Diavoli Arcobaleno: lo United in prima fila per i diritti LGBT

Diavoli Arcobaleno: lo United in prima fila per i diritti LGBT

Grande novità in casa Manchester United. Stavolta non si tratta di un colpo di mercato milionario alla Paul Pogba o di un accordo commerciale con numeri da capogiro come quello stipulato con Adidas e Chevrolet negli ultimi anni.

In questo caso, parliamo di qualcosa di ben più importante dal punto di vista strettamente sociale (ed educativo).

I diavoli rossi sono diventati il primo club nel Regno Unito a collaborare ufficialmente con Stonewall, il gruppo che utilizza la campagna dei ‘lacci arcobaleno’ per supportare la causa LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender).

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Il club ha dichiarato in una nota che “lavorare al fianco di Stonewall contribuirà ad affrontare le questioni LGBT nello sport e nella società. Come società Manchester United ci impegneremo a studiare i modi migliori per favorire l’uguaglianza nel calcio.”

Ruth Hunt, Chief Executive di Stonewall, ha detto che “il supporto di un grande club come lo United ci permette di raggiungere milioni di appassionati di calcio sia qui in Inghilterra che in tutto il mondo. Dobbiamo incoraggiarli a fare la loro parte per far sì che tutte le persone, a prescindere dalla loro etnia, dalla loro religione o dal loro orientamento sessuale, si sentano le benvenute nello sport.

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Il club allenato da Josè Mourinho è sembrato il più appropriato, in patria e non, in riferimento a tale tematica e a tale accordo con Stonewall, dal momento che è rimasta un’occasione fortemente iconica nella mente di molti appassionati di calcio (e non) quella del bacio avvenuto in campo tra Gary Neville e Paul Scholes, due vere leggende dei Red Devils, nel 2010.

Hunt ha poi aggiunto: “Per le società come il Manchester United è fondamentale mostrare non solo che le persone LGBT siano le benvenute nella propria ‘famiglia’, ma che loro stessi siano enti attivi nel guidare il cambiamento. Al momento, molte persone LGBT vogliono entrare a far parte del mondo dello sport, sia come giocatori che come tifosi, ma il comportamento razzista e discriminatorio di una minoranza della gente può farli sentire insicuri, sgraditi o addirittura incapaci di essere se stessi. C’è veramente tanto lavoro da fare per garantire che tutte le persone LGBT si sentano in grado di partecipare alla gioia dello sport e speriamo di vedere altri club come il Manchester United; club capaci di unirsi a noi ed aderire alla campagna Rainbow Laces per rendere tutto questo una realtà

Richard Arnold, manager di spicco all’interno della dirigenza dello United, ha spiegato che il club mancuniano “vuole essere leader in qualunque campo,” e si è dichiarato “orgoglioso” della nuova partnership.

La nostra società possiede la voglia di mostrare un costante impegno per l’uguaglianza in tutte le aree e con 659 milioni di seguaci in tutto il mondo, è nostra responsabilità mostrare il sostegno e il riconoscimento a tutti coloro che amano questa squadra di calcio“.

Abbiamo studiato e costruito un rapporto di lavoro positivo con Stonewall; è un ottimo modo di imparare gli uni dagli altri e progredire insieme, perché noi ci sforziamo per l’uguaglianza tra tutti i nostri sostenitori.”

Bisogna dire che Manchester ha due squadre di calcio con una grande storia di attivismo a livello LGBT.

Nel 2006, infatti, il Manchester City diventò il primo club ad aderire ad un elenco di aziende ufficialmente riconosciute come “gay-friendly” da Stonewall.

La Premier, il doping e quella voglia di non farsi trovare

La Premier, il doping e quella voglia di non farsi trovare

Promozione in Premier League per la prima volta nella propria storia soltanto un anno e mezzo fa; una stagione da debuttante nel grande calcio inglese senza mai il reale pericolo di tornare rapidamente in Championship, lodi a non finire ed, infine, una seconda annata nella massima divisione che fino ad ora appare di tutto rispetto per la piccola realtà rappresentata.

Si potrebbe riassumere, in modo estremamente breve, così l’ascesa nel calcio anglosassone del Bournemouth, allenato dall’eccellente Eddie Howe (segnatevi questo nome sul vostro taccuino).

Sarebbe tutto magnifico, se non fosse che pure le ‘Cherries’, dopo il Manchester City di Guardiola e gli svariati casi di calciatori risultati positivi a test anti-droga, nelle ultime settimane sono entrate nel vortice delle polemiche in riferimento al delicato tema del doping.

