Lupe Pintor, l’Indio che uccise il suo angelo custode

Lupe Pintor, l’Indio che uccise il suo angelo custode

Lupe Pintor, detto l’Indio di Cuajimalpa, rivivrebbe la propria vita per intero, perché “la vida es un ratito” (la vita è un momento).

Il padre violentissimo e le angherie dei più grandi, che lo spinsero a dedicarsi anima e corpo al pugilato, furono lo sprone di cui non farebbe a meno, se avesse una seconda opportunità.

L’unica cosa cui rinuncerebbe, se potesse, sarebbe la difesa mondiale del 19 settembre del 1980, la terribile notte in cui il suo avversario, il gallese Johnny Owen, trovò la morte a causa dei suoi pugni.

Lupe Pintor, che da giugno è stato introdotto nella International Boxing Hall of Fame come uno dei più grandi pesi gallo della storia, è un uomo di sessant’anni, ora in pace con se stesso. Ha amministrato bene il proprio denaro ed è proprietario di una grande palestra di boxe.

Però non passa giorno senza che egli pensi agli occhi privi di vita di Johnny, che solo pochi secondi prima lo fissavano con orgoglio. Non lo ha dimenticato e non lo vuole dimenticare. “Mi aveva salutato prima del match, dicendomi che ero il suo idolo. Me lo disse in spagnolo. Si fece quarantasei giorni di coma, prima di morire. La cosa mi spezzò il cuore”.


Eppure Lupe è un pugile. Ed un pugile sa che il proprio dovere è quello di picchiare per non essere picchiato. Non c’è violenza in questo; e non c’è colpa! La cosa, però, non gli fu mai di consolazione.

Nel 2002, a 22 anni di distanza dalla sera della tragedia, un uomo alto bussò alla porta della palestra: si chiamava Dick Owen ed era il padre di Johnny. Gli chiese di volare con lui in Galles dove una statua dedicata a Johnny sarebbe stata scoperta nei giorni seguenti. Lupe lo seguì. Tutti lo trattarono bene e dimostrarono per lui grande rispetto. Alla fine i gallesi strinsero in un abbraccio il piccolo indio, perché nel pugilato, si sa, la tragedia e la fatalità possono trovar inatteso spazio.

Lupe sogna sempre di Johnny, quasi tutte le sere. Con gli anni i sogni non sono più cruenti come gli incubi che aveva al principio, anzi Johnny è cresciuto, non ha ventiquattro anni come nel giorno della morte: è maturo e gli dà consigli sugli affari e sui suoi tanti figli. È un amico che viene a trovarlo tutte le sere.

Lupe, però, che è messicano ed è devoto alla Beata Vergine, come tanta gente dell’America Latina che ha conosciuto disperazione e povertà, ha solo un nome per il suo amico: “Johnny Owen, l’uomo che ho ucciso per disgrazia, è il mio angelo custode!”

Jim Braddock, il pugile della porta accanto

Jim Braddock, il pugile della porta accanto

Il pugilato è uno sport duro e massacrante, fatto di atleti pronti a tutto pur di stendere il proprio avversario.  Ma a volte, esistono pugili che sono prima uomini che combattenti. Raccontiamo oggi, a 43 anni esatti dalla sua morte avvenuta il 29 Novembre 1974, la storia di Jim Braddock, l’irlandese tanto brutale sul ring quanto apprensivo nella vita privata, riportata sul grande schermo dalla pellicola “Cinderella Man” del 2005 dal regista Ron Howard, interpretata da Russell Crowe

Jim Braddok nasce a New York nel 1905 in un sobborgo di Manhattan, Hell’s Kitchen, da una famiglia di origini irlandesi che non versava certo in buone condizioni economiche. Proprio per questo motivo, Jim, fin da ragazzo svolse diversi lavori per racimolare qualche soldo utile al sostentamento dei fratelli. E’ proprio durante questi anni che conosce la boxe e se ne appassiona. Superata la soglia dei vent’anni, proprio la boxe divenne la sua occupazione principale, portando a casa risultati convincenti da peso medio-massimo. I premi di questi incontri sommati a qualche lavoretto sporadico, davano a giovane Jim la garanzia di portare a casa il denaro necessario per sfamare la propria famiglia, la moglie May ed i suoi tre figli.

