Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Cleveland e Boston, sono loro le squadre accreditate per contendersi il primato della Eastern Conference. Da un lato Lebron, Thomas e Wade, dall’altro Irving, Horford e Hayward (seppur infortunatasi gravemente), lo spettacolo è assicurato. E un assaggio di quel che ci dovrebbe aspettare in finale di Conference lo abbiamo già avuto nella gara di apertura della Regular Season.

Eppure, non sono tutti d’accordo con questo copione. Ad opporsi, con tutte le forze, ci saranno sicuramente i Toronto Raptors di Kyle Lowry, DeMar DeRozan…e di Serge Ibaka. La cui storia, possibile trama perfetta di un film tutt’altro che comico, lo ha preparato a sfide ben peggiori. Dopo quello che ha passato, di certo non lo spaventa una partita contro Lebron o Irving.

 Serge Jonas Ibaka Ngobila nasce a Brazzavile, in pieno Congo, nel settembre del 1989.  La sua non può propriamente definirsi una famiglia normale: figlio di un padre a dir poco libertino, è il terzultimo di ben diciotto fratelli, a cui ne andrebbero aggiunti altri mai riconosciuti. Il papà è solito ingravidare donne in giro per la città, mentre la mamma si fa in quattro per dar da mangiare ai figli, in una casa al confine con le baracche cittadine.

Una situazione sì precaria, ma tutto sommato tranquilla. Fino al 1998, l’anno d’inizio della guerra civile in Congo, che cambierà per sempre la sua vita. Col pericolo sempre più incombente, a soli nove anni Serge si ritrova costretto a dover fuggire da Brazzaville insieme alla sua famiglia. E’ l’inizio di un lungo peregrinare di città in città, alla ricerca di un posto sicuro in cui poter vivere.

Alla fine riesce a rifugiarsi coi suoi a Ouesso, cittadina al confine nord del Paese. Ma anche qui le condizioni di vita sono drammatiche e per tre lunghi anni è costretto a vivere in una topaia con acqua e luce limitate. Con un ambiente simile in cui vivere l’unica alternativa è uscire all’aperto. E’ in questo modo che Serge conosce il basket. A piedi scalzi, si ritrova insieme ad altri ragazzini a giocare su campetti sgangherati, con canestri penzolanti e palloni a dir poco laceri. Ma a differenza degli altri lui può contare su un fisico possente e slanciato, oltre che su una propensione innata nel trattare il pallone. Tra lui e il basket è puro amore.

 Ma le conseguenze della guerra non sono finite. Il conflitto è agli sgoccioli e la famiglia è decisa a tornare a Brazzaville, quando il padre viene arrestato, con l’accusa di aver oltrepassato il confine illegalmente e di aver parteggiato per la fazione nemica. E una volta privato del padre, Serge è costretto impotente anche ad assistere alla dipartita della madre, morta prematuramente.

 

In una condizione simile, l’unica soluzione è fuggire dalla realtà. Proprio per questo il giovane Ibaka si mette in viaggio, con la speranza di raggiungere un paradiso chiamato Europa. E così, dopo mille peripezie e con una Bibbia come unica compagna di avventure, a diciassette anni riesce a raggiungere la Francia. Qui trova ospitalità, una dimora fissa e soprattutto la possibilità di mettere in mostra tutto il suo potenziale su un campo da basket, seppur in leghe minori. E’ ancora acerbo e grezzo come giocatore, ma il suo strapotere fisico unito ad una sensibilità di tocco non da poco lo rendono un prospetto interessante. Tant’è che due anni dopo si trasferisce in Spagna, dove firma un contratto con l’Hospitalet, storico club catalano, che gli regala la possibilità di giocare in un palcoscenico di prestigio. E lui ripaga fin da subito, sfornando oltre 10 punti e 8 rimbalzi a partita.

Il ragazzone fa un’ottima figura anche al Reebok Eurocamp, venendo nominato MVP della manifestazione e attirando su di sé l’interesse di molti scout NBA. Al punto che al draft 2008 viene inaspettatamente selezionato con la 24esima pick dai Seattle Supersonics, poi diventati Oklahoma City Thunder. Eppure i dirigenti dei Thunder non sono sicuri che sia pronto, tant’è che decidono di non firmarlo.