Il motivo è esattamente lo stesso del ‘City-gate’: il Bournemouth, infatti, non avrebbe fornito all’agenzia anti-doping inglese le informazioni necessarie (e corrette) per permettere agli ufficiali di poter effettuare dei test a sorpresa sui propri tesserati. Il fatto, peraltro, non sarebbe accaduto in una sola occasione ma per ben tre volte; da qui, la decisione della FA di punire il club rossonero.

La società, dal canto suo, è in attesa di conoscere la sanzione ufficiale da parte della federcalcio inglese. Tutto lascia pensare che il caso si concluderà in maniera simile a quanto avvenuto nei confronti del City dello sceicco Mansour (multa di 35.000 sterline e un ‘warning’, una sorta di ‘cartellino giallo’ che potrebbe aggravare eventuali sanzioni future per doping in casa Manchester City).

A livello puramente teorico, tuttavia, cosa può accadere (da regolamento) quando un club indica un luogo sbagliato dove poter incontrare i propri giocatori (oppure se proprio non vengono comunicati gli estremi dove reperire i tesserati) e gli ufficiali dell’anti-doping si recano ad effettuare il test? Dipende.

Se ci sono fino a quattro atleti coinvolti, il club non viene penalizzato. Se accade, invece, con un numero che va da cinque giocatori in su, si mette in moto la macchina amministrativa della FA. Ogni giocatore che non viene trovato dai funzionari potenzialmente può incappare in una pena per non aver dato luoghi ed orari alternativi.

Secondo le regole vigenti presso la FA, le tre volte in cui è incorso il Bournemouth (così come il City) in 12 mesi potrebbero anche condurre ad una squalifica di alcuni calciatori.

Una decisione che, comunque, appare quanto mai improbabile, visto il recente precedente degli azzurri di Manchester.

Il curioso caso del Chievo Verona

Il curioso caso del Chievo Verona

In un famoso film di qualche anno fa, Benjamin Button fu protagonista di un’esperienza particolare: visse una vita al contrario, ringiovanendo invece di invecchiare. Nella Serie A in corso c’è un curioso caso, per certi versi affine. Il Chievo è vecchio più di ogni altro, ma si è salvato senza grandi patemi, viaggia comodamente a metà classifica con 35 punti (venti in più del Palermo terzultimo) e sembra talvolta una squadra di ragazzini. L’affermazione non è casuale e si può supportare con qualche statistica: l’età media dei clivensi è l’unica in Europa (se si parla dei cinque campionati principali) a superare i 30 anni, e raggiunge quota 31,1. Tanti, tantissimi. Soprattutto se si valuta l’età media della Serie A (26,8) e degli altri tornei (ne parleremo in seguito). Il modello Chievo non entusiasmerà mai i tifosi e non regalerà grandi fantasie di calciomercato, ma funziona da tantissimi anni e ci regala due spunti di discussione interessanti: la gestione calcistica della società veronese è un esempio replicabile? Quanto conta l’esperienza in un campionato come il nostro? Approfondiamo la questione.

Rispondere alla prima domanda è piuttosto semplice: il Chievo è un’eccezione da più punti di vista. Normalmente, una squadra che punta ad una salvezza tranquilla scommette principalmente sulla freschezza dei giovani unita a qualche elemento più esperto, nella speranza che qualcuno esploda e porti in dote delle importanti plusvalenze. Il Chievo, invece, fa leva sulla continuità di un progetto che ha permesso il mantenimento della massima categoria per quindici anni su diciassette. Dal 2001, anno della storica prima promozione in A, ad oggi, i clivensi sono retrocessi solo nella stagione 2006/2007 (furono decisive in negativo le esperienze in Champions ed Europa League, arrivate a seguito dello scandalo Calciopoli), riconquistando un posto al sole dopo un anno di B. La storia del Chievo evidenzia un andamento costante grazie al quale la società ha rischiato raramente di retrocedere, piazzandosi in buona parte dei casi tra le prime 10-12.

La strategia adottata si può riassumere così: la rosa viene puntellata anno dopo anno con pochi innesti mirati e dal basso costo, mentre i profili individuati per la panchina hanno spesso filosofie tecnico-tattiche affini. Il gioco espresso è pragmatico e senza fronzoli, espressione ideale del credo della società che rappresenta.

