Closing Milan alle battute finali. Se saltano i cinesi pronto il Piano B

Closing Milan alle battute finali. Se saltano i cinesi pronto il Piano B

Silvio Berlusconi è pronto a riprendersi il Milan e per scrivere il vero colpo di scena finale nella telenovela del closing cinese sta cercando di convincere il figlio Piersilvio a prendere in mano il club rossonero. E’ questa la soluzione, a sorpresa (ma non troppo), alla quale sta pensando il Cavaliere per chiudere l’interminabile vicenda della trattativa con Sino-Europe Sports se dai conti bancari asiatici non arriveranno nelle casse di Fininvest i soldi necessari a completare il passaggio di proprietà del Milan. I

l tormentone che farebbe impallidire persino gli autori di Beautiful volge ormai all’ultimo bivio. L’appassionante ancorché interminabile saga del closing è arrivata ad punto di non ritorno. L’attesa per il versamento della terza caparra da 100 milioni di euro indispensabili ai cinesi per prorogare tutto fino al 7 aprile ha stancato Berlusconi e ancor più i tifosi del Milan. Ultimatum formali non sarebbero stati fissati, ma se la società di Yonghong Li non riuscirà a completare questo pagamento entro la fine della settimana la trattativa salterà, secondo lo scenario che appare sempre più probabile. Sino-Europe Sports deve fare i conti con il freno alla fuoriuscita di capitali imposto dal Governo cinese. Pan Gongsheng, capo dell’agenzia statale cinese per il commercio estero nonché vice governatore della banca centrale, ha spiegato che “fusioni e acquisizioni all’estero possono talvolta somigliare a una rosa con le spine, quindi bisogna essere attenti e fare i dovuti controlli”.

E parlando dell’acquisto di club stranieri da parte di società cinesi, ha dichiarato: “Sarebbe una cosa positiva se queste fusioni e acquisizioni dessero impulso al valore del calcio in Cina. Ma è questo il caso? Molte compagnie cinesi – ha aggiunto – hanno già un alto livello di indebitamento e prendono in prestito altre grandi somme per acquisti oltreconfine. Altre sostengono di investire ma in realtà stanno solo trasferendo le loro attività”. Mister Li non è più supportato da investitori ma solo da finanziatori, e c’è ancora adesso da stranirsi al solo pensiero che possa saltare una trattativa che ha previsto 300 milioni d’anticipo in tre tranche di caparra. Fatto sta che i cinesi devono ancora raccogliere i 220 milioni restanti, fondamentali per completare il deal e i 100 per la gestione del club.

E se il closing dovesse saltare? Berlusconi sa che questo scenario potrebbe accadere e ha già il “Piano B”, che secondo alcuni potrebbe diventare il “Piano A”: tenersi i soldi delle caparre versate dai cinesi, per poi rimanere proprietario del Milan con il coinvolgimento del figlio Piersilvio. Sino a questo momento Berlusconi jr si è sempre tenuto lontano dalle vicende di casa Milan, mostrando di tenere molto più a Fininvest che al Milan, ma il Cavaliere starebbe esercitando su di lui un forte pressing per convincerlo a prendere in mano la squadra.

Piersilvio Berlusconi, attuale vicepresidente e a.d. di Mediaset, intanto ha spiegato: “Credo che ormai manchino solo le firme finali per il nuovo accordo. Se il closing dovesse saltare non sarebbe una situazione piacevole anche perché è stata presa una decisione importante sotto il profilo sentimentale, ma nel caso andremmo avanti con entusiasmo. Dal punto di vista economico invece non sarebbe un danno perché un passo indietro degli acquirenti lascerebbe qualcosa di concreto” (e cioè le cauzioni). Secondo Piersilvio all’orizzonte non ci sono altre cordate. “Senza cinesi il Milan resta a mio padre”. E il Cavaliere vuole affidare proprio al figlio la presidenza, come nelle migliori tradizioni di famiglia, per provare a fare un altro grande Milan.

