Giannis Antetokounmpo: storia di un clandestino diventato Superstar

Giannis Antetokounmpo: storia di un clandestino diventato Superstar

Ci siamo quasi messi alle spalle il periodo in cui l’Europa ha vissuto la peggiore crisi economica dal dopoguerra. Soprattutto le nazioni affacciate sul Mediterraneo hanno dovuto affrontare una disoccupazione e un malessere crescenti, che hanno provocato diverse proteste e scontri intestini. In Italia, in Spagna e soprattutto in Grecia la crisi ha causato lotte sociali sfociate nelle più  classiche “guerre tra poveri”.

La Grecia, la terra che ha dato i natali a Pericle, Socrate e Eschilo, la patria della democrazia, da anni piegata dalla congiuntura economica. E in una situazione così precaria sono affiorate tensioni sociali che hanno spaccato il paese in due, la disperazione ha spinto in molti a cercare un capro espiatorio a cui addossare la colpa. E quale miglior capo espiatorio se non l’immigrato extracomunitario venuto sulle coste elleniche solo per rubare il lavoro? 

 Ecco, è questo lo scenario in cui va inserita una famiglia nigeriana sbarcata in Grecia nel lontano 1992, vissuta nella clandestinità per vent’anni: la famiglia Adetokunbo, poi grecizzato in Antetokounmpo. Charles e Veronica, un uomo e una donna scappati dal proprio paese e rifugiati in territorio europeo, dove hanno potuto mettere su una bella famiglia: Francis, Thanasis, Giannis, Kostas e Alexis. Cinque figli, ma in una terra che forse non era pienamente disposta ad accoglierli.    

Infatti, per le strade di Sepolia, quartiere periferico di Atene, la vita non è delle più facili. I cinque ragazzi si devono barcamenare tra un posto di lavoro e un altro e sono costretti a fare di tutto: si guadagnano qualche soldo facendo i babysitter,  vanno al cantiere a lavorare come manovali, oppure girano per strada da vucumprà ambulanti, vendendo borse, occhiali, scarpe, orologi, tutta roba taroccata di griffe famose. A volte per le strade non si vende a sufficienza, oppure la paga al cantiere è troppo bassa, e quelle volte il denaro a casa non è abbastanza neppure per avere un pasto dignitoso a cena.


A tutto questo si aggiunge il crescente odio razziale che accompagna i fratelli Adetokounbo fin da bambini. Ogni giorno vivono nel terrore che qualcuno nel quartiere, magari istigato dai movimenti xenofobi di estrema destra, li denunci alla polizia. Il che significherebbe il rimpatrio forzato in Nigeria, una terra a cui i cinque fratelli non sentono di appartenere, avendo sempre vissuto in Grecia.

Malgrado una situazione tutt’altro che semplice, due dei cinque fratelli riescono a trovare uno spiraglio che li allontani dalla vita da ambulanti. Thanasis e Giannis, due anni di differenza, sono dotati di un’altezza unica per la loro età e di mezzi atletici eccezionali, ed è per questo che vengono accolti in una delle palestre del quartiere. E’ così che, per la prima volta, entrano a contatto col mondo del basket.

I primi tempi non sono facili, i due fratelli non riescono neanche giocare insieme perché possono permettersi un solo paio di scarpe ma, al di là delle difficoltà iniziali, di lì in avanti la strada è tutta in discesa. Infatti, i due fratelli non si accontentano delle loro caratteristiche fisiche già di per sé straordinarie, ma si allenano come matti e continuano a crescere a vista d’occhio, finchè Thanasis non tocca i 2.01 metri, mentre Giannis arriva addirittura ai 2.11!

Ma a contare non è solo l’altezza, i due dimostrano di essere incredibilmente agili e coordinati, e soprattutto Giannis mette in mostra mezzi atletici sorprendenti.

Ed è così che, oggi, le loro vite sono radicalmente cambiate in positivo. Thanasis milita nel Panathinaikos dopo un periodo nei Westchester Knicks, squadra della D-League, ossia la lega in cui le squadre NBA decidono di far giocare i cestisti che devono ancora maturare e non sono ancora pronti al grande salto nella massima lega.

