Javaris Crittenton: la dannazione di un uomo chiuso nel suo ghetto

Javaris Crittenton: la dannazione di un uomo chiuso nel suo ghetto

E’ il 19 agosto 2011 e la ventiduenne Julian Jones si trova insieme al marito nel giardino di casa, ad Atlanta. Tutt’a un tratto sulla strada sbuca un SUV nero, coi vetri oscurati. E’ questioni di pochi secondi: il vetro posteriore che si abbassa, una scarica di colpi micidiali, la donna che si accascia a terra, colpita all’arteria femorale. Il marito lì accanto, illeso per miracolo, si getta a terra per soccorrerla. Ma non c’è nulla da fare, la donna morirà poco dopo in ospedale, lasciando quattro figli. Qual è il motivo, il senso di un omicidio così efferato?

Per spiegare tutto questo, riavvolgiamo il nastro. E’ il gennaio 1996, Javaris Cortez Crittenton ha da poco compiuto 8 anni e vive con la madre e le sorelle nei sobborghi di Atlanta. Il padre è quasi una figura mitologica, non si fa vedere mai. La vita del piccolo Javaris scorre tranquilla, ma la madre Sonya teme che il figlio, crescendo, possa cacciarsi in brutti giro, vista la criminalità imperante nel quartiere. Perciò, notando la sua passione per il basket, decide di iscriverlo nella scuola di Tommy Slaughter – per gli amici PJ -, che insegna ai ragazzini le nozioni basilari del gioco.

Ma Javaris manifesta un talento innato, tant’è che in breve su di lui mette gli occhi Wallace Parther Jr., guru del basket giovanile in Georgia, che lo prende nei suoi Atlanta Celtics, tra le miglior società nella zona per la crescita dei giovani prospetti – da qui è uscita gente come Dwight Howard e Josh Smith-. Dal canto suo Javaris ripaga la sua fiducia già nella sua prima partita, in cui sfodera una giocata sensazionale contro un certo Lebron James, già all’epoca individuato come The Chosen One.

Nel giugno del  2005 Parther, ormai mentore del giovane Crittenton, muore a causa di un arresto cardiaco. Per Javaris è un duro colpo, ma riesce a sfogare tutta la rabbia nella partita memoriale in suo onore, dove annichilisce gli avversari e si attira le attenzioni degli scout NBA.

Finalmente, arriva il draft 2007. Tra le stelle ci sono soprattutto Greg Oden e Kevin Durant, ma anche Javaris si ritaglia il suo spazio e viene scelto alla 19esima chiamata dai Lakers.

Da qui, però, iniziano le difficoltà. Lui, un semplice ragazzo della periferia di Atlanta, viene catapultato nella sferzante megalomania losangelina: quello non è il suo ambiente, non ci si riconosce. E purtroppo, nemmeno sul parquet si trova più di tanto a suo agio. Infatti ai Lakers, nel suo spot di guardia, c’è una concorrenza spietata, togliere il posto da titolare ad un mostro sacro come Kobe Bryant è pura utopia. E Javaris soffre parecchio la panchina, si lamenta di continuo con Coach Zen, senza capire che deve invece  farsi le ossa.

Dicevamo del lusso sfolgorante di Los Angeles, ma è l’altra faccia della medaglia ad infatuare il giovane nativo di Atlanta: la criminalità. Una sera fa la conoscenza di Dolla, un rapper tutt’altro che raccomandabile, che lo introduce in ambienti loschi. E così, come in un thriller di James Ellroy, Javaris entra a far parte di una gang locale, i Mansfield. La sua vita cambia drasticamente.

I Lakers, ormai stanchi del suo comportamento, lo scambiano coi Grizzlies, che a loro volta lo spediscono a Washington. Eppure, nemmeno la lontananza dalle gang della città degli angeli sembra fargli mettere la testa a posto. Infatti, malgrado coi Wizards  avesse finalmente trovato un po’ di continuità sul parquet, è nello spogliatoio che accadono i guai.  E’ il dicembre 2009, vigilia di Natale. Gilbert Arenas è la star della squadra, però ha anche accumulato un po’ di debiti di gioco con Javaris, che rivuole indietro i suoi soldi con fare minaccioso. Ma Arenas non ha intenzione di tirar fuori un centesimo. Si danno appuntamento nello spogliatoio, Arenas apre l’armadietto con nonchalance: lì nascosto  c’è un piccolo arsenale. Ma Crittenton non è uno sprovveduto, anche lui ha con sé un’arma: i due si puntano le pistole l’uno contro l’altro, solo l’intervento tempestivo dei compagni evita lo scontro a fuoco.

