Milan: lo strano caso (e i debiti) di Yonghong Li. Il cinese che cerca i soldi negli Stati Uniti

Milan: lo strano caso (e i debiti) di Yonghong Li. Il cinese che cerca i soldi negli Stati Uniti

Che Yonghong Li sia un personaggio a dir poco misterioso oramai, per usare un gioco di parole, non è neanche più un mistero. Sono mesi che ci si interroga su chi sia il nuovo presidente del Milan e soprattutto di quale disponibilità finanziarie possieda per far fronte agli impegni. Nonostante, fino ad oggi, tra i presidenti delle società di serie A sia stato quello che ha speso di più: oltre 200 milioni di euro per allestire la rosa da mettere a disposizione di Montella. Ma con il Milan che dopo 8 partite ne ha perse già 4, sono sempre di più quelli che si chiedono se i soldi siano stati spesi bene, oppure al contrario male. Molto male. Una valanga di denaro che tra l’altro non è ancora chiaro come mister Li abbia potuto accumulare. Nonostante un patrimonio personale da lui dichiarato ma fino ad oggi mai smentito di 500 milioni di euro.

E le indiscrezioni che vorrebbero, dietro al nuovo presidente del Milan, persino la China Huarong, un colosso nazionale dell’asset management. Ma considerando il fatto che per comprare il Milan ed effettuare l’ultima parte del closing con la Fininvest ha dovuto chiedere un prestito da 300 milioni di euro agli americani del fondo Elliott. La domanda sorge da sé:  come può spendere 200 milioni uno che ne ha presi a prestito 300 e al tasso d’interesse proibitivo dell’11%? Perché di questo si tratta: mister Li ha speso una valanga di soldi dopo averne chiesti altrettanti se non di più al Fondo Elliott. Come è stato possibile? Questa estate se lo domandò anche il presidente giallorosso James Pallotta il quale, arrivò persino ad affermare che il Milan non aveva i soldi e prima o poi ne avrebbe pagato le conseguenze. Di quali conseguenze stesse parlando Pallotta non è chiaro ma intuibile: vale a dire del rischio da parte della Rossoneri Investment (la società che fa capo a Yonghong Li e che detiene la quota di maggioranza della società rossonera) di dover cedere l’intero pacchetto al Fondo Elliott in caso di mancato rimborso del prestito da 300 milioni.  Che necessariamente dovrà avvenire entro il 15 ottobre del 2018 insieme al rimborso delle obbligazioni “parcheggiate” alla borsa di Vienna (che sarebbero finiti in pancia alla società Project RedBlack che altro non sarebbe che una “società veicolo” di Elliott). A quanto pare sembra che sia già partita la caccia per un rifinanziamento del debito. E proprio a questo scopo sarebbero partiti da un paio di mesi i contatti con diverse multinazionali bancarie per poter ottenere i fondi.

In cima alla lista dei possibili partner ci sarebbero proprio due tra le principali banche americane: vale a dire Goldman Sachs (che ha già finanziato sia l’Inter che la Roma) e Bofa-Merryll Linch. Per il Milan starebbe lavorando come riporta anche il Sole 24 Ore, l’avvocato Agostinelli dello stadio legale Gattai-Minoli-Agostinelli. Lo schema di finanziamento sarebbe quello già proposto e utilizzato che passa per la creazione di una società emittente di bond, alla quale vengono ceduti assets in grado di generare risorse da concedere in pegno alla banca finanziatrice. La quale, potrebbe essere appunto proprio Merryl Linch. Ma il condizionale è d’obbligo, perché al momento sul piatto non pare esserci nulla di certo. E che potrebbe succedere se l’operazione non andasse in porto entro l’ottobre del 2018? In quel caso lo scenario più probabile sarebbe sempre lo stesso: che gli americani del fondo Elliott entrino nell’immediato possesso delle quote del Milan date in pegno dalla società di Yonghong Li.  Ce la farà mister Li a ripagare mercato e finanziatori di tutti i soldi presi a prestito?

Nils Liedholm: c’era una volta il “Barone”…

Nils Liedholm: c’era una volta il “Barone”…

Se ci fosse ancora, oggi spegnerebbe novantacinque candeline. Ma con sobrietà. Come nel suo stile. “Papà non amava molto festeggiare il suo compleanno, non gli dava un gran peso” dice Carlo Liedholm, figlio di Nils, monumento del calcio mondiale da giocatore e da allenatore, nato l’8 ottobre 1922 a Valdemarsvik, cittadina sul Baltico del sud di quella Svezia che, da leader del centrocampo, condusse all’oro olimpico di Londra (1948) e che lasciò l’anno dopo per il Milan. “Disse a mio nonno che sarebbe rimasto due anni e poi sarebbe ritornato. E invece…”.

