Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

Nel 1954 si chiudeva il cerchio di sofferenza di chi era divenuto ospite, sempre più precario, in casa propria: l’esodo istriano fu una delle tante pagine tragiche originate dall’ottusità e dalla follia che fecero da combustibile al secondo conflitto mondiale.

Costretto a fuggire con i propri averi in un sacco, con al fianco i genitori e i fratelli a completare il triste quadro, un giovanissimo e promettente pugile d’Isola d’Istria di nome Giovanni  lasciava la bella casa di famiglia per un incerto futuro che partiva da un fangoso campo di raccolta per profughi.

Nino, com’era chiamato, conosceva bene la strada fino a Trieste. La faceva da anni, in bicicletta, per andarsi ad allenare; cinquanta chilometri al giorno per migliorarsi, per sfruttare quell’immenso talento che gli permetteva di dominare la scena pugilistica giovanile delle terre dalmate e giuliane.

Dall’Accademia Pugilistica Triestina, quindi, egli riprese la difficile strada, tutta in salita, del deportato.

Il suo record d’incontri, immacolato sin dall’esordio, si macchiò in Turchia nel 1956, a fronte di un verdetto molto contestato; in quello stesso anno dovette sopportare l’esclusione dai giochi di Melbourne e, soprattutto, la morte della madre, la cui improvvisa dipartita rischiò di fiaccarne il grande spirito combattivo.

Al contrario, incassati i duri colpi di quell’anno infausto, Giovanni “Nino” Benvenuti inanellò una nuova, infinita serie positiva che gli permise di partecipare alla splendida olimpiade romana del 1960, una delle più belle e ricche edizioni di tutti i tempi.

Benvenuti, esule istriano ventiduenne, scese di categoria per stare nei welter e dominò la competizione davanti ai propri connazionali, aggiudicandosi uno splendido oro che gli valse, inoltre, il riconoscimento come miglior pugile della kermesse, ulteriore gratificazione data la concorrenza, nei mediomassimi, di un certo Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali.

Entrato dalla porta principale nel professionismo, continuò la progressione vincente di una carriera che già si era dipanata nel massimo fulgore tra i dilettanti, conquistando il titolo italiano dei pesi medi e, soprattutto, tornando nei superwelter per strappare e difendere il titolo mondiale in due epici incontri, entrambi del 1965, con Sandro Mazzinghi, altro grandissimo pugile italiano.

Conseguito, l’anno successivo, il titolo EBU dei medi, vinto in Germania sul detentore Jupp Elze, il quale tre anni più tardi avrebbe tristemente trovato la morte sotto i colpi di Juan Carlos Duran, Benvenuti volò in Corea del Sud per mettere in palio il proprio titolo mondiale dei superwelter.

In un ambiente infuocato, davanti al presidente coreano, il pugile di casa Ki-Soo Kim diede battaglia per gran parte dell’incontro, finendo per trovarsi in difficoltà con l’avanzare delle riprese quando, con la grande stanchezza, la superiore classe di Benvenuti cominciò a palesare il segno del divario tra lui e l’asiatico.

Nel momento di massimo forcing del pugile italiano, durante il tredicesimo round, una forte esplosione squassò l’aria e zittì il pubblico, fermando l’azione del nostro campione: le molle angolari che reggevano le corde si erano violentemente schiantate, lasciando il ring senza perimetro e costringendo l’arbitro a fermare il match.

I dieci minuti d’interruzione furono l’insperata salvezza per il coreano, che riuscì ad arrivare al termine ed ebbe un pesante aiuto da due dei tre giudici. Con una sanguinosa split decision terminava la lunghissima serie di vittorie del nostro atleta.

Gli eventi di Seoul non fermarono la rincorsa alla grandezza di Nino, che presto avrebbe incontrato l’avversario con il quale, in una trilogia di leggendari match, avrebbe fatto leva su arene infuocate, chilometri di carta stampata, sangue e sudore per entrare di diritto nella storia del pugilato.

