Un velo hi-tech per una rivoluzione culturale delle sportive islamiche

Un velo hi-tech per una rivoluzione culturale delle sportive islamiche

“L’importante non è vincere ma partecipare” è la frase simbolo dei Giochi olimpici pronunciata dal suo fondatore Pierre De Coubertin, il quale però decise anche che la partecipazione delle donne alla competizione ateniese (parliamo del 1896) fosse “poco pratica, poco interessante, antiestetica se non addirittura scorretta”.

Per fortuna il tempo passa, le cose cambiano e nell’arco di due secoli molto è mutato: la partecipazione delle atlete alle competizioni sportive di ogni livello, è elevata se non superiore a quella maschile. Ma è per tutte e in tutti gli stati così, oggi nel 2017?

In realtà no: per le donne atlete islamiche che vogliono partecipare ai Giochi Olimpici, alcuni problemi continuano a sussistere se si pensa che fino a 10 anni fa Arabia Saudita, Brunei e Qatar non consentivano alle donne di partecipare alla gare olimpiche.

Solo a Londra 2012 per la prima volta ogni paese ebbe la sua delegazione femminile non privo di problemi e contestazioni soprattutto per l’Arabia Saudita, ultimo baluardo islamico a cedere con Wodjan Shaherkani.

Per la judoka infatti la Federazione Internazionale di judo si oppose alla partecipazione ai Giochi di Londra sostenendo che questo sport prevedesse particolari mosse di strangolamento in cui l’utilizzo dello hijab potesse essere pericoloso. Le contrattazioni con il Cio (Comitato internazionale olimpico) hanno portato al compromesso: Wodjan salì sul tatami con lo hijab; prima atleta dell’Arabia Saudita a partecipare a una Olimpiade. A Rio 2016, altro “muro”  abbattuto: Ibtihaj Muhammad è stata la prima schermista del team Usa a partecipare ai Giochi olimpici con il velo.

Un processo continuo e costante al quale si aggiunge un aspetto altrettanto importante: l’abbigliamento. Finora la scelta delle atlete musulmane cadeva sul cotone che, da un lato assorbiva l’acqua, dall’altro lasciava la testa bagnata quando si iniziava a sudare.

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In quest’ottica un salto di qualità l’ha fatto la Nike con la linea a loro dedicata dal nome Pro Hijab, il copricapo per le atlete musulmane in poliestere leggero e traspirante, realizzato seguendo le indicazioni di Amna Haddad (sollevamento pesi) e Zahra Lari (pattinatrice sul ghiaccio). Un prodotto che sarà commercializzato in tempo per le Olimpiadi invernali del 2018 in Corea del Sud.

Una scelta importante per la casa di abbigliamento sportivo che vuole rendere ancora più chiaro il concetto di inclusione e partecipazione insito nello sport e, al contempo, garantire la reale parità di genere nelle pratiche sportive.

Siamo alle porte di una rivoluzione per lo sport e le donne?

Le Olimpiadi del 1936 a teatro: storie di uomini, di guerra e di sport

Le Olimpiadi del 1936 a teatro: storie di uomini, di guerra e di sport

Piccole, grandi storie, che si rincorsero durante l’edizione più controversa delle Olimpiadi – quella dei Giochi di Berlino del 1936, trasformati dal gerarca nazista Joseph Goebbels in un incredibile strumento di propaganda per il regime di Adolf Hitler – narrate con uno stile incalzante, senza fronzoli, per coinvolgere il pubblico fin dalle prime battute. Il riferimento è allo spettacolo teatrale “Le Olimpiadi del 1936”, in tour lungo la penisola, che vede protagonista sul palco Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo per Sky. Vestendo i panni di Wolfgang Furstner, il comandante del villaggio olimpico, Buffa fa rivivere quei momenti – esaltanti e tremendi – che hanno contraddistinto non solo un’epoca ma la storia dell’umanità. Vicende sportive che sono – prima di tutto – vicende di uomini, come sottolinea lo stesso Buffa, autore della pièce insieme ad Emilio Russo, Paolo Frusca e Jvan Sica: “Sono storie che scorrono assieme al tempo dell’umanità, seguono i cambiamenti e i passaggi delle epoche, a volte li superano. Hitler e Goebbels volevano trasformare le Olimpiadi nell’apoteosi della razza ariana e del nuovo corso. E invece quelle Olimpiadi costruirono i simboli più luminosi dell’uguaglianza”.

