Un Gentiluomo chiamato Larry Lemieux: quando per vincere devi perdere

Un Gentiluomo chiamato Larry Lemieux: quando per vincere devi perdere

“Quando si perde qualcosa in mare, è di chi la trova”. Questo avrà pensato Larry Lemieux, tagliando il traguardo in ventunesima posizione.

Tralasciando la veridicità del detto, senza menzionare la normativa in tema di oggetti smarriti in mare aperto, nel nostro caso quel “qualcosa” è una medaglia olimpica e “chi la trova”, anzi chi l’ha trovata, di certo non è il nostro Larry. Anzi.

Siamo alle Olimpiadi di Seoul del 1988, precisamente a Pusan, primo porto del Paese asiatico, distante 450 chilometri dalla capitale Sudcoreana. Il 24 settembre 1988 è una bella giornata, con un vento moderato intorno ai 10-15 nodi, perfetto per le gare di vela della competizione iridata. Nello specifico si sarebbero disputate, in contemporanea, le due regate valevoli per la categoria 470 (imbarcazioni di circa 7 metri con equipaggio di due persone) e Finn (dimensioni sotto i 5 metri e un solo uomo in equipaggio).

Lawrence Lemieux partecipa alla seconda categoria. In solitaria.

Questo canadese di Edmonton, classe ’55, rappresenta in tutto e per tutto quello che si può definire un uomo di mare: capelli mossi dalla genetica e dal vento, rughe di espressione su una pelle sempre paonazza come di chi ogni giorno scruta l’orizzonte su uno specchio marino e riflettente e, ciliegina sulla torta, due bei baffoni che ci piace immaginare intrisi di sale dell’acqua che lo circonda.

Ultimo di sei fratelli, Lawrence comincia a praticare la vela già da bambino presso il Lago Wabamun ad Ovest di Edmonton.

Dopo aver partecipato ai Giochi Olimpici di Los Angeles nel 1984, quelli del boicottaggio dell’URSS, per intenderci, nel 1988 si ripresenta alle Olimpiadi per provare a regalare una medaglia alla sua nazione.

Per ottenere il successo in terra, anzi in mare sudcoreano, Larry doveva portare a termine una serie di sette corse e, a seconda del tempo accumulato, e della posizione guadagnata rispetto ai suoi avversari, avrebbe ottenuto, o meno, la vittoria finale.

In quella calma giornata di fine settembre, stava per avere inizio la quinta gara. La situazione per Larry era ottimale: grazie ai buoni tempi delle passate sessioni, si trovava, a due regate dalla fine, nella condizione di poter ottenere un posto sul podio quasi assicurato, se avesse concluso quella odierna sulla falsa riga delle precedenti.

Nel volto del velista canadese, la sicurezza di chi si è allenato una vita per momenti del genere.

Parte la gara e le premesse vengono confermate: la barca di Lemieux va che è una meraviglia e, con il vento in poppa, sopravanza i suoi contendenti, stabilendosi in seconda posizione. Basterà gestire il finale e un posto su un gradino del podio non gliel’avrebbe tolto nessuno.

Ma, quasi invidioso di questa preannunciata vittoria, il vento diventa protagonista della nostra storia e cambia per sempre le sorti e il destino di Larry Lamieux.

Con 35 nodi di potenza, comincia a soffiare sul mare e sulle imbarcazioni, che sembrano fogli danzanti, ballerini ubriachi. Le onde si fanno sempre più costanti, alte e minacciose. Il nostro eroe tiene botta e continua la regata. La medaglia è a portata di mano e l’inaspettato cambio climatico non potrà e non dovrà rovinare i piani del nostro atleta.

Ma, in prossimità del giro di boa, Larry scorge tra la risacca delle onde due figure in preda all’impeto marino e, più in là, un’imbarcazione danneggiata e rovesciata. E’ il 470 della squadra di Singapore che stava gareggiando, come detto sopra, per un’altra categoria. I due uomini in mare sono Siew Shaw Her e Joseph Chan.