Sogni di gloria sfumati? Ovviamente no, sappiamo bene come è andata. Dopo un anno tra le file del Suzuki Manresa OKC si rende conto dell’enorme potenziale del congolese e decide di pagare la clausola rescissoria al club catalano. Serge Ibaka è finalmente un giocatore NBA. 

 Il resto è ben noto a tutti: la crescita esponenziale in fase difensiva, la meritata fama di stoppatore seriale, l’evoluzione in fase offensiva, con la costruzione di un tiro dal mid range quasi letale. E soprattutto, la capacità di convivere come terzo violino con due mostri come Durant e Westbrook. Fino ad arrivare a Toronto – dopo la breve e deludente parentesi ai Magic -, a rafforzare una squadra che proprio nello spot di ala forte è sempre stata carente.

Un percorso NBA entusiasmante, ma che non è nulla in confronto a quanto finora era ignoto, il suo lungo e estenuante viaggio che lo ha portato dall’Africa agli States. Un passato difficile tanto da dimenticare quanto da raccontare. Eppure Air Congo lo ha fatto: nel marzo 2015 è uscito Son of the Congo, documentario in cui Serge ha raccontato la sua storia, partendo dall’infanzia a Brazzaville vissuta nella povertà.

Tornare in quei luoghi e rivivere il proprio disperato passato non deve essere stato facile, ma Ibaka lo ha fatto per sensibilizzare l’opinione pubblica e aprire gli occhi sulle reali problematiche del continente nero. Una scelta che gli fa onore. Una sfida dura da affrontare, niente a che vedere con le banali partite in NBA. Proprio per questo Serge è tutt’altro che impensierito dalla Regular Season appena iniziata o dai match che lo aspettano contro i vari Lebron o Irving. Perché dopo un passato come il suo, un futuro come stella NBA non può che apparirgli luminoso.

 

 

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

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Drazen Petrovic had such artistic skills on the basketball court that those who saw him play called him the “Mozart of the Parquet.

Questo è l’incipit della descrizione della Hall of Fame americana confezionata per il croato al momento del suo inserimento ufficiale nell’Arca della Gloria. Chi lo vide giocare fu rapito dalla poesia del suo basket al punto da ribattezzarlo “il Mozart dei Canestri”. Io sono tra questi.

L’ibisco è un fiore splendido, dotato di colori accesi e ricercati. La sua fioritura dura dalle prime luci del mattino fino a metà pomeriggio. Una volta reciso appassisce in un solo giorno. Queste caratteristiche lo rendono inno alla vita all’ennesima potenza che la Natura, madre suprema di tutte le vite, ci regala forse proprio come monito universale alla caducità delle nostre esistenze. Una sorta di rockstar del mondo floreale che proprio quando arriva all’apice del suo splendore ci saluta per sempre.

Drazen Petrovic è stato un ibisco in tutto e per tutto. Uno dei più belli che siano mai fioriti.

Solo 290 partite in NBA prima che il fato lo strappasse con violenza a questo mondo, proprio quando nel pieno della sua fioritura, era a detta di tutti pronto per dominare anche in America. La sua esperienza oltreoceano è stata una sorta di enclave contenuta in un immateriale territorio di pura Leggenda. Arrivato in America a 25 anni già da mito vivente del basket europeo, se ne è andato a soli 28 per entrare ad un livello di leggenda superiore, quello dove stanno le anime di chi ha lasciato un segno indelebile nel proprio tempo.

Petrovic è stato l’incarnazione perfetta del nietzschiano concetto di volontà di potenza.

A 15 anni gioca e dà spettacolo nella squadra della sua città, Sebenico.

A 20 anni è già nel Cibona Zagabria, la squadra più importante dell’allora Jugoslavia.

A 21 mette 112 punti in una singola partita di campionato. Avete letto bene. CENTODODICI.

40 su 60 al tiro, 10 su 20 da tre e 22 su 22 dalla lunetta.

