Chris Bosh: Cosa si nascondeva davvero dietro la rottura con gli Heat?

Chris Bosh: Cosa si nascondeva davvero dietro la rottura con gli Heat?

Chris Bosh, 2 volte campione NBA, ritiratosi per allarmanti motivi di salute, ha rilasciato un’intervista in cui ha aperto alla possibilità di tornare a giocare. Ma la vicenda del suo ritiro fu caratterizzata da questioni societarie che lasciarono adito a tesi mai del tutto chiarite.

23 settembre 2016. Chris Bosh si trova nella sua casa a Miami, quando gli si avvicina sua moglie Adrienne e gli comunica la triste notizia: non ha superato gli esami medici che gli avrebbero permesso di iniziare la stagione coi suoi Miami Heat.

Adrienne gli passa il cellulare, gli fa leggere le dichiarazioni rilasciate al Media Day da Spoelestra, il suo coach, e soprattutto da Pat Riley, dirigente degli Heat: : “Tenendo conto degli ultimi esami fatti, la carriera di Chris è probabilmente finita. Chris ha una mentalità aperta e comprende la situazione, ma noi allo stato attuale dobbiamo fare un passo indietro definitivo e chiudere la questione relativa a un suo ritorno in campo con noi”.

Chris non ci sta. Si sente smarrito, deluso, amareggiato. Preso dalla rabbia è sul punto di gettare lo smartphone a terra, ma riesce a trattenersi. E questa non è semplicemente un’immaginaria ricostruzione degli eventi. E’ Chris stesso che racconta tutto questo, nel quarto dei cinque video-reportage che ha prodotto e realizzato insieme al sito UNINTERRUPTED, con lo scopo di documentare il suo ritorno in campo. Un ritorno che però, ora, appare sempre più improbabile.

Ma andiamo con ordine: cos’è che l’aveva tenuto lontano dal campo? Riavvolgiamo indietro il nastro, per rivivere gli ultimi anni della travagliata carriera di Bosh.

L’inizio del dramma va probabilmente fissato al 17 febbraio 2015. E’ il giorno dopo la sfida East vs West dell’All Star Game di New York, Chris ha preso parte alla partita delle stelle ma senza strafare, eppure accusa forti dolori al petto che lo fanno respirare a fatica. Un forte raffreddore? Magari. Decide di sottoporsi ad alcuni esami e il responso dei medici è agghiacciante: embolia polmonare, dovuta alla formazione di un coagulo di sangue nel polpaccio, poi risalito fino alla zona polmonare. Non è solo la sua carriera ad essere a rischio, ma la sua stessa vita.

Per fortuna i medici scongiurano questo pericolo: prima con una serie di trattamenti invasivi, poi con cure a base di anticoagulanti, Bosh riesce a guarire in fretta dall’embolia. In estate arriva addirittura il via libera dei medici per tornare ad allenarsi. Il lungo degli Heat riprende a lavorare sodo, finchè non arriva al training camp in uno stato di forma ottimale. E ripresa la stagione regolamentare,torna ad essere decisivo come prima. Sembra rinato. I fantasmi del passato sono solo un vago ricordo.

Finchè non arriva il 9 febbraio 2016. All’American Airlines Center gli Heat ospitano gli Spurs, mancano pochi giorni all’All Star Weekend. A fine partita Bosh sente un dolore lancinante al polpaccio, quello stesso polpaccio dell’anno prima. E anche stavolta la diagnosi dei medici è la stessa: formazione di un coagulo di sangue, fortunatamente non ancora risalito fino ai polmoni.

A Chris sembra di rivivere lo stesso incubo. Malgrado la situazione sia di gran lunga meno grave dell’anno passato, gli Heat sono comunque costretti a dichiararlo fuori per la stagione. Ancora una volta Chris è costretto a sottoporsi a cure sfiancanti, guardando i suoi compagni giocare al posto suo.

