Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

E quest’anno, ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

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Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Playmaker. Più che un ruolo, una dichiarazione di intenti. “To make”, creare. Sottintende un qualcosa di artistico, fatto di tecnica ma anche di ispirazione, di visione di ciò che c’è e di intuizione di cosa potrebbe esserci. Il play è un pittore, il campo diventa una enorme tela tridimensionale, fatta per immortalare i suoi capolavori. Volando da una mano all’altra, la sfera a spicchi lascia infinite pennellate. Alcune sinuose, altre nervose. Ma ognuna indelebilmente firmata da colui che, anche per definizione, il gioco non si limita a gestirlo, ma lo plasma. Anzi, lo crea. C’è il playmaker classico, che disegna traiettorie geometriche, ricercando la perfezione della proporzione aurea anche in un passaggio consegnato. C’è quello impressionista, che nell’irregolarità della distribuzione della palla fa rifulgere la sua unicità. Esiste un play pop, che gioca per stupire e colora il grigiore di un possesso di ventiquattro secondi con scelte al limite del possibile. O addirittura la versione street-art, che regala ai suoi assist il ritmo ossessivo e coinvolgente di un ghettoblaster acceso ai bordi di un playground.

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Poi, di colpo, la crisi. Il passaggio, l’opera d’arte, la firma d’autore, diventa improvvisamente obsoleto. Ora conta segnare. Fade-out improbabili, uno contro uno rischiosi, persino qualche Hail Mary dalla propria metà campo, roba da far impallidire Tom Brady. L’importante è che la sfera termini la sua corsa bruciando la retina. Il ritmo, la circolazione di palla, la visione periferica, tutti optional. Del resto, è anche comprensibile. In un’epoca in cui non ci sono più difese da scardinare, in cui anche consegnare la palla al compagno marcato è considerato assist, il playmaker vede la sua arte offesa e vilipesa. E se in Europa la figura del regista, l’allenatore in campo, è ancora richiesta e apprezzata, complice un maggior tatticismo ed un focus più intenso sulla difesa da parte dei top club, nella National Basket Association abbiamo gradualmente assistito ad una vera e propria estinzione del playmaker. La combo guard, con i suoi trenta punti di media a partita, è il nuovo must.

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Eppure, anche in questa pallacanestro fatta di atletismo e punteggi stratosferici, c’è ancora qualcuno che resiste. Che combatte la sua solitaria battaglia, coraggioso e idealista come il Cavaliere della Mancha, ancora pronto a sfidare i mulini a vento. E come Don Chisciotte, anche il nostro eroe viene dalla Spagna. Non dalle deserte praterie, ma dal mare della Catalogna. Ricard Rubio i Vives. Per tutti, semplicemente Ricky. Per chi ama un certo tipo di basket, l’ultimo dei playmaker. El Masnou è un piccolo comune della costa catalana. Uno di quei gioiellini un po’ nascosti, eclettici, in cui i secoli che passano accumulano tesori architettonici. C’è una villa neoclassica, molti edifici liberty ed altrettanti riconducibili a quell’unicuum artistico che prende il nome di Noucentisme. Ed ecco che torna la creazione, la capacità di vedere chiaramente quello che gli altri non riescono ancora neanche a immaginare. Ma El Masnou è anche famosa per i fiori. Ettari ed ettari di garofani, un panorama cromatico che visto dall’alto fa pensare, che coincidenza, proprio ad un quadro. Dalla sua città natale, Ricky Rubio prende l’eclettismo ed il colore. E proprio come un giovane Kandinsky con in mano una palla a spicchi, parte per il suo personalissimo viaggio, alla continua ricerca della bellezza e dell’armonia. La prima tappa è Badalona, a dieci chilometri scarsi di autostrada. È perlomeno ironico che il primo vero club della sua carriera si chiami Joventut. Perchè a quattordici anni e undici mesi, un ragazzo normale dovrebbe passare le sue giornate a fare i compiti. Ma Ricky non è uno come gli altri. Nelle formazioni giovanili vince le partite da solo, non riescono a fermarlo. È un predestinato, non ci sono dubbi. E quindi nell’ottobre 2005 diventa il più giovane esordiente della storia della Liga, mettendo a referto due punti, un assist e due recuperi. Buona la prima. Ma le successive saranno molto molto meglio.