Ancora meglio è andata a Giannis, che è diventato una vera e propria superstar.Infatti, nella stagione 2012-2013 era soltanto un emergente giocatore della serie B greca, poi nell’estate la svolta: i Milwaukee Bucks decidono di puntare su di lui e lo selezionano alle quindicesima chiamata del Draft NBA, sicuri che i suoi mezzi atletici  lo renderanno un giocatore immarcabile. E oggi il ventitreenne Giannis si può già affermare come uno dei prospetti futuri più forti della lega, grazie alla sua versatilità –può ricoprire sia il ruolo di ala piccola, che di guardia, che di playmaker – e alle sue mani lunghe, 26 centimetri e alle braccia che in piena estensione raggiungono i 222 cm, praticamente uno aereo.

Ma Giannis, pur essendo diventato un’icona nel basket mondiale, ricompensato con stipendi faraonici, può aver dimenticato le sue origini, la sua vita per le strade di Sepolia? Certo che no. Infatti sono diversi gli aneddoti che danno l’idea di come il giovanissimo talento dei Bucks non abbia dimenticato nulla del suo passato.

Inizio stagione 2013-2014, mancano poche ore al match casalingo dei Bucks. Giannis  è appena uscito  da una filiale della Western Union, dalla quale ha inviato una grossa somma di denaro alla sua famiglia ad Atene, quando apre il portafoglio e si rende conto che ha spedito tutti i soldi che aveva con sé, senza tenersi neanche un dollaro per il taxi. Ha paura di fare tardi per la partita, il coach non glielo perdonerebbe, e allora preso dall’ansia inizia a correre. Le sue falcate e la sua velocità sono qualcosa di stupefacente, tant’è che chiunque per strada si ferma a fissarlo, finchè una coppia in macchina si avvicina e lo esorta a salire in macchina per portarlo a palazzetto in tempo. Ma Antetokounmpo è davvero stupito, quasi non ci crede: non si rende conto realmente del suo status di giocatore NBA, ancora si considera un ragazzetto di strada.

Ancora più divertenti sono i siparietti tra il gigante greco e alcuni membri dell’ambiente dei Milwaukee Bucks. Singolare, ad esempio, la volta in cui per caso Giannis incontrò il suo ormai ex compagno di squadra Caron Butler intento a buttare un paio di sneakers usate: memore del paio di scarpe che condivideva col fratello, non esitò a bloccare Butler e a urlargli : “Ma queste sono buone scarpe! Non le puoi buttare!”.

Commovente anche la volta in cui il compagno di squadra Larry Sanders gli regalò un paio di scarpe Gucci. Al giovane Giannis tornarono alla mente i momenti in cui vendeva per strada scarpe taroccate simili a quelle, e nel vedersele lì davanti, autentiche, non poté fare a meno di rimproverare il suo amico per “aver speso troppo” e gli promise che le avrebbe conservate gelosamente e indossate solo nelle occasioni speciali.

Infine, è stato l’allora playmaker Brandon Kinght a raccontare una delle scene più esilaranti mai viste nella sua carriera. Infatti, in varie occasioni i Bucks, come qualsiasi squadra NBA, mettono a disposizione una sala in cui i giocatori possono rifocillarsi. Ed è proprio in quelle occasioni che Brandon raccontò che Giannis si presentava con delle buste enormi che riempiva di cibo a più non posso. Perché nella vita non gli era mai capitato di ricevere qualcosa di gratuito. 

 Tutti questi aneddoti non possono che far sorridere, ma in fondo rivelano anche la natura di un giovane cestista catapultato in un mondo per lui ignoto. Malgrado  la sua giovane età, malgrado le tentazioni di un mondo pieno di approfittatori, Giannis è rimasto fedele alle sue origini, al suo stile di vita sobrio, è rimasto legato indissolubilmente alla sua famiglia. Ed è anche per questo che The Greek Freak – il Fenomeno Greco – è una persona davvero speciale.  

Luol Deng: il Sudan nel cuore di chi la Guerra Civile l’ha vissuta sulla pelle

Luol Deng: il Sudan nel cuore di chi la Guerra Civile l’ha vissuta sulla pelle

Dopo la drammatica storia di Serge Ibaka, eccone un’altra che riguarda uno dei personaggi più rappresentativi del movimento cestistico africano. Un giocatore che, pur sulla via del tramonto, ha saputo costruirsi un’invidiabile carriera NBA, condita con due convocazioni all’All Star Game. Un difensore arcigno, un tiratore affidabile, un cestista di grande intelligenza. In poche parole, Luol Deng.