Nella stagione 85/86 finisce il campionato a oltre 43 punti di media partita.

Vince tutto quello che si può vincere, comprese due Coppe dei Campioni consecutive.

Ma non gli basta.

La sua natura lo porta a  desiderare di misurarsi ad un livello sempre superiore. Accetta l’offerta (sontuosissima peraltro) del Real Madrid.

Fa sfracelli anche in Spagna. Una partita su tutte. Finale di Coppa delle Coppe contro la nostra Snaidero Caserta. Contro un altro supremo virtuoso della tripla. Il brasiliano Oscar Schmidt.

Vince il Madrid su Caserta 117 – 113 dopo i supplementari.

Vince Petrovic su Oscar 62 – 48.

Mostruoso.

E’ il momento di andare in America a dimostrare agli infedeli che anche un europeo può dominare nell’università del basket. Saluta Madrid con queste parole.

In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Vola a Portland dove non trova esattamente l’ambiente più adatto per un esordiente.

Nel backcourt della squadra infatti giocano i boss della franchigia. Clyde “The Glide” Drexler e Terry Porter. Una stella assoluta e un ottimo play. Impossibile trovare i minuti per esprimersi, ma Drazen non demorde, perché Drazen sa di poter giocare, sa di meritarsi un posto fisso in squadra.

Così cambia, approda a New Jersey, e lì la storia cambia in maniera definitiva. Mozart comincia a suonare sul serio. La prima stagione da titolare la conclude con 20 punti di media tirando oltre il 50 da due e il 40 da tre. L’America comincia ad apprezzare. Lui ritornando sul fallimento di Portland dirà:

Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.

Già…il pianoforte…come Mozart.

La seconda stagione va ancora meglio. I punti diventano 22, e lo portano tra i migliori cannonieri della lega. In odore di All star game, ma non viene convocato. Finirà la stagione votato per il terzo quintetto dell’anno. Primo europeo della storia e secondo non americano dopo Olajuwon a finire nei quintetti ideali di fine stagione. Comincia a stargli stretta anche New Jersey. Drazen vuole una squadra che competa per il titolo.

Purtroppo quella splendida stagione per lui sarà anche l’ultima.

La sua carriera parla di 4461 punti in 290 partite. Una percentuale al tiro del 50% (non così facile per una guardia) e 43% da tre. Tutt’oggi è il quarto di tutti i tempi  per percentuale di tiro oltre l’arco.

Guardando queste cifre emerge come una guardia che tirava tanto, e bene.

Ma era molto, molto di più. Questi sono i numeri, alcuni dei numeri. E i numeri vanno a costituire una sorta di mappa.

Ma la mappa non è il territorio. Il “Territorio Petrovic” lo raccontò molto bene in un’intervista di qualche anno fa il grande Sergio Tavcar, mitico telecronista di Telecapodistria. Petrovic era una sorta di deviato, un malato di basket fin da bambino. Un monomaniaco che realizzava tutta la sua essenza come essere umano solamente dentro un campo di basket. Ore ed ore passate nelle palestre ad allenarsi e tirare tutti i santi giorni, prima e dopo la scuola. Un bambino schivo che, complici una malformazione congenita all’anca che lo faceva camminare in maniera scomposta e il successo del fratello maggiore Aza, appariva come un brutto anatroccolo solitario. Ma la forza di volontà di quest’uomo era qualcosa di sovraumano. La fede incrollabile in sé stesso lo accompagnerà per tutta la sua vita, e sarà più ancora del talento immenso, il motivo principale per cui Petrovic divenne Petrovic, il Mozart dei canestri.

Il suo interpretare ogni partita come una guerra tra lui, solo lui, e tutti gli avversari invece che un limite divenne la sua forza. I virtuosismi demoniaci e la tensione superomistica con cui viveva il basket avrebbero fatto impallidire anche Kobe Bryant.

Mise 44 punti in faccia a Vernon Maxwell quando quest’ultimo prima della partita dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.”

Ne mise 24 in faccia a Jordan e al Dream Team nella finale delle Olimpiadi.