Ma dopo un calvario simile, Bosh è comunque intenzionato a riprendere. Per lui non è una questione sul se, ma sul quando tornerà sul parquet. E’ sicuro che questa stagione potrà giocare tranquillamente, tant’è che decide di girare 5 video-documentari, con cui raccontare la sua Odissea e il suo trionfante ritorno in campo. REBUILT, questo il titolo del reportage. Ricostruzione.

Il 21 settembre sul sito di UNINTERRUPTED pubblica il primo video, dove si mette a nudo e racconta in modo toccante la scoperta del suo male, le difficoltà, la guarigione.

Ma il 23 settembre arriva la mazzata. Le dichiarazioni lapidarie di Pat Riley, le porte dei suoi Miami Heat chiuse in faccia, il rischio di una carriera al capolinea. Chris non ci sta, e nel suo quarto video non solo mostra tutto il suo disappunto per il trattamento ricevuto dalla sua franchigia, ma si mostra ancora fiducioso: la sua carriera non è finita.

Va detto che le frizioni con la dirigenza Heat si erano già presentate qualche mese prima. Durante i playoff le condizioni del nativo di Dallas erano migliorate a tal punto che lui stesso aveva annunciato il suo possibile ritorno in campo, ovviamente avallato dal parere positivo di alcuni specialisti. Ma Pat Riley aveva bloccato tutto, senza dare spiegazioni in merito. Come mai?

A voler pensar male, un motivo ci sarebbe. Tutto girerebbe attorno al futuro di Bosh e al suo contratto. Sfumata la possibilità di cedere il giocatore – visto che nessuno si sarebbe accollato il suo triennale da 76 milioni, tenendo conto delle sue incerte condizioni di salute -, Miami sarebbe stata costretta a tagliarlo, facendo però gravare il suo contratto sul Salary Cap, oppure sarebbe potuto entrare in gioco la Long-Term Injury Provision. Ossia una procedura di taglio per motivi di salute tramite cui lo stipendio del giocatore sarebbe addebitato solo per il 20% alla franchigia – per il restante 80% alle assicurazioni- e non sarebbe incluso nel Salary Cap. Un guadagno sostanziale per gli Heat, che presentava però una piccola complicazione: lo sgravo sul Cap partiva il 9 febbraio 2017, a un anno esatto di distanza dall’ultima partita giocata dall’ex-Raptors. Ecco spiegato perché, forse, è stato più fruttuoso all’epoca non schierarlo nei playoff.

Per giunta, se dopo il 9 febbraio 2017 il giocatore fosse sceso in campo per almeno 25 partite, i 76 milioni di stipendio sarebbero stati conteggiati di nuovo nello spazio salariale, costringendo gli Heat a sforare dal Salary Cap e accollarsi la Luxury Tax. E tenendo conto dell’allora ferrea volontà del giocatore di tornare in campo, gli Heat se la sarebbero rischiata  parecchio.

Ovviamente, Pat Riley da sempre ha negato con decisione tutte queste illazioni. Avrebbe, del resto, potuto dire il contrario? Purtroppo no. E purtroppo non sapremo mai quanto gli Heat si siano impegnati per far tornare in campo Bosh. Il che rese la vicenda complessa e misteriosa, oltre che sgradevole. Così come sarebbe stato davvero sgradevole vedere finita in questo modo la carriera di un campione del calibro di Chris Bosh. Che ora potrebbe tornare.

