Messina: la città con due stadi e nessuna squadra. Il pallone affoga nello Stretto?

Messina: la città con due stadi e nessuna squadra. Il pallone affoga nello Stretto?

Anno 2008. Franza, il Messina e il calcio affondano nello Stretto. Il presidente passa la mano con una dichiarazione, che, nove anni dopo, assume i contorni dell’anatema. “Dopo di noi non ci sarà più calcio a Messina”. In realtà, nessuna maledizione. Semplicemente, alla luce dei fatti, Franza era l’unico, a Messina, in grado di garantire calcio a certi livelli: da quando i proprietari delle “Caronti” (ferry boat turistici che attraversano lo Stretto) sono scesi dalla nave, il calcio sta affogando…

Anni di travaglio…

Estate 2009: il Messina, in serie B, rinuncia all’iscrizione. La società è travolta dai debiti, ma non sparisce. Riparte dalla LND. Di Mascio, dopo un anno di gestione, lascia a Piero Santarelli. Nell’ottobre del 2010 la prima umiliazione: squadra sfrattata dall’albergo in cui alloggia. Il primo di una lunga serie di debiti non onorati. La situazione, fra brevi interregni, si trascina sino all’estate del 2012 quando il gruppo di Pietro Lo Monaco rileva la società. Sembra la svolta: Messina scala in due anni, LND e la Seconda Divisione di Lega Pro. E nel 2014 si presenta con rinnovare ambizioni ai nastri di partenza della Lega Pro: troppo bello per essere vero. Non può esserlo. Infatti, non lo è.

Dammi lo stadio, ci faccio i concerti. E poi chiudo...

A luglio si consuma lo strappo con Renato Accorinti, sindaco della città peloritana. Oggetto del contendere, lo Stadio San Filippo: il Messina lo vuole tutto per sé. Il primo cittadino lo affida ad un azienda promotrice di eventi musicali. La stagione che doveva sancire il rilancio si chiude nel modo peggiore: ritorno fra i dilettanti, sconfitta nello spareggio, a domicilio, dalla Reggina. Condannata dai dirimpettai alla D? C’è di peggio? Si che c’è: Pietro Lo Monaco lascia. E nella primavera del 2017 arriva Franco Proto: la società chiude il campionato e rinuncia a iscriversi alla stagione 2017/2018. Fallimento. E i calciatori? Senza stipendio, e cosi rimarranno, perché la società è anche priva di copertura assicurativa. Insomma: retrocessi gratis. Fine della commedia? La settimana scorsa, l’Associazione Calcio Riunite Messina, si trasforma in Associazione Calcio Rilancio Messina.

Un futuro scritto sulla sabbia

Rilancio di cosa? Meglio chiarire alcuni punti: in primis. I debiti: 350 mila euro di fidejussione. 38 per il premio assicurativo. 28 per ripianare il bilancio. 20 da restituire alla lega. Buoni ultimi, 600 mila euro di stipendi e contributi. Tutto sulle spalle di chi ha buone intenzioni che da sole, non bastano. Il presidente Proto ha commesso un errore di base: affrontare la situazione senza una solidità economica consolidata. Però è anche rimasto solo. Nessun imprenditore locale si è mai interessato ad un asset ricco di storia e tradizione. E la politica? Le squadre di calcio con un curriculum importante possono rivolgersi a Tavecchio e versare i 150mila euro a fondo perduto per ottenere l’iscrizione in serie D. Un compito che spetta al Sindaco. Mattia Palazzi, sindaco di Mantova ha già provveduto. E Messina? In questo momento, la città non è pronta per il calcio: non vi sono condizioni per un ritorno economico, né politiche che incentivino lo sviluppo dello sport. Un esempio che sintetizza efficacemente l’incapacità di programmazione? Il Messina ha due stadi (il “Celeste” e il San Filippo) e nessuna squadra.

