Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles nasce nel 1942 a Collyhurst, sobborgo operaio di Manchester, dove la criminalità detta legge, un luogo in cui bisogna crescere in fretta, l’unico svago che hanno i ragazzini è il pallone. Infatti non è un caso che due dei più fulgidi talenti di questa generazione nascano qui. Nelle partitelle che si fanno in strada ci sono due ragazzini da tenere d’occhio, uno è il piccolo Nobby, l’altro è Stan, Stan Bowles, e della sua storia abbiamo già parlato.

Molti potrebbero pensare ad un grande talento dal dribbling sgusciante e dalla tecnica sopraffina, ma lo stile di gioco di Nobby rispecchia in pieno il quartiere dal quale proviene: operaio. Ha una tenacia fuori dal comune, rapido, aggressivo, capace di interventi al limite del codice penale, ma allo stesso tempo di far ripartire l’azione, e un particolare non da poco, i suoi avversari hanno il terrore di lui. Perché? Da bambino cadendo si rompe tutti i denti davanti, episodio che lo costringe a vivere con una dentiera, che però si toglie durante le partite, e ogni volta che apre bocca i suoi avversari, come spesso hanno dichiarato, rabbrividiscono. A questo si aggiunge la statura di appena 1.68 e una forte miopia, che lo costringe a giocare con le lenti a contatto. Insomma, in pochi avrebbero scommesso su un giocatore del genere, tutti tranne uno,  Matt Busby, manager per ben venticinque anni del Manchester United.

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Stiles entra subito nelle giovanili del club, e, a sorpresa Busby lo fa debuttare appena diciottenne contro il Bolton, nel 1960. Tutti avrebbero pensato che quella sarebbe stata una comparsata, un premio all’impegno profuso in allenamento, invece no. Sul ragazzo puntano molto.

Lo United, infatti, è reduce dal disastro aereo di Monaco, incidente che ha decimato la rosa a disposizione. Matt Busby vuole costruire attorno a lui la squadra che verrà, composta da tanti campioni, sorretti da un mediano infaticabile, che corre per dieci.

Tutto pian piano prende forma, ci sono grandi talenti, Bobby Charlton, ma in poco tempo arrivano anche altri grandi acquisti: su tutti Denis Law, e George Best, entrambi futuri palloni d’oro.

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I trofei, di conseguenza, non tardano ad arrivare, la FA Cup del 1963 è solo l’inizio; nella stagione 64-65 arriva il primo successo in campionato, e Stiles è ovviamente protagonista. Lo United si contende il titolo con il Leeds, e, clamorosamente, le due squadre arrivano all’ultima giornata a pari punti; per decretare un vincitore allora si ricorre al coefficiente tra gol fatti e subiti, classifica nella quale i Red Devils sono al primissimo posto. E’ il primo titolo che conta nella bacheca di Nobby.

Le sue ottime prestazioni fanno si che arrivi anche la prima convocazione in Nazionale, l’allora CT Alf Ramsey ha bisogno di lui per formare una nazionale vincente, che si appresta a disputare i Mondiali del ‘66 in casa.

Stiles diventa un perno insostituibile anche della nazionale dei Tre leoni, e arriva al Mondiale in splendida forma, Ramsey lo fa giocare in ogni partita. L’Inghilterra parte spedita, e supera prima l’Argentina ai quarti, poi il Portogallo di Eusebio, che viene marcato splendidamente proprio da Stiles, e poi, in finale, ha la meglio sulla Germania Ovest per 4-2.

Football world cup final 1966 England v West Germany (4-2) l to r.manager Sir Alf Ramsey, Bobby Moore and Nobby Stiles with world cup trophy after england's win

Ramsey, anni dopo, dichiarerà: “In quella squadra avevo cinque fuoriclasse, e Stiles era uno di quelli”.

L’anno dopo, da fresco campione del Mondo, vince con lo United nuovamente il campionato, ma è nella stagione 1967-68 che arriva il momento tanto atteso: la Coppa dei Campioni.

Infatti sono passati esattamente dieci anni dal disastro di Monaco, e la vittoria di una competizione tanto importante simboleggia la definitiva rinascita dello United, e la consacrazione a livello internazionale.

In finale si ripete il duello con la Pantera nera, Eusebio, che ha di nuovo la peggio contro l’infaticabile Nobby.