 Luol Ajou Deng nasce il 16 aprile 1985 a Waw, piccola città lontana oltre 600 km dalla capitale sud sudanese Giuba. Fa parte della tribù dei Dinka, conosciuta in tutto il mondo per la spropositata altezza dei suoi membri. E’ l’ultimo di 9 figli, e il padre Aldo è Ministro dei Trasporti sudanese e siede in Parlamento, il che permette alla famiglia Deng un minimo di agiatezza economica.

Ma la seconda guerra civile sudanese è alle porte. Un conflitto sanguinosissimo durato circa vent’anni, conclusosi solo nel 2005 con un bilancio terrificante di quasi due milioni di morti e quattro milioni di profughi. E il papà Aldo, comprendendo la gravità della situazione, sul finire degli anni ’80 decide di far espatriare la sua famiglia, trovandole una sistemazione in Egitto.

Ma l’anno dopo, quando il padre è pronto a raggiungere la sua famiglia, viene bloccato dalle autorità sudanesi e incarcerato per tre lunghi mesi. Sono momenti difficilissimi per il piccolo Luol: non solo è costretto a vivere in un Paese sconosciuto, in una casa minuscola da condividere con la madre e gli otto fratelli, ma è in costante apprensione per le sorti del padre, del quale per lunghi periodi non si hanno più notizie.

L’unica via per aprirsi alla nuova realtà è uscire di casa coi suoi fratelloni, che hanno preso l’abitudine di andare a giocare in polverosi campetti in cemento. E’ in questo modo che il piccolo Deng entra a contatto col basket. Lui sta lì, li guarda e si innamora di quella palla arancione. Poi una volta decidono di farlo giocare e lui, piccolissimo, dimostra una propensione fuori dal comune per quello sport. Un talento cristallino.

 Il caso vuole che Luol conosca un maestro che gli cambierà la vita: il leggendario Manute Bol. Sì, proprio lui, un giocatore simbolo della Lega, coi suoi vertiginosi 2.31 metri di altezza coi quali s’era distinto come cestista più alto di sempre in NBA. Inoltre i due provengono dalla stessa tribù Dinka, il che fa sì che Manute prenda a cuore il piccolo Luol e gli faccia da mentore nella sua crescita cestistica e umana.

E nel 1993 arriva una splendida notizia. Papà Aldo non solo sta bene, ma è riuscito ad ottenere per lui e la sua famiglia asilo politico a Londra. E’ così che Luol si trasferisce ancora, stavolta col sorriso sulle labbra perché diretto in una delle città più cosmopolite del globo. Qui per lui non è facile l’adattamento, ma riesce ad integrarsi proprio grazie a quello sport che in Egitto lo aveva stregato. Inizia proprio a far sul serio col basket, inserendosi nei Brixton Topcats, dove non solo diventa presto la stella della squadra, ma riesce ad esprimere tutta la sua indole.

E anche in questo frangente la sorte gli è benevola. Perché durante una partita dei suoi Topcats viene individuato da uno scout americano, che resta impressionato dal suo potenziale al punto da offrirgli una borsa di studio alla Blair Academy, una High School del New Jersey. A 14 anni è di nuovo in viaggio, una nuova avventura lo aspetta.

 Anche in questo frangente l’adattamento non è semplice. Nuove amicizie, nuovo stile di vita, una famiglia distante migliaia di chilometri. E stavolta il basket non lo aiuta molto: se in Inghilterra era il più forte, la prima donna della squadra, ora si ritrova nello status di panchinaro, sempre un passo indietro ai suoi coetanei americani. Ma Deng non si demoralizza, non è venuto negli States per farsi sbattere le porte in faccia. Decide di alzarsi tutti i giorni alle 6 per allenarsi prima delle lezioni, va in palestra continuamente e tira per ore, finchè non riesce a colmare il gap tecnico con gli altri. Col vantaggio di avere un fisico e un’altezza fuori dal comune.

Da lì, la strada diventa tutta in discesa. Nel 2003, l’ultimo anno di High School, il suo strapotere è tale da renderlo il secondo prospetto più interessante del Paese. Chi sia il primo? Un certo Lebron James, uno qualsiasi. Durante l’estate Luol sceglie Duke a livello universitario, per poi dichiararsi eleggibile al Draft l’anno successivo e venir chiamato con la settima pick dai Suns, che lo girano a Chicago. E’ l’inizio di una carriera ricca tanto di soddisfazioni quanto di responsabilità. 10 anni in maglia Bulls, rappresentando una franchigia abituata a vincere dopo l’era Jordan. 10 anni di totale dedizione, garantendo sempre punti, costanza di rendimento e intensità difensiva alla squadra, per la quale diventerà uno dei giocatori simbolo.