La vicenda fa scalpore a livello nazionale, i due vengono sospesi. Ma, mentre Arenas tornerà a giocare nuovamente per i suoi Wizards, Crittenton pone fine alla sua carriera NBA.

Se ne va in Cina, domina nel campionato, ma gli manca la sua patria e decide di tornare in America. Trova però le porte dell’NBA sbarrate, si trasferisce stabilmente a Los Angeles, ma qui un giorno viene derubato di 55.000 dollari e gioielli da Lil Tic e i suoi fratelli, loschi criminali nonché sua vecchie conoscenze. L’affronto subito è enorme, Javaris vuole vendicarsi.

E così, torniamo all’inizio del terribile racconto. Crittenton non ci mette molto a scoprire che Lil Tic vive ad Atlanta con la moglie, noleggia un’ auto insieme al cugino e dà sfogo alla sua sete di vendetta.

Di lì a poco viene scoperto ed arrestato. Viene inoltre alla luce che era invischiato in traffico di droga, la sua casa è piena di armi e stupefacenti. Il 29 aprile 2014 Javaris Crittenton è condannato a 23 anni di carcere e 17 di libertà vigilata.

 La storia di Crittenton è la sintesi perfetta del manuale sul come buttare la propria vita. Un talento cristallino, un dono invidiabile, tutto gettato alle ortiche, nella dannazione. Alla fine, per Crittenton come per tanti altri, ha prevalso la regola brutale: ”Puoi uscire dal ghetto, ma il ghetto non uscirà mai da te”.

Malavita, proiettili vaganti e una promessa: la Storia di Marcus Smart, salvato dal Basket

Malavita, proiettili vaganti e una promessa: la Storia di Marcus Smart, salvato dal Basket

Se nella sessione di mercato la Western Conference sta diventando sempre più competitiva, ad Est il dominio di Lebron e soci sembra ormai scontato. Washington e Toronto sono distanti anni luce, gli altri team neanche a parlarne, l’unica squadra che potrebbe impensierire i Cavs restano i Boston Celtics. Un gruppo di ottimi elementi, tutti inseriti alla perfezione in un sistema ben collaudato, privo però di una vera stella. E senza una vera stella, per fronteggiare il Prescelto si dovrà puntare ad una crescita del gruppo. Una crescita per la quale sarà indispensabile la maturazione di qualche singolo.

Tra coloro chiamati alla piena maturazione sicuramente c’è lui: Marcus Smart. Un giocatore con un forte legame coi biancoverdi, malgrado i soli tre anni trascorsi in NBA. Dopo l’inaspettato addio di Bradley, il suo minutaggio crescerà ulteriormente, così come le responsabilità sul parquet. Riuscirà ad essere all’altezza? E’ una sfida non facile, ma sicuramente Smart non si lascerà impressionare, soprattutto dopo il difficile passato che ha vissuto. Un passato che lascia senza parole.

Marcus nasce nel marzo 1994 a Flower Mound, vicino Dallas, ma trascorre l’infanzia a Lancaster, sobborgo fin troppo noto per l’elevato tasso di criminalità. Eppure da bambino riesce a tenersi lontano dai guai, grazie all’intervento del fratello maggiore Todd: di 23 anni più grande, si occupa del fratellino giorno e notte, trasmettendogli anche la passione del basket. Una passione che lui stesso aveva coltivato ai tempi del Liceo, riuscendo a giocare ad alti livelli  anche dopo un tumore all’occhio.