Emile Griffith, campione dei pesi medi, si vide strappare la cintura in un Madison Square Garden entusiasta, se la riprese nel Queens in virtù di una decisione maggioritaria ed infine la restituì all’italiano dopo altre soffertissime quindici riprese, il 4 marzo del ’68. I tre incontri si erano disputati nell’arco di soli undici mesi.

Raggiunto il tetto del mondo, Nino Benvenuti difese i propri titoli per quattro volte, fino allo schianto sull’invalicabile muro argentino di nome Carlos Monzon.

Alla fine della rivincita persa con Escopeta, due settimane dopo il proprio trentatreesimo compleanno, Nino Benvenuti decise di appendere i guantoni al chiodo e chiudere una carriera immensa.

Il bell’aspetto, la personalità gioviale ed espansiva ne favorirono il lancio nel cinema ed in televisione.

Sposatosi due volte, Nino è padre di sei figli.

Da anni è una presenza fissa a bordo ring nei match più importanti che si svolgono in Italia eppure io, che raramente salto una riunione di richiamo e che non posso nemmeno contare le volte che l’ho visto commentare gli incontri dal vivo, non sono mai riuscito a parlargli.

Una volta, credo quattro o cinque anni fa, non ricordo se si trattasse di Padova per l’Europeo tra Boschiero e De Vitis o di una piazza romagnola per un incontro di Signani, lo incrociai all’uscita dai bagni.

Essendo egli dell’età di mio padre, avevo sino ad allora avuto la sensazione che, incontrandolo, avrei provato quel misto di tenerezza e affetto che normalmente si nutre per chi si avvii verso l’ottantina.

Mi feci rispettosamente da parte, ricevendo da lui il cordiale e franco sorriso di un uomo senza età e mi resi conto che quella dritta figura e quelle mani forti appartenevano ancora ad un pugile di tutto rispetto e non erano connotato di chi si potesse definire ‘anziano’.

Guardandolo tornare alla postazione televisiva, non mi fu difficile immaginare lo stesso ragazzo col ciuffo ribelle che lasciava silenzioso la propria terra, che correva ogni mattino alle gelide folate di bora, che affrontava con rabbia e lealtà i mille combattimenti, che costringeva l’intera nazione a svegliarsi nel cuore della notte affinché potesse sognare con le sue grandi imprese d’oltreoceano.

La prossima volta che lo incontrerò, gli chiederò di stringermi la mano, perché nella sua storia di riscatto, c’è l’alito vitale di quella religione che noi chiamiamo pugilato.

 

Giornata della Memoria: Johann Trollmann, il pugile che sfidò il Nazismo

Giornata della Memoria: Johann Trollmann, il pugile che sfidò il Nazismo

Il 27 Gennaio si celebra la Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime dell’Olocausto da parte del Nazismo. Durante il regime del Fuhrer tra le milioni di vittime, la maggior parte di origine ebraica, ci furono anche gli appartenenti dell’etnia Sinti, spesso dimenticata. Vi raccontiamo di un eroe “zingaro”, Johann Trollmann.

Adolf Hitler amava la boxe. Per lui la nobile arte rappresentava il massimo esempio di forza e supremazia sotto forma di prestanza fisica, disciplina e velocità di decisione, in barba a coloro che la volevano relegare ad attività volgare lontana dall’eleganza della scherma. Johann Trollmann era un pugile. Diverso dallo stereotipo del Fuhrer.

Nato nel 1907 in Bassa Sassonia da una famiglia sinti, in mezzo ad otto fratelli, cominciò a tirare a 8 anni, seguito da un allenatore ebreo. Cresce di età e di fisico diventando, incontro dopo incontro, uno dei pugili più richiesti del panorama tedesco. Fisico asciutto e scultoreo, chioma riccia e mora lo trasformano in “Rukelie”, l’albero, e a bordo ring le ragazze fanno a gara per accaparrarsi un sorriso, uno sguardo di quel rom che è già un divo e un rubacuori. Ma la sua diversità con il perfetto boxeur hitleriano non è solo nell’aspetto, così lontano dalle caratteristiche estetiche tanto amate dal dittatore. Trollmann è un pugile moderno, assimilabile per stile a Muhammad Ali. Veloce, leggero nei movimenti, Johann saltella intorno all’avversario, lo sfianca, lo irride per poi sferrare il colpo decisivo, quello della vittoria.