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Ed ecco dunque rivivere sul palco la storia dei due atleti neri Cornelius Johnson e Dave Albritton, che il primo giorno di gara salirono sul podio del salto in alto. E ancora, Jesse Owens che di medaglie se ne aggiudicò addirittura quattro, conquistando due record mondiali e un record olimpico, il tutto documentato in diretta dalle immagini della regista, attrice e fotografa tedesca Leni Riefenstahl (la sua libertà creativa ha permesso di regalare all’umanità la straordinaria smorfia di disappunto di Hitler al terzo oro di Owens). Uomini e donne indimenticabili, nel bene e nel male, le cui storie hanno solleticato la curiosità del regista Stephen Hopkins, che ha diretto l’ottimo film biografico Race – Il colore della vittoria, incentrato proprio sulla vita dell’atleta afroamericano Owens e sulle Olimpiadi del 1936.

Mentre in quella stessa estate il mondo assisteva in colpevole silenzio alla tragedia della guerra civile spagnola, e la pace scricchiolava sull’asse Roma-Berlino-Tokyo, le Olimpiadi illuminavano il cielo con un’altra storia, forse la più incredibile”, si legge nella presentazione dello spettacolo. Che prosegue: “Due atleti giapponesi arrivarono primo e terzo alla maratona di Berlino. Alla premiazione, mentre ascoltavano l’inno, la loro testa era china. Non erano giapponesi, erano coreani. Il vincitore Sohn Kee-chung, 52 anni dopo, portava dentro lo stadio di Seul la fiamma olimpica del 1988 indossando come una seconda pelle la maglia della sua nazione, la Corea”. Diretto da Emilio Russo e Caterina Spadaro, lo spettacolo teatrale vede sul palcoscenico, oltre a Buffa, i musicisti Alessandro Nidi, Nadio Marenco e la cantante Cecilia Gragnani, abili narratori, tra parole e musica, di quelle storie di sport che “sono storie di uomini, scorrono assieme al tempo, ma a volte lo fermano, quasi a chiedere a tutti una riflessione, una sospensione”.

 

Mai Stati Uniti: ecco perchè alle Olimpiadi non vedremo mai il Team Europa

Mai Stati Uniti: ecco perchè alle Olimpiadi non vedremo mai il Team Europa

Qualche giorno fa un membro del Comitato Esecutivo dell‘Istituto Affari Internazionali, Carlo Musso, ha lanciato l’idea, per poter far appassionare gli europei alla bandiera e allo spirito dell’UE di competere almeno a livello olimpico con un unica squadra in rappresentanza dell’Unione. Lo stesso Musso ha specificato che bisognerebbe farlo solo in alcune discipline, escludendo a priori tutti gli sport di squadra, in primo luogo il calcio, e ha dichiarato che sarebbe l’ideale iniziare dall’atletica leggera.

La questione apre a varie perplessità: innanzitutto non è per nulla detto che avere gli atleti più forti raggruppati sotto un’unica bandiera calamiti intorno ad essa tutti gli appassionati dei 27 paesi, la maggior parte dei quali avrebbero ben pochi se non nessun rappresentate. Emblematico è quello che succede quando si fondono due squadre di calcio, o di rugby come sembra avverrà in Francia a breve tra Racing e Stade Francais: proteste, tifosi inviperiti, e polemiche a non finire. C’è anche l’esempio britannico, ora fuori dall’Unione, che storicamente ha sempre problemi enormi a schierare nel calcio una squadra unica tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda al punto da non presentarsi mai alle Olimpiadi, facendo a fatica un’eccezione per i Giochi londinesi del 2012 dove una selezione messa insieme tra le polemiche non è andata oltre i quarti di finale eliminata dalla Corea del Sud.

Per alcuni sport il team unico europeo sarebbe la morte della gara olimpica da un punto di vista tecnico, escludiamo pure gli sport di squadra, ma quale sarebbe il livello del tennis con quattro giocatori e quattro giocatrici in tutto in rappresentanza di Spagna, Germania, Italia, Francia, Paesi Bassi, Slovacchia, Repubblica Ceca e quant’altro? E andrebbe ancora bene perché Federer e Wawrinka sono svizzeri e che la Gran Bretagna se ne è uscita togliendo Murray dal conto. E lo sci alpino con quattro rappresentanti per disciplina tra Italia, Francia, Germania, Austria, Slovenia? Già ora col limite dei quattro atleti per nazione negli sport invernali le gare di Olimpiadi e Mondiali sono tecnicamente inferiori a quelle di Coppa del Mondo dove i paesi più forti possono schierare molti più rappresentanti, con una rappresentativa europea diverrebbero contese dove alle spalle dei primissimi al mondo ci sarebbe il vuoto assoluto.

