Quando l’addio di Lou Gehrig fece conoscere al mondo la SLA

Quando l’addio di Lou Gehrig fece conoscere al mondo la SLA

La sua è una storia molto triste, una di quelle storie che fa intuire, però, quanto lo sport sia più che un gioco, una vera e propria fede.

Lou Gehrig, nato a New York nel 1903, e’ stato il giocatore di baseball che tutti sognano di essere, collezionando statistiche e risultati tra i più gloriosi della storia del baseball. Risultati invidiabili resi possibili dalla sua dedizione per il baseball e per i suoi fan, dai quali traeva una forza e una determinazione senza pari. Nonostante questo, Lou condusse sempre una vita tranquilla e normalissima, senza storie eclatanti, rimanendo, in cuor suo, un semplice giocatore professionista, seppe incarnare alla perfezione lo spirito americano del tempo dimostrandosi un vero Yankee.

Sia i suoi compagni che i suoi avversari lo soprannominarono “The iron horse”, per via della sua straordinaria potenza e resistenza, otre che per la stazza: Lou, infatti, era alto oltre un metro e novanta. Nei New York Yankees stabilì diversi record, giocando ben 2130 partite consecutive, non saltando mai un solo match per 18 anni, nonostante le numerose fratture e contusioni subite durante le partite.

Incredibile, poi, è il numero delle occasioni difensive che eseguì, ben 22.857. Segnò nella sua carriera 493 home run, quarto assoluto nelle graduatorie dei grandi battitori di tutti i tempi, di cui la bellezza di 23 grand slam. Insieme a Babe Ruth formò una coppia leggendaria che diede filo da torcere a tutti i battitori della lega per anni.

Lou e Babe portarono gli Yankees sul tetto del baseball americano per anni.

La vita del cavallo di ferro non fu solo piena di record e di felici risultati sportivi: purtroppo, a Lou Gehrig venne diagnosticata una grave malattia, a quegli anni sconosciuta e senza cura ancora oggi, che minò la sua carriera ma soprattutto la sua salute, costringendolo a smettere di giocare.

Da quel momento in poi, la malattia che lo colpì prese il nome di “morbo di Gehrig”, oggi più conosciuta come SLA “sclerosi laterale amiotrofica”, che affligge 6000 persone in Italia, con un incremento annuale di circa 1500 soggetti.

Il 4 luglio 1939, quando ormai il terribile morbo aveva già fatto il suo corso, venne proclamato il “Lou Gehrig day” ed egli entrò per l’ultima volta nello Yankee Stadium per dare l’addio alla folla che tanto lo aveva acclamato, applaudito e amato.

In 60.000 erano presenti all’evento, compresi il sindaco e le maggiori autorità. Da un lato del diamante, erano schierati i suoi compagni di squadra al completo, sull’altro tutti i vecchi “Yankees” ancora in vita. Venne commemorata la sua incredibile figura, i suoi records e le sue grandi gesta. Quando fu invitato a parlare al microfono salutò e ringraziò il pubblico ed i compagni concludendo con una frase che rimase scolpita a fuoco nei ricordi dei presenti e non solo: “Sebbene io abbia avuto il duro colpo dalla sorte, mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della terra. Ho avuto i migliori genitori e la moglie più perfetta che possa toccare ad un uomo. Ho giocato nella più bella squadra e sotto i due più grandi manager che siano esistiti nel nostro sport. Ringrazio tutti perché ho avuto molto di cui vivere.”

Due anni dopo morì coraggiosamente all’età di 37 anni con la dignità che lo aveva sempre contraddistinto, lasciando dietro di sè il più nobile ricordo che uno sportivo abbia mai lasciato. Come grande tributo nei suoi confronti, venne ritirata la casacca numero 4 che per tanti anni aveva indossato con onore, entrando poco dopo di diritto nella Hall of Fame.

