Maura Messina, diario di una Kemionauta

Maura Messina, diario di una Kemionauta

Il riferimento è  la  grande area dell’Italia meridionale tra Campania e le provincie di Napoli e Caserta, tristemente famosa per la presenza di rifiuti tossici.
“Terra dei fuochi”, nome nato da un rapporto Ecomafie nel 2003 di Legambiente, riguarda un territorio di 1076 km quadrati con all’interno 57 comuni e 2 milioni e mezzo di abitanti.

Il periodo di riferimento ha origine negli anni ’70 per arrivare ai nostri giorni.
Sversamenti di rifuti tossici e nucleari responsabili di un alto tasso di tumori, colpite da questa terribile patologia, in particolare giovani donne e bambini.
Di conseguenza segue  l’inquinamento dei prodotti agroalimentari, a causa della diossina nei terreni, nel latte prodotto dagli allevamenti. Solo recenti test effettuati in Germania non hanno più rivelato presenza di sostanze tossiche. Ma senza abbassare la guardia sul problema, perché si continua a morire.

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Una scrittrice ed interprete in prima persona  di questo tema è Maura Messina che nel libro “Diario di una kemionauta” è testimone diretta, un diario scritto durante la terapia chemioterapica che porta ironicamente il nome di “Diario di una kemionauta”, a evidenziare positività e speranza per il futuro. Maura Messina occupando un tempo reso fermo momentaneamente dalla malattia racconta a se stessa e il suo viaggio che diventa un modo nuovo di affrontare malattia e  vita.

L’autoironia di Maura, le salva la vita e lei nel suo ‘diario’ racconta con generosità come armarsi di ironia e combattere’, senza mai pensare di non farcela, conservando l’energia di trasmettere agli altri ciò che ha imparato ogni giorno.

Maura Messina si occupa di design, a Napoli. Non hamai ceduto senza cedere all’idea del  ‘non si può fare nulla’, anzi, ha sfidato questo luogo comune  combattendo con forza e con iniziative volte a migliorare le situazioni attuali. Attraverso  la sua tesi di laurea  si esprime su una nuova formula nella comunicazione che riguarda proprio Napoli.
Vincendo due volte, nella convinzione che essere audaci aiuta, e così è stato.

Maura, il tuo libro sebbene sofferto è un meraviglioso percorso per infondere coraggio. Perché hai pensato di scriverlo e poi di pubblicarlo?
In realtà il libro è nato come “diario personale”. Quando l’ho scritto, non avevo minimamente immaginato di pubblicarlo. L’idea di scrivere è nata su suggerimento di un caro amico, Mario. Essendomi stati negati i colori (io adoro dipingere ad olio) per motivi di salute, ho seguito il suo consiglio, ed ho riempito il tempo rimasto orfano dello svago della pittura con una nuova amica: la scrittura. Ogni volta che tornavo da una seduta di chemioterapia, riempivo il mio diario. Nessuno sapeva che io lo stessi scrivendo. Era la mia “terapia privata” per affrontare meglio quel momento difficile. Pochi giorni prima di Natale del 2012, ho completato la chemioterapia. Mi è venuto naturale condividere quel diario privato con chi, quel viaggio, lo aveva percorso insieme a me. Con chi mi aveva dato l’amore per vivere al meglio la malattia. L’ho mostrato al mio fidanzato Eddy, la mia famiglia e a Mario. La reazione è stata unanime, mi hanno esortato a pubblicarlo. Mi hanno spinto a riflettere sulla possibilità di essere utile, in qualche modo, a chi stava affrontando direttamente o indirettamente l’esperienza della chemioterapia. L’intento è di dare un messaggio di speranza. 

Cosa ti senti di dire a chi sta combattendo la tua stessa battaglia?
 Mi sento di dirgli di non mollare, di combattere sempre… Quando ti ammali la paura di morire prende corpo e la percezione della vita stessa cambia. Mi ha aiutato pensare che, indipendentemente da come sarebbe andata a finire, la mia vita era lì e pretendeva di essere vissuta. Ho pensato che, se mi fossero rimasti dieci minuti o dieci anni, non li avrei sprecati piangendomi addosso. Certo con le limitazioni e le difficoltà del caso, ma non mi andava di sprecare quel tempo che avevo scoperto, improvvisamente, essere così prezioso.

