Le insidie della nostra Europa League

Le insidie della nostra Europa League

Che sia verso Kiev o per Lione, Champions o Europa League, la storia non cambia. A partire dal 14 febbraio, le italiane si troveranno di fronte a 6 sfide dal sapore diverso, nella speranza che altrettante vittorie nel doppio incontro/scontro possano innaffiare con altre gocce di fiducia un calcio italiano che, fuori dal Belpaese, dopo la vittoria nerazzurra del Maggio 2010 si è colorato a forti tinte bianconere. Per fortuna. Proseguiamo il tour, analizzando le sfidanti delle nostre regine proprio in Europa League.



 FCSB – Vi avevamo raccontato già qualche mese fa, con l’aiuto di Enrico Nicolini, lo stato di salute precaria in cui versa il calcio rumeno, una realtà in cui proprio la Steaua Bucarest recita la parte scomoda di tedoforo, squadra più titolata del paese che non riesce a ravvivare la fiamma capace di renderla celebre nel passato. 26 campionati nazionali, una Coppa dei Campioni nel 1986, due partite decisive prima del doppio impegno contro la Lazio di Simone Inzaghi, nel mezzo del quale la squadra di Dică affronterà la Dinamo in un derby vietato ai cuori deboli. “Marele Derby”, la sfida eterna di Romania.

 Proprio la Lazio affronterà una squadra ricca di talenti fatti in casa, cresciuti in Italia come Denis Alibec o capitani già a 22 anni (con la maglia numero 10 sulle spalle) come il promettente Florin Tanase. Seconda miglior difesa del campionato, la forza della prossima avversaria dei biancocelesti sembra essere però l’attacco: con 45 reti in 22 partite, l’FCSB schiererà con tutta probabilità un 4-2-3-1 molto pretenzioso, in cui i punti deboli potrebbero essere proprio gli interni di centrocampo ed i centrali difensivi. Chissà che non si inventino qualche stratagemma, magari snaturando il proprio gioco in vista della doppia sfida contro una squadra che – almeno sulla carta – sembra ampiamente favorita?

RB LIPSIA – Non sempre chi ama digerisce senza problemi l’ascesa inesorabile della squadra fondata nel 2009 dai colossi Red Bull, attivi nel mondo del calcio anche in Austria, in Brasile e negli Stati Uniti. Fatto sta che oggi i “Tori” sono arrivati alle soglie della Champions League fermandosi al 3° posto proprio come il Napoli, squadra che troveranno invece nei Sedicesimi di Europa League. Colpa del ranking o volere del destino, la sfida tra gli azzurri e i biancorossi sarà anche un’ottima occasione per vedere all’opera due enormi e prospere fucine di talenti.

 Se tutti noi abbiamo imparato a conoscere le stelle in mano a Maurizio Sarri, tra i prossimi rivali del Napoli, agli occhi degli italiani, si è mostrato solamente Emil Forsberg, quel numero 10 della Svezia che ha fatto piangere la nazionale a San Siro. Le statistiche tuttavia, pur consacrando proprio Forsberg come il miglior assistman della passata stagione, portano in scena altri giocatori: Timo Werner, Naby Keita, Marcel Sabitzer ed il capitano Willi Orban sembrano essere tre pedine fondamentali. Con 8 vittorie, 4 pareggi e 5 sconfitte, la squadra guidata da Ralph Hasenhüttl avrà bisogno di equilibrio contro una squadra che adora imporre il proprio gioco. La carta vincente? In un 4-4-2 a trazione anteriore, gli esterni Bruma e Kampl giocano un ruolo chiave nelle ripartenze.

LUDOGORETS – I neolaureati campioni di Bulgaria affrontano uno fra i Milan più in difficoltà del recente passato ma, nonostante tutti i problemi in casa rossonera, la squadra di Dimitar Dimitrov non può e non deve rappresentare un ostacolo insormontabile. Le ragioni sono molteplici, a partire dalla tutto sommato poca solidità delle aquile di Razgrad per finire con la fame europea di una squadra che è costretta a puntare – e presumibilmente punterà – davvero tutto sulla coppa senza le orecchie.

Del Ludogorets va temuta l’esperienza, visto il 3° posto nella scorsa Champions League ai danni del più quotato Basiliea: certo, 3 pareggi e 3 sconfitte non rendono la squadra Bulgara un fortino inespugnabile, ma il cammino dell’anno passato ha portato fiducia e credibilità ad una squadra altrimenti troppo facilmente bistrattata. Anche il cammino in questa Europa League è stato piuttosto altalenante, sebbene in coppia con l’intramontabile Sporting Braga siano stati cacciati fuori tanto l’Istanbul Başakşehir di Erdogan e l’Hoffenheim del giovanissimo Nagelsmann. Chiamatela, se volete, esperienza.

