La malavita in Curva Scirea? La storia in 3 punti

La malavita in Curva Scirea? La storia in 3 punti

La morte di Raffaele “Ciccio” Bucci, il capo ultras della Juventus suicidatosi a Fossano, scuote la tifoseria organizzata bianconera sin dalle fondamenta. Crepe in cui si insinuano storie poco chiare e ancor meno edificanti. Infiltrazioni malavitose. Storie che con il tifo hanno poco a che fare.

Chi era Raffaele Bucci? Quali erano  i suoi legami con la Juventus? Cosa lo ha spinto a togliersi la vita? E perchè si parla di criminalità organizzata? La ‘Ndrangheta è  arrivata in curva Scirea? Sembra un romanzo giallo. Proviamo a ricostruirlo in tre atti. Partendo da un presupposto necessario: la Juventus si dichiara non responsabile e non al corrente di nulla. E non ci sono indagati nella società bianconera. Restano alcuni dubbi: come è possibile, soprattutto in un apparato funzionale come quello juventino, che il nome del club più titolato e prestigioso d’Italia sia avvicinato a una delle associazioni criminali più pericolose del mondo?

PRIMO ATTO: BIGLIETTI E BOSS IN CURVA SCIREA

Tornelli e biglietti nominativi non bastano. Il percorso dei tagliandi “brevi manu” è difficilmente controllabile. Anche la Juventus, sebbene abbia uno stadio di proprietà, non è esente dal bagarinaggio. Il biglietto nominativo è, di base, cedibile, tranne che nei  big match o nelle partite considerate a rischio. Resta impossibile stabilire se chi cede il biglietto tragga guadagni o meno. Alla corte: potere e guadagni sono nelle mani di chi? Appare difficile, in ogni caso, acquisire tanti tagliandi senza i placet della società. Dunque non è insensato porsi una domanda: la Juventus è consapevole di cosa accade all’interno del proprio stadio?

Secondo le indagini condotte dal Tribunale di Torino, la malavita organizzata è presente all’interno degli spalti dello Stadium. E non certo spinta dalla passione sportiva. La vendita dei biglietti è un business che rende parecchio e, di conseguenza, un’attività appetibile dai criminali.

La procedura è semplice: la Juventus pratica il prezzo normale: poi chi acquista cede il biglietto con un “sovrapprezzo” e ottiene il proprio margine di guadagno.

I “Bravi Ragazzi”, gruppo ultrà bianconero, finiscono nel mirino della magistratura nel novembre del 2014: scattano le manette ai polsi di A. P.  37 anni, leader del gruppo. É di Torino, ma di origini siciliane. Dalla “sua” Agrigento partono carichi di droga che raggiungono una concessionaria di auto compiacente. I veicoli, ovviamente guidati da altri esponenti della organizzazione, raggiungono le mete. Subito dopo l’arresto del tifoso, la moglie, P.F., depone un dettagliatissimo verbale. I “Bravi Ragazzi” gestiscono gli abbonamenti: A.P. ne sottoscrive parecchi, anche utilizzando fotocopie di documenti, e poi li rivende con un sovrapprezzo. Un mercato lucrosissimo, secondo il GIP Stefano Vitelli: cifre da 4-5 mila euro a partita. Considerando una base di 22 impegni casalinghi della Juventus assolutamente “certi” (19 partite di campionato e tre del girone di Champions League) i conti  divengono interessanti: dai 90mila ai 120mila euro. Somme a cui si aggiungono i guadagni derivanti dal traffico di stupefacenti. Un business troppo appetibile che non lascia indifferente la ‘Ndrangheta.

I calabresi decidono di entrare allo Stadium in grande stile: i margini dell’affare sono interessanti. Enormi. L’Italia è un feudo bianconero. Lo Stadium ha solo 40 mila posti a fronte di una domanda di milioni di tifosi.