Dopo averlo letto, l’ho trovato ricco, intenso, contagioso nella forza e nella determinazione. Un libro che dovremmo leggere tutti. Possiamo sperare in altri progetti da leggere?
Non voglio sbilanciarmi, ma ci sto lavorando…spero di non metterci troppo.

In una società che non ci tutela abbastanza, che spesso ignora e ci costringe a vivere drammi e pericoli, Maura ha avuto la forza di rendere noto a tutti, attraverso il suo libro, ciò che è insito in noi umani, la forza di reagire, di lottare, combattere e vincere. Un messaggio che arriva dritto al cuore e pone  naturalmente nell’atteggiamento della positività, perché ciò che è davvero importante è credere in ogni nostra azione.

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Chi è Maura Messina

Maura Messina è nata a Napoli nel 1985. Fin da bambina ha mostrato un’autentica passione per il disegno.
Frequenta il liceo Scientifico e a quindici anni incontra Amleto Sales, un artista dal quale impara a dipingere ad olio su tela.Nel 2009 si laurea alla triennale in Disegno Industriale per la moda (facoltà di Architettura – SUN) e nel 2011 consegue la laurea Magistrale in Design per l’Innovazione con il massimo dei voti e relativa pubblicazione della tesi “Napoli città di scarto” su aiapzine (osservatorio internazionale di design), http://aiapzine.aiap.it/notizie/13600.
Il percorso formativo la avvicina al mondo della comunicazione e del design.Progetta alcuni lavori di communication design, loghi, posters, pannelli pubblicitari e partecipa attivamente a numerosi contests nazionali ed internazionali.Si occupa inoltre della esecuzione di un ampio murales per una scuola primaria nel 2012 a Quarto (NA). Negli anni dipinge numerose scenografie su teli per recite scolastiche.Si dedica alla realizzazione di presepi e piccole miniature e dall’estate 2013 si avvicina alla ceramica grazie alla guida dell’amico/Maestro Amleto Sales. Ha partecipato ad alcune mostre collettive (si ricorda la mostra collettiva di pittura, presso la Domus Ars Centro di Cultura, Via Santa Chiara 10C, Napoli, Incontri Pittorici, 17/26 ottobre 2013), la mostra collettiva dal 2 al 24 Maggio 2014 presso la Picassarte Gallery, via IV Novembre, Nuoro (Sardegna), e la mostra collettiva presso il Real Sito Belvedere di San Leucio, via del Setificio 5/7, San Leucio (CE) dal titolo “La terra dei fuochi”. Nel novembre 2016, la casa editrice Homo Scrivens rilancia il testo con una seconda edizione arricchita di contenuti inediti.

Premi

PREMIO PULCINELLAMENTE, Sant’Arpino XVII rassegna di teatro-scuola

Motivazioni: Per la grande forza e speranza che trasmetti

MEDAGLIA DEL COMUNE DI NAPOLI, SINDACO LUIGI DE MAGISTRIS

Motivazioni: Per l’impegno civile

KB3: l’origine della metamorfosi di Russell Westbrook

KB3: l’origine della metamorfosi di Russell Westbrook

31.7 punti, 10.1 assist e 10.6 rimbalzi. Queste le stupefacenti medie che sta tenendo Russell Westbrook in questa Regular Season. Tripla doppia di media, roba che non si vedeva dai tempi di Oscar Robertson, nel lontano 1962. Il suo gioco potrà sembrare troppo individualista, le palle perse potranno apparire eccessive (5.5 di media a gara), le sue scelte durante le partite potranno sembrare spesso azzardate o insensate, però  è innegabile: sta riscrivendo una pagina di storia di questo sport.

Russell sa distinguersi, sempre e comunque. Se sul campo a parlare sono le sue giocate strepitose e il suo atletismo fuori dal comune, al di fuori si è fatto notare per il suo modo di vestire alquanto “pittoresco”. La sua grinta, la sua maniacale determinazione sul parquet, unite alla suo comportamento stravagante e a tratti borioso, lo hanno reso a tutti gli effetti un’icona. Anche se, a differenza della maggior parte delle star, Westbrook non solo non ama parlare di sé coi media, ma non era neanche intenzionato a diventare una star. Al contrario, per sua stessa ammissione fino al liceo era un “secchione”, passava ore e ore sui libri e progettava di andare a studiare a Stanford. Finchè qualcosa non gli ha fatto cambiare idea. E Russell stesso ci tiene a ricordare quel qualcosa che lo ha cambiato, profondamente. Come? Indossando, ogni singola partita, un braccialetto con la sigla KB3. Cosa significa?

