Peja Stojakovic: il miglior tiro che non sia mai entrato

Peja Stojakovic: il miglior tiro che non sia mai entrato

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Ci siamo.

È il momento.

20 secondi al termine della partita.

Bibby palla in mano sul lato destro con Bryant addosso.

Consegnato nelle mani di C-Webb.

Ribaltamento per Brother Hedo.

Partenza andando a sinistra.

Shaw rimane piantato a terra.

Arriva l’aiuto di Fox.

Palla a Peja e…

È una macchina”. Quante volte in ambito sportivo l’abbiamo detto o sentito? Tante, forse troppe. La genesi di quest’affermazione si ha nel momento in cui lo spettatore viene completamente tramortito dalla straordinarietà di quello a cui sta assistendo. E quando all’uomo una cosa appare come irripetibile in prima persona, egli tende impulsivamente a non considerare l’ipotesi che ci sia qualcuno appartenente alla sua stessa razza che possa riuscirci. Da qui la metafora sovra citata.

Si tratta di un modo di dire abituale ma inopportuno, perché tra i due termini vi sono delle differenze piuttosto significative.

Quale caratteristica propria della macchina è irrintracciabile nell’uomo? L’infallibilità. Un marchingegno progettato per fare canestro da metà campo, una volta messo in moto e piazzato dove deve stare, brucia la retìna presumibilmente all’infinito, o almeno fino all’avvento di qualche guasto tecnico, mentre anche il miglior specialista di tutti i tempi è destinato a sbagliare con una certa ciclicità – tranne Jamal Crawford in “206 mode” ON, di questo ne sono più che convinto.

E poi le persone hanno un cervello (o almeno così si dice). Pensano, provano emozioni e le loro gesta vengono influenzate da ciò che le circonda. Questo cambia tutto, in special modo se sei uno sportivo professionista e, a maggior ragione, se giochi a pallacanestro e sei un tiratore.

Il mondo dei tiratori è diverso da quello degli altri giocatori.

È fatto di strisce, di alti e bassi; di momenti in cui te la senti e vedi il canestro talmente immenso da poter tirare bendato, con la mano debole ed essere più che convinto di riuscire a segnare; di partite in cui invece non metteresti nemmeno un tiro aperto, con metri di spazio a disposizione.

La testa domina la mano e dunque capita che, se vedi la prima conclusione andare dentro, le altre saranno solo una conseguenza di quell’atto iniziale. Acquisti fiducia che si tramuta in un maggior numero di tiri tentati. Non ti fermi. Viceversa se sbagli puoi prendere paura ed andare completamente fuori ritmo, facendoti domare dalle tue sensazioni fino a nasconderti dietro ai tuoi avversari, sparendo in qualche modo dal campo.

Dall’esito del primo tiro di un match può dipendere l’impatto che il singolo tiratore avrà sullo stesso.

E d’altra parte se lo diceva anche uno come Juan Sebastian Veròn – pur praticando un altro sport – che dal primo pallone toccato avrebbe capito subito che tipo di partita sarebbe andato a fare, da fenomeno o da fantasma (nella maggior parte dei casi barrate A), un fondo di verità questa teoria la deve avere per forza.

La quotidianità cestistica per uno shooter è qualcosa di arduo con cui confrontarsi e passa attraverso una speciale metamorfosi alla quale è obbligato a sottoporsi. Deve modificare la sua natura trasformandosi in qualche cosa di meccanico, di  non condizionabile, per vivere in campo come se fosse una di quelle statuine presenti nelle bolle di vetro natalizie col polistirolo a fare da neve finta.

Sottovuoto. Non deve sentire se non di riflesso, scevro da qualsivoglia evento esterno che lo possa far pensare anche solo un millisecondo, frazione che può fare la differenza tra un pulito schiaffo del nylon e una mattonata in zona ferro.

È tutt’altro che facile, perché un conto è sparare da tre nel campetto sotto casa coi tuoi amici. Un altro è farlo nelle minors con qualche centinaia di persone – a star larghi – che ti guardano. Un altro ancora è vedersi consegnare in mano da Hedo Turkoglu il pallone che può voler dire NBA Finals e, visti i New Jersey Nets della stagione 2002, probabilmente titolo. Alla ARCO Arena di Sacramento. Di fronte a 17317 tifosi a cui se ad inizio anno avessero detto che la loro stagione sarebbe dipesa da una bomba del miglior tiratore della lega dell’epoca, in angolo, da solo, avrebbero iniziato a Novembre la parata per le strade della città californiana.