Nella categoria dei pesi medi è uno degli atleti più temuti. L’apice della sua carriera lo tocca in occasione dell’incontro valevole per il titolo contro il tedesco Adolf Witt, il 9 giugno 1933. In quella occasione, quello “zingaro” sconfigge l’avversario, sfruttando, appunto, le sue caratteristiche che lo hanno reso famoso. Caratteristiche vincenti ma che non piacevano all’ambiente nazista. Per questo, Georg Radamm, presidente dell’Associazione Pugili Tedeschi non vuole convalidare la vittoria, ma la rivolta del pubblico presente mette fine a questa ingiustizia, portandolo letteralmente in trionfo e obbligando la commissione a confermare il titolo. Le lacrime di Trollmann, in quell’occasione, sono il ricordo più vivo.

Ricordo che rimase vivo anche nella mente della Federazione che, una settimana dopo, per squallidi motivi legati al suo stile di combattimento (effeminato) e alle lacrime (non consone ad uno sport così virile), annullano il match, “concedendogli” la possibilità di rifarsi in occasione di un incontro organizzato contro Gustav Eder. Ma con delle limitazioni: niente balletti e giravolte, si boxa alla maniera nazista, maschia, al centro del ring.

La reazione di Trollmann vale il prezzo del biglietto e i fatti raccontati si mescolano con la leggenda: pare che l’atleta si sia presentato con i capelli ossigenati, biondo. Sul corpo un velo di farina che lo ricopriva completamente. La perfetta maschera dell’ariano perfetto. I cinque round che si susseguono sono una rivolta silenziosa: Johann fermo in mezzo al “quadratoincassa a ripetizione fino a perdere la sfida. Da quel giorno, Trollmann non fu più pugile, fatte salve alcune apparizioni in match secondari o fiere di Paese.

A partire dal 1938, fu costretto alla sterilizzazione, in quanto sinti, secondo le leggi razziali introdotte dal nazismo. Per evitare problemi alla sua famiglia, divorziò dalla moglie Olga, separandosi anche dalla figlia Rita, che cambiarono cognome.

Partito per il fronte con la divisa della Wermacht al confine russo, fa ritorno con licenza nel 1942. La situazione è drasticamente cambiata. La sterilizzazione non era più sufficiente. Un po’ di carcere ad Hannover e, più tardi, deportato nei campi di concentramento insieme ad altri 500.000 innocenti di etnia rom e sinti.

A Neuengamme, vicino ad Amburgo, torna ad essere pugile. Nel campo di lavoro è costretto, pur di avere una doppia razione di cibo, a combattere come “sparring partner“, più che altro come punching ball, negli incontri organizzati dalle guardie naziste. Vittima sacrificale, umiliato e deriso pur di mangiare, di resistere. Si è spenta la luce che incantava le ragazze negli occhi di Johann. L’ironia, quella danza intorno all’avversario, il non prendersi sul serio hanno lasciato spazio a disperazione e rabbia.

Viene trasferito al campo adiacente di Wittenberge. Anche qui, riconosciuto da un ex arbitro, non sfugge al suo amaro destino.