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 Torniamo indietro nel tempo, precisamente al 2002. Il giovane Westbrook, quattordicenne, è un ragazzino di un metro e settanta, gracile, che sa trattare bene la palla a spicchi. Gioca alla Leuzinger High School, a Lawndale, in California, senza però impressionare. Del resto, il suo talento è letteralmente oscurato da Khelcey Barrs III, suo coetaneo, che mostra delle doti atletiche e un talento spaventosi, al punto da essere già convocato in prima squadra contro ragazzi di 3 o 4 anni più grandi.

Tra Khelcey e Russell non c’è astio o acrimonia, ma solo una sana, genuina amicizia. I due vivono infatti sulla stessa via e sono migliori amici fin da bambini. Da sempre giocano sui campetti insieme e il loro sogno, un po’ utopico, è di approdare insieme a UCLA, l’università losangelina per eccellenza. Anche se lo strapotere di Kelchey sul parquet lo rende molto più promettente del giovane Russell.

Nel maggio 2004 il loro allenatore decide di portarli al Los Angeles Southwest College, dove si tiene un piccolo torneo in cui gareggiano anche atleti universitari. Il contesto ideale per valorizzare il talento dei 2 sedicenni. Barrs gioca una serie di partite a un livello pazzesco, conducendo di fatto la sua squadra in un filotto di vittorie. E un pomeriggio, terminata l’ennesima partita di assoluto strapotere sul campo, Khelcey si trattiene a chiacchierare con alcuni ragazzi, mentre Westbrook, sfinito, saluta tutti. E proprio a seguito dell’uscita di Russell, accade l’imprevedibile: Khelcey tutt’a un tratto accusa un forte dolore al petto, si accascia a terra, va in arresto cardiaco. Di lì a poco, la morte.

La diagnosi parlerà di cardiomegalia, ossia un accrescimento del cuore, la cui causa può derivare o da uno sforzo eccessivo o da una condizione congenita. Una disgrazia inimmaginabile, che stronca la vita di un sedicenne, dal futuro radioso.

Russell non ci crede, non può essere vero. Piange per il suo amico inseparabile, non riesce a capacitarsi di quanto sia successo.  Per supportare la famiglia Barrs in quel momento critico, si mette a disposizione, svolgendo tutte le mansioni che spettavano a Kelchey. Ma questo non basta, lui stesso si rende conto che il suo migliore amico merita di più. Una rabbia crescente inizia ad animare il sedicenne Westbrook. E’ l’inizio della metamorfosi.

 Per coronare il sogno suo e di Khelcey, Russell comincia a sfoderare una prestazione allucinante dietro l’altra. Sembra indemoniato. Quello che Barrs faceva sul campo, Westbrook lo riproduce, il tutto elevato al quadrato. Sembra di vedere 2 persone nel corpo di una sola, una mutazione stupefacente.

 Da lì, il resto è storia: l’approdo a UCLA, ad esaudire il loro desiderio comune, la scelta al Draft da parte di OKC con la quarta pick, il crescendo di stagione in stagione, fino alla definitiva consacrazione in questa Regular Season. Un cammino trionfale, che potrebbe concludersi con il premio MVP – Harden permettendo -. E chissà, magari in futuro con l’agognato titolo.

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E insieme al braccialetto con la sigla KB3 – portato ogni sera al polso in memoria di Khelcey -, Russell indossa anche un altro bracciale, con su la scritta “Why not?”. Questo negli anni è diventato il suo mantra. Un approccio, una visione che guida Russell fuori e dentro al campo, e lo rende incapace di arrendersi. Mosso non solo dalle sue ambizioni, ma anche dalla volontà di ricordare il suo migliore amico. Voglio che la gente sappia che Khelcey poteva essere il giocatore più forte del paese, e sarà sempre parte della mia vita”, queste le sue parole rilasciate anni fa. E ora, Russell mira al traguardo del suo amico fraterno, allo status di giocatore più forte di tutti. Non solo per se stesso, ma anche per Khelcey. E al di là dell’esito della sua battaglia personale, non possiamo che inchinarci davanti a Russell Westbrook.