La morte di Lou Gehrig , in quanto giocatore famoso dell’MLB, portò l’opinione pubblica ed i media a far maggiormente luce su questa terribile malattia, all’ora completamente sconosciuta, aiutando così la ricerca e incrementando il sostegno nei riguardi degli sfortunati da essa colpiti.

Nel corso degli anni, sono stati tanti gli sportivi scomparsi a causa della SLA, in tutto il mondo. Ma, grazie a Lou, il mondo ha imparato a conoscerla e combatterla e sono sempre di più le associazioni che si occupano di sostenere e aiutare le persone che sono costrette ad affrontare questo terribile male.

La storia del cavallo d’acciaio ci insegna che lo sport unisce e può fungere da strumento di coesione tra la gente; grazie allo sport persone come Lou non verranno mai dimenticate. Esiste una grande dignità nell’affrontare la malattia nel modo giusto e accettarne le conseguenze: questo è un insegnamento per il quale saremo sempre grati al gigante americano. Perchè morire non vuol dire sempre cadere. Può voler dire diffondere ciò che siamo stati, per sempre.

FOTO: sports.mearsonlineauctions.com

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Per cucire il filo di una memoria basta un Ago: l’ultimo saluto di Agostino Di Bartolomei

Per cucire il filo di una memoria basta un Ago: l’ultimo saluto di Agostino Di Bartolomei

Agostino di Bartolomei. Una storia difficile da capire. La fine ha un inizio: 30 maggio 1984. Stadio Olimpico. Finale di Coppa dei Campioni. Roma-Liverpool finisce 1-1. Si va ai calci di rigore. Il primo è degli inglesi. Sbagliato. Ora serve coraggio. Tutti aspettano il “divino” ma Falcao, sul dischetto non si presenterà mai. E allora ci va Agostino Di Bartolomei. Il capitano non si tira indietro: il destro è violentissimo. Gol. 2-1. La Roma, in quel preciso e unico momento, è in vantaggio. L’epilogo è noto. Un finale che cambia storia e vita. Agostino Di Bartolomei vince la Coppa Italia e poi lascia fascia di capitano e città, destinazione Milano. Motivo? Incomprensioni con la società.

Il 14 ottobre 1984 gioca e segna a San Siro. Con la squadra “sbagliata”. Ed esulta con la rabbia di un amante tradito. Il 24 febbraio del 1985 torna a Roma. Fischiato. Un ultimo strappo. Lacerante. A Roma lascia il cuore. E non ci tornerà più. Va a Cesena, chiude a Salerno dove sceglie di vivere. Appesi gli scarpini al chiodo, ha due progetti: una “scuola calcio” nel senso pieno del termine, e tornare a Roma. Entrambi sono difficili da concretizzare. Castellabbate è una realtà complicata e i progetti stentano a decollare. Il silenzio assordante ferisce e tormenta.

Di Bartolomei è dimenticato. L’errore è di chi non lo capisce, o di chi non si adegua? Il calcio lo ama, ma non lo comprende. Lo stima, ma non lo accetta. Del resto Di Bartolomei è silenzioso, riflessivo, profondo, colto. Ama politica, arte e filosofia. É lontanissimo dallo “status quo” del calciatore. É però un raro esempio di lealtà e correttezza. Una pietra miliare dell’idea di gioco pulito. Rispettoso di avversari, arbitri, disciplina e regole. In una parola: educato. Vuole trasmettere ai giovani serietà, senso del dovere, responsabilità. Insegnare che è meglio cercare i lati buoni, piuttosto che odiare. L’idea e i valori sono espressi attraverso disegni, scritti, progetti. Il figlio Luca li racchiude in un libro: Il Manuale del calcio”. Bellissimo. Leggerlo aiuta a capire chi sia Agostino Di Bartolomei.