Il contesto in cui le azioni vengono compiute è di imprescindibile importanza e la sera del 2 Giugno 2002 la cornice a Sacramento aveva sicuramente un qualche cosa di apocalittico. Non c’entrava il fatto che fosse una gara 7 o che si giocasse per la partecipazione alle Finals. C’era la sensazione che quella partita ci avrebbe consegnato un’altra NBA.

Contrapposti ai Kings più belli dell’era moderna si trovavano i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, freschi di back to back.

Se avessero vinto i lacustri sarebbe stato three-peat, con buona pace di Jason Kidd, Kittles, Van Horn e del New Jersey intero. L’accesso diretto con permanenza eterna nell’Olimpo del basket. Un’impresa che pochi bipedi possono vantarsi di aver portato a termine.

Per quei Kings invece era la grande opportunità di terminare l’egemonia gialloviola e approdare in finale per tentare di vincere un anello che veniva meno dal 1951, quando la franchigia si chiamava Rochester Royals e aveva sede nello stato di New York. Con un Vlade Divac 34enne, un Chris Webber nel pieno dei propri poteri, un Mike Bibby baciato dal Dio del talento e un supporting cast di tutto rispetto.

I primi sei atti della serie furono epici. Dal presunto avvelenamento del room service a Kobe Bryant pre gara2, a Phil Jackson che definisce Sacramento come una città “semicivilizzata” in cui “abbondano le vacche” e i tifosi Kings che rispondono presentandosi coi campanacci all’arena, passando per il buzzer beater di Horry in gara4 allo Staples Center, fino alla famosa gara6 a detta di molti “rigged”, truccata, in cui i Lakers arrivarono a tirare 21 liberi nel quarto finale, con Divac e le mèches di Scott Pollard fuori prematuramente per falli.

La partita è punto a punto e, quando il tabellino recita 99-98 Lakers, sul cronometro sono rimasti 20 secondi al termine dell’ultimo periodo.

È uno di quei momenti in cui devi privilegiare l’istinto a discapito della ragione. Devi pensare a chi sei e non al luogo in cui ti trovi e alla posta in palio. O forse non devi pensare per niente. Specie se sei un tiratore. Ma allo stesso tempo sono anche gli attimi in cui è praticamente impossibile non essere scalfiti dall’atmosfera che ti circonda.

A chi guarda, però, tutto questo interessa relativamente. Anche perché il destinatario del passaggio di Turkoglu è Peja Stojakovic o, se preferite, citando alla lettera Larry Joe Birdil miglior tiro della storia del basket”. E in quell’istante tutti, ma proprio tutti, abbiamo pensato “è una macchina”.

Il serbo assomigliava davvero ad un dispositivo creato solo ed esclusivamente per fare canestro dalla lunga distanza. In carriera ha vinto per due anni consecutivi (2002 e 2003) il 3 point contest dell’All Star Game. Un cecchino che ancora oggi si trova al nono posto, a quota 1760, nella classifica per tiri da tre messi a bersaglio nella NBA. Uno che ha terminato la sua esperienza nella lega con il 40% oltre l’arco. Per una volta forse il paragone non faceva una piega.

L’idea che potesse sbagliare non era contemplata. Non lui. Non con 3 metri di spazio davanti.

Ma Peja, prima che un tiratore, era un uomo. E gli uomini sbagliano di continuo.

Affretta il tiro.

AIRBALL.

 Il vuoto.

Il pallone non va neanche vicino dal toccare il ferro e cade tra le mani di O’Neal, a cui viene fatto immediatamente fallo. La telecamera cerca subito il viso dell’ala dei Kings. Non ci crede nemmeno lui. Figuratevi i tifosi, i compagni e coach Adelman, che anche se applaude, dentro di sé non può che pensare di aver perso la più grande chance per vincere la partita.

In realtà poi si andò ai supplementari e Sacramento avrebbe potuto farcela ancora. Ma senza Divac causa falli (Shaq era difficile da tenere) e complice la maggior freschezza fisica dei Lakers, si arresero. E poi, nella testa di tutti, cresceva sempre più l’idea che i Kings quella gara 7 l’avevano persa prima.

 Lì, in quell’angolo sinistro, con Peja e il nulla attorno a lui.

