Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

Confederations Cup: tra soldi (tanti), proteste e paura inizia la competizione più inutile del mondo

Confederations Cup: tra soldi (tanti), proteste e paura inizia la competizione più inutile del mondo

Confederations Cup. Se proprio non potete scendere, allacciate le cinture e salite sulla giostra del torneo che celebra la sua decima e probabilmente ultima edizione. Si parte oggi, si chiude il 2 luglio: settimane di grande (?) calcio.  Si inizia con Russia (63esima nel ranking)-Nuova Zelanda (95esima) sotto l’occhio inflessibile della VAR.

Perché si gioca? E chi? Le stelle stanno a guardare. L’Argentina è riuscita a perdere due Cope America in tre anni. Tocca al Cile. L’Africa presenta il Camerun. L’America Centrale il Messico. Asia e Oceania le temibilissime Nuova Zelanda e Australia. L’Europa assalta la diligenza con Portogallo, Russia e Germania che però è in veste sperimentale. Risultato: assenti tutti i big tranne Ronaldo, che al Portogallo ci tiene. Non gli capita di vincere spesso in nazionale e un bis dopo l’Europeo sarebbe gradito anche in ottica Pallone d’Oro. Unico ostacolo: Draxler. Ecco, appunto. La corsa ad un trofeo infimo dal punto di vista tecnico è segnata.

La coppa, però, vale tantissimo sul piano economico. La FIFA è stata generosa, o forse vuole solo farsi perdonare il disturbo: ogni federazione riceverà un premio di partecipazione di 1,5 milione di euro. Il resto del montepremi invece è cosi suddiviso: 3,6 milioni di euro per il vincitore. 3,2 milioni di euro per l’altra finalista. Gloria (e soldi) anche per la “finalina” che assegna il terzo posto che vale  2,7 milioni di euro. Chi scende dal podio si consola con 2,2 milioni di euro.

Tanti soldi. Gli sponsor, del resto, non mancano: così come l’attore protagonista. É vero, prenderà un sacco di calci, ma è indispensabile.

Ecco “Krasava” il nuovo pallone prodotto dall’Adidas. Si presenta con un bel rosso, raffigurante un rubino. Ah, per la cronaca “Krasava” è intraducibile. Racchiude un concetto: l’elogio dettato dallo stupore. Quindi se siete in Russia e ci state leggendo, in primis, grazie. Poi se qualcuno vi dirà “Krasava” non prendetevela. Non vi hanno scambiato per un pallone. Anzi, probabilmente gli piacete.

I turisti saranno, del resto, in buona compagnia: i biglietti per i residenti in Russia hanno un prezzo minimo agevolato di 13 euro. Se il vostro tagliando “low cost” oscilla fra i 40 e i 60, consolatevi. Ai Mondiali costeranno il doppio. Oh, del resto, gli stadi andavano riempiti.

Ah, a proposito: ecco lo stadio Stadio Krestovskij, per gli amici più pigri, Zenit Arena. Ospiterà la gara inaugurale e la finale.

É uno degli impianti più costosi mai costruiti. Il preventivo di spese aggirava i 111 milioni, ma si sa, fra imprevisti e probabilità spesso il costo lievita. In questo caso ha sforato i nove zeri. Più di un miliardo di lire per uno stadio rivisto, corretto e corrotto. Una gestione discutibile: fra l’altro il comitato organizzatore ha dimenticato le distanze siderali fra le varie città che ospiteranno l’evento. E così, fra Confederations e Mondiali 2018, sono andati in fumo miliardi di euro per i trasporti che rischiano di costare il default alle città meno ricche che ospitano la kermesse. San Pietroburgo, Mosca, Kazan e Sochi sono salve. Il resto? Abbandonate a se stesse, anche perché il Governo ha cassato il piano di riforma della Alta Velocità sui Monti Urali.

Capitolo sicurezza: sembra che gli hooligans russi siano mooolto più mansueti fra le loro mura. Vuoi per le drastiche misure locali, vuoi perché impegnati a difenderle, quelle mura: la Russia è spesso scesa in piazza contro la demolizione delle case popolari.