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Esordio in Eurolega a sedici anni appena compiuti, unico minorenne della storia del basket spagnolo ad essere incluso nel miglior quintetto stagionale della Liga, argento olimpico a Pechino 2008. I record sono tanti, i numeri parlano chiaro. Già, i numeri. Il cinque, ad esempio, quello con cui i Minnesota Timberwolves scelgono il ragazzo di El Masnou nel draft 2009. O il nove, la maglia che accompagna Rubio dalla Spagna agli Stati Uniti. Nel mezzo ci sono un tre, i milioni di euro che il FC Barcelona paga alla Joventut per il contratto di Ricky, e il 2011, l’anno del trasferimento oltreoceano. I numeri contano. Ma se abbiamo deciso di parlare di arte, perchè tale è il livello del giocatore, dobbiamo raccontare molto altro. Qualcuno però non è d’accordo. La NBA snaturata del ventunesimo secolo pretende ormai un tributo dal playmaker. Un tributo fatto di numeri e statistiche. E nessuna cifra è più importante di quella dei punti realizzati. Vaglielo a spiegare agli adoratori del trentone di media a partita che i play odierni fanno milioni di punti perché prendono miliardi di tiri senza un minimo di opposizione. Che tua nonna e le sue amiche del centro anziani, se accuratamente motivate, sono in grado di difendere meglio di quanto faccia qualsiasi quintetto in regular season. Diglielo ai seguaci della tripla doppia che fino agli anni novanta i loro idoli avrebbero fatto un quarto delle cifre che mettono a referto oggi. Che contro una franchigia di media classifica, non serve neanche scomodare i Pistons di Rodman e Dumars, avrebbero una valutazione tendente allo zero assoluto. Non capirebbero. Per i loro canoni un career high di ventotto punti non è niente di eccezionale. Diciassette assist? Bazzecole. Tredici rimbalzi? Westbrook (o chi per lui) li prende da seduto. È davanti a questo scoglio che si infrange l’arte, la creazione, di fronte alla cieca dittatura del numero, che imprigiona l’anima libera di chi dal nulla sa generare il tutto semplicemente passando un pallone.

Rubio non segna, Rubio non tira, Rubio non è da NBA. In realtà è questa NBA che a volte tutto sembra tranne che basket, ma andarlo a dire in giro equivale a predicare nel deserto. Ricky è un artista. E sebbene gli artisti per definizione seguano il proprio flusso senza curarsi del mondo circostante, le critiche fanno male. Segnano nel profondo, più di un infortunio, più di quel legamento crociato che interrompe la prima stagione NBA di Rubio e che gli costa il titolo di Rookie of the Year. E quindi subentra un cambiamento. Lento, sottile, ma costante. Dare alla gente quel che vuole non è esattamente il motto perfetto per chi del proprio genio fa vanto e bandiera, ma ogni artista, chi più chi meno, ha dovuto piegarsi alla logica del mercato. L’arte per amor dell’arte, come diceva Oscar Wilde, è ormai un privilegio per pochi. Se il pubblico vuole numeri, numeri avrà. E quindi pian piano arrivano doppie doppie, addirittura qualche tripla, una partita con sei tiri da tre punti che fa strabuzzare gli occhi ai tifosi dei Wolves e avvelena il fegato a quelli dei Magic. E allora sì che i social network esplodono di giubilo. Attestati di stima, complimenti, ringraziamenti per aver finalmente capito cosa viene richiesto a un playmaker NBA.

