Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Mi affascinava molto l’idea di un uomo considerato non adatto ad uno sport come la corsa che, grazie alla testardaggine, all’impegno e alla passione, è riuscito a diventare un campione. Era uno sprone ad applicarsi e a combattere per realizzare i propri sogni. E capii che raccontare la sua storia poteva essere interessante e divertente”. Così Antonio Recupero, sceneggiatore messinese classe 1977, autore insieme al fumettista e pubblicitario Luca Ferrara – Cava de’ Tirreni (Salerno) 1982 – dell’intensa e toccante graphic novel Dorando Pietri, una storia di cuore e di gambe. Edito da Tunué, il volume (144 pagine a colori, 16.90 euro) ripercorre l’epica narrazione del piccolo, grande atleta di Correggio (Reggio Emilia) che arrivò primo alla maratona dei giochi olimpici di Londra nel 1908 (era il 23 luglio e, pettorina numero 19, tagliò il traguardo in 2 ore e 54 secondi abbondanti), ma sorretto dai giudici di gara perché stremato, e perdendo per questo la medaglia d’oro. “Un uomo che, con la forza di volontà e contro ogni ostacolo, ha rovesciato ogni aspettativa. Suona davvero come un archetipo del mito”, aggiunge Ferrara.

Dunque nella storia delle Olimpiadi rimane vivo il ricordo di un atleta la cui memoria resiste da decenni, nonostante la sua gara non l’abbia mai vinta. Una vicenda affascinante, quella di Pietri, adesso declinata in un fumetto godibilissimo. Che dietro, però, nasconde un lavoro importante. “La fase delle ricerche è durata qualche mese, ed è stata complicata dalle discordanze trovate tra varie fonti, soprattutto tra quelle italiane e quelle di origine anglosassone, sulla vita privata di Dorando”, incalza Recupero, che ricorda: “Ci sono voluti tre mesi per realizzare la sceneggiatura. A Luca, invece, ne sono serviti nove per la realizzazione delle tavole, tempo dovuto anche alla ricerca e al perfezionamento di uno stile grafico che ha ideato appositamente per questo volume”. Un impegno importante, dunque, come rimarca proprio Ferrara: “Il lavoro è stato davvero titanico (per rimanere nel mito). La fase più frustrante? La ricerca di uno stile adatto e una modalità lavorativa ottimale. Quindi ho colorato in digitale le tavole e le vignette relative a ogni sequenza e ambientazione, per poi passare a un’altra, e così via. È stato emozionante vedere come tutto acquisisse senso mentre il libro si componeva”.

Ed ecco, pagina dopo pagina, delinearsi la storia del corridore emiliano attraverso un sapiente alternarsi di flashback e reminiscenze dal rilevante valore emotivo. Un impegno, quello nella realizzazione del libro, non privo di difficoltà per Recupero e Ferrara (“a nostra discolpa, dobbiamo precisare che nel frattempo, entrambi, dovevamo anche dedicarci ai lavori che ci permettono di pagare le bollette e fare la spesa”), ma che ha trovato il giusto approdo in un’opera che restituisce al lettore tutto il valore, congiuntamente alla forza, di un uomo e di uno sportivo indimenticabile.

Non solo Ferdinand e Tamberi: quando cambiare Sport è la nuova moda degli atleti

Non solo Ferdinand e Tamberi: quando cambiare Sport è la nuova moda degli atleti

Negli ultimi giorni sembrerebbe che ad alcuni atleti vada stretto lo Sport che hanno sempre praticato, per scegliere di cambiare rotta e cimentarsi in discipline che poco hanno a che fare con il proprio passato. Se hanno fatto scalpore le immagini dell’ex difensore del Manchester United, Rio Ferdinand cimentarsi nel pugilato dopo una vita al servizio di Sir Alex Ferguson, a fare eco a questa vicenda anche il nostrano Gianmarco Tamberi, la speranza del salto in alto italiano che da poco si è aggregato alla Mens Sana Siena per provare il Basket che conta, sport che lo ha sempre appassionato. Ad anticiparli di poco la leggenda Paolo Maldini di recente entrato nel circuito Pro di tennis e ha dovuto subire anche la prima (e ultima) sconfitta della sua carriera.  A parte i giudizi sulle scelte, più o meno discutibili, va detto che ognuno è libero di fare ciò che vuole, anche alla luce del fatto che non stiamo parlando assolutamente di casi isolati.

