato diverse medaglie in quegli sport che potremmo definire rievocazioni di antiche arti guerriere. Secondo te come siamo arrivati a questi risultati?

Non credo che il Coni abbia fatto un lavoro specifico in questi sport ma ha fatto un gran lavoro molto generale su tutti gli sport. Poi che  risultati siano arrivati da una tipologia di sport piuttosto che da un’altra per me è dato un po’ dal caso. Comunque il Comitato Italiano si è mosso molto bene per aiutare gli atleti nella pratica del loro sport.

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Secondo te in che modo la pratica sportiva può aiutare le donne a meglio tutelarsi rispetto ad eventuali soprusi?

Lo sport può aiutare le donne ad avere maggiore consapevolezza di se stesse e del proprio corpo. Inoltre mette ognuno a diretto contatto con i propri limiti e ti fa venir voglia di spingere l’asticella sempre un po’ più in alto per superarli lasciandoti scoprire abilità che non pensavi di avere.  Tutto questo conferisce una forza interiore che porta a non trovarsi in situazioni pericolose o a riconoscerle per tempo ed evitarle.

Quando parliamo di violenza sulle donne parliamo non solo di violenza fisica ma molto spesso verbale. Quest’estate tu e le tue colleghe siete state oggetto di un titolo di giornale diciamo sopra le righe, come avete reagito?

Appena abbiamo visto l’articolo che parlava di noi ci siamo subito sentite al telefono e abbiamo deciso di replicare insieme. Poi è intervenuto anche il nostro presidente e le polemiche si sono placate. Per quanto riguarda l’evento io ti dico che l’abbiamo superato molto tranquillamente, capita a tutti di sbagliare. Sbagliare un titolo di giornale non è la cosa migliore che si possa fare ma poi sono arrivare le scuse del direttore e dell’editore, abbiamo capito la buona fede e siamo rimaste in buoni rapporti, insomma non è successo niente. Dispiace solo che a volte alcuni argomenti siano trattati in maniera un po’ superficiale senza dare troppo peso ad alcune parole.

Quali sono le maggiori difficoltà che vive un’atleta?

Dietro ogni atleta ci sono fragilità umane, si vivono momenti di crisi, momenti in cui vorresti lasciar perdere tutto ma ami talmente tanto quello che stai facendo che continui a sbattere la testa fino a quando non abbatti il muro delle tue difficoltà e dei tuoi limiti.

Quali sono, invece, le difficoltà maggiori di una donna che è anche un’atleta olimpica?

L’aspetto più difficile è la conciliazione tra la vita privata e l’attività agonistica. Riuscire a dedicare il giusto tempo alla casa e al mio compagno senza  togliere tempo agli allenamenti. Però la nostra forza, la forza di noi donne è la capacità di riuscire a fare tutto, come se la nostra giornata fosse composta da più ore. Siamo bravissime a ritagliare anche solo piccoli spazi per tutto e a non lasciare indietro niente.

Ci lasci un messaggio di incoraggiamento e forza alle donne che ci leggeranno?

Le donne non devono abbattersi, non devono farsi mettere i piedi in testa da nessuno ma devono camminare a testa alta. In caso di pericolo agire senza paura e rivolgersi alle forze dell’ordine.

Daniele Garozzo in buona compagnia: quanti trofei rubati e ritrovati nella storia

Daniele Garozzo in buona compagnia: quanti trofei rubati e ritrovati nella storia

C’è stato il lieto fine per Daniele Garozzo che può fortunatamente sorridere alla fine di una brutta esperienza che l’ha visto protagonista. Il fiorettista azzurro, vittima del furto della medaglia d’oro vinta ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, ha ricevuto la bella notizia del ritrovamento a Tokyo dove stava disputando una gara valida per la Coppa del Mondo. La medaglia più preziosa è stata recuperata in un cassonetto di Milano da una signora che non ha esitato a contattate l’entourage del campione azzurro. “La signora è stata stupenda – ha esultato Garozzo – mi ha contattato tramite i social e mi ha spiegato che mi conosceva e aveva saputo della storia sui giornali. È stata stupenda e la inviterò a cena. Ora la medaglia è nelle mani di un amico fidato, quando torno da Tokyo potrò riprendermela”.