Che poi intendiamoci, c’è numero e numero. Cifre di serie A e cifre di serie B. I punti, il caposaldo, la linfa vitale di una prestazione. I rimbalzi, il degno corollario della partita perfetta. Gli assist, mah, quelli ancora si salvano. Le palle rubate invece non interessano granché. Ed è un gran peccato, dato che parliamo di un giocatore capace di vincere per tre anni la classifica NBA in questo fondamentale. E poi i referti purtroppo non tengono da conto proprio tutto. Non c’è statistica che riesca a evidenziare la bellezza di un passaggio, la difficoltà intrinseca di un assist, la perfezione in un attacco al ferro con cambio di mano. Eppure anche questo dovrebbe contare. Ma quando si chiede la quantità sognando anche la qualità, e questo è il grosso cruccio del tifoso NBA, una delle due deve per forza cedere il passo. E nella quasi totalità dei casi, tocca alla qualità. È davvero triste, dato che se gli standard quantitativi odierni non fossero così gonfiati da una tendenza a concedere davvero troppo all’avversario, un talento cristallino come Ricky Rubio verrebbe incensato come merita. Nel corso della carriera per il ragazzo sono stati scomodati paragoni importanti. Shaquille O’Neal, non uno qualsiasi, lo ha definito “il Pete Maravich italiano”. A parte il macroscopico errore di geografia (e magari ad avere uno come Rubio in azzurro!), è un attestato di stima enorme da parte di uno dei migliori centri della storia del basket. E non c’entrano i capelli lunghi che ora non ci sono più, o il pallore della pelle. Quando Shaq nomina Pistol Pete, pensa ad altro. Ad un controllo di palla senza eguali, alla capacità di capire con quel pizzico di anticipo cosa sta per accadere, o cosa può accadere se tu, il creatore, il genio, decidi di spedire la palla in quello spicchio di campo. Al più grande talento creativo della storia della pallacanestro, se diamo ascolto a John Havlicek, un altro che più di qualche campione in campo nella sua carriera l’ha incontrato. Tutte caratteristiche gli addetti ai lavori hanno sempre rivisto in Rubio, ma che sono necessariamente passate in secondo piano davanti alla pesantezza della statistica. E quindi non sorprende neanche la disponibilità dei Wolves a inserire il giocatore in operazioni di mercato. Come se le cifre, quelle stramaledette cifre, siano davvero indicative dell’utilità di Rubio all’interno della squadra. Perché sì, Derrick Rose è stato rookie dell’anno e MVP, ma negli ultimi anni si è rotto più spesso di una lavatrice fuori garanzia. E nonostante ciò, le sue percussioni verso il canestro e i suoi lay-up impossibili valgono la visione di gioco di Ricky? Per i dirigenti di Minnesota evidentemente sì, dato che la trade viene proposta più e più volte ai Knicks. Eppure all’ultimo minuto, quando anche a New York si sono convinti che forse è un affare per entrambe le franchigie, da Minneapolis arriva un no. Forse qualcuno ha riguardato le partite di questa stagione, magari senza farsi accecare dai paraocchi delle statistiche. Perché solo così puoi notare la gestione nel ritmo, la capacità di fare la cosa giusta al momento giusto, di vedere le cose un attimo prima che accadano. Il playmaker perfetto, dicono alcuni, non è quello che fa venti punti, ma che ne fa fare quaranta ai compagni con i suoi assist. E non intendendo l’assist nell’accezione moderna, io ti do la palla sulla linea del tiro da tre e tu fai quello che ti pare, ma in quello antico, ormai obsoleto, eccoti la sfera, appoggiala al tabellone e torniamo a difendere. Il play, il vero play, è uno alla Mike D’Antoni. Di quelli che, come ripeteva fino allo sfinimento Dan Peterson, in contropiede si fermano sulla linea del tiro libero, tac, arresto e tiro. O scaricano sul compagno che arriva, se proprio vogliono fare spettacolo. Ecco, D’Antoni, uno che se a Houston non avesse spostato in quella posizione James Harden (che a prima vista sembra la descrizione perfetta della combo guard ma che in realtà passa e gestisce il ritmo in maniera divina) farebbe carte false per prendere Ricky. O forse Rubio farebbe più comodo agli Spurs, che prima o poi dovranno arrendersi al fatto che Tony Parker non è immortale. Assieme a Coach Pop e a Ettore Messina, che già lo voleva al Real Madrid nel 2009, troverebbe terreno fertile per il suo basket e potrebbe veramente fare questo benedetto salto di qualità. Non che ne abbia bisogno, ma le cifre, ormai lo abbiamo capito, sono impietose.