Clint Dempsey: il mondo im-“perfetto”

Clint Dempsey: il mondo im-“perfetto”

Ha 34 anni, ed è uno dei più grandi giocatori della storia del calcio statunitense, il suo nome è Clint Dempsey. Molti se lo ricorderanno nella sua lunga e dignitosa carriera nella Premier, molti meno conosceranno la sua commovente e drammatica storia personale. Pochissimi, forse, hanno colto nel percorso di vita dell’ottimo centrocampista offensivo, l’insegnamento che nemmeno i protagonisti del mondo dorato sono esenti dal dolore, dal sacrificio e dalla ricerca di un equilibrio interiore che consenta di poter toccare la vetta.

Fin dai primi calci, è riconosciuta a Clint una particolare abilità con la palla, probabilmente ereditata alle origini europee (irlandesi), ma soprattutto il giovane è dotato di equilibrio, determinazione pur mantenendo un carattere mite e riservato. Tutti bollini verdi per un talento di razza.

La sua famiglia però è tutt’altro che agiata, e l’atipica maturità di un ragazzo pre-adolescente lo porta a rinunciare ai lunghi e costosi trasferimenti per lasciare che le risorse si concentrino sull’altro talento di famiglia: la sorella Jennifer.

La sorella, a soli 16 anni, è già un prospetto tennistico di primissimo livello, e Clint si cala perfettamente nel ruolo di primo tifoso; ma il destino spesso sa essere maledetto e beffardo. Jennifer muore per un aneurisma cerebrale senza che la sua stella possa illuminare nessun torneo del Grande Slam.

Da quel giorno però c’è una stella in più, nel cielo, che spinge il bomber americano a tagliare traguardi in serie: dai successi in patria alle prestazione da TOP tra Fulham e Tottenham, fino a portare con grande orgoglio la fascia di capitano della propria nazionale realizzando peraltro uno dei goal più veloci della storia di un mondiale. Ed è verso quella stella che le dita si rivolgono dopo ogni segnatura.

Quando esiste questo livello di drammaticità, quando ci sono dolori così profondi, non esiste un vero e proprio lieto fine. Però esistono degli insegnamenti importanti: non esiste il mondo incantato, è un mondo pieno di prove da superare e salti di qualità da ricercare, soprattutto a livello personale. Fortunatamente non sono sempre difficoltà così devastanti, ma ne esistono diverse e che possono essere provanti e apparentemente insuperabili; ecco, per quanto piccolo,  è necessario che ogni ostacolo vada affrontato con serietà, determinazione ed impegno. E grande forza interiore, perché se non si dovesse diventare grandi calciatori, si diventerà quantomeno uomini degni di ammirazione e rispetto.

Ed infine, magari, prendiamo anche riferimenti positivi nel nostro percorso. Come Dempsey, ad esempio.

Colpi di testa e malattie del cervello: la ricerca va avanti

Colpi di testa e malattie del cervello: la ricerca va avanti

Colpi di testa e malattie del cervello: un tema già trattato sul nostro portale, che oggi si arricchisce di nuovi dati e studi.

Alcuni scienziati del Regno Unito, infatti, a quanto pare i più attenti in materia, hanno effettuato prove sperimentali che portano sempre di più a pensare come colpire la palla di testa ripetutamente durante la carriera professionale di un calciatore possa condurre a danni cerebrali a lungo termine.

La ricerca giunge al termine dello studio di approfonditi dati riguardanti il fatto che proprio quei giocatori che durante la propria carriera sono stati più volte a contatto con i colpi di testa sono poi i più inclini a sviluppare la demenza negli anni della propria vecchiaia.

La Football Association afferma di voler tutelare la salute dei propri atleti e che presto osserverà la vicenda con molta scrupolosità. Gli stessi esperti, poi, hanno affermato che per i giocatori amatoriali è pressoché improbabile incorrere in problemi di salute. Il danno, infatti, sta nella ripetizione quotidiana dell’azione del colpo di testa.