leggi anche

Il patto anti-Juve sull’asse Milano-Napoli e il duello Agnelli-Elkann

Il patto anti-Juve sull’asse Milano-Napoli e il duello Agnelli-Elkann

Patto di ferro tra Inter, Napoli e Milan per contrastare tutti insieme il monopolio della Juventus. Le tre grandi pensano ad una intesa di non belligeranza, una comunione d’intenti finalizzata a riequilibrare le sorti del calcio italiano. Le prove tecniche di sinergia del vento unanime di protesta che soffia forte sulla Serie A sono tangibili ed ormai testimoniate da segnali mediatici inequivocabili con un coro di malcontento che, dalla Madonnina al Vesuvio, potrebbe presto portare a riporre in un cassetto i vecchi antagonismi geografici e campanilistici per tramutarsi nell’idea di un possibile dossier condiviso sugli errori arbitrali.
 .
Oltre qualsiasi gap tecnico tra le squadre di vertice, c’è la voglia di invitare perlomeno ad una riflessione l’Associazione Italiana Arbitri e di dare una dimostrazione di forza in Lega Calcio dove alle porte c’è l’elezione del nuovo presidente per la poltrona sinora occupata da Maurizio Beretta (argomento sul quale ancora non c’è accordo). Le tre big sono intenzionate a dare vita alla “triplice alleanza” per arginare lo strapotere, da loro discusso, che sta avendo sino a questo momento la società di proprietà della famiglia Agnelli. Alle due milanesi ed ai partenopei non va proprio giù quanto accaduto nelle recenti settimane, sempre a Torino. Prima nella sfida tra Juventus e Inter poi nella semifinale di andata di Coppa Italia Juve-Napoli e infine sabato scorso con il rigore decisivo al 95′ in favore della formazione di casa e la reazione furiosa del Milan. L’inespugnabile fortino dello Stadium è un tabù che le tre grandi non accettano e mettono in discussione. E la parola d’ordine che anima le proteste di Inter, Napoli e Milan si racchiude nella medesima espressione:“decisioni vergognose”. Il comune denominatore della protesta è la cartina di tornasole di una battaglia che potrebbe presto diventare una guerra senza esclusione di colpi.
 .
A Torino regna Andrea Agnelli, che vuole vincere tutto per dare il via alla scalata a Exor e il cugino John Elkann, a quanto pare, vorrebbe invece togliergli la presidenza della Juventus e questo duello è molto di più di una questione tutta di famiglia. E’ una resa dei conti totale che sta arrivando al crocevia finale con forti riverberi sul calcio italiano. Sullo sfondo al braccio di ferro Agnelli-Elkann, ci sarebbe insomma la volontà di Andrea Agnelli di non lasciare niente per strada, vuole vincere ogni competizione quest’anno per conquistare il trono di casa Exor. Nel Cda bianconero Beppe Marotta potrebbe schierarsi dalla parte di Elkann, Pavel Nedved sembra pronto a diventare presidente, e Andrea Agnelli nel cda bianconero, paradossalmente, rischia di trovarsi in minoranza. Ha vinto cinque scudetti ma non basta per vincere la contesa di famiglia e lo spartiacque potrebbe essere l’esito di questa stagione. Il presidente regna ma non governa, dicono i bene informati a Torino: se deve fare acquisti, deve passare dall’approvazione del cugino che vuole ribaltare gli equilibri attuali. Andrea potrebbe essere inserito nel Cda della Ferrari e quindi lasciare della Juventus.
 .
Ed è così che nel bel mezzo di questa guerra fratricida torinese, si ritrovano nel ruolo di spettatori interessati Inter, Napoli e Milan, che non vogliono fare da vittime predestinate e la cui protesta non rivendica i soliti teoremi complottistici volti ad attestare una malafede degli arbitri. L’ira funesta di Inter, Napoli e Milan, batte il chiodo, pur credendo nella indiscussa piena integrità morale di arbitri, guardalinee ed assistenti, sulle direzioni di gara nei casi specifici che hanno dato l’impressione, a loro dire, di essere perlomeno condizionate da una certa sudditanza psicologica del non voler danneggiare i campioni d’Italia, specialmente quando giocano in casa. L’anatema che torna alla mente è quello delle dichiarazioni rese dall’ex arbitro Danilo Nucini al processo Calciopoli: “Se sbagliavi a favore della Juve arbitravi in serie A, se sbagliavi contro la Juve arbitravi in B”. E il pensare comune del popolo pallonaro si interroga sull’ipotesi che qualche fischietto, specie se in corsa per designazioni internazionali, possa avere remore a decidere contro la Juventus perché poi il voto e le valutazioni del più potente club italiano potrebbe frenarne o stroncarne la carriera. Per adesso sono solo maldicenze ma è certo che il fiume di polemiche non si arresterà fino alla fine del campionato e oltre.