La prima legge della vela è che, se vedi qualcuno in difficoltà, lo devi aiutare”

Questo il suo pensiero, e questi i fatti: Larry non ci pensa due volte, lascia la traiettoria di regata e si dirige spedito verso i due sfortunati colleghi.

Il primo ad essere soccorso è Chan, sbattuto a 20 metri dalla sua barca, ferito e non in grado di muoversi comodamente. Lamieux lo prende letteralmente dal mare e lo porta in salvo sul suo Finn. Si reca, poi, senza sosta, verso Shaw, il quale si teneva a galla aggrappato allo scafo del suo 470.

Con il vento contrario, Larry riesce a mantenere la sua imbarcazione stabile e, con grande sforzo, aspetta l’arrivo di una nave coreana di soccorso per recuperare i due olimpionici incidentati e stremati.

A quel punto, la sua prestazione è compromessa: ritorna in gara, per onorare la competizione, e termina il suo percorso in ventunesima posizione. Che tradotto in parole semplici e spietate significa addio medaglia.

Negli occhi di Lemieux lo sconforto di aver perso un’occasione incredibile, ma la certezza di aver fatto la cosa giusta, pensando prima alla sicurezza dei suoi colleghi che alla vittoria personale.

larry lamieux

Ma, alle volte, un gesto onesto e leale, da vero uomo, attira più di una performance sportiva di alto livello.

Ed è questo il caso: il giorno della premiazione, Larry Lemieux si presenta con tutta la sua squadra per presiedere alla cerimonia. E’ sereno e senza rimpianti: perché la vittoria dura un attimo, ma la coscienza, quella, ti segue per sempre.

Nel bel mezzo della consegna delle medaglie, prende la parola il Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, la massima autorità dello sport, Juan Antonio Saramanch, rivolgendosi a Larry Lemieux.

“Per la sportività, il sacrificio e il coraggio dimostrato, hai rappresentato in pieno gli ideali dei Giochi Olimpici”

A fare seguito a questo attestato di stima pubblico e mondiale, la consegna della Medaglia Pierre De Coubertin, creata proprio per evidenziare e premiare tutti quei gesti e quegli atleti che, con le loro azioni, si sono distinti per sportività e lealtà nei confronti degli avversari e dello spirito sportivo.

Il sorriso di Larry si allarga fino ad esplodere sotto quei folti baffi che coprono il suo viso. Il primo, e ad oggi il solo, canadese a ricevere un riconoscimento del genere, nonché il secondo a vederselo consegnare pur essendo ancora un atleta in attività, dopo Eugenio Monti, il bobbista italiano.

Dopo le Olimpiadi di Seoul 1988, Lemieux ha continuato a gareggiare, non riuscendo più a vincere una medaglia olimpica, ma togliendosi alcune soddisfazioni tra cui il primo posto nei Campionati Europei di Finn.

Dopo il ritiro dall’attività agonistica, è diventato allenatore di vela. Vive con la sua famiglia a Seba Beach in Alberta, regione del Canada. La sua casa è vicina al lago Wabamun, il bacino dove ha cominciato a lottare con il vento da bambino.

Ogni volta che ripensa a quanto accaduto nelle acque sudcoreane gli viene da ridere. Per lui quel momento fu  come un paradosso: certo non era riuscito a salire su nessun gradino del podio, che gli avrebbe regalato fama e notorietà seppur non duratura, ma arrivando ventunesimo, per salvare i due atleti di Singapore, aveva ottenuto qualcosa di più: il rispetto e la stima da parte di tutti per sempre, immortale nella storia dello sport.

Perché in quel giorno in cui il mare volle portarsi via il destino di Larry, riprendendo il detto citato all’inizio, egli sì perse una medaglia praticamente sicura, ma trovò la gloria nel modo meno aspettato, ma più giusto.

Perché vincenti si diventa, ma gentiluomini si nasce. E Larry Lemieux è uno di questi.