 

 

Taranto: prestami un Euro che mi compro una squadra

Taranto: prestami un Euro che mi compro una squadra

AAA vendesi squadra di calcio a 1 euro. Chiamare solo se interessati. Negli annunci di Taranto, si vende anche il…Taranto. La società pugliese ha messo in vendita il 90% delle quote alla somma simbolica di un euro. C’è tempo sino al 6 agosto. Il comunicato recita testualmente: “Gli eventuali soggetti interessati a rilevare il 90% delle quote societarie, dovranno contattare i soci Zelatore e Bongiovanni entro e non oltre le ore 13 del 6 agosto 2017 all’indirizzo di posta elettronica presidenza@tarantofc.it’”

Protagonisti della vicenda, Elisabetta Zelatore e Antonio Bongiovanni

Zelatore acquisisce il Taranto nell’estate del 2012 dopo che il 20 luglio l’ASP Fondazione Taras 706 a.c. (una società composta da tifosi) riesce a scongiurarne il fallimento. La neonata società, fusasi con il “Taranto Football Club 1927 s.r.l”. restituisce il pallone alla città: due anni in  LND,  infine il passaggio di consegne a Domenico Campitello. Il nuovo presidente progetta una risalita immediata, ma la sua avventura dura appena un anno. Il 29 luglio 2015 la società torna nelle mani della Zelatore che, con il nuovo socio, sfiora due volte la promozione, poi la ottiene attraverso il ripescaggio: la Lega Pro, inseguita per quatro anni, diviene l’inizio della fine. Esperienza disastrosa, sotto tutti i punti di vista. Sportiva, perchè culmina con la retrocessione. Economica in quanto dissangua le casse della società. Mediatica perchè deteriora i rapporti con la tifoseria.

Un futuro da riscrivere su un tavolo… di “concertazione”

Leggendo fra le righe del comunicato emerge una sensazione: la società non vuole vendere il Taranto. In sette giorni (5 lavorativi) non c’è, proprio fisicamente, il tempo di trovare acquirenti, visionare le carte e trovare un notaio. Dai su, non scherziamo: il comunicato è una provocazione. Contro chi?

Nel mirino, secondo le cronache locali, i tifosi. Ingrati e rei di contestare una società che ha già rinnovato staff tecnico e parco giocatori. E in più, minacciano di disertare lo stadio.

E in curva, cosa ne dicono? Accusano la dirigenza di lucrare sulla loro passione alludendo persino a un premio salvezza legato alla presenza del pubblico sugli spalti.

Ovunque sia la verità, vendere il Taranto, adesso, non ha senso. Più logico agire a fine campionato. Dunque? Cosa si cela dietro l’annuncio?

Una presa di posizione. Non a caso la cifra è irrisoria. Per la serie: noi il Taranto lo vendiamo anche a un euro, ma chi se lo compra? Risultato: una guerra fredda che non giova a nessuno.

Taranto meriterebbe qualcosa di meglio

Taranto è una realtà particolare. Passionale, anche troppo: a volte si sfocia, come accaduto qualche mese fa, nella violenza quando i calciatori sono stati aggrediti e minacciati con mazze e coltelli da una minoranza. Ennesimo capitolo poco edificante di una storia costellata di sofferenze sportive, scandali, penalizzazioni e fallimenti. Eppure, aldilà delle facili conclusioni, la tifoseria del Taranto è sana. La curva dello Iacovone ha un primato: per ben due volte si è aggiudicata il titolo di migliore curva d’Italia. Forse perchè tifare Taranto è una scelta da missionari. Basti pensare che nonostante un campionato men che mediocre e la totale assenza di iniziativa pro-stadio, la presenza allo stadio, nelle prime dieci giornate, si assesta su una media di oltre 5.000 spettatori a partita. Numeri superiori anche rispetto a diverse realtà di serie B. Cifre indicative: Taranto e il Taranto meritano di meglio.

