Second Life: non solo Bolt, quanti atleti hanno cambiato Sport?

Second Life: non solo Bolt, quanti atleti hanno cambiato Sport?

Negli ultimi anni sembrerebbe che ad alcuni atleti vada stretto lo Sport che hanno sempre praticato, per scegliere di cambiare rotta e cimentarsi in discipline che poco hanno a che fare con il proprio passato. In estate avevano fatto scalpore le immagini dell’ex difensore del Manchester United, Rio Ferdinand cimentarsi nel pugilato dopo una vita al servizio di Sir Alex Ferguson, e  quelle di Gianmarco Tamberi, la speranza del salto in alto italiano, che si era aggregato alla Mens Sana Siena per provare il Basket che conta, sport che lo ha sempre appassionato. Ad anticiparli di poco la leggenda Paolo Maldini, entrato nel circuito Pro di tennis. L’ultimo in ordine cronologico è Usain Bolt, la freccia giamaicana che ha fatto collezione di medaglie nell’atletica leggera, ma che ha sempre dichiarato al mondo il suo amore per il calcio e il Manchester United. Finalmente il suo sogno è stato esaudito e, a 31 anni, farà un provino con il Borussia Dortmund, anche se il suo obiettivo rimane sempre la casacca dei Red Devils. A parte i giudizi sulle scelte, più o meno discutibili, va detto che ognuno è libero di fare ciò che vuole, anche alla luce del fatto che non stiamo parlando assolutamente di casi isolati.

Lo scorso anno, fece notizia la scelta di Jenson Button, britannico 37enne pilota automobilistico di formula 1, che nella sua carriera è stato più che un protagonista nel campionato mondiale automobilistico per eccellenza. Già a 8 anni iniziò a prendere confidenza con i motori, correndo e gareggiando sui go-kart. A 11 anni vinse tutte le gare ed il titolo della sua categoria. Nel 1998 passò alla Formula Ford partecipando sia al campionato inglese che europeo classificandosi primo e secondo. Nel 1999 passò in F3 concludendo il campionato al terzo posto. Nel 2000 il grande salto in formula 1. Dopo vari anni passati in case automobilistiche diverse (Williams, Benetton, Renault, Bar, Honda, Brawn) dal 2010 è saldamente seduto sulla monoposto McLaren (contratto fino al 2018). Nella stagione 2009 sulla monoposto di casa Brawn, si è consacrato campione del mondo e vice campione con la McLaren nella stagione 2011.

Nella sua vita sportiva però non c’è solo la formula 1. Jenson è innamorato del triathlon e proprio un anno fa aveva dichiarato di voler staccare dal mondo dei motori per dedicarsi a questa sua passione che sembra prendere sempre più il sopravvento nella sua vita. “Ho vissuto e respirato F1 da quando avevo 19 anni e ora ne ho 36 e quando sei un pilota di alto livello non esiste niente altro nella tua vita –  ha spiegato il pilota britannico –Avevo bisogno di riposo, ci sono molte cose che non sono riuscito a fare a causa del fitto calendario delle corse”. Uno dei motivi di questo possibile stop è stata la voglia di disputare un Ironman. In merito a questa disciplina ha dichiarato: “Sono amante del triathlon, ho sempre voluto iscrivermi ad una gara di lunga distanza, ma non ho mai avuto il tempo necessario per allenarmi adeguatamente”. Ora sembra che l’abbia trovato. Il suo obiettivo non è solo parteciparvi ma fare bene ed imporsi anche in questa disciplina.

Florent Manaudou, 26enne francese, è il fratello della celebre nuotatrice Laure Manaudou. Florent, specializzato nello stile libero e nella farfalla, a Londra 2012 ha vinto l’oro olimpico ed insieme alla sorella, anch’essa vincitrice di ori olimpici in carriera, sono entrati nella storia come i primi fratelli a vincere una medaglia olimpica in vasca. Alle ultime olimpiadi di Rio partiva da campione olimpico ma non è riuscito a bissare il risultato di quattro anni fa. Tra lui e l’oro si è inserito l’americano Anthony Ervin. L’argento per Florent è da considerarsi quasi una sconfitta. Quel centesimo che l’ha tradito, gli ha fatto propendere per uscire dalla vasca e dedicarsi ad altro, ovvero alla pallamano. Basta così poco per cancellare una carriera costellata da 3 medaglie olimpiche e 4 ori mondiali? L’età è dalla sua parte e avrebbe ancora tempo e modo per dimostrare le sue doti acquatiche. Il suo tecnico, Romain Barnier, non fece drammi: “Se cambia disciplina, lo incoraggeremo”. Secondo il coach Florent ha scelto la pallamano con la consapevolezza “di dare il massimo e trovare una diversa fonte di piacere”. Anche Manaudou non parte dal basso ma, anche grazie alla sua voglia di primeggiare e vincere, ha giocato nella prima divisione francese ad Aix en Provence. “Faccio una parentesi” dichiarò all’epoca il nuotatore.

