Lev Yashin, storia dell’invincibile Ragno Nero

Lev Yashin, storia dell’invincibile Ragno Nero

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

Bolt arriva terzo ma vince lo stesso. E l’atletica si scopre “rosicona”

Bolt arriva terzo ma vince lo stesso. E l’atletica si scopre “rosicona”

Si può vincere arrivando terzi? Certo che si può. Anche perché non ci crediamo, Usain, che la tua Ultima Corsa si chiuda con una sconfitta. La notte di Londra celebra l’ultimo lampo di Bolt, che risplende su una medaglia di.. bronzo Su una medaglia. Va bene, il cronometro non ha sentimenti. Premia Justin Gatlin (9.92) davanti a Christian Coleman (9.94). Il giamaicano, soltanto bronzo in 9.95. Ma ha vinto. Eccome. Il tributo è tutto per lui.

Justin il guastafeste. Come ti sei permesso?

Just in Time per rovinare la festa. Vince Gatlin e rimane l’amarezza. Forte. Una delusione enorme. Talmente intensa da spingere il civilissimo pubblico inglese a fischiare un trentacinquenne che, comunque, se la a va a cercare portandosi l’indice all’altezza della bocca. Reazione comprensibile. Paradossale. Campione del mondo senza onore. Ha vinto la medaglia d’oro nel momento più sbagliato possibile. E, oltre ai fiori, si becca anche fischi. Macchiatosi, proprio a Londra, del reato di lesa maestà. Come si è permesso di vincere? Perchè questo eccesso di confidenza? In un impeto di pancia che non appartiene al mondo della atletica, si consuma un momento di rara antisportività. La gente abbandona gli spalti. Roba che non succede mai. Sembra calcio. Non lo è. Semplicemente, si va via, perché non c’è nessuna festa.

Usain, però, non perde il buonumore

Quantificare la delusione in nove secondi e novantacinque centesimi non è facile. Specialmente se arrivi a tre centesimi di secondo dalla vittoria più importante. Un anelito. Un soffio di fiato. Un attimo. Sarebbe bastato azzeccare la partenza. Il giamaicano,come sempre, scatta dai blocchi senza scioltezza e mantiene un passo rigido, quasi bloccato, sino agli ultimi trenta. Poi quattro cinque falcate da Bolt. Quanto basta per entrare in zona medaglia. Non sufficiente a centrare il gradino più altro del podio. Usain si amareggia, ma non come il pubblico. Capisce che la gente ha bisogno comunque di lui, anche se non ha vinto. E allora, in un gesto d’amore, non rinuncia al suo Show. Grazie, arrivederci. Alla staffetta. Perché c’è ancora una medaglia: quella della 4X100. Lì non si scappa. Festa solo rimandata, ma non importa. Faccelo ancora, l’arciere. Una volta sola…non puoi lasciarci così…

 

 

 

 

Ronaldo: Fenomeno, a tutti i costi

Ronaldo: Fenomeno, a tutti i costi

Sono le 14,30 del 12 luglio 1998. Parigi. Non un città qualsiasi, né una giornata qualsiasi. In quel pomeriggio si consuma un mistero che scuote le fondamenta del mondo del calcio. Ronaldo, il Fenomeno, il più forte giocatore del mondo sta per prendersi ciò che gli spetta: lo scettro iridato.

Alle 21 si gioca la finale. Francia – Brasile. Sudamericani favoritissimi. Se Ronaldo fa quello che può e deve, non c’è partita. Si parte, almeno, da 1-0 per i verdeoro.

Quel pomeriggio, però, accade qualcosa di strano. A poche ore dalla partenza per lo stadio, Ronaldo e Roberto Carlos riposano in camera. Il Fenomeno richiama l’attenzione del compagno. Suda, non controlla più il proprio corpo. Perde conoscenza. É riverso sul letto. Ha la bava alla bocca, quasi ingoiato la lingua. É privo di sensi. É caos. I giocatori e la security si precipitano in camera. Qualcuno urla “è morto”. Il ragazzo riprende conoscenza ma è trasportato d’urgenza all’ospedale. É sottoposto a tac, elettrocardiogramma, elettroencefalogramma. É dimesso alle 19.30 un’ora e mezza prima del calcio d’inizio…

Zagallo, il CT del  viene a conoscenza dell’accaduto. “Stavo riposando” dice. E non si è accorto di nulla? Di un albergo in fibrillazione come (forse) il cuore di Ronaldo? Il ragazzo non dovrebbe neanche avvicinarsi allo stadio.