E invece l’Italia lo stregò per tutta la vita. Trascorsa all’insegna del calcio. E di una squadra, in particolare: il Milan. Ne è sempre stato tifoso, anche quando allenava altri club, perché ci giocò tutta la carriera e ne fu capitano e bandiera. La prima della storia”. 359 partite, 81 gol, quattro scudetti, una Coppa Campioni lasciata al Grande Real, che lo aveva cercato però senza successo, ma soprattutto mai un’ammonizione. Non perché evitasse i contrasti, quanto perché era corretto. Come lo sarà in panchina. “Mai una polemica contro un arbitro, prese con filosofia anche ‘il gol di Turone’, sapeva che con la Juve potevano capitare certe cose” racconta il figlio, nato dal matrimonio tra Nils e una nobildonna piemontese, che ne favorì il soprannome di “Barone”.

Significava classe ed eleganza. In una parola, carisma. Quello che emanava la sua figura, quello che esercitava sui propri giocatori. “Non era un sergente di ferro, non è mai stato punitivo, parlava a bassa voce, ma sapeva farsi ascoltare ed ebbe un ottimo rapporto con tutti i suoi giocatori” ricorda ancora Carlo. Una mentalità forse rivoluzionaria per i tempi (anni Settanta e Ottanta) accompagnata da una visione del calcio altrettanto avanguardista. “Papà era uno svedese anomalo, metteva la tecnica davanti a tutto, stravedeva per i calciatori sudamericani e diceva che senza buoni calciatori un allenatore non va da nessuna parte. Anche la metodologia d’allenamento era all’insegna del progresso. “Il pallone non mancava mai, se un calciatore doveva migliorare, lui si fermava a fare ripetizioni tecniche a fine seduta. E a Roma le porte del Tre Fontane erano sempre aperte, nessun segreto da nascondere, c’erano solo 3-4000 tifosi da far felici.

Teorico del possesso palla – “Finché ce l’abbiamo noi, sono gli altri a doversi preoccupare” sarà una delle sue frasi celebri – Liedholm sviluppò la sua filosofia a Verona (dalla C alla A in due stagioni ’66-68), a Varese (’70, promozione in A), a Firenze (’71-‘73) e, soprattutto, al Milan e alla Roma. In rossonero realizzò il primo capolavoro con lo scudetto della Stella (1979). “Ottenne il massimo da un organico non da scudetto. Aveva una buona difesa – Albertosi, Maldera III, Collovati, Baresi, promosso titolare giovanissimo al posto di Turone che non la prese tanto bene ma che poi lo seguì subito a Roma – seppe tirar fuori il massimo da Buriani e De Vecchi, e s’inventò Bigon centravanti, forse il primo falso ‘nueve’ della storia del calcio.

Della sua trilogia in giallorosso, il secondo capitolo è il più esaltante. “Dopo lo scudetto Viola, col quale ebbe sempre uno straordinario rapporto perché erano simili come carattere (formali e rispettosi dei ruoli), gli disse che avrebbe comprato la Roma a condizione che ritornasse. Lui non se lo fece dire due volte. Roma gli era rimasta nel cuore, ne fu innamorato perso per tutta la vita e, anche se conduceva una vita riservata, amava vivere al centro”. Due coppe Italia (’80 e ’81) e un secondo posto prima della proclamazione a “Imperatore”. Genova, 8 maggio 1983. “Una squadra bellissima, rimasta nel cuore dei tifosi per i suoi giocatori fortissimi: Tancredi, Maldera III, Falcao, Bruno Conti, Di Bartolomei, Pruzzo. Lo scudetto fu un impatto emotivo straordinario, quello del ’42 non era mai stato troppo considerato dalla città, doveva venire, la squadra giocava troppo bene e l’entusiasmo era sempre più crescente. Le immagini di Genova sono indimenticabili, la gente ai bordi del campo, l’invasione alla fine, papà portato in trionfo dai tifosi, la festa a Roma…. L’anno dopo, in Coppa Campioni, solo il Liverpool impedì la divinizzazione del “Barone”. “Partita equilibrata, Liverpool più esperto, ma serata fatale: Pruzzo dovette uscire per un mal di stomaco, si fece male anche Cerezo, erano due rigoristi, Falcao invece non ne aveva praticamente mai battuto uno… “.