 Anche limitandoci alla sola atletica leggera introdurre una formula del genere sarebbe anche un duro colpo per il movimento nei paesi più piccoli dell’UE: non bisogna infatti dimenticare che in molte realtà si gareggia non per vincere una medaglia olimpica, o anche solo centrare la finale, ma per esserci, e a questo punto moltissimi atleti e atlete che essendo i migliori della loro nazione e in grado di ottenere il minimo di partecipazione saprebbero in partenza che non varrebbe nemmeno la pena provarci in quanto mai e poi mai sarebbero selezionati tra i primi tre europei, non solo, ma superstar a parte, si finirebbe col fare delle convocazioni politiche per non scontentare nessuna nazione e dar e a tutti almeno un paio di rappresentanti. Immaginiamo anche la gioia delle federazioni, che spesso si vedono attribuire fondi dai governi in base al numero dei praticanti e a quanti riescono a portarne ai Giochi, vetrina fondamentale per una nazione non solo a livello sportivo. Un esperimento poi è già stato tentato, con la Coppa del Mondo di atletica, che vedeva al via gli USA, le prime due nazioni della Coppa Europa e cinque selezioni continentali. Fu disputata dal 1977 al 2006 per un totale di dieci edizioni che non riscaldarono gli animi di nessuno e poi fu soppressa. Quindi suvvia, almeno nello sport lasciateci le nostre vecchie bandiere…

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Pedala veloce Bradley Wiggins. Più veloce di chiunque al mondo, è stato capace di percorrere 54,526 km in un’ora, roba da multa per eccesso di velocità. Pista, strada, per lui non ha mai fatto differenza. Il parquet dei velodromi, il pavé del Belgio, dove è nato, l’asfalto delle strade di mezzo globo, nulla riesce a resistergli. Ogni metro, prima o poi, cede il passo alla sua ruota, al colpo sul pedale, al rapporto costante. Chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. È un sport di fatica il ciclismo, mica una passeggiata. È una di quelle discipline che una volta erano quasi sacre, ma che ora molti non praticano più. Come la marcia, o la boxe. Spesso la passione non basta. Chi sceglie di trascorrere gran parte della sua esistenza su un sellino ha quasi sempre un ottimo motivo. C’è chi su due ruote sogna di raggiungere qualcosa, magari la fama o il denaro. E c’è chi invece su di una bicicletta fugge. Come se ogni pedalata, ogni scatto, ogni sprint non fosse altro che un modo di tenere lontani i propri demoni. Bradley Wiggins fa parte di questa categoria.

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È stato in fuga per una vita. Dal mondo, ma anche da se stesso. Puoi essere veloce quanto vuoi, ma da quello che hai dentro non puoi scappare. Non basta il denaro, non basta la notorietà, non è abbastanza neanche un oro olimpico. E un argento. E un bronzo. Atene, estate 2004, sei il primo atleta britannico a vincere tre medaglie nella stessa olimpiade. Eppure non è abbastanza, quel vuoto non lo colmi. Cerchi di riempirlo come puoi. E tenti con l’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Giorno dopo giorno, dalle undici di mattina alle sei di pomeriggio, una sorta di lavoro a tempo pieno. Qualche partita a biliardo, un po’ di sport sulla TV del pub sotto casa, e poi ancora birre. La vita che molti sognano, ma che ti allontana dal resto. Gli affetti, il mondo circostante, la bici. La bici è lì, a casa, a prendere polvere. Tanto non è servita a nulla, non è bastato portare a casa le medaglie in nome di Sua Maestà. Niente contratti pubblicitari milionari, niente ingaggi faraonici, niente di niente. Solo quel vuoto che niente e nessuno è in grado di colmare.