Ennesima nottata, ennesimo incontro. Di fronte a lui, il kapò Emil Cornelius. Solo il nome incute terrore. Trollmann è stremato e pelle ossa. Malgrado questo, lo spirito dell’uomo che fu rivive nei guantoni del pugile che, con l’ultimo sforzo, sconfigge il suo aguzzino, urlando metaforicamente la sua anima libera. L’umiliato che umilia l’umiliante. Inaccettabile per un devoto nazista: giorni dopo, mentre era a lavoro, Cornelius raggiunge Trollmann e si prende la sua vendetta. Lo uccide. C’è chi dice con una pallottola in testa, chi massacrato a badilate. E’ il 9 Febbraio 1943. Si parla di morte accidentale. Ma nessuno ci crede. Robert Landsberger, un testimone, racconterà la verità, a conflitto terminato.

Il ricordo di Trollmann è vivo nel popolo tedesco: nel 2003 viene consegnata alla famiglia la cintura di campione dei pesi medi (quella che gli avevano negato) e nel 2010 nel Viktoria Park, quartiere di Kreuzberg a Berlino gli viene dedicato un monumento a forma di ring. Molti autori hanno trattato la sua storia: ricordiamo il nostro Dario Fo, con il libro “Razza di Zingaro.

Ennesima vittima innocente di un folle ideale, Trollmann non si è mai piegato. Come un Rukelie, un albero, ha accettato la sua condizione, la privazione della libertà e della gioia di essere atleta, colpito nel corpo ma con l’anima di chi ha provato a resistere, oltre l’umiliazione di essere considerato inferiore dai veri inferiori. Non fu la resa a spegnere il sorriso di Trollmann, ma il livore di chi, incapace di batterti sul “campo”, con una pallottola o una pala, poco conta, ti ha lasciato steso nella terra.

LEGGI LA STORIA DI MATTHIAS SINDELAR, IL PATRIOTA ANTI HITLER

Dan Mendoza, il padre della scienza applicata al pugilato che combatteva a mani nude

Dan Mendoza, il padre della scienza applicata al pugilato che combatteva a mani nude

Dan Mendoza, antico pugilatore inglese discendente da predoni lusitani stabilitisi a Londra nei secoli precedenti la sua nascita, fu dominatore dei pesi massimi delle Isole Britanniche dal 1792 al 1795.

Nei libri di storia è pure ricordato come il primo ebreo ad aver rivolto la parola ad un reale inglese, essendo egli stato ricevuto da Re Giorgio III al quale era giunta voce dei suoi trionfi.

Un bel segno distintivo, nella comunità del tempo, che aiutava a cancellare l’immagine dell’ebreo data dalla messa in scena, nei teatri londinesi, de Il Mercante di Venezia di Shakespeare, con Shylock a restituire un’immagine di perfidia ed avidità in grado di alimentare sentimenti anti-semiti.

Alto meno di un metro e settanta e leggero quanto un peso medio, Mendoza dominava i massimi con astuzie difensive e movimenti laterali che, a quel tempo, erano di stampo rivoluzionario, in un’epoca in cui i pugili attendevano il pugno dell’avversario nella totale immobilità.

Nel 1789 pubblicò pure un libro di discreto successo, The Art of Boxing, nel quale spiegava come assorbire i colpi e caricare i propri diretti di conseguenza: un’autentica pietra miliare del nostro sport, che fa di Mendoza il padre della scienza applicata al pugilato.

Ad un certo punto della propria carriera vinse ventisette incontri consecutivi. Un risultato straordinario se si pensa che nel bare-knuckle, il pugilato a mani nude, l’unica maniera di vincere un incontro era ridurre in stato d’incoscienza l’avversario; non c’erano limiti di tempo, si combatteva fino alla resa e i round terminavano solo quando un pugile finiva per le terre, per riprendere nell’istante in cui entrambi fossero stati in piedi.


Il secondo dei suoi leggendari incontri con Richard Humpries fu il primo evento della storia del pugilato a prevedere un pagamento per assistervi. Sino ad allora i pugili erano pagati dai picchetti per la raccolta delle scommesse.

Dan Mendoza vinse al cinquantaduesimo round.

Se rapidamente era iniziato il suo crescendo, in uno schiocco di dita cominciò il triste declino, originato dalla sconfitta contro John Jackson, che lo sovrastava di dieci centimetri e venti chili.