Dopodiché il passaggio prima in maglia Cavs, poi Heat e poi ancora Lakers. Anche qui, l’abnegazione è massima. Ma è fuori dal campo che Luol dimostra un impegno ancor più lodevole: non solo ha fondato la Luol Deng Foundation, un’associazione no-profit che opera tra Regno Unito, Stati Uniti e Africa e si occupa di sponsorizzare il basket nel continente nero, ma nel 2015 è stato tra gli organizzatori della prima partita NBA in Africa, a Johannesburg, dove si sono affrontati l’Africa Team e il World Team.

In Sudan è un idolo. La nazione intera lo acclama, e lui ricambia visitando spesso la sua terra, dove sempre nel 2015 ha inaugurato un campo intitolato al suo vecchio mentore Manute Bol. Un gesto di grande umanità. Al di là dei milioni, dello sfarzo, della megalomania che animano il mondo NBA, Luol è riuscito a restare coi piedi per terra, non dimenticando mai le sue origini, ma rendendo omaggio alla terra che lo ha cresciuto.

Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Cleveland e Boston, sono loro le squadre accreditate per contendersi il primato della Eastern Conference. Da un lato Lebron, Thomas e Wade, dall’altro Irving, Horford e Hayward (seppur infortunatasi gravemente), lo spettacolo è assicurato. E un assaggio di quel che ci dovrebbe aspettare in finale di Conference lo abbiamo già avuto nella gara di apertura della Regular Season.

Eppure, non sono tutti d’accordo con questo copione. Ad opporsi, con tutte le forze, ci saranno sicuramente i Toronto Raptors di Kyle Lowry, DeMar DeRozan…e di Serge Ibaka. La cui storia, possibile trama perfetta di un film tutt’altro che comico, lo ha preparato a sfide ben peggiori. Dopo quello che ha passato, di certo non lo spaventa una partita contro Lebron o Irving.

 Serge Jonas Ibaka Ngobila nasce a Brazzavile, in pieno Congo, nel settembre del 1989.  La sua non può propriamente definirsi una famiglia normale: figlio di un padre a dir poco libertino, è il terzultimo di ben diciotto fratelli, a cui ne andrebbero aggiunti altri mai riconosciuti. Il papà è solito ingravidare donne in giro per la città, mentre la mamma si fa in quattro per dar da mangiare ai figli, in una casa al confine con le baracche cittadine.

Una situazione sì precaria, ma tutto sommato tranquilla. Fino al 1998, l’anno d’inizio della guerra civile in Congo, che cambierà per sempre la sua vita. Col pericolo sempre più incombente, a soli nove anni Serge si ritrova costretto a dover fuggire da Brazzaville insieme alla sua famiglia. E’ l’inizio di un lungo peregrinare di città in città, alla ricerca di un posto sicuro in cui poter vivere.

Alla fine riesce a rifugiarsi coi suoi a Ouesso, cittadina al confine nord del Paese. Ma anche qui le condizioni di vita sono drammatiche e per tre lunghi anni è costretto a vivere in una topaia con acqua e luce limitate. Con un ambiente simile in cui vivere l’unica alternativa è uscire all’aperto. E’ in questo modo che Serge conosce il basket. A piedi scalzi, si ritrova insieme ad altri ragazzini a giocare su campetti sgangherati, con canestri penzolanti e palloni a dir poco laceri. Ma a differenza degli altri lui può contare su un fisico possente e slanciato, oltre che su una propensione innata nel trattare il pallone. Tra lui e il basket è puro amore.

 Ma le conseguenze della guerra non sono finite. Il conflitto è agli sgoccioli e la famiglia è decisa a tornare a Brazzaville, quando il padre viene arrestato, con l’accusa di aver oltrepassato il confine illegalmente e di aver parteggiato per la fazione nemica. E una volta privato del padre, Serge è costretto impotente anche ad assistere alla dipartita della madre, morta prematuramente.

 

In una condizione simile, l’unica soluzione è fuggire dalla realtà. Proprio per questo il giovane Ibaka si mette in viaggio, con la speranza di raggiungere un paradiso chiamato Europa. E così, dopo mille peripezie e con una Bibbia come unica compagna di avventure, a diciassette anni riesce a raggiungere la Francia. Qui trova ospitalità, una dimora fissa e soprattutto la possibilità di mettere in mostra tutto il suo potenziale su un campo da basket, seppur in leghe minori. E’ ancora acerbo e grezzo come giocatore, ma il suo strapotere fisico unito ad una sensibilità di tocco non da poco lo rendono un prospetto interessante. Tant’è che due anni dopo si trasferisce in Spagna, dove firma un contratto con l’Hospitalet, storico club catalano, che gli regala la possibilità di giocare in un palcoscenico di prestigio. E lui ripaga fin da subito, sfornando oltre 10 punti e 8 rimbalzi a partita.