Più difficile, invece, cogliere il senso di quel giorno. Quel 30 maggio del 1994 si toglie la vita. Nel giorno in cui il rimpianto si mescola al dolore. Un colpo secco. Un rumore sordo. Un tonfo. Qualcosa non ha funzionato. Cosa? Inutile cercare risposte che nessuno è in grado di fornire. Meglio cercare i lati buoni. Ed è significativo che il ricordo di Agostino sia vivido in chi non ha avuto tempo e fortuna di viverlo. La sua parabola abbraccia e lega Roma e la Roma. Di Bartolomei il Capitano. Un eroe tragico. Forse per questo, destinato a non  invecchiare mai. Ha ragione, Luca, suo figlio. Per cucire il filo di una memoria, basta un Ago.

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Sperava in Guardiola tra le vittime di Manchester. La stupidità al tempo dei social media

Sperava in Guardiola tra le vittime di Manchester. La stupidità al tempo dei social media

Prima dell’avvento dei Social media la stupidità era ghettizzata e circoscritta nei bar, dove il “matto” del paese era ben riconoscibile, conosciuto da tutti e quasi ci si affezionava e gli si voleva bene.

L’avvento dei social ha permesso a troppi di parlare, lasciando spazio a questa insanità mentale, a questa stupidità, di propagarsi ed estendersi a macchia d’olio andando a toccare in pochi secondi anche i posti più lontani dall’epicentro.

Ed ecco allora che tra Facebook e Twitter, con il secondo che è un vero è proprio concentrato di assenza di senno in 140 caratteri, senza nessun tipo di filtro, le persone esternano i loro vuoti pensieri inopportuni sulle tematiche del momento, top trends per quelli bravi.

Eccoci allora giunti alla storia di Jorge Larios, cittadino honduregno, che nel delicatissimo momento post attentato a Manchester, dove hanno perso la vita tanti innocenti bambini, ha “pensato” bene di twittare: “Che delusione, fra i 20 morti di Manchester non c’è Guardiola!”. E poi ha aggiunto: “E il peggio è che non ci sia nemmeno un catalano morto”.

Un’uscita macabra, fuori di testa, di qualcuno che evidentemente non ha nessun punto di contatto o percezione della realtà che lo circonda. Senza contare, nota a margine, che la moglie di Guardiola insieme alle due figlie erano proprio al concerto di Ariana Grande, teatro della tragedia, ed hanno veramente passato attimi di terrore.  L’associazione dei giuristi catalani Drets ha denunciato Larios per “incitazione all’odio e alla violenza” e l’account di Twitter è stato cancellato chiudendogli, purtroppo solo temporaneamente, la bocca.

Ciao Nicky, il ragazzo normale che diventò Campione del Mondo

Ciao Nicky, il ragazzo normale che diventò Campione del Mondo

Nicky Hayden ci ha lasciato. Lo ha fatto a 35 anni. In silenzio, probabilmente col sorriso sulle labbra come aveva abituato tutti a vederlo. Kentucky Kid, il ragazzo del Kentucky come veniva soprannominato, ha insegnato al mondo del motociclismo che per vincere non bisogna essere un fenomeno; si può diventare Campione del Mondo anche col lavoro minuzioso e costante, credendoci fino in fondo e non mollando mai.

Nicky, a dir la verità noi italiani un po’ ti abbiamo odiato nel 2006 ma di un odio di quelli belli che ti fanno sentire di aver fatto qualcosa di incredibile e anche per questo rimarrai nei cuori di tutti. Sei stato colui che ha strappato il Mondiale a Valentino Rossi, ma lo hai fatto con tutta la sportività e l’umiltà che il mondo ti ha donato. E quasi quasi, in quel 2006 che portava con sé “Seven Nation Army”, siamo stati felici per la tua grande conquista. “La fortuna è buona con chi è buono” dichiarasti subito dopo Valencia. Una frase magnifica che racchiudeva l’essenza del tuo essere. Avevi la faccia del bravo ragazzo di quelli che è impossibile volere male e quando abbassavi la visiera diventavi un “bastardo dall’animo leale”. Honda e Ducati ti hanno stimato, il paddock del motomondiale ti ha ammirato. Anche derapando via ci hai lasciato un insegnamento: le piste una sbavatura te la concedono, la vita no non è tanto benevola. Il motorsport ha perso tanti gladiatori ed ognuno di questi ha impresso a fuoco nella mente degli appassionati un qualcosa che lo caratterizzava. Di Hayden ci resterà il suo “69” sui capeggiava un pizzetto da classico ragazzo americano con stampato un sorriso che significava sincerità. Spiegarsi il perché la vita giri così è difficile, quasi impossibile. Cercare una risposta ad un fato beffardo diventa un tormento che brucia l’animo e lascia senza voce. Su due ruote sei nato, cresciuto, diventato una leggenda ed un idolo. Due ruote senza motore ti hanno tolto tutto, ma non l’amore e la gioia che ti ha visto in pista proverà ricordando il tuo nome. Ciao Nicky, buona corsa!