Lo scorso anno, fece scalpore la scelta di Jenson Button, britannico 36enne pilota automobilistico di formula 1, che nella sua carriera è stato più che un protagonista nel campionato mondiale automobilistico per eccellenza. Già a 8 anni iniziò a prendere confidenza con i motori, correndo e gareggiando sui go-kart. A 11 anni vinse tutte le gare ed il titolo della sua categoria. Nel 1998 passò alla Formula Ford partecipando sia al campionato inglese che europeo classificandosi primo e secondo. Nel 1999 passò in F3 concludendo il campionato al terzo posto. Nel 2000 il grande salto in formula 1. Dopo vari anni passati in case automobilistiche diverse (Williams, Benetton, Renault, Bar, Honda, Brawn) dal 2010 è saldamente seduto sulla monoposto McLaren (contratto fino al 2018). Nella stagione 2009 sulla monoposto di casa Brawn, si è consacrato campione del mondo e vice campione con la McLaren nella stagione 2011.

Nella sua vita sportiva però non c’è solo la formula 1. Jenson è innamorato del triathlon e proprio un anno fa aveva dichiarato di voler staccare dal mondo dei motori per dedicarsi a questa sua passione che sembra prendere sempre più il sopravvento nella sua vita. “Ho vissuto e respirato F1 da quando avevo 19 anni e ora ne ho 36 e quando sei un pilota di alto livello non esiste niente altro nella tua vita –  ha spiegato il pilota britannico –Avevo bisogno di riposo, ci sono molte cose che non sono riuscito a fare a causa del fitto calendario delle corse”. Uno dei motivi di questo possibile stop è stata la voglia di disputare un Ironman. In merito a questa disciplina ha dichiarato: “Sono amante del triathlon, ho sempre voluto iscrivermi ad una gara di lunga distanza, ma non ho mai avuto il tempo necessario per allenarmi adeguatamente”. Ora sembra che l’abbia trovato. Il suo obiettivo non è solo parteciparvi ma fare bene ed imporsi anche in questa disciplina.

Florent Manaudou, 26enne francese, è il fratello della celebre nuotatrice Laure Manaudou. Florent, specializzato nello stile libero e nella farfalla, a Londra 2012 ha vinto l’oro olimpico ed insieme alla sorella, anch’essa vincitrice di ori olimpici in carriera, sono entrati nella storia come i primi fratelli a vincere una medaglia olimpica in vasca. Alle ultime olimpiadi di Rio partiva da campione olimpico ma non è riuscito a bissare il risultato di quattro anni fa. Tra lui e l’oro si è inserito l’americano Anthony Ervin. L’argento per Florent è da considerarsi quasi una sconfitta. Quel centesimo che l’ha tradito, gli ha fatto propendere per uscire dalla vasca e dedicarsi ad altro, ovvero alla pallamano. Basta così poco per cancellare una carriera costellata da 3 medaglie olimpiche e 4 ori mondiali? L’età è dalla sua parte e avrebbe ancora tempo e modo per dimostrare le sue doti acquatiche. Il suo tecnico, Romain Barnier, non fece drammi: “Se cambia disciplina, lo incoraggeremo”. Secondo il coach Florent ha scelto la pallamano con la consapevolezza “di dare il massimo e trovare una diversa fonte di piacere”. Anche Manaudou non parte dal basso ma, anche grazie alla sua voglia di primeggiare e vincere, ha giocato nella prima divisione francese ad Aix en Provence. “Faccio una parentesi” dichiarò all’epoca il nuotatore.

Parentesi che ha provato ad aprire anche Tyson Gay, 35enne atleta americano. Gay non è un velocista qualunque. E’ uno degli uomini più veloci della Terra. Nel 2007 ai mondiali di Osaka si prende tre ori (100, 200, 4×100). Nel 2014 viene trovato positivo e la squalifica ne comporta la cancellazione dei risultati dal luglio 2012, compreso l’argento della 4×100 delle Olimpiadi di Londra.

Tyson di recente, ha deciso di sfruttare in modo diverso la sua velocità. Nel 2016 si è iscritto ai campionati statunitensi di spinta di bob, in programma a Calgary (Canada). Non una gara qualunque perché anche Tyson come Button non piace partecipare e basta. Infatti questa competizione era un passaggio chiave per entrare nella squadra americana di bob come frenatore. Il giorno stesso della gara però, Tyson ci ripensò. La motivazione di questa scelta sembrò dovuta al fatto che Gay era ancora inesperto con il bob e in questa disciplina e dopo una consultazione con gli allenatori, fu deciso di non farlo gareggiare ma permettergli di vedere la gara per acquisire competenze maggiori. Le sue doti atletiche sicuramente sarebbero servite al team Usa per partire lanciati e con la giusta spinta.