Parentesi che ha provato ad aprire anche Tyson Gay, 35enne atleta americano. Gay non è un velocista qualunque. E’ uno degli uomini più veloci della Terra. Nel 2007 ai mondiali di Osaka si prende tre ori (100, 200, 4×100). Nel 2014 viene trovato positivo e la squalifica ne comporta la cancellazione dei risultati dal luglio 2012, compreso l’argento della 4×100 delle Olimpiadi di Londra.

Tyson di recente, ha deciso di sfruttare in modo diverso la sua velocità. Nel 2016 si è iscritto ai campionati statunitensi di spinta di bob, in programma a Calgary (Canada). Non una gara qualunque perché anche Tyson come Button non piace partecipare e basta. Infatti questa competizione era un passaggio chiave per entrare nella squadra americana di bob come frenatore. Il giorno stesso della gara però, Tyson ci ripensò. La motivazione di questa scelta sembrò dovuta al fatto che Gay era ancora inesperto con il bob e in questa disciplina e dopo una consultazione con gli allenatori, fu deciso di non farlo gareggiare ma permettergli di vedere la gara per acquisire competenze maggiori. Le sue doti atletiche sicuramente sarebbero servite al team Usa per partire lanciati e con la giusta spinta.

Anche la ciclista britannica Victoria Pendleton36 anni, ha da poco trovato una seconda vita agonistica. Sul sellino della bici ci sapeva fare: con la Gran Bretagna è diventata due volte campionessa olimpica (Pechino 2008 nello sprint e a Londra 2012 nel keirin) oltre a nove titoli mondiali. Da quando però è salita sul cavallo (non ci era mai salita) ha deciso di non scendere più. Si è appassionata sempre di più sino ad abbandonare il ciclismo e decidere di gareggiare sulle “quattro zampe”. Altre sensazioni, altre emozioni e altre gioie. Dal sellino alla sella il passo è stato più breve del previsto, alla luce del fatto che Victoria ha cominciato a gareggiare e a vincere. Mi piace anche l’odore delle stalle e adoro l’imprevedibilità della corsa. Nel ciclismo è tutto calcolato, nell’ippica si è in due a determinare come finirà”.

Queste scelte, indipendentemente dal contesto più o meno affine alle loro discipline abituali, dimostra come anche atleti affermati abbiamo voglia di staccare dalla routine, evidenziando come il peso di tanti anni a gareggiare ed allenarsi sempre nelle medesime discipline si faccia sentire e, per evitare di farsi schiacciare e logorare mente e corpo, aprire una porta ad altre esperienze può davvero portare aria nuova, pulita e vitale.

Gli Stati Uniti e l’Antidoping contro la Fifa per quello che succede nel Calcio Russo

Gli Stati Uniti e l’Antidoping contro la Fifa per quello che succede nel Calcio Russo

Il Mondiale si avvicina e dopo il Doping di Stato e l’esclusione dai Giochi Olimpici, ora tocca alla FIFA controllare il comportamento, inerente il doping, del calcio russo.

Con il Mondiale che inizierà in circa sei mesi, i leader del movimento anti-doping, come scrive il New York Times, stanno criticando aspramente la politica di non perseguire aggressivamente, da parte della FIFA, il calcio russo viste le certificate e provate coperture da parte delle autorità dei test anti-doping positivi degli atleti di spicco, sempre secondo quanto affermato dal Nyt.

Il presidente della WADA, Craig Reedie ha detto che si aspetta che la FIFA agisca in modo deciso per eliminare ogni segno di alterazione dello sport nella kermesse calcistica più importante al mondo, e che l’Agenzia Mondiale anti-doping ha fornito tutto il materiale necessario perché questo accada.

