Kanter – Erdogan : una guerra senza esclusione di colpi

Kanter – Erdogan : una guerra senza esclusione di colpi

Per Enes Kanter si prospetta un periodo tutt’altro che facile. Già sul finire di maggio il lungo di Okc era incappato nella spiacevole disavventura di Bucarest,  quando era stato bloccato in aeroporto dalla polizia romena. Il tempestivo intervento dei Thunder e di alcuni senatori dell’Oklahoma aveva fortunatamente evitato il peggio, permettendo al giocatore di rientrare negli States. Ma in pochi avrebbero immaginato che quello era solo l’inizio dell’incubo.

Perché di lì a pochi giorni il governo turco ha ripreso la sua battaglia personale contro il centro dei Thunder. Come? Con un mandato internazionale di arresto ai suoi danni. E il motivo? L’accusa di far parte di un gruppo terroristico. Un’accusa dovuta all’adesione da parte di Kanter all’Hizmeth, il movimento sociale guidato da Fetullah Gulen, il quale, secondo le autorità turche, starebbe tra le file dei cospiratori che hanno ordito il tentato colpo di stato di giugno scorso.

Il mandato d’arresto sarebbe stato emesso sulla base di diverse prove, tra cui l’uso da parte del giocatore di Bylock, un’applicazione messaggistica che, stando al governo turco, sarebbe stata creata proprio per i seguaci dell’Hizmeth. Ma Kanter, di tutta risposta, non ha fatto altro che deridere su Twitter il tentativo da parte della Turchia di arrestarlo, rispedendo al mittente tutte le accuse.

Ma le autorità turche non si sono fermate qui. Neanche il tempo di riprendersi dalle accuse, e ecco un’altra agghiacciante notizia per Kanter: l’arresto di suo padre Mehmet da parte della polizia turca. Anche in questo caso il pivot dei Thunder ha sfruttato i social network per esprimere tutto il suo sgomento:

HEY WORLD
MY DAD HAS BEEN ARRESTED
by Turkish government and the Hitler of our century
He is potentially to get tortured as thousand others    

L’uomo è stato arrestato nella sua casa a Istanbul ed è stato portato nella provincia di Tekirdag, nel nord-ovest della Turchia, per essere interrogato, col sospetto che potesse ancora avere legami con suo figlio e, quindi, con un possibile terrorista. Già lo scorso anno il padre aveva disconosciuto Enes, così da evitare alla propria famiglia possibili rappresaglie dovute al legame del centro di Okc con Gulen. Una scelta che però non gli ha giovato più di tanto: non solo a Istanbul era stato più volte aggredito per strada da passanti solo per essere il padre di Enes, ma nell’ultimo periodo la polizia aveva intensificato le visite nella sua casa, fino al giorno dell’arresto.

Ma, per fortuna, pochi giorni fa è giunta la notizia della sua scarcerazione.  Per il momento, non sarebbero state trovate prove che lo colleghino al movimento di Gulen. Ma la polizia si è riservata ulteriori accertamenti e interrogatori, imponendo a Mehmet Kanter di presentarsi regolarmente nella stazione di polizia più vicina da casa sua. Una situazione molto difficile da sostenere, per un uomo che fino ad un paio di anni prima viveva tranquillamente con la sua famiglia, col suo lavoro di docente universitario.

 E intanto, dall’altra parte dell’Oceano, Enes non ha potuto far altro che commentare il trattamento ricevuto da suo padre, tramite il sito della sua Fondazione: “Mio padre è stato arrestato per colpa della mia voce di opposizione contro il partito che governa la Turchia. Potrebbe essere torturato soltanto perché è un mio parente. Fermatevi un attimo a riflettere su questo: se una situazione simile può accadere a un giocatore NBA, sempre sotto i riflettori e sotto gli occhi dei media, cosa staranno passando tutti coloro che non possono far sentire la loro voce?  Ci sono centinaia di migliaia di detenuti, di torturati o peggio ancora di omicidi di cui non sentiremo mai parlare.”.