Anche la ciclista britannica Victoria Pendleton36 anni, ha da poco trovato una seconda vita agonistica. Sul sellino della bici ci sapeva fare: con la Gran Bretagna è diventata due volte campionessa olimpica (Pechino 2008 nello sprint e a Londra 2012 nel keirin) oltre a nove titoli mondiali. Da quando però è salita sul cavallo (non ci era mai salita) ha deciso di non scendere più. Si è appassionata sempre di più sino ad abbandonare il ciclismo e decidere di gareggiare sulle “quattro zampe”. Altre sensazioni, altre emozioni e altre gioie. Dal sellino alla sella il passo è stato più breve del previsto, alla luce del fatto che Victoria ha cominciato a gareggiare e a vincere. Mi piace anche l’odore delle stalle e adoro l’imprevedibilità della corsa. Nel ciclismo è tutto calcolato, nell’ippica si è in due a determinare come finirà”.

Queste scelte, indipendentemente dal contesto più o meno affine alle loro discipline abituali, dimostra come anche atleti affermati abbiamo voglia di staccare dalla routine, evidenziando come il peso di tanti anni a gareggiare ed allenarsi sempre nelle medesime discipline si faccia sentire e, per evitare di farsi schiacciare e logorare mente e corpo, aprire una porta ad altre esperienze può davvero portare aria nuova, pulita e vitale.

Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

“Il posto della scimmia è in gabbia” le hanno scritto dopo l’eliminazione per squalifica a Londra 2012. Ma il posto di Rafaela Silva è il judo. È il tetto del mondo. È suo il primo oro brasiliano ai Giochi di Rio della scorsa estate.

“Solo Dio sa quel che ho sofferto per arrivare fin qui” si è fatta tatuare sul bicipite destro. La biografia drammatica di chi ha una storia comune, condivisa con generazioni di brasiliani che sopravvivono nell’estremo in ombra di una nazione dalle disuguaglianze strazianti. Rafaela, infatti, è cresciuta nella Città di Dio, la favela raccontata da Fernando Meireles, uno dei direttori creativi della cerimonia d’apertura. La comunità, formata negli anni Sessanta per “ripulire” le zone intorno ai resort di Copacabana, Ipanema e Leblon. La pacificazione da parte della polizia resta solo un annuncio, qui la droga, la violenza, le gang rimangono eccome. E il sottotitolo del capolavoro di Meireles torna a illustrare lo scenario della Città di Dio: “Se corri, la bestia ti prenderà. Se ti fermi, la bestia ti mangerà”.

Già da piccola, Rafaela è sempre impegnata a fare a botte con i ragazzi per le strade. “Qui se non colpisci per prima, qualcuno ti colpirà” ha raccontato la sorella Raquel al New York Times. “È una questione di sopravvivenza”. I genitori fanno quel che possono per allontanarle dalle tentazioni e dai pericoli. Le portano all’Instituto Reação (Istituto Reazione), la scuola di judo per tutte le età che Geraldo Bernardes ha fondato con il suo ex allievo Flávio Canto, bronzo ad Atene 2004, ha fondato a Rocinha, la più estesa favela di Rio. “Il judo ha delle regole” aggiunge Raquel, “la strada no”.

In Brasile, il judo è il secondo sport più atteso ai Giochi dopo il calcio. Nessuna disciplina ha regalato ai verdeoro più medaglie olimpiche da quando è entrato nel programma a cinque cerchi a Tokyo 1964. È un perfetto mix di arte e scienza, di espressione e controllo del corpo, introdotto qui negli anni Trenta da immigrati giapponesi.

Il judo, spiega Bernardes al New York Times, “richiede molti sacrifici. Ma in una comunità povera, i ragazzi sono abituati ai sacrifici. Hanno visto la povertà, la violenza. Rafaela è sempre stata aggressiva e voleva una vita migliore”. Bernardes avvisa Rafaela e Raquel, che resterà incinta a 15 anni e abbandonerà la strada dello sport: niente esami per la cintura se avrete ancora problemi a scuola o in strada. È abbastanza per tenerle fuori dai guai.

Bernardes paga le spese per l’allenamento e le trasferte di Rafaela. “All’inizio lo facevo perché mi piaceva” confessa l’atleta, “ma Geraldo ci ha mostrato un altro mondo. Era un lavoro. Ha piantato un seme”. Un seme che dà i suoi frutti, grazie alla coordinazione naturale alimentata dalle infinite partite a calcio e a pipa, una sorta di arte marziale in cui si fanno volare aquiloni e si cerca di tagliare i fili agli avversari, nel 2008. Rafaela diventa campionessa mondiale junior in Thailandia. “In quel momento ho capito che era la mia strada, che volevo essere un’atleta. Dopo tutto quel che avevo passato, i miei combattimenti erano facili. Dopo i mondiali, ho capito che le cose avrebbero potuto cambiare”.