 

“We will Ruud you”: il calcio ai tempi di Gullit

“We will Ruud you”: il calcio ai tempi di Gullit

Se Marco Van Basten è la fiaba da raccontare ai figli la sera mentre non vogliono addormentarsi, Ruud Gullit, che del “Cigno di Utrecht” ne fu compagno di squadra e ne è amico, è una storia da condividere con gli amici dopo la grigliata e il vino di una scampagnata primaverile o, cocktail alla mano, durante un party estivo in spiaggia. A voi la scelta, l’importante è che ci sia tanta gente e tanta musica, perché il calcio del Tulipano Nero” è stato un inno all’allegria. Sua e del pubblico che andava a vederlo.

img-joie-de-marco-van-basten-et-ruud-gullit-1443022398_580_380_center_articles-157218

Complice un carattere estroverso e un look reggae per via di quelle treccine che nella seconda metà degli anni Ottanta impazzarono tra l’Olanda e la Milano rossonera, Gullit ha reso possibile l’equazione “calcio=festa” in un’epoca dove gli interessi economici cominciavano a prevalere sull’aspetto sportivo. Si va in campo per divertirsi, per segnare un gol in più degli altri e dopo aver dormito senza problemi la notte della vigilia, anche se poi si affronta il Real Madrid al “Santiago Bernabeu”. Perché se fai parte della squadra più forte del momento, o se lo vuoi diventare, sono gli altri a doversi preoccupare di te.

1I4Gz3oboO8

Un calcio no-stress, un calcio take it easy, dopotutto la vita ha già le sue brutture mentre questo è un gioco, dunque viviamolo spensierati. Ma da professionisti. Se nel tempo libero voleva libertà per i suoi passatempi, sul campo il “Pallone d’Oro 1987” era esemplare per l’impegno in allenamento e per la capacità di divenire un riferimento per i compagni. Specie per i più giovani, come riconobbe il diciottenne Graziano Mannari, Gavroche del nostro calcio finito presto k.o. per gli infortuni dopo che aveva mandato al tappeto Juventus e Real Madrid, nel febbraio di quel 1988 dove Gullit guidò il Milan verso lo scudetto che avrebbe aperto la strada alla consacrazione europea e mondiale di quel collettivo straordinario.

1989:  Ruud Gulitt of AC Milan in action during the Eurpean Cup Semi-final match against Real Madrid.  The match ended in a 5-0 win for AC Milan.  Mandatory Credit: Simon Bruty /Allsport

In quella squadra, quando sprigionava la potenza dei suoi quadricipiti in progressioni alla Tornado, il destriero di Zorro, Gullit era devastante. Ne sanno qualcosa i giocatori del Napoli, disarcionati dalle sue scorribande sulle fasce palla al piede, che offrirono a Virdis e Van Basten le reti del sorpasso in vetta. La sua immagine di quel Primo Maggio 1988 al “San Paolo” si ritrova nelle parole di Arrigo Sacchi, l’allenatore di quel Milan che lo trasformò da ottimo giocatore in campione: «Aveva una potenza fisica straordinaria, un grande carisma e per i compagni era un vero trascinatore. Quando partiva, con la criniera al vento, era come se squillasse la tromba dell’assalto».

Indole perlopiù altruista, Gullit saliva in cattedra quando era lui il più talentuoso in campo. Come contro la Juventus, 10 gennaio 1988, quando prese spazio e tempo al diretto marcatore su un cross dalla bandierina, fulminando Tacconi con una delle specialità: il colpo di testa. Lo stesso col quale avrebbe pietrificato, fascia di capitano al braccio, Dasaev e l’Urss all’Europeo, pochi mesi più tardi, per il primo e unico trionfo dell’Olanda, passato alla storia per la meraviglia di Van Basten. E non c’è da stupirsi. Marco era una composizione di Morricone, che incantava e lasciava a bocca aperta gli spettatori. Ruud invece un concerto dei Queen”, che esaltava e mandava in visibilio. Non segnava quanto il connazionale, ma segnava gol pesanti. Come l’1-1 nel derby del 1993, che frenò la caduta di un Milan poi vincitore affannato dello scudetto, e che confermò la sua natura di atleta completo, dotato anche di coordinazione e precisione balistica. La sintesi massima di tanta bravura a Barcellona, 24 maggio 1989, finale di Coppa Campioni: cross di Donadoni da sinistra e lui, dal limite dell’area di rigore, stoppa al volo, fa rimbalzare il pallone e poi scaglia il destro del 3-0 sotto l’incrocio. “Magnifico-o-o-o-o”.