 Parole molto forti, che rendono l’idea del profondo odio nei confronti di Erdogan e del suo governo. Una situazione difficile da gestire, che sta divorando un ragazzo che – ricordiamocelo – ha solo 25 anni. Noi, nel nostro piccolo, non possiamo far altro che sostenere e rispettare Kanter, reo soltanto di aver espresso le proprio idee. Sperando che la sua guerra personale abbia presto fine.

La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e infine all’età adulta è lastricato di difficoltà, incomprensioni e giri a vuoto. La differenza tra una strada spianata verso la felicità e un cammino tumultuoso dall’incerto epilogo spesso è frutto di situazioni circostanziali, dinamiche sociali, educazione e frequentazioni.

Molti sono i casi di cronaca che tappezzano le prime pagine dei giornali e riempiono i palinsesti televisivi raccontandoci come la transizione verso la maturità di un ragazzo è spesso caratterizzata da storie di violenza, di droga, di problemi familiari e di abbandono.

E, purtroppo, sono agli occhi di tutti, giorno dopo giorno.

Senza voler puntare il dito contro nessuno, negli ultimi anni i media internazionali ci hanno mostrato, a più riprese, come la situazione all’interno delle scuole e delle Università degli Stati Uniti d’America sia spesso caratterizzata da casi di delinquenza e disagio: la criminalità, compresa quella minorile, è parte integrante di un sistema che, nel tempo, ha dovuto fronteggiare momenti di altissima tensione e tragedia. Spaccio e possesso di armi sono, purtroppo troppo di frequente, sinonimo di morte e galera.

E gli artefici sono, al tempo stesso, vittime insanguinate di un contesto che ti mostra la vita in una dimensione irreale, senza rinunce e sacrifici. Dove non si dice mai di no, altrimenti potresti essere escluso, lasciato solo e deriso da chi non sa aspettare e, forse, non saprà mai fermarsi.

Per questo, il governo a stelle e strisce ha messo in moto la macchina istituzionale, organizzando programmi mirati alla prevenzione e la piena conoscenza, attraverso l’educazione approfondita di tutte quelle tematiche che possano indirizzare il giovane verso un approccio alla vita consapevole e rispettoso di sé stessi e degli altri.

Per quanto riguarda l’aspetto dello spaccio e del consumo di droga all’interno degli ambienti scolastici e universitari, è stato creato il D.A.R.E. (acronimo di Drug Abuse Resistance Education) con l’intento di mostrare agli adolescenti gli effetti delle sostanze stupefacenti sulla loro vita e i risvolti che l’ignoranza in merito a questo tema può causare.
Per di più, è stata varata una legge che sancisce la piena responsabilità dello spacciatore nei casi in cui la vendita di droga abbia portato alla morte del compratore, così come i danni ad essa correlati: la legge Len Bias.

Ma chi è Len Bias?
Nato a Landover, nel Maryland, il 18 Novembre 1963, Leonard Kevin Bias, per tutti conosciuto come Len, è considerato da molti addetti ai lavori dell’epoca una delle migliori stelle inespresse del Basket americano. “Frosty” come lo chiamavano gli amici per via di un nomignolo affibbiatogli dal parroco della sua città per sottolineare il suo carattere serio e umile, è un ragazzone afroamericano di oltre 2 metri e quasi 100 chili. Amante sin da piccolo del Football Americano, comincia la sua carriera cestistica con il passaggio dalle superiori al college, presso la University of Maryland. Il suo ruolo, Ala Piccola.

La sua storia è stata riportata alla luce da Kirk Frasier, con il documentario “Without Bias” nel 2009, vincitore di svariati premi.

Da ragazzo grezzo e poco disciplinato, il monumento del college basket Lefty Driesell, coach dell’università, lo trasforma negli anni in un lungo dal rimbalzo facile, dalle splendide mani, con i movimenti di una guardia.
Len è un atleta fantastico, alla continua ricerca della perfezione: decide di allenarsi anche con la squadra di football e in poco tempo si trasforma in un colosso dalle grandi spalle e le braccia possenti.

Sono gli ultimi anni di Michael Jordan in NCAA con North Carolina, e Len vede crescere le sue statistiche e le prestazioni in modo esponenziale. Dopo il passaggio di MJ nella NBA direzione Chicago Bulls, Bias diventa in assoluto la stella del college basket americano, vincendo per due stagioni consecutive il premio di miglior giocatore del campionato.