Da qui in poi la sua carriera però entra in fase discendente, come spesso capita ai medianacci come lui, ha subito tanti colpi, troppi forse, e il fisico inizia a non essere più come quello dei primi anni. Passa così nel 1971 al Middelsbrough, e nel 1973, a soli 31 anni decide di dire basta con il calcio giocato. Prova quindi l’avventura da allenatore-giocatore con il Preston North End, che dura appena quattro anni, poi vola in Canada, per allenare i Vancouver Whitecaps, e infine allena nella stagione 85-86 il West Brom, a fine anno però decide di non voler più sedere su nessun’altra panchina, visti gli scarsi risultati.

Tornerà al successo qualche anno dopo, però, allenando le giovanili dello United e formando quella che è conosciuta come la Classe del ‘92, la mitica generazione di ragazzi composta da Beckham, Giggs, Butt, Scholes e i fratelli Neville.

 

Special Olympics: la gioia azzurra ai Giochi Mondiali in Austria

Special Olympics: la gioia azzurra ai Giochi Mondiali in Austria

In principio
Giulia aveva difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei che tendevano ad isolarla, Mario, cresciuto in campagna in una famiglia di contadini, numerosa e semplice, non aveva mai avuto l’opportunità di viaggiare, Luisa credeva che non avrebbe più potuto coltivare la sua passione, Alessandro voleva a tutti i costi seguire la pista di suo fratello maggiore, istruttore di sci.
Eravamo partiti così, con alcuni esempi di vita, storie vere, fatte di coraggio e determinazione per raccontare i 34 atleti azzurri chiamati a rappresentare l’Italia ai Giochi Mondiali Invernali Special Olympics. Il grande evento che in Austria, dal 14 al 25 marzo, ha coinvolto 2700 atleti con e senza disabilità intellettiva, provenienti da ogni parte del mondo, uniti dalla profonda volontà di dimostrare che lo sport è uno straordinario mezzo in grado di generare inclusione e di anteporre alle differenti capacità il rispetto comune di ogni atleta, di ogni essere umano; dallo sport, alla vita. Ci sono riusciti.

I Giochi Mondiali in Austria e il valore della medaglia
Sotto gli occhi ammirati di 3.000 volontari, 1.100 coach, circa 20.000 spettatori in loco e milioni attraverso i canali televisivi di tutto il mondo, le gare hanno presentato in totale 9 discipline degli sport invernali: pattinaggio artistico (tradizionale e unificato), pattinaggio di velocità su ghiaccio, floorhockey (tradizionale e unificato), floorball (tradizionale e unificato), corsa con le racchette da neve, sci alpino, sci nordico, snowboard e stickshooting.

Gareggiando “con tutte le forze”, così come recita il giuramento dell’atleta Special Olympics, nello sci alpino, nel nordico, nella corsa con le racchette da neve e nello snowboard, gli azzurri sono rientrati in Italia con all’attivo 13 Ori, 9 Argenti e 14 Bronzi ma, al di là delle medaglie conquistate, c’è un traguardo, oltre i gradini di un podio, che è stato sicuramente tagliato. Si trova dentro ad ogni singolo atleta che, attraverso la partecipazione ad un evento di tale portata, ha preso piena coscienza delle proprie potenzialità, è cresciuto in autonomia, socialità ed apertura al mondo, un mondo sfaccettato, fatto di 106 colori, culture, tanti quanti erano i paesi partecipanti all’evento, uniti sotto un’unica bandiera, quella dell’inclusione.
Così, ai Giochi Mondiali in Austria come, a dire il vero, in ogni evento Special Olympics, è molto facile diventare spettatori di gesti altamente improbabili in altri contesti, non solo sportivi: c’è chi gioisce al traguardo all’unisono con l’avversario più vicino, non perché non comprenda il valore di una medaglia, ma perché sa che la sfida da vincere è, prima di tutto, con se stessi. C’è chi, durante la gara, si ferma per aiutare chi si trova in difficoltà e chi, nonostante le proprie difficoltà, vuole terminare ad ogni costo il suo percorso.

La corsa di Luciano
E’ successo in Austria, per esempio, a Luciano, atleta azzurro che nella finale dei 100 metri di corsa con le racchette da neve è finito a terra quasi subito perdendo l’attrezzatura. Nella caduta una ciaspola è scivolata via. Luciano si è rialzato subito, ha preso sottobraccio la ciaspola più vicina, guardandosi attorno, è corso per recuperare anche l’altra e poi non ha esitato a correre ancora, a piedi, verso il traguardo. Tutto il pubblico che era lì ricorderà quella gara, soprattutto per lui, quell’atleta azzurro alto e smilzo che ha raggiunto comunque il traguardo e lo ha fatto con il sorriso. Luciano al suo Mondiale ha perso l’attrezzatura, perdendo anche l’opportunità di classificarsi, ma non ha perso il sorriso e la tenacia, anzi ha dimostrato di essere diventato un uomo e un atleta.