Jock Stein: il tragico destino del minatore che salì sul tetto d’Europa

Jock Stein: il tragico destino del minatore che salì sul tetto d’Europa

La storia di John “Jock” Stein inizia nel lontano 1922 a Burnbank, nel Lanarkshire, contea scozzese che ha dato i natali ad altri due grandi tecnici, Matt Busby e Bill Shankly, che hanno fatto la storia rispettivamente di Manchester United e Liverpool.

Jock passa la giovinezza alternando la professione di minatore a quella di calciatore dilettante, infatti per lui il calcio è solamente un hobby, vuole staccare dal lavoro e in più riesce anche ad arrotondare lo stipendio. Inizia nella formazione giovanile del Blantyre Victoria, per poi passare nella prima squadra dell’Albion Rovers, in seconda divisione, con un contratto part-time. Continua a lavorare come minatore fino al 1947, anno in cui l’Albion vince il campionato, e offre a Stein un contratto a tempo pieno. La permanenza in Prima divisione però dura solo un anno, infatti la squadra retrocede concedendo ben 105 gol e vincendo solamente 3 partite. E’ tempo di cambiare, e Jock quasi casualmente, risponde ad un annuncio del Llanelli FC, squadra gallese, apparso su un quotidiano, che recita Cercasi calciatore dalle comprovate abilità tecniche. Retribuzione commisurata alle abilità del giocatore”. Per la prima volta in carriera è un calciatore professionista a tutti gli effetti, con un contratto che gli garantisce 12 sterline a settimana.

Jock Stein Player Celtic FC

Dopo una stagione in Galles, la squadra è sull’orlo della bancarotta, e Jock vorrebbe ritirarsi, a soli 29 anni. Inaspettatamente però arriva la chiamata del Celtic, squadra di punta del campionato scozzese, e ovviamente Stein non può e non vuole rifiutare una tale opportunità.

Inizialmente ingaggiato per la squadra riserve, una serie di infortuni lo catapultano tra i titolari: non verrà più sostituito, diventando in poco tempo capitano. E’ uno dei fautori della rinascita del Celtic, che strappa nel 53-54 il campionato agli odiati cugini dei Rangers, fino a quel punto padroni assoluti della prima divisione scozzese. Nel ‘55 però, è costretto a dire addio al calcio giocato, riportando, proprio in un Old Firm la rottura della caviglia.

Ma le pagine più importanti della vita di Stein devono ancora essere scritte, perché da allenatore raccoglierà molti più successi. L’anno successivo al ritiro, infatti, si accomoda già sulla panchina della squadra riserve del Celtic, dove rimane per cinque anni. La rottura arriva quando Jimmy McGrory, allenatore della prima squadra, annuncia il ritiro; Stein pensa che il posto vacante debba essere suo, ma il presidente non è dello stesso avviso, decisione che convince l’allenatore di Burnbank ad accettare la proposta del Dunfermline. Qui in tre anni riesce ad alzare la Coppa di Scozia, unico trofeo della storia del Dunfermline, quindi si sposta ad Edimburgo per allenare l’Hibernians. Nella capitale, però, Stein rimane appena 4 mesi, perché a gennaio del 1965, il Celtic torna sui suoi passi, offrendogli la panchina della prima squadra. Mai scelta si rivelò più giusta. In pochissimo tempo il calcio offensivo di Stein inizia a dare i suoi frutti, e la squadra risale la classifica terminando ottava.