Alle tensioni interne si aggiunge anche il rischio terrorismo: in campo 170 mila volontari pronti (più o meno) a tutto. Insomma, nonostante questa competizione abbia bisogno di un tasso alcolico superiore a quello tecnico dei protagonisti in campo per poter essere apprezzata, si gioca. E Madre Russia indosserà il vestito migliore. Putin non ama il calcio, ma ha parecchio a cuore la vetrina internazionale, E, sopratutto nello sport, la Russia ha bisogno di ritrovare credibilità e rifarsi il look, piuttosto rovinato dagli insuccessi negli sport di squadra e lo scandalo doping.

Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles nasce nel 1942 a Collyhurst, sobborgo operaio di Manchester, dove la criminalità detta legge, un luogo in cui bisogna crescere in fretta, l’unico svago che hanno i ragazzini è il pallone. Infatti non è un caso che due dei più fulgidi talenti di questa generazione nascano qui. Nelle partitelle che si fanno in strada ci sono due ragazzini da tenere d’occhio, uno è il piccolo Nobby, l’altro è Stan, Stan Bowles, e della sua storia abbiamo già parlato.

Molti potrebbero pensare ad un grande talento dal dribbling sgusciante e dalla tecnica sopraffina, ma lo stile di gioco di Nobby rispecchia in pieno il quartiere dal quale proviene: operaio. Ha una tenacia fuori dal comune, rapido, aggressivo, capace di interventi al limite del codice penale, ma allo stesso tempo di far ripartire l’azione, e un particolare non da poco, i suoi avversari hanno il terrore di lui. Perché? Da bambino cadendo si rompe tutti i denti davanti, episodio che lo costringe a vivere con una dentiera, che però si toglie durante le partite, e ogni volta che apre bocca i suoi avversari, come spesso hanno dichiarato, rabbrividiscono. A questo si aggiunge la statura di appena 1.68 e una forte miopia, che lo costringe a giocare con le lenti a contatto. Insomma, in pochi avrebbero scommesso su un giocatore del genere, tutti tranne uno,  Matt Busby, manager per ben venticinque anni del Manchester United.

stiles3

Stiles entra subito nelle giovanili del club, e, a sorpresa Busby lo fa debuttare appena diciottenne contro il Bolton, nel 1960. Tutti avrebbero pensato che quella sarebbe stata una comparsata, un premio all’impegno profuso in allenamento, invece no. Sul ragazzo puntano molto.

Lo United, infatti, è reduce dal disastro aereo di Monaco, incidente che ha decimato la rosa a disposizione. Matt Busby vuole costruire attorno a lui la squadra che verrà, composta da tanti campioni, sorretti da un mediano infaticabile, che corre per dieci.

Tutto pian piano prende forma, ci sono grandi talenti, Bobby Charlton, ma in poco tempo arrivano anche altri grandi acquisti: su tutti Denis Law, e George Best, entrambi futuri palloni d’oro.

Nobby-Stiles-George-Best-and-Bobby-Charlton-at-Old-Trafford-inJuly-1968-838422

I trofei, di conseguenza, non tardano ad arrivare, la FA Cup del 1963 è solo l’inizio; nella stagione 64-65 arriva il primo successo in campionato, e Stiles è ovviamente protagonista. Lo United si contende il titolo con il Leeds, e, clamorosamente, le due squadre arrivano all’ultima giornata a pari punti; per decretare un vincitore allora si ricorre al coefficiente tra gol fatti e subiti, classifica nella quale i Red Devils sono al primissimo posto. E’ il primo titolo che conta nella bacheca di Nobby.

Le sue ottime prestazioni fanno si che arrivi anche la prima convocazione in Nazionale, l’allora CT Alf Ramsey ha bisogno di lui per formare una nazionale vincente, che si appresta a disputare i Mondiali del ‘66 in casa.

Stiles diventa un perno insostituibile anche della nazionale dei Tre leoni, e arriva al Mondiale in splendida forma, Ramsey lo fa giocare in ogni partita. L’Inghilterra parte spedita, e supera prima l’Argentina ai quarti, poi il Portogallo di Eusebio, che viene marcato splendidamente proprio da Stiles, e poi, in finale, ha la meglio sulla Germania Ovest per 4-2.

Football world cup final 1966 England v West Germany (4-2) l to r.manager Sir Alf Ramsey, Bobby Moore and Nobby Stiles with world cup trophy after england's win

Ramsey, anni dopo, dichiarerà: “In quella squadra avevo cinque fuoriclasse, e Stiles era uno di quelli”.

L’anno dopo, da fresco campione del Mondo, vince con lo United nuovamente il campionato, ma è nella stagione 1967-68 che arriva il momento tanto atteso: la Coppa dei Campioni.