Una storia simile quella capitata a Joe Jacobi, campione olimpico a Barcellona 1992 nella canoa slalom, che poté indossare di nuovo la medaglia rubata grazie ad una bambina di sei anni. Il luogo del ritrovamento? Sempre la spazzatura, luogo preferito dai ladri per sbarazzarsi dei trofei nel timore di essere scoperti.

Non fu in un cassonetto bensì in un negozio di antiquariato che l’Associazione Sportiva Roma ritrovò la coppa del primo scudetto, quello del 1942. Circa trent’anni dopo il falegname nonché tifoso romanista Alfredo Mollicone dopo averla riconosciuta, la acquistò dal negozio per restituirla alla società capitolina che organizzò una cerimonia con gli eroi dello storico tricolore per l’occasione. Un dramma che nel calcio italiano non ha interessato solo i colori giallorossi, anche il Milan fu protagonista di uno spiacevole episodio riguardante questa volta due trofei minori. La Toyota Cup, assegnata al miglior giocatore della finale di Coppa Intercontinentale e il Trofeo Santiago Bernabeu sparirono dalla bacheca del club milanese nel 2014 per poi comparire nel catalogo di un’asta londinese. Una storia bizzarra che fece infuriare il club rossonero.

Ben sessanta invece furono i trofei sgraffignati dal quartier generale della scuderia della Red Bull a Milton Keynes da una banda composta da una decina di malviventi. Parte della refurtiva fu recuperata nel lago di Horseshoe mentre il resto, circa quaranta tra coppe e targhe, non fu mai ritrovato. E non c’è pace nemmeno per i defunti. Nel 2014 furono infatti rubati in una banca molti trofei individuali appartenenti allo storico capitano dell’Inter, Giacinto Facchetti scomparso nel 2006. E come dimenticare la brutta sorpresa che l’ex numero 1 del tennis mondiale Pete Sampras trovò nel suo appartamento di Los Angeles nel 2010. Più di 50 trofei, tra cui due Coppe Davis, furono portate via dalla casa del campione statunitense. “Perdere queste cose è come se la storia della mia vita nel tennis fosse stata presa. Spero solo che chi li ha non li abbia distrutti”, il commento amaro del tennista. E forse il responsabile deve aver ascoltato con attenzione le parole di Sampras al punto da abbandonare la refurtiva, forse preso dal senso di colpa, in un cartone nei pressi di un ospedale. Un trofeo sarà sempre di proprietà di chi l’ha conquistato con sacrificio e fatica. Anche i ladri sembrano averlo capito.

Sandro Donati:” Il doping è un problema che non si vuole risolvere”

Sandro Donati:” Il doping è un problema che non si vuole risolvere”

Sandro Donati è tornato a parlare. Dall’Università di Venezia, davanti ad un platea di 150 studenti del dipartimento di Psicologia, il guru dell’antidoping è ritornato sulla vicenda Schwazer e la sua squalifica alle Olimpiadi di Rio della scorsa estate. Una decisione voluta per colpire direttamente il tecnico, da 30 anni aspro oppositore dell’utilizzo di farmaci nel mondo dello sport.

Certo di una vittoria del marciatore altoatesino ai Giochi brasiliani, punta il dito contro le case farmaceutiche che, secondo lui, hanno voluto impedire che ciò accadesse in quanto, a quel punto, Schwazer avrebbe rappresentato il testimonial d’eccellenza dello sport pulito e convinto gli altri atleti a fare lo stesso. Una pratica, quella dell’utilizzo di sostanze farmacologiche, vietate o non che, dal punto di vista di Donati, ha cambiato il modo di fare sport, facendo emergere personalità impreparate e portando all’involuzione dell’allenamento.

Un utilizzo senza ragioni dei farmaci, anche ai livelli amatoriali dove la posta in palio, in molti casi, neanche c’è. Donati ha poi evidenziato il problema per le fasce di età più giovani e per gli atleti paralimpici. Il primo colpevole di questa dilagante piaga è il Cio che si preoccupa solo dei proventi dai diritti tv e degli sportivi di grido, abbandonando a se stessi gli altri, che rappresentano invece il 98% del movimento.

