Boosting: autolesionismo e scosse elettriche del Doping Paralimpico estremo

Boosting: autolesionismo e scosse elettriche del Doping Paralimpico estremo

Rischiare la morte per andare più forte. È l’ultima frontiera del doping paralimpico. Il termine medico per definirla è disreflessia autonomica. Ovvero, il boosting. In cosa consiste? “È un’alterazione dei riflessi del sistema nervoso autonomo frequente in atleti con lesioni cervicali e midollari di categoria T6 o superiore patologiaspiegava al Fatto Marco Bernardi, capo dello staff medico della nazionale italiana a Londra 2012. Questi atleti arrivano a sottoporsi a scariche elettriche sui genitali, a rompersi l’alluce o ad applicarsi un catetere per mantenere la vescica piena. E solo per aumentare la circolazione del sangue e andare più forte.

Le lesioni midollari, infatti, impediscono al corpo di gestire correttamente le funzioni autonomiche, come la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca. Gli atleti con questa tipologia di lesioni, i quadriplegici, non avvertono dolore, vista la lesione, ma ottengono una risposta fisiologica, da parte del sistema simpatico, esagerata e fuori controllo. Basta avere la vescica eccessivamente piena per arrivare a una pressione sistolica del sangue di 300 mgHg (milli (milligrammi of mercurio), che può portare all’emorragia cerebrale e alla morte.

Questo tipo di risposta fa sì che comunque che i recettori della carotide, quando la pressione sale, vadano a stimolare una reazione del sistema parasimpatico e indurre così la vasodilatazione sopra il livello della lesione. Ma mentre a livello del busto lo stimolo arriva e la frequenza cardiaca scende, al di sotto della lesione il messaggio non passa e la pressione continua a salire: metà corpo si rilassa, l’altra sperimenta un’iperattivazione, una reazione da attacco-fuga, quel tipo di reazione eccessiva a ogni minimo stimolo esterno tipica dei pazienti con una sindrome post-traumatica da stress.

Solo nel 1990 si cominciano a studiare gli effetti della disreflessia autonomica sulle prestazioni degli atleti paralimpici che, segnalava una delle prime ricerche nel 1994, migliorano del 10%: l’aumento della pressione sistolica, infatti, consente all’organismo di estrarre più ossigeno dal sangue. L’IPC, il comitato paralimpico internazionale, seppur nella sostanziale assenza di ricerche specifiche in materia, proibisce questa pratica dal 1994. Due anni dopo, alle Paralimpiadi di Atlanta, si definisce una strategia preventiva: gli atleti vengono controllati 20 minuti prima della gara, un intervallo più che sufficiente per individuare pratiche di boosting che richiedono due ore di tempo per garantire un effetto in gara. Se la pressione sistolica rimane sopra i 180 mgHg anche a 10 minuti dalla gara, l’atleta viene squalificato.

L’IPC è da tempo consapevole del problema. Da uno studio finanziato anche dalla Wada, emergeva che il 17% degli atleti intervistati, nonostante fosse a conoscenza dei rischi estremi per la salute, aveva fatto ricorso almeno una volta al boosting. Come Brad Zdanivsky, uno scalatore quadriplegico che l’ha sperimentato in varie forme in palestra, dal catetere alle scosse elettriche su gambe e genitali.Non è decisamente piacevole” raccontava in un documentario della BBC del 2012,la pressione diventa talmente alta che ti si può rompere un vaso sanguigno nell’occhio, puoi anche rischiare l’emorragia cerebrale, ma i risultati non si possono negare. E per quanto sia spiacevole, porta risultati”.

Non solo, crea anche non pochi problemi a chi deve effettuare i controlli, in chi deve individuarla . Perché, per quanto indotta, è pur sempre una risposta fisiologica, che non si verifica quando si elimina lo stimolo che va generata. E il controllo prima della gara rischia di squalificare anche chi ha semplicemente la pressione più alta. Durante la gara, poi, che si fa? Si organizzano dei “pit stop” appositi a bordo pista?