Olimpiadi a picco: se il CIO deve scendere a patti per rifilare i Giochi a qualcuno

Olimpiadi a picco: se il CIO deve scendere a patti per rifilare i Giochi a qualcuno

I dirigenti della città di Los Angeles hanno annunciato un accordo con il Comitato Olimpico Internazionale per ospitare le Olimpiadi del 2028, lasciando così i Giochi 2024 a Parigi. Una vera e propria trattativa, quella che è andata avanti in questi mesi e che ha portato a questo accordo a dir poco sorprendente.

Il sindaco di Los Angeles, Eric Garcetti, ha commentato in maniera positiva la notizia:  “Sappiamo che dovremo onorare l’eredità olimpica e dovremo farlo nel migliore dei modi”. In tutti i modi si tratta di una procedura piuttosto inusuale per quanto riguarda il comitato olimpico. Una trattativa con Los Angeles e Parigi che mette fine quindi alla corsa ai Giochi olimpici per i prossimi 10 anni. Una vittoria per tutti: per Parigi che avrà quindi i suoi giochi nel 2024 e per Los Angeles che, temendo di perdere il confronto con la capitale francese, ha preferito differire l’impegno olimpico di 4 anni per provare a riproporre il modello, vincente, dei Giochi del 1984. Un successo anche per il Cio che stava avendo non poche difficoltà a trovare città disponibili a candidarsi per ospitare i giochi. Una questione che stava diventando sempre più annosa, e che per il momento, l’accordo Parigi-Los Angeles-Cio, ha risolto in maniera positiva. Dopo i ritiri di Roma, Budapest e Amburgo, il Cio aveva paura di non avere più città pronte ad ospitare i Giochi. Con questa duplice soluzione, invece, si risolve il problema e si da ossigeno alle casse del Cio sempre più in difficoltà. In America sono convinti che questi altri 4 anni di preparazione ai Giochi possano essere solamente positivi, per permettere alla città degli Angeli di prepararsi al meglio, consentendo una maggiore espansione del sistema metropolitano della città.

I Dettagli dell’accordo- Secondo l’accordo, il CIO darà almeno 1,8 miliardi di dollari alla commissione organizzatrice di Los Angeles ed effettuerà un pagamento anticipato di 180 milioni di dollari per compensare il comitato locale per i quattro anni supplementari che deve lavorare oltre che a 160 milioni di dollari per i programmi per i giovani sportivi.

Thomas Bach, il presidente del CIO, aveva in un primo momento smentito questa soluzione, dichiarando che i Giochi stessi erano un dono, salvo poi rivedere la sua posizione. Come parte dell’operazione, il CIO ha anche accettato di perdere la sua consueta quota del 20 per cento di qualsiasi potenziale eccedente relativamente alle entrate dall’evento al comitato organizzatore locale. Il consiglio urbano di Los Angeles e il comitato olimpico degli Stati Uniti voteranno l’accordo in agosto e, se approvato, lo invieranno al CIO per il suo voto a settembre. Il CIO, a sua volta, dovrebbe annunciare formalmente l’assegnazione dei Giochi in una riunione a Lima, in Perù, il 13 settembre.