Il miglior tiro che non sia mai entrato.

Quel maledetto epilogo  ci intima a non essere mai troppo sicuri di noi stessi. Di quello che vediamo o crediamo. Ci fa capire come in realtà l’errore faccia parte della nostra vita e sia sempre dietro l’angolo. E può capitare in qualsiasi momento. L’unica cosa che possiamo fare,come uomini, è lavorare minuziosamente su noi stessi per poter evitare che si ripeta, o quantomeno per limitarne la frequenza.

Anni dopo quella partita rividi Peja. Contro i miei Lakers. Di nuovo. Giocava a Dallas ed era il primo turno dei Playoffs 2011.

Ogni volta che la palla lasciava la sua mano accarezzava il cotone.

Da tifoso gialloviola sanguinai.

Da amante della pallacanestro e dell’umanità ringraziai per quello spettacolo.

Daniele Quetti – Born in the Post

La notte dei record di Vince Carter

La notte dei record di Vince Carter

Vince Carter continua a stupire. Sembra eterno e forse lo è, macina record su record ma non se ne parla mai abbastanza. Oggi se ne parla, perché questa notte è partito in quintetto a causa della rottura del menisco che terrà Parsons lontano dai campi per tutta la stagione ed ha reso Carter con i suoi 40 anni e 46 giorni il più anziano giocatore a partire in quintetto in NBA dal 17 aprile 2013 quando Juwan Howard regalava le ultime perle sul parquet con  gli Heat.

La cosa divertente è che Carter non sta facendo parlare di lui per il record da nonnetto, ma perché ha realizzato il suo season high da 24 punti, con il 100% al tiro, composto da 8/8 dal campo di cui 6/6 da tre, con 5 rimbalzi, 2 assist e 3 rubate a condire il tutto.
La cosa ancora più divertente è che Carter non sta facendo parlare di lui per il record da nonnetto e per il 100% dal campo, o almeno non solo, ma anche perché alla fine del secondo quarto si è concesso una schiacciata in reverse, a 40 anni e 46 giorni.

Vinsanity sta giocando il suo 19° anno in NBA, lui che entrò nella lega come erede di Michael Jordan per l’abilità nelle schiacciate e la North Carolina nel cuore, sta vivendo quello che forse è il suo ultimo anno ma è il meno pubblicizzato e il meno osannato tra i grandi vecchi della lega, un po’ perché non sta macinando i record di Nowitzki (superata quota 30mila punti), o non sta facendo commuovere il mondo come Pierce, ma il suo anno può essere paragonato più a quanto sta vivendo Manu Ginobili.
Carter, come el Narigon, non sta facendo parlare di lui semplicemente perché è ancora troppo forte, troppo atleticamente performante, per immaginarselo dietro una scrivania a commentare le schiacciate che fanno gli altri, quando lui saprebbe farle molto meglio a 40 anni suonati.

Il nome perfetto per un giocatore dello Utah: Stockton Malone Shorts

Il nome perfetto per un giocatore dello Utah: Stockton Malone Shorts

La Napoli degli anni ‘80 ha visto nascere decine di Diego, Roma è piena di Francesco dal 2000 in poi per motivi molto meno aulici rispetto al Santo Patrono d’Italia e anche in America l’usanza di dare i nomi ai figli ispirandosi ai propri idoli.

Nello Utah sta conquistando una certa popolarità un playmaker di 187 cm dall’ottimo passo, bravo a difendere e solido nel tiro in penetrazione, selezionato nella AAU degli Utah Prospects. Si tratta di Shorts e gioca a Copper Hills ed ha gli occhi di molti college su di lui ma negli Stati Uniti è diventato celebre perché il cognome è sì Shorts, ma il suo nome è Stockton Malone.

Stockton Malone Shorts, i primi due nomi sono i cognomi dei due giocatori più forti della storia degli Utah Jazz. I genitori, tifosissimi dei Jazz ovviamente, conobbero nel ‘96 i “veri” Stockton e Malone a Phoenix prima di un’amichevole tra Team Usa e Cina dove oltre ai campioni si incontrarono anche con Jerry Sloan, storico allenatore dei Jazz.

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Rimasero a chiacchierare per un po’ oltre ad aver fatto foto di rito ed autografi e questo ha convinto la coppia a chiamare il proprio figlio, due anni dopo, proprio Stockton Malone. Nome singolare, che per ora gli ha portato molta fortuna.