La questione non è solo semantica. È una zona grigia molto complicata da definire e la prudenza diventa necessaria. Le risposte non intenzionali di disreflessia autonomica possono essere episodi comuni nella vita di un quadriplegico, e punire un atleta per una reazione fisiologica non aumenta certo l’efficacia della prevenzione dei casi di boosting intenzionale.

In più, anche i casi di boosting intenzionale rientrano in un confine più che incerto. Non richiede, infatti, l’assunzione di sostanze proibite. Basta anche bere molta acqua e non andare a far pipì per qualche ora, e non c’è ancora un test per determinare il livello accettabile di idratazione prima di una gara.

Ma c’è un ulteriore problema, un limite al momento insormontabile. Quale? La WADA definisce doping tutto quanto viene espressamente vietato dall’articolo 2 del codice. Ovvero: “La presenza di una sostanza vietata o dei suoi metaboliti o marker nel campione biologico; l’uso o il tentato uso di una sostanza vietata o di un metodo proibito; la mancata presentazione o rifiuto, senza giustificato motivo, di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici; la violazione delle condizioni previste per gli atleti che devono sottoporsi ai controlli fuori competizione; la manomissione anche solo tentata in relazione a qualsiasi fase dei controlli antidoping; il possesso di sostanze vietate e metodi proibiti; il traffico, anche solo tentato, di sostanze vietate o metodi proibiti; la somministrazione di metodi o sostanze proibite durante o fuori dalle competizioni e ogni altra forma di complicità”.

Tecnicamente, per quanto sottile possa sembrare la distinzione, la risposta da disreflessia autonomica causa effetti potenzialmente dopanti, ma l’induzione intenzionale della disreflessia non viola nessuna regola specifica.Non c’è soluzione” diceva Zdanivski, “forse un giorno qualcuno avrà un infarto a bordo pista. Solo allora cominceremo seriamente a parlarne”.

Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

“Il posto della scimmia è in gabbia” le hanno scritto dopo l’eliminazione per squalifica a Londra 2012. Ma il posto di Rafaela Silva è il judo. È il tetto del mondo. È suo il primo oro brasiliano ai Giochi di Rio della scorsa estate.

“Solo Dio sa quel che ho sofferto per arrivare fin qui” si è fatta tatuare sul bicipite destro. La biografia drammatica di chi ha una storia comune, condivisa con generazioni di brasiliani che sopravvivono nell’estremo in ombra di una nazione dalle disuguaglianze strazianti. Rafaela, infatti, è cresciuta nella Città di Dio, la favela raccontata da Fernando Meireles, uno dei direttori creativi della cerimonia d’apertura. La comunità, formata negli anni Sessanta per “ripulire” le zone intorno ai resort di Copacabana, Ipanema e Leblon. La pacificazione da parte della polizia resta solo un annuncio, qui la droga, la violenza, le gang rimangono eccome. E il sottotitolo del capolavoro di Meireles torna a illustrare lo scenario della Città di Dio: “Se corri, la bestia ti prenderà. Se ti fermi, la bestia ti mangerà”.

Già da piccola, Rafaela è sempre impegnata a fare a botte con i ragazzi per le strade. “Qui se non colpisci per prima, qualcuno ti colpirà” ha raccontato la sorella Raquel al New York Times. “È una questione di sopravvivenza”. I genitori fanno quel che possono per allontanarle dalle tentazioni e dai pericoli. Le portano all’Instituto Reação (Istituto Reazione), la scuola di judo per tutte le età che Geraldo Bernardes ha fondato con il suo ex allievo Flávio Canto, bronzo ad Atene 2004, ha fondato a Rocinha, la più estesa favela di Rio. “Il judo ha delle regole” aggiunge Raquel, “la strada no”.