BORUSSIA DORTMUND – L’avversario più forte, la sfida più dura, sono senza dubbio per l’Atalanta di Gasperini. Messi da parte i discorsi legati alla forza della Dea quando deve recitare la parte di Davide contro Golia, al Signal Iduna non ci sarà margine d’errore: con l’arrivo di Peter Stoger in panchina sono tornati i risultati, e con loro anche un certo Pierre-Emerick Aubameyang a guidare l’attacco. Archiviata la sconfitta in coppa contro il Bayern, i gialloneri avranno 5 partite di Bundesliga per trovare una quadratura del cerchio prima di affrontare proprio l’Atalanta in una sfida dal sapore dolciastro: se i tedeschi sono il miglior attacco del campionato, Gasperini sta facendo dell’equilibrio la forza per tirare avanti nella sua prima stagione europea da underdog. L’Atalanta sa colpire in tutti i modi, può ferire con Gomez o giocare la carta Ilicic, cercare la testa di Caldara o gli inserimenti di un ritrovato Cristante. Il Borussia pullula di talento e sprizza bel gioco da tutti i pori, ma ha dimostrato ampiamente di poter crollare in pochi minuti. Il derby contro lo Schalke 04 insegna: 0-4 all’intervallo, 4-4 al 90’. Riuscire a togliersi le catene ai polsi, potrebbe non essere mai stato così semplice.

 

Se il Campione è Politico: da Kaladze a Weah, “la gente sceglie loro, non il partito”

Se il Campione è Politico: da Kaladze a Weah, “la gente sceglie loro, non il partito”

Provando a fare una rapida e poco approfondita considerazione socio-psicologica, non suona poi così strano il fatto che molti elettori in giro per il mondo abbiano preferito dar fiducia ad un ex sportivo, una bandiera nel paese di appartenenza. Se oggi leader politici, fondatori di gruppi e partiti, si sono spesso affermati precedentemente nel mondo televisivo e dello spettacolo, va da sé come i calciatori – e gli sportivi in generale – abbiano una corsia preferenziale per trasformarsi da idolo sportivo a guida spirituale. “La gente sceglie lui, non il partito che sostiene”.


SETTE NOVEMBRE – Doveva essere la data del ballottaggio decisiva per George Weah, che stava seriamente insidiando l’ormai vice-presidente della Liberia Joseph Boakai alle elezioni presidenziali: 39% dei voti ottenuti dall’ex attaccante del Milan. Big George, forte di un 10% in più rispetto al rivale, con un vantaggio talmente ampio da generare una pioggia di congratulazioni anticipate, ha dovuto aspettare il 27 Dicembre per festeggiare la sua vittoria, anche se il suo avversario dice di voler aspettare il conteggio finale previsto per oggi. Manca solo l’ufficialità però, e il suo entourage ha parlato del 70% di preferenze.

CINQUANTUNO PER CENTO – Il risultato con cui Kakha Kaladze è stato eletto primo cittadino di Tbilisi. L’ex difensore rossonero e rossoblù ha promesso tanto, in un programma a metà fra bandiere gialloblu e il colore verde, vincendo critiche e promuovendo una bonifica della capitale georgiana che parte dall’edilizia, dai grattacieli, e finisce con un maggior controllo del traffico sulle strade di Tbilisi.

”Kaladze rappresenta ciò che tutti i georgiani sognano di diventare. – si legge in un’intervista riguardante proprio l’elezione dell’ex difensore – La gente sceglie lui, non necessariamente il partito che lo sostiene”.

 Molti ricorderanno anche Vitalij Klyčko, campione del mondo di pugilato per oltre 5 anni ed oggi sindaco di Kiev, punzecchiato sul web per un “non vedo, non sento, non parlo” ad un giornalista di Al Jazeera che gli chiedeva un parere su alcune milizie ucraine con simboli neo nazisti sugli elmetti.