Gullit

Andò oltre lo sdoppiamento del calciatore tra attacco e difesa, uno dei mantra del Grande Ajax di Cruijff, ricoprendo addirittura più ruoli: seconda punta, trequartista, esterno di centrocampo e perfino libero – al Feyenoord (scudetto, 1984) e alla Sampdoria (Coppa Italia, 1994). Se Van Basten può considerarsi il figlio del Profeta, perché come Cruijff poteva risolvere in ogni momento la partita grazie alla sua classe immensa, il “Tulipano Nero” è stato la miglior rappresentazione dell’Idea diffusa da quel profeta.

Furono due personalità opposte e due calciatori differenti, lui e il “Cigno di Utrecht”. Ma come cantavano i “Queen”, friends will be friends.

bannervanbasten

L’addio di Storari non ha risolto i problemi del Cagliari

L’addio di Storari non ha risolto i problemi del Cagliari

Gennaio è un mese fondamentale per le squadre di A. Rappresenta il momento dei primi bilanci dopo il giro di boa e costituisce un’ultima grande occasione per inserire i puntelli necessari per migliorare la rosa a disposizione e cedere gli elementi in esubero. Gennaio è un crocevia dal quale non si può prescindere, anche per una squadra come il Cagliari che non avrà molto da chiedere alla seconda parte del campionato. I 23 punti raccolti finora e le 13 lunghezze che lo rendono quasi irraggiungibile dal Palermo terzultimo sono più di un’ipoteca sulla permanenza nella massima serie. Allo stesso tempo, le difficoltà palesate nella prima metà di stagione portano a pensare che non potrà alzare granché l’asticella e lottare per un posto in Europa. Il Cagliari è immerso nel limbo di metà classifica che può rappresentare una grandissima occasione, perché i sardi hanno un mercato invernale bonus di sei mesi per pianificare il futuro. Gennaio, a differenza di quanto accade normalmente, potrebbe diventare un laboratorio di costruzione, invece di un’ultima spiaggia per rimediare agli errori commessi in estate.

Finora, tuttavia, le operazioni in entrata e in uscita non hanno entusiasmato i tifosi e hanno mostrato un notevole immobilismo della società. Una scelta giustificabile, ma non del tutto. L’addio di Storari, seguito ad una lunga scia di polemiche con la società che ha lasciato l’amaro in bocca, e l’approdo in Sardegna di Gabriel dal Milan con la formula discutibile del prestito secco potrebbero non aver risolto alcun problema, seppure non ne creeranno probabilmente di nuovi. Mare piatto al porto di Cagliari, insomma. E se le prossime settimane ci proporranno lo stesso leitmotiv, si potrà parlare di una grande occasione persa. Perché? Approfondiamo la questione.

Un elemento su tutti è fondamentale: il Cagliari incassa un numero smisurato di reti. I rossoblù hanno chiuso il girone d’andata con 43 gol subite: sette in più del Palermo, seconda nella classifica delle peggiori difese di A. Le uscite a vuoto di Storari hanno influito in modo importante sul rendimento disastroso della retroguardia, ma non rappresentano certo l’unica causa. Come avevamo affermato in un articolo di qualche settimana fa, i problemi riguardano principalmente il centrocampo e, in seconda battuta, difesa e portiere. La prestazione folle col Sassuolo, culminata in un 4-3 pirotecnico, lo dimostra: il Cagliari, seppure vincente, ha incassato tre reti in casa con Rafael tra i pali al posto di Storari, accantonato dopo il ritiro seguito alla sconfitta di Empoli. D’altro canto, l’ottima figura fatta domenica scorsa a San Siro contro il Milan sembrerebbe dimostrare le responsabilità decisive dell’ex portiere dei rossoblù, ma la verità è un’altra: il Cagliari, messo sotto dai rossoneri con un 1-0 finale per molti versi immeritato, ha giocato con un atteggiamento diverso, più aggressivo a centrocampo e attento in difesa. Rafael, protagonista indubbiamente di una gara che ha dato maggiori sicurezze ai compagni rispetto a quante ne infondevano le indecisioni di Storari, si sta rivelando un elemento stabilizzante, più che risolutore.