Vinse la terza coppa Italia (’84), suggerì Eriksson a Viola, poi ritornò al Milan. Per ragioni di cuore.  “Voleva essere più vicino al Piemonte, a casa”. Anni difficili. Il presidente Farina fuggì in Africa indebitato fino al collo, la società rischiava il fallimento, ma Liedholm si tolse comunque la soddisfazione di lanciare un’altra promessa: Paolo Maldini (16 anni).

Se i giovani erano un’altra sua passione – “Ogni anno ne aggregava almeno due-tre alla prima squadra” – la Juve fu l’avversario più sentito “Anche del derby, che considerava una partita da due punti” – mentre Berlusconi il presidente meno amato. “Soffriva il carisma e la competenza di mio padre, erano due personalità forti e il rapporto non fu il massimo”.

E allora fu ancora Roma. Terzo posto (’88) dietro il Milan di Sacchi e il Napoli di Maradona“Un gran risultato, buona squadra con Giannini, Voeller, Tancredi, Nela… – poi l’anno dopo pagò il malore di Manfredonia e le stravaganze di Renato: “Fortissimo, ma senza la testa per il calcio europeo”. Dopo la sconfitta nello spareggio Uefa contro la Fiorentina (1-0, gol di Pruzzo, ironia della sorte), il ritiro. “Decisione automatica, anche se poi tornò nel ’97 con Sella per salvare la Roma e ammirare un giovanissimo Totti. Dopodiché rientrò definitivamente nelle sue vigne del Monferrato – “Erano di mia mamma, a lui piacevano perché gli ricordavano la campagna di quando era ragazzo” – per godersi la terra e i nipoti fino alla fine del viaggio (5 novembre 2007).

Oggi quel suo calcio basato sul possesso palla è replicato dalle squadre di Guardiola, ma a velocità più elevata. “Sono cambiati i metodi di allenamento” sottolinea Carlo, che lo scorso anno, nella tenuta di famiglia, ha premiato Claudio Ranieri al termine della sesta edizione del “Premio Liedholm”, assegnato ogni anno a quei personaggi del mondo del calcio che si distinguono non solo per i successi, ma per la serietà, la correttezza, l’etica e l’affabilità. “Purtroppo è sempre più difficile trovare qualcuno che incarni questi valori”.

Se la Svezia, alla quale rimase sempre legato, gli ha dedicato un francobollo, un busto nel centro di Vladesmarvik e l’ha eletto miglior giocatore di sempre, in Italia e in Europa di Liedholm, e del suo modo di vedere il calcio, come dice il figlio, forse non c’è davvero quasi più traccia. Però c’è la sua storia. Da valorizzare e tramandare ai posteri. Perché la classe è un po’ come il pallone: meglio sempre averla con noi. Ovunque tu sia, tanti auguri Nils. Och tack för allt. (E grazie di tutto).

Napoli, Juventus e Inter: chi la vera favorita per lo scudetto?

Napoli, Juventus e Inter: chi la vera favorita per lo scudetto?

Emettere delle sentenze fin da ora sarebbe da stolti, ma sette giornate sono sufficienti per fare le prime previsioni sullo sviluppo della Serie A in corso. Le statistiche si consolidano, gli episodi si trasformano in trend e i quesiti si moltiplicano di pari passo con l’evoluzione del rendimento delle venti squadre in gioco. Uno su tutti rappresenta al momento la classica domanda da un milione di dollari: chi è la vera favorita per la vittoria dello scudetto? Numeri alla mano, sembrerebbero esserci pochi dubbi. Il Napoli, reduce dal settimo successo in sette giornate, guida la classifica con 21 punti su 21 disponibili, ha il miglior attacco (25 reti, 3,5 a partita), un gioco entusiasmante ed un’apparente semplicità nel dominare gli avversari.

Eppure i dubbi ci sono, e sono tanti. Perché la Juventus, nonostante abbia rallentato una marcia finora perfetta nel rocambolesco 2-2 di Bergamo, è pur sempre la corazzata che ha dominato gli ultimi sei campionati. E l’Inter, seppur balbettante a più riprese, ha portato a casa gli stessi punti dei bianconeri (19) e ha la miglior difesa del torneo (3 gol subiti, 0,42 a partita). Insomma, dare una risposta certa alla grande domanda non è per niente semplice, ma il margine è sufficiente per fare qualche valutazione.