Il 14 aprile del 2013 Giuseppe Sgrò, Saverio Dominello e Marcello Antonino partono da Rosarno. Sono legati alla famiglia Pesce, dei “Gotha” della ‘Ndrangheta. Il 21 aprile si gioca Juventus-Milan. É il momento decisivo: il clan “annuncia” il suo ingresso in Curva Scirea. Srotola lo stendardo “Gobbi”. Fabio Farina, secondo gli inquirenti,  è il primo (e debole) anello di congiunzione. Utile sopratutto per ottenere l’ok degli storici club ultras. Ai “Viking” è sufficiente la patente di “juventinità”. Dino Mocciola, invece, capo dei Drughi, vuole un incontro. Il dado è tratto. Il colloquio chiude l’intesa? Di certo, secondo gli inquirenti,  ‘Ndrangheta e boss iniziano ad entrare in possesso dei biglietti. Come?  Dino Mocciola non può entrare allo stadio. Chi era al suo posto, in quel periodo? Già, proprio Raffaele “Ciccio” Bucci

curvascirea

SECONDO ATTO: L’NDRANGHETA TIFA JUVE?

Criminalità organizzata, calcio e ultras. La morte di Raffaele Bucci non convince la magistratura. “Ciccio” era un testimone prezioso per le inchieste. Sucidio o suicidato? L’unica certezza, secondo l’inchiesta, è che la Ndrangheta avesse messo piede nello Stadium.

Il gruppo finito nel mirino della magistratura è sostenuto da Rocco e Saverio Dominello appartenenti alla famiglia Pesce/Bellocco, uno dei clan più potenti della ‘Ndrangheta. Attualmente sono agli arresti,  dopo l’operazione che ha sgominato la cosca che operava in Piemonte.

Fra i vari “appalti”, della ‘Ndrina anche il calcio. E non da poco tempo. Il 14 aprile del 2013 Rocco e Saverio Dominello, con Giuseppe Sgrò, viaggiano verso Torino per concludere gli accordi in un bar di Montanaro con la curva e ottengono il “si”. Dino Mottola, il capo dei Drughi, dà l’ok. Il rererente dei drughi, all’epoca è Raffaele “Ciccio” Bucci.

I “calabresi” appaiono “ufficialmente” per la prima volta il 21 aprile 2013, in occasione della sfida di cartello Juventus – Milan. Si organizzano, srotolano lo strisicone “i gobbi”. Sono un gruppo di tifosi a tutti gli effetti. Riconosciuti dalla società e, come consuetudine, godono di alcuni benefit.

La Juventus è una passione. La curva, di più. É un affare. Il business è sempre più appetibile. La ‘Ndrangheta si infiltra e ha pieni poteri: Dominello gestisce gli affari con Fabio Germani, storico capo ultras bianconero. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera” organizzazione di tifosi. É il tramite che unisce i calabresi ad Alessandro D’Angelo. D’Angelo il security manager della Juventus. É proprio Germani a presentarlo a Dominello. D’Angelo non è indagato perchè secondo gli inquirenti non vi sono prove che conoscesse i legami fra Dominello e la malavita.

La cooperazione è fruttuosa per il clan: la malavita ottiene tagliandi che rivende a prezzo maggiorato. A volte, anche troppo: la chiave è in un mail inviata da un tifoso svizzero infuriato che paga 620 euro un biglietto che ne costava 140. Un incidente di percorso che suscita ulteriori riflessioni: chi e come lo ha permesso? Possibile che in un club cosi capillarmente organizzato quale è la Juventus nessuno sappia niente?

La rabbia, monta, poi scema. Infine si trasforma in quieto vivere. Stefano Merulla, responsabile della biglietteria Juventus, richiama D’Angelo che a sua volta si rivolge a Germani. Una sorta di summit. Nessuno vuole problemi. I pm disegnano il quadro. Procedura semplice, risultato immediato: concessione di biglietti, un occhio chiuso (anche due) sul bagarinaggio e guadagni per tutti: benefit per i tifosi, pace fra  i vari gruppi organizzati e nessuna guerra fra ultras e società.

Il clan a quanto emerge dalle inchieste, sa come tessere le fila: si rifornirsce di biglietti e li rivende. In occasione di un Juventus-Real Madrid, Germani si “rifornisce” direttamente da Marotta. Anche l’AD non è nel registro degli indagati. Ha avuto contatti con Dominello, ma dichiara di non sapeva chi fosse. Nei rapporti fra cosche e membri della società si inserisce persino un provino: il figlio di Umberto Bellocco, uno del clan legati ai Pesce di Rosarno, comunque scartato.