Ma quando Marcus ha nove anni, la sfortuna si abbatte su di lui. Todd si ammala di nuovo, stavolta per un grave cancro allo stomaco. Un anno dopo viene a mancare, lasciando un vuoto nella vita del bambino. In quegli istanti la madre ha un malore, eppure lui le si avvicina e le fa una solenne promessa: Mamma, ti prometto che diventerò un giocatore NBA e penserò a tutti e due per sempre”.

Da quel momento Marcus inizia a dedicarsi a tempo pieno al basket. Crescendo, mostra una forza di volontà neanche lontanamente immaginabile nei suoi coetanei. Ma in quel di Lancaster, le rette vie non esistono. Malgrado la promessa alla madre e l’impegno nel basket, Marcus si fa trascinare in brutti giri. Da adolescente entra in una banda di ragazzini che si divertono a lanciare pietre contro cose o persone, finché un giorno colpisce volontariamente un ciclista, facendolo cadere a terra. Ma il ragazzo non sa con chi ha a che fare:l’uomo, imbufalito, una volta rialzatosi estrae una pistola e inizia ad inseguirlo con l’intento di fargliela pagare. Solo grazie al tempestivo intervento del fratello Michael, personaggio di spicco nella malavita locale, Marcus riesce a scamparla.

Ma i guai per lui non sono finiti qui. Gli amici di cui si circonda non sono tra i più raccomandabili, fin quando una sera non si ritrova nel bel mezzo di una resa di conti fra gang della zona. In quegli attimi di terrore, Marcus è costretto a scappare, nascondendosi e zigzagando fra le automobili, con il suono dei proiettili vaganti che gli fischia nelle orecchie. E poco tempo dopo si ritrova in una situazione simile, in cui stavolta assiste all’uccisione di un suo cugino, di appena sedici anni. E’ uno shock devastante, che lo porta ad una decisione cruciale: basta con quella vita.

 Da quel momento, Smart ha solo un obiettivo: non tradire la promessa fatta alla madre davanti al corpo esanime di Todd. La famiglia torna a vivere a Flower Mound e il ragazzo accede alla locale Edward S. Marcus High School, dove si fa notare per i suoi mezzi atletici spaventosi. Nella squadra è in assoluto il più forte, dotato di una stazza impressionante e di un invidiabile padronanza del pallone. Le sue gesta sul campo diventano popolari al punto da richiamare l’attenzione di Travis Ford, allenatore di Oklahoma State, che riesce ad assicurarsi i suoi talenti. Da qui, coi Cowboys, ha inizio la sua scalata al successo.

 Nei due anni ad Oklahoma State Smart metterà in mostra tutto il suo potenziale: una forza fisica impressionante, un’attentissima presenza difensiva, una capacità innata nel rubare i palloni. Non è uno scorer, ma nel suo anno da sophomore sigla ben 18 punti e 6 rimbalzi a partita. Numeri che fanno gola a molti team NBA.

Ed il 26 giugno 2014, ecco che Marcus mantiene la promessa fatta a sua madre: con la sesta pick, viene scelta dai blasonati Boston Celtics. E’ una gioia incontenibile la sua, che però si rende conto di essere solo all’inizio di un lunghissimo cammino.

Un cammino che, a tre anni di distanza, lo ha reso uno dei personaggi più rappresentativi della nuova Era dei Celtics. Un giocatore che in uscita dalla panchina sa essere determinante, specialmente in fase difensiva. Se solo riuscirà a colmare alcune lacune, soprattutto in attacco e nelle percentuali al tiro, forse davvero potrà riscrivere, insieme ai suoi compagni, una delle pagine più belle della storia biancoverde.  Per ora, non ci resta che aspettare la prossima stagione, sperando nella sua definitiva esplosione.

 

A letter to Miami: lo struggente addio di Chris Bosh

A letter to Miami: lo struggente addio di Chris Bosh

Alla fine è arrivata l’ufficialità: Chris Bosh non è più un giocatore dei Miami Heat. Una notizia che si attendeva già da tempo, con l’ex-Raptors ai box da oltre un anno per gravi problemi di salute e gli Heat tutt’altro che propensi a farlo scendere in campo, malgrado la ferrea volontà del giocatore di tornare sul parquet.