I primi anni del nuovo secolo lo videro tornare sulla scena per combattimenti sempre più cruenti, seppur mitigati nelle conseguenze dalle sue straordinarie capacità difensive.

Affrontò l’ultimo incontro a cinquantasei anni compiuti, quarant’anni dopo lo strepitoso esordio avvenuto in un lontano giorno del 1780 contro Harry the Coalheaver, di cui aveva avuto ragione in quaranta riprese.

Di grande spirito ed eclettica personalità, si dedicò a mille imprese, fallendole quasi tutte per quel piglio folle che consuma i grandi artisti di ogni epoca, razza o stato sociale.

Nel 1836, a settantadue anni, Daniel Mendoza morì in povertà e solitudine, non lasciando alcun bene ai propri figli, ma esperienze di vita a volontà.

Peter Sellers, l’ispettore Clouseau de La Pantera Rosa, era il suo bis-bisnipote.

Nel 1990, a duecentoventisei anni dalla nascita, la International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto tra i più grandi di ogni tempo.

A Londra, un mezzobusto in suo ricordo è stato inaugurato nel 2008 dal grande Henry Cooper, permettendo alla metropoli britannica di tracciare una lunga riga che unisse due dei propri migliori combattenti attraverso i secoli e le epoche.

Bruno Arcari, la concretezza del Campione riservato di una Boxe che non esiste più

Bruno Arcari, la concretezza del Campione riservato di una Boxe che non esiste più

In un’epoca in cui la spettacolarizzazione dello sport è all’ordine del giorno, in cui si assiste ad una miriade di ostentazioni esibizionistiche da parte di sportivi, o presunti tali, stride enormemente la storia di un campione schivo, un antidivo. Un uomo semplice, che picchiava forte, fatto di un’altra pasta in altri tempi, un vero pugile: Bruno Arcari.

Nasce ad Atina il 1º gennaio del 1942. L’anno dopo la famiglia si trasferisce a Genova, che diventerà la sua città adottiva. Da ragazzino gioca a calcio come ala sinistra, temperamento combattivo ma poca tecnica. Su quel campo Bruno usa più le mani che i piedi.



Gli consigliano di darsi al pugilato. Ed è quello che fa. L’ingresso alla palestra Mameli nel 1957 è all’insegna dello sberleffo. I due maestri di boxe, Alfonso Speranza e Armando Causa, lo prendono in giro per via delle sue gambe grosse e lo rimandano al giorno successivo. In realtà mettono alla prova la sua decisione. Vogliono solo duri in quell’ambiente. E il giorno dopo Bruno ritorna. Serve ben altro per farlo desistere. Il ragazzo ha stoffa. Lavora come garzone in un negozio di frutta e verdura a Nervi e quando combatte Duilio Loi a Milano si mette nel bagagliaio della giardinetta degli amici più grandi e va a vederlo. Sogna di salire sul ring e diventare come il suo idolo. La palestra è un mondo dove si sente a suo agio, sempre pronto a dimostrare di essere il migliore.

Passa dilettante e diventa campione italiano (1962 e 1963). Nel 1963 conquista anche il bronzo ai Campionati europei e vince il torneo preolimpico di Tokyo. Parte favorito per le Olimpiadi del 1964 dove è però costretto a ritirarsi per ferita durante l’incontro di apertura. L’avversario, il keniano Alex Oundo, gli rifila una testata e Bruno deve abbandonare così un match in completo controllo.

Il suo punto debole sono quelle arcate sopraccigliari fragili come uova, che colpite sanguinano copiosamente. L’unico modo per arginare la furia agonistica dell’italiano è picchiare su quella parte usando ogni mezzo, lecito o meno.