Conrad McRae, “Icaro Mangiafuoco” della palla a spicchi

Conrad McRae, “Icaro Mangiafuoco” della palla a spicchi

Lo sport di oggi è sempre più avaro di favole. Esibisce campioni famosi ed imprese eclatanti, è vero, ma non sembra avere storie da vedere e da ascoltare come le vorrebbe vedere un bambino con gli occhi sognanti e la bocca spalancata. Storie di uomini che sanno divertire ed emozionare, storie cosi, si possono trovare soltanto rovistando nella soffitta della memoria sportiva. Una di queste favole, senza il lieto fine eppur degna di essere raccontata, a suo modo tramandata ai ragazzi di oggi, è quella di Conrad Bastien McRae, professionista cestista. Lo chiamavano “Mangiafuoco” e lui quel personaggio del Pinocchio di Collodi lo ha rivisitato sino a farlo diventare un moderno Mangiafuoco del basket, travestito da Icaro in canottina e pantaloncini, in volo tra i canestri d’Europa sino al sogno della Nba accarezzato per 10 giorni.
Nato a New York il 13 gennaio 1972, cresciuto al college della Syracuse Orange, “Mangiafuoco” Mcrae ha incantato per 11 anni le platee di Turchia (Efes Pilsen e Fenerbahce), Italia (Fortitudo Milano e Telit Trieste), Grecia (Paok Salonicco) e Francia (Pau Orthez) sino alla breve parentesi nell’iperbasket con la maglia dei Denver Nuggets. Sul campo ha vinto poco, uno scudetto e una Korac con l’Efes Pilsen, eppure Conrad McRae è stato uno di quei rari e indelebili sportivi che negli occhi della gente, di chi lo ha visto nei palazzetti o in tv, ha portato e lasciato qualcosa di speciale. Questa è la storia di un uomo divenuto mito nei playground newyorkesi, l’illusionista consacratosi “Mangiafuoco” quando un bel giorno, all’All Star Game di Valencia, riuscì a saltare un muro di tre persone, schiacciando con un pallone infuocato tra le mani. Dicevano sapesse fare solo quello, schiacciare, eppure si è consegnato alla storia come uno dei più elettrizzanti e spettacolari atleti dello sport moderno, formidabile giocoliere d’area capace di ripagarti del prezzo di un biglietto con il suo atletismo da “actor-studio”, come fosse in un set hollywoodiano. Conrad era uno che si è fatto amare come pochi altri dal tifo fortitudino, strepitoso protagonista nella stagione 1996-97 al fianco di Carlton Myers in una stagione che vide l’Aquila arrivare ad un passo dallo scudetto. McRae era uno che è sempre andato sempre di corsa e ti faceva sognare che per volare l’uomo non avesse bisogno delle ali ma solo di una palla a spicchi fra le mani.


Prodezze da funambolo per un’intera carriera, sino al giorno dello stop obbligato per problemi cardiaci, amara anticamera del cinico sipario che già si affacciava all’orizzonte. Conrad aveva un segreto: sapeva che ogni partita poteva essere per lui l’ultima, camminava su un filo sospeso tra la vita. Soffriva di una forma congenita di tachicardia ventricolare (il padre è morto anche lui stroncato da un infarto). Era il suo segreto. Non lo avevano smascherato nemmeno gli esami medici ai quali si era sottoposto ogni stagione, cambiando sempre squadra e città. Uno svenimento a Denver nel 1999, quindi un test sotto sforzo e perse di nuovo conoscenza. Gli dissero di chiudere con il basket ma Conrad rispose che non era ancora pronto a lasciare tutto. Sapeva bene a cosa stava andando incontro, lo sapeva sin da quando anni alla Syracuse University, a 17 anni, il medico del team rilevò il suo battito cardiaco irregolare. Conrad McRae, da ragazzino, aveva stretto un patto col diavolo. Non ha mai smesso di giocare e non ha mai smesso di sorridere e far divertire la gente.
Per amore dello sport e dello show-time ha messo la sua vita nella mani del destino. La morte gli camminava a fianco e lui, noncurante, gli ha sorriso vivendo senza paura e come meglio ha potuto il tempo che gli è stato concesso. Un attimo, un canestro, poi l’ultima schiacciata e tutto si compie: la fine è arrivata proprio lì, su un campo da basket, il suo habitat naturale, al training camp degli Orlando Magic, il 10 luglio 2000. Aveva 28 anni, doveva sposarsi quell’estate con l’amata Erika, ma non ce l’ha fatta. Forse l’Icaro Mangiafuoco che volava senza ali aveva già mostrato sin troppo ai comuni mortali, e lassù qualcuno ha deciso che per lui fosse giunto il tempo di andare a saltare ancora più in alto, nel giardino dell’eternità.