Negli ultimi tempi i rapporti tra le due parti non erano stati dei più rosei. Già all’inizio della passata Regular Season Bosh aveva ribadito di voler riprendere a giocare, ma Pat Riley, presidente degli Heat, si era opposto fermamente, in assenza di un chiaro avallo da parte dei medici. A tutto questo si era aggiunto un triste retroscena di natura puramente economica: Miami sembrava intenzionata a chiudere il legame col giocatore così da poter alleggerire il Salary Cap dei 52 milioni di dollari che spettavano lui da contratto. Se infatti il lungo fosse stato dichiarato out esclusivamente per motivi di salute e dal giorno della risoluzione del contratto avesse giocato meno di 25 partite nel giro di due anni, non solo l’80% del contratto sarebbe stato addebitato alle assicurazioni, ma l’intero stipendio non avrebbe gravato sul Salary Cap, lasciando agli Heat ampia libertà di memoria  sul mercato.

La situazione era diventata piuttosto intricata, finchè alla fine non è intervenuta l’NBA stessa a sbrogliare la matassa. Gli Heat hanno ottenuto lo sgravio dei 52 milioni sul Salary Cap, mentre Bosh non solo verrà comunque stipendiato dagli Heat, ma avrà anche la possibilità di testare il mercato e cercare una nuova franchigia che lo accolga. Un accordo che accontenta tanto il giocatore quanto gli Heat, soprattutto sul piano economico. Però finora si è solo parlato di stipendi, milioni in ballo, sgravi… Ma le due parti come hanno vissuto la vicenda da un punto di vista umano?

 Abbiamo già parlato delle frizioni tra Chris e la franchigia, dei mesi in cui i rapporti si erano fatti sempre più tesi. Ora, invece, il clima sembra essersi rasserenato.

 In primis Pat Riley ha avuto parole al bacio per il nativo di Dallas: “La vita e la carriera di Chris sono cambiate quando è venuto a Miami, e allo stesso tempo lui ha cambiato, migliorandole, tutte le nostre in un modo che non avremmo potuto neanche immaginare. Saremo sempre in debito verso Chris per come ha cambiato la cultura di questa squadra, trascinandoci a quattro finali e a due titoli NBA.” . Il numero 1 della franchigia ha poi continuato ringraziando la famiglia di Bosh, augurandole il meglio e considerandola per sempre parte integrante della Heat Family. E infine, ciliegina sulla torta, ha annunciato il ritiro della sua maglia n°1, a riprova dell’importanza di Bosh nella storia degli Heat. Un bel riconoscimento, nonché un modo per rasserenare i rapporti col giocatore.

E lo stesso Chris ha risposto nel migliore dei modi via social, ringraziano tutta la Heat Family, da Pat Riley a Micky Arison, proprietario della franchigia, da coach Spoelestra ai membri dello staff, fino a tutti i tifosi.. Ma il momento più toccante è arrivato pochi giorni fa,  quando Chris ha reso pubblica una lettera d’addio a Miami.

Una lettera lunga e appassionata, scritta col cuore, con cui Bosh non solo ha salutato tutto l’ambiente, ma ha anche ripercosso i fantastici anni passati in Florida. Anni che in primo luogo gli hanno regalato momenti speciali sotto l’aspetto familiare: in Florida sua moglie ha dato alla luce ben quattro figli! E Chris stesso ha ricordato nella sua lettera soprattutto la nascita del figlio Jackson: si stava svolgendo la serie contro i New York Knicks, Bosh era appena atterrato nella Grande Mela quando gli arrivò la notizia che la moglie stava per partorire. Subito prese il primo volo per Miami, arrivando in ospedale mezz’ora prima della nascita del bambino. La gioia, immensa, di essere nuovamente padre non lo distolse però dal suo impegno con gli Heat, il giorno dopo prese un aereo per New York e raggiunse la squadra, arrivando nel Madison Square Garden pochi minuti prima della partita. Appena lo videro i compagni lo abbracciarono e gli si strinsero attorno, dimostrando tutto il loro affetto. Quel gruppo, coeso come non mai, di lì a poco avrebbe conquistato l’anello.