Rischio d’Impresa e Polemiche – Le stime di costo e logistica che Los Angeles si è preparata ad affrontare sono probabilmente superiori a quelli se i giochi si fossero tenuti nel 2024. Il piano di Los Angeles dipende dal suo sistema di stadi e arene, alcune rimaste dalle Olimpiadi del 1984, e appartenenti a grandi squadre sportive e a campus universitari, che in teoria dovrebbero sensibilmente ridurre i costi di costruzione. Il costo stimato è di 5,3 miliardi di dollari, anche se i funzionari della città prevedono che il finanziamento possa venire da fonti private e vendite di biglietti. Si pensa quindi che l’organizzazione dei giochi si possa praticamente autofinanziare. Negli Usa comunque la candidatura di Los Angeles ha destato non poche polemiche: in primis perché Il Comitato Olimpico statunitense aveva in un primo momento scelto Boston come città da candidare. Candidatura poi decaduta, come quella di Roma, a causa di una fortissima pressione dei cittadini di Boston. Proteste che stanno montando anche a Los Angeles dove è sorto anche un comitato chiamato proprio “No Olympics La”: Nel sito ufficiale del comitato si leggono tutte le motivazioni supportate anche da profonde analisi: “Se LA dovesse ospitare le Olimpiadi, vedremo violati i diritti umani di vasta portata e la perdita della nostra città agli interessi dei contraenti, degli sviluppatori, delle società di media e degli interessi speciali che hanno progettato l’offerta.  C’è un motivo per cui Roma, Boston, Amburgo, Budapest, Cracovia, Oslo, Stoccolma e altre “città intelligenti” hanno recentemente abbandonato la corsa olimpica; Ascoltarono la pressione di base – vale a dire le voci effettive nelle loro città – e alla fine fecero la cosa giusta”. Una presa di posizione netta che rende comunque più tortuosa la strada verso il 2028 perché gli organizzatori sono pronti a dare battaglia per impedire quello che secondo loro potrebbe essere un vero e proprio scempio.

 

Di certo le cifre che verranno stanziate per le Olimpiadi del 2024 e del 2028, potrebbero lasciare un po’ l’amaro in bocca per la rinuncia da parte di Roma alla corsa olimpica. Tanti soldi che in una città così bisognosa di rinnovamento e manutenzione, sarebbero stati una vera e propria manna dal cielo. Di certo poi c’è il rovesciamento della medaglia: Roma sarebbe stata un città pronta ad altri anni di lavori, disagi e quant’altro? La disquisizione in merito sarebbe lunga e, a questo punto, praticamente inutile. Solo dopo le prossime olimpiadi sapremo chi avrà avuto ragione e chi no, per ora parola ai cantieri.

Jesse Owens: il nero che incantò Hitler

Jesse Owens: il nero che incantò Hitler

Il 4 Agosto 1936 a Berlino durante le Olimpiadi del Fuhrer va in scena una delle gare più colme di leggenda della storia a cinque cerchi. La nascita del mito di Jesse Owens, il fenomeno afroamericano nella terra del Nazismo. Una giornata che ancora oggi è molto dibattuta per le varie versioni che riguardarono Adolf Hitler. E una scomoda verità.

Quando nel 1931 il Comitato Olimpico Internazionale individuò nella Germania il paese organizzatore dei Giochi del 1936, non avrebbe mai immaginato che, a distanza di due anni, proprio in terra teutonica, potesse salire al potere un ometto di piccole dimensioni e ancor più piccole ideologie, divenuto famoso per essere stato l’impersonificazione del male assoluto di tutta la storia del’umanità. Al secolo, Adolf Hitler.

Come non si poteva neanche minimamente ipotizzare lo sfavillio di svastiche, aquile inquisitrici e 120 mila braccia tese il giorno della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Berlino, 1 agosto 1936. Ma cosa sarebbe, anche nell’immaginario collettivo, una nazi olimpiade senza i suoi simboli e i significati ad essi associati?

I presupposti per una manifestazione organizzata seguendo i dettami del movimento del Führer sembravano cosa banale e scontata. E infatti così fu: per ordine di Hitler, all’interno della delegazione tedesca non furono selezionati atleti di origine ebraica.

E che ti aspettavi? L’elite sportiva della razza ariana, rappresentata da “omuncoli torvi e dal naso adunco“? Fosse mai. Peccato, però, che tra questi “non meritevoli” atleti ci fossero i migliori nelle loro discipline, compresa Gretel Bergmann, record di salto in alto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Torniamo alle Olimpiadi e torniamo agli interrogativi. Come è possibile che venisse organizzato un evento mondiale ispirato da De Coubertin con i valori dell’integrazione, della lealtà e della libertà, nel Paese che aveva voluto come proprio leader colui che rappresentava in tutto l’opposto dell’essenza stessa dei Giochi?
La domanda, oltre a noi, se la saranno posta anche gli Stati che, nel 1933, chiesero al CIO lo spostamento della sede in un’altra città. La risposta del Comitato olimpico fu semplice quanto sorprendente. No.