Minnesota Timberwolves center Karl-Anthony Towns (32), left, center Gorgui Dieng (5), of Senegal, guard Ricky Rubio (9), of Spain, and guard Andrew Wiggins (22) huddle up during the fourth quarter of an NBA basketball game against the Portland Trail Blazers on Saturday, Dec. 5, 2015, in Minneapolis. The Trail Blazers won 109-103. (AP Photo/Hannah Foslien)

Agli occhi del tifoso medio, Rubio non è da Spurs. E probabilmente neanche da franchigia medio-alta. Ma se a molti questo dispiace, chi sicuramente non si sta strappando i capelli è Tom Thibodeau. Il capo allenatore dei Wolves, che è un attento insegnante di pallacanestro ma anche l’assistente di Popovich in nazionale, ha ben chiaro quanto il gioco dei suoi ragazzi non possa prescindere dall’arte del playmaker di El Masnou. E sa che con Ricky ad armare la mano di un Towns in rampa di lancio e di Wiggins, che ormai è una splendida certezza, c’è spazio per sognare nella terra dei diecimila laghi. Magari è stato proprio lui ad opporsi alla trade, conscio che, data l’attitudine prettamente europea di Ricky alla difesa e alla gestione del possesso, non c’è miglior playmaker possibile per il gioco di Minnesota.

Forse è vero, l’arte per amor dell’arte sta lentamente sparendo. Sui campi di basket della NBA non c’è quasi più spazio per i play vecchio stile. La specie è sulla lenta ma inesorabile via dell’estinzione. Eppure un paio di possibilità ci sono. Darwin insegna, la specie può adattarsi, conservando però le sue caratteristiche di base. Non è necessaria una mutazione, non sarebbe sensato. I playmaker hanno ancora tanto, troppo da dare alla pallacanestro americana e mondiale. Basterebbe fare qualche piccolo passo dall’altra parte, in modo da mettersi più o meno in linea con i diktat delle cifre, ma senza snaturarsi. E questo è il cammino che Rubio sembra aver intrapreso, la lotta quotidiana contro la scure della statistica per vedere finalmente riconosciuto quello che in realtà dovrebbe essere da tempo evidente a tutti. E poi c’è il sogno. Perché di tale si tratta. Verrebbe da usare il termine “speranza”, ma si sa, chi di speranza vive spesso non fa una bella fine. Quindi meglio chiamarlo sogno. Il sogno che un head coach, magari di quelli bravi bravi, di quelli che a ogni critica possono mostrare una mano con su almeno un paio di anelli, decida che la specie non può morire. Un allenatore che lotti affinché un talento non debba adattarsi. Che pretenda e ottenga che un playmaker possa essere libero di esprimere se stesso, il suo gioco, la sua arte, senza che un referto sia in grado esporlo a critiche. Un moderno mecenate del canestro, capace di apprezzare l’unicità di un ruolo e di non sacrificarla alle divinità dei numeri. Solo così potrebbe tornare sui campi il continuo stridere della scarpe sul pavimento, il turbinio degli schemi, delle soluzioni offensive, dei movimenti a smarcarsi. Si udirebbe ancora la regolarità incalzante dei passaggi di un quintetto, guidato da chi è nato per dirigere un’orchestra e non per fare il solista. Oppure un ritmo simile all’incedere ipnotico, sonnolento ma letale, del sonaglio di un serpente, che attende pazientemente il momento migliore in cui colpire la preda. Ma soprattutto tornerebbero la passione ed il genio su di una tela che da troppo tempo ormai è dipinta in maniera fredda e dozzinale. E a colorarla ci penserebbe Ricky Rubio da El Masnou, dando i tempi a un giro palla geometrico e preciso come un quadro di Mondrian, inventando uno scarico così astruso da sembrare un’opera di Magritte o scorgendo chissà dove una traiettoria invisibile agli altri, quasi come Monet con la Cattedrale di Rouen nella nebbia. Il ragazzo con la maglia numero nove potrebbe riaccendere la luce negli occhi di chi ama la pallacanestro, spiegare con il suo esempio a chi si avvicina a questo sport che il basket non è una serie di uno contro uno lunga quarantotto minuti, che il sacrificio della difesa non è inutile, che se sul parquet si è in cinque, beh, uno stramaledetto motivo c’è. E in attesa che tutto questo possa diventare realtà, continuiamo a sognare. Perché in fondo, Michel Gondry insegna. Anche il sogno è una forma di creazione.