Nella sua lettera ha anche ringraziato la celebre Heat Nation e tutta la città di Miami. Partito da Toronto dove era considerato un semidio, Bosh ha ricordato quanto la città lo abbia accolto e fatto sentire fin da subito a casa. Quanto i tifosi non abbiano mai smesso di sostenere lui e la squadra. Riportando la mente al passato, Chris ha anche ricordato tanto le sconfitte, le deludenti finali perse, quanto le vittorie, quei due titoli di cui va profondamente fiero, accompagnati da un tifo e un affetto insostituibile da parte della Heat Family.

E ricordando gli alti e bassi della sua vita, Chris non ha potuto non parlare dei gravi problemi di salute degli ultimi anni . Quei coaguli andati a formarsi nel polpaccio, risaliti fino ai polmoni, che mettevano a repentaglio la sua vita. Il lungo texano ha raccontato anche la sua crescita interiore, il passaggio dall’iniziale autocommiserazione alla piena realizzazione di essere stato ben più fortunato di tanti altri.

“Abbiamo affrontato la vita insieme, Miami. Mi hai mostrato come tenere duro e passare i momenti più difficili. E nonostante non mi sia piaciuto a volte, ha fatto tantissima differenza nel lungo periodo. Mi ha reso un uomo migliore,la persona che sono oggi. Grazie.

Grazie a tutti quelli che, qui a Miami, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, sono stati parte del #TeamBosh. Spero che continuerete a seguirmi nel mio viaggio, dovunque mi porterà.

Con affetto, Chris Bosh”

 E’ così che si conclude la lettera, con un profondo ringraziamento a Miami, ma anche con un neanche troppo velato punto di domanda. Cosa riserverà il futuro a Chris Bosh? Secondi alcuni la ferma volontà del giocatore di tornare sul parquet non si è affatto assopita: Bosh potrebbe seriamente essere alla ricerca di una nuova squadra, malgrado i dubbi di natura medica. Secondo altri, per lui si prospetta un futuro da commentatore, magari in quella TNT che già gli aveva permesso di esibirsi ai microfoni dal marzo scorso. Chissà!

 Qualsiasi sia la decisione di Chris, non ci resta che augurargli il meglio, ricordandolo sempre per quel che è stato e sempre resterà: un campione.

LETTERA INTEGRALE IN INGLESE: http://www.chrisbosh.com/a-letter-to-miami/

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

Sognare in grande e sognare sempre, questo è il motto che accompagna geneticamente il rapporto tra Napoli e la pallacanestro che ciclicamente ha regalato negli anni poche gioie indelebili e tante delusioni ad una città che oltre al calcio ha visto nella palla a spicchi un grande motivo di orgoglio e identificazione. Prima l’era dell’ingegner De Piano, oltre quindici anni (1978-1994) conditi da annate esaltanti, retrocessioni amare e successivi ritorni sotto il segno di calibri come Walter Berry , Alex English e Marco Bonamico, senza dimenticare gli spasmodici derby contro la fortissima rivale Caserta di Gentile ed Esposito. Il Mario Argento, palazzetto dello sport dell’epoca, che nei momenti clou conteneva a stento i diecimila spettatori, poi il nulla. Fallimenti e passaggi di titoli tra Battipaglia e ancora Napoli, fino al 1999 in cui l’allora presidente Lubrano sposta la sede del Basket Pozzuoli a Napoli cedendola all’imprenditore Mario Maione.