Affiancare Gabriel a Rafael non sposterà granché gli equilibri. Il giovane portiere ha mostrato nelle prime stagioni della sua carriera un’affidabilità che lo associa al collega brasiliano, e non rappresenta un patrimonio economico da far maturare, visto che rimarrà di proprietà del Milan senza alcuna opzione sull’acquisto a titolo definitivo. L’operazione, resasi indispensabile a seguito delle frizioni tra Storari e la società, non risolve il nodo portiere per la prossima stagione: i tifosi si augurano di conseguenza che Capozucca blindi il contratto di Cragno, protagonista di un’ottima stagione in B con la maglia del Benevento e allontani quindi le sirene partenopee che lo seducono da qualche giorno. Le stesse che sente risuonare Del Fabro, centrale ventunenne di Alghero che si sta mettendo in luce a sua volta in cadetteria con il Pisa di Gattuso. Se il Cagliari intende portare avanti il progetto di crescita dei giovani nati in Sardegna, puntare su Del Fabro è una grande occasione.

In difesa, d’altronde, sono diversi i dubbi da risolvere. L’unico centrale che si sta rivelando affidabile è Bruno Alves: i vari Salamon, Ceppitelli e Capuano, invece, non sono stati finora all’altezza. L’immobilismo sul mercato che riguarda i centrali di difesa ha due spiegazioni possibili: il Cagliari potrebbe aver dato fiducia agli elementi presenti in rosa, e sarebbe un errore. Oppure sta attendendo il completamento della maturazione di Del Fabro, e la scelta potrebbe rivelarsi azzeccata. I sardi, inoltre, non si stanno preoccupando di rinforzare le fasce difensive, altro tallone d’Achille della retroguardia: l’unico nome che si insegue è Miangue, mancino come Murru. Il belga dell’Inter, lanciato in prima squadra da De Boer, andrebbe a occupare la casella che lascerà libera Bittante e non potrà essere acquistato a titolo definitivo: anche in questo caso si coprirebbe una falla, senza risolvere il problema, presente anche sull’out destro occupato attualmente da Pisacane, tanto grintoso quanto carente dal punto di vista tecnico.

L’attacco, privato di Melchiorri, potrebbe essere potenziato con Avenatti, inseguito fin dai tempi di Cellino, mentre a centrocampo il Cagliari ha individuato un profilo che potrebbe spostare gli equilibri: i sardi, infatti, stanno inseguendo con insistenza Cigarini, in uscita dalla Sampdoria dopo l’esplosione di Torreira. Il regista ex Atalanta porterebbe in dote esperienza, grinta e geometrie, fondamentali in una mediana con poche idee e in carenza di ordine. Tachtsidis resterebbe una buona alternativa, mentre Di Gennaro darebbe il cambio a Joao Pedro sulla trequarti. Ionita, inoltre, è prossimo al rientro e permetterà ad Isla di tornare sulla fascia destra di difesa, ruolo maggiormente nelle sue corde. A Cigarini potrebbe aggiungersi Dimitri Bisoli, figlio di Pierpaolo, centrocampista del Brescia dalle ottime potenzialità, soprattutto in prospettiva. Si dovrà poi sciogliere il nodo Padoin, infortunatosi al bicipite femorale destro con tempi di recupero da definire. La strategia che sembra esser stata adottata per potenziare la mediana dovrebbe essere uno spunto per lavorare bene su tutta la rosa: puntare su garanzie che offrano un presente senza rischi ed elementi giovani da far crescere senza ansia è l’opzione ideale, specie per una squadra che può permettersi qualche azzardo e deve risolvere allo stesso tempo diversi problemi. Una squadra come il Cagliari, messasi nella posizione invidiabile di chi può costruire senza dover distruggere. I sardi hanno una grande occasione, ma sembrano non averlo ancora percepito del tutto. Avranno due settimane per smentirci, trasformare un gelido gennaio in un’anomala primavera e non fare di un bonus inatteso un grande rimpianto.