Alba Astle, figlia dell’ex Inghilterra e West Brom attaccante Jeff Astle, morto a 59 anni ed affetto da un precoce caso di demenza, ha detto che era “assolutamente ovvio che [la sua demenza] fosse legata alla sua carriera calcistica”.

L’inchiesta sulla morte di Astle, nel 2002, ha rilevato che i ripetuti colpi di testa effettuati con i pesanti palloni di cuoio di un tempo avevano contribuito a traumi al cervello.

Ms Astle ha dichiarato alla BBC Radio: “A seguito dell’inchiesta sulla morte di mio padre, il mondo del  calcio ha provato a spazzare via il caso nascondendolo sotto un tappeto, come si fa con la polvere che non si vuole guardare e poi togliere. Nessuno vorrebbe sapere che il calcio possa essere un ‘assassino’ ma, purtroppo, lo è… o, almeno, lo può essere“.

Alba Astle ha poi proseguito affermando che suo padre, all’età di 55 anni, era fisicamente molto in forma quando è andato dal medico, il quale poi  ha diagnosticato la precoce insorgenza di demenza.

Quest’ultimo “non sapeva nemmeno che mio papà avesse fatto il calciatore. Sono triste: tutto ciò che il calcio ha dato a mio padre, poi glielo ha portato via”.

Giungiamo, dunque, ai nuovi studi effettuati.

I ricercatori dell’University College di Londra e della Cardiff University hanno esaminato il cervello di cinque ex calciatori professionisti ed un dilettante. Tutti quanti avevano giocato a calcio per una media di 26 anni e tutti e sei hanno sviluppato casi di demenza dopo aver passato i 60 anni.

Durante l’esecuzione di esami post mortem, gli scienziati hanno trovato segni di lesioni cerebrali, chiamati encefalopatia traumatica cronica (ETC), in quattro casi. L’ETC è stata collegata a perdita di memoria, depressione e  demenza ed è stata riscontrata pure in altri sport di contatto.

Il prof. Huw Morris, della University College di Londra, ha detto alla BBC: “Quando abbiamo esaminato il loro cervello durante l’autopsia abbiamo visto i tipi di cambiamenti che si vedono in ex-pugili, i cambiamenti che sono spesso associati con lesioni cerebrali ripetute, che sono conosciute come ETC”.

Quindi, in realtà, per la prima volta in una serie di calciatori, abbiamo dimostrato che ci sono prove che la lesione alla testa si è verificata nella prima metà della loro vita e che ciò ha presumibilmente un certo impatto sul loro sviluppo di demenza“.

Nello studio, pubblicato sulla rivista Acta Neuropathologica, gli autori del rapporto mettono in chiaro che non hanno analizzato i rischi della suddetta malattia nei casi di bambini. Ma la scienza è tutt’altro che chiara. Ogni cervello ha anche mostrato segni della malattia di Alzheimer e alcuni avevano dei cambiamenti nei vasi sanguigni che possono anche causare la demenza.

I ricercatori ipotizzano che si possa trattare di una combinazione di fattori ad aver contribuito alla demenza in questi giocatori; tuttavia, gli studiosi riconoscono che la loro ricerca non può dimostrare in via definitiva un legame tra il calcio e la demenza e chiedono l’apertura di grandi e più approfonditi studi per preservare la salute del cervello dei calciatori.

Il dott. David Reynolds, dell’organizzazione Alzheimer Research UK, ha detto: “Le cause di demenza sono diverse ed è probabile che la condizione sia causata da una combinazione di fattori quali età, stile di vita e fattori genetici. Sono necessarie ulteriori ricerche per far luce su come, ad esempio, lo stile di vita di un atleta possa alterare il rischio di demenza”.

Un certo numero di casi precedenti, che coinvolgono ex pugili e calciatori americani, ha suggerito che i colpi ripetuti possono effettivamente causare danni al cervello di lunga durata e progressiva. Fino ad ora, però, ci sono stati solo pochi casi clinici dei singoli calciatori con ETC nel Regno Unito e l’entità del problema è ancora sconosciuta.

La Football Association, intanto, ha accolto con favore lo studio e ha detto che la ricerca è stata particolarmente importante per poter arrivare a scoprire poi definitivamente se la malattia degenerativa del cervello è più comune negli ex-calciatori.