Con la fama e i fotografi arrivano anche le donne e le amicizie di comodo. Ma Len è un ragazzo serio. Certo, si diverte. Ma come farebbe qualsiasi altro ragazzo che sta per entrare in un mondo più grande di lui. Sul campo, però, è un’autentica furia. Statistiche e percentuali clamorose portano i maggiori talent scout sulle tracce di questo Horse – cavallo, come veniva definito per la potenza abbinata all’eleganza dei movimenti – dal sorriso fresco e spontaneo.

Finita la stagione universitaria, arriva il momento più bello ed emozionante per un adolescente che sta per realizzare il sogno della sua vita: il Draft. L’anno è il 1986 e il giorno è 17 giugno.

In quell’occasione, il volere del general manager Red Auerbach, fresco vincitore del titolo Nba con i Boston Celtics dell’ultimo Larry Bird, ricade sul ragazzo di Maryland che viene scelto dalla franchigia più titolata della storia del Basket a stelle e strisce. Con lui sarebbe continuata la dinastia vincente. Sulle spalle il numero 30.
Il volto di Len si illumina e la felicità traspare chiaramente quando sale sul palco con il cappellino della squadra verde-bianca ad accogliere i meritati applausi e attestati di stima tra cui proprio quelli da parte di Bird, entusiasta all’idea di poter avere un talento del genere come compagno.

L’euforia che ne consegue è massima: dopo la firma con la squadra di Boston, Bias va a festeggiare con un suo nuovo collega. Il giorno dopo si reca presso la sede della Reebok, tornando in Maryland con un contratto milionario in mano e tante scarpe per sé, per i suoi fratelli e i suoi amici.

Finiti i convenevoli, è tempo di festeggiare: Len chiama il suo compagno di squadra Brian Tribble per organizzare una serata celebrativa per l’avvenimento più importante della sua vita: due mesi dopo, avrebbe calcato quei campi che aveva sempre sognato, affianco a stelle NBA a cui si era da sempre ispirato.

Ma l’eccitazione, si sa, a volte, ti porta a superare limiti che non dovresti oltrepassare. Figuriamoci per Len, il ragazzo serio e umile del Maryland, che tanto aveva faticato per raggiungere la vetta della gloria.
Lui e Tribble fanno scorta di alcol: birra e cognac a fiumi.

Ma non basta: Tribble rimedia anche la cocaina.

L’appuntamento è nella stanza di Terry Long, giocatore di football americano, portandosi dietro David Gregg, cestista anche lui. Bussano alla camera 1103.

Alle 6.30 del mattino, dopo un’infinita serata a base di droga e alcol è la voce di Brian Tribble a rompere il silenzio dell’alba.

Dovete riportarlo in vita, non può morire. E’ Len Bias!!”. Queste le parole urlate al 911.

Len Bias giaceva a terra in preda alle convulsioni. Il corpo reagiva ad una dose eccessiva di cocaina.
All’arrivo dell’ambulanza, Bias fu trovato privo di conoscenza e senza respiro. Viene portato d’urgenza presso l’ospedale Leland Memorial Hospital, dove i medici fanno di tutto per rianimarlo. Lui non può morire.
Gli viene impiantato un pacemaker per ristabilire il battito cardiaco. Lui non può morire. E’ Len Bias, nuova stella dell’Nba.

Invece Leonard Kevin Bias, detto Len, detto Frosty, detto Horse, muore alle 8.55 del 19 giugno 1986. A soli 22 anni. A solo pochi passi dalla storia. Il cuore non ha retto. Causa del decesso: arresto cardiaco causato da overdose di cocaina.
Più di 11.000 persone si presentano alla Cole Field House, centro ricreativo dell’Università, per dare l’ultimo saluto a Len. Tutti per te Frosty. Al Garden di Boston sarebbero stati 14 mila per la prima dei Celtics. Qui, invece, più di 11 mila. Solo per te. Pensa cosa sarebbe successo alla tua prima schiacciata. Tra la folla anche Red Auerbach.