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Stein ha però gettato le basi per una squadra talentuosa e vincente, composta quasi interamente da giovani del vivaio, fra i quali spiccano Billy McNeill e Jimmy Johnstone. Alla prima stagione completa sulla panchina del Celtic riporta sulla sponda cattolica di Glasgow il campionato che mancava da ormai ben 11 stagioni. L’anno dopo si ripete, ma da sfoggio della qualità della propria squadra soprattutto in Coppa Campioni.

Il Celtic gioca un calcio offensivo, spregiudicato, moderno. E’ il gioco l’arma principale della squadra di Stein, un gioco che riesce ad esaltare la qualità dei suoi interpreti e che sorprende la maggior parte degli avversari, abituati allo stile di gioco fisico e poco propositivo delle squadre britanniche.

Nei primi due turni della competizione si sbarazza agevolmente di Zurigo e Nantes, incontra ai quarti il Vojvodina, che batte non senza qualche difficoltà, approdando però in semifinale contro il Dukla Praga. Una pura formalità. Le porte della prima finale europea si spalancano. Ad attenderli, però, c’è la Grande Inter di Helenio Herrera. A Lisbona la gara sembra mettersi nel peggiore dei modi, con i Nerazzurri che vanno in vantaggio con Mazzola su rigore al 6° minuto di gioco. I ragazzi di Stein non mollano, e riprendono a costruire la loro trama di gioco, attaccando con criterio; al sessantesimo Gemmel pareggia, e a 10 minuti dalla fine, Chalmers ribalta il risultato: il Celtic è campione d’Europa. E’ la prima squadra Britannica ad ottenere questo risultato.

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Gli anni successivi vedono i Bhoys biancoverdi confermarsi ad altissimi livelli, vincendo ben nove campionati di fila, 8 Coppe di Scozia e 6 Coppe di Lega, e sfiorando un’altra vittoria in Coppa Campioni nel 1970, venendo sconfitta dal Feyenoord. Nel 1978, dopo 13 anni conditi da 25 trofei, Stein decide di lasciare il Celtic, cedendo il posto all’ex capitano Billy McNeill, accettando la proposta del Leeds United. L’avventura inglese dura appena 7 settimane, perché la Federazione Scozzese gli offre la scottante panchina della nazionale, Jock non può rifiutare nemmeno questa volta.

Guida la Scozia al Mondiale ‘82, ma il vero, l’ennesimo, miracolo, lo compie nel 1985, riuscendo a qualificare una nazionale data per spacciata, al Mondiale messicano dell’anno successivo.

La partita decisiva si gioca a Cardiff, contro un sorprendente Galles, che si contende con la Scozia un posto per lo spareggio d’accesso al Mondiale. La squadra di Stein ha 2 risultati su 3 per poter accedere allo spareggio, ma dopo 13 minuti è già sotto. La partita è infuocata, e lo stadio stracolmo, ci sono 10.000 tifosi scozzesi a supportare la nazionale. A 10 minuti dal termine, viene fischiato un rigore per la Scozia, sul dischetto si presente l’ala dei Rangers Davie Cooper, che trasforma.

Tutti a fine gara festeggiano, tifosi, giocatori, staff tecnico, ad un tratto però cala il silenzio, Stein si accascia al suolo; si capisce chiaramente che è qualcosa di grave, viene portato fuori dall’impianto, ma ormai è troppo tardi. Un infarto si è portato via il più grande allenatore della storia del Celtic e uno dei più grandi allenatori scozzesi di sempre.

La panchina della nazionale verrà affidata al suo vice, un certo Alex Ferguson, che ha sempre ringraziato John “Jock” Stein per tutto ciò che gli ha insegnato.

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