La notte dei record di Vince Carter

La notte dei record di Vince Carter

Vince Carter continua a stupire. Sembra eterno e forse lo è, macina record su record ma non se ne parla mai abbastanza. Oggi se ne parla, perché questa notte è partito in quintetto a causa della rottura del menisco che terrà Parsons lontano dai campi per tutta la stagione ed ha reso Carter con i suoi 40 anni e 46 giorni il più anziano giocatore a partire in quintetto in NBA dal 17 aprile 2013 quando Juwan Howard regalava le ultime perle sul parquet con  gli Heat.

La cosa divertente è che Carter non sta facendo parlare di lui per il record da nonnetto, ma perché ha realizzato il suo season high da 24 punti, con il 100% al tiro, composto da 8/8 dal campo di cui 6/6 da tre, con 5 rimbalzi, 2 assist e 3 rubate a condire il tutto.
La cosa ancora più divertente è che Carter non sta facendo parlare di lui per il record da nonnetto e per il 100% dal campo, o almeno non solo, ma anche perché alla fine del secondo quarto si è concesso una schiacciata in reverse, a 40 anni e 46 giorni.

Vinsanity sta giocando il suo 19° anno in NBA, lui che entrò nella lega come erede di Michael Jordan per l’abilità nelle schiacciate e la North Carolina nel cuore, sta vivendo quello che forse è il suo ultimo anno ma è il meno pubblicizzato e il meno osannato tra i grandi vecchi della lega, un po’ perché non sta macinando i record di Nowitzki (superata quota 30mila punti), o non sta facendo commuovere il mondo come Pierce, ma il suo anno può essere paragonato più a quanto sta vivendo Manu Ginobili.
Carter, come el Narigon, non sta facendo parlare di lui semplicemente perché è ancora troppo forte, troppo atleticamente performante, per immaginarselo dietro una scrivania a commentare le schiacciate che fanno gli altri, quando lui saprebbe farle molto meglio a 40 anni suonati.

Thon Maker: dal Sudan alla conquista dell’America, decreto Trump permettendo

Thon Maker: dal Sudan alla conquista dell’America, decreto Trump permettendo

Che il mondo NBA sia apertamente schierato contro la presidenza Trump non lo scopriamo di certo oggi. La stragrande maggioranza dei giocatori da sempre s’è opposta alle politiche protezionistiche del tycoon, schierandosi a difesa dei diritti degli afroamericani e degli immigrati. E il dissenso nei confronti del neoeletto presidente si è ancor più accentuato a seguito dell’ultimo decreto anti-immigrazione, che vieta l’ingresso negli USA ai cittadini provenienti da 7 stati musulmani – Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen e Sudan – . Un dissenso talmente ampio da spingere Mike Bass, portavoce della Lega, a presentare un documento di forte condanna verso il decreto. Come mai un intervento così deciso da parte di una figura di spicco in NBA?