Rientro nella massima serie nel 2002 e da li in poi cinque stagioni memorabili culminate nello storico 2006: semifinali Play off scudetto, successiva partecipazione all’Eurolega e ciliegina sulla torta il fantastico trionfo nella Final Eight di Coppa Italia in finale contro Roma. Anche l’era Maione si chiuse mestamente nel 2007 con la mancata iscrizione al campionato per inadempienze finanziarie, un fallimento a cui ne seguiranno altri fino ad arrivare al 2016 in cui l’estromissione a campionato in corso dell’Azzurro Napoli Basket per debiti pregressi non saldati sembrava aver segnato definitivamente le sorti del basket all’ombra del Vesuvio. Quando sembra tutto perso accade che un imprenditore cilentano innamorato di Partenope decide di ridare a questa città un’identità cestistica partendo della serie B, trasferendo il suo Cilento Basket a Napoli dopo anni di esperienza nelle serie minori. Primo anno e primo centro, promozione in Legadue e entusiasmo ritrovato in una piazza affamata e pronta a gremire come ai vecchi tempi gli spalti del Palabarbuto, tensostruttura da 5.000 posti che ha sostituito l’abbattuto Mario Argento. Gli innegabili meriti del Presidente Ciro Ruggiero partono da molto lontano: lavoro, sacrificio e tanto tanto amore per questo sport e voglia di far tornare a sognare Napoli partendo dalle fondamenta a lui care, lavoro sui giovani e spirito di appartenenza. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per analizzare la stagione appena conclusa e gli imminenti progetti futuri.

Buongiorno Presidente, sono passate un po’ di settimane dalla fantastica promozione in Legadue. Una cavalcata trionfale che ha emozionato tutti gli amanti del basket cittadino. Le sue sensazioni nell’arco della stagione?

Come dice lei sono state emozioni che in un crescendo ci hanno portato a questo traguardo. Amo svisceratamente questa città a cui sono legato da affetti familiari a tal punto da chiamare la squadra Cuore Napoli Basket.

Proprio questo amore l’ha spinta tra tante peripezie a trasferire il basket dal Cilento a Napoli?

Sì indubbiamente. Di  sicuro questi sei anni di attività in cui sono riuscito a salire dalla promozione alla serie A2 condita da diversi successi mi ha permesso di crescere un gradino alla volta e per questo mi ritengo fortunato senza dimenticare che l’umiltà, nel basket come nella vita, è la dote principale per proseguire il nostro cammino.

Un altro tassello importante è senza dubbio il settore giovanile. Un altro suo indiscusso merito?

Senza dubbio il valore aggiunto del mio progetto è proprio quello di valorizzare i vivai, da quest’anno posso dirle che da quest’anno il trasferimento delle sarà totale. A Napoli avremo tutte le attività giovanili dal minibasket agli under, con progetti mirati in vari settori. Daremo continuità e saremo presenti a tutti i livelli sul territorio. Questa è la mia visione nel medio lungo periodo per dare credibilità e continuità al basket napoletano, senza le fondamenta umane non si va da nessuna parte, formiamo prima gli uomini per avere un domani atleti di livello, questo è il nostro progetto.

Un pensiero doveroso a due suoi compagni di avventura, il confermato coach Ponticiello e il non confermato ex D.s. Corvo, un aggettivo per loro?

Senza ombra dubbio due persone fondamentali che hanno contribuito al raggiungimento dei nostri traguardi e il mio grazie a loro è incondizionato. Poi con questa promozione si è chiuso un ciclo e si aprono scenari nuovi in cui il progetto è più importante del singolo soggetto, ringrazio ancora Pino Corvo per il suo lavoro, ma un presidente che crede nel lavoro come il sottoscritto deve valutare tutta una serie di situazioni nella sua interezza. Una città come Napoli ha grande aspettative e richiede una dedizione assoluta e una presenza quotidiana a tal punto che io mi trasferirò con la famiglia per dedicarmi anima e corpo al Cuore Napoli.

Il suo rapporto con le istituzioni cittadine e il pubblico, due pedine fondamentali nello scacchiere futuro?

Voglio ringraziare sia il sindaco De Magistris che l’assessore allo sport Borriello, ci hanno sempre sostenuto facendo tutto quanto in loro potere per agevolarci il cammino, hanno abbracciato in toto la causa Cuore Napoli Basket dimostrandomelo in varie circostanze, invitandoci più volte a Palazzo San Giacomo per condividere con noi i nostri trofei, regalandomi anche il gagliardetto con lo stemma della città per la raggiunta promozione cosa che mi onora profondamente. La città e il suo pubblico meritano il massimo possibile, c’è una gran voglia di Basket e quel senso di appartenenza e di orgoglio napoletano che si sta riscoprendo: è il valore più bello che la gente sta riabbracciando e il PalaBarbuto pieno mi rende pieno di gioia.