Il Genoa supermarket che fa il bene delle big

Il Genoa supermarket che fa il bene delle big

A prescindere dai risultati sul campo, ci sono due periodi dell’anno in cui il Genoa riesce sempre a dare il meglio di sé: le finestre di calciomercato. In un forte impeto di passione autenticamente genoana, e in seguito ad un dialogo con un amico sugli spalti del palazzo del ghiaccio di Milano, sono nate queste righe allo scopo di mettere ordine al discorso che spesso accompagna le operazioni di mercato che da parecchio tempo hanno trasformato il Genoa di Enrico Preziosi in uno vero e proprio supermercato da cui attingere per i nuovi innesti, dove il rapporto qualità-prezzo fa sempre gola a molte big del campionato italiano. Così, visti da un’altra angolatura, lo smantellamento costante e la rivoluzione della rosa che cambia ad ogni estate e ad ogni gennaio, possono tradursi in altre parole: nel suo viavai, il Genoa da diversi anni fornisce non pochi giocatori alle più grandi forze del calcio italiano.

Il diktat della plusvalenza (dovuto a esigenze di bilancio) ha generato una spirale di trasferimenti continui dove tanti giocatori tra cui alcuni di ottima caratura, sono passati dal Genoa per un periodo variabile da sei mesi a due, massimo tre stagioni. Il Genoa, che solitamente compie più di dieci acquisti nel mercato estivo, e vende volentieri pezzi pregiati a metà campionato, si è trasformato in una risorsa utile al calciomercato di Serie A che ha comprensibilmente creato malumori tra le scorribande della passione rossoblù. Il Vecchio Balordo è stato in qualche modo imbalordito anche da questa nuova realtà tipica dell’era Preziosi. Pochi giorni fa Davide Stuto su Il Grifonauta aveva coraggiosamente tentato di razionalizzare l’ormai costante disappunto di non pochi tifosi per un Genoa trasformato in un business e incapace di tenersi i propri gioielli per puntare più in alto: «me ne frego se Pavoletti e Rincon vanno via perché se il Genoa batte la Juve e segna Morosini io sono contento lo stesso», scrive il blogger rossoblù. Le congetture sulla squadra virtuale che avrebbe avuto il Genoa se…ormai si sprecano. Tra le decine di giocatori transitati da Genova, ci sono stati tanti giocatori di talenti ma anche tanti flop. Bergdich, Cabral, Zè Eduardo, Centuriòn, Hallenius, Rudolf sono solo alcuni degli stranieri meteore del Genoa negli ultimi anni di A. A questi si aggiungono tanti italiani che in rossoblù hanno vissuto un’esperienza da dimenticare (Lodi, Ariaudo, Gamberini, Floccari, Acquafresca, Greco…). A queste categorie si aggiungono però le cessioni illustri, quelle che hanno fatto rumore, che sono diventate plusvalenze, che hanno lasciato un logico malumore nel popolo rossoblù, spesso accompagnate da parole di cordoglio da parte del giocatore spesso, che fino a quel momento ha giurato amore eterno finché il romanticismo ha retto. Andando però oltre, prendendo una strada più orientata allo sguardo commerciale della cessione di un beniamino o un top player, si può sostenere che questa fastidiosa forma di business ha costantemente giovato ai vari top team che negli ultimi anni si sono riforniti al Supermercato Genoa.