Esordisce tra i professionisti, pesi superleggeri, l’11 dicembre 1964 a Roma. Una sconfitta inattesa contro Franco Colella, il quale si rende protagonista di un atto sleale: ancora una volta una testata al sopracciglio. Il combattimento viene interrotto al 5º round e Arcari, nonostante sia indubbiamente in vantaggio ai punti, esce battuto.

La seconda sconfitta arriva dopo una serie di dieci vittorie consecutive, il 10 agosto 1966 a Senigallia, durante il dodicesimo match da professionista contro Massimo Consolati, valido per il titolo italiano. L’arbitro ferma l’incontro per ferita al 10º round, sempre con il pugile di Atina in palese vantaggio.

Bruno è un pugile pragmatico e concreto. Boxare è il suo lavoro. Migliora la guardia destra per difendere il suo unico punto debole e continua a menare con il sinistro devastante. Un mix esplosivo che lo rende invincibile. Quelle rimarranno le uniche due sconfitte di una carriera incredibile, da imbattuto quasi assoluto (record di 70-2-1). 73 incontri e 70 vittorie, di cui 38 per KO. Non perderà più un incontro dei successivi 61 disputati, vincendone 57 consecutivamente e pareggiando in modo controverso solo il suo quartultimo match, nel 1976 contro Rocky Mattioli a Milano. Il 7 dicembre 1966 a Genova, Arcari ha la meritata rivincita contro Consolati. Un match sporcato dai reiterati tentavi di colpi proibiti dell’avversario, che viene squalificato al 7º round. Bruno diventa così campione italiano dei welter junior.

Difeso il titolo italiano in tre occasioni, il 7 maggio 1968 sfida alla Stadthalle di Vienna l’idolo locale, il campione europeo Johann “Hans” Orsolics. Incontro epico, l’arcigno italiano di 165 cm contro l’austriaco oltre il metro e settanta. Atmosfera infuocata e assordante di fronte a 15 mila spettatori che per tutto il combattimento battono i piedi e fanno letteralmente tremare il palazzetto. Pur essendo considerato sfavorito, Arcari non mostra minimamente timore. Domina il match e picchia duro. L’arbitro è costretto a fermare l’incontro al 12º round per KOT, prima che Orsolics vada definitivamente al tappeto. Titolo europeo conquistato. È il combattimento della consacrazione, che lo rende un mito per i ragazzi italiani. Difende poi la cintura in quattro occasioni, vincendo sempre per KO.

Il 31 gennaio 1970 al Palazzetto dello Sport di Roma, Arcari combatte per il titolo mondiale contro il campione in carica, il filippino Pedro “the rugged” Adigue Jr, uno di quelli che colpisce senza remore, non curante dei regolamenti. L’incontro comincia male, alla terza ripresa Arcari incassa un gancio destro alla mascella e piega le gambe rischiando il KO. Una sassata che si fa sentire, ma da lì sembra scuotersi ed inizia ad affondare i colpi. Il match è arduo, tirato, di una cattiveria quasi brutale. Un’autentica battaglia. Al termine della dodicesima ripresa tutto è ancora in gioco. Così Arcari decide di chiudere la partita e dà il via a tre riprese leggendarie. Attacca mantenendo l’iniziativa in continuazione, ma Adigue non molla. Al quindicesimo round l’italiano assesta un preciso gancio sinistro al filippino, che però rimane ancora in piedi. Entrambi finiscono il match esausti, ma il verdetto è unanime: Arcari vince ai punti ed è il nuovo campione del mondo WBC.

Nei quattro anni seguenti difende il titolo per nove volte. Il suo avversario più tenace sarà un boxeur dal talento cristallino, il brasiliano Joao Henrique, contro il quale combatte in due occasioni.