Il dott. Charlotte Cowie, della FA, ha concluso: “La FA è determinata a sostenere questa ricerca ed è anche impegnata a garantire che qualsiasi processo di ricerca sia indipendente, robusto e completo, in modo che quando i risultati emergeranno, tutti potranno essere convinti e fiduciosi che si sia svolto un lavoro del tutto trasparente e senza ingerenze di alcun tipo”.

 

Addio Maestro: se ne va Primo Zanzani, tecnico sopraffino delle due ruote

Addio Maestro: se ne va Primo Zanzani, tecnico sopraffino delle due ruote

Se n’è andato Primo Zanzani, un pezzo di storia del motociclismo nostrano. Novantaquattro anni vissuti all’insegna dei motori. Da giovane tecnico di aeroplani nella Forlì degli anni 30, più tardi elaboratore di propulsori a due e quattro tempi nella Pesaro che l’ha accolto e consacrato. Soprattutto nel reparto corse della MotoBi, la casa nata da una costola della Benelli che con le sue moto da competizione derivate dalla serie, ricordate per il profilo ‘a uovo’ dei cilindri, fece mambassa di vittorie negli anni 60. Da pilota, un Motogiro d’Italia vinto nel 1954. Da meccanico, oltre mille successi e una schiera di giovani tecnici, suoi allievi, ‘allevati’ e lanciati verso il motomondiale. Come Franco Dionigi, ex scudiero di Graziano Rossi, papà di Valentino. Come Giancarlo Cecchini, iridato con Andrea Dovizioso.

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Zanzani l’ho conosciuto nel maggio del 2014 per un’intervista pubblicata da Retro & Classic Bike Enthusiast (Australia), Classic en Retro (Olanda), Ferro (Italia), Moto Storiche e d’Epoca (idem), oltre che nel libro Cafe Racers (Nada Editore). Tanto per far capire quanto interessava la sua storia, fuori e dentro lo Stivale.

Zanzani mi mostrò i progetti delle sue leggendarie MotoBi, oggi replicate dai figli alle porte di Pesaro e finite un po’ in tutto il globo, Giappone incluso. Mi mostrò il trofeo vinto a Daytona nel 1962, quando il suo team riuscì a battere le Honda quattro cilindri contro ogni pronostico. L’italiano burbero e taciturno che sconfigge il gigante giapponese. Una gara epica. Colonna sonora ideale, la Cavalcata delle Valchirie.

Zanzani, prima di conoscerlo, l’avevo sentito nominare. Tante, tante volte. Perché sembra che in un certo periodo, in una certa zona, chi avesse certe ambizioni sportive potesse chiamare solo lui per raggiungerle. Anni 60 e 70, la Romagna e le Marche settentrionali. La ‘culla’ delle due ruote, dove nascono prototipi e campioni. Conosciuta in tutto il mondo.

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Di lui mi parlò Giancarlo Morbidelli, l’audace imprenditore che con i suoi prototipi artigianali vinse quattro titoli mondiali fra il 1975 e il 1977, in due classi. Me ne parlò Guido Mancini, l’uomo che ha fatto esordire talenti del calibro di Loris Capirossi, Valentino Rossi e Romano Fenati. Me ne parlò Mario Lega, campione del mondo nel ’77, che oggi ricorda il ‘rito del riscaldamento’: «Tutte le MotoBi in formazione, a spina di pesce, nere, di tutte le cilindrate. Zanzani le faceva mettere in moto tutte insieme e dirigeva l’orchestra in una fantastica alternanza di rombi, un monito deterrente per tutti gli avversari: una vera corazzata».

 

Zanzani, una vita in officina. Una forte gelosia per le sue conquiste tecniche. Si dice che avesse creato un marchingegno per distruggere i componenti creati, per evitare che qualcuno li potesse vedere, copiare, rubare.

Zanzani, la meccanica come arte, lo sport come stile di vita. Zanzani, le competizioni nel sangue. Quando gli chiesi com’era la sua giornata tipo, rispose senza pensarci troppo: «Dormi, sogni, ti svegli, vai in officina e lavori finché non trovi un cavallo in più». Fatica? Sacrificio? No, affatto. «Mi sono sempre divertito. Ero affascinato dalle invenzioni e mi ci sono dedicato tutta la vita».