La Fifa sta cercando di contattare Grigory Rodchenkov, il direttore del laboratorio di Mosca per i test anti-doping e testimone chiave nel processo che ha portato all’esclusione della Russia dai giochi   Olimpici. In un comunicato la massima federazione calcistica ha affermato che sebbene grandi sforzi siano stati fatti per contattare Rodchenkov, la risposta è stata picche.



Dello stesso avviso non sono gli avvocati di Rodchenkov che hanno detto che nessun dirigente della FIFA abbia mai voluto mettersi in contatto con lui.

A proposito di questo il presidente dell’USADA, l’associazione Anti-doping americana, Tygart ha detto: “E’ inaccettabile. Gli atleti puliti ed il pubblico meritano di sapere l’impatto del doping russo sul calcio e, se esistente, risolverlo immediatamente. Sono tre anni che siamo in questo casino e non ci sono scuse per la FIFA per non contattare il testimone e custode dei segreti sportivi russi. Bisogna fare una riforma del sistema anti-doping dove venga rimosso il potere dello sport di pulire se stesso, perché la formula inquisitore e giudice da parte di chi deve promuovere e vendere non è una ricetta vincente visto il grande conflitto di interessi”.

Rodchenkov, che è in esilio volontario negli Stati Uniti, avrebbe le prove che oltre mille atleti russi, di trenta sport differenti, avrebbero avuto i test positivi coperti dalle autorità russe, compresi i giocatori che parteciparono alla Coppa del Mondo 2014. La Fifa, ovviamente, ha rilasciato una nota dove afferma che non ci sono prove di positività al doping da parte di calciatori russi durante l’ultimo Mondiale.

Rileggendo i fatti e la cronologia, dall’altra parte dell’Oceano si ha il sospetto che ciò che lo scenario che si sta prefigurando sia quello di una FIFA che sta ingoiando bocconi amari e chiudendo gli occhi di fronte a qualcosa di evidente pur di non creare acredine con un paese già di suo difficile che è anche quello che ospiterà il Mondiale.

 

Un’altra Scampia è possibile: oltre le Vele, lo Sport è il vero motore della rinascita

Un’altra Scampia è possibile: oltre le Vele, lo Sport è il vero motore della rinascita

Scampia, ormai noto quartiere della periferia di Napoli per la serie di successo Gomorra, nel nuovo anno si prepara a cambiare volto con lo skyline che vedrà l’abbattimento delle famosissime Vele, sinonimo di illegalità e degrado. Un’immagine che ha finito per coinvolgere anche coloro che a Scampia vivono una vita normale ma che inevitabilmente vengono considerate solo in base al quartiere in cui abitano. Sono 350 le famiglie che vivono nelle Vele e a marzo dovrebbe iniziare la demolizione della prima, la verde, ma non avendo garantito gli alloggi popolari a coloro che le abitano difficilmente si rispetteranno i tempi. Ma sarà possibile davvero un futuro differente per Scampia?

L’abbiamo chiesto a Gianni Maddaloni, maestro di judo e padre dell’olimpionico Pino Maddaloni, oro a Sydney 2000. Con lui, abbiamo analizzato la delicata situazione della periferia della città campana e il ruolo che la sua palestra ha nel ridare una speranza ai giovani e ad offrirgli un futuro migliore.

Nell’intervista, il maestro ha sfatato il mito di un quartiere fatto solo di violenza e criminalità, mostrandoci, attraverso esempi di vita reale, che un’altra Scampia è possibile.

Fate lo Sport, non fate la guerra: Pierre De Coubertin e le Olimpiadi moderne

Fate lo Sport, non fate la guerra: Pierre De Coubertin e le Olimpiadi moderne

Come sapete, nel 2016 si è tenuta a Rio la trentunesima edizione delle Olimpiadi, che, come prevedibile, ha tenuto incollate milioni e milioni di persone davanti alla televisione. Perché, dopo così tanti anni, siamo ancora così affascinati dalle Olimpiadi? Oltre a dare visibilità a tutti gli sport e a simboleggiare l’unione tra popoli in tempi difficili, le Olimpiadi rappresentano la continuità con le nostre origini. I cinque cerchi, infatti, sono percepiti come un filo conduttore che parte nell’antica Grecia e che arriva sino al ventunesimo secolo. Un punto di contatto tra noi e le nostre radici. Cambiano le nazioni, cambiano le monete, gli usi e i costumi, ma l’uomo resta sempre protagonista.