L’intervento di Donati, poi, si conclude con un’ultima bordata e una speranza: “I giovani che devono portare un nuovo modo di pensare e agire, ma finora il problema non lo si è voluto risolvere

E’ morto il Re, Viva il Re! Murray detronizza Djokovic e diventa il padrone del Tennis

E’ morto il Re, Viva il Re! Murray detronizza Djokovic e diventa il padrone del Tennis

È arrivato il momento! Finalmente, per i simpatizzanti delle umane questioni, per chi parteggia per il più debole, per chi si schiera coi titani e contro gli dei. Andy Murray è il nuovo padrone del tennis mondiale – il ventiseiesimo da quando un computer ha la mansione di stilare classifiche e immortalare gerarchie – dopo una rincorsa selvaggia culminata con la finale di Parigi, sponda Bercy, e la contestuale sconfitta di Djokovic il giorno prima. Il ragazzone di Dunblane, incluso dai media nel privé super elitario dei Fab Four senza che però sia mai sfiorata l’idea che potesse avvicinarsi in prestigio e valore agli altri tre extraterrestri, succede sul trono a Djokovic, amici prima che rivali nati a una settimana l’uno dall’altro, simili al limite dell’interscambiabilità con una differenza quanto mai sostanziale: a Nole riusciva più o meno tutto un pelo meglio. E così mentre il “gemello” serbo disegnava record e incamerava Slam edificando attorno a sé un’aura da imbattibile, Murray ha resistito assistendo dall’altro versante l’inevitabile parabola discendente di Federer e Nadal e difendendo lo scomodo ruolo del primo tra i secondi.

È la storia più antica nel mondo dello sport, anche banale se si vuole, quella di chi non smette di crederci e viene premiato dal lieto fine. A Murray va dato il merito di non essersi mai fermato, di aver cambiato, provato, sbagliato per tornare sui suoi passi come quando ha deciso di richiamare Ivan Lendl, la leggenda che ha saputo trasformarlo da perdente di lusso a uomo-Slam. E poco importa se la detronizzazione del serbo appare molto più simile all’attesa sulla riva del fiume piuttosto che un passaggio di consegne diretto, nella settimana che vede la top-ten orfana di Roger Federer dopo 14 anni Murray siede per la prima volta a 29 anni sul trono del tennis mondiale chiudendo di fatto il cerchio di una carriera meravigliosa.

LA SCALATA. È assurdo constatare come sia mutato l’orizzonte negli ultimi sei mesi del tennis di vertice, un cambio di rotta verticale che ha squarciato piani, idee e previsioni, ha scombussolato certezze ormai assodate che all’alba di novembre costringono Djokovic ad abdicare in una stagione in cui manco troppo velatamente si era cominciato a fantasticare – o a temere – sull’ipotesi- Grande Slam, un sogno rimasto imprigionato nel cassetto dall’epopea di Laver nel preistorico 1969. Già, perché in aprile Robonole veleggiava in solitaria col doppio dei punti nel ranking rispetto al primo inseguitore – Murray ovviamente – e perché il successo a Bois de Boulogne non solo aveva completato la bacheca-Slam in casa Djokovic, ma presupponeva una candidatura minacciosa per bissare l’impresa di Laver.

Nole, in buona sostanza, aveva in mano un 2/2 e soprattutto era pressoché impossibile scorgere un avversario che poteva scalfirlo. Il tennis però, vivaddio, non è una scienza esatta e i 5 mesi post-Roland Garros raccontano un film diverso dove Djokovic è relegato al ruolo di comprimario scadente e Murray è la star hollywoodiana. Limitarsi a incensare il recente ruolino di marcia dello scozzese sarebbe, tuttavia, un esercizio accademico, fine a se stesso. Senza togliere meriti al neo numero uno del mondo, è impossibile tacere sul pesante aiuto fornito dall’amico Nole nel sorpasso. I numeri sono la perfetta polaroid del ribaltone: dopo Parigi il serbo ha partecipato a sei tornei conquistandone uno con appena 18 incontri vinti. Dall’altra parte, Murray risponde con un irreale 47 su 50 che gli ha permesso di alzare sette trofei su nove tornei con il bis a Wimbledon e la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Un percorso straordinario eseguito, tuttavia, senza mai battere direttamente Djokovic – con la rivalità ferma ancora alla finale parigina – fronteggiando nei 50 match soltanto 6 top ten. Insomma, è ragionevole credere che nell’ascesa del britannico il crollo di Djokovic abbia giocato un ruolo non solo importante (come è logico) ma decisivo. Questo, però, non verrà ricordato dalla storia del Gioco che, con spietato pragmatismo, rende eterne le vittorie e i record non soffermandosi sui dettagli e in fondo è giusto che sia così.