Il ragazzone fa un’ottima figura anche al Reebok Eurocamp, venendo nominato MVP della manifestazione e attirando su di sé l’interesse di molti scout NBA. Al punto che al draft 2008 viene inaspettatamente selezionato con la 24esima pick dai Seattle Supersonics, poi diventati Oklahoma City Thunder. Eppure i dirigenti dei Thunder non sono sicuri che sia pronto, tant’è che decidono di non firmarlo.

Sogni di gloria sfumati? Ovviamente no, sappiamo bene come è andata. Dopo un anno tra le file del Suzuki Manresa OKC si rende conto dell’enorme potenziale del congolese e decide di pagare la clausola rescissoria al club catalano. Serge Ibaka è finalmente un giocatore NBA. 

 Il resto è ben noto a tutti: la crescita esponenziale in fase difensiva, la meritata fama di stoppatore seriale, l’evoluzione in fase offensiva, con la costruzione di un tiro dal mid range quasi letale. E soprattutto, la capacità di convivere come terzo violino con due mostri come Durant e Westbrook. Fino ad arrivare a Toronto – dopo la breve e deludente parentesi ai Magic -, a rafforzare una squadra che proprio nello spot di ala forte è sempre stata carente.

Un percorso NBA entusiasmante, ma che non è nulla in confronto a quanto finora era ignoto, il suo lungo e estenuante viaggio che lo ha portato dall’Africa agli States. Un passato difficile tanto da dimenticare quanto da raccontare. Eppure Air Congo lo ha fatto: nel marzo 2015 è uscito Son of the Congo, documentario in cui Serge ha raccontato la sua storia, partendo dall’infanzia a Brazzaville vissuta nella povertà.

Tornare in quei luoghi e rivivere il proprio disperato passato non deve essere stato facile, ma Ibaka lo ha fatto per sensibilizzare l’opinione pubblica e aprire gli occhi sulle reali problematiche del continente nero. Una scelta che gli fa onore. Una sfida dura da affrontare, niente a che vedere con le banali partite in NBA. Proprio per questo Serge è tutt’altro che impensierito dalla Regular Season appena iniziata o dai match che lo aspettano contro i vari Lebron o Irving. Perché dopo un passato come il suo, un futuro come stella NBA non può che apparirgli luminoso.

 

 

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

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Drazen Petrovic had such artistic skills on the basketball court that those who saw him play called him the “Mozart of the Parquet.

Questo è l’incipit della descrizione della Hall of Fame americana confezionata per il croato al momento del suo inserimento ufficiale nell’Arca della Gloria. Chi lo vide giocare fu rapito dalla poesia del suo basket al punto da ribattezzarlo “il Mozart dei Canestri”. Io sono tra questi.

L’ibisco è un fiore splendido, dotato di colori accesi e ricercati. La sua fioritura dura dalle prime luci del mattino fino a metà pomeriggio. Una volta reciso appassisce in un solo giorno. Queste caratteristiche lo rendono inno alla vita all’ennesima potenza che la Natura, madre suprema di tutte le vite, ci regala forse proprio come monito universale alla caducità delle nostre esistenze. Una sorta di rockstar del mondo floreale che proprio quando arriva all’apice del suo splendore ci saluta per sempre.

Drazen Petrovic è stato un ibisco in tutto e per tutto. Uno dei più belli che siano mai fioriti.

Solo 290 partite in NBA prima che il fato lo strappasse con violenza a questo mondo, proprio quando nel pieno della sua fioritura, era a detta di tutti pronto per dominare anche in America. La sua esperienza oltreoceano è stata una sorta di enclave contenuta in un immateriale territorio di pura Leggenda. Arrivato in America a 25 anni già da mito vivente del basket europeo, se ne è andato a soli 28 per entrare ad un livello di leggenda superiore, quello dove stanno le anime di chi ha lasciato un segno indelebile nel proprio tempo.

Petrovic è stato l’incarnazione perfetta del nietzschiano concetto di volontà di potenza.

A 15 anni gioca e dà spettacolo nella squadra della sua città, Sebenico.