Perché il decreto riguarda da vicino due atleti della Lega, Luol Deng e Thon Maker. Entrambi nati in Sudan, malgrado la doppia cittadinanza – il primo è naturalizzato britannico, il secondo australiano – il decreto potrebbe bloccarli alla frontiera, soprattutto durante le trasferte in territorio canadese. Una situazione davvero sgradevole, che ha innescato la mobilitazione dell’intera NBA. E se l’ala dei Lakers ha comunque avuto una lunga e prolifica carriera, per il lungo di Milwaukee, selezionato nello scorso draft con la decima chiamata, sarebbe un schiaffo morale durissimo da digerire.

Maker ha infatti dovuto affrontare una vera e propria Odissea, prima di approdare nel basket che conta. Nato nel febbraio 1997 a Wau, nel Sudan del Sud, all’età di cinque anni dovette rifugiarsi nella vicina Uganda, a causa della terribile guerra civile che falcidiava il suo Paese. Ma anche in Uganda la situazione politica era instabile, e per di più il governo di Kampala appoggiava lo schieramento degli indipendentisti, che si opponeva strenuamente allo stato sudanese. Meglio cambiare aria. Insieme agli zii e ai fratelli Thon intraprende un lungo viaggio che lo porterà in Australia, a Perth, dove riceverà asilo come rifugiato.

Qui ha inizio la sua nuova vita. A Mirrabooka, nella periferia di Perth, comincia a dedicarsi al basket e al soccer, supportato da mezzi atletici spaventosi. A 11 anni sfiora già i due metri! E compiuti 13 anni  incontra Edward Smith, figura che in Australia si prodiga, tramite lo sport, nel favorire l’inserimento degli immigrati nella società. Smith si accorge dell’enorme potenziale del ragazzo, tant’è che convince la zia a lasciarlo venire con lui a Sydney, dove Thon militerà nella Saint George Basketball Association fino al 2011. Da lì, gli si spalancano le porte degli States: Smith, diventato per lui un mentore, prima lo porta in un talent camp in Texas, poi fa in modo che si iscriva alla Carlisle School, a Martinsville, in Virginia.

Al liceo Maker sembra inarrestabile nel ruolo di centro, siglando 22 punti e 13 rimbalzi di media a partita. Ma non sono le sue eccezionali prestazioni a regalargli la fama in tutta America, quanto piuttosto alcuni video caricati su Youtube, divenuti in pochi giorni virali, in cui mette in mostra il suo spaventoso ball-handling, malgrado i suoi 216 cm di altezza. In breve diventa una celebrità, da ogni dove spuntano tifosi e scout che vogliono testare le sue capacità.

Nel settembre 2014 Thon si rimette in viaggio: stavolta si trasferisce col fratello in Canada, precisamente a Mono, in Ontario, per seguire le orme di Edward Smith che era assistant coach nell’Athlete Institute di Mono. Anche qui le sue prestazioni fanno scalpore, c’è chi lo paragona a Anhony Davis, chi a Kevin Garnett. La pressione inizia a farsi sentire sulle sue spalle. Sull’onda dell’entusiasmo, decide di diplomarsi in anticipo, così da poter essere scelto in qualche college e giocare in NCAA. Vuole diventare una star, e per questo decide di bruciare le tappe. Ma, convocato al Nike Hoop Summit – torneo ideale per mettersi in mostra -, segna appena 2 punti con un misero 0/5 dal campo. E la domanda sorge spontanea:Thon Maker è un flop?

Maker è ancora richiesto da diversi college, eppure tutto l’hype nei suoi confronti  sembra sbiadirsi giorno dopo giorno. Molti lo considerano un bidone, altri stravedono per lui. La pressione che lo assale, la confusione che gli riempie il cervello, finchè non arriva una decisione inaspettata: non decidere nulla. Thon non sceglie nè di iscriversi al college, né di intraprendere la carriera da professionista all’estero.