Anche se l’esistenza stessa e la cadenza quadriennale dei Giochi ci sembrano immortali, il sopracitato filo ha subito parecchie interruzioni. La prima edizione dei Giochi si tenne nel 776 a.C., e proseguirono fino al 393 d.C., anno in cui l’Imperatore Teodosio ne vietò l’organizzazione, sancendo la fine di una tradizione ormai millenaria.

Per risentire parlare di Giochi Olimpici bisognerà aspettare il XIX secolo e la concomitanza di due fattori. Prima di tutto alcuni archeologi tedeschi scoprirono le rovine dell’antica Olimpia, resuscitando le gesta di antiche leggende ormai dimenticate. E secondo, ma non per importanza, un aristocratico francese di nome Pierre de Coubertin rivoluzionò la concezione dello sport, attribuendogli significati più profondi rispetto al semplice passatempo. De Coubertin fu uno dei primi ad intendere lo sport sia come strumento per condurre una vita più sana sia come possibilità di mettere a confronto ragazzi di nazionalità diverse. L’idea di fondo del barone francese era semplice: desiderava che il confronto sportivo sostituisse quello bellico. E quale migliore espediente delle Olimpiadi per raggiungere l’obiettivo?


Prima di De Coubertin, anche William Penny Brookes e Evangelis Zappas avevano provato ad organizzare le Olimpiadi, ottenendo risultati fallimentari. L’aristocratico francese, di conseguenza, studiò il loro operato, così da non commettere gli stessi errori. Nel 1892, a soli 31 anni, De Coubertin rese pubblica la sua missione con un toccante discorso tenuto alla Sorbona di Parigi. Poi, nei due anni successivi, viaggiò tra Inghilterra e Stati Uniti per rafforzare l’apparato politico delle Olimpiadi, fino a che, nel 1984, non ebbe raggiunto un consenso tale da poter fondare ufficialmente il Comitato Internazionale dei Giochi Olimpici, di cui fu nominato inizialmente segretario generale e in seguito presidente.

L’entusiasmo intorno alle Olimpiadi era tale che il Comitato bocciò l’idea iniziale di De Coubertin di organizzare le prime Olimpiadi nel 1900 a Parigi, premiando un’opzione più immediata e suggestiva: Atene 1896.  Mentre la capitale della Grecia viveva due anni in trepidante attesa, De Coubertin si occupò della gestione della manifestazione, escogitando anche qualche idea particolare. Per esempio designò Re Giorgio I come arbitro supremo di ogni competizione e assegnò ad ogni giudice di gara un nome greco, così da sottolineare il legame con il passato.

Nonostante le difficoltà nell’organizzazione, verso le 15.30 del 6 aprile 1896, allo stadio Panathinaiko di Atene, Giorgio I dichiarò aperte le prime Olimpiadi moderne, a cui presero parte quattordici nazioni: Australia, Austria, Bulgaria, Cile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e Ungheria. Le differenze tra le delegazioni erano notevoli: si passava dai 169 atleti greci fino all’unico atleta australiano o cileno. Ci fu poi la mitica storia dell’italiano Carlo Airoldi che pur di partecipare decise di raggiungere la capitale greca a piedi. Per quanto riguarda gli sport, il comitato ne scelse nove: atletica, ciclismo, ginnastica, lotta, nuoto, tennis, tiro, scherma e sollevamento pesi. In realtà De Coubertin avrebbe voluto organizzare anche gare di vela, cricket e polo ma per una serie di motivi logistici non fu possibile. Negli anni, poi, le discipline inserite furono di ogni tipo e stravaganza.

L’ideale di Sport immaginato da De Coubertin era quello dilettantistico, praticato esclusivamente per passione e lontano dai canoni moderni legati al denaro ed alla ricchezza. Di conseguenza ad Atene 1896 furono ammessi esclusivamente i dilettanti, in gran parte composti da studenti, marinai ed impiegati. Inoltre non fu data l’opportunità alle donne di iscriversi al fine di rispettare la tradizione delle Olimpiadi antiche, che, appunto, erano riservate agli uomini..

Contrariamente a quanto succede oggi, per gli atleti non erano previsti premi e solamente i primi due classificati ottenevano un riconoscimento: una corona d’ulivo e una medaglia d’argento per il vincitore e una corona d’alloro per il secondo in classifica.