A 20 anni è già nel Cibona Zagabria, la squadra più importante dell’allora Jugoslavia.

A 21 mette 112 punti in una singola partita di campionato. Avete letto bene. CENTODODICI.

40 su 60 al tiro, 10 su 20 da tre e 22 su 22 dalla lunetta.

Nella stagione 85/86 finisce il campionato a oltre 43 punti di media partita.

Vince tutto quello che si può vincere, comprese due Coppe dei Campioni consecutive.

Ma non gli basta.

La sua natura lo porta a  desiderare di misurarsi ad un livello sempre superiore. Accetta l’offerta (sontuosissima peraltro) del Real Madrid.

Fa sfracelli anche in Spagna. Una partita su tutte. Finale di Coppa delle Coppe contro la nostra Snaidero Caserta. Contro un altro supremo virtuoso della tripla. Il brasiliano Oscar Schmidt.

Vince il Madrid su Caserta 117 – 113 dopo i supplementari.

Vince Petrovic su Oscar 62 – 48.

Mostruoso.

E’ il momento di andare in America a dimostrare agli infedeli che anche un europeo può dominare nell’università del basket. Saluta Madrid con queste parole.

In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Vola a Portland dove non trova esattamente l’ambiente più adatto per un esordiente.

Nel backcourt della squadra infatti giocano i boss della franchigia. Clyde “The Glide” Drexler e Terry Porter. Una stella assoluta e un ottimo play. Impossibile trovare i minuti per esprimersi, ma Drazen non demorde, perché Drazen sa di poter giocare, sa di meritarsi un posto fisso in squadra.

Così cambia, approda a New Jersey, e lì la storia cambia in maniera definitiva. Mozart comincia a suonare sul serio. La prima stagione da titolare la conclude con 20 punti di media tirando oltre il 50 da due e il 40 da tre. L’America comincia ad apprezzare. Lui ritornando sul fallimento di Portland dirà:

Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.

Già…il pianoforte…come Mozart.

La seconda stagione va ancora meglio. I punti diventano 22, e lo portano tra i migliori cannonieri della lega. In odore di All star game, ma non viene convocato. Finirà la stagione votato per il terzo quintetto dell’anno. Primo europeo della storia e secondo non americano dopo Olajuwon a finire nei quintetti ideali di fine stagione. Comincia a stargli stretta anche New Jersey. Drazen vuole una squadra che competa per il titolo.

Purtroppo quella splendida stagione per lui sarà anche l’ultima.

La sua carriera parla di 4461 punti in 290 partite. Una percentuale al tiro del 50% (non così facile per una guardia) e 43% da tre. Tutt’oggi è il quarto di tutti i tempi  per percentuale di tiro oltre l’arco.

Guardando queste cifre emerge come una guardia che tirava tanto, e bene.

Ma era molto, molto di più. Questi sono i numeri, alcuni dei numeri. E i numeri vanno a costituire una sorta di mappa.

Ma la mappa non è il territorio. Il “Territorio Petrovic” lo raccontò molto bene in un’intervista di qualche anno fa il grande Sergio Tavcar, mitico telecronista di Telecapodistria. Petrovic era una sorta di deviato, un malato di basket fin da bambino. Un monomaniaco che realizzava tutta la sua essenza come essere umano solamente dentro un campo di basket. Ore ed ore passate nelle palestre ad allenarsi e tirare tutti i santi giorni, prima e dopo la scuola. Un bambino schivo che, complici una malformazione congenita all’anca che lo faceva camminare in maniera scomposta e il successo del fratello maggiore Aza, appariva come un brutto anatroccolo solitario. Ma la forza di volontà di quest’uomo era qualcosa di sovraumano. La fede incrollabile in sé stesso lo accompagnerà per tutta la sua vita, e sarà più ancora del talento immenso, il motivo principale per cui Petrovic divenne Petrovic, il Mozart dei canestri.

Il suo interpretare ogni partita come una guerra tra lui, solo lui, e tutti gli avversari invece che un limite divenne la sua forza. I virtuosismi demoniaci e la tensione superomistica con cui viveva il basket avrebbero fatto impallidire anche Kobe Bryant.

Mise 44 punti in faccia a Vernon Maxwell quando quest’ultimo prima della partita dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.”

Ne mise 24 in faccia a Jordan e al Dream Team nella finale delle Olimpiadi.

Petrovic  in un unico essere umano racchiudeva tutti i concetti trainanti del pensiero di Nietzsche.