Gerald Green: come toccare il cielo con 4 dita

Gerald Green: come toccare il cielo con 4 dita

4 gennaio 2018, Orlando: i Rockets sbancano l’Amway Center, annientando i Magic grazie al loro top scorer, che sigla 27 punti. 5 gennaio, Houston: stavolta i Razzi devono arrendersi alla corazzata Warriors, pur rimanendo in partita fino all’ultimo sempre grazie ai 29 punti di uno dei suoi. Chi sarà costui, il solito immarcabile James Harden? Oppure quel genio tattico di Chris Paul? Nessuno dei due. Al contrario, è un giocatore lontano dai radar NBA per diversi mesi, che firmato coi Rockets solo a fine dicembre. Ebbene sì, stiamo parlando proprio di Gerald Green. Uno di quei fenomeni dal talento smisurato, che però non ha mai saputo trovare la sua dimensione all’interno della Lega. Uno di quelli la cui vita sgangherata merita senza dubbio le poche righe di quest’articolo.

 

Il suo approdo a Houston appare come la più classica Ringkomposition, visto che il buon Green è nato proprio nella città texana nel gennaio del 1986. E’ qui che muove i primi passi, è qui che prova i primi salti verso il canestro. Del resto, siamo nella Space City e protendersi verso il cielo è quasi un obbligo morale. Per giunta il piccolo Gerald mostra fin da subito delle doti atletiche innate, raggiungere il canestro non è mai sembrato così facile per un ragazzino.

E così mamma e papà gli montano un canestro sul portone di casa, arrugginito e penzolante, ma per lui quello sembra proprio un canestro NBA. Passa i pomeriggi palleggiando, tirando e soprattutto schiacciando al canestro. Finchè un giorno, però, succede il fattaccio: Gerald prova l’ennesima schiacciata, ma l’anello del diploma della madre che porta sempre al dito s’incastra in uno dei chiodi del canestro, troncandogli l’anulare dalla mano. Un dolore atroce, a cui deve seguire inevitabile l’operazione: amputazione del dito.


Dopo l’incidente Gerald tornerà comunque a giocare, con risultati invidiabili, ma aspetterà ben 5 anni prima di riprendere nuovamente a schiacciare al ferro. Ormai ha sedici anni, è al primo anno alla Dobie High School e alcuni suoi compagni lo prendono continuamente in giro: a parte quella mano destra ridicola con sole quattro dita, ma è possibile che uno con quel fisico, con quell’atletismo non riesca a aggrapparsi al ferro? E allora lui, stufo di quelle derisioni, decide di smentirle tornando a fare quello per cui sembra nato: librarsi in aria col pallone a spicchi.

 Purtroppo però alla Dobie High School non c’è molto spazio per lui, tant’è che viene mandato alla Gulf Shores Academy, che si occupa soprattutto di ragazzi in difficoltà. In un contesto simile, Gerald inizia a brillare come la stella della squadra, rivestendo il ruolo di trascinatore. Jumper, tiri dalla lunga distanza, schiacciate sono il suo pane quotidiano. E alla fine del suo ultimo anno le cifre parlano chiaro: 33 punti, 12 assist, 7 rimbalzi di media, riconoscimento di All-American, di miglior marcatore all’All-Americans Game e di vincitore allo Slam Dunkest. Cosa volere di più? I paragoni si sprecano, tant’è che il suo stile viene associato a gente come Tracy McGrady.



E quando vengono fatti simili confronti, si può perdere facilmente la testa. Deve essere successo proprio questo all’agente di Green, quando gli consiglia di passare subito tra i professionisti senza passare dal College. Una pratica ora per fortuna non più ammessa, con la quale molti giovani talenti si sono letteralmente rovinati la carriera (Robert Swift vi dice niente?). Una pratica che mina seriamente anche l’inizio della carriera del nostro protagonista. Perché dopo che nel giugno 2005 i Celtics lo hanno selezionato con la diciottesima scelta – molto più in basso di quanto gli addetti ai lavori credessero -, Green si ritrova a lottare per giocare scampoli di partita, a causa della spietata concorrenza nel suo ruolo, occupato da Pierce e Szczerbiak.