Infatti sono passati esattamente dieci anni dal disastro di Monaco, e la vittoria di una competizione tanto importante simboleggia la definitiva rinascita dello United, e la consacrazione a livello internazionale.

In finale si ripete il duello con la Pantera nera, Eusebio, che ha di nuovo la peggio contro l’infaticabile Nobby.

Da qui in poi la sua carriera però entra in fase discendente, come spesso capita ai medianacci come lui, ha subito tanti colpi, troppi forse, e il fisico inizia a non essere più come quello dei primi anni. Passa così nel 1971 al Middelsbrough, e nel 1973, a soli 31 anni decide di dire basta con il calcio giocato. Prova quindi l’avventura da allenatore-giocatore con il Preston North End, che dura appena quattro anni, poi vola in Canada, per allenare i Vancouver Whitecaps, e infine allena nella stagione 85-86 il West Brom, a fine anno però decide di non voler più sedere su nessun’altra panchina, visti gli scarsi risultati.

Tornerà al successo qualche anno dopo, però, allenando le giovanili dello United e formando quella che è conosciuta come la Classe del ‘92, la mitica generazione di ragazzi composta da Beckham, Giggs, Butt, Scholes e i fratelli Neville.

 

Special Olympics: la gioia azzurra ai Giochi Mondiali in Austria

Special Olympics: la gioia azzurra ai Giochi Mondiali in Austria

In principio
Giulia aveva difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei che tendevano ad isolarla, Mario, cresciuto in campagna in una famiglia di contadini, numerosa e semplice, non aveva mai avuto l’opportunità di viaggiare, Luisa credeva che non avrebbe più potuto coltivare la sua passione, Alessandro voleva a tutti i costi seguire la pista di suo fratello maggiore, istruttore di sci.
Eravamo partiti così, con alcuni esempi di vita, storie vere, fatte di coraggio e determinazione per raccontare i 34 atleti azzurri chiamati a rappresentare l’Italia ai Giochi Mondiali Invernali Special Olympics. Il grande evento che in Austria, dal 14 al 25 marzo, ha coinvolto 2700 atleti con e senza disabilità intellettiva, provenienti da ogni parte del mondo, uniti dalla profonda volontà di dimostrare che lo sport è uno straordinario mezzo in grado di generare inclusione e di anteporre alle differenti capacità il rispetto comune di ogni atleta, di ogni essere umano; dallo sport, alla vita. Ci sono riusciti.

I Giochi Mondiali in Austria e il valore della medaglia
Sotto gli occhi ammirati di 3.000 volontari, 1.100 coach, circa 20.000 spettatori in loco e milioni attraverso i canali televisivi di tutto il mondo, le gare hanno presentato in totale 9 discipline degli sport invernali: pattinaggio artistico (tradizionale e unificato), pattinaggio di velocità su ghiaccio, floorhockey (tradizionale e unificato), floorball (tradizionale e unificato), corsa con le racchette da neve, sci alpino, sci nordico, snowboard e stickshooting.

Gareggiando “con tutte le forze”, così come recita il giuramento dell’atleta Special Olympics, nello sci alpino, nel nordico, nella corsa con le racchette da neve e nello snowboard, gli azzurri sono rientrati in Italia con all’attivo 13 Ori, 9 Argenti e 14 Bronzi ma, al di là delle medaglie conquistate, c’è un traguardo, oltre i gradini di un podio, che è stato sicuramente tagliato. Si trova dentro ad ogni singolo atleta che, attraverso la partecipazione ad un evento di tale portata, ha preso piena coscienza delle proprie potenzialità, è cresciuto in autonomia, socialità ed apertura al mondo, un mondo sfaccettato, fatto di 106 colori, culture, tanti quanti erano i paesi partecipanti all’evento, uniti sotto un’unica bandiera, quella dell’inclusione.
Così, ai Giochi Mondiali in Austria come, a dire il vero, in ogni evento Special Olympics, è molto facile diventare spettatori di gesti altamente improbabili in altri contesti, non solo sportivi: c’è chi gioisce al traguardo all’unisono con l’avversario più vicino, non perché non comprenda il valore di una medaglia, ma perché sa che la sfida da vincere è, prima di tutto, con se stessi. C’è chi, durante la gara, si ferma per aiutare chi si trova in difficoltà e chi, nonostante le proprie difficoltà, vuole terminare ad ogni costo il suo percorso.