La volontà di potenza è per Nietzsche la volontà che vuole se stessa. Non un mero desiderio concreto di oggetti specifici, ma una forza impersonale, una pulsione infinita di rinnovamento, di se stessi e dei propri valori. Il suo uomo, che spesso viene definito “superuomo”, ma che in realtà è più un “oltreuomo”, infatti per poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa volontà , accetta e afferma l’inesorabile ripetizione dell’attimo creativo, sottostando in pieno alla teoria dell’eterno ritorno.

Petrovic era un ubermensch nietzschiano. Un oltreuomo.  E quell’attimo creativo che ripeteva all’infinito era il pallone che andava ad accarezzare il cotone. Lo aveva reso una forma d’arte assoluta. Poesia, come la musica di Mozart.

La sua storia con la nazionale , prima quella slava e poi quella croata, parla di un oro agli europei e uno ai mondiali. Parla di un amore viscerale che lo accompagnerà fino all’ultimo momento della sua vita.

Sarà proprio durante un viaggio in macchina dopo una partita con la Croazia che troverà la morte.

Il suo rapporto intenso con la nazionale e con l’amico del cuore Vlade Divac è magistralmente rappresentata nel documentario Once Brothers, un gioiellino visivo che sembra rubare il canovaccio ad uno dei romanzi fiume di due o tre secoli fa. Due uomini valorosi uniti da un’amicizia profonda vengono irrimediabilmente divisi dalla guerra, che li allontana per sempre senza possibilità di chiarimento fino alla morte di uno dei due.

A chiudere il cerchio c’è la visita, forse tardiva, di Divac alla famiglia di Petrovic, conclusa col serbo che depone fiori e fotografie sulla tomba del croato.

Ma per una volta andiamo oltre le divisioni etniche e nazionalistiche. Perché lì giace uno dei fiori più belli del basket, di quel basket che come la musica di Mozart diviene poesia assoluta.

E la poesia non appartiene a nessuno, non conosce bandiere. E’ di tutti.

E basta.

A Sebenico, nel campetto dove Drazen ha imparato a tirare c’è un’iscrizione che recita:

“Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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I 10 infortuni più strani della storia Nba

I 10 infortuni più strani della storia Nba

La stagione NBA è iniziata ma il tema centrale di queste nottate di basket americano non è stato il campo, bensì il terribile infortunio capitato al povero Gordon Hayward alla sua prima apparizione con la maglia verde dei Boston Celtics durante la partita inaugurale contro i Cavs di King James. Tutto il mondo dello Sport si è unito in coro per supportare il giocatore e, a vedere le immagini (che vi risparmiamo), sentiamo dolore anche noi. Ma Hayward non è la prima volta che ha dovuto fare i conti con uno stop forzato, certamente molto, ma molto meno grave di quest’ultimo ma che ci serve per sdrammatizzare un momento durissimo per un atleta di soli 27 anni. Lo scorso anno, infatti, durante la preseason, subì un infortunio tutt’altro che “convenzionale”: Hayward si sarebbe incastrato il dito nella cerniera della divisa di un compagno, provocandosi da solo la frattura nel tentativo di liberare la mano. Una circostanza talmente sfortunata da entrare di diritto nel gotha degli infortuni più strambi di sempre.

 Ma quali sono gli altri infortuni che rientrano in questo elenco speciale e sulla quale veridicità faremmo fatica a credere?

Basta tornare indietro di due stagioni per incontrare un chiaro esemplare di infortunio bizzarro. E’ sabato 23 gennaio, vigilia della trasferta dei Clippers contro i Raptors, quando succede il fattaccio: Blake Griffin, già da un mese out per un infortunio alla coscia, ha un pesante diverbio con un magazziniere della squadra, finché non arrivano a fare a pugni…E Blake si frattura la mano destra. Il suo atteggiamento non solo gli frutta un’operazione e oltre un mese di stop, ma anche le critiche pesanti da parte di coach Doc Rivers e di Steve Ballmer, proprietario dei Clips. E tra le indiscrezioni, è anche saltato fuori che Griffin e il magazziniere erano amici di vecchia data. E meno male, chissà che avrebbe combinato il buon Blake se non fossero stati amici. Quest’anno poi in squadra troverà un degno compagno, con il nostro Danilo Gallinari che ha saltato l’Europeo per un pugno ad un giocatore dell’Olanda. Stesso risultato, mano fratturata.