In Brasile, il judo è il secondo sport più atteso ai Giochi dopo il calcio. Nessuna disciplina ha regalato ai verdeoro più medaglie olimpiche da quando è entrato nel programma a cinque cerchi a Tokyo 1964. È un perfetto mix di arte e scienza, di espressione e controllo del corpo, introdotto qui negli anni Trenta da immigrati giapponesi.

Il judo, spiega Bernardes al New York Times, “richiede molti sacrifici. Ma in una comunità povera, i ragazzi sono abituati ai sacrifici. Hanno visto la povertà, la violenza. Rafaela è sempre stata aggressiva e voleva una vita migliore”. Bernardes avvisa Rafaela e Raquel, che resterà incinta a 15 anni e abbandonerà la strada dello sport: niente esami per la cintura se avrete ancora problemi a scuola o in strada. È abbastanza per tenerle fuori dai guai.

Bernardes paga le spese per l’allenamento e le trasferte di Rafaela. “All’inizio lo facevo perché mi piaceva” confessa l’atleta, “ma Geraldo ci ha mostrato un altro mondo. Era un lavoro. Ha piantato un seme”. Un seme che dà i suoi frutti, grazie alla coordinazione naturale alimentata dalle infinite partite a calcio e a pipa, una sorta di arte marziale in cui si fanno volare aquiloni e si cerca di tagliare i fili agli avversari, nel 2008. Rafaela diventa campionessa mondiale junior in Thailandia. “In quel momento ho capito che era la mia strada, che volevo essere un’atleta. Dopo tutto quel che avevo passato, i miei combattimenti erano facili. Dopo i mondiali, ho capito che le cose avrebbero potuto cambiare”.

A Rio, ha sentito sulle spalle le attese di un’intera nazione, dopo l’eliminazione di Sarah Menezes, la campionessa in carica nella categoria dei 48 chili. Non era la favorita per l’oro nei 57 chili, nonostante il titolo mondiale del 2013. Ma dimostra subito di voler andare lontano. Il primo incontro, con la tedesca Miryam Roper, dura solo 46 secondi. Elimina negli ottavi la numero 2 del mondo, la sudcoreana Kim Jan Di. La redenzione, comunque, è ancora di là da venire. Nei quarti ritrova l’ungherese Karakas, la stessa avversaria che aveva di fronte a Londra quando è stata squalificata per una presa non permessa dal regolamento.

Dopo la semifinale decisa solo al quarto minuto della sudden death contro la rumena Corina Caprioriu, in finale realizza subito un waza-ari, che regala mezzo punto, contro la numero 1 del mondo, Sumiya Dorjsuren dalla Mongolia. L’entusiasmo dopo la vittoria è assordante. “Non ho mai smesso di inseguire i miei sogni” ha spiegato tra l’orgoglio e la commozione, l’onore e la responsabilità. Da quel giorno la bambina della Città di Dio è diventata un esempio per le generazioni che verranno e che vorranno scrivere le nuove storie di domani. Avrebbe potuto continuare a vivere in strada, avrebbe potuto prendere una cattiva strada. E invece Rafaela Silva è una campionessa olimpica. Ha indicato una via per cambiare. Per inseguire la luce di un oro che luccica più del solito.

Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Ventuno anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

Dal tiro alla fune al duello con la pistola: quanto erano strane le Olimpiadi del passato

Dal tiro alla fune al duello con la pistola: quanto erano strane le Olimpiadi del passato

Per il Comitato Olimpico Internazionale attualmente sono 25 gli sport ammessi al programma dei Giochi olimpici estivi e 7 quelli ammessi al programma dei Giochi olimpici invernali ma prima, soprattutto agli albori di questa fantastica manifestazione che unisce tutto il mondo, c’erano degli sport davvero strani.

Alla II Olimpiade, Parigi 1900, uno degli sport più seguiti fu quello del tiro alla fune. Si sfidarono atleti francesi contro atleti danesi e svedesi che riuscirono ad imporsi e a vincere l’oro olimpico. Il tiro alla fune restò in programma fino ai Giochi Olimpici del 1920, la VII Olimpiade ad Anversa, in Belgio.