 15995605_1330428947017034_1353081165_n

Senza voler difendere delle logiche con cui Preziosi gestisce la squadra più antica d’Italia, una rassegna delle varie cessioni può dimostrare come il Genoa abbia spesso venduto alle big giocatori completi, fatti e finiti, pronti per l’uso, capaci di dire la loro in una realtà più importante, oltre che con un contratto più ricco. Non tutti si sono imposti, ma c’è chi invece ha regalato grandi gioie. Ma non solo: alcuni prima di arrivare al Genoa erano giocatori da rigenerare. Da dove cominciare se non da Milito e Thiago Motta? Protagonisti nel Genoa che andò in Europa League, il primo è rimasto l’idolo dei tifosi grazie ai numerosi gol, ed è l’unico ad aver realizzato una tripletta in un derby della Lanterna, mentre il secondo arrivato al Genoa era un giocatore sulla via del tramonto. Dall’anno dopo fecero le fortune dell’Inter, Milito si rese protagonista anche nella finale di Champions League vinta dai nerazzurri. Thiago Motta (al Genoa a parametro zero) è addirittura arrivato alla corte del PSG. Era il 2006-2007, Milito fu solo il primo di una lunga serie, che in realtà cominciò già l’anno prima con Borriello, rinato a Genova con 19 goal in una stagione, e gli anni dopo utile al Milan. Lui dal cuore dei tifosi non se ne è mai andato, troppo belli i ricordi lasciati al Ferraris. Altri, sino all’ultimo Pavoletti, hanno invece salutato il Genoa fra più polemiche.  Domenico Criscito dopo tre anni a Genova ha trovato spazio allo Zenit (ma non esclude un ritorno prima o poi), Stephan El Shaarawy ha fatto tutta la trafila nelle giovanili del Genoa assieme a Mattia Perin, ma la prima squadra l’ha solo assaggiata, finì al Milan per circa 12 milioni. Ai rossoneri andò anche Sokratis Papastathopoulos, che però non brillò. Dal 2013 il greco gioca al Borussia Dortmund. Al suo arrivo al Genoa Juraj Kucka in Italia era un perfetto sconosciuto slovacco. Dopo 4 anni di trafila rossoblù, il Milan decise di puntare anche su di lui, come su Luca Antonelli, terzino moderno di cristallo che al Genoa, dove divenne anche capitano, fece però le cose migliori. Altro nome altisonante è stato quello di Rodrigo Palacio. El Trenza non era un fuoriclasse, al Boca Junior segnò poco più di 50 goal in cinque anni, e quando firmò per il Genoa era già avanti con gli anni. Dopo tre stagioni in cui deliziò il Ferraris con assist, giocate pregevoli e gol di tacco da una volta nella vita, è andato all’Inter nel 2012 dove sinora ha segnato 32 goal in 132 presenze. L’età l’ha ormai portato in fondo alle gerarchie nerazzurre. Dalla cantera genoana è anche emerso Stefano Sturaro, che la Juve decise di acquistare a gennaio 2015 con un semestre d’anticipo, non appena aveva puntato gli occhi su di lui. Oggi alla Juventus è un ottimo rimpiazzo con prospettive davanti, assieme al suo ex compagno di giovanili rossoblù Rolando Mandragora. Nelle ultime due stagioni, ricche di cessioni, il Genoa ha anche rigenerato due giocatori del Milan in difficoltà: prima Niang, poi Suso. Dopo sei mesi a Genova, i due hanno ben figurato nella stagione successiva al Milan, l’ottimo momento di Suso ne è la conferma. Due anni fa al Milan finì pure Andrea Bertolacci per 20 milioni, talento inespresso esploso nell’ultima stagione in rossoblù (2014-2015) con Gasperini. E cosa vi dice il nome Iago Falque? Arrivava dal Rayo Vallecano, i numeri non erano incoraggianti. 13 reti in 32 partite convinsero presto la Roma in cui fece flop. Ora al Torino, è solido con Mihaijlovic. Senza il Genoa, chissà, magari ora sarebbe in serie B spagnola. Come lui, anche Diego Perotti è stato ceduto alla Roma. Uno dei migliori giocatori passati da Genova negli ultimi quattro anni. La sua cessione fu bruciante, a gennaio 2016. El Diez, ha confessato di recente che prima del Genoa, meditava il ritiro. A luglio è stata la volta di Ansaldi all’Inter, reduce da un declino allo Zenit dove Criscito persiste. Gli ultimi due addii pesanti sono quelli di Leonardo Pavoletti e Tomas Rincòn. Il primo è arrivato in punta di piedi, con un grande curriculum in serie B, ma da sesto attaccante del Sassuolo. Si è preso l’attacco rossoblù in poco tempo, fra tre infortuni. Il Napoli ha sborsato 18 milioni dopo solo 6 partite e 4 reti, ma la stagione precedente ha fatto grandi cose. Il venezuelano Rincòn, el general, arrivò al Genoa dall’Amburgo, a parametro zero. Rivenduto a quasi 11 milioni ai Campioni d’ Italia, è uno dei giocatori più forti della sua nazionale, da quando ha giocato al Genoa. Solo in questa lunga serie si contano 19 giocatori che si sono rivelati utili in alcune big italiane, in particolare Inter, Milan e Juventus. Tra la sofferenza rossoblù, il Supermarket Genoa resta aperto. Tra le polemiche e i dissapori, il Grifone è diventato una risorsa per il calciomercato.