C’era una volta l’U.S. Milanese, la terza forza di Milano

C’era una volta l’U.S. Milanese, la terza forza di Milano

Questa è la storia dell’U.S. Milanese. Essa affiora dalle fotografie ingiallite del calcio italiano, quando la passione di audaci gentiluomini portò nel Bel Paese il gioco del football.

L’U.S. Milanese conobbe momenti di gloria e cocenti sconfitte nella sua breve ma intensa vita. Fu la prima squadra italiana a battere una formazione elvetica in trasferta (il Saint Gilloise), ma non vinse mai un campionato con la propria denominazione, sfiorando solo la grande impresa.

Fondata il 16 gennaio 1902 da Ambrogio Ferrario, Romolo Buni, Gilbert Marley con altri amici della loro compagnia al Caffè Verdi di Porta Nuova, a Milano, l’Unione Sportiva Milanese nacque come società polisportiva per competere in diverse discipline, in particolar modo nel ciclismo, nel quale Buni e Marley erano stati campioni, e nella ginnastica.

Nella primavera del 1904 venne istituita la sezione calcio su iniziativa di alcuni footballers fuoriusciti dalla Mediolanum, tra cui Umberto Meazza, e di alcuni calciatori del Milan, compresi Angeloni e Recalcati, campioni d’Italia con i rossoneri nel 1901.

La maglia era a scacchi bianconeri, con pantaloncini neri e calzettoni bianchi. In trasferta gli scacchi erano biancorossi. In virtù di questa scelta, controcorrente rispetto alla norma delle altre squadre, vennero chiamati gli scacchi.

L’affiliazione alla Federazione Italiana del Football (FIF), antesignana della FIGC, avvenne nel 1905. Nella prima categoria di quell’anno l’U.S.M. partecipò annoverando tra le sue fila diversi giocatori della ormai defunta SEF Mediolanum. All’esordio assoluto eliminò nel girone lombardo il Milan. Pareggio in trasferta (3-3) e vittoria storica in casa (7-6), sul campo di quella che era via Comasina 6, all’epoca nel comune di Affori. Garantitasi così la partecipazione al triangolare del girone nazionale con Juventus e Genoa, non andò oltre il terzo e ultimo posto con un pareggio e tre sconfitte nelle quattro gare disputate.

Nel 1906 e nel 1907 venne eliminata nel girone lombardo dal Milan in entrambe le occasioni. Ma quelli erano anni di grandi cambiamenti per il calcio italiano. Nel 1908 furono organizzati due campionati: uno Federale (aperto anche agli stranieri) e uno Italiano (riservato esclusivamente ai calciatori italiani). L’U.S. Milanese prese parte a quello Italiano, l’unico che fu poi ritenuto valido per l’assegnazione dello scudetto, partecipando al triangolare del girone nazionale con Pro Vercelli e Andrea Doria. Battuta la formazione ligure dell’Andrea Doria sia all’andata (5-1) sia al ritorno (2-1), risultò decisivo e fatale lo scontro diretto di ritorno contro la Pro Vercelli, dopo una andata conclusasi per 0-0. Nonostante l’U.S.M. giocasse in casa, perse 2-1, chiudendo il girone al secondo posto con 5 punti, ad una sola lunghezza dai piemontesi che si fregiarono del titolo di Campioni d’Italia per la prima volta.

Nel 1909 il parallelismo dei due Campionati Federale e Italiano fu mantenuto. L’U.S. Milanese partecipò ad entrambi. Il Campionato Federale 1909 (ritenuto successivamente l’unico valido per lo scudetto) si aprì per la prima volta alle formazioni del Veneto. Le vincitrici dei gironi regionali di Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto si affrontarono in una fase nazionale con semifinali e finale. La U.S. Milanese eliminò nel girone lombardo sia il Milan (3-1) che l’Inter (2-0). In semifinale non diede scampo al Venezia, battendolo 7-1 in trasferta e 11-2 a Milano. Lo scontro decisivo, e finale del campionato, fu ancora una volta contro la Pro Vercelli. L’epilogo fu lo stesso: la sconfitta. Perdendo 2-0 a Vercelli e pareggiando 2-2 in casa, permise alla Pro di laurearsi Campione d’Italia per la seconda volta consecutiva.