Sempre in Francia nel ‘900 ci fu la prima ed unica gara di nuoto subacqueo: la gara non fu mai più ripetuta perché ritenuta troppo noiosa. La competizione si basava sia sulla distanza percorsa sott’acqua, sia sul numero di secondi in apnea. La medaglia d’oro fu una gara a due tra De Vendeville e Six, vinta per soli 2,9 punti dal primo, mentre quella di bronzo se la contesero Lykkeberg e De Romand, con il danese vincitore, con 1,8 punti di differenza; il distacco tra i primi due e il terzo e il quarto è di circa quaranta punti.

Andando avanti con gli anni, ci troviamo a Los Angeles 1932 dove la prima curiosità fu l’avvento del Football Americano come disciplina dimostrativa e che nell’hockey si presentarono solo 3 nazioni, India, Giappone e Stati Uniti, quindi a prescindere dai risultati, tutte e 3 ottennero una medaglia ma la vera curiosità dei giochi della X Olimpiade fu l’inserire le clave indiane nella ginnastica. A Los Angeles una serie di atleti in calzamaglia si sfidarono portando in scena le loro coreografie.

Restando in America, restando nella Città degli Angeli, curiosa è la disciplina inserita ai Giochi di Los Angeles nel 1984 e tenuta fino a quelli di Barcellona ’92: nuoto sincronizzato singolo. Il CIO ci ha messo 3 edizioni per intuire l’impossibilità di stabilire quanto fosse difficile valutare la sincronizzazione se non c’è un compagno di lato e di fatto questa disciplina singola fu semplicemente un esercizio di stile, una specie di danza subacquea.

Nuovo passo indietro: Parigi 1900. Durante questa olimpiade un tratto della Senna fu chiuso per il nuoto ad ostacoli. La competizione si svolgeva su 200 metri e prevedeva oltre al nuoto, il superare una fila di imbarcazioni in slalom e sott’acqua oltre che arrampicarsi su una pertica.

La disciplina forse più strana è però il duello con la pistola. Ad inizio ‘900 i duelli erano molto in voga in Europa e negli Stati Uniti ed allora alle Olimpiadi di Londra nel 1906 furono organizzate due gare, a distanze di 20 e 30 metri, tra due pistoleri. Non si sfidavano tra di loro all’ultimo sangue, bensì dovevano sparare 30 colpi contro delle sagome e chi le colpiva di più sui 30 proiettili vinceva il duello.

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Guendalina Sartori (Tiro con l’arco):”Alle donne dico siate fiere, non abbiate paura e non fatevi mettere i piedi in testa da nessuno”

Guendalina Sartori (Tiro con l’arco):”Alle donne dico siate fiere, non abbiate paura e non fatevi mettere i piedi in testa da nessuno”

Le ultime olimpiadi di Rio 2016 hanno restituito all’Italia un medagliere non stellare. Il Bel Paese ha chiuso al nono posto raccogliendo 28 medaglie, tra le quali 8 ori. Quello che stupisce è che molte delle medaglie siano arrivate da discipline che altro non solo che una sublimazione delle antiche arti guerriere. Si pensi al tiro a segno grazie al quale abbiamo portato a casa 7 medaglie, tra le quali 4 ori, alla scherma, 4 medaglie, o alla lotta corpo a corpo, un oro e un argento nel judo e un bronzo nella lotta libera. Di queste 5 sono state vinte da donne. Molti anche gli atleti che il medagliere l’hanno solo sfiorato, tra questi spicca il trio femminile di tiro con l’arco composto da Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari. Le atlete hanno condotto una bellissima olimpiade classificandosi però al quarto posto dopo aver perso il bronzo contro le sfidanti di Tapei. Le ragazze hanno dimostrato forza, autodeterminazione ed eleganza non solo in pista ma anche nella replica alla piccola tempesta mediatica che le ha coinvolte subito dopo la loro ultima gara. Abbiamo sentito Guendalina Sartori, atleta del Centro Sportivo dell’Aeronautica Militare, per farci raccontare la sua esperienza olimpica ma anche la quotidianità di una donna e atleta forte e determinata.