In molti quel giorno, vedendolo, non hanno trattenuto le lacrime dalla commozione, compreso suo padre, che era lì a bordo pista: “L’immagine di Luciano che corre in solitaria, quando ormai gli altri atleti hanno tagliato il traguardo la ricorderò per sempre. Ringrazio tutti di cuore, organizzatori, tecnici e staff, per aver permesso a Luciano di raggiungere questo risultato. Sono un papà orgoglioso.”

Il cambiamento di prospettiva con la Unified Generation
C’è da aggiungere, se vogliamo, un’altra considerazione che, rimanendo in ambito sportivo, potremmo chiamare “il rovescio della medaglia”
Tim Shriver, Presidente di Special Olympics International, in Austria ha ribadito: «Non siamo noi ad accettare queste persone nel nostro mondo, sono piuttosto loro che lasciano noi entrare nel loro universo regalandoci qualcosa di unico. Basta una sola visita ad una gara di Special Olympics, per appassionarsi. È sufficiente scambiare qualche parola con questi atleti, allenarsi con loro per cambiare il mondo». Ecco allora che, a ben guardare, gli agenti principali del cambiamento, del processo di integrazione e di inclusione nella società, sono proprio le persone cosiddette “normodotate” che scelgono di mettersi in gioco per abbattere barriere e pregiudizi di sorta. Le persone con disabilità intellettiva, dal canto loro, tendenzialmente sono già incluse, pronte come sono ad entrare in una squadra sportiva unificata, a mettersi in gioco con spontaneità ed apertura.

A tal proposito, parallelamente ai Giochi Mondiali Invernali, in Austria si è tenuto il “ Generation Unified Summit” che ha riunito giovani atleti e partner provenienti da tutto il mondo. Per l’Italia Paolo Aquilio e Matteo Gioia dall’Aquila hanno testimoniato come la loro amicizia, nata grazie alla stessa passione per la pallacanestro, ha poi finito per coinvolgerli nella quotidianità, rendendoli essi stessi primi promotori del cambiamento sul loro territorio.

Alla fine dei Giochi, il lieto fine
Giulia aveva difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei, oggi torna a casa con una medaglia di bronzo nello sci alpino e una copiosa collezione di spillette che ha scambiato con gli atleti di tante nazionalità diverse. Mario, cresciuto in campagna in una famiglia di contadini, non aveva mai avuto l’opportunità di viaggiare, oggi torna a casa con un quarto posto nei 100 metri di corsa con le racchette da neve, e non vede l’ora di correre ancora.
Luisa, dopo un brutto incidente, temeva che non avrebbe più potuto coltivare la sua passione, oggi torna a casa con una medaglia d’oro nello slalom, sci alpino, ed un sorriso più grande di lei.
Alessandro voleva a tutti i costi seguire la pista di suo fratello maggiore, istruttore di sci, oggi è più vicino perché torna a casa con la medaglia d’oro nel Super G.
E poi ancora, c’è Daniele che, tra la sue principali virtù, possiede il desiderio continuo di mettersi alla prova, oggi torna a casa con la medaglia d’oro nello sport invernale forse più impegnativo: lo snowboard.

E Luciano? L’atleta azzurro alto e smilzo, oggi continua ad usare la sua arma vincente, il suo sorriso, in un bar di Lucca dove lavora dietro al bancone. Naturalmente continua ad allenarsi e sogna un’altra opportunità.

Nel 2019 in Medio Oriente
Il prossimo evento internazionale, che vedrà anche la partecipazione di una Delegazione Italiana, sarà in occasione dei Giochi Mondiali Estivi Special Olympics che si terranno ad Abu Dhabi, dal 14 al 21 marzo 2019. Timothy Shriver, Presidente di Special Olympics, “Non esiste posto migliore o più forte di Abu Dhabi per invitare il mondo ad unirsi a celebrare lo sport, a celebrare le persone di tutte le culture e per dimostrare al mondo che le divisioni possono essere cancellate. Siamo entusiasti all’idea che siano di Special Olympics i primi Giochi Mondiali di questa di grandezza organizzati nel Medio Oriente del Pianeta”.

Grazie agli atleti del team Italia
Sci alpino: Chiara Anghileri, Peter Paul Blaas, Raffaele Boscolo, Michael Carollo, Giulia Colombi, Alessandro Dressadore, Francesco Dho, Michele Fedi, Simone Mollea, Luisa Polonia, Alice Pozzoni, Andreas Psaier.