Partiamo da un presupposto: nessuna delle tre ha affrontato un calendario particolarmente difficile. Il Napoli ha sconfitto in 5 casi su 7 delle formazioni che occuperanno con ogni probabilità la seconda parte della classifica, incontrando le uniche vere difficoltà con l’Atalanta (in casa) e la Lazio, umiliata all’Olimpico grazie ad un 1-4 che rappresenta allo stato attuale la prova di forza più significativa della banda di Sarri. Simile il destino della Juventus, il cui calendario si è complicato solo nelle ultime due giornate con il derby torinese vinto nettamente e il già citato pareggio di Bergamo. Se possibile, il percorso dell’Inter è stato ancora più semplice: quattro delle sette avversarie incontrate finora si trovano nelle ultime sei posizioni della classifica, ma la vittoria di Roma contro gli uomini di Di Francesco è un chiaro segnale delle potenzialità della banda di Spalletti, estremamente cinica e fortunata al punto giusto contro ogni tipo di avversario. Insomma, le indicazioni, legate al gioco espresso (il Napoli), alla sopportazione delle enormi pressioni (la Juventus) e al pragmatismo solito di chi vince i campionati (l’Inter), ci sono, e rimarcano un elemento: il gap preoccupante tra le squadre più forti (soprattutto Napoli e Juventus) e le altre si è ampliato ulteriormente, rasentando il ridicolo nei casi più estremi.

Di conseguenza, l’individuazione della vera favorita al titolo passa anche attraverso due aspetti alternativi al calendario: l’andamento negli scontri diretti e il percorso nelle coppe europee. Sul primo è difficile esprimersi, ma le vittorie esterne di Napoli e Inter contro Lazio e Roma hanno il loro peso, e il prossimo turno darà diverse risposte grazie a Juventus-Lazio, Roma-Napoli e Inter-Milan, decisive anche per comprendere se la lotta scudetto riguarderà tre o più squadre. Sul secondo punto, invece, si può fare qualche considerazione in più. L’assenza dalle coppe è indubbiamente un elemento a favore della Beneamata, ma non sarà questo a farne la candidata principale. Napoli e Juventus, impegnate in Champions al pari della Roma, dovranno lasciare per strada tantissime energie e far affidamento sulla bontà delle alternative in panchina e il conseguente turnover, mai digerito granché da Sarri, anche in questo molto diverso da Allegri. Il Napoli, tuttavia, sembra aver cerchiato col rosso questa stagione e punta tutto sulla vittoria di un titolo che manca da 27 anni. Un po’ come la Juventus con la Champions League, spauracchio maledetto dal 1996.

Potrebbe essere questo, più di tutto, a fare la differenza tra le due che hanno dato finora le maggiori garanzie: entrambe lotteranno su più fronti, ma il Napoli sembra credere nello scudetto come non mai, mentre la Juventus ha un’altra priorità. Sarà sufficiente per riportare il titolo al San Paolo? Si può ipotizzare, seppure questa stagione sia troppo lunga per avventurarsi oltre. Un’eliminazione prematura dalle coppe di una delle due e la minaccia incombente delle varie Lazio, Roma e Milan potrebbero spostare gli equilibri e smentire qualunque previsione. Poi c’è l’Inter, la solita pazza Inter. Ha gli stessi punti della Vecchia Signora, insegue i partenopei a due sole lunghezze e ha la miglior difesa del campionato, tra le migliori in Europa. In questo momento sembra avere meno probabilità di trionfare rispetto alle altre, ma non si sa mai: finché i palloni degli avversari si scontreranno con i pali e quelli dei nerazzurri finiranno nella porta giusta al momento giusto, tutto sarà possibile. Anche smentire i pronostici, e i pochi convinti che ci sia già una sentenza da commentare.

Milan – Roma: la distanza non è solo nei chilometri

Milan – Roma: la distanza non è solo nei chilometri

Milan – Roma. Milano e Roma. Una splendida dicotomia. Difficile che chi ami una, apprezzi l’altra. Distanti 572 chilometri: bastano e avanzano. Roma, la Capitale: un museo a cielo aperto, calda, solare, attraente. Milano, da bere: moderna, ha un fascino algido, ama le solide realtà. Ammette, a denti stretti, di non essere Roma, ma si ritiene efficiente, pratica. In una parola: produttiva.  Di certo, le differenze sono marcate. Ridiamoci su.