Nel Campionato Italiano dello stesso anno, poi disconosciuto dalla FIGC, gli scacchi sconfissero l’ACIVI di Vicenza battendolo 2-1 fuori casa e 8-0 in casa. Nella finale contro la Juventus, dopo il pareggio (1-1) a Torino, perse tra le mura amiche 2-1, lasciando ai bianconeri la Coppa Romolo Buni. Negli anni successivi tra alti e bassi restò costantemente la terza forza di Milano, dopo Milan e Inter, fino alla retrocessione in Seconda Divisione alla fine del campionato 1922-1923. La stagione seguente lottò per evitare l’infamia della Terza Divisione, salvandosi dopo una serie vittoriosa in tre spareggi salvezza contro Saronno (2-1), G.Grion (3-1) e infine Prato (2-2 a oltranza e partita ripetuta per sopraggiunta oscurità finita poi 4-0).

Al termine del campionato 1927-1928 la U.S. Milanese fu promossa d’ufficio in Divisione Nazionale con l’obiettivo di fonderla, per volontà del regime fascista, con l’Inter nella nuova Società Sportiva Ambrosiana, dalla maglia bianca con una croce rossa, simbolo di Milano.

Nella stagione 1929-1930 arrivò il primo scudetto dell’Ambrosiana (il terzo per l’Inter) e si tornò alla maglia nerazzurra. Però sul petto campeggiava uno stemma circolare a scacchi bianconeri, in ricordo della U.S.M. Con la vittoria del campionato e la presenza dello scudetto, sparì lo stemma circolare e gli scacchi vennero posti sul colletto della divisa. Il 1932 vide il cambio di denominazione della nuova società in Ambrosiana-Inter dopo la ricostituzione dell’U.S. Milanese, che rinacque solo come polisportiva senza la sezione calcistica, sciogliendo così la fusione forzata con l’Inter.

Nel 1945 l’U.S. Milanese, rinata anche calcisticamente, rifiutò l’invito a prendere parte al campionato misto di Serie B e riprese l’attività solo a livello locale (campionato milanese) ma alla fine della stagione 1945-1946 terminò l’attività ufficiale, sancendo il tramonto di una gloriosa, sfortunata e dimenticata società degli albori del calcio italiano

Da Donnarumma a Dollar-umma: quando tifo e soldi non bastano. Gli interrogativi che fanno sorgere un dubbio

Da Donnarumma a Dollar-umma: quando tifo e soldi non bastano. Gli interrogativi che fanno sorgere un dubbio

Donnarumma, diciottenne portiere del Milan, ha annunciato in accordo col suo procuratore Mino Raiola di non voler prolungare il contratto con il Milan in scadenza a giugno 2018.

Donnarumma – Milan sembrava una storia d’amore a lieto fine, un matrimonio idilliaco,  invece si è trasformata nella storia di un uomo, forse ancora bambino, che ha lasciato l’amata sposa all’altare.

Questo non è un articolo di calciomercato perchè non rientra nella nostra mission e soprattutto perchè lo lasciamo fare volentieri a chi ha molta più esperienza e competenza nel settore. Questa è solo un’analisi di un osservatore esterno, un appassionato di sport e di calcio,  un porsi domande a cui al momento non abbiamo risposte ma che dobbiamo ricordarci, perchè colui che detiene tutte le risposte, il tempo, piano piano ci fornirà.

Donnarumma è una rising star, qualcosa più di un semplice prospetto di campione, un talento cristallino, secondo alcuni un vero e proprio predestinato erede diretto di Gianluigi Buffon. Donnarumma però è prima di tutto un ragazzo di diciotto anni. Nato a Castellammare di Stabia nel non lontanissimo 1999, fu scoperto e portato al Milan all’età di 13 dallo scout rossonero Mauro Bianchessi. Quest’ultimo in una recente intervista ha dichiarato che sia l’Inter che il Milan si stavano contendendo il ragazzone campano ma che la sua fortissima fede per i rossoneri, tanto da avere la camera completamente tappezzata di poster dei campioni milanisti, fece propendere il buon Gigio direzione Milanello.

Accostato più volte alla Juventus nella  scorsa stagione dopo il suo exploit ed una coppa tolta proprio ai bianconeri a dicembre in quel di Doha con un volo da cineteca su Dybala durante i calci di rigore, al termine della sfida tra Juventus e Milan di campionato allo Juventus Stadium, terminata come tutti ricordano con un rigore concesso dall’arbitro Massa al novantacinquesimo, arrivò il primo vero gesto d’amore del giovane portiere verso i suoi tifosi: il bacio della maglia sotto il settore ospite. Un gesto molto forte perchè da un lato testimoniava amore alla sua squadra e dall’altra diminuiva le speranze di una contendente molto interessata al giocatore. Era il dieci marzo scorso.