Mafia, calcio, spalti. Secondo le dichiarazioni, nessuno all’interno della Juventus sapeva chi fossero i Dominello. La società li ritiene tifosi come un altri, sebbene ne avesse colto l’influenza in curva Scirea. La pax, come conditio sine qua non, la garantivano loro. E tanto bastava. In Curva, però, le tensioni erano latenti. Bucci, che sino al 2014 controllava i controllori, si allontana da capo ultras e dalla Scirea, cui era inviso. Il suo suicidio arriva inaspettato dopo una convocazione della Procura come personaggio “informato dei fatti”. Ma chi era “Ciccio” Bucci?

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TERZO ATTO: IL VOLO DI “CICCIO”

Raffaele “Ciccio” Bucci, 41 anni, originario di San Severo, residente a Margarita, e una lunga militanza bianconera. Prima per passione, poi per  lavoro. Capo ultras dei “Drughi ma solo “in pectore”. Prende il posto di Geraldo “Dino” Mocciola, anni 52, leader storico e carismatico della curva bianconera. Di fatto, un re senza corona. L’impero è di Dino Mocciola, impossibilitato a frequentare gli spalti: sconta una condanna di 20 anni per l’omicidio di un carabiniere. Poi il Daspo. Lo “Stadium”, per lui è chiuso.

In sua assenza, “Ciccio” si distingue per capacità imprenditoriali e di aggregazione. É lui a gestire gli affari del gruppo più importante della Curva Scirea. Biglietti per gli ultras, merchandising con i simboli dei “Drughi”, tagliandi da rivendere a prezzi maggiorati per finanziare il gruppo. Il ragazzo si distingue. E convince la Juventus a puntare su di lui. Diviene il braccio destro di Alberto Pairetto. Un cognome familiare: Alberto è il figlio dell’arbitro ed ex designatore Pierluigi ed è anche “Head of Events” della FC Juventus: gestisce gli eventi. “Ciccio”, sebbene lavori come guardia giurata presso la Telecontrol, è una sorta di persona fidata. L’anello che congiunge tifoseria e società. Una investitura che non fa piacere alla “Scirea”. Che lo esclude.

Dal 2014 “Ciccio” sparisce dalla curva e smette di essere il referente dei “Drughi”. Dissidi con Mocciola, si dice. E non solo. C’è qualcosa di molto più serio: altri supporter lo accusano di non curare gli interessi della curva. E non sono tifosi qualsiasi. L’allontanamento di “Ciccio” dalla curva coincide con l’ingresso di un nuovo gruppo ultras che, si dice, sia sostenuto dalla criminalità organizzata calabrese. ‘Ndrangheta. I nuovi tifosi sono sostenuti da Rocco e Saverio Dominello e Fabio Germani. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera”. Attualmente questi tre personaggi sono in regime di custodia cautelare dopo l’operazione antimafia condotta dal gip Stefano Vitelli in Piemonte che ha sgominato la cosca dei Santhià, attiva nelle province di Torino, Biella, Vercelli e Novara.

L’inchiesta della Procura si lega, per certi versi, a quanto accade a Bucci: gli inquirenti hanno sospetti pesantissimi e non escludono che “Ciccio” possa aver ricevuto minacce. Il tifoso è convocato come “informato dei fatti”. Interrogato, non convince né il pm Monica Abbatecola, né il capo della Mobile di Torino, Marco Martino. Secondo alcune indiscrezioni, subito dopo la deposizione, è minacciato. Da chi? Domande senza risposta, interrogativi destinati a cadere nel vuoto. Lo stesso vuoto che ha scelto “Ciccio”. Chi lo conosceva bene, nel giorno dei funerali, sostiene che “ha preferito morire, piuttosto che parlare”. Bucci, dopo l’incontro in Procura, telefona alla ex moglie (i due si stavano separando). É la sua ultima telefonata: si getta dal cavalcavia della Torino – Savona, a Fassone. Un volo senza ritorno che porta con sé terribili segreti?