IL CALCIO – Beati i milanisti che contestano una società che in 30 anni ha vinto ventotto trofei. Se in casa rossonera ci si lamenta di 18 scudetti, 5 Champions e altrettante Supercoppe Europee, 3 Coppe Intercontinentali, 1 Coppa Italia e 7 Supercoppe italiane cosa dovrebbe fare il tifoso romanista che in 89 anni di storia ha visto 3 scudetti, 9 coppe Italia e una Coppa delle Fiere? Il tifoso del Milan è abituato a vincere, orgoglioso del suo passato e lo rimpiange. Le vittorie sono comunque celebrate con senso della misura. Una notte di baldoria e si ricomincia. Il romanista è platonico: arriva spesso a sfiorare la vittoria, ma ne coglie l’essenza. Quando vince, vive l’evento con una gioia irrefrenabile. Un “Unicum”. Appunto.

E se si vive diversamente il calcio, figurarsi il resto…

IL TEMPO –  A Milano il concetto di “timing” è più chiaro rispetto a Roma. Nella Capitale molto dipende dal traffico: un  motivo (e una scusa) per giustificare i ritardi. “Darsi un appuntamento” a Milano, equivale a un’ipoteca. A Roma l’idea di vedersi in un certo luogo in una data ora, si lega a imprevisti e probabilità. Anche per questo vi è comprensione e tolleranza.

IL LAVORO – Il milanese “vien via” dal “Briefing”, con idee chiare sul “target” analizzato in “call conference”. E se è sfuggito qualcosa? A Roma si chiede un “riassunto”. A Milano, il  “recap”. Nei negozi di via dei Condotti trovi i “commessi”. A Via della Spiga i “sales account”. A Roma, prima, dopo e durante le riunioni e il lavoro, sono ammessi, doverosi, più caffè. Meglio se arrivano dal bar. A Milano c’è “la macchinetta”. Utilizzarla con parsimonia, visto mai si diventi ancor più frenetici. Capita, che un milanese in trasferta a Roma possa assumere la caffeina di una giornata nel giro di tre ore scarse. E che un romano cerchi del caffè a Milano come acqua nel deserto.

CIBO –  Non si accettano compromessi. Piatti differenti per gusti, consumi e porzioni. Orari e abitudini altrettanto distanti. All’ombra del Colosseo “brunch” o ”apericena” rappresentano concetti  astrusi: su certe cose non si scherza. O è colazione o pranzo. O è aperitivo o cena. E in ogni caso si va a “mangiare qualcosa” o “bere una cosa”. Cosa sia la cosa? Dettagli. Ah, è particolarmente interessante che a Milano si paghi alla “Romana”.

TRAFFICO & GUIDA –  Questione filosofica. A Milano il semaforo giallo è un invito a fermarsi. A Roma è una sfida ad evitarlo. Il clacson? Il milanese, lo userebbe, forse, in caso di un malore improvviso di un parente strettissimo. A Roma, invece, “parlano”. Colpo secco: attenzione. Lungo e deciso: sbrigati.  A Milan si parcheggia con meticolosità e anche un camioncino crea traffico. A Roma ogni spazio è vitale: una macchina in doppia fila è sostenibile leggerezza dell’essere. E quello sarebbe traffico? Per definirlo tale, occorre un incolonnamento di tre chilometri e almeno due vetture incidentate. Altrimenti è un rallentamento.

APPELLATIVI – Aspetto affascinante. Il milanese antepone l’ articolo al nome.  Roma lo accorcia e, nei casi migliori, usa il dittongo “aho”. E cosi “La” Luisa o “L’Antonio” diventano “aho luì” o “aho antò”. Se si vuole offendere o prendere in giro, a Milano si usano nomignoli o il suffisso “-ina” evitando il turpiloquio. Un concetto che si riassume in una parola:“Testina”. Il romano tende a essere leggermente più diretto…

Milano o Roma? Roma o Milan? Scegliete voi. Solo una: Roma e Milano non si somiglieranno mai. Ed è giusto così sebbene, fra simpatia e diffidenza, in fondo, si vogliano bene.

Abbonamenti in aumento, rinasce la voglia di Stadio in Italia? I numeri della crescita

Abbonamenti in aumento, rinasce la voglia di Stadio in Italia? I numeri della crescita

Milano torna la Capitale del calcio, per ora solo, sotto il punto di vista degli abbonamenti sottoscritti dai propri tifosi per la stagione appena iniziata. Un primato che conferma l’entusiasmo nella città meneghina dopo anni di disamoramento, soprattutto dalla parte rossonera, e che porta nuovamente al centro del palcoscenico del calcio nostrano una piazza che nelle ultime stagioni è rimasta nelle retrovie.