Tre mesi dopo quel bacia maglia che un tempo aveva un significato, come tante cose della vita quotidiana quel significato o l’ha perso o comunque si è trasformato. Tre mesi dopo le stesse labbra colme d’amore che si poggiavano sullo stemma del Milan hanno pronunciato la parola “NO” ad un rinnovo contrattuale da 5 milioni di euro a stagione.

Cosa è cambiato in tre mesi?  Ha deciso da solo o è stato indirizzato? I cinesi stanno spendendo tanto per rilanciare il Milan ma sono garanzia di investimenti anche in futuro? E se Raiola sapesse che i cinesi investiranno solo in questa stagione e non avesse voluto legare il suo assistito ad una squadra che non sarà competitiva in Europa ad altissimi livelli nei prossimi anni? 

Queste sono alcune delle tante domande che ci possiamo porre in merito a questa vicenda ma a cui, come detto prima, non abbiamo risposta. Gli unici fatti di cui siamo a conoscenza sono che negli ultimi tre mesi la proprietà del Milan è cambiata, la famiglia Berlusconi ha lasciato il passo ad una cordata cinese e che il procuratore di Donnarumma è Mino Raiola, vero e proprio squalo del mercato capace di convincere i propri assistiti di tutto e del contrario di tutto. Per le dinamiche approfondite, i retroscena ed i dettagli bisognerà aspettare colui che le detiene tutte le risposte. Il tempo appunto.

Dal nostro punto di vista ci dispiace solo che un ragazzo di diciotto anni che gioca nella sua squadra del cuore rifiuti un contratto con la stessa da cinque milioni l’anno. Forse si è perso un po’ il senso della misura. D’altronde è evidente che oggi i valori morali non esistono più o quantomeno si nascondono davvero bene, con l’umano medio  che sta diventando sempre di più un individualista logorato dal successo economico.

 

Ma come si fa a criticare ancora Massimiliano Allegri?

Ma come si fa a criticare ancora Massimiliano Allegri?

Fino alla fine, nonostante tutto.

Massimiliano Allegri rinnova con la Juventus e ritenta l’assalto alla Champions League. Nonostante Cardiff.

C’eravamo tanto amati? No, continuiamo a farlo. In un mondo calcistico moderno, dove anche le storie d’amore sono usa e getta, serve un punto fermo. E Massimiliano Allegri, nonostante tutto, ha deciso di proseguire il percorso intrapreso con la Juventus. Nonostante Cardiff e nonostante una sconfitta che anche i miglior malpensanti, quelli con occhi gialli e trespolo al seguito, non avrebbero mai pronosticato. La Champions League non è arrivata, il sogno del Triplete si è interrotto sul più bello. Ma non la storia d’amore tra la Vecchia Signora e questo allenatore che sta rivoluzionando, nel suo piccolo, il modo di vedere il calcio. Un modo che può essere riassunto in tre punti fondamentali delle tre M: match dopo match, mentalità, modulo. Sono questi i punti cardine di un allenatore che è maturato davvero tanto dopo quello scudetto vinto alla guida del Milan: tre campionati, tre Coppe Italia, una supercoppa Italiana. E due finali di Champions League.
Molti lo hanno criticato al suo arrivo, dove tutto sembrava sfaldarsi dopo nemmeno due mesi. Molti lo criticano ancora adesso, per un gioco per niente spettacolare. Ma la sua risposta è chiara e netta, come un taglio chirurgico: chi vuole divertirsi vada al circo, nel calcio contano soltanto i risultati. E i risultati sono arrivati, anche se le due finali europee bruciano: punti, goal e trofei. Difficile da contraddire, difficile poter fare di meglio. Un allenatore che ha saputo unire elementi, scrollare di dosso ad una squadra l’etichetta di “Contiana” appartenenza e formare un’armata vincente. Poi c’è anche la componente tonda della vita, ovvero la fortuna. Ma quando scegli circa quindici cambi su venti, le italiche convinzioni vengono spazzate via dalle statistiche.