Braddock entra in un piccolo circuito di pugili dilettanti, ma inizia a perdere un match dopo l’altro. E’ il periodo della grande depressione americana, ed il giovane pugile decide di appendere i guantoni al chiodo, a causa anche dei continui infortuni, e cercare così di ottenere un sussidio statale con il quale garantire le cure alla sua famiglia.


Qui la svolta: Joe Gould, abile manager di Jim, riesce ad organizzare qualche nuovo incontro, grazie ai quali riesce a guadagnare un discreto gruzzoletto. Gli allenamenti sono massacranti e le sue mani dolgono eccessivamente a causa della sua fragilità ossea. Proprio quando la fortuna sembra averlo abbandonato, lo stesso Joe gli offre l’opportunità di sfidare John Griffin, l’incontro fa da apertura ad un altro match event tra il campione in carica Primo Carnera e Max Bear. Ebbene, dopo tre riprese, il giovane pugile di origini irlandesi riesce a mandare al tappeto Griffin, vincendo per K.O. ribaltando tutti i pronostici. Questo exploit, quando la sua carriera sembrava inesorabilmente compromessa, anche per i continui problemi alla mano destra, gli valsero il soprannome di “Cinderella Man“:  come una moderna Cenerentola, Braddock passò da portuale che faticava per portare il pane a casa, a nuova stella del pugilato professionistico.

A questo punto lo attende una nuova sfida, quella contro Lewis, favorito per la vittoria finale. Ancora una volta, contro ogni pronostico, Braddock vince dopo 10 round, le sue gesta riescono ad appassionare la massa e Jim diventa un eroe. Sostenuto da tutta la nazione, batte anche il gigante Lasky dopo 15 durissime riprese.

Adesso Braddock è il miglior contendente per sfidare il campione dei pesi massimi Bear. In uno dei match più lunghi e combattuti della sua carriera, Jim vince ai punti dopo 15 durissimi round, diventando così il nuovo campione del mondo. Una soddisfazione estrema per un uomo che si era sempre dato da fare e che non aveva mai conosciuto la fama.

Dopo una serie di incontri vetrina, Braddock deve difendere il titolo contro Louis “la bomba nera”, dopo uno degli incontri più intensi della storia, in grado di stupire anche i commentatori di tutto il mondo, Jim è costretto a cedere il titolo.

Nel 1938, Jim Braddock, dopo aver battuto Farr in 10 riprese, si ritira definitivamente dalla boxe agonistica per arruolarsi nell’esercito, durante la Seconda Guerra Mondiale, e insegnare la lotta corpo a corpo ai soldati. Il suo nome entrerà nella “Ring Boxing Hall Of Fame”, nella “Hudson County Hall Of Fame” e nell “International Boxing Hall Of Fame”. Sicuramente riconoscimenti di grande spessore, ma quello che davvero conta in questa storia è la determinazione di un uomo capace di rialzarsi dopo la sconfitta.

Spesso la vita può sferrare colpi durissimi, ma la forza di rimanere in pedi, in casi come questi, è tale da far sì che anche le gesta più impensabili ed eroiche vengano compiute. Jim Braddock ha combattuto tanti match nella sua carriera, ma il suo avversario all’interno dell’ring era solo una sagoma da mettere al tappeto, un mezzo per un fine, in fin dei conti ha sempre combattuto per garantire il meglio alla sua famiglia e ad i suoi cari. I risultati ottenuti sono stati la conseguenza della grande passione e la grande determinazione che lo contrastingueva e che lo ha spinto a rimanere sempre in piedi, anche nei momenti più bui.

Jim morì nel 1985, a 69 anni, un match dopo l’altro il pugile di origine irlandese ha garantito una vita migliore alla moglie Mae e ai suoi tre bambini, oltre che a se stesso e questo rimarrà per sempre il suo più grande riconoscimento.

FOTO: www.biografieonline.it

Esteban de Jesus, l’ultimo abbraccio dal suo peggior “nemico”

Esteban de Jesus, l’ultimo abbraccio dal suo peggior “nemico”

Esteban De Jesus, talentuoso peso leggero portoricano, conosciuto anche col soprannome di “Vita”, concluse la propria esistenza, vinto dall’AIDS, a soli trentasette anni.