Petrovic  in un unico essere umano racchiudeva tutti i concetti trainanti del pensiero di Nietzsche.

La volontà di potenza è per Nietzsche la volontà che vuole se stessa. Non un mero desiderio concreto di oggetti specifici, ma una forza impersonale, una pulsione infinita di rinnovamento, di se stessi e dei propri valori. Il suo uomo, che spesso viene definito “superuomo”, ma che in realtà è più un “oltreuomo”, infatti per poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa volontà , accetta e afferma l’inesorabile ripetizione dell’attimo creativo, sottostando in pieno alla teoria dell’eterno ritorno.

Petrovic era un ubermensch nietzschiano. Un oltreuomo.  E quell’attimo creativo che ripeteva all’infinito era il pallone che andava ad accarezzare il cotone. Lo aveva reso una forma d’arte assoluta. Poesia, come la musica di Mozart.

La sua storia con la nazionale , prima quella slava e poi quella croata, parla di un oro agli europei e uno ai mondiali. Parla di un amore viscerale che lo accompagnerà fino all’ultimo momento della sua vita.

Sarà proprio durante un viaggio in macchina dopo una partita con la Croazia che troverà la morte.

Il suo rapporto intenso con la nazionale e con l’amico del cuore Vlade Divac è magistralmente rappresentata nel documentario Once Brothers, un gioiellino visivo che sembra rubare il canovaccio ad uno dei romanzi fiume di due o tre secoli fa. Due uomini valorosi uniti da un’amicizia profonda vengono irrimediabilmente divisi dalla guerra, che li allontana per sempre senza possibilità di chiarimento fino alla morte di uno dei due.

A chiudere il cerchio c’è la visita, forse tardiva, di Divac alla famiglia di Petrovic, conclusa col serbo che depone fiori e fotografie sulla tomba del croato.

Ma per una volta andiamo oltre le divisioni etniche e nazionalistiche. Perché lì giace uno dei fiori più belli del basket, di quel basket che come la musica di Mozart diviene poesia assoluta.

E la poesia non appartiene a nessuno, non conosce bandiere. E’ di tutti.

E basta.

A Sebenico, nel campetto dove Drazen ha imparato a tirare c’è un’iscrizione che recita:

“Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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I 10 infortuni più strani della storia Nba

I 10 infortuni più strani della storia Nba

La stagione NBA è iniziata ma il tema centrale di queste nottate di basket americano non è stato il campo, bensì il terribile infortunio capitato al povero Gordon Hayward alla sua prima apparizione con la maglia verde dei Boston Celtics durante la partita inaugurale contro i Cavs di King James. Tutto il mondo dello Sport si è unito in coro per supportare il giocatore e, a vedere le immagini (che vi risparmiamo), sentiamo dolore anche noi. Ma Hayward non è la prima volta che ha dovuto fare i conti con uno stop forzato, certamente molto, ma molto meno grave di quest’ultimo ma che ci serve per sdrammatizzare un momento durissimo per un atleta di soli 27 anni. Lo scorso anno, infatti, durante la preseason, subì un infortunio tutt’altro che “convenzionale”: Hayward si sarebbe incastrato il dito nella cerniera della divisa di un compagno, provocandosi da solo la frattura nel tentativo di liberare la mano. Una circostanza talmente sfortunata da entrare di diritto nel gotha degli infortuni più strambi di sempre.

 Ma quali sono gli altri infortuni che rientrano in questo elenco speciale e sulla quale veridicità faremmo fatica a credere?

Basta tornare indietro di due stagioni per incontrare un chiaro esemplare di infortunio bizzarro. E’ sabato 23 gennaio, vigilia della trasferta dei Clippers contro i Raptors, quando succede il fattaccio: Blake Griffin, già da un mese out per un infortunio alla coscia, ha un pesante diverbio con un magazziniere della squadra, finché non arrivano a fare a pugni…E Blake si frattura la mano destra. Il suo atteggiamento non solo gli frutta un’operazione e oltre un mese di stop, ma anche le critiche pesanti da parte di coach Doc Rivers e di Steve Ballmer, proprietario dei Clips. E tra le indiscrezioni, è anche saltato fuori che Griffin e il magazziniere erano amici di vecchia data. E meno male, chissà che avrebbe combinato il buon Blake se non fossero stati amici. Quest’anno poi in squadra troverà un degno compagno, con il nostro Danilo Gallinari che ha saltato l’Europeo per un pugno ad un giocatore dell’Olanda. Stesso risultato, mano fratturata.