Ma tornando alle tre M, soffermiamoci sulla prima questione: match dopo match, partita dopo partita. Una frase che abbiamo sentito praticamente sempre, ma che difficilmente è stata applicata alla lettera. Allegri è riuscito in questo ad isolare i suoi giocatori: non è stato facile, soprattutto con un’opinione pubblica che spingeva più verso i confini europei. Ma ha conquistato un campionato che in altre situazioni sarebbe scivolato in mano altrui. E questo non è un tassello da scartare nel puzzle, ma una delle chiavi di lettura principali di un allenatore vincente. Più facile a dirsi che a farsi, ma lui ci è riuscito. Eccome se ci è riuscito.

La mentalità poi, non è da meno. I passi falsi ci possono essere, così come i passaggi a vuoto. Normale in una stagione che dura un anno e non finisce mai, normale quando sei vicino alla meta e a volte cerchi di tirare il fiato. Il calcio è uno sport giocato da umani, normale lasciare qualcosa per strada. Ma la mentalità di questa Juventus spaventa: non spreme, non preme e non pressa. O meglio, lo si fa ma soltanto nei momenti giusti. Tirando il fiato quando si può. Faccio il compito da 7, quando mi riesce quello da 8.5 o da 10. Ma poi la media a fine stagione, nonostante i detrattori, rimane comunque alta.

Per finire abbiamo il modulo. Due sono le gestioni che hanno colpito più di tutti: Mario Mandzukic, un croato di 190 centimetri circa, a correre sulla fascia. Uno abituato ad essere un falco in area di rigore, va sulla corsia esterna. Forse questa scelta ha pagato in termini di prestazione nella finale, ma in quel ruolo Massimiliano Allegri ha rivoluzionato il modo di guardare il calcio. Anche se segna poco, anche se dà poco spettacolo. E poi i cambi: lettura della partita, chiave tattica sempre a mente e se le cose vanno male si cambia. La differenza in quei punti tra Napoli e Roma è stata proprio la gestione tattica a partita in corso: se qualcosa sta andando male, non vado contro la mia testardaggine di un modulo standard che non deve essere mai cambiato. Una frecciata ai colleghi più silenziosa del solito.

Tre M per continuare a scrivere la storia. M come Massimiliano, ancora per altri tre anni. I cicli non si costruiscono dal nulla e questo la Juventus lo sa benissimo. E allora via fino alla fine, fino al prossimo obiettivo. Fino alla maledizione Champions League da sfatare con la quarta M, la malizia. Quella che è mancata nel 2015 e nel 2017, ma che non dovrà mancare il prossimo anno. Fino alla fine.

Per cucire il filo di una memoria basta un Ago: l’ultimo saluto di Agostino Di Bartolomei

Per cucire il filo di una memoria basta un Ago: l’ultimo saluto di Agostino Di Bartolomei

Agostino di Bartolomei. Una storia difficile da capire. La fine ha un inizio: 30 maggio 1984. Stadio Olimpico. Finale di Coppa dei Campioni. Roma-Liverpool finisce 1-1. Si va ai calci di rigore. Il primo è degli inglesi. Sbagliato. Ora serve coraggio. Tutti aspettano il “divino” ma Falcao, sul dischetto non si presenterà mai. E allora ci va Agostino Di Bartolomei. Il capitano non si tira indietro: il destro è violentissimo. Gol. 2-1. La Roma, in quel preciso e unico momento, è in vantaggio. L’epilogo è noto. Un finale che cambia storia e vita. Agostino Di Bartolomei vince la Coppa Italia e poi lascia fascia di capitano e città, destinazione Milano. Motivo? Incomprensioni con la società.

Il 14 ottobre 1984 gioca e segna a San Siro. Con la squadra “sbagliata”. Ed esulta con la rabbia di un amante tradito. Il 24 febbraio del 1985 torna a Roma. Fischiato. Un ultimo strappo. Lacerante. A Roma lascia il cuore. E non ci tornerà più. Va a Cesena, chiude a Salerno dove sceglie di vivere. Appesi gli scarpini al chiodo, ha due progetti: una “scuola calcio” nel senso pieno del termine, e tornare a Roma. Entrambi sono difficili da concretizzare. Castellabbate è una realtà complicata e i progetti stentano a decollare. Il silenzio assordante ferisce e tormenta.