Lega Pro, siamo alle solite: tra fallimenti, ripescaggi e speranze, il campionato si decide in Tribunale

Lega Pro, siamo alle solite: tra fallimenti, ripescaggi e speranze, il campionato si decide in Tribunale

Serie C o Lega Pro, cambia poco. Puntuale come le tasse, la Co.vi.soc. (Commissione di vigilanza delle società di calcio) abbatte la proria scure su otto candidate alla partecipazione al prossimo campionato. Cadono teste coronate: il Latina, proveniente dalla B, fallito e neanche iscritto. Il Como, della signora Essien, ancora in attesa di un bonifico che non è mai arrivato e chi sa se mai partito. Alla lista si aggiungono il Mantova, che vive una situazione tragicomica, in compagnia di Akragas, Maceratese e Messina. Tutte devono presentare la fidejussione a garanzia degli impegni economici. Rimandate anche Fidelis Andria e Juve Stabia, in attesa di chiarire la loro posizione con l’Erario. Per la cronaca, e alla faccia della sportività, sono già pronte le domande di ripescaggi: Triestina, Savona, Rende, Lumezzane, Vis Pesaro, Rieti, Vibonese e Sicula Leonzio sperano nelle disgrazie altrui. Retrocesse o non promosse sul campo? Non importa. Tanto la classifica, a queste latitudini, è scritta dai tribunali fallimentari. E non contano neanche i soldi. Anche perchè, spesso, non ce ne sono.

Ecco, appunto: che credibilità ha un movimento che nelle ultime sei stagioni ha registrato trenta fallimenti, 71 penalizzazioni e il costante intervento della Co.vi.Soc? Ha ancora senso parlare di un format composto da tre gironi di 20 squadre? I costi, come dimostra ogni estate, non sono sostenibili: 600 mila euro di fidejussione, 90 mila di iscrizione sono troppi per una Lega che registra, fra le partecipanti, un fatturato medio di 3,1 milioni di euro. A queste condizioni è inutile ricorrere ai ripescaggi: toppe sulle falle di una nave che continua a imbarcare acqua da tutte le parti. Non serve una laurea in economia, è sufficiente il buonsenso. Una stagione di Lega Pro “costa” circa 4 milioni di euro. I club ripescati, provenienti dalla LND, categoria “vivono” con 400-600 mila euro. Dunque, i casi sono due: o resistono al salto o sono semplicemente dei nuovi destinati alla bancarotta: i costi della “promozione virtuale” incidono molto più dei benefici legati al salto di categoria, che spesso si traduce in un costo quasi decuplicato. Dunque, insostenibile.

Il presidente Gravina parla di “crisi fisiologica” e insiste, non a torto, sulla riforma della Legge Melandri. Una ridistribuzione dei proventi, aiuterebbe un sistema in difficoltà ma comunque amato dalla gente: la Lega Pro è il “campionato dei Comuni d’Italia” ed ha un seguito importante purché sia incanalato su binari sostenibili.

In questa ottica, si valuta il sistema del “rating”. Importazione tedesca, garanzia di efficienza: il calcio teutonico regge senza scossoni tre gironi da 20 squadre e il meccanismo promozioni/retrocessioni procede senza incepparsi.

Perché? Presto detto.. Il “rating” è un “termometro” dell’affidabilità finanziaria di ciascuna società. Severo, ma giusto. I risultati sportivi, nel percorso di valutazione, contano zero virgola zero.  La classifica si stila in base al livello di virtuosità economica raggiunto negli anni: i parametri sono legati a governace, infrastrutture, settore giovanile e relazione con il territorio. Elementi che, sommati, definiranno l’“affidabilità” delle società a medio e lungo termine. La “soluzione finale” garantisce un campionato regolare e permette una valutazione oggettiva, volta a rendere il sistema sostenibile. Resta da capire come attuarla in Serie C, dove le “piazze” più o meno grandi, e le ricchezze, più o meno esigue, sono legate all’imprenditoria locale. Lecce ha un bacino d’utenza e un potere d’acquisto troppo diverso rispetto ad Agrigento. Il Renate ha una forza economica ben lontana dal Livorno. Nel frattempo, la via crucis prosegue. Prossima tappa, oggi, ultima data utile per presentare ricorsi. Il 20 Luglio la Lega emetterà le “sentenze” e forse avremo le idee chiare sulla nuova serie C. Sperando (invano?) che sia l’ultima estate calda.