Invece è inserito nella formazione titolare. Al posto di Edmundo, il cui nome è presente nelle distinte prepartita. E poi rimosso. Ronaldo non dovrebbe essere lì. É in condizioni pietose. Come i suoi compagni.

Il Brasile è sotto choc. La Francia vince facile 3-0, alza al cielo la Coppa del Mondo e, per la prima volta, la accompagna ai Campi Elisi. Epilogo amarissimo.

Perchè Ronaldo ha giocato? E, soprattutto, cosa è successo?

Nei giorni antecedenti la finale, Ronaldo accusa problemi alla caviglia. Fastidi che gli impediscono di allenarsi come dovrebbe. Rischia di saltare l’appuntamento più atteso. Sopratutto dalla Nike, sponsor tecnico della Seleçao. La multinazionale ha puntato fior di miliardi sull’astro nascente. Il nuovo Pelè, però, dovrebbe marcare visita e saltare la Finale di Francia 1998.

Sembra che la multinazionale faccia pressioni. E che abbia anche trovato la soluzione: se le analisi hanno dato esito negativo, il ragazzo DEVE, imperativo kantiano categorico, scendere in campo. La FIFA non batte ciglio. I medici neanche. Tutti complici. Ronaldo, Fenomeno a tutti i costi. In nome del Dio denaro. Anche se non è al massimo, anche se non sta bene. Lo show business non conosce regole, né deroghe. Suvvia signore e signori, non si può certo privare miliardi di telespettatori della presenza di Ronaldo…

Al termine del match, la stampa si scatena: ricamini più o meno barocchi. Si parla di crisi epilettica, cardiaca, respiratoria, di qualcosa legato all’abuso di farmaci.

La verità, forse, è nel referto ospedaliero. “Probabilmente stress”. Certamente, Ronaldo non poteva, né doveva giocare. L’immagine che resta impressa, è quella del “day after”. Del ritorno in Brasile. Il fotogramma di un ragazzo di appena 21 anni che barcolla e fatica a tenersi in piedi quando scende dall’aereo rappresenta la quintessenza di quanto le pressioni mediatiche e degli sponsor, ormai padroni del calcio, rendano il gioco poco pulito.

Ronaldo, avvinghiato al passamano della scaletta, è stravolto. Si aggrappa a quel poco d’anima che non gli è stata strappata via. Le immagini fanno il giro del mondo. Improvvisamente, ipocritamente, il calcio si scandalizza. Le dichiarazioni hanno il retrogusto di una gomma da masticare sfinita dai canini aguzzi dei Dracula che hanno prima preteso la presenza del ragazzo in campo, anche a costo di rischiare la vita, salvo poi scandalizzarsi.

Il 1998 è lo spartiacque. L’inizio della fine del Fenomeno. Nel 1998-1999, si romperà due volte il ginocchio. Prima il legamento, poi il tendine rotuleo. Infortuni generati da una muscolatura troppo imponente, per essere retta dall’articolazione. Diagnosi che fa addrizzare le orecchie. Din din, campanello, che rumore ha il sospetto che qualcuno abbia abusato giocato sporco sulle forze del ragazzo per renderlo “instancabile”? Ronaldo recupererà, ma non sarà più lo stesso. Il suo immenso talento è premiato nel 2002, quando trascina il Brasile al quinto titolo nel mondiale più truccato della storia.

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

Confederations Cup: tra soldi (tanti), proteste e paura inizia la competizione più inutile del mondo

Confederations Cup: tra soldi (tanti), proteste e paura inizia la competizione più inutile del mondo

Confederations Cup. Se proprio non potete scendere, allacciate le cinture e salite sulla giostra del torneo che celebra la sua decima e probabilmente ultima edizione. Si parte oggi, si chiude il 2 luglio: settimane di grande (?) calcio.  Si inizia con Russia (63esima nel ranking)-Nuova Zelanda (95esima) sotto l’occhio inflessibile della VAR.