Nel 1972, diciassette anni prima, aveva sbalordito il mondo battendo con decisione unanime, al termine delle dieci riprese previste, la stella di prima grandezza nel panorama pugilistico internazionale, Roberto Duran.

Quella patita contro De Jesus sarebbe poi risultata essere l’unica sconfitta dell’imbattibile Manos de Piedra nei primi tredici anni di carriera.

I due si affrontarono in altri due incontri, andando a comporre un’epica trilogia rimasta nella storia: nel 1974 a Panama City e nel 1978, a Las Vegas.

Entrambi i match furono vinti da Roberto Duran, ma vi furono strascichi polemici per il rifiuto di combattere a Porto Rico da parte del fuoriclasse panamense.

Nel 1981, per una banale lite stradale, avvenuta subito dopo essersi iniettato una dose di cocaina, Esteban uccise un diciassettenne in circostanze mai chiarite, con una pistola che non gli apparteneva e senza testimonianze ben circostanziate; per tale delitto fu condannato a passare i suoi restanti anni di vita nel carcere di Rio Pedras.

Profondamente pentito per il proprio gesto di cui pur non ricordava nulla, che sicuramente era stato di dubbia intenzionalità e le cui dinamiche avevano un’infinità di punti oscuri, si trasformò in un detenuto modello.

Saputo della morte del fratello, con cui aveva condiviso siringhe di eroina in gioventù, fece il test per l’HIV, scoprendo di essere già in uno stato avanzato della malattia.


Ormai giunto allo stadio terminale, nell’ottobre del 1989 ricevette la grazia dal governatore di Porto Rico, potendo così attendere la morte nel proprio letto.

Tra i tanti amici che gli gravitavano attorno nei tempi in cui era stato un celebrato campione, tra i molti avversari, tecnici e compagni di allenamento, l’unico a fargli visita fu il suo acerrimo nemico sul quadrato, Roberto Duran.

In quei tempi, il virus HIV era misconosciuto e terrorizzava le persone; eppure, in un gesto di grande compassione, Roberto Duran Samaniego, giunto al capezzale di De Jesus accompagnato dal figlioletto, abbracciò l’uomo che tanto rispetto si era meritato sul ring.

Nella squallida e triste stanzina, in cui tutti sapevano che la morte non avrebbe tardato a calpestare l’uscio,  si trovava pure il vecchio José Torres, argento alle olimpiadi di Melbourne ‘56 nei medi junior, che immortalò il momento con questa fotografia passata alla storia.

Esteban morì quattro settimane più tardi, stringendo un crocifisso sul petto.

La distanza tra Laila e Becky

La distanza tra Laila e Becky

Oggi, 25 novembre, è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne; al di là dei pochissimi negativi aspetti del femminismo occidentale, la lotta per i diritti dell’altra metà del cielo ha potuto contare su milioni di donne coraggiose che, con spirito rivoluzionario e mai arrendevole, si sono opposte, e continuano ad opporsi, a trattamenti iniqui, ingiusti e dai tratti inumani.

Un recente aspetto di questa lotta è anche l’emancipazione delle donne che praticano la boxe.

Le prese di posizione critiche verso l’adeguatezza del pugilato al femminile stridono con una crescita esponenziale delle atlete, sia a livello numerico, sia qualitativo; io stesso ammetto di aver lungamente mantenuto troppe riserve da maschilista vecchio stampo. Mi sono ora ricreduto.

L’applicazione e la disciplina delle donne boxeur, che ormai riempiono le palestre di pugilato in ogni paese esso si pratichi, conquistano maestri, media e pubblico.

Praticato con i dovuti standard di sicurezza e con la necessaria cura nella preparazione fisica, la boxe femminile sarà certamente un valore aggiunto al nostro sport.

Parlerò di due “pugilesse” tra loro molto distanti, eppure entrambe guerriere coraggiose nella stessa battaglia.


Nel pugilato professionistico da quasi vent’anni, Laila Ali è il miglior esempio di come la boxe d’alto livello possa comodamente convivere con una splendida femminilità.