Alla fine, dopo due infelici anni ai Celtics e la vittoria dello Slam Dunk Contest nel 2007, inizia un lunghissimo peregrinaggio. Nel giro di sei anni cambierà innumerevoli squadre Nba, venendo spedito più volte in D-League. Nel 2009 addirittura si sposterà in Russia, prima al Lokomotiv Kuban e poi al Samara, per poi tornare nuovamente in America dopo una breve parentesi in Cina. E dopo quest’Odissea infinita, Gerald finalmente trova pace nel 2013, quando viene scambiato ai Suns. A Phoenix disputerà la miglior stagione della sua carriera, siglando 16 punti a partita col 40% da 3 e distinguendosi come un sesto uomo letale. Per sfortuna i Suns non raggiungono i playoff, ma Green ha finalmente trovato la sua dimensione nella Lega.

O forse non ancora. Complice il suo caratterino tutt’altro che pacato, il nativo di Houston non mantiene le stesse cifre l’anno dopo, tant’è che i Suns lo tradano con gli Heat. A Miami, da riserva di Wade, disputa una discreta stagione e raggiunge le semifinali di Conference, ma anche stavolta viene scambiato a fine anno, destinazione Boston. E anche qui, dopo una stagione incolore, verrà scaricato dalla sua squadra.

 Siamo a settembre 2017, la Regular Season sta per ricominciare eppure il nostro eroe non trova una squadra. A ottobre sembra aver concluso un accordo con Milwaukee, ma di lì a poco i Bucks lo tagliano. Carriera al capolinea? Sembrerebbe di sì, se non arrivasse la chiamata dalla sua città natale. Vuoi provare a giocare con noi Gerald? Il tuo stile di gioco sembra combaciare con la nostra idea di basket.” . Detto fatto. In poche partite Green diventa un uomo chiave per Houston partendo dalla panchina. Le cifre parlano di 13 punti e 3 rimbalzi a partita, non male per uno che ormai stava ai margini della Lega. Quanto durerà tutto questo? Difficile dirlo, con un giocatore da sempre molto incostante. Per ora godiamocelo così com’è, mentre schiaccia al canestro con le sue quattro dita, ammirando quella che è un’autentica rinascita cestistica.

 

Anche gli Stati Uniti cedono al Gioco D’Azzardo: la Legalizzazione (totale) del Betting è dietro l’angolo

Anche gli Stati Uniti cedono al Gioco D’Azzardo: la Legalizzazione (totale) del Betting è dietro l’angolo

A due giorni dal Super Bowl, dove il gettito di denaro proveniente dalla scommesse è stimato in circa 4,8 miliardi di dollari delle quali il 97% piazzate in modo illegale rispetto alla legge americana, negli Stati Uniti si sta discutendo la possibilità di legalizzare il gambling visto il grandissimo guadagno per le casse dello Stato ma non solo.

Negli States le scommesse solo legali in pochissimi posti, i più importanti: Atlantic City, Las Vegas ed i casinò all’interno delle riserve indiane. Ergo tutto il resto del giocato è piazzato attraverso allibratori che reggono il famoso picchetto.


PASPA ED IL RISCHIO INCONSTITUZIONALE

La legge americana che regola e vieta nella maggior parte dei casi il gambling è quella federale del 1992 che prende il nome di Professional and Amateur Sports Protection Act che ora è al vaglio della Corte Suprema che ne deciderà la costituzionalità. Dovesse venir considerata anticostituzionale aprirebbe un varco per la legislazione autonoma di ogni singolo stato per legalizzare il gambling.