MILANO DOMINA- Milano capitale degli abbonamenti dicevamo: in questa stagione a comandare la classifica è il Milan con 31 mila tessere sottoscritte. Complice un calciomercato scintillante ed una prospettiva di crescita sempre più interessante, i tifosi rossoneri non hanno voluto perdere l’opportunità di poter seguire le gare casalinghe della loro squadra. Una crescita esponenziale per il club di proprietà cinese, che a confronto della scorsa stagione ha visto ben 14559 abbonamenti in più. Un dato che spiega l’aria che si respira adesso intorno alla squadra di Montella. A pari merito con il Milan l’altro club del capoluogo lombardo, l’Inter. Il club di Suning è arrivato a 31 mila abbonamenti (numero non ancora ufficiale), dato che conferma quello positivo della scorsa campagna abbonamenti con 27 mila tessere. Sul podio poi c’è la Juve che, con 29200 abbonamenti, ripete l’ottimo dato della stagione 16/17. La grande annata con il triplete sfiorato, e la voglia di riprovare l’avventura europea, ha spinto i tifosi juventini a ridare fiducia (e ci mancherebbe) alla squadra di Max Allegri. Sotto al podio la Roma con 20 mila abbonamenti, in risalita rispetto alla scorsa campagna abbonamenti, quando il club giallorosso si fermò a 18 mila tessere. Un dato incoraggiante che conferma come, se pur timidamente rispetto ad altre annate, i tifosi romanisti abbiano voglia di tornare a sostenere la propria squadra. Ad aiutare questa leggera risalita anche la questione, finalmente risolta, delle barriere che dividevano la Curva Sud, cuore del tifo giallorosso.

Crescita esponenziale – Chi ha visto crescere a vista d’occhio il numero di abbonamenti, oltre chiaramente alle tre neopromosse, è la Lazio di Claudio Lotito: Se lo scorso anno i supporters biancocelesti avevano comprato appena circa 10 mila abbonamenti (dato non ufficiale), quest’anno hanno deciso di mettere da parte i dissapori con Lotito e di sfruttare l’entusiasmo per la vittoria della Supercoppa italiana contro la Juventus, per tornare allo stadio. Per quest’anno per le gare casalinghe della squadra di Simone Inzaghi sono stati sottoscritti 16 mila abbonamenti, ben 6 mila in più dello scorso anno. Per il resto della Serie A i dati sono in linea con quelli passati con la conferma del Genoa al quinto posto assoluto con 17144 tessere, a testimonianza di come quella rossoblù rimanga ,in Italia, una delle tifoserie più affezionate alla propria squadra nonostante i tanti dissidi con il presidente Preziosi.

Crollo Viola, anomalia Napoli. Detto del crollo verticale (e prevedibile) della Fiorentina che ha visto ben 3 mila abbonamenti in meno sottoscritti, a destare curiosità è il dato del Napoli, una della piazze più calde e con più entusiasmo in assoluto in questo momento in Italia. Per le gare interne della squadra di Sarri sono stati sottoscritte appena 5888 tessere (solo il “piccolo” Sassuolo ne ha venduti di meno) addirittura un centinaio in meno dello scorso anno. Un dato veramente inaspettato che però può essere spiegato in questa maniera: dallo scorso anno comprare il biglietto partita per partita per le partite al San Paolo è risultato più conveniente rispetto alla sottoscrizione dell’abbonamento. Una politica particolare quella di De Laurentis che però ha portato, evidentemente, dei risultati in termini di presenze allo stadio soprattutto nei big match, che hanno soddisfatto la dirigenza del club partenopeo.

Dunque una crescita generale in tutta la Serie A, dovuta anche all’impulso positivo del calcio milanese che con tanti investimenti sta riportando la gente ad avere voglia di impegnarsi con un abbonamento e di tornare allo stadio. Una crescita dovuta, comunque, anche alle due neo promosse Benevento e Spal che praticamente per la prima volta (la Spal è stata già in A ma più di 50 anni fa) si affacciano nel calcio dei grandi e che quindi hanno visto sensibilmente aumentare il numero dei proprio abbonati. Un numero quello delle tessere sottoscritte che poi, a fine stagione, dovrà essere comparato con quello delle presenze effettive negli stadi per capire quando e come i tifosi siano effettivamente tornati a gremire gli spalti. Una crescita che poi andrà anche misurata negli anni a venire, sperando che non sia solo una crescita estemporanea, ma rappresenti una vera  e propria rinascita, anche alla luce dell’abolizione della Tessera del Tifoso.

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