Snowboard: Daniele Carlini, Stefania Moro.

Racchette da neve: Mauro Boscolo, Sergio Balbis, Marisa Carrozzo, Martina Casagrande, Gianluca Garzetti, Sara Grassi, Mario Maria Palmeri, Adrien Proust, Luciano Ragghianti, Annalisa Zemignan,

Sci di fondo: Paola Begliardo, Marco Casalini, Mauro Carissimi, Mirco Cavalli, Laura Giambrone, Tobia Kostner, Roberto Lolla, Valter Magatelli, Valentina Pettinacci, Matilde Zipoli.

Michael e Valentina, storie di italiani alle Olimpiadi speciali

Michael e Valentina, storie di italiani alle Olimpiadi speciali

L’obiettivo?Capire il senso più puro dello sport, quello che si pratica insieme ad amici, non avversari. Quello che ti fa esultare qualunque sia il risultato”. Michael Carollo ha 22 anni, è affetto da sindrome di Down e sarà il portabandiera azzurro ai prossimi Special Olympics in Austria. Il giovane atleta è stato “adottato” da La Ruota Internazionale, organizzazione no profit che da anni si impegna in progetti sociali in Italia e a livelli internazionale. Insieme a lui ci sarà Valentina Pettinacci, 36 anni, con una disabilità intellettiva dall’infanzia.

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Michael sarà il più giovane a partecipare alle Olympics: 2.700 atleti, 107 nazioni rappresentate, 3.000 volontari, 1.100 coach, oltre 20.000 biglietti venduti. L’evento animerà l’Austria in 3 differenti location: Graz, Schaladming-Rohrmoos e Ramsau. La cerimonia d’apertura è prevista per sabato 18 marzo, alle ore 19 allo stadio Planai. Le gare, da domenica 19 fino al 23 marzo, si articoleranno in 9 discipline sportive invernali, tra cui pattinaggio artistico, sci alpino, sci nordico, floorball, corse con le racchette da neve e snowboard.

L’Italia si presenta con una delegazione di 48 atleti.

Tutto è nato grazie ad una serata di beneficenza promossa dall’ambasciatore d’Austria presso la sua residenza – racconta Anna Maria Pollak, responsabile di La Ruota InternazionaleCi siamo attivate nella raccolta fondi, abbiamo conosciuto tanti giovani atleti dell’Associazione Special Olympics e le loro famiglie”. Il progetto è stato presentato anche a Roma, in una conferenza stampa convocata nella Sala della Lupa di Montecitorio.

Michael si è avvicinato allo sci per seguire la passione di famiglia: parteciperà alle gare nello sci alpino. Valentina, invece, si esibirà nello sci di fondo. Entrambi si allenano oltre 5 ore a settimana, e “grazie allo sport – continua Pollak – si mettono alla prova tutti i giorni, superano i limiti imposti dai loro problemi”.

È la prima volta che l’associazione La Ruota Internazionale si impegna in progetti simili: l’obiettivo è continuare a seguire con entusiasmo per “riuscire nell’impresa di aiutare ancora una volta ragazzi speciali”. Valentina e Michael sono emozionati: il debutto si avvicina e l’ansia cresce. Ci sono storie, però, in cui si vince sempre, al di là del risultato.

 

Russia 2018: negli stadi si potrà accedere solo ‘schedati’. Tessera del tifoso anche ai Mondiali?

Russia 2018: negli stadi si potrà accedere solo ‘schedati’. Tessera del tifoso anche ai Mondiali?

Novità imponente in vista della prossima Confederations Cup (prevista nell’estate che sta per arrivare) e, soprattutto, dei Campionati del Mondo di calcio del 2018 in Russia.

I tifosi potranno assistere alle partite all’interno degli impianti soltanto dopo aver ricevuto una ‘carta d’identità’ speciale.

Il motivo? Il governo del calcio mondiale vuole evitare che possano ripetersi eventi legati ai movimenti degli hooligans (un chiaro esempio dei quali accadde a Marsiglia, tra russi ed inglesi, durante Euro 2016).

Sarà proprio la Russia ad emettere le carte, che saranno necessarie per entrare negli stadi e che potranno essere utilizzate come un visto per entrare nel paese.

Quello di cui possiamo essere certi è che la manifestazione per la Coppa del Mondo del 2018 sarà una festa del calcio e in queste rassegne continentali non c’è posto per coloro che non sono qui per sostenere lo sport o promuovere il gioco corretto ed il divertimento“, ha sentenziato Colin Smith, direttore delle competizioni mondiali per la Fifa, in visita nel paese dell’Europa orientale nei giorni scorsi.