I Giochi di Atene ebbero un successo tale che Giorgio I richiese ufficialmente di rendere Atene sede permanente di tutti i futuri Giochi Olimpici, trovando però la ferma opposizione del CIO, che preferì la turnazione quadriennale delle città. Nonostante il successo iniziale, i Giochi Olimpici affrontarono parecchie difficoltà nelle edizioni del 1900 (Parigi) e del 1904 (St. Louis) quando vennero offuscati dalle esposizioni internazionali all’interno delle quali si svolgevano, passando totalmente in secondo piano.

In ogni caso la situazione migliorò con il passare degli anni e le Olimpiadi divennero l’evento sportivo più atteso e seguito. Per quanto riguarda De Coubertin, egli mantenne la presidenza fino ai giochi del 1924 di Parigi per poi cedere il comando a Henri de Baillet Latour. Il Barone francese morì nel 1937 a Ginevra. Il suo legame con i Giochi Olimpici era talmente forte che De Coubertin chiese di far seppellire il suo cuore vicino alle rovine dell’antica Olimpia…e fu accontentato.

Nel 1963 il CIO decise di celebrare la memoria di De Coubertin istituendo la “Medaglia Pierre de Coubertin”, anche conosciuta come “Medaglia del Vero Spirito Sportivo”. Questo riconoscimento viene assegnato a quegli atleti che dimostrano una lealtà sportiva fuori dal comune durante i Giochi Olimpici. Finora, in 53 anni, solamente quattordici atleti posso vantarsi di aver ricevuto un tale onore. Tra questi ricordiamo Luz Long nei Giochi del 1936 , Larry Lamieux nel 1988 e il nostro Eugenio Monti nel 1964.

Con il mondo dello sport sempre più orientato verso interessi economici a discapito della passione, ogni tanto è importante raccontare storie come quella di De Coubertin, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla diffusione dei messaggi che rappresentano la vera essenza dello Sport: passione e fratellanza.

Miruts Yifter: tra ori e misteri, l’etiope senza età

Miruts Yifter: tra ori e misteri, l’etiope senza età

Ci sono Abebe Bikila e Mamo Wolde. Ci sono Haile Gebrselassie e Kenenisa Bekele.

La geografia dell’Etiopia che corre è chiara e illuminata, da medaglie e record, ed ha il suo cuore a Bekoji, la town of runners.

I cinque imperatori d’Etiopia.

C’è infatti anche Miruts Yifter. C’è soprattutto Miruts Yifter. Gli ori e i misteri.

Erede di chi c’è stato prima, ispirazione per chi è venuto dopo.

Scoperto quando faceva il militare nell’aviazione etiope venne convocato ma non impiegato durante le Olimpiadi di Città del Messico.


 

Esordì quattro anni dopo a Monaco di Baviera vincendo il bronzo nei 10mila.

Avrebbe dovuto correre anche i 5mila, in quella Olimpiade, ma Miruts non li correrà mai.

Il motivo? Ancora oggi resta un mistero.

Litigò forse con la delegazione etiope. O forse venne fermato dalla sicurezza prima dell’ingresso allo stadio, non arrivando in tempo per la gara. C’è chi dice che, al ritorno in patria, venne persino condannato per tradimento ed incarcerato.

Di certo c’è che lui non ha mai fatto nulla per diradare le nubi attorno a sé.

Così come ha fatto con la sua età, che nessuno ha mai conosciuto.

Non conto gli anni. Qualche uomo potrebbe rubare i miei polli. Qualche uomo potrebbe rubare la mia pecora. Nessun uomo può rubare la mia età” è la sua frase più famosa.

Nato forse nel 1938, forse nel 1944.

Nessuno può sapere quanti anni avesse quando nel 1980, a Mosca, ottenne due ori, nei 5mila e nei 10 mila, guadagnandosi il soprannome di Yifter the Shifter, per il suo incredibile cambio di velocità negli ultimi metri.

Percorse gli ultimi 200 metri nei 10mila in poco più di 26”. Qualche centesimo in meno rispetto ai 27” con cui chiuse i 5mila davanti a Suleiman Nyambui e Kaarlo Maaninka.

L’età non gli permise di arrivare in forma a Los Angeles aprendo per lui una carriera da allenatore.

Carriera che abbandonò sedici anni fa quando partì per il Canada per motivi politici.

Miruts Yifter si è spento il 22 Dicembre a Toronto a causa di un’insufficienza respiratoria. Aveva 72 anni, dicono i lanci di agenzia.

La sua morte, in pieno stile Yifter, era stata annunciata qualche settimana fa e prontamente smentita dal letto di un ospedale.

Un po’ di mistero anche nella coda.

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