I giorni diventano settimane, le settimane scorrono e si trasformano in mesi. Due. Cinque. Nove. Nove mesi, giusto il tempo necessario a Catherine per dare alla luce il piccolo Benjamin. È la scossa che serve. Il senso di un’esistenza che sembrava perduta ritrovato nel pianto di un neonato. C’è un tempo per tutto, lo dice anche la Bibbia, ed il tempo della crisi finisce in quell’istante. Ora ogni metro, ogni salita, ogni scatto ha una ragione d’essere. Sedersi su quel sellino è l’unico modo che Wiggins conosce per stare accanto a sua moglie e a suo figlio. E quindi di nuovo chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Lentamente l’alcol viene spurgato dall’organismo ed i chili presi pian piano se ne vanno. Ritorna invece la voglia, lo spirito di competizione, la necessità di mettersi alla prova. E se la pista è stata la sua casa, ora Bradley torna sulla strada. Vince una cronometro al Circuit de Lorraine, poi partecipa al Giro d’Italia. Centoventicinquesimo. Per carità, non uno di quei risultati di cui vai fiero, ma arrivare a Milano dopo tre settimane di fatica e reduce da mesi d’inferno vale quanto una medaglia d’oro. Ben gli ha salvato la vita, Wiggins lo sa. Non sorprende quindi che tra i mille tatuaggi sparsi per tutto il corpo, suo figlio abbia il posto d’onore. Tre semplici lettere, tatuate sopra il cuore. Qualche anno dopo ci aggiungerà Isabella.

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In un certo senso, essere un campione è semplice. Essere padre, un buon padre, è una sfida molto più complessa. E anche questo Bradley Wiggins lo sa bene. Se è nato a Ghent, nel cuore delle Fiandre, dove il pavé ti spacca le gambe e gli ammortizzatori della macchina, c’è una ragione. Suo padre, Gary, è un ciclista professionista. Uno specialista delle Sei Giorni, che tutti chiamano Doc. Per la preparazione meticolosa delle gare, forse. Oppure per quelle brutte storie che lo indicano come fornitore di sostanze stimolanti ai colleghi. Una carriera trascorsa nei velodromi di mezza Europa, lui che viene dalla lontana Australia dove ha lasciato una moglie ed una bambina. A Londra conosce Linda ed è colpo di fulmine. La coppia si trasferisce in Belgio ed è lì che Bradley impara a camminare e a dire le sue prime parole. Ma l’idillio si spezza, Gary lascia di colpo moglie e figlio, che fanno ritorno in Inghilterra. Per sedici lunghi anni non avranno contatti. Nessun ricordo, giusto qualche foto assieme. Eppure qualcosa rimane. Bradley ha dodici anni, a Barcellona ci sono le Olimpiadi. E sul parquet del Velòdrom d’Horta c’è una bicicletta che schizza a velocità supersonica. Sul sellino c’è un ragazzo con indosso la Union Jack che spinge sui pedali come se ne andasse della sua vita. Chris Boardman vince l’oro nell’inseguimento e conquista il cuore di Wiggins. Linda comprende, sa che il piccolo Bradley ha le due ruote nel DNA. Certe cose non si cancellano. Inizia così una carriera strepitosa.

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Vittorie su vittorie, la diffusa sensazione di trovarsi davanti a un fenomeno. Inviti, sponsorizzazioni, ogni porta si spalanca. Il trionfo nell’inseguimento ai mondiali giovanili del 1998 certifica quello che gli addetti ai lavori avevano capito da tempo. Bradley Wiggins è la nuova speranza del ciclismo britannico. Neanche il tempo di poter prendere la prima birra al pub, che la Nazionale lo chiama. C’è un’Olimpiade da preparare, chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Ed è proprio in previsione dell’appuntamento a cinque cerchi che a fine 1999 Bradley sta scavando solchi sul parquet di un velodromo di Sydney. Ma c’è un altro motivo. Gary Wiggins. Un contatto a sorpresa, poi un altro, e la sofferta quanto logica decisione di rivedersi. Non c’è molto tempo, le Olimpiadi incombono. Un anno ed un bronzo dopo, Wiggins decide di tornare in Australia. Tre mesi di allenamenti e la possibilità di passare finalmente del tempo con suo padre. È una delusione totale. Gary vive in una roulotte, gli è stata ritirata più volte la patente per guida in stato di ebbrezza. È un uomo disilluso, segnato da un incidente che gli ha distrutto la vita e la carriera e che ha cercato e trovato rifugio nell’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Nessuna possibilità di recuperare un rapporto ormai compromesso. I due non si rivedranno mai più. Wiggins senior termina i suoi giorni in un vicolo di Aberdeen, New South Wales, colpito alla testa durante una lite. È il gennaio 2008. Bradley Wiggins non partecipa ai funerali di suo padre, ma nella roulotte vengono ritrovati ritagli di articoli e fotografie che documentano la sua carriera. Un abbraccio postumo, ma certamente sincero. La morte però non cancella il passato. Bradley sarà per sempre segnato dall’abbandono in tenera età. Anche e soprattutto per questo è ben attento a non ripetere gli errori paterni.