La corsa di Luciano
E’ successo in Austria, per esempio, a Luciano, atleta azzurro che nella finale dei 100 metri di corsa con le racchette da neve è finito a terra quasi subito perdendo l’attrezzatura. Nella caduta una ciaspola è scivolata via. Luciano si è rialzato subito, ha preso sottobraccio la ciaspola più vicina, guardandosi attorno, è corso per recuperare anche l’altra e poi non ha esitato a correre ancora, a piedi, verso il traguardo. Tutto il pubblico che era lì ricorderà quella gara, soprattutto per lui, quell’atleta azzurro alto e smilzo che ha raggiunto comunque il traguardo e lo ha fatto con il sorriso. Luciano al suo Mondiale ha perso l’attrezzatura, perdendo anche l’opportunità di classificarsi, ma non ha perso il sorriso e la tenacia, anzi ha dimostrato di essere diventato un uomo e un atleta.

In molti quel giorno, vedendolo, non hanno trattenuto le lacrime dalla commozione, compreso suo padre, che era lì a bordo pista: “L’immagine di Luciano che corre in solitaria, quando ormai gli altri atleti hanno tagliato il traguardo la ricorderò per sempre. Ringrazio tutti di cuore, organizzatori, tecnici e staff, per aver permesso a Luciano di raggiungere questo risultato. Sono un papà orgoglioso.”

Il cambiamento di prospettiva con la Unified Generation
C’è da aggiungere, se vogliamo, un’altra considerazione che, rimanendo in ambito sportivo, potremmo chiamare “il rovescio della medaglia”
Tim Shriver, Presidente di Special Olympics International, in Austria ha ribadito: «Non siamo noi ad accettare queste persone nel nostro mondo, sono piuttosto loro che lasciano noi entrare nel loro universo regalandoci qualcosa di unico. Basta una sola visita ad una gara di Special Olympics, per appassionarsi. È sufficiente scambiare qualche parola con questi atleti, allenarsi con loro per cambiare il mondo». Ecco allora che, a ben guardare, gli agenti principali del cambiamento, del processo di integrazione e di inclusione nella società, sono proprio le persone cosiddette “normodotate” che scelgono di mettersi in gioco per abbattere barriere e pregiudizi di sorta. Le persone con disabilità intellettiva, dal canto loro, tendenzialmente sono già incluse, pronte come sono ad entrare in una squadra sportiva unificata, a mettersi in gioco con spontaneità ed apertura.

A tal proposito, parallelamente ai Giochi Mondiali Invernali, in Austria si è tenuto il “ Generation Unified Summit” che ha riunito giovani atleti e partner provenienti da tutto il mondo. Per l’Italia Paolo Aquilio e Matteo Gioia dall’Aquila hanno testimoniato come la loro amicizia, nata grazie alla stessa passione per la pallacanestro, ha poi finito per coinvolgerli nella quotidianità, rendendoli essi stessi primi promotori del cambiamento sul loro territorio.

Alla fine dei Giochi, il lieto fine
Giulia aveva difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei, oggi torna a casa con una medaglia di bronzo nello sci alpino e una copiosa collezione di spillette che ha scambiato con gli atleti di tante nazionalità diverse. Mario, cresciuto in campagna in una famiglia di contadini, non aveva mai avuto l’opportunità di viaggiare, oggi torna a casa con un quarto posto nei 100 metri di corsa con le racchette da neve, e non vede l’ora di correre ancora.
Luisa, dopo un brutto incidente, temeva che non avrebbe più potuto coltivare la sua passione, oggi torna a casa con una medaglia d’oro nello slalom, sci alpino, ed un sorriso più grande di lei.
Alessandro voleva a tutti i costi seguire la pista di suo fratello maggiore, istruttore di sci, oggi è più vicino perché torna a casa con la medaglia d’oro nel Super G.
E poi ancora, c’è Daniele che, tra la sue principali virtù, possiede il desiderio continuo di mettersi alla prova, oggi torna a casa con la medaglia d’oro nello sport invernale forse più impegnativo: lo snowboard.

E Luciano? L’atleta azzurro alto e smilzo, oggi continua ad usare la sua arma vincente, il suo sorriso, in un bar di Lucca dove lavora dietro al bancone. Naturalmente continua ad allenarsi e sogna un’altra opportunità.