La Russia, peraltro, è stata sanzionata dalla stessa Fifa a causa delle violenze perpetrate dai propri fan durante Euro 2016 con una multa ed una squalifica (con sospensiva).

Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, intanto, sostiene di non essere “minimamente preoccupato” dalla minaccia di violenza negli stadi al torneo del prossimo anno.

Sarà, però, davvero questo il miglior modo per garantire la sicurezza durante una manifestazione sportiva, ovvero una schedatura in piena regola (ed indiscriminata) nei confronti di chiunque voglia assistere ad una semplice partita di calcio? Questa è la domanda che molti appassionati (e non) continuano a porsi dopo la decisione presa dal massimo organismo calcistico al mondo.

Il dubbio, legittimo, è che tutto possa concludersi con un ulteriore allontanamento dei tifosi dagli stadi; proprio come avvenuto in Italia con l’introduzione della Tessera del Tifoso. Un provvedimento che, secondo i promotori, (numeri alla mano) ha aiutato notevolmente a ridurre gli incidenti all’interno e nei pressi degli impianti.

Tutto giusto, se non fosse che il numero di disordini si è livellato verso il basso in modo imbarazzante anche (o, forse, sarebbe meglio dire soprattutto) poiché la gente, ormai, allo stadio ha deciso di non andarci proprio più.

Sarà così anche per la ‘Tessera del Tifoso mondiale’? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

La Brexit e il divieto per Messi e Neymar di giocare una finale di Champions

La Brexit e il divieto per Messi e Neymar di giocare una finale di Champions

Manca una settimana al ritorno degli ottavi di Champions League e a tenere banco sono le dichiarazioni del numero uno della UEFA, Aleksander Ceferin, che nel corso di un’intervista rilasciata al New York Times fa tremare i tifosi del Barcellona con una dichiarazione che ha spiazzato tutto il mondo calciofilo. Stando a quanto riferito dal quotidiano a stelle e strisce, Ceferin avrebbe paventato l’ipotesi secondo la quale anche in caso di raggiungimento della finale di Cardiff (Galles) il club catalano, che l’8 di marzo tenterà l’impresa di ribaltare il passivo di 4 reti subito dal PSG al Parco dei Principi, dovrà rinunciare a due terzi della MSN, trio d’attacco tutto sudamericano composto da Messi, Suarez e Neymar, e nello specifico all’argentino e al brasiliano. Il motivo di tale scenario è riconducibile ad un divieto che impedirebbe l’accesso nel Regno Unito per coloro che hanno procedimenti penali aperti. In tale disposizione rientrerebbero quindi anche la Pulce e l’asso brasiliano entrambi finiti nel mirino del fisco che ha aperto un processo a loro carico per evasione.

Ceferin, al riguardo, si è detto perplesso e ha sottolineato come, in caso venga confermata questa ipotesi, la UEFA in futuro potrebbe decidere di non disputare partite europee su quei territori. Ha continuato poi evidenziando come potrebbe sorgere un problema serio dovuto alla disparità di trattamento tra giocatori inglesi, liberi di viaggiare verso ogni latitudine del mondo, e gli altri che invece rischiano di essere rimbalzati alla frontiera britannica. Il numero uno del calcio europeo ha poi concluso che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente con l’effettività della Brexit. Partendo da questo, ha poi allargato il discorso alla politica di immigrazione di Trump negli Stati Uniti, assimilando le due situazioni e le conseguenze ad esse legate come ad esempio l’impossibilità di poter organizzare gli Europei nel Regno Unito o i Mondiali in America.

Per adesso si tratta solo di ipotesi ma esiste un precedente che potrebbe non far dormire sonni tranquilli ai supporter blaugrana: Serge Aurier, giocatore del PSG, non partì alla volta di Londra per la sfida contro l’Arsenal, avendo un procedimento penale aperto per aggressione ad un poliziotto.

Certo è che il Barcellona quest’anno ha già varcato il confine del Regno Unito in occasione della partita del girone di Champions contro il Manchester City vinta dagli inglesi per 3 a 1, ed entrambi i giocatori scesero regolarmente in campo. Stesso discorso varrebbe nel caso in cui, ribaltato il risultato dell’andata degli ottavi, i catalani dovessero incontrare nuovamente una squadra inglese come appunto il City, l’Arsenal (con un 5 a 1 da recuperare contro il Bayern Monaco) e il Leicester sconfitto 2 a 1 in terra spagnola dal Siviglia. Le parole di Ceferin quindi sembrano essere solo una provocazione.

Staremo a vedere.