IL BLACK FRIDAY ED IL GIRO DI VITE

Il 15 aprile 2011 il Dipartimento di Giustizia Americano fece chiudere la più grande poker room d’America e del mondo, Full Tilt Poker, poiché i suoi proprietari, tra cui il famoso matematico e pokerista Chris “Jesus” Ferguson vennero accusati di aver sottratto soldi dai conti gioco dei pokeristi e di frode bancaria e riciclaggio. Venne coinvolta anche PokerStars.com ma che con un accordo con il Dipartimento di Giustizia riuscì a riottenere il dominio e tornare in affari restituendo ovviamente i soldi sottratti ai giocatori. Questo scandalo fece si che un ferreo giro di vite venne adottato nei confronti del gambling online.

Il GRANDE BUSINESS E LA PROPOSTA NBA

La nave Mayflower partita da Plymouth nel 1620 e sbarcata in America ci ricorda che gli Americani non sono altro che inglesi ed irlandesi, entrambi popoli molto dediti al gioco d’azzardo. Uno sguardo al di qua dell’oceano ed è subito evidente quanto sia grande il business delle scommesse e quanti soldi abbiano i bookmakers tanto da sponsorizzare tantissime squadre ed addirittura dare il nome alle competizioni.  Ecco che allora, la NBA, tramite il suo commissioner Adam Silver, sentito l’odore di cambiamento ha cercato di prendere la palla al balzo. Legalizzare le scommesse sulle partite NBA ma alla lega l’1% di tutte le scommesse piazzate. Ufficialmente questi soldi, che sono stati stimanti in 2 miliardi di dollari a stagione, sarebbero secondo Silver la franchigia dovuta alla NBA per il fatto di accollarsi i rischi che portano le scommesse e per investire in tecnologie all’avanguardia per contrastare il fenomeno di puntate anomale e del match fixing.

In realtà però la NBA queste tecnologie dedite al controllo già le ha e sembra difficile che i bookmakers possano accettare una richiesta del genere. Anche perché dovesse essere accettata anche le altre leghe, NFL, NHL, MLB e MLS, si farebbero sotto chiedendo le stesse condizioni. Più probabile, invece, l’adozione del modello europeo con sponsorizzazioni e pubblicità da parte dei bookmakers sui cartelloni e sulle divise da gioco. Vedremo chi la spunterà.

LA FINE PER GLI INDIANI?

Il quarto giovedì di Novembre ogni anno gli americani celebrano il giorno del ringraziamento che storicamente è il giorno in cui gli indiani di America offrirono il tacchino ai pellegrini e gli insegnarono a coltivare e ad allevare in terreni e condizioni meteorologiche completamente diverse da quelle in cui erano abituati. Gli americani ringraziarono sterminandoli prima e rilegandoli nelle riserve poi. Uno dei core business di queste riserve è proprio il gioco d’azzardo. Essendo i casinò indiani spesso vicino alle grandi città, sono tantissimi gli scommettitori americani che portano soldi nelle loro casse. Venisse legalizzato il gioco d’azzardo in America sarebbe un bruttissimo ed inevitabile colpo per questi casinò e quindi per la sopravvivenza delle riserve e tribù indiane. Dal tacchino fino alle scommesse, un altro giorno del ringraziamento in arrivo?

 

Sopravvivere al Black Mamba: la vera storia dietro gli 81 punti di Kobe Bryant

Sopravvivere al Black Mamba: la vera storia dietro gli 81 punti di Kobe Bryant

Il 22 Gennaio 2006 Kobe Bryant ci regalò una delle sue prestazioni migliori, con un punteggio personale pazzesco e un palazzetto, tifosi e giocatori compresi, che si sono fermati per 48 minuti. Poesia in movimento raccontata con le parole di un suo avversario, che quella sera era in campo, Charlie Villanueva. Che sopravvisse ai morsi del Black Mamba.