Ma non è di certo stata questa la prima volta in cui un pugno di troppo ha poi provocato un infortunio. E persino un campione dello spessore di Kareem Abdul-Jabbar ne ha subito le conseguenze. Infatti, la leggenda narra che nella preseason del 1974, durante una partita coach Don Nelson infilò accidentalmente un dito nell’occhio di Kareem. E lui, colto da una rabbia improvvisa, per sfogarsi avrebbe tirato un pugno al supporto del canestro. Risultato? Mano ingessata e una ventina di partite saltate.

Nel marzo 2010 è stata invece la sfortuna in persona a causare l’infortunio di Joel Przybilla. Il lungo dei Blazers era già fuori da mesi a causa di un problema al tendine rotuleo del ginocchio destro, però dopo l’operazione si stava pian piano riprendendo. Ma una mattina, uscito dalla doccia, galeotto fu il pavimento bagnato e chi lo bagnò: Joel scivola, neanche avesse acciaccato la classica buccia di banana, e si rompe un’altra volta il tendine rotuleo. Minimo 8 mesi di stop. Se non è sfiga questa.

Un po’ meno drammatico ma pur sempre esilarante è quanto accadde a Dirk Nowitzki nel lontano 2003. Il lungo dei Mavs stava per infilarsi una scarpa, è bastato un movimento sbagliato ed eccola là, in arrivo, la lesione dei tendini della caviglia. Per fortuna nulla di grave, ma comunque un infortunio a dir poco tragicomico.

E poi c’è Kendrick Perkins, il monolitico centro campione con i Celtics che nella sua carriera si è sempre distinto per i suoi metodi poco ortodossi in campo, più vicini alla lotta greco-romana che al basket. Ebbene, nel 2007 Perkins, oltre ad essere uno strenuo lottatore, pensava di capirne di arredamento. Gli avevano appena montato il letto nella sua casa, ma lui credeva che gli addetti avessero fatto un lavoraccio, il letto andava aggiustato. Morale della favola? Il letto gli cadde sul piede. Alluce rotto e periodo di stop forzato. E nessuna voglia di occuparsi più di mobili.

Nel dicembre 2009 ci pensò invece l’esuberante Ron Artest a infortunarsi in un modo assurdo. E’ il giorno di Natale, Ron è intento a portare un cesto pieno zeppo di regali, quando inciampa e cade dalle scale. E sbatte la testa con forza, perché quando si sveglia ha un vuoto totale, la moglie agitatissima deve spiegargli chi è e cosa stava facendo e lo staff dei Lakers lo costringerà a saltare sei gare. E’ forse da qui che gli sono frullati per la testa i suoi futuri nomi Metta World Peace e Pandas Friend?

 E ovviamente in questo speciale elenco non può mancare il re indiscusso degli infortuni, Derrick Rose. Perchè nel 2009, prima ancora dei seri danni al crociato sinistro e al menisco, Derrick è riuscito anche ad infortunarsi al braccio. Come? Al letto, nell’ozio più totale, mentre cercava di tagliare une mela col coltello. E forse questo era un chiaro indizio sull’enorme sfiga che avrebbe colpito Rose nella sua carriera.

Chi entra senza dubbio in questo singolare elenco è Charles Barkley.  Infatti, durante un match del 1993 Kevin Johnson aveva insaccato il game winner e Sir Charles, preso dalla foga, aveva stretto il compagno in un calorosissimo abbraccio. Peccato che quello più che un abbraccio era una morsa letale: Johnson si slogò la spalla! Ma in queste circostanze a sistemare tutto ci pensa sempre il karma. E infatti, l’anno seguente, Barkley fu costretto a saltare la prima partita stagionale. Motivo? Qualche giorno prima era stato al concerto di Eric Clapton e le luci accecanti gli avevano procurato un leggero problema alla cornea. Riusciva a malpena vedere il canestro!