Nel suo volto la tristezza di chi sa cosa il basket americano ha perso.

Len viene sepolto al Lincoln Memorial di Suitland, il 30 giugno 1986. La maglia n.30 dei Celtics viene donata dalla franchigia alla mamma Lonise Bias.

Quello che ne scaturisce è un tornado mediatico fatto di falsità e testimonianze mai confermate. I compagni della serata asseriscono che Bias aveva già fatto uso di cocaina altre volte. La famiglia dichiara il contrario. Inoltre, nell’autopsia viene rilevato un alto tasso di cocaina all’interno dello stomaco del giocatore. La verità non è mai stata svelata. Le accuse verso coloro che parteciparono a quella maledetta notte decaddero anche se, anni più tardi, Tribble fu accusato di spaccio e rinchiuso in carcere per 10 anni.

In seguito ai fatti accaduti nella stanza 1103 della Maryland University, gli Stati Uniti intensificarono i controlli all’interno degli atenei e inasprirono le pene nei confronti di chi vendeva la droga: la legge Len Bias, per l’appunto. Un ragazzo dal sorriso sincero e i numeri da superstar. Un atleta che ha fatto la scelta sbagliata, nel momento più bello della sua vita.

Le parole del suo coach ai tempi dell’High School risultano essere tragicamente profetiche: Se circondi Len di stronzi diventa lo stronzo peggiore… se lo circondi di brave persone, diventa la migliore”.

Nel corso della storia dell’NBA andiamo cercando e, forse lo faremo all’infinito, l’erede di Michael Jordan. Quello che sappiamo è che nello stesso anno in cui è nato MJ, veniva al mondo proprio Len Bias. E i paragoni con il 23 più famoso del mondo si sprecano. Poteva essere Len Bias il primo rivale di sua maestà 6 anelli? Chi lo sa. Ma, a detta di molti, forse lo era.

 

Peja Stojakovic: il miglior tiro che non sia mai entrato

Peja Stojakovic: il miglior tiro che non sia mai entrato

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Ci siamo.

È il momento.

20 secondi al termine della partita.

Bibby palla in mano sul lato destro con Bryant addosso.

Consegnato nelle mani di C-Webb.

Ribaltamento per Brother Hedo.

Partenza andando a sinistra.

Shaw rimane piantato a terra.

Arriva l’aiuto di Fox.

Palla a Peja e…

È una macchina”. Quante volte in ambito sportivo l’abbiamo detto o sentito? Tante, forse troppe. La genesi di quest’affermazione si ha nel momento in cui lo spettatore viene completamente tramortito dalla straordinarietà di quello a cui sta assistendo. E quando all’uomo una cosa appare come irripetibile in prima persona, egli tende impulsivamente a non considerare l’ipotesi che ci sia qualcuno appartenente alla sua stessa razza che possa riuscirci. Da qui la metafora sovra citata.

Si tratta di un modo di dire abituale ma inopportuno, perché tra i due termini vi sono delle differenze piuttosto significative.

Quale caratteristica propria della macchina è irrintracciabile nell’uomo? L’infallibilità. Un marchingegno progettato per fare canestro da metà campo, una volta messo in moto e piazzato dove deve stare, brucia la retìna presumibilmente all’infinito, o almeno fino all’avvento di qualche guasto tecnico, mentre anche il miglior specialista di tutti i tempi è destinato a sbagliare con una certa ciclicità – tranne Jamal Crawford in “206 mode” ON, di questo ne sono più che convinto.

E poi le persone hanno un cervello (o almeno così si dice). Pensano, provano emozioni e le loro gesta vengono influenzate da ciò che le circonda. Questo cambia tutto, in special modo se sei uno sportivo professionista e, a maggior ragione, se giochi a pallacanestro e sei un tiratore.

Il mondo dei tiratori è diverso da quello degli altri giocatori.

È fatto di strisce, di alti e bassi; di momenti in cui te la senti e vedi il canestro talmente immenso da poter tirare bendato, con la mano debole ed essere più che convinto di riuscire a segnare; di partite in cui invece non metteresti nemmeno un tiro aperto, con metri di spazio a disposizione.