Supermedio di un metro e ottanta, Laila non ha ereditato le doti del padre, poiché la classe infinita è un dono che la Natura distribuisce con estrema parsimonia, ma può contare su un record che parla chiaro: 24 incontri, 24 vittorie, 21 KO.

A dimostrazione di come suo padre, quantomeno in età matura, non vivesse la religione in maniera fanatica, come invece molti sostengono, Laila non ha mai praticato la fede islamica, nemmeno da bambina.

Sposatasi due volte, è madre di due figli.

Queste le sue semplici parole al riguardo del suo grande genitore, Muhammad Ali, l’uomo più famoso del pianeta:

Mio padre non è quello che vedete voi, perché io ne conosco i difetti e le debolezze…gli voglio bene perché è mio padre, alla stessa maniera in cui il vostro lo è per voi“.

Di natura calma e riflessiva ha il merito di aver fatto desistere Hulk Hogan dai propositi suicidi che egli aveva intenzione di mettere in atto prima di ricevere la sua telefonata.

Splendida quarantenne, madre attenta, Laila non si è fatta schiacciare dalla notorietà e dalla ricchezza, ma ha tracciato il proprio solco nella vita, trovando un solido equilibrio.

Con tutta probabilità, questo le è stato concesso dalla pratica del pugilato, una passione che spegne molti vizi per la grande dedica richiesta.

Appare come il rovescio della medaglia, mentre è invece parte del dazio di tragicità richiesto dai grandi numeri, la storia di Becky Zerlentes, che undici anni or sono entrò nella storia come la prima donna a perdere la vita sul ring di uno sport da combattimento.

La 34enne Becky combatteva il proprio undicesimo incontro in carriera; prima di darsi alla boxe era stata a lungo in una squadra di nuoto sincronizzato e aveva raggiunto la cintura nera di Goshin Jitsu.

Un solo, modesto, colpo al caschetto protettivo le è costato la vita.

L’autopsia ha reso evidente una tendenza alla “concussione” del capo: un raro difetto che si scopre solo post mortem.

Purtroppo, Becky Zerlentes ha pagato il proprio coraggio e la propria “approssimazione” da autentica pioniera: con molti chili di troppo ed una guardia elementare, ha incassato il fatale destro ed ora è nel mondo dei più. Su Youtube si può vedere il relativo filmato.

Professoressa universitaria di economia e geografia, aveva conseguito un dottorato all’Illinois University e redatto apprezzate pubblicazioni sulle proprie ricerche svolte in Messico.

Amante della natura e degli animali, ora è purtroppo polvere, perlomeno ai nostri occhi di mortali.

Becky e Laila sono donne coraggiose che hanno seguito la loro ombra sul ring, all’inseguimento di quel qualcosa che si prova mettendosi alla prova tra le sedici corde.

La patinata immagine della bella Laila non deve trarre in inganno nel raffronto con quella della sgraziata figura della povera Becky: entrambe ritraggono donne coi guantoni, impegnate nello sport che amano! Una disciplina che vuole dedizione e chiede sofferenza ma che, nonostante i tragici casi sfortunati, è lontana anni luce dalla violenza che troppo spesso le donne subiscono nella vita di tutti i giorni.

Billy Collins e quel pugno “dopato”che ha distrutto la sua vita

Billy Collins e quel pugno “dopato”che ha distrutto la sua vita

Commissario! Commissario! Non c’è la dannata imbottitura!”.

Comincia così, o meglio, finisce così la storia che vi stiamo raccontando.

A fare da sfondo alla  nostra narrazione, gli anni 80 e il Madison Square Garden di New York. Il tempio della Boxe, o della “Noble Art” così com’è conosciuta ai più. Già, Arte nobile. Perché, malgrado i volti dei protagonisti, non certo dei fotomodelli, e quei colpi sferrati con impeto e violenza, il pugilato è fatto di regole ben precise che vanno rispettate, così come deve essere rispettato l’atleta che ti trovi di fronte su quel ring. Quel quadrato in cui sei tu contro un altro come te, da soli, dove coraggio e paura si fondono e solo chi saprà trovare il giusto equilibrio tra le due forze potrà emergere e conquistare la gloria in questa personale guerra contro il fallimento, fatta di concentrazione e tecnica.

Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo alla nascita delle regole in questo sport: dopo che il pioniere James Figg, considerato da molti colui che ha coniato il termine “noble art”, ritiratosi dall’attività pugilistica per divenire allenatore, ha dato il via al movimento boxeristico moderno con tutta una serie di incontri tra atleti, la disciplina, durante tutto il 1700, prese sempre più piede e, di pari passo, anche le implicazioni economiche, quali premi vittoria e il traffico di scommesse.

Proprio per questo, nel 1865, il marchese di Queensberry, John Sholto Douglas scrisse, a quattro mani con l’atleta John Graham Chambers, le regole della boxe, contenenti il “codice della boxe scientifica“. All’interno di questo codice, vengono elencati i fondamenti base del pugilato moderno utilizzati da allora fino ai nostri giorni, chiaramente con qualche modifica apportata negli anni.

Vengono introdotte le categorie di peso, il sistema del conteggio e del KO, la durata dei round e, dulcis in fundo, i guantoni. Infatti, prima di Douglas, la disciplina veniva praticata a mani nude. Con l’introduzione dei guantoni, essendo spesso gli incontri organizzati tra persone di alto rango, si evitava, nelle uscite in pubblico, un imbarazzo estetico a fronte dei colpi ricevuti durante il combattimento.

Finita la digressione storica, molti di voi si staranno chiedendo il perché di tutte queste precisazioni in merito alle regole del pugilato.

Ebbene, perché la storia di Billy Collins nasce, esclusivamente, dal mancato rispetto dei principi per cui questa disciplina è praticata: mancato rispetto delle regole che si traduce in mancato rispetto del pugile, dell’uomo che combatte contro di te, mancata lealtà, mancata fierezza.

E i guantoni sono i protagonisti della nostra storia.

Andiamo ai fatti: figlio di un ex pugile degli anni 50, Billy nasce a Antioch, un sobborgo di Nashville in Tennessee, il 21 Settembre 1961. Di origini irlandesi, il giovane Collins, con quella faccia da eterno bambino incorniciata dalla tipica chioma rossa, è, in realtà, una macchina di pugni, come ci racconta lo scrittore Dario Torromeo nel suo “Non fare il furbo, combatti“. Il padre allenatore lo ha istruito bene e il suo record è di 11 vittorie di cui otto per KO e tre ai punti. Si presenta, quella sera del 16 marzo del 1983, da imbattuto. Di fronte a lui il pugile Luis Resto, portoricano di Juncos. Resto, è la nemesi di Collins: cresciuto nel Bronx, a 14 anni deve scontare 6 mesi in un centro per persone con problemi psichici, avendo preso a gomitate il professore di matematica.

Al Madison, il pubblico è quello delle grandi occasioni: in cartello la sfida mondiale tra Moore e Duran, ma c’è molta curiosità anche per l’incontro tra i due pesi welter.
L’incontro è duro e violento. Nessuno dei due pugili si risparmia e il match è in bilico fino al finale: dopo 10 riprese e 30 minuti di feroce battaglia, la bilancia pende, a sorpresa di tutti, verso Luis Resto, che pensa già all’incontro per il titolo mondiale con Don Curry.

Al momento della proclamazione, Collins è devastato: occhi tumefatti e tagli su tutto il volto. Ma è normale: la boxe è questo, si vince o si perde, il fisico è sempre quello che ha la peggio. Ma lo spirito va salvaguardato: per questo, il padre, sale sul ring, consola il ragazzo e si va a congratulare con lo sfidante, uscito vincitore. In quel momento, il sangue di Collins Senior gela: stringendo i guantoni di Resto, sente che sono sottili, troppo sottili.

Non c’è l’imbottitura – urla – hanno tolto l’imbottitura!”.

Lo sguardo di Resto da felice si trasforma in incredulo: si volta verso il suo angolo, verso il suo coach Panama Lewis, che si affretta a portarlo negli spogliatoi.