Ovviamente, la parola chiave è esperienza. Se si osserva la rosa di questa stagione, si notano subito i 37 anni di Sorrentino, Pellissier e Dainelli, i 36 di Gobbi e i 35 di Gamberini. Quindici elementi su venticinque hanno superato i 30 anni, in molti casi ampiamente. Inoltre, i 31,1 anni d’età media vengono spesso superati dall’undici titolare. Per esempio, la formazione schierata sabato scorso contro il Milan (25,3 d’età media con i soli Bacca, Zapata e Sosa sopra i 30), ne aveva 32,6. Se fosse entrato in campo Pellissier, la statistica sarebbe stata ancora più sorprendente. La strategia portata avanti dal Chievo garantisce il mantenimento della categoria ed è senza dubbi un modello molto interessante, ma ha un punto debole: le plusvalenze. Dei giocatori presenti in rosa in questa stagione, gli unici con un potenziale di mercato intrigante sono Lucas Castro (seguito nei mesi scorsi anche dalla Roma), Valter Birsa (capace a gennaio di resistere alle sirene cinesi), Roberto Inglese (nel giro della Nazionale di Ventura) e il giovane Samuel Bastien. Ne consegue che la strategia clivense, ottima per rimanere in Serie A, non porta in dote il perseguimento di obiettivi più ambiziosi attraverso un arricchimento progressivo della rosa.

Una volta appurata l’eccezionalità del caso Chievo, è necessario evidenziare la regola da esso confermata. Come abbiamo detto all’inizio, la squadra allenata da Maran è l’unica dei cinque campionati europei principali (Premier League, Liga spagnola, Bundesliga e Ligue 1) a superare i 30 anni d’età media. Le compagini che guidano le rispettive graduatorie in termini d’anzianità (Stoke City, Deportivo La Coruna, Bayern Monaco e Guingamp) sono infatti ben distanti dai clivensi (gli inglesi arrivano a 29,1, i bavaresi si fermano addirittura a 27,6) e le loro statistiche ci impediscono di portare avanti un confronto credibile sui risultati ottenuti. Le squadre citate confermano in buona parte il trend dei campionati ai quali prendono parte (si va dai 25,6 d’età media della giovanissima Bundesliga ai 27,4 della Premier League), mentre il Chievo è distante dalla media della nostra Serie A (26,8) e stacca nettamente Juventus e Cagliari, seconda e terza per anzianità (28,1 e 28,0), e ancor più il Crotone, squadra più giovane del nostro campionato con i suoi 25. Alla luce di questi elementi, possiamo ora rispondere alla seconda domanda: superare i 30 anni d’età media è un rischio che non corre nessun altro e si preferisce creare un mix equilibrato di gioventù e maturità. Perché l’esperienza conta, ma fino ad un certo punto. A patto che non si creda alla capacità di volare dei mussi, oppure alla storia di Benjamin Button.

Il tempo dell’usa e getta

Il tempo dell’usa e getta

Claudio Ranieri esonerato dal Leicester City Football Club.

Fermiamoci un attimo, troviamo le parole, o perlomeno proviamoci.

Gratitudine. Memoria. Rispetto. Pazienza. E poi – massì, scandalizziamo i più cinici – Amore.

Non c’è gratitudine verso Claudio Ranieri, il tecnico che ha resuscitato una squadra destinata ad un’involuzione inesorabile, che l’ha traghettata in acque limacciose ed infine condotta sull’Olimpo, nessun sentimento di riconoscenza nei confronti di chi ha fatto gioire ed esaltare tifosi grandi e piccoli di questa città dal nome antico. L’ha fatto e basta. Ingordi, si rilancia e se ne vuole ancora, anzi di più. La gratitudine è un sentimento nobile, un antidoto potente contro l’infelicità: è saper celebrare il valore di fatti, persone, cose, saperne godere, trarne nutrimento e accantonare pienezza e felicità per momenti più bui. Ecco, non c’è gratitudine per Claudio Ranieri.

Non c’è memoria delle fatiche, della tenacia, del coraggio, di scrupolo e senso del dovere, di lavoro a denti stretti; non c’è memoria del mestiere elegante e silenzioso, a volte poco compreso. Fare memoria delle cose è un esercizio importante: è fondamentale conoscere il viaggio, non solo la meta, rammentare percorsi e insidie, non solo lo sfavillio del traguardo. Nemmeno memoria c’è, per Claudio Ranieri.