Nella palude della Lega Pro: tra fallimenti e penalizzazioni, si salva solo la passione

Nella palude della Lega Pro: tra fallimenti e penalizzazioni, si salva solo la passione

La neonata Serie C somiglia ancora troppo alla Lega Pro. Cambiare denominazione non basta. La terza serie professionistica resta quella che è: una palude dove si impatanano piazze più o meno storiche, accomunate dalla difficoltà di ritrovare il calcio che conta e un amarissimo presente: lo spettro del fallimento. Vero, il range di chi rischia di sparire si è ridotto, ma resta comunque inaccettabile che ogni 30 giugno coincida con l’impossibilità di compilare i gironi e la prima stazione di una via crucis fra documenti, carte bollate, tribunali, ripescaggi.

Il neo presidente Gravina non ha intenzione di ritoccare il format, che prevede tre gironi da 20 squadre. Una pletora che partirà già decimata. Il Latina, fallito, non può iscriversi. La società pontina, comunque, è in buona compagnia. Almeno altre 3-4 società alzeranno bandiera bianche. Altre 6-7 saranno penalizzate e sconteranno la pena all’inizio della prossima stagione.

La lista delle criticità attraversa la penisola, da nord a sud, spesso allegata a storie tragicomiche. Un vero peccato, anche perchè i numeri ereditati sono confortanti: nel 2016/17, la Lega Pro ha totalizzato  2.652.000 spettatori. (play off e play out esclusi). Una media (considerate le 60 squadre partecipanti) di 44mila tifosi per squadra, 2300 a partita considerando 19 impegni casalinghe. Cifre che testimoniano quanto la C sia presente nel tessuto sociale del territorio che la ospita.

L’Akragas (Agrigento) è sull’orlo del baratro: la società ha i conti in rosso che neanche un film di Dario Argento. 400mila euro. Quanto basta per consegnare le squadra in mano al Sindaco. Le istituzioni sono pessimiste. Alessi, il presidente, è sicuro di farcela. Si mettessero d’accordo e trovino una soluzione. A Messina non pagano gli stipendi dalle guerre puniche: però c’è qualche barlume di speranza. La società ha ricevuto l’ammenda di 2mila euro per la mancata presentazione dei documenti. Può farcela purchè rimetta a posto i conti e lo…stadio. Aldilà dello stretto la Reggina è a posto con l’iscrizione, ma in cerca di una “casa” per allenarsi. E anche di un compratore. A Catanzaro anche peggio: l’arresto del presidente Giuseppe Cosentino ha complicato le cose. Indispensabile trovare una nuova società, altrimenti anche i giallorossi sono a rischio. La sensazione è che  tutte parteciperanno allla prossima serie C, partendo con qualche punto di penalizzazione.

Situazione disperata a Macerata: non ci sono i soldi delle fidejussioni, né quelli per pagare gli stipendi. L’Arezzo ha già patteggiato i punti di penalizzazione. Una soluzione che a Mantova accoglierebbero a braccia aperte. La società lombarda deve pagare tutti gli stipendi della scorsa stagione e poi anche versare 800 mila euro. Situazione disperata.

A Como la signora Essien ha smarrito un bonifico internazionale che avrebbe garantito il pagamento degli stipendi. Vana, l’attesa lungo le reti telematiche. I soldi non sono arrivati. La domanda è: ma sono partiti?

Alla resa dei conti, nel senso pieno del termine, il piatto piange. Non si può considerare “fenomeno fisiologico”. Urge una soluzione. In questa ottica, il presidente Gravina ritiene indispensabile una rivisitazione della legge Melandri. Traduzione: una ridistribuzione della ricchezza. Una tesi supportata dai fatti: chi scende dalla A alla B riesce a risalire o comunque resta con i conti in ordine. Retrocedere in C è un dramma. Evidentemente qualcosa non quadra. Le soluzioni temporanee, oltre al progetto a lunga gittata di inserire le squadre B della lega A e la ristrutturazione del format,  consistono nel contenimento dei costi: ogni squadra della futura serie C, avrà a disposizione 14 over, classificabili entro il 1994. Chi è nato dal 1 giugno 1995 in poi è considerato “under” e non vi saranno limiti di tesseramento. La linea verde è solo il primo passo. Ne serviranno tanti altri.