Ma l’incontrastato vincitore di questa classifica è solo uno: Lionel Simmons. No, non è un parente del più celebre Ben Simmons, prima scelta al draft dello scorso anno (che, sempre per un infortunio ha saltato la stagione intera). Con alle spalle una carriera senza infamia e senza lode, Lionel sarebbe già caduto nel dimenticatoio, se non fosse che nel 1990, alla sua prima stagione in NBA, saltò diverse partite per una tendinite al polso destro. La causa? L’utilizzo eccessivo del Gameboy e della Nintendo, di cui era letteralmente drogato.

 E allora, caro Gordon, fatti una risata (o arrabbiati come non mai, Kobe docet) che tornerai più forte di prima.

Nick Young: chi è l’uomo dietro la maschera di Swaggy P

Nick Young: chi è l’uomo dietro la maschera di Swaggy P

La stagione NBA è alle porte, ormai il mercato può definirsi chiuso. Di trattative illustri ne sono state imbastite parecchie, i colpi di scena non sono di certo mancati. Proprio per questo è passato in secondo piano il passaggio ai Warriors di uno dei giocatori più stravaganti e pittoreschi  in circolazione. Uno di quelli la cui faccia, anche se non sei un appassionato di basket, di sicuro l’hai vista su qualche social network.

Ebbene sì, stiamo parlando proprio di lui, di Nick Young alias Swaggy P. Un soprannome il cui reale significato non è ancora ben chiaro e che Nick stesso ha spiegato come proprio di una personalità in cui James Bond incontra Willy il principe di Bel Air”. Il che rende l’idea del personaggio, scanzonato, sempre fin troppo sorridente, sempre pronto a non prendersi sul serio. Uno che fa parlare di sé per le sue uscite tutt’altro che geniali, uno la cui estrema spontaneità spesso sfocia nel ridicolo.

Eppure, prima ancora di diventare il personaggio che è diventato, Nick Young ha dovuto fronteggiare un passato non facile. La sua storia, come quella di tanti, lo ha condizionato. Così come non potrà non condizionare noi, al punto da vedere il suo personaggio sotto un’altra prospettiva.

Young nasce il primo giugno 1985 a Los Angeles, una città dai mille volti. Le gang criminali pullulano nelle periferie, ma il piccolo Nick riesce a tenersene alla larga grazie al padre Charles, che lo fa rigare dritto e gli insegna a prendersi cura della propria vita, affrontandola sempre col sorriso sulle labbra. Inoltre a tenerlo a bada ci pensa il fratellone Junior, di 17 anni più grande, che diventa per lui un secondo padre: lo va a riprendere a scuola, lo porta a giocare al parco, gli regala spesso dei biscotti buonissimi. La sua vita di Nick sembra perfetta, è un bambino solare e sempre sorridente. Per giunta, quando ha 5 anni arriva una bellissima notizia: la ragazza di Junior è incinta, diventerà un piccolo zio.

Ma un giorno Nick è a scuola, in attesa che il fratellone lo venga a prendere insieme alla fidanzata. Tutt’a un tratto riecheggia da lontano un terribile rumore. Il suono inconfondibile degli spari. Nick non rivedrà mai più suo fratello Junior, che proprio in quegli istanti verrà freddato da un quattordicenne, membro di una gang locale, che lo ha scambiato per un rivale di un’altra banda.   

 L’episodio devasta tutta la famiglia Young. Il padre perde fiducia in tutti gli insegnamenti impartiti ai suoi figli, Nick perde il sorriso che finora lo aveva sempre accompagnato. Ma quel che ne risente di più è l’altro fratello John. Lo shock per la morte di Junior è tale da costringere l’intervento psichiatrico, con tanto di trasferimento in una clinica neurologica di Milwaukee. La famiglia, dapprima tanto felice, si sfalda.

 Pian piano Nick riacquista il sorriso, ma il suo comportamento è diverso. La sua spensieratezza ora muta in menefreghismo, la sua solarità si tramuta in sfrontatezza.