Mahershala Ali, dalla NCAA al Premio Oscar

Mahershala Ali, dalla NCAA al Premio Oscar

Qualcuno lo ama, qualcuno lo odia, molti pensano che l’Oscar sia stato immeritato ma il binomio con il Miglior film vinto ai Golden Globe ha confermato la bontà con cui la critica ha visto Moonlight.

Il film ha vinto 3 Premi Oscar, quello di Miglior Film, quello per la Miglior sceneggiatura non originale e quello per il Miglior attore non protagonista andato a Mahershala Ali divenuto celebre grazie ad Hunger Games e ad House of Cards.

Ali, californiano di Oakland, si è laureato in Scienze della Comunicazione al Saint Mary’s College of California dove è entrato grazie ad una borsa di studio ottenuta per la pallacanestro.

L’attore portò nel ‘90 la sua High School alla finale del titolo della Division III grazie ad una grande tecnica abbinata ad un’ottima fisicità ma la passione per la pallacanestro inizia a scemare e chiuderà i 4 anni universitari con magrissime consolazioni e con una passione dilagante per la recitazione che lo portò poi a diplomarsi anche alla New York University in recitazione.

Chi lo ha visto giocare assicura che Mahershala Ali, nato come Hershal Gilmore prima di convertirsi all’Islam, aveva talento per diventare un ottimo giocatore, si sacrificava per la squadra ed era davvero altruista. Un attore non protagonista sul parquet che grazie allo sport ha poi conosciuto la sua vera vocazione.

Thon Maker: dal Sudan alla conquista dell’America, decreto Trump permettendo

Thon Maker: dal Sudan alla conquista dell’America, decreto Trump permettendo

Che il mondo NBA sia apertamente schierato contro la presidenza Trump non lo scopriamo di certo oggi. La stragrande maggioranza dei giocatori da sempre s’è opposta alle politiche protezionistiche del tycoon, schierandosi a difesa dei diritti degli afroamericani e degli immigrati. E il dissenso nei confronti del neoeletto presidente si è ancor più accentuato a seguito dell’ultimo decreto anti-immigrazione, che vieta l’ingresso negli USA ai cittadini provenienti da 7 stati musulmani – Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen e Sudan – . Un dissenso talmente ampio da spingere Mike Bass, portavoce della Lega, a presentare un documento di forte condanna verso il decreto. Come mai un intervento così deciso da parte di una figura di spicco in NBA?

Perché il decreto riguarda da vicino due atleti della Lega, Luol Deng e Thon Maker. Entrambi nati in Sudan, malgrado la doppia cittadinanza – il primo è naturalizzato britannico, il secondo australiano – il decreto potrebbe bloccarli alla frontiera, soprattutto durante le trasferte in territorio canadese. Una situazione davvero sgradevole, che ha innescato la mobilitazione dell’intera NBA. E se l’ala dei Lakers ha comunque avuto una lunga e prolifica carriera, per il lungo di Milwaukee, selezionato nello scorso draft con la decima chiamata, sarebbe un schiaffo morale durissimo da digerire.

Maker ha infatti dovuto affrontare una vera e propria Odissea, prima di approdare nel basket che conta. Nato nel febbraio 1997 a Wau, nel Sudan del Sud, all’età di cinque anni dovette rifugiarsi nella vicina Uganda, a causa della terribile guerra civile che falcidiava il suo Paese. Ma anche in Uganda la situazione politica era instabile, e per di più il governo di Kampala appoggiava lo schieramento degli indipendentisti, che si opponeva strenuamente allo stato sudanese. Meglio cambiare aria. Insieme agli zii e ai fratelli Thon intraprende un lungo viaggio che lo porterà in Australia, a Perth, dove riceverà asilo come rifugiato.

Qui ha inizio la sua nuova vita. A Mirrabooka, nella periferia di Perth, comincia a dedicarsi al basket e al soccer, supportato da mezzi atletici spaventosi. A 11 anni sfiora già i due metri! E compiuti 13 anni  incontra Edward Smith, figura che in Australia si prodiga, tramite lo sport, nel favorire l’inserimento degli immigrati nella società. Smith si accorge dell’enorme potenziale del ragazzo, tant’è che convince la zia a lasciarlo venire con lui a Sydney, dove Thon militerà nella Saint George Basketball Association fino al 2011. Da lì, gli si spalancano le porte degli States: Smith, diventato per lui un mentore, prima lo porta in un talent camp in Texas, poi fa in modo che si iscriva alla Carlisle School, a Martinsville, in Virginia.