Il 6 marzo 1971 a Roma si assiste al loro primo match. Un combattimento ad armi pari in cui Arcari vince ai punti. La rivincita arriva il 10 giugno 1972, al Palazzo dello Sport di Genova. Un evento attesissimo, seguito da 200 milioni di spettatori in mondovisione e che fa registrare uno share dell’87% in Italia. Un match duro tra due grandi pugili. Il brasiliano è sicuro di vincere, ma Bruno si è preparato al massimo. Tira le prime due riprese a tutta, carico oltremisura. Continua a sferrare pugni micidiali negli altri round fino a rompere la mascella a Joao, che oppone una stoica resistenza alla furia dell’italiano. Alla dodicesima ripresa Bruno gli rifila un colpo allo stomaco. Joao Henrique va giù, si rialza, ma fa segno di non voler proseguire. Arcari è ancora campione del mondo.

Lascia volontariamente il titolo da imbattuto la sera del 2 settembre 1974. Prosegue ancora tra i welter prima di abbandonare la carriera agonistica nel 1978. Si ritira a vita privata in Liguria, nella Riviera di Levante.

Un pugile concreto, senza alcuna concessione allo spettacolo e agli eccessi. Mancino spaccasassi, preciso nel portare i colpi alla figura. Intelligente nello studio minuzioso dell’avversario e con una inesauribile velocità dei movimenti. Per anni ha evitato la popolarità preferendo alle copertine patinate dei rotocalchi il sudore della palestra e il suono sordo dei sacchi scazzottati da due mani pesanti come macigni. Ha onorato l’antica e nobile disciplina del pugilato nei suoi valori di agonismo, forza e rispetto dell’avversario. Ha fatto della boxe la sua professione senza distrazioni, consapevole della fugacità dei successi e del valore del coraggio e del sacrificio.

Un uomo che ha fatto dell’umiltà la sua firma, dei pugni la sua vita. L’ultimo imbattibile del pugilato italiano: Bruno Arcari.

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

In un tragico pomeriggio di maggio del 1966 si concludeva l’esistenza del primo grande pugile britannico di sangue misto, Randolph Turpin.

Il mancato pagamento delle tasse dovute e i debiti correnti, divenuti incontenibili, ne avevano ormai decretato la bancarotta.

Al culmine della sua folle giornata disperata, prima di rivolgere la pistola contro se stesso, Turpin, raggiunto lo zenit dell’aberrazione, aveva sparato due volte alla più giovane delle sue quattro figlie, di soli diciassette mesi d’età.

Miracolosamente, la piccola si salvò dopo un lungo ricovero.

Lasciava così il mondo, a trentasette anni, un pugile che aveva saputo infiammare il pubblico d’oltremanica, che era stato di forte rappresentanza per le minoranze etniche dell’isola le quali vedevano nella sua pelle ambrata, frutto di una madre bianca ed un padre caraibico, una rivincita sulle ingiustizie e vessazioni subite.

Nel luglio del 1951, Turpin strappò il titolo dei medi dalle più prestigiose mani della storia della boxe, quelle di Sugar Ray Robinson, nell’ultimo incontro della tournée dell’americano in Europa.

Solo sessantaquattro giorni più tardi il grande Ray se lo sarebbe ripreso con un limpido knock-out di metà match.

La sconfitta peggiore della carriera, comunque, Turpin l’avrebbe patita a Roma, a mezzo del violentissimo gancio sinistro di Tiberio Mitri, che aveva chiuso i conti a meno di un minuto dal principio del match.

Per il resto, la sua carriera fu una lunga cavalcata vincente, con ricchezza e famiglia felice a corredare il tutto, ma a stridere con la forte depressione che mai riuscì a combattere.

Totalmente sordo da un orecchio, per un incidente occorsogli da bambino nel quale aveva seriamente rischiato d’annegare, Turpin era costretto a seguire con gli occhi un suo secondo d’angolo preposto a segnalargli il termine del round.

Nella sua città natale, Leamington, deliziosa cittadina termale del Warwickshire, la sua casa è stata trasformata in un museo grazie ai molti cimeli della sua gloriosa carriera.

A dirigere l’impresa è Carmen, la figlia a cui Randy aveva inspiegabilmente sparato prima di togliersi la vita.

Così vanno le cose del mondo.


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