A Rio, ha sentito sulle spalle le attese di un’intera nazione, dopo l’eliminazione di Sarah Menezes, la campionessa in carica nella categoria dei 48 chili. Non era la favorita per l’oro nei 57 chili, nonostante il titolo mondiale del 2013. Ma dimostra subito di voler andare lontano. Il primo incontro, con la tedesca Miryam Roper, dura solo 46 secondi. Elimina negli ottavi la numero 2 del mondo, la sudcoreana Kim Jan Di. La redenzione, comunque, è ancora di là da venire. Nei quarti ritrova l’ungherese Karakas, la stessa avversaria che aveva di fronte a Londra quando è stata squalificata per una presa non permessa dal regolamento.

Dopo la semifinale decisa solo al quarto minuto della sudden death contro la rumena Corina Caprioriu, in finale realizza subito un waza-ari, che regala mezzo punto, contro la numero 1 del mondo, Sumiya Dorjsuren dalla Mongolia. L’entusiasmo dopo la vittoria è assordante. “Non ho mai smesso di inseguire i miei sogni” ha spiegato tra l’orgoglio e la commozione, l’onore e la responsabilità. Da quel giorno la bambina della Città di Dio è diventata un esempio per le generazioni che verranno e che vorranno scrivere le nuove storie di domani. Avrebbe potuto continuare a vivere in strada, avrebbe potuto prendere una cattiva strada. E invece Rafaela Silva è una campionessa olimpica. Ha indicato una via per cambiare. Per inseguire la luce di un oro che luccica più del solito.

Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Ventuno anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

Miruts Yifter: tra ori e misteri, l’etiope senza età

Miruts Yifter: tra ori e misteri, l’etiope senza età

Ci sono Abebe Bikila e Mamo Wolde. Ci sono Haile Gebrselassie e Kenenisa Bekele.

La geografia dell’Etiopia che corre è chiara e illuminata, da medaglie e record, ed ha il suo cuore a Bekoji, la town of runners.

I cinque imperatori d’Etiopia.

C’è infatti anche Miruts Yifter. C’è soprattutto Miruts Yifter. Gli ori e i misteri.

Erede di chi c’è stato prima, ispirazione per chi è venuto dopo.

Scoperto quando faceva il militare nell’aviazione etiope venne convocato ma non impiegato durante le Olimpiadi di Città del Messico.

Esordì quattro anni dopo a Monaco di Baviera vincendo il bronzo nei 10mila.

Avrebbe dovuto correre anche i 5mila, in quella Olimpiade, ma Miruts non li correrà mai.

Il motivo? Ancora oggi resta un mistero.

Litigò forse con la delegazione etiope. O forse venne fermato dalla sicurezza prima dell’ingresso allo stadio, non arrivando in tempo per la gara. C’è chi dice che, al ritorno in patria, venne persino condannato per tradimento ed incarcerato.

Di certo c’è che lui non ha mai fatto nulla per diradare le nubi attorno a sé.

Così come ha fatto con la sua età, che nessuno ha mai conosciuto.

Non conto gli anni. Qualche uomo potrebbe rubare i miei polli. Qualche uomo potrebbe rubare la mia pecora. Nessun uomo può rubare la mia età” è la sua frase più famosa.

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Nato forse nel 1938, forse nel 1944.

Nessuno può sapere quanti anni avesse quando nel 1980, a Mosca, ottenne due ori, nei 5mila e nei 10 mila, guadagnandosi il soprannome di Yifter the Shifter, per il suo incredibile cambio di velocità negli ultimi metri.

Percorse gli ultimi 200 metri nei 10mila in poco più di 26”. Qualche centesimo in meno rispetto ai 27” con cui chiuse i 5mila davanti a Suleiman Nyambui e Kaarlo Maaninka.

L’età non gli permise di arrivare in forma a Los Angeles aprendo per lui una carriera da allenatore.

Carriera che abbandonò sedici anni fa quando partì per il Canada per motivi politici.

Miruts Yifter si è spento il 22 Dicembre a Toronto a causa di un’insufficienza respiratoria. Aveva 72 anni, dicono i lanci di agenzia.

La sua morte, in pieno stile Yifter, era stata annunciata qualche settimana fa e prontamente smentita dal letto di un ospedale.

Un po’ di mistero anche nella coda.

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