 WANTED – Ricercato, Hakan Sukur, insieme al compagno di squadra Arif Erdem. Il motivo? Presunti legami con i fronti anti-Erdogan, presidente legato al mondo del calcio anche per la vicinanza con il neonato Başakşehir. La goccia che fece traboccare il vaso fu un Tweet proprio dell’ex attaccante di Inter, Parma e Torino, che ricevette un mandato d’arresto e un’accusa pesantissima, tale da costringerlo ad emigrare in California onde evitare ripercussioni da parte del durissimo regime turco. Un paese nel quale aveva cercato di governare, in Parlamento, affiliandosi al partito islamico-conservatore per un paio d’anni. Poi un’accusa di congiura e la conseguente epurazione dal sapore dolceamaro di sconfitta non meritata sul campo.

EL JARDINERO – Nella lunga lista di sportivi che si sono candidati per un posto in politica c’è anche lui, Julio Ricardo Cruz. L’attaccante argentino, nel 2014, cercò di vincere le elezioni a Lomas de Zamora, ma nella città del Tanque Denis l’aura della stella internazionale non ha fatto effetto.

Spostandoci in Brasile, i mattatori ad U.S.A ’94 Bebeto e Romario hanno ottenuto un posto nell’Assemblea Nazionale rispettivamente tra le file del partito democratico e socialista con oltre 180.000 voti totali, la metà degli spettatori presenti al Rose Bowl di Pasadena per la finale contro l’Italia di oltre vent’anni fa. Con loro anche Marques, Danrlei e Vampeta, che nonostante uno charme di tutto rispetto non superò la soglia dell’1%.

Dai risultati sul campo a quelli alle urne, dalle percentuali del possesso palla a quelle relative ai voti, dallo sport alla politica.

 

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.


Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

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Cosa manca davvero a Napoli, Inter e Roma per competere con la Juventus?

Cosa manca davvero a Napoli, Inter e Roma per competere con la Juventus?

Finalmente ci stiamo divertendo un po’. La Serie A, caratterizzata negli ultimi anni dalle corse solitarie (o quasi) della Juventus, sembra aver riassunto la forma di una competizione vera, almeno per il titolo. Visti alcuni precedenti, il condizionale è d’obbligo (l’Inter, campione d’inverno nel 2015/16, chiuse quel campionato al quarto posto), ma, arrivati ad un passo dal giro di boa, la sensazione è che non ci sia più spazio per i soliti monologhi. Napoli, Inter e Roma (e anche la Lazio, attualmente quinta) hanno alzato l’asticella e si sono avvicinate non poco alla Juventus, vincitrice degli ultimi sei scudetti. Tuttavia, a prescindere dalla piazza d’onore ora occupata, la favorita è sempre la stessa. E le avversarie dovranno fare qualcosa per annullare il gap ancora esistente. Che cosa? Proviamo a dare una risposta.



Partiamo dal Napoli, capolista provvisoria del campionato e principale indiziata per la conquista dell’effimero titolo invernale. Dopo un avvio sensazionale, la banda di Sarri aveva rallentato il passo nelle ultime settimane, salvo poi riscattarsi (ritrovando la vetta) con l’ultimo 1-3 di Torino. Ad oggi ha la seconda miglior difesa (11 gol subiti) e il secondo miglior attacco (38 gol fatti). Il gioco, seppur meno convincente rispetto ai primi due mesi di A, è ancora uno dei più divertenti in Europa e tutto sembra andare per il verso giusto. Allora cosa manca? Perché il primato non è sufficiente per essere la favorita alla vittoria finale? In virtù dei difetti strutturali che caratterizzano una rosa ottima nell’undici e inconsistente nelle retrovie, incapace di sostituire degnamente i lungodegenti Ghoulam e Milik (oltre che buona parte dei titolari), ma non solo. L’unico incrocio diretto stagionale con la Juventus ha palesato ancora una volta i limiti del comunque straordinario Sarri, uscito sconfitto dal confronto col machiavellico Allegri, maggiormente flessibile sul piano tattico.

È difficile immaginare che una squadra possa vincere il maggior campionato italiano (ancora oggi il più complesso al mondo sul piano tecnico-tattico) con la forza di una sola idea (seppure stupenda). In attesa di un’improbabile smentita, il genio dei camaleonti avrà sempre la meglio sull’integralismo dei maestri. Se a questo si aggiunge la scarsa dimestichezza con il turnover, l’impegno a febbraio in Europa League (se possibile, ancora più dispendiosa della Champions) e la netta involuzione di Hamsik, fulcro della squadra con le polveri bruciate, il quadro sembra chiaro, ma un bagno d’umiltà da parte di Sarri, unito ad un mercato invernale all’altezza, potrebbe cambiare tutto. Un po’ come per l’Inter, almeno sull’ultimo punto. Il capolavoro di Spalletti ha portato i nerazzurri ad essere imbattuti per sedici giornate, ma lo stop con l’Udinese è un campanello d’allarme significativo. L’assenza di impegni settimanali ha facilitato non poco il lavoro del tecnico ed è stato sufficiente un Pordenone qualunque, seppur protagonista di una sfida sui generis, per riportare a galla i limiti di una rosa con undici titolari all’altezza delle migliori e un gruppo di riserve inadeguate.