Nel 2019 in Medio Oriente
Il prossimo evento internazionale, che vedrà anche la partecipazione di una Delegazione Italiana, sarà in occasione dei Giochi Mondiali Estivi Special Olympics che si terranno ad Abu Dhabi, dal 14 al 21 marzo 2019. Timothy Shriver, Presidente di Special Olympics, “Non esiste posto migliore o più forte di Abu Dhabi per invitare il mondo ad unirsi a celebrare lo sport, a celebrare le persone di tutte le culture e per dimostrare al mondo che le divisioni possono essere cancellate. Siamo entusiasti all’idea che siano di Special Olympics i primi Giochi Mondiali di questa di grandezza organizzati nel Medio Oriente del Pianeta”.

Grazie agli atleti del team Italia
Sci alpino: Chiara Anghileri, Peter Paul Blaas, Raffaele Boscolo, Michael Carollo, Giulia Colombi, Alessandro Dressadore, Francesco Dho, Michele Fedi, Simone Mollea, Luisa Polonia, Alice Pozzoni, Andreas Psaier.

Snowboard: Daniele Carlini, Stefania Moro.

Racchette da neve: Mauro Boscolo, Sergio Balbis, Marisa Carrozzo, Martina Casagrande, Gianluca Garzetti, Sara Grassi, Mario Maria Palmeri, Adrien Proust, Luciano Ragghianti, Annalisa Zemignan,

Sci di fondo: Paola Begliardo, Marco Casalini, Mauro Carissimi, Mirco Cavalli, Laura Giambrone, Tobia Kostner, Roberto Lolla, Valter Magatelli, Valentina Pettinacci, Matilde Zipoli.

Michael e Valentina, storie di italiani alle Olimpiadi speciali

Michael e Valentina, storie di italiani alle Olimpiadi speciali

L’obiettivo?Capire il senso più puro dello sport, quello che si pratica insieme ad amici, non avversari. Quello che ti fa esultare qualunque sia il risultato”. Michael Carollo ha 22 anni, è affetto da sindrome di Down e sarà il portabandiera azzurro ai prossimi Special Olympics in Austria. Il giovane atleta è stato “adottato” da La Ruota Internazionale, organizzazione no profit che da anni si impegna in progetti sociali in Italia e a livelli internazionale. Insieme a lui ci sarà Valentina Pettinacci, 36 anni, con una disabilità intellettiva dall’infanzia.

17230053_10212287405086081_1482671217_o

Michael sarà il più giovane a partecipare alle Olympics: 2.700 atleti, 107 nazioni rappresentate, 3.000 volontari, 1.100 coach, oltre 20.000 biglietti venduti. L’evento animerà l’Austria in 3 differenti location: Graz, Schaladming-Rohrmoos e Ramsau. La cerimonia d’apertura è prevista per sabato 18 marzo, alle ore 19 allo stadio Planai. Le gare, da domenica 19 fino al 23 marzo, si articoleranno in 9 discipline sportive invernali, tra cui pattinaggio artistico, sci alpino, sci nordico, floorball, corse con le racchette da neve e snowboard.

L’Italia si presenta con una delegazione di 48 atleti.

Tutto è nato grazie ad una serata di beneficenza promossa dall’ambasciatore d’Austria presso la sua residenza – racconta Anna Maria Pollak, responsabile di La Ruota InternazionaleCi siamo attivate nella raccolta fondi, abbiamo conosciuto tanti giovani atleti dell’Associazione Special Olympics e le loro famiglie”. Il progetto è stato presentato anche a Roma, in una conferenza stampa convocata nella Sala della Lupa di Montecitorio.

Michael si è avvicinato allo sci per seguire la passione di famiglia: parteciperà alle gare nello sci alpino. Valentina, invece, si esibirà nello sci di fondo. Entrambi si allenano oltre 5 ore a settimana, e “grazie allo sport – continua Pollak – si mettono alla prova tutti i giorni, superano i limiti imposti dai loro problemi”.

È la prima volta che l’associazione La Ruota Internazionale si impegna in progetti simili: l’obiettivo è continuare a seguire con entusiasmo per “riuscire nell’impresa di aiutare ancora una volta ragazzi speciali”. Valentina e Michael sono emozionati: il debutto si avvicina e l’ansia cresce. Ci sono storie, però, in cui si vince sempre, al di là del risultato.