E cosa fa? Benché già diplomato, resta all’Athlete Institute di Mono, giocando un altro anno a livello collegiale. Una scelta che ha dell’incredibile, ma che risulterà vincente. Thon si allena come un ossesso, in un ambiente familiare e lontano dagli occhi degli scout, finché non manifesta al grande pubblico le sue intenzioni: andare a giocare direttamente in NBA. Il che sembrerebbe impossibile, visto che dal 2005 la Lega impedisce il passaggio diretto dal liceo alla NBA. Ma c’è di mezzo il 2015-2016, stagione in cui Thon ha sì giocato al liceo, ma dopo essersi diplomato l’anno prima. Proprio per questo, dopo lunghe consultazioni legali, l’NBA ha dato l’ok: Maker può dichiararsi al Draft pur senza aver giocato al college.

 Ed ecco che torna la Maker-mania: gli addetti ai lavori e gli scout tornano ad interessarsi a lui, cercando di carpire informazioni sul suo conto. Ma Thon, stavolta, s’è fatto furbo: non solo non pubblica nessun video che lo sponsorizzi, ma dà forfait a tutti i tornei organizzati per i migliori prospetti a livello nazionale. Attorno alla sua figura aleggia il mistero, nessuno conosce il suo reale valore. E sarà proprio questa la sua fortuna: malgrado i tanti dubbi, i Bucks decidono di rischiare e lo scelgono con la decima pick al Draft, nello stupore generale e contro qualunque pronostico.

 E dopo una prima parte di stagione altalenante – soprattutto a causa della sua esile struttura fisica -, nelle ultime 10 partite Maker ha trovato un posto da titolare a Milwaukee. Il suo è un gioco ancora grezzo e acerbo, i minuti in campo di media sono ancora pochi, ma i miglioramenti si notano a vista d’occhio. Proprio per questo, non è giusto che la sua carriera venga messa a repentaglio da un decreto governativo, solo perché la sua terra natia è il Sudan. Negli ultimi giorni a ribadire questo concetto è stato anche Alexander Lasry, proprietario dei Bucks, nonché figlio di un immigrato marocchino. Lui stesso si è detto orgoglioso tanto di suo padre quanto di Thon, per la capacità di eccellere anche in un Paese che li ha accolti. Ed è proprio questo il punto:un ragazzo così non merita di essere sbattuto fuori, ma di essere valorizzato. E non sarà certamente il decreto di Trump a fermare la sua scalata al successo.

La favola di Yogi Ferrell, da undrafted a uomo dei record

La favola di Yogi Ferrell, da undrafted a uomo dei record

Se chiedessero di scegliere una sola parola per descrivere la stagione dei Dallas Mavericks, quella parola verrebbe fuori spontanea: sfortuna. Mesi e mesi in balia degli infortuni – coi vari Nowitzki, Bogut, Barea, Deron Williams spesso in infermeria – e con il buon Rick Carlisle costretto a fare i salti mortali per formare un quintetto decente. Un coach disperato che, se solo ce li avesse, si strapperebbe i capelli dalla rabbia.

Eppure tra fine gennaio e i primi di febbraio a Dallas è tornato a splendere il sole. Merito del solito WunderDirk? O di Harrison Barnes, atteso per il definitivo salto di qualità? Oppure ci ha messo lo zampino Seth Curry, fratello del più noto Steph? Ovviamente tutt’e tre stanno fortemente contribuendo all’attuale trend positivo dei Mavs, però è stato qualcun altro ad innescare il tutto. Qualcuno che, se non si legge con attenzione, potrebbe essere scambiato per l’orso più famoso dei cartoon americani. Qualcuno che, sulla carta d’identità, porta scritto Yogi Ferrell.

 La storia di Ferrell, nativo di Greenfield, Indiana, non è poi molto dissimile dalle carriere di tanti altri giocatori. Fin da bambino si distingue per il suo talento con la palla a spicchi, al Park Tudor High School di Indianapolis si mette in mostra nello spot di point-guard a suon di punti e assist, diventando un prospetto molto interessante. Poi al College, a Indiana University, migliora ulteriormente sia in attacco che in difesa, riscrivendo il libro dei record del suo ateneo, soprattutto alla voce assist.