Di Bartolomei è dimenticato. L’errore è di chi non lo capisce, o di chi non si adegua? Il calcio lo ama, ma non lo comprende. Lo stima, ma non lo accetta. Del resto Di Bartolomei è silenzioso, riflessivo, profondo, colto. Ama politica, arte e filosofia. É lontanissimo dallo “status quo” del calciatore. É però un raro esempio di lealtà e correttezza. Una pietra miliare dell’idea di gioco pulito. Rispettoso di avversari, arbitri, disciplina e regole. In una parola: educato. Vuole trasmettere ai giovani serietà, senso del dovere, responsabilità. Insegnare che è meglio cercare i lati buoni, piuttosto che odiare. L’idea e i valori sono espressi attraverso disegni, scritti, progetti. Il figlio Luca li racchiude in un libro: Il Manuale del calcio”. Bellissimo. Leggerlo aiuta a capire chi sia Agostino Di Bartolomei.

Più difficile, invece, cogliere il senso di quel giorno. Quel 30 maggio del 1994 si toglie la vita. Nel giorno in cui il rimpianto si mescola al dolore. Un colpo secco. Un rumore sordo. Un tonfo. Qualcosa non ha funzionato. Cosa? Inutile cercare risposte che nessuno è in grado di fornire. Meglio cercare i lati buoni. Ed è significativo che il ricordo di Agostino sia vivido in chi non ha avuto tempo e fortuna di viverlo. La sua parabola abbraccia e lega Roma e la Roma. Di Bartolomei il Capitano. Un eroe tragico. Forse per questo, destinato a non  invecchiare mai. Ha ragione, Luca, suo figlio. Per cucire il filo di una memoria, basta un Ago.

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Restare in Europa (League) a Luglio? Meglio un vacanza pagata in Cina…

Restare in Europa (League) a Luglio? Meglio un vacanza pagata in Cina…

La corsa all’ultimo posto per l’Europa League si è trasformata un Tresette a perdere. L’Inter è crollata: un punto nelle ultime cinque partite. Nello stesso arco di tempo, Milan e Fiorentina, messe insieme, ne hanno totalizzati 10. Insomma, quanto basta per chiedersi chi ambisca al piazzamento europeo.

Certo, l’Europa League non è la Champions, ma non è da buttare. Per ogni partita della fase a gironi è previsto un premio di 360.000 euro a vittoria e 120.000 euro a pareggio. Quindi un “en plein” (6 vittorie) nel girone potrebbe fruttare più di 2 milioni di euro. Piccolo inconveniente. Per raggiungerli, quei gironi, occorre superare i  preliminari. Da giocare in luoghi più o meno ameni fra il 27 luglio e il 3 agosto.

Eh? Cosa? Fermi tutti, che qui c’è un problemone.

Proprio in quel periodo, in Cina, si gioca la International Championship Cup. Un torneo che vale di per sé 2.5 milioni di Euro. Ma la vera differenza è nel “surplus” di ricavi: qualcosa di ingente. Segnatevi il 24 luglio quando è fissato Milan-Inter. Il primo derby “cinese in Cina” a Nanchino (città sede della Suning, guarda un po’…) garantisce una “fanzone” di 312 milioni di tifosi asiatici. Basta che un tifoso locale su venti decida di utilizzare un euro della propria carta di credito per generare un ricavo superiore ai 15-17 milioni garantiti da una eventuale vittoria in Europa League. A conti fatti, si fa peccato a pensare che le due squadre milanesi di proprietà cinese, sacrifichino il sesto posto in cambio di applausi, sorrisi e (soprattutto) soldi provenienti dalla “casa madre”?

Occhio, infine, alle prospettive della prossima stagione. Dal 2017/2018 i primi quattro posti garantiscono l’accesso diretto ai gironi di Champions League. Allo “status quo” Inter e Milan si contenderanno proprio l’ultimo dei quattro posti disponibili. Del resto, per andare a caccia del podio, occorre scalzare una fra Juventus, Roma e Napoli. Per riuscirci, servono investimenti da svariati milioni di euro e l’innesto di diversi top players. Ecco, appunto: quale fuoriclasse accetterebbe con il sorriso di iniziare a metà luglio (quindi di andare in ritiro nell’ultima settimana di giugno) l’annata che precede i Mondiali? E chi pensa che Inter e Milan siano disposte a perdere punti in ottica Champions per onorare l’Europa League? Alla luce di queste riflessioni è così impossibile individuare la Fiorentina come vera favorita per il sesto posto?