La centralità del trequartista nelle idee spallettiane, inoltre, rende necessario un intervento tempestivo nella prossima finestra di mercato, in cui sarà indispensabile anche un ricambio per l’ottimo duo Miranda-Skriniar e, forse un terzino mancino (Dalbert ha bisogno di tempo per abituarsi al calcio italiano, Santon è protagonista di inquietanti blackout e Nagatomo è quello di sempre). Il grande lavoro di un tecnico porta con sé dei miracoli, ma potrebbe non esser sufficiente per contrastare fino in fondo la Juventus. Lo stesso si può dire di Di Francesco, strepitoso condottiero di una Roma che sta superando se stessa in una stagione che si immaginava transitoria. La partenza a fari spenti ha tenuto lontane le pressioni di una piazza molto esigente, ma il primo posto in Champions League nel girone di ferro con Chelsea e Atletico Madrid, unito all’ottimo rendimento in A, ha aumentato pericolosamente le aspettative. Il quarto posto attuale è un virtuale secondo (i capitolini hanno una partita in meno e potrebbero andare a -1 dal Napoli) e sognare lo scudetto è possibile.

I limiti, tuttavia, ci sono, e una difesa di ferro (la migliore del campionato, con 10 gol subiti), sostenuta al meglio da un’ottima mediana, non nasconde le difficoltà dell’attacco. Un paradosso se si pensa alle peculiarità del gioco di Di Francesco, una realtà più spiegabile se si notano le difficoltà di Dzeko. L’attaccante bosniaco, capocannoniere dell’ultima A, sembra esser tornato quello di due anni fa, e gli 8 gol messi a segno finora accrescono i rimpianti per la partenza estiva di Salah, mai realmente sostituito. Delle quattro squadre considerate, la Roma è quella con il peggiore attacco (28 reti, lontane dalle 44 della Juventus, le 38 del Napoli e le 34 dell’Inter) e la peggior coppia d’attacco. Dzeko ed El Shaarawy (secondo miglior marcatore stagionale con 4 segnature) hanno messo insieme dodici gol, mentre la Juventus può vantare i 21 del duo Dybala-Higuain (12+9), il Napoli i 15 di Mertens con Callejon (10+5, più i 4 di Insigne) e l’Inter i 24 di Icardi con Perisic (17+7). L’ennesima rinascita di Dzeko e l’esplosione di Schick potrebbero cambiare le carte in tavola, ma non è l’unico aspetto da considerare.

In un campionato nel quale le distanze sono risicatissime (4 punti tra la prima e la quarta), gli scontri diretti ricoprono (e ricopriranno) un ruolo decisivo. La Roma ha perso in casa contro Inter e Napoli ed è attesa dalla sfida di sabato con la Juventus, a sua volta vincente sui partenopei e fermata allo Stadium dalla Beneamata sullo 0-0, stesso risultato di Napoli-Inter. L’esito di Juventus-Roma ci darà qualche risposta in più sul volto che avrà la lotta per lo scudetto nel girone di ritorno, ma una cosa è certa: il Generale Inverno, tanto caro ad Allegri, sarà la chiave di volta per le avversarie che intendono detronizzarlo e sposterà più di un equilibrio, nel bene e nel male. Insomma, prepariamoci: a prescindere da come andrà a finire, potremo finalmente divertirci.

Mario Balotelli, il più bel regalo di Natale per il calcio italiano

Mario Balotelli, il più bel regalo di Natale per il calcio italiano

“Mario is back”. Mario è tornato. E stavolta definitivamente. Con 4 gol nelle ultime 4 partite di campionato giocate, dove finora ne ha realizzati 10, ai quali si aggiungono i 4 in Europa League con la doppietta allo Zulte Waregem determinante per la qualificazione dei rossoneri ai sedicesimi di finale, Mario Balotelli ha trascinato il Nizza alla rimonta in Ligue 1 dalle rive della zona retrocessione ai confini dell’Europa, ma soprattutto sta confermando di essere un giocatore ritrovato.