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Pechino 2008, Londra 2012, il record dell’ora, altri ori, altri trionfi, ma un solo comune denominatore. La famiglia. Catherine, Ben e Isabella sono sempre lì, accanto a lui. Cambiano i tagli di capelli, passano gli anni, ma non i sorrisi. E quando il parquet della pista lascia il posto all’asfalto o al pavé, il discorso è sempre lo stesso. Il 2012 è l’anno di grazia. Delfinato, Parigi-Nizza, Romandia. Preparazione perfetta per il Tour. Lo ripete da sempre Bradley, un giorno vincerò un oro olimpico, indosserò la maglia gialla. Con le medaglie vinte può già replicare i cinque cerchi, ma la parata sugli Champs-Élysées è tutta un’altra storia. Due tappe vinte, ovviamente entrambe le cronometro, ma anche tanta gamba sulle Alpi e sui Pirenei. È un Wiggins totalmente in controllo, capace di tenere testa ai migliori scalatori del mondo. L’obiettivo è a portata di mano, la penultima tappa, la seconda crono, lo certifica. E quando il traguardo finale è tagliato, quando, già leggenda del ciclismo su pista, entra di diritto nella storia delle due ruote su strada, c’è un ultimo sogno da realizzare. Il giro d’onore è con la Union Jack al collo e con accanto Ben, un po’ fuori tema con camicia e pantaloni lunghi, ma evidentemente a suo agio su di una bici.

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La storia agonistica di Wiggo termina nel 2016, con l’ennesimo oro olimpico a Rio de Janeiro. In mezzo una fama stratosferica, stavolta molto ben gestita. Apparizioni TV, sorprese graditissime come suonare la chitarra assieme al suo idolo Paul Weller, addirittura una linea di abbigliamento personalizzata, in collaborazione con uno dei marchi simbolo della cultura Mod. Ma anche tanto impegno sociale, con la nascita della Fondazione Wiggins, sportivo, con l’impegno a tenere alto l’interesse per il ciclismo nel Regno Unito e letterario, con ben quattro libri all’attivo. Eppure, nonostante una carriera eccezionale, probabilmente unica, il premio che sta più a cuore a Bradley è il sorriso dei suoi cari. Del resto mamma Linda insegna. Certo, la maglia gialla è importante, ma nel cuore di una madre la vera medaglia è vedere il proprio figlio felice e sereno, libero dai propri demoni. Una vita complicata quella del ragazzo di Ghent, sempre sospesa tra la gloria e l’inferno, passata a scappare da fantasmi che ogni tanto hanno avuto la meglio. Ma ad ogni caduta, reale o metaforica, è sempre seguita una rinascita. Un percorso, metro dopo metro, pedalata dopo pedalata, che ha portato Bradley Wiggins alla grandezza eterna e alla soddisfazione di potersi guardare allo specchio e vedere il ciclista e l’uomo che ha sempre desiderato essere. Il traguardo è arrivato, Wiggo può scendere dal sellino e appendere la bici al chiodo. Finalmente non gli servirà più. La fuga, quella più importante, è riuscita.

Niente Giochi per il Double Trap: ‘3 burattinai hanno rovinato un sogno’

Niente Giochi per il Double Trap: ‘3 burattinai hanno rovinato un sogno’

Il Double Trap del Tiro al Volo non ci sarà ai Giochi Olimpici di Tokyo nel 2020. La decisione è stata resa nota nel corso di un’assemblea a Nuova Delhi dal Comitato Esecutivo della Federazione Internazionale degli Sport di Tiro inserendo al suo posto una gara mista della fossa olimpica.

Grande rammarico di Mirco Cenci, il commissario tecnico dell’Italia del Double Trap che all’Ansa racconta di “Rabbia e amarezza” e di come per “Vent’anni c’è stato impegno, sacrificio e amore per lo sport e non nei ristoranti e nelle sale dei grandi alberghi, in cui 3 burocrati decidono il destino degli atleti: è mia convinzione che 3 siano i burattinai che hanno tirato i fili di questo teatrino”.

Cenci non nasconde il rancore per questa decisione, che tra l’altro in ottica medagliere internazionale penalizza l’Italia: “Pochi mesi fa all’Olimpiade di Rio, mi hanno stretto la mano mentre di nascosto affilavano il coltello per colpire l’agnello sacrificale e uccidere la nostra passione e la più spettacolare delle discipline del tiro a volo”.