Il commissario sequestra i guantoni di Resto e, dopo attenta analisi, viene rinvenuto un profondo foro all’interno e la mancanza di gran parte dell’imbottitura, all’epoca crine di cavallo. Il risultato è che Resto, in quell’occasione, aveva “boxato” praticamente a mani nude.

I risultati di questa negligenza da parte dell’entourage del portoricano sono tragici: Collins viene portato in ospedale e gli viene diagnosticata la lesione dell’iride dell’occhio destro, nonché gravi danni al sinistro. Il giovane irlandese, a soli 22 anni, rischia di rimanere cieco.

Col tempo, le sue condizioni fisiche migliorano, ma del pugilato non se ne parla minimamente: Billy non sarà più atleta, e i risvolti psicologici fanno più male dei pugni presi sul ring: trova, in sequenza, due lavori, che perde in breve tempo, annegato dalla depressione e dell’alcol.

Nel frattempo, la commissione di inchiesta espone il caso alla Commissione di Atletica di New York, la quale riconosce colpevoli Luis Resto e Panama Lewis di aggressione, possesso criminale di un’arma (i pugni di Resto) e cospirazione per un periodo totale di detenzione di 3 anni.

Ma questo non basta: non può bastare a chi della boxe aveva fatto la sua vita: Billy Collins, a distanza di nove mesi dal maledetto incontro, viene ritrovato morto dentro un fiume, vicino casa, con la sua auto. E’ il 6 marzo 1984, ma Billy era, ormai, “morto” da tempo. Il tasso alcolico rinvenuto sul corpo è a livelli altissimi e la moglie Andrea Collins-Nile, così come il padre del pugile, sono sicuri che non si trattasse di un incidente, ma bensì di un suicidio.


A distanza di anni il dubbio ancora resta, come restano molte ombre circa l’inappropriato comportamento da parte degli organi di controllo di correttezza da parte della commissione nei momenti antecedenti l’incontro e posteriori allo stesso (ad esempio, i guantoni di Resto, in fase processuale, non furono confiscati).

Ma il peggio deve ancora essere svelato: dopo due anni e mezzo di reclusione, Panama e Resto escono di prigione. Panama, sebbene radiato dalla boxe, continua ad allenare i futuri campioni e a fare la bella vita circondato da lusso e denaro, pur non potendo più presiedere agli incontri. Luis Resto, invece, quasi inseguito dal fantasma di Billy Collins, vuota, definitivamente, il sacco e porta alla luce la più tremenda delle verità: prima dell’incontro, sul bendaggio delle sue mani, il suo staff aveva spruzzato una polvere indurente, una sorta di stucco a presa rapida con il quale era inevitabile che Billy venisse irrimediabilmente reso inabile a continuare l’attività agonistica. Aggiunge, inoltre, che questo stratagemma era stato usato anche in altri due incontri precedenti a quello con Collins. In pratica, Luis Resto combatteva con dei sassi al posto delle mani.

“Basta che lo colpisci al volto e vincerai”. Queste le parole di Panama, urlate ripetutamente al pugile, a detta di Resto.

Pare che il suo clan avesse scommesso una grande cifra su di lui, largamente sfavorito.

Ma, a volte, il destino viene tragicamente influenzato dal karma: la vita di Luis Resto, dopo l’accaduto, ha preso una parabola vertiginosamente discendente: ha vissuto per 10 anni in uno scantinato di 6 metri quadrati sotto una palestra, senza bagno, lontano dai figli, dalla moglie e dai nipoti. Ha chiesto accoglienza alla sorella, in un monolocale dove vive con i suoi tre figli. Divorato dall’alcol e dalla droga, soffocato dalla depressione, a 59 anni, piange ogni notte. Tornato nel Bronx, ha cominciato il suo percorso di redenzione, allenando i ragazzi in una palestra del suo vecchio quartiere. Insegna la tecnica, il coraggio e la lealtà. Quella che non ha avuto lui, artefice, e vittima allo stesso tempo, vista la sua condizione, di un mancato rispetto delle regole.

Il ricordo di Billy Collins, punta i riflettori su tutto quello che l’interesse economico può scatenare all’interno dell’attività sportiva, eludendo la fatica, le ore di allenamento e le regole, riuscendo così a sporcare, anche, una nobile arte come il pugilato.

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