Ma, come al solito, non sempre tutto fila liscio come l’olio. Yogi è alto solo 1.83 metri, e, malgrado il mix di carisma e talento che dimostra ogni sera in campo, gli scout NBA storcono un po’ il naso. Con quell’altezza in NBA ci entri solo se sei un fenomeno – Nate Robinson e Isaiah Thomas ne sanno qualcosa-. Ed è proprio per questo motivo che al draft 2016 non viene selezionato da nessuna franchigia.

 Ma Yogi ha comunque l’occasione di calcare il parquet NBA. Infatti, dopo aver iniziato la stagione in D-League coi Long Island Nets, riesce ad esordire in NBA con la maglia dei Brooklyn Nets, sfruttando le evidenti lacune nel roster newyorkese. Ma la delusione è dietro l’angolo: malgrado i 5 punti e 3 assist sfornati in soli 14 minuti di impiego, Ferrell non convince la dirigenza dei Nets, che decide di rispedirlo in D-League.

 Ferrell viene richiamato più e più volte da Brooklyn, per poi essere puntualmente rimandato in D-League. Un “tira e molla” che continua per mesi e che non fa altro che snervarlo. Finché non arriva la proposta che non ti aspetti: il 28 gennaio i Mavericks gli propongono un contratto di dieci giorni. Del resto in quel di Dallas la situazione è critica: non solo i tre playmaker di squadra – Barea, Harris e Williams – sono alla prese con gli infortuni, ma anche Pierre Jackson, preso appositamente dai Texas Legends  in D-League, è costretto a restare ai box per un’infiammazione al tendine di Achille. Sembra proprio che una maledizione si stia abbattendo sulla franchigia texana.

In realtà, il proprietario dei Mavs Mark Cuban non lo sa, ma ha fatto l’affare dell’anno. Ferrell parte da titolare il 29 gennaio contro i ben più quotati San Antonio Spurs di Popovich e sigla 9 punti e ben 7 assist, risultando una pedina importante per la vittoria dei Mavs. Fortuna del principiante? Macché, questo è solo l’inizio! Nel match successivo Dallas deve fare i conti contro i Cavs di Lebron e lui cosa fa? Porta i suoi alla vittoria con 19 punti, per di più limitando in difesa un realizzatore del calibro di Kyrie Irving. Ma il bello deve ancora venire: dopo la vittoria contro i Sixers,  in casa dei Blazers Ferrel mette a segno ben 32 punti e 5 assist, con un irreale 9 su 11 da 3. E sarà proprio la sua ultima tripla, a 19 secondi dal termine, a chiudere i giochi e a regalare a Dallas una vittoria fondamentale in ottica playoff.

 In un sol colpo Ferrell eguaglia il record di triple in un solo match per un rookie e diventa il terzo undrafted nella storia a siglare un trentello nelle prime 15 gare disputate in carriera. E se questo non bastasse come lieto fine per la sua favola, Mark Cuban ha pensato al resto: pronto per lui un contratto di 2 anni ai Mavericks. Niente più rischio di essere rispedito da un giorno all’altro nei meandri bui della D-League.

 Nelle ultime uscite dei Mavs era tornato a disposizione Deron Williams, con Ferrell che ha dovuto abbandonare il suo ruolo da titolare. Nel roster texano a tutt’oggi ci sono ben 3 playmaker (Deron Williams è in procinto di passare ai Cavaliers) e quando saranno tutti a disposizione sarà bagarre per avere del minutaggio sul parquet. Ma questo non è un problema. Yogi ha già dimostrato di che pasta è fatto e tutt’ora, pur uscendo dalla panchina, sta rivestendo un ruolo determinante nel sistema di gioco di Carlisle. Ora, con due anni di contratto e un talento non indifferente a disposizione, avrà finalmente la chance di mettere in mostra tutto il suo potenziale. E magari, di  provare a fare quel che gli riesce meglio: riscrivere nuovi record.