Inizia a trascurare gli insegnamenti paterni, avvicinandosi sempre più ad ambienti tutt’altro che rassicuranti. Comincia a disprezzare le regole, a fare di testa sua. E così, a 14 anni già guida senza patente, girovagando in giro per la città degli angeli insieme al suo amico Big Meat. Finchè un giorno il suo braccio destro non lo porta in una palestra di basket, dove cercano ragazzi per formare una squadra. E’ così che Nick Young, per puro caso, entra in contatto con lo sport che gli salverà la vita.

 Fino a quel momento aveva giocato a basket qualche volta nei playground, era anche piuttosto in gamba, ma mai aveva pensato di dedicarcisi a tempo pieno. E invece ora, tutt’a un tratto, si ritrova catapultato in un mondo inesplorato, nel quale primeggia su tutti i suoi compagni.

 E così, inizia la storia dello Swaggy P che tutti noi conosciamo. Dapprima l’approdo alla Cleveland High School, dove mette in mostra tutto il suo potenziale, poi l’accesso alla University of Southern California, dove guida i Trojans a suon di prestazioni mostruose. Da lì nel 2007 arriva la chiamata dei Washington Wizards di Gilbert Arenas, che lo selezionano con la sedicesima pick e gli aprono le porte del mondo NBA. E dopo quattro anni nella capitale e un solo anno prima ai Clippers e poi ai 76ers, arriva la definitiva consacrazione in maglia gialloviola, da sesto uomo spacca-match,  con quei Los Angeles Lakers per cui tifava fin da bambino.

E il basket in un certo senso lo ha reso nuovamente bambino, regalandogli quel sorriso che il papà Charles e il fratello Junior gli avevano trasmesso. Anche se, insieme alla spensieratezza, sono sopraggiunti tutti gli atteggiamenti bambineschi che lo contraddistinguono e lo rendono un personaggio unico. E così il buon Nick si è reso protagonista di scene come questa:

E questo è niente, il peggio di sé lo ha dato fuori dal campo. Come quella volta in cui ha raccontato della scappatella con cui aveva tradito la fidanzata Iggy Azalea al suo compagno D’Angelo Russell, senza accorgersi di essere ripreso. Il video finì in rete, ovviamente, scatenando un putiferio. Oppure di quella volta in cui ha creato un autentico museo a casa sua, con tanto di custodi, per conservare le oltre 500 paia di sneakers con cui arricchire il suo ampio guardaroba. Dite sia pacchiano?

Un personaggio a dir poco sui generis, dagli atteggiamenti a metà strada tra la megalomania e la pura follia. Una personalità dal QI non proprio elevatissimo, che ogni giorno si distingue per la sua esuberanza. Ma anche un ottimo atleta, esperto e con un bagaglio offensivo invidiabile, il che potrebbe risultare utilissimo in quel di San Francisco. Un giocatore da prendere così, coi suoi limiti caratteriale e i suoi pregi cestistici. Questo è Swaggy P, prendere o lasciare.

Schea Cotton, il giocatore “più forte di LeBron” che non avete mai visto

Schea Cotton, il giocatore “più forte di LeBron” che non avete mai visto

A metà degli anni 90, due teenagers si contesero il titolo di miglior prospetto d’America nei summer camps. Il primo ragazzo ora è “abbastanza” conosciuto, ed il suo nome è Kobe Bryant, il secondo invece, potreste sentirlo nominare per la prima volta: Schea Cotton.

Più di vent’anni dopo, mentre il primo ha da poco detto addio alla NBA dopo la vittoria di cinque anelli e dopo aver infranto record su record, il secondo, caduto nell’oblio, quel sogno di sentir pronunciare il proprio nome dal commissioner NBA al draft non l’ha mai potuto realizzare.