Gli smanettoni di Twitter tempo fa hanno cominciato a chiamarlo “Muzza”, un signore 100% british dopo la finale persa a Wimbledon contro Federer s’è preso addirittura la briga di acquistare un dominio internet solo per ribadire che Murray è scozzese e non inglese, ma manco britannico. Il ritornello nelle orecchie dello “scozzese quando perde, inglese quando vince” avrà consumato Andy senza però sfinirlo, tanto che per nulla diplomatico si era professato a favore dell’indipendenza scozzese dalla Regina. Ora che ha riportato un suddito di sua maestà al numero uno del mondo, dopo averlo riportato a vincere uno Slam, dopo averlo riportato a trionfare a Wimbedon, dopo aver riportato in patria la Coppa Davis, ora ha chiuso davvero il cerchio. Una sorta di rivincita sociale per i secondi che non devono essere etichettati come perdenti solo perché c’è qualcuno semplicemente più bravo di loro. È anche la rivincita di un giocatore quasi-normale, ovviamente molto lontano dal resto dei mestieranti che affolla la top-ten, ma anche distante dagli altri tre fenomeni più vicini a divinità che a tennisti. Murray non rientrerà nella cerchia dei più forti di ogni tempo, ma sarebbe stato altresì delittuoso non vederlo sedere sul trono in un’epoca che definire complicata è un eufemismo. Questo probabilmente è il più dolce dei successi e, per festeggiarlo, Murray ha scelto i versi di “If” di Rudyard Kipling e non è un caso se tra questi è compresa la frase che campeggia alle porte del Centre Court di Wimbledon:” if you can meet with triumph and disaster, and greet those two imposters just the same..” Ce l’hai fatta, Andy!

Ciclismo, Cipollini:”Con i soldi, Nibali avrebbe vinto l’oro a Rio”

Ciclismo, Cipollini:”Con i soldi, Nibali avrebbe vinto l’oro a Rio”

Il mondo del ciclismo, in particolare quello italiano, è scosso dalle dichiarazioni dell’ex campione Mario Cipollini in merito alle Olimpiadi di Rio 2016 e della mancata vittoria di Vincenzo Nibali a seguito della caduta a pochi chilometri dall’arrivo. Il Re Leone ha commentato, in un’intervista all’Equipe, così la dipartita dello Squalo dello Stretto: “Se ha vinto Van Avermaet è perché Nibali non ha saputo gestire la corsa quando si è trovato con Majka e Henao. Sarebbe bastato offrire un po’ di soldi a Henao per occuparsi di Majka e l’affare sarebbe stato fatto. Henao è solo un gregario, per lui non avrebbe cambiato nulla vincere le Olimpiadi“. Il riferimento ai due ciclisti è relativo al fatto che Nibali era in testa alla gara, battagliando con loro per la prima posizione, e proprio la contesa ha indotto il messinese a forzare la volata e a imbattersi in una terribile caduta in discesa.

Situazione che non si sarebbe verificata, sempre secondo Cipollini, se l’italiano avesse “accomodato” il ciclista Henao con un’offerta di denaro alla quale non si poteva proprio rinunciare. Rincara, poi, la dose, sempre sulle pagine del giornale francese, introducendo una pratica illegale, che fino ad oggi non era mai stata al centro della critica sul ciclismo, sempre bersagliato per gli svariati casi di doping che conosciamo tutti. “Questi tipi di accordi sono sempre esistiti. Non è la vittoria che si compra ma la collaborazione. Ai Mondiali di Zolder, quando ho vinto, abbiamo parlato di soldi con una squadra che non aveva più niente da chiedere alla corsa e gli abbiamo dato un buon motivo per esserci. Se Nibali avesse fatto così, sarebbe tornato in Italia con la medaglia d’oro. Rispetto a quello che avrebbe guadagnato da campione olimpico, centomila dollari non sarebbero poi stati molti“.

Il ciclismo, quindi, di nuovo sotto la lente di ingrandimento della legalità, si prende le prime pagine dei giornali di nuovo “grazie” ad episodi da condannare. Vedremo nei prossimi giorni come reagirà l’Italia a queste affermazioni e come si muoveranno il Ct della nazionale Davide Cassani e il presidente della Federazione Renato Di Rocco.