La testa domina la mano e dunque capita che, se vedi la prima conclusione andare dentro, le altre saranno solo una conseguenza di quell’atto iniziale. Acquisti fiducia che si tramuta in un maggior numero di tiri tentati. Non ti fermi. Viceversa se sbagli puoi prendere paura ed andare completamente fuori ritmo, facendoti domare dalle tue sensazioni fino a nasconderti dietro ai tuoi avversari, sparendo in qualche modo dal campo.

Dall’esito del primo tiro di un match può dipendere l’impatto che il singolo tiratore avrà sullo stesso.

E d’altra parte se lo diceva anche uno come Juan Sebastian Veròn – pur praticando un altro sport – che dal primo pallone toccato avrebbe capito subito che tipo di partita sarebbe andato a fare, da fenomeno o da fantasma (nella maggior parte dei casi barrate A), un fondo di verità questa teoria la deve avere per forza.

La quotidianità cestistica per uno shooter è qualcosa di arduo con cui confrontarsi e passa attraverso una speciale metamorfosi alla quale è obbligato a sottoporsi. Deve modificare la sua natura trasformandosi in qualche cosa di meccanico, di  non condizionabile, per vivere in campo come se fosse una di quelle statuine presenti nelle bolle di vetro natalizie col polistirolo a fare da neve finta.

Sottovuoto. Non deve sentire se non di riflesso, scevro da qualsivoglia evento esterno che lo possa far pensare anche solo un millisecondo, frazione che può fare la differenza tra un pulito schiaffo del nylon e una mattonata in zona ferro.

È tutt’altro che facile, perché un conto è sparare da tre nel campetto sotto casa coi tuoi amici. Un altro è farlo nelle minors con qualche centinaia di persone – a star larghi – che ti guardano. Un altro ancora è vedersi consegnare in mano da Hedo Turkoglu il pallone che può voler dire NBA Finals e, visti i New Jersey Nets della stagione 2002, probabilmente titolo. Alla ARCO Arena di Sacramento. Di fronte a 17317 tifosi a cui se ad inizio anno avessero detto che la loro stagione sarebbe dipesa da una bomba del miglior tiratore della lega dell’epoca, in angolo, da solo, avrebbero iniziato a Novembre la parata per le strade della città californiana.

Il contesto in cui le azioni vengono compiute è di imprescindibile importanza e la sera del 2 Giugno 2002 la cornice a Sacramento aveva sicuramente un qualche cosa di apocalittico. Non c’entrava il fatto che fosse una gara 7 o che si giocasse per la partecipazione alle Finals. C’era la sensazione che quella partita ci avrebbe consegnato un’altra NBA.

Contrapposti ai Kings più belli dell’era moderna si trovavano i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, freschi di back to back.

Se avessero vinto i lacustri sarebbe stato three-peat, con buona pace di Jason Kidd, Kittles, Van Horn e del New Jersey intero. L’accesso diretto con permanenza eterna nell’Olimpo del basket. Un’impresa che pochi bipedi possono vantarsi di aver portato a termine.

Per quei Kings invece era la grande opportunità di terminare l’egemonia gialloviola e approdare in finale per tentare di vincere un anello che veniva meno dal 1951, quando la franchigia si chiamava Rochester Royals e aveva sede nello stato di New York. Con un Vlade Divac 34enne, un Chris Webber nel pieno dei propri poteri, un Mike Bibby baciato dal Dio del talento e un supporting cast di tutto rispetto.

I primi sei atti della serie furono epici. Dal presunto avvelenamento del room service a Kobe Bryant pre gara2, a Phil Jackson che definisce Sacramento come una città “semicivilizzata” in cui “abbondano le vacche” e i tifosi Kings che rispondono presentandosi coi campanacci all’arena, passando per il buzzer beater di Horry in gara4 allo Staples Center, fino alla famosa gara6 a detta di molti “rigged”, truccata, in cui i Lakers arrivarono a tirare 21 liberi nel quarto finale, con Divac e le mèches di Scott Pollard fuori prematuramente per falli.