Il Palazzetto, un bel problema no? Napoli meriterebbe una struttura degna di una grande città?

Noi vogliamo una casa nostra che faccia vivere, volare e sognare i napoletani. Se il Mario Argento ne conteneva 10.000 io vorrei un palazzetto tipo Nba che sia un palcoscenico che ne contenga più del doppio, è un mio sogno, ma sognare non è vietato e la metropoli lo meriterebbe.

Parliamo di Legadue, come vi state muovendo per la prossima stagione?

Innanzitutto abbiamo adempiuto all’iscrizione e alle formalità burocratiche, io ho un profilo basso come voi ben sapete e ragiono sul senso di appartenenza del mio staff in primis e questo vale già molto. Quest’anno siamo diventati una società sportiva in tutto e per tutto, metteremo tutto nero su bianco onorando i contratti cosa che è da sempre nel mio stile. Io discendo da una famiglia napoletana anni venti  i cui  valori forti sono a me molto cari, da sempre sono abituato a ragionare concretamente rispettando la mia parola.

Per chiudere. Sei dovessimo sentirci tra cinque anni presidente, dove sarà il Basket Napoli?

Tra cinque anni? Con uno scudetto in bacheca e delle partecipazioni europee in Eurolega, con un’apertura a trecentosessanta gradi e progetti mirati in America con i college, confronti che a mio avviso portano crescita non solo sportiva, ma anche sociale innescando una serie di sinergie che servono ad una città come Napoli che le posso dire con certezza è più apprezzata all’estero che in Italia, cosa che proprio non mi va giù.

Lettonia-Lituania: quando i Titani Baltici del Basket si facevano la guerra per il dominio d’Europa

Lettonia-Lituania: quando i Titani Baltici del Basket si facevano la guerra per il dominio d’Europa

Le terre baltiche sono da sempre una delle patrie europee della pallacanestro. Questa è la storia di una delle più grandi rivalità del basket delle origini: Lettonia – Lituania, ovvero le nazionali campioni delle prime tre edizioni (1935, 1937, 1939) dell’EuroBasket.

Entrambe le nazionali hanno origine negli anni ‘20. Il 26 novembre 1923 viene fondata la Latvijas Basketbola Savienība, Federazione cestistica della Lettonia, e il 29 aprile del 1924 la nazionale di pallacanestro lettone (Latvijas basketbola izlase) disputa la prima partita internazionale: vittoria contro l’Estonia per 20-16. La Lettonia, fornita delle conoscenze d’oltreoceano da parte degli allenatori statunitensi della YMCA, risulta essere fin da subito una delle squadre più forti d’Europa, soprattutto rispetto ai rivali lituani. La nazionale lituana di basket (Lietuvos nacionalinė vyrų krepšinio rinktinė) disputa la partita d’esordio internazionale il 13 dicembre 1925 proprio contro i lettoni a Riga subendo una sonora sconfitta (20-41). È l’inizio del decennio di assoluto dominio lettone. Una serie ripetuta di vittorie contro i lituani nei diversi incontri (41-29,47-12 e addirittura l’umiliante 123-10).

Tra gli anni ‘20 e gli anni ‘30 la pallacanestro in Lettonia risulta di gran lunga meglio organizzata che in Lituania. Difatti, nel 1932, la Lettonia è uno degli otto paesi firmatari dell’atto fondativo della FIBA, mentre la Lituania muove i primi passi nel percorso di miglioramento che ha una svolta decisiva nel 1934 con l’apertura del Palazzo della Cultura Fisica di Kaunas. Così, mentre nel 1935 la Lettonia partecipa al primo Campionato Europeo di basket, la Lituania promuove un congresso mondiale invitando i lituani da ogni parte del mondo a contribuire allo sviluppo culturale del Paese di origine nei diversi settori, anche a livello sportivo. Il Campionato Europeo FIBA 1935 viene organizzato a Ginevra, in Svizzera, come evento di prova per il primo torneo olimpico di basket che si sarebbe tenuto l’anno successivo. Prendono parte dieci nazionali. La Lettonia lo vince sconfiggendo l’Ungheria nel turno eliminatorio (46-12), la Svizzera in semifinale (28-19) e la Spagna in finale (24-18). Nel 1936 la Lettonia partecipa ai Giochi Olimpici di Berlino. Considerata alla vigilia una delle favorite, esordisce nel torneo con una vittoria sull’Uruguay (20-17). Poi le sconfitte contro Canada (23-34) e Polonia (23-28) le precludono la strada alla fase a eliminazione diretta. Il fallimento berlinese segna l’inizio della sua parabola discendente.