SCHEA COTTON : SPORTS ILLUSTRATED, LA NIKE ED IL “LEBRON BEFORE LEBRON”:

Vernon Scheavalie Cotton è nato a Inglewood, Los Angeles California nel 1978. Da bambino i suoi coetanei non riuscivano a pronunciare il suo nome quindi divenne per sempre solo Schea. A dodici anni era già alto 1.80 e pesava 82 kg, rendendolo di fatto devastante dal punto di vista fisico tant’è che riusciva a schiacciare in alley-oops cosa molto rata a quel tempo. Divenne famoso ancora prima di entrare al liceo. ESPN nel 2010 lo definì: “il giocatore pre-liceo più grande di tutti i tempi compreso Lebron James”.

Una volta al liceo, il suo fisico rimase il suo punto di forza, 193 cm per 100 kg di muscoli. I suoi numeri furono pazzeschi, 24 punti e 10 rimbalzi di media tant’è che Sports Illustrated lo considerò uno dei migliori talenti americani. In un’era dove le partite del liceo non venivano trasmesse in tv e prima del boom dei social media, la sua leggenda si tramandava oralmente con i ragazzi che facevano file di ore per avere il suo autografo, l’autografo di una futura e certa star NBA. Durante la sua carriera, dove gli venne affibbiato dagli addetti ai lavori, Kevin Garnett e Ron Artest compresi, il titolo di “Lebron before Lebron”, al liceo la Nike gli regalò un paio di scarpe nuove a settimana, per un totale di 37, una diversa per ogni partita. “Era come avere un contratto di sponsorizzazione ma senza soldi” rivelò lui all’interno del documentario sulla sua storia dal titolo “Manchild”.

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IL SAT, LA BATTAGLIA CON LA NCAA ED IL DRAFT IMBARAZZANTE:

Terminato il liceo, le sue intenzioni erano quelle di saltare l’università per approdare direttamente in NBA. Decise invece di passare per il college per completare il suo gioco, migliorare le sue qualità, e perché era ancora la via più diffusa. Restando nella sua terra natia, la California, decise di andare ad UCLA nell’Aprile del 1997, dove sarebbe dovuto diventare compagno di squadra di Baron Davis, altro freshman che avrebbe firmato il contratto qualche giorno dopo. Conditio sine qua non per l’ammissione il superamento del SAT, test di ammissione standard utilizzato dalle università americane. Schea fallì i primi due tentativi, prese 900 al terzo, il punteggio minimo per entrare è 700, ma la NCAA invalidò la terza prova. A Schea venne diagnosticato un disturbo dell’apprendimento, nello specifico, la difficoltà nell’apprendere da fonti scritte rispetto a quelle verbali ed orali. La terza volta che fece il test ebbe quindi a disposizione un foglio con il testo scritto con un font più grande e del tempo in più. Le regole della NCAA, molto rigide, non ammisero questa semplificazione e lo invalidarono. Non solo, la NCAA investigò anche su un veicolo Ford guidato dal ragazzo con il sospetto che fosse fornito direttamente da UCLA come incentivo alla firma violando le regole del suo stato di dilettante. I parenti fornirono dei documenti in tal senso e il board della NCAA assolse Cotton.

Bloccato nella sua candidatura ad UCLA, riprovò con North Carolina ma ancora una volta la NCAA bloccò la sua ammissione. La famiglia Cotton decise allora di fare causa alla NCAA dove spese circa 60.000 dollari in spese legali. Ottenuta finalmente l’eleggibilità, vinse una borsa di studio per l’Università dell’Alabama. Al suo secondo anno aveva già 21 anni ed era uno dei giocatori più anziani. Alla fine di una buona stagione, assunse un agente e si dichiarò eleggibile per il draft NBA. Gli addetti ai lavori, visto il tempo perso, predissero la sua chiamata al secondo giro ma si sbagliarono. Schea infatti non venne scelto affatto e dichiarò che il draft NBA del 2000 fu: “il momento più imbarazzante della mia vita”. Continuò a giocare a basket vagando in giro per il mondo, Europa, Cina, Messico, ma non riuscì mai a realizzare il suo sogno di calcare i parquet più prestigiosi del pianeta insieme e contro i giocatori più forti del pianeta. Ora, dopo il suo ritiro, è diventato il coach della sua Academy e di alcune squadre di liceo.

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