La partita è punto a punto e, quando il tabellino recita 99-98 Lakers, sul cronometro sono rimasti 20 secondi al termine dell’ultimo periodo.

È uno di quei momenti in cui devi privilegiare l’istinto a discapito della ragione. Devi pensare a chi sei e non al luogo in cui ti trovi e alla posta in palio. O forse non devi pensare per niente. Specie se sei un tiratore. Ma allo stesso tempo sono anche gli attimi in cui è praticamente impossibile non essere scalfiti dall’atmosfera che ti circonda.

A chi guarda, però, tutto questo interessa relativamente. Anche perché il destinatario del passaggio di Turkoglu è Peja Stojakovic o, se preferite, citando alla lettera Larry Joe Birdil miglior tiro della storia del basket”. E in quell’istante tutti, ma proprio tutti, abbiamo pensato “è una macchina”.

Il serbo assomigliava davvero ad un dispositivo creato solo ed esclusivamente per fare canestro dalla lunga distanza. In carriera ha vinto per due anni consecutivi (2002 e 2003) il 3 point contest dell’All Star Game. Un cecchino che ancora oggi si trova al nono posto, a quota 1760, nella classifica per tiri da tre messi a bersaglio nella NBA. Uno che ha terminato la sua esperienza nella lega con il 40% oltre l’arco. Per una volta forse il paragone non faceva una piega.

L’idea che potesse sbagliare non era contemplata. Non lui. Non con 3 metri di spazio davanti.

Ma Peja, prima che un tiratore, era un uomo. E gli uomini sbagliano di continuo.

Affretta il tiro.

AIRBALL.

 Il vuoto.

Il pallone non va neanche vicino dal toccare il ferro e cade tra le mani di O’Neal, a cui viene fatto immediatamente fallo. La telecamera cerca subito il viso dell’ala dei Kings. Non ci crede nemmeno lui. Figuratevi i tifosi, i compagni e coach Adelman, che anche se applaude, dentro di sé non può che pensare di aver perso la più grande chance per vincere la partita.

In realtà poi si andò ai supplementari e Sacramento avrebbe potuto farcela ancora. Ma senza Divac causa falli (Shaq era difficile da tenere) e complice la maggior freschezza fisica dei Lakers, si arresero. E poi, nella testa di tutti, cresceva sempre più l’idea che i Kings quella gara 7 l’avevano persa prima.

 Lì, in quell’angolo sinistro, con Peja e il nulla attorno a lui.

Il miglior tiro che non sia mai entrato.

Quel maledetto epilogo  ci intima a non essere mai troppo sicuri di noi stessi. Di quello che vediamo o crediamo. Ci fa capire come in realtà l’errore faccia parte della nostra vita e sia sempre dietro l’angolo. E può capitare in qualsiasi momento. L’unica cosa che possiamo fare,come uomini, è lavorare minuziosamente su noi stessi per poter evitare che si ripeta, o quantomeno per limitarne la frequenza.

Anni dopo quella partita rividi Peja. Contro i miei Lakers. Di nuovo. Giocava a Dallas ed era il primo turno dei Playoffs 2011.

Ogni volta che la palla lasciava la sua mano accarezzava il cotone.

Da tifoso gialloviola sanguinai.

Da amante della pallacanestro e dell’umanità ringraziai per quello spettacolo.

Daniele Quetti – Born in the Post

Enes Kanter contro Erdogan si ritrova bloccato e senza passaporto

Enes Kanter contro Erdogan si ritrova bloccato e senza passaporto

Che tra Enes Kanter e Recep Erdogan non corra buon sangue non è certo una novità. Il centro turco, in forza agli Oklahoma City Thunder, da sempre si è opposto al presidente in carica, criticando apertamente la sua politica autoritaria e liberticida e appoggiando con forza il suo più strenuo antagonista, Fethullah Gulen. E questo atteggiamento di dissenso non solo non gli ha permesso né di tornare in patria né di vestire la maglia turca, ma ha anche provocato la reazione della sua famiglia, che nell’agosto scorso lo ha ufficialmente diseredato – una scelta probabilmente obbligata, visto il clima teso con cui dover convivere in patria -.