Intanto nello stesso anno la Lituania diventa membro della FIBA e una delegazione di atleti lituano-americani arriva nel Paese dagli USA per partecipare al congresso mondiale di Kaunas. Juozas Zukas, Konstantinas Savickus e in seguito anche Frank Lubin (Pranas Lubinas), capitano di origine lituana della nazionale statunitense medaglia d’oro alle Olimpiadi, giungono per insegnare i segreti del basket e far parte della nazionale. Grazie soprattutto al lavoro di Lubinas e Zukas i lituani battono i lettoni per la prima volta, 35-27, nel novembre del 1936. Il 1937, anno della seconda edizione dell’EuroBasket, organizzato dai campioni in carica della Lettonia a Riga, si apre con una nuova sconfitta della Lituania in un match amichevole contro i vicini a febbraio. Un mese prima dell’inizio del Campionato Europeo, la stampa lettone pubblica un ampio articolo sull’ormai prossimo torneo considerando la Lituania la più debole di tutte ed otto le partecipanti. Il direttore del Palazzo della Cultura Fisica di Kaunas, Vytautas Augustauskas, su richiesta di Leonas Baltrūnas e del giornalista Jonas Narbutas, convoca dagli USA due ulteriori giocatori lituano-americani: Pranas Talzūnas e Feliksas Kriaučiūnas, quest’ultimo scelto anche come allenatore. Per mantenere segreto il processo di rafforzamento della squadra da parte degli atleti statunitensi, vengono annullati tutti i match di preparazione e si programmano lunghe sedute di allenamento a porte chiuse. La nazionale viene preparata tatticamente e fisicamente dalla scuola americana.

E gli sforzi ripagano: i lituani diventano Campioni d’Europa per la prima volta, sconfiggendo tutti i loro avversari e con Talzūnas MVP del torneo. Vittorie nel girone di qualificazione contro Italia (22-20), Estonia (20-15) e Egitto (21- 7), poi in semifinale contro la Polonia (31-25) e infine in finale nuovamente contro l’Italia per un punto (24-23). Campionato deludente, invece, per la Lettonia in piena fase calante, eliminata nel girone di qualificazione dove giunge terza alle spalle di Francia e Polonia. Conclude l’Europeo al sesto posto perdendo inoltre contro l’Estonia (19-41) l’incontro per la quinta posizione. L’apoteosi della rivalità arriva però nella terza edizione dell’EuroBasket, tenutasi nella prima arena dedicata alla pallacanestro in Europa, la Kaunas Sports Hall, in Lituania nel 1939. Girone unico da otto squadre. La Lituania, guidata da Lubinas giocatore-allenatore, vince tutti e sette gli incontri chiudendo il torneo con 14 punti e laureandosi ancora una volta Campione d’Europa. Secondo posto per la Lettonia con 12 punti e due sconfitte, entrambe per una sola
lunghezza contro la Lituania all’esordio (36-37, buzzer beater di Lubinas) e l’Estonia (25-26). Le proteste per l’andamento del finale di partita del match decisivo contro i lituani e lo sdegno provocato in Lettonia dal fatto che il team vincitore sia composto principalmente da lituanoamericani, con cinque giocatori nati in USA, portano all’interruzione delle relazioni sportive tra Lettonia e Lituania, con il successivo annullamento del torneo di calcio della Coppa del Baltico del 1939.
Ma di lì a poco purtroppo l’occupazione sovietica metterà fine all’indipendenza delle nazioni baltiche e ad una delle più accese rivalità della pallacanestro, unendo forzatamente sotto la stessa bandiera lettoni e lituani.