Dicono che ripetersi sia più complicato che affermarsi. Bene. “Super Mario” sta vincendo anche questa seconda sfida dopo la rinascita della scorsa stagione, la prima in rossonero, smentendo quella larga parte di calcio europeo che lo considerava ormai sul viale del tramonto dopo un biennio inconcludente – 7 gol in 51 partite tra Milan e Liverpool – e buono solo ad alimentare critiche, talvolta spietate, sul suo conto.



Più che altro, Balotelli si sta rilanciando agli occhi del calcio italiano, in particolare a quelli colorati d’azzurro. Che troppo in fretta, dopo averlo ammirato troneggiare sulla Germania sotto il cielo di Varsavia nella semifinale di Euro ’12, hanno smesso di guardarlo. Colpa d’un mondiale, quello brasiliano, dove Mario fu super contro l’Inghilterra, ma andò game over contro il Costa Rica per poi rimanere negli spogliatoi al 45’ del match contro l’Uruguay. Quando l’Italia era agli ottavi per poi finire invece out al 90’. E lui salì sul banco degli imputati come uno dei capri espiatori, se non il principale. Al punto che, anche se non in forma ufficiale, quel 24 giugno 2014 segnò la sua uscita dalla Nazionale. Certo, i suoi successivi flop anglomeneghini non lo hanno aiutato a rientrare, ma diciotto mesi di Nizza hanno dimostrato la sua piena idoneità per ritornare a essere un punto fermo dell’Italia. Che invece ha continuato a ignorarlo. Quando magari – vedi recenti qualificazioni mondiali a base di striminzite vittorie, anemici pareggi e sciagurate eliminazioni – le sarebbe stato utile. Se è vero che ognuno sceglie ciò che ritiene più opportuno, è altrettanto insindacabile che con lui l’Italia ha giocato una finale europea e ha partecipato a un Mondiale. Senza, si è fermata ai quarti di finale (contro la Germania da lui stesa) per poi essere estromessa da Russia 2018. Non accadeva da sessant’anni. Eppure, parte di critica e di tifosi hanno riservato ben altro trattamento verso chi ha gravitato in azzurro da Natal a Stoccolma rispetto a quello avuto con Balotelli.

Una disparità alla quale lui ha comunque risposto nel modo migliore. Con i fatti. Gol (33 in 49 partite) e non solo. Anche – e questa è la novità più attesa – per i comportamenti: capigliatura più sobria, il 9 al posto del 45 sulla maglia, altruismo e impegno in campo, presenza sui media per questioni tecniche e non, come in passato, di altra natura tipo il coinvolgimento in risse o multe per eccesso di velocità. “Mario deve capire che cosa vuole fare: se la sua priorità è il calcio, può diventare ancora uno dei primi cinque al mondo” disse Cesare Prandelli, suo grande estimatore e sostenitore. Forse Balotelli ha colto il messaggio, cominciando a tener fuori dalla sua vita aspetti che hanno generato la nomea di “bad boy” e che, rapportati col suo enorme tasso tecnico, hanno ingigantito ogni suo minimo errore aumentando le pressioni nei suoi confronti. Un atleta diventa campione se, al potenziale di madre natura, somma umiltà, motivazioni e lo stare lontano da situazioni che possono tramutarsi in boomerang per la sua vita professionale. Viene da pensare che abbia cambiato marcia, che la Francia sia il suo ambiente ideale. Perché ognuno di noi ha bisogno di trovare il suo posto al mondo e nel suo caso forse non era l’Italia o l’Inghilterra, ma una città come Nizza e una squadra con l’ambizione, e non l’obbligo, di vincere.

Per la carta d’identità, ha almeno altri dieci anni di carriera ad alti livelli, se affrontati col desiderio di togliersi soddisfazioni e con la voglia di fare di tutto per ottenerle. Si avvererebbe la previsione di Prandelli, ma soprattutto Mario, il calciatore rinato, potrebbe essere il simbolo di un’altra rinascita, quella del calcio azzurro. Che se nell’ultimo biennio ha escluso il suo miglior talento di una generazione non certo di fenomeni, forse può rispondersi da solo sui suoi problemi e sul perché fra sei mesi non volerà a Mosca.

Spetterà comunque al diretto interessato, l’ultima parola. Il secondo tempo della sua carriera è appena iniziato e se quelle di Nizza son le prime scene, può venir fuori un capolavoro. Non dipenderà solo da lui, ma di sicuro soprattutto da lui. Che per ora ce la sta mettendo tutta. Poi toccherà ad altri scegliere se beneficiare o no di questo bel regalo di Natale in arrivo dalla Costa Azzurra. Intanto lui non si fermi. Allez Mario!

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