Perché si gioca? E chi? Le stelle stanno a guardare. L’Argentina è riuscita a perdere due Cope America in tre anni. Tocca al Cile. L’Africa presenta il Camerun. L’America Centrale il Messico. Asia e Oceania le temibilissime Nuova Zelanda e Australia. L’Europa assalta la diligenza con Portogallo, Russia e Germania che però è in veste sperimentale. Risultato: assenti tutti i big tranne Ronaldo, che al Portogallo ci tiene. Non gli capita di vincere spesso in nazionale e un bis dopo l’Europeo sarebbe gradito anche in ottica Pallone d’Oro. Unico ostacolo: Draxler. Ecco, appunto. La corsa ad un trofeo infimo dal punto di vista tecnico è segnata.

La coppa, però, vale tantissimo sul piano economico. La FIFA è stata generosa, o forse vuole solo farsi perdonare il disturbo: ogni federazione riceverà un premio di partecipazione di 1,5 milione di euro. Il resto del montepremi invece è cosi suddiviso: 3,6 milioni di euro per il vincitore. 3,2 milioni di euro per l’altra finalista. Gloria (e soldi) anche per la “finalina” che assegna il terzo posto che vale  2,7 milioni di euro. Chi scende dal podio si consola con 2,2 milioni di euro.

Tanti soldi. Gli sponsor, del resto, non mancano: così come l’attore protagonista. É vero, prenderà un sacco di calci, ma è indispensabile.

Ecco “Krasava” il nuovo pallone prodotto dall’Adidas. Si presenta con un bel rosso, raffigurante un rubino. Ah, per la cronaca “Krasava” è intraducibile. Racchiude un concetto: l’elogio dettato dallo stupore. Quindi se siete in Russia e ci state leggendo, in primis, grazie. Poi se qualcuno vi dirà “Krasava” non prendetevela. Non vi hanno scambiato per un pallone. Anzi, probabilmente gli piacete.

I turisti saranno, del resto, in buona compagnia: i biglietti per i residenti in Russia hanno un prezzo minimo agevolato di 13 euro. Se il vostro tagliando “low cost” oscilla fra i 40 e i 60, consolatevi. Ai Mondiali costeranno il doppio. Oh, del resto, gli stadi andavano riempiti.

Ah, a proposito: ecco lo stadio Stadio Krestovskij, per gli amici più pigri, Zenit Arena. Ospiterà la gara inaugurale e la finale.

É uno degli impianti più costosi mai costruiti. Il preventivo di spese aggirava i 111 milioni, ma si sa, fra imprevisti e probabilità spesso il costo lievita. In questo caso ha sforato i nove zeri. Più di un miliardo di lire per uno stadio rivisto, corretto e corrotto. Una gestione discutibile: fra l’altro il comitato organizzatore ha dimenticato le distanze siderali fra le varie città che ospiteranno l’evento. E così, fra Confederations e Mondiali 2018, sono andati in fumo miliardi di euro per i trasporti che rischiano di costare il default alle città meno ricche che ospitano la kermesse. San Pietroburgo, Mosca, Kazan e Sochi sono salve. Il resto? Abbandonate a se stesse, anche perché il Governo ha cassato il piano di riforma della Alta Velocità sui Monti Urali.

Capitolo sicurezza: sembra che gli hooligans russi siano mooolto più mansueti fra le loro mura. Vuoi per le drastiche misure locali, vuoi perché impegnati a difenderle, quelle mura: la Russia è spesso scesa in piazza contro la demolizione delle case popolari.

Alle tensioni interne si aggiunge anche il rischio terrorismo: in campo 170 mila volontari pronti (più o meno) a tutto. Insomma, nonostante questa competizione abbia bisogno di un tasso alcolico superiore a quello tecnico dei protagonisti in campo per poter essere apprezzata, si gioca. E Madre Russia indosserà il vestito migliore. Putin non ama il calcio, ma ha parecchio a cuore la vetrina internazionale, E, sopratutto nello sport, la Russia ha bisogno di ritrovare credibilità e rifarsi il look, piuttosto rovinato dagli insuccessi negli sport di squadra e lo scandalo doping.