Al liceo Maker sembra inarrestabile nel ruolo di centro, siglando 22 punti e 13 rimbalzi di media a partita. Ma non sono le sue eccezionali prestazioni a regalargli la fama in tutta America, quanto piuttosto alcuni video caricati su Youtube, divenuti in pochi giorni virali, in cui mette in mostra il suo spaventoso ball-handling, malgrado i suoi 216 cm di altezza. In breve diventa una celebrità, da ogni dove spuntano tifosi e scout che vogliono testare le sue capacità.

Nel settembre 2014 Thon si rimette in viaggio: stavolta si trasferisce col fratello in Canada, precisamente a Mono, in Ontario, per seguire le orme di Edward Smith che era assistant coach nell’Athlete Institute di Mono. Anche qui le sue prestazioni fanno scalpore, c’è chi lo paragona a Anhony Davis, chi a Kevin Garnett. La pressione inizia a farsi sentire sulle sue spalle. Sull’onda dell’entusiasmo, decide di diplomarsi in anticipo, così da poter essere scelto in qualche college e giocare in NCAA. Vuole diventare una star, e per questo decide di bruciare le tappe. Ma, convocato al Nike Hoop Summit – torneo ideale per mettersi in mostra -, segna appena 2 punti con un misero 0/5 dal campo. E la domanda sorge spontanea:Thon Maker è un flop?

Maker è ancora richiesto da diversi college, eppure tutto l’hype nei suoi confronti  sembra sbiadirsi giorno dopo giorno. Molti lo considerano un bidone, altri stravedono per lui. La pressione che lo assale, la confusione che gli riempie il cervello, finchè non arriva una decisione inaspettata: non decidere nulla. Thon non sceglie nè di iscriversi al college, né di intraprendere la carriera da professionista all’estero.

E cosa fa? Benché già diplomato, resta all’Athlete Institute di Mono, giocando un altro anno a livello collegiale. Una scelta che ha dell’incredibile, ma che risulterà vincente. Thon si allena come un ossesso, in un ambiente familiare e lontano dagli occhi degli scout, finché non manifesta al grande pubblico le sue intenzioni: andare a giocare direttamente in NBA. Il che sembrerebbe impossibile, visto che dal 2005 la Lega impedisce il passaggio diretto dal liceo alla NBA. Ma c’è di mezzo il 2015-2016, stagione in cui Thon ha sì giocato al liceo, ma dopo essersi diplomato l’anno prima. Proprio per questo, dopo lunghe consultazioni legali, l’NBA ha dato l’ok: Maker può dichiararsi al Draft pur senza aver giocato al college.

 Ed ecco che torna la Maker-mania: gli addetti ai lavori e gli scout tornano ad interessarsi a lui, cercando di carpire informazioni sul suo conto. Ma Thon, stavolta, s’è fatto furbo: non solo non pubblica nessun video che lo sponsorizzi, ma dà forfait a tutti i tornei organizzati per i migliori prospetti a livello nazionale. Attorno alla sua figura aleggia il mistero, nessuno conosce il suo reale valore. E sarà proprio questa la sua fortuna: malgrado i tanti dubbi, i Bucks decidono di rischiare e lo scelgono con la decima pick al Draft, nello stupore generale e contro qualunque pronostico.

 E dopo una prima parte di stagione altalenante – soprattutto a causa della sua esile struttura fisica -, nelle ultime 10 partite Maker ha trovato un posto da titolare a Milwaukee. Il suo è un gioco ancora grezzo e acerbo, i minuti in campo di media sono ancora pochi, ma i miglioramenti si notano a vista d’occhio. Proprio per questo, non è giusto che la sua carriera venga messa a repentaglio da un decreto governativo, solo perché la sua terra natia è il Sudan. Negli ultimi giorni a ribadire questo concetto è stato anche Alexander Lasry, proprietario dei Bucks, nonché figlio di un immigrato marocchino. Lui stesso si è detto orgoglioso tanto di suo padre quanto di Thon, per la capacità di eccellere anche in un Paese che li ha accolti. Ed è proprio questo il punto:un ragazzo così non merita di essere sbattuto fuori, ma di essere valorizzato. E non sarà certamente il decreto di Trump a fermare la sua scalata al successo.