Vogliamo parlare di rispetto? Non c’è considerazione per il suo  impegno, i suoi meriti sembrano essere svaniti alla stessa velocità con cui tifosi sconfitti abbandonano lo stadio. Macchina che sforna successi: nessun grippaggio è tollerato, il meccanismo deve sempre funzionare alla perfezione. Quando non è così la macchina si getta.

E poi, la pazienza: ingurgitiamo fretta e scoliamo calici di impazienza; non possiamo aspettare, tutto deve essere subito o mai più, perché se non è ora, non è, non esiste, non ha appeal;  poco male se poi disinteresse e noia coprono con manti di piombo avvenimenti e circostanze, non importa, subito c’è altro di cui parlare e per cui gioire, naturalmente per un tempo limitato dalla nostra irrequietezza. Ok, il Leicester City ha vinto la Premier League nove mesi fa (giusto il tempo di una gestazione…), bene, basta…e ora? Nessuna riflessione, poco spazio alla valutazione dei fatti, men che meno mente ai corsi e ricorsi storici del caro Vico, vecchiume inutile nell’era dei post.

Infine l’amore: calciatori sconosciuti, raccolti e cresciuti da un padre perbene che li ha lustrati e pettinati, allacciato scarpini e drizzato piedi, nutriti di coraggio e abbeverati di gloria. I figli – diventati grandi – a sbattere la porta. A fare la voce grossa per cacciarlo di casa dopo aver preteso le chiavi. Giocatori ormai famosi e tristemente capricciosi. Innamorati di sé e disamorati di chi li germogliò.

Questo, nel tempo dell’usa e getta…

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Sembra proprio non esserci pace per il tanto amato (anche dalle nostre parti) calcio inglese. Come se non fosse bastato lo scandalo legato agli abusi di alcuni allenatori delle giovanili di club oltre la Manica nei confronti dei propri piccoli talenti, oppure la multa comminata al Manchester City di Pep Guardiola (reo di non aver conferito alle autorità competenti gli indirizzi giusti dei calciatori per effettuare test anti-doping a sorpresa) ed il ‘caso Berahino’ (con l’attaccante colored risultato positivo ad un test anti-doping nel settembre scorso e sospeso dalla Federazione per otto settimane, mentre il Wba comunicava che Berahino dovesse unicamente ritrovare il peso forma), ecco un nuovo oceano di polemiche.

Il motivo? Ancora una volta lo scottante tema del doping.

In Premier League, infatti, è scoppiato di nuovo il caso doping. A scriverlo per primo è stato il quotidiano ‘Daily Mail’, che afferma come in Inghilterra, oltre al già citato Saido Berahino, ci siano altri dodici calciatori risultati positivi a dei test anti-doping in un lasso di tempo compreso tra il 2012 ed il 2016.

La Federazione inglese, dunque, è costretta ad uscire allo scoperto e, pur non rivelando i nomi del calciatori coinvolti, afferma che nella stagione passata sono risultati positivi in tutto tre atleti, mentre nel campionato 2014-2015 i casi di positività riscontrati sono stati addirittura il doppio.

Di chi la colpa, quindi? Scarsi controlli da parte della FA? Assolutamente no.

Da cinque anni, infatti, la Football Association sta mettendo in atto un ferreo programma volto a stroncare, fra i calciatori, l’uso delle cosiddette ‘droghe sociali’; con questo termine, parliamo di quelle sostanze che, pur essendo illecite (per esempio cocaina o ecstasy) non costituiscono doping vero e proprio.

Nel quadriennio 2012-2016 sono stati svolti circa ottomila test da parte della Federazione e, come detto, sono risultati positivi 13 giocatori (lo 0,17% del totale), ovviamente tutti immediatamente sospesi.

La FA non ne ha mai reso noti i nomi, tanto per un discorso di privacy, quanto, se non soprattutto, allo scopo di favorire i loro programmi di riabilitazione. Generalmente, i club spiegano l’assenza dalle convocazioni con motivi di salute o di scarsa condizione; proprio ciò che è accaduto a Berahino durante gli ultimi mesi della sua permanenza al WBA.

Essendo uno dei pochi organi di governo nel mondo del calcio ad effettuare sui giocatori controlli così mirati, la FA conta di arrivare a 5.000 test a stagione da adesso fino al 2018, rilanciando ancor di più la propria voglia di dire ‘no’ al doping; il modo più intelligente e forte per non tentare di rovinare lo spettacolo del campionato più emozionante del mondo.