Come non servì a nulla la visita da parte di Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico a stelle strisce, mandato in Germania prima delle Olimpiadi dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, per monitorare la situazione e decidere se boicottare o meno la partecipazione, come fece la Spagna in lotta con Franco. Quello che Roosevelt, forse, non sapeva è che Brundage era fan sfegatato di Hitler, e non ravvisò particolari motivi per non far partire gli atleti americani alla volta di Berlino. La cosa curiosa è che, come nella Germania, anche all’interno della delegazione USA gli unici due atleti di origine ebraica, furono sostituiti all’ultimo. Alle volte, il caso.

Anche il Führer, a dir la verità, non faceva salti di gioia all’idea di dover organizzare una manifestazione del genere. Fu il suo uomo dietro le quinte, Joseph Goebbels, ministro della propaganda, a spingere affinché fossero fatte a Berlino. Il gerarca nazista, sì era  terribilmente diabolico, ma non per questo stupido: aveva individuato nella manifestazione iridata, il mezzo ideale per allargare il consenso del partito, usando lo stesso strumento, le Olimpiadi appunto, per veicolare, però, non i valori decoubertiniani ma, bensì, la grandezza della Germania.

E grandezza fu. I giochi del 1936 vennero ricordati come una delle edizioni meglio organizzate nella storia delle Olimpiadi. Per la prima volta furono trasmesse in televisione e vennero adibiti dei teatri per consentire la visione anche a coloro che non disponevano del piccolo schermo. Vennero costruiti impianti e nuovi stadi. Ristrutturati quelli vecchi e portati a termine importanti lavori di urbanistica. La cerimonia di apertura, tolte le svastiche di cui sopra, fu solenne e precisa. L’apoteosi al momento dell’ingresso della fiaccola, dopo oltre 3 mila chilometri percorsi in giro per il mondo, fu un momento da ricordare. Anche questa fu una pratica che iniziò ad essere di routine a partire dal 1936.

Come è semplice immaginare, l’idea di una Germania potente e fiera doveva trasmettersi anche sul campo, attraverso le vittorie sportive. E, anche in questo caso, così fu: il medagliere ci racconta un podio in cui a primeggiare è proprio la nazione del Führer con 89 medaglie totali, seguita da Stati Uniti e Ungheria.

In questo clima di orgoglio ed identità nazionale, tra festeggiamenti e marce trionfali, cosa mai sarebbe potuto andare storto? La risposta è Jesse Owens.

James Cleveland Owens, nasce ad Oakville, Alabama, nel 1913. Jesse, soprannome dato dal suo insegnante per via della sua pronuncia “slangata” di J.C., è il settimo di dieci figli di una famiglia che definire povera è un complimento. All’epoca della sua infanzia, l’America viveva la Grande Depressione e gli Stati del Sud erano la fotografia esatta della situazione in cui versava la gente di colore all’epoca. A nove anni si trasferì in Ohio e cominciò a praticare la corsa e il salto in lungo. Gli allenamenti, tra le pause del suo lavoro in un negozio di scarpe, presso l’Università dell’Ohio.

Ma cosa c’entra questo ragazzo del sud, figlio di un contadino, con la magnificenza di Berlino?

C’entra perché Jesse Owens, in quelle Olimpiadi, a 23 anni compiuti, si portò a casa 4 medaglie d’oro rispettivamente dei 100 metri, i 200, la staffetta 4×100 e il salto in lungo. Un afroamericano sul tetto mondiale di fronte al Führer sotto al cielo svasti-stellato. Incredibile.

Ancora più incredibile fu, però, la reazione del Leader tedesco. E qui la storia si mescola con il mito. O meglio dire, la politica si mescola con lo sport. Perché esistono due versioni diverse circa l’episodio.