 

Stadi italiani, i numeri del ReportCalcio 2017: perchè siamo ancora il fanalino d’Europa

Stadi italiani, i numeri del ReportCalcio 2017: perchè siamo ancora il fanalino d’Europa

È uscito poco tempo fa il ReportCalcio 2017, lo studio sul calcio italiano pubblicato ogni anno dal Centro Studi della FIGC in collaborazione con AREL e PwC. Il documento rappresenta un vero e proprio censimento sullo stato del calcio, dai dilettanti alla Serie A, abbracciando aspetti economici, sociali e statistici del pallone in Italia. In questo articolo si approfondisce la settima sezione del report, quella dedicata a “Stadi, spettatori e sicurezza”, che fotografa la situazione relativa al pubblico e agli impianti. I dati, come quelli di tutto il report (scaricabile integralmente a questo link), sono riferiti alla stagione 2015/16.

PROPRIETÀ – La stragrande maggioranza degli stadi del calcio professionistico italiano è ancora di proprietà pubblica. Fino alla stagione 2015/16 erano solo tre gli impianti di proprietà privata, riconducibile al club o a imprese ad esso collegate: quelli di Juventus, Sassuolo e Udinese. A questi club si è aggiunta nella stagione scorsa l’Atalanta.

ALTRI UTILIZZI – Se in Serie A ormai quasi tutti gli impianti sono utilizzati anche per altri scopi oltre al calcio (13 su 16), la ricerca di utilizzi e ricavi alternativi stenta ancora a decollare in Serie B, dove solo 8 stadi su 22 prevedono attività alternative. Meglio la Lega Pro, dove circa la metà degli stadi ospita anche altri tipi di eventi. Inoltre, più di uno stadio su tre presenta ancora la pista d’atletica tra il campo e gli spalti.

AMBIENTE – Per ciò che riguarda le tematiche ambientali, nel periodo considerato dal report la situazione era la seguente. In Serie A solo tre stadi utilizzavano fonti di energia rinnovabili, uno solo in Serie B e cinque in Lega Pro. Meglio per quanto riguarda la raccolta differenziata, invece, in cui è la Serie A (56% degli impianti) a dover inseguire la Serie B (73%) e la Lega Pro (62%).

SPETTATORI – È ondivago l’andamento dell’affluenza per la Serie A, che nel 2015/16 ha registrato una media di 22.280 paganti a partita, più dell’anno precedente (21.586) ma meno del 2013/14 (23.011). Nella stagione appena conclusa, stando ai dati di stadipostcards.com, la media è leggermente scesa a 22.217.

In evidente crescita invece gli spettatori di Serie B e Lega Pro. Il campionato cadetto ha accolto nel 2016/17 una media di 6.914* spettatori, seguendo un trend in costante miglioramento dal 2012/13 (4.848). Lo stesso vale per la Lega Pro, che non smette di crescere dal 2011/12, con una media di 2.339* biglietti a strappati a partita nella stagione appena finita.

CONFRONTO CON L’ESTERO – Anche se in crescita parziale, le cifre del calcio italiano sono basse se rapportate a quelle dei campionati europei più affini. La Serie A 2015/16 ha totalizzato 8,5 milioni di spettatori, contro i 13,8 dell’Inghilterra, i 13,3 della Germania e i 10,8 della Spagna. La Francia ne ha fatti mezzo milione in meno, ma lasciando la metà dei posti invenduti: forse gli stadi italiani sono troppo grandi per quelli che sono ormai i numeri del nostro calcio.

PREZZI – All’origine della bassa affluenza ci sono sicuramente numerosi motivi, dall’arretratezza degli impianti al dominio delle pay-tv, dalla perdita di appeal della Serie A alla scarsa considerazione per i diritti del tifoso. È certo però che uno dei principali motivi che tiene gli italiani a casa è quello del caro-biglietti: i biglietti in Italia costano tanto, o – se vogliamo vederla diversamente – il livello dello spettacolo non giustifica prezzi così alti. In Serie A il prezzo medio del titolo di accesso è di 26,4 euro. Molto meglio in Serie B con 7,6 euro di media, incomprensibilmente più alta di 4 euro in Lega Pro. Il modello tedesco, con i suoi prezzi popolari nei settori popolari, indica la strada da seguire.