Il tiro con l’arco è senza dubbio uno sport di precisione ma anche una disciplina che comunica forza. Com’è nata la tua passione per questo sport?

Io sono nata a Monselice, a settembre da noi fanno una rievocazione medievale nel corso della quale i concittadini si sfidano anche a suon di arco e frecce. Da piccolina ne ero incantata ed ho insistito così tanto con i miei genitori che alla fine mi hanno portata a provare. Ecco dalla prima volta che ho tirato con l’arco me ne sono innamorata e da allora non ho più smesso.

Nel corso delle ultime olimpiadi l’Italia ha conquistato diverse medaglie in quegli sport che potremmo definire rievocazioni di antiche arti guerriere. Secondo te come siamo arrivati a questi risultati?

Non credo che il Coni abbia fatto un lavoro specifico in questi sport ma ha fatto un gran lavoro molto generale su tutti gli sport. Poi che  risultati siano arrivati da una tipologia di sport piuttosto che da un’altra per me è dato un po’ dal caso. Comunque il Comitato Italiano si è mosso molto bene per aiutare gli atleti nella pratica del loro sport.

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Secondo te in che modo la pratica sportiva può aiutare le donne a meglio tutelarsi rispetto ad eventuali soprusi?

Lo sport può aiutare le donne ad avere maggiore consapevolezza di se stesse e del proprio corpo. Inoltre mette ognuno a diretto contatto con i propri limiti e ti fa venir voglia di spingere l’asticella sempre un po’ più in alto per superarli lasciandoti scoprire abilità che non pensavi di avere.  Tutto questo conferisce una forza interiore che porta a non trovarsi in situazioni pericolose o a riconoscerle per tempo ed evitarle.

Quando parliamo di violenza sulle donne parliamo non solo di violenza fisica ma molto spesso verbale. Quest’estate tu e le tue colleghe siete state oggetto di un titolo di giornale diciamo sopra le righe, come avete reagito?

Appena abbiamo visto l’articolo che parlava di noi ci siamo subito sentite al telefono e abbiamo deciso di replicare insieme. Poi è intervenuto anche il nostro presidente e le polemiche si sono placate. Per quanto riguarda l’evento io ti dico che l’abbiamo superato molto tranquillamente, capita a tutti di sbagliare. Sbagliare un titolo di giornale non è la cosa migliore che si possa fare ma poi sono arrivare le scuse del direttore e dell’editore, abbiamo capito la buona fede e siamo rimaste in buoni rapporti, insomma non è successo niente. Dispiace solo che a volte alcuni argomenti siano trattati in maniera un po’ superficiale senza dare troppo peso ad alcune parole.

Quali sono le maggiori difficoltà che vive un’atleta?

Dietro ogni atleta ci sono fragilità umane, si vivono momenti di crisi, momenti in cui vorresti lasciar perdere tutto ma ami talmente tanto quello che stai facendo che continui a sbattere la testa fino a quando non abbatti il muro delle tue difficoltà e dei tuoi limiti.

Quali sono, invece, le difficoltà maggiori di una donna che è anche un’atleta olimpica?

L’aspetto più difficile è la conciliazione tra la vita privata e l’attività agonistica. Riuscire a dedicare il giusto tempo alla casa e al mio compagno senza  togliere tempo agli allenamenti. Però la nostra forza, la forza di noi donne è la capacità di riuscire a fare tutto, come se la nostra giornata fosse composta da più ore. Siamo bravissime a ritagliare anche solo piccoli spazi per tutto e a non lasciare indietro niente.

Ci lasci un messaggio di incoraggiamento e forza alle donne che ci leggeranno?

Le donne non devono abbattersi, non devono farsi mettere i piedi in testa da nessuno ma devono camminare a testa alta. In caso di pericolo agire senza paura e rivolgersi alle forze dell’ordine.

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