Siamo in occasione della finale di salto in lungo, 4 agosto 1936. Jesse Owens ha ottenuto l’ingresso all’ultima gara per la medaglia d’oro, in extremis, grazie, anche, ai consigli del suo primo rivale per il podio Luz Long. L’atleta in questione, è un tedescone slanciato dalla chioma bionda, in pieno stile “ariano è meglio”. Ebbene questo simbolo del Reich cosa fa? Aiuta il suo avversario, americano, nero, ad andare in finale? I due, in realtà, nel corso della manifestazione iridata sono diventati buoni amici ed è lo stesso Long a congratularsi per l’oro ottenuto da Owens a suo discapito.

Ma la cosa più sorprendente è che un nero abbia sbattuto in faccia la vittoria al primo sostenitore della superiorità della razza.

Hitler al momento del podio, è una maschera. Lo sguardo fermo non fa presagire niente di buono. Lascia il balcone della tribuna autorità e evita di vedere la premiazione finale. C’era da aspettarselo: la Grande Germania nazista che si inchina ad un “inferiore uomo nero dai tratti primitivi”? Impossibile. I giornali e i media ci mettono poco a trasmettere la notizia del mancato riconoscimento del valore di Owens da parte del leader nazista. E l’opinione pubblica ci mette ancora meno a confermare quanto dietro a quei comici baffetti austriaci si celi il male assoluto da combattere e annientare.

Che Hitler fosse il male, non doveva mica confermarcelo con un gesto del genere. Si sapeva. Ma quello che non si sapeva era che, come in Germania, allo stesso modo negli Stati Uniti, la propaganda svolgeva un ruolo fondamentale nella politica nazionale.

Tanto che quanto appena raccontato è semplicemente falso.

Infatti, come dice lo stesso Jesse Owens nella sua autobiografia, al termine della premiazione in occasione del salto in lungo, al momento di rientrare negli spogliatoi, passando sotto la tribuna riservata ai gerarchi nazisti, il suo sguardo e quello di Hitler si incrociarono per qualche secondo. A rompere l’indugio, fu lo stesso Führer, il quale, alzatosi dalla sua poltrona, agitando la mano per salutare Jesse, riconosceva nei fatti il valore dell’atleta afroamericano.

E’ qui il miracolo: l’impresa di Owens nel vincere quattro ori in terra nazista è qualcosa di incredibile, un gesto che potrebbe rientrare benissimo all’interno di una favola dove c’è un buono e un cattivo e il buono vince.  Questo è sicuro. Un’impresa.

Ma quello che è successo, se è successo, il 4 Agosto 1936 è un altro tipo di miracolo, uno vero. L’uomo senza anima che scopre la sua umanità perché non può fare altrimenti. La  luce della vittoria che penetra nel muro dell’ignoranza e dell’oscuro ideale, palesandosi nella più semplice e spontanea delle manifestazioni: salutare il campione che lascia il campo da vincitore. E allora Hitler diventa il bambino che va allo stadio a vedere i suoi idoli e si innamora dell’uomo nero venuto da lontano. La razza inferiore che fa vacillare i pensieri del leader superiore.

Stiamo esagerando. Sicuramente le idee del Führer non cambiarono: tre anni dopo, infatti, cominciò la sua campagna in terra Europea e gli schifosi rastrellamenti razziali ben noti a tutti. Quello che è sicuro è che in quel giorno il Führer non poté fare altro che complimentarsi con colui che aveva battuto i suoi atleti.

Ad avvalorare questa sensazione impensabile per un Leader senza cuore e coscienza, le parole del giornalista sportivo Siegfried Mischner che ci racconta come Hitler avesse inviato, ad Olimpiadi terminate, una foto autografata da lui a Jesse Owens. Continua, poi, dicendo che l’atleta dell’Alabama tenesse la foto del Führer nel portafoglio.

Il giornalista conclude rilevando un episodio non confermato: dietro il palco sembrerebbe che ci sia stato un incontro tra  Owens e Adolf Hitler in persona e una stretta di mano suggellata da una foto, fatta prontamente sparire.