Ma l’aperta contestazione da parte di uno degli sportivi più in vista in Turchia non deve essere proprio andata giù al premier turco. E così, mentre sabato scorso sbarcava a Bucarest da Singapore, Kanter si è ritrovato col passaporto cancellato. Subito è stato bloccato dalle autorità romene e per un attimo si è temuto il peggio: c’era il rischio, concreto, che venisse spedito in territorio turco, dove sarebbe stato arrestato e processato in quanto nemico di Erdogan. Eppure, in quei momenti di paura, il centro dei Thunder ha pensato subito di rendere nota a tutti la sua delicata situazione, e in quale modo migliore se non con un video su Twitter?

Nel video il lungo di Okc si è espresso in modo molto duro: prima ha dichiarato di essere bloccato in aeroporto da ore, trattato alla stregua di un detenuto, poi si è scagliato contro Erdogan, il responsabile di tutto, definito l’Hitler del nostro secolo.

 Appena appresa la vicenda, si è immediatamente mobilitato lo staff dei Thunder, supportato dall’NBPA ( il sindacato dei giocatori), con l’obiettivo di riportarlo al più presto negli States. Inoltre, sono intervenuti anche i senatori dell’Oklahoma Jim Inhofe e James Lankford, che insieme al Dipartimento di Stato americano sono riusciti a farlo imbarcare in un aereo per Londra, in territorio sicuro.

 Una volta raggiunti gli Stati Uniti, Enes ha tenuto una conferenza stampa presso la sede dell’NBPA, dove ha ringraziato coloro che hanno permesso il suo rientro e ha raccontato i retroscena della vicenda. Nelle sue parole la paura era palpabile: se fosse stato mandato in Turchia probabilmente si sarebbero perse le sue tracce per sempre, visto che in territorio turco è virtualmente una persona inesistente.

Durante la conferenze ha poi continuato ad attaccare il premier Erdogan, ribadendo il paragone con Hitler e sottolineando come in Turchia, ora come ora, ci sia un regime a tutti gli effetti dittatoriale. Inoltre, il giocatore ha espresso un suo grande desiderio: ottenere la cittadinanza americana. “Ho la green card, spero che il processo sia più breve rispetto ai cinque anni previsti. In questo momento non ho una cittadinanza, ma nell’Oklahoma mi sento come a casa”.  

E quanto avvenuto a Kanter non è una novità. Negli ultimi mesi infatti è successo più volte che le autorità turche segnalassero come smarriti o cancellati passaporti di dissidenti politici, così che venissero fermati alle dogane e spediti in Turchia. Una prassi ben congeniata, per riportare in patria gli oppositori al regime. E non è neanche la prima volta che uno sportivo turco riceve un trattamento simile. Emblematico è stato il caso di Hakan Sukur: in forza anche all’Inter e al Parma, l’attaccante turco era diventato un idolo in patria, dopo la conquista della Coppa Uefa del 2000 con la maglia del Galatasaray.  Un evento storico, ma che è passato in secondo piano da quando Sukur si è apertamente opposto ad Erdogan – da politico nelle file dell’AKP -, subendo un lento e progressivo oscuramento della sua immagine pubblica. Al punto da essere prima chiamato in giudizio per insulti rivolti a Erdogan su Twitter, poi accusato di aver preso parte al tentato colpo di stato del luglio scorso e quindi incriminato. E malgrado l’ex attaccante, emigrato negli States, si sia sempre dichiarato innocente e abbia aspramente condannato il fallito golpe, ora più nessuno in Turchia ricorda le sue magie in campo, ma viene ritenuto un nemico pubblico da arrestare e imbavagliare.

E adesso, privati dei loro passaporti, sia Sukur che Kanter non hanno neanche la possibilità di lasciare gli Stati Uniti. Il che danneggia molto il lungo dei Thunder, impossibilitato a promuovere in prima persona la sua Fondazione Kanter. Una fondazione che si occupa di fornire cibo e vestiti ai meno abbienti, per la quale il centro era in tour. Dopo la Romania, infatti, lo aspettava la Danimarca, la Norvegia e la Svizzera. Purtroppo, finchè non gli verrà concessa la cittadinanza americana, non potrà andare all’estero. Una situazione difficile da digerire, ma per come si era complicata la vicenda, Enes non può che ritenersi fortunato.