Quando giocò la partita da 81 punti, Bryant aveva 27 anni. Aveva già vinto tre titoli NBA – tre titoli consecutivi, dal 2000 al 2002. Quella sera i Los Angeles Lakers giocarono in casa una partita di regular season contro i Toronto Raptors. Kobe fece 21 canestri su 33 tentativi da due punti, 7 su 13 da tre e 18 su 20 ai tiri liberi. Finiti i convenevoli? Prendiamo come spunto una frase di Checco Zalone da “Cado dalle nubi”: “Questa canzone l’ho scritta l’altro giorno, ascoltando una canzone di Gianni Morandi, 1 su 1000 ce la fa e mi sono chiesto ma agli altri 999 str***i nessuno ci deve dedicare una canzone? Non ho capito, allora ce la dedico io”.


Lo spunto arriva dal The Players Tribune, da Charlie Villanueva, ala grande attualmente ai Dallas Mavericks ma che all’epoca dei fatti giocava per i Toronto Raptors:  “Nella mia prima partita contro il grande Kobe Bryant, il Mamba ha fatto 11 punti. Non sto scherzando: era il 5 dicembre e il nostro piano era quello di contenere Kobe e farsi battere dagli altri giocatori. Pessimo piano. Kobe dopo un po’ lo ha capito ed ha sistemato il proprio gioco, coinvolgendo gli altri giocatori e portando i Lakers alla vittoria. Indovinate qual era il piano per la partita del 22 Gennaio? (la gente ride sempre quando lo dico)”

“Lasciate che Kobe faccia di testa sua”

Volevamo fermare gli altri giocatori e mettere Kobe nella situazione di batterci da solo. Per qualche minuto ci eravamo convinti che stava funzionando, perché non tutti ricordano che quella sera, a fine primo tempo, stavamo vincendo di 14, e Kobe ne aveva fatti solo, tra virgolette, 26. Subire 50 punti in una partita da un giocatore non è il massimo ma se proprio avessimo dovuto l’avremmo accettato se a farli fosse stato lui e se avessimo vinto. E’ proprio quello che è successo: Kobe fece 50 punti. Anzi no, ne fece 55... Nel secondo tempo.

Villanueva in questa “Lettera al me stesso da giovane” continua dicendo che quando le persone gli dicono che Kobe sembrava un giocatore dei videogiochi per la facilità con cui segnava, non si rendono conto che in un certo senso era esattamente così e che segnava esattamente come una macchina e che loro si rendevano conto di ciò che stava succedendo ma che non riuscivano a fermarlo perché “Kobe è per me tra i 3 giocatori più forti della storia (Jordan, Wilt, Kobe) e in quel periodo era al suo massimo di sempre, pensate che contro i Mavericks un mesetto prima segnò 62 punti in 3 quarti“.

Nella lettera di Charlie c’è però un punto focale, il rapporto con Lamar Odom. Sono entrambe ali grandi, hanno pochi anni di differenza, ma soprattutto vengono entrambi dal Queens. C-Ville dice che è con Odom, mentre si marcano ai liberi, che capisce ciò che sta succedendo: Kobe ne aveva messi 50 e guarda Odom dopo un libero sbagliato da Bryant: “Volevo ridere io, ma alzo lo sguardo e vedo Odom che comincia a sorridere“, dopodiché altri 2 punti del Mamba e Villanueva sussurra ad Odom “Ma sta succedendo davvero? Lamar mi guarda per un secondo, e non dimenticherò mai il suo sguardo. E ‘questo mix – questo mix che è speciale nel basket – di amicizia, divertimento e pietà…

…Crazy, dice”

E poi è solo countdown, Trenta … quaranta … cinquanta … sessanta … settanta … ottanta. Racconta che si voleva solo sapere quando questa numerazione si sarebbe fermata, d’un tratto fu chiaro: 81. Quello era il numero.

La lettera si conclude però in modo sorprendente. La leggete tutta d’un fiato, poi ci si rende conto che quello è stato uno dei protagonisti, ed allora il Dominican KG ce lo ricorda: “Io, in ogni caso, come ho già detto: 13 punti, 6 su 10 al tiro. E’ stata una bella partita”.

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