E’ la verità? Chi lo sa. Di sicuro, quello che traspare in modo netto e chiaro nelle parole di Owens è che durante le Olimpiadi il colore della sua pelle non portò a nessun comportamento discriminatorio nei suoi confronti come la stampa americana voleva fortemente raccontare.

Al suo ritorno in patria, Jesse provò a più riprese a difendere la sua verità in merito ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 ma le sue parole vennero ignorate dai giornalisti che invece volevano convincere la gente del contrario.

“Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il Presidente degli Stati Uniti.”

Questa la sua batosta al Presidente Roosevelt. Che si tradurrà  più avanti nel supportare il Partito Repubblicano nella corsa alla elezioni.

Il Presidente, per impegni legati alla campagna elettorale, non aveva potuto, o voluto, organizzare un incontro con il campione dell’atletica per magnificare le sue gesta alla Casa Bianca, cosa che era già accaduta in passato e regolarmente per gli altri atleti. Si diceva, infatti, che il leader democratico avesse portato a termine qualche buona iniziativa in merito alle condizioni della popolazione nera in America ma, nei fatti, aveva chiuso l’occhio di fronte ai molti trattamenti inumani subiti dagli afroamericani, come la quasi assenza di diritti sul lavoro. Anche il New Deal aveva avuto effetti benefici soprattutto per i bianchi.

Da qui nasce il paradosso di Jesse Owens: un nero trattato meglio dai nazisti che dai suoi fratelli americani?

Bastava anche una telefonata. Ma il telefono di Jesse non squillò mai. O un telegramma. Niente.

Dopo le Olimpiadi, Owens continuò a gareggiare e a vincere per poi divenire allenatore.

Muore a 66 anni, in povertà, abbandonato, portato via da un tumore ai polmoni a Tucson nel 1980. E’ sepolto a Chicago.

 Nel 1976 riceve la massima onorificenza per un civile, la “Medaglia Presidenziale della Libertà“. Berlino gli ha dedicato una via nel 1984 nel 1990, Bush padre gli conferisce la “Medaglia D’Oro al Congresso”.

Eppure, all’epoca, Jesse Owens non era considerato come oggi. Le sue parole contro Roosevelt avevano indispettito i giornalisti e l’opinione pubblica.

Ma come? Difende Hitler?

La verità è che per Jesse la situazione in Germania nei confronti degli ebrei non differiva molto dalla condizione che la sua gente sopportava ogni giorno in suolo a stelle e strisce. I neri vivevano in baracche, senza alcun diritto o quasi. I campi dove lavoravano più che “posti di lavoro” erano molto simili ai ben più noti e demonizzati “campi di lavoro” nazisti. E a lui non andò mai bene che, buttando fumo negli occhi della gente con il mostro del nazismo e delle leggi razziali, con la sua faccia a fare da testimonial, il popolo dimenticava le sofferenze patite dai propri connazionali.

Jesse Owens è due volte un simbolo di libertà. Da una parte il campione che si innalza sopra la riluttanza nazista di fronte al primo rappresentante della folle discriminazione razziale e dall’altra l’uomo che combatte affinché la sua verità, seppur scomoda, venga portata alla luce priva del servilismo monotematico della propaganda americana.

Perché in Germania c’era il razzismo. Ma negli Stati Uniti pure.

Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Mi affascinava molto l’idea di un uomo considerato non adatto ad uno sport come la corsa che, grazie alla testardaggine, all’impegno e alla passione, è riuscito a diventare un campione. Era uno sprone ad applicarsi e a combattere per realizzare i propri sogni. E capii che raccontare la sua storia poteva essere interessante e divertente”. Così Antonio Recupero, sceneggiatore messinese classe 1977, autore insieme al fumettista e pubblicitario Luca Ferrara – Cava de’ Tirreni (Salerno) 1982 – dell’intensa e toccante graphic novel Dorando Pietri, una storia di cuore e di gambe. Edito da Tunué, il volume (144 pagine a colori, 16.90 euro) ripercorre l’epica narrazione del piccolo, grande atleta di Correggio (Reggio Emilia) che arrivò primo alla maratona dei giochi olimpici di Londra nel 1908 (era il 23 luglio e, pettorina numero 19, tagliò il traguardo in 2 ore e 54 secondi abbondanti), ma sorretto dai giudici di gara perché stremato, e perdendo per questo la medaglia d’oro. “Un uomo che, con la forza di volontà e contro ogni ostacolo, ha rovesciato ogni aspettativa. Suona davvero come un archetipo del mito”, aggiunge Ferrara.

Dunque nella storia delle Olimpiadi rimane vivo il ricordo di un atleta la cui memoria resiste da decenni, nonostante la sua gara non l’abbia mai vinta. Una vicenda affascinante, quella di Pietri, adesso declinata in un fumetto godibilissimo. Che dietro, però, nasconde un lavoro importante. “La fase delle ricerche è durata qualche mese, ed è stata complicata dalle discordanze trovate tra varie fonti, soprattutto tra quelle italiane e quelle di origine anglosassone, sulla vita privata di Dorando”, incalza Recupero, che ricorda: “Ci sono voluti tre mesi per realizzare la sceneggiatura. A Luca, invece, ne sono serviti nove per la realizzazione delle tavole, tempo dovuto anche alla ricerca e al perfezionamento di uno stile grafico che ha ideato appositamente per questo volume”. Un impegno importante, dunque, come rimarca proprio Ferrara: “Il lavoro è stato davvero titanico (per rimanere nel mito). La fase più frustrante? La ricerca di uno stile adatto e una modalità lavorativa ottimale. Quindi ho colorato in digitale le tavole e le vignette relative a ogni sequenza e ambientazione, per poi passare a un’altra, e così via. È stato emozionante vedere come tutto acquisisse senso mentre il libro si componeva”.

Ed ecco, pagina dopo pagina, delinearsi la storia del corridore emiliano attraverso un sapiente alternarsi di flashback e reminiscenze dal rilevante valore emotivo. Un impegno, quello nella realizzazione del libro, non privo di difficoltà per Recupero e Ferrara (“a nostra discolpa, dobbiamo precisare che nel frattempo, entrambi, dovevamo anche dedicarci ai lavori che ci permettono di pagare le bollette e fare la spesa”), ma che ha trovato il giusto approdo in un’opera che restituisce al lettore tutto il valore, congiuntamente alla forza, di un uomo e di uno sportivo indimenticabile.

Taekwondo, bagno di folla per l’evento organizzato a RomaEst

Taekwondo, bagno di folla per l’evento organizzato a RomaEst

Dopo il Kim & Liù tenutosi allo Stadio dei Marmi, domenica scorsa all’interno del Centro Commerciale Roma-Est è andato in scena un altro evento di Taekwondo organizzato dalla Federazione con lo scopo di avvicinare i più piccoli a questo sport.

Dalle ore 12 alle 20, quattro bravissimi atleti hanno deliziato la folla con rappresentazioni e mosse spettacolari. Tra lo scetticismo iniziale, una volta che i colpi hanno aumentato di forza e ritmo, orde di genitori trascinati dai bambini si sono ammassati per guardare lo spettacolo.

Tanti gadget per tutti messi a disposizione dalla FITA (Federazione Italiana Taekwondo) che hanno lasciato i tanti bambini accorsi col sorriso sulle labbra. Al termine della rappresentazione proprio quest’ultimi, una volta rotta la timidezza iniziale, hanno provato a turno, assistiti dai ragazzi, a dare qualche calcio tra il divertimento e le risate generali.

Un’evento riuscito e che va sicuramente riproposto più frequentemente per avvicinare le giovanissime leve ad uno sport così affascinante ma purtroppo sulla cresta dell’onda, in base ai risultati, solo una volta ogni quattro anni in occasione dei Giochi Olimpici.