Ma non è di certo stata questa la prima volta in cui un pugno di troppo ha poi provocato un infortunio. E persino un campione dello spessore di Kareem Abdul-Jabbar ne ha subito le conseguenze. Infatti, la leggenda narra che nella preseason del 1974, durante una partita coach Don Nelson infilò accidentalmente un dito nell’occhio di Kareem. E lui, colto da una rabbia improvvisa, per sfogarsi avrebbe tirato un pugno al supporto del canestro. Risultato? Mano ingessata e una ventina di partite saltate.

Nel marzo 2010 è stata invece la sfortuna in persona a causare l’infortunio di Joel Przybilla. Il lungo dei Blazers era già fuori da mesi a causa di un problema al tendine rotuleo del ginocchio destro, però dopo l’operazione si stava pian piano riprendendo. Ma una mattina, uscito dalla doccia, galeotto fu il pavimento bagnato e chi lo bagnò: Joel scivola, neanche avesse acciaccato la classica buccia di banana, e si rompe un’altra volta il tendine rotuleo. Minimo 8 mesi di stop. Se non è sfiga questa.

Un po’ meno drammatico ma pur sempre esilarante è quanto accadde a Dirk Nowitzki nel lontano 2003. Il lungo dei Mavs stava per infilarsi una scarpa, è bastato un movimento sbagliato ed eccola là, in arrivo, la lesione dei tendini della caviglia. Per fortuna nulla di grave, ma comunque un infortunio a dir poco tragicomico.

E poi c’è Kendrick Perkins, il monolitico centro campione con i Celtics che nella sua carriera si è sempre distinto per i suoi metodi poco ortodossi in campo, più vicini alla lotta greco-romana che al basket. Ebbene, nel 2007 Perkins, oltre ad essere uno strenuo lottatore, pensava di capirne di arredamento. Gli avevano appena montato il letto nella sua casa, ma lui credeva che gli addetti avessero fatto un lavoraccio, il letto andava aggiustato. Morale della favola? Il letto gli cadde sul piede. Alluce rotto e periodo di stop forzato. E nessuna voglia di occuparsi più di mobili.

Nel dicembre 2009 ci pensò invece l’esuberante Ron Artest a infortunarsi in un modo assurdo. E’ il giorno di Natale, Ron è intento a portare un cesto pieno zeppo di regali, quando inciampa e cade dalle scale. E sbatte la testa con forza, perché quando si sveglia ha un vuoto totale, la moglie agitatissima deve spiegargli chi è e cosa stava facendo e lo staff dei Lakers lo costringerà a saltare sei gare. E’ forse da qui che gli sono frullati per la testa i suoi futuri nomi Metta World Peace e Pandas Friend?

 E ovviamente in questo speciale elenco non può mancare il re indiscusso degli infortuni, Derrick Rose. Perchè nel 2009, prima ancora dei seri danni al crociato sinistro e al menisco, Derrick è riuscito anche ad infortunarsi al braccio. Come? Al letto, nell’ozio più totale, mentre cercava di tagliare une mela col coltello. E forse questo era un chiaro indizio sull’enorme sfiga che avrebbe colpito Rose nella sua carriera.

Chi entra senza dubbio in questo singolare elenco è Charles Barkley.  Infatti, durante un match del 1993 Kevin Johnson aveva insaccato il game winner e Sir Charles, preso dalla foga, aveva stretto il compagno in un calorosissimo abbraccio. Peccato che quello più che un abbraccio era una morsa letale: Johnson si slogò la spalla! Ma in queste circostanze a sistemare tutto ci pensa sempre il karma. E infatti, l’anno seguente, Barkley fu costretto a saltare la prima partita stagionale. Motivo? Qualche giorno prima era stato al concerto di Eric Clapton e le luci accecanti gli avevano procurato un leggero problema alla cornea. Riusciva a malpena vedere il canestro!

Ma l’incontrastato vincitore di questa classifica è solo uno: Lionel Simmons. No, non è un parente del più celebre Ben Simmons, prima scelta al draft dello scorso anno (che, sempre per un infortunio ha saltato la stagione intera). Con alle spalle una carriera senza infamia e senza lode, Lionel sarebbe già caduto nel dimenticatoio, se non fosse che nel 1990, alla sua prima stagione in NBA, saltò diverse partite per una tendinite al polso destro. La causa? L’utilizzo eccessivo del Gameboy e della Nintendo, di cui era letteralmente drogato.

 E allora, caro Gordon, fatti una risata (o arrabbiati come non mai, Kobe docet) che tornerai più forte di prima.

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