 

NBA: il cuore grande di Lillard e il senso di famiglia Blazers

NBA: il cuore grande di Lillard e il senso di famiglia Blazers

Giorno dopo giorno ci stiamo addentrando sempre più nel vivo dei Playoffs. Golden State e Cleveland sembrano oggettivamente inarrivabili per le loro dirette avversarie, ma mai dire mai, le sorprese potrebbero essere dietro l’angolo.

Nel frattempo sono molte le squadre che hanno dovuto alzare bandiera bianca, abbandonando anzitempo i Playoff. Tra questi ci sono i Blazers, annichiliti dallo strapotere degli Warriors e mandati a casa con un secco 4-0. E a dirla tutta, era un finale di stagione tragicamente annunciato: pensare che Portland potesse davvero impensierire i ragazzi della Baia era alquanto utopico. Per questo, al di là dell’inevitabile rammarico, a Rip City si sono dovuti accontentare del premio per il raggiungimento della post-season, quei 223.864 dollari da spartire tra i quindici giocatori del roster.

Una stagione strana quella di Portland. Dopo un 2015-2016 strepitoso, culminato contro ogni aspettativa con le semifinali di Conference, in estate erano arrivati Ezeli e Turner e pian piano si iniziava a pensare in grande. Poi, le delusioni: sconfitte su sconfitte, un gioco di squadra inesistente, un Lillard irriconoscibile, un McCollum lasciato solo dai suoi compagni, a predicare nel deserto. Solo sul finire di stagione è arrivato un sussulto, un moto di orgoglio: Damian ha ripreso per mano la squadra e, insieme all’immancabile CJ, l’ha portata per un soffio ai playoff.

Ma ormai la frittata era fatta. Contro Curry e soci non c’è stata partita. E al di là della sconfitta, è stata l’impotenza mostrata in campo a decretare il totale fallimento della stagione. Proprio per questo Lillard, quando si è visto recapitare gli oltre 15000 dollari del premio per la post-season, ha sentito di non meritarseli. E così si è riunito ai suoi compagni e li ha convinti a fare un gesto semplice, ma apprezzabile: donare i 223.864 dollari (15000 circa da ogni giocatore) ai 25 membri dello staff dei Blazers. Dagli assistenti ai massaggiatori, fino ai magazzinieri.

 Il tutto lo ha spiegato lui stesso: “Abbiamo spartito i nostri soldi con le persone che hanno lavorato con noi tutto l’anno. Gente che ha lavorato per lunghi periodi lontana dalle proprie famiglie e dai propri affetti, come noi, con compiti non meno importanti. Loro fanno sempre il massimo per renderci la vita più facile e per questo la loro diventa più complicata, dato che guadagnano molto meno di noi. Questo è un modo per mostrare la nostra gratitudine, oltre alla classica stretta di mano di fine stagione”.

 Del resto, Lillard non è nuovo a iniziative simili. Già nel 2014-2015 e nel 2015-2016 era rientrato tra i 10 finalisti del NBA Cares Community Assist Award, un riconoscimento per il giocatore che più di tutti si impegna durante la stagione in opere di beneficenza. Infatti, nel corso degli anni il leader dei Blazers si è distinto per diverse attività benefiche, dall’organizzazione di programmi per la lotta contro il bullismo – lui stesso ha ammesso di averne sofferto in passato –,  al supporto di associazioni no profit per la cura di tumori e malattie.

Ma stavolta il gesto di Damian non è stato semplice evergetismo. I 223.864 dollari potevano essere sì dati in beneficienza, ma lui ha preferito destinarli in altro modo. Perché dopo una stagione così sconfortante, serviva una scossa, per cementificare i rapporti all’interno di un ambiente così in crisi. Sarà sufficiente? Lo vedremo la prossima stagione. E sebbene 15000 dollari di solito non siano una cifra considerevole per chi gioca in NBA – basti pensare che lo stesso Lillard quest’anno ha percepito oltre 24 milioni -, rimane comunque la bellezza del gesto.