Il patto anti-Juve sull’asse Milano-Napoli e il duello Agnelli-Elkann

Il patto anti-Juve sull’asse Milano-Napoli e il duello Agnelli-Elkann

Patto di ferro tra Inter, Napoli e Milan per contrastare tutti insieme il monopolio della Juventus. Le tre grandi pensano ad una intesa di non belligeranza, una comunione d’intenti finalizzata a riequilibrare le sorti del calcio italiano. Le prove tecniche di sinergia del vento unanime di protesta che soffia forte sulla Serie A sono tangibili ed ormai testimoniate da segnali mediatici inequivocabili con un coro di malcontento che, dalla Madonnina al Vesuvio, potrebbe presto portare a riporre in un cassetto i vecchi antagonismi geografici e campanilistici per tramutarsi nell’idea di un possibile dossier condiviso sugli errori arbitrali.
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Oltre qualsiasi gap tecnico tra le squadre di vertice, c’è la voglia di invitare perlomeno ad una riflessione l’Associazione Italiana Arbitri e di dare una dimostrazione di forza in Lega Calcio dove alle porte c’è l’elezione del nuovo presidente per la poltrona sinora occupata da Maurizio Beretta (argomento sul quale ancora non c’è accordo). Le tre big sono intenzionate a dare vita alla “triplice alleanza” per arginare lo strapotere, da loro discusso, che sta avendo sino a questo momento la società di proprietà della famiglia Agnelli. Alle due milanesi ed ai partenopei non va proprio giù quanto accaduto nelle recenti settimane, sempre a Torino. Prima nella sfida tra Juventus e Inter poi nella semifinale di andata di Coppa Italia Juve-Napoli e infine sabato scorso con il rigore decisivo al 95′ in favore della formazione di casa e la reazione furiosa del Milan. L’inespugnabile fortino dello Stadium è un tabù che le tre grandi non accettano e mettono in discussione. E la parola d’ordine che anima le proteste di Inter, Napoli e Milan si racchiude nella medesima espressione:“decisioni vergognose”. Il comune denominatore della protesta è la cartina di tornasole di una battaglia che potrebbe presto diventare una guerra senza esclusione di colpi.
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A Torino regna Andrea Agnelli, che vuole vincere tutto per dare il via alla scalata a Exor e il cugino John Elkann, a quanto pare, vorrebbe invece togliergli la presidenza della Juventus e questo duello è molto di più di una questione tutta di famiglia. E’ una resa dei conti totale che sta arrivando al crocevia finale con forti riverberi sul calcio italiano. Sullo sfondo al braccio di ferro Agnelli-Elkann, ci sarebbe insomma la volontà di Andrea Agnelli di non lasciare niente per strada, vuole vincere ogni competizione quest’anno per conquistare il trono di casa Exor. Nel Cda bianconero Beppe Marotta potrebbe schierarsi dalla parte di Elkann, Pavel Nedved sembra pronto a diventare presidente, e Andrea Agnelli nel cda bianconero, paradossalmente, rischia di trovarsi in minoranza. Ha vinto cinque scudetti ma non basta per vincere la contesa di famiglia e lo spartiacque potrebbe essere l’esito di questa stagione. Il presidente regna ma non governa, dicono i bene informati a Torino: se deve fare acquisti, deve passare dall’approvazione del cugino che vuole ribaltare gli equilibri attuali. Andrea potrebbe essere inserito nel Cda della Ferrari e quindi lasciare della Juventus.
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Ed è così che nel bel mezzo di questa guerra fratricida torinese, si ritrovano nel ruolo di spettatori interessati Inter, Napoli e Milan, che non vogliono fare da vittime predestinate e la cui protesta non rivendica i soliti teoremi complottistici volti ad attestare una malafede degli arbitri. L’ira funesta di Inter, Napoli e Milan, batte il chiodo, pur credendo nella indiscussa piena integrità morale di arbitri, guardalinee ed assistenti, sulle direzioni di gara nei casi specifici che hanno dato l’impressione, a loro dire, di essere perlomeno condizionate da una certa sudditanza psicologica del non voler danneggiare i campioni d’Italia, specialmente quando giocano in casa. L’anatema che torna alla mente è quello delle dichiarazioni rese dall’ex arbitro Danilo Nucini al processo Calciopoli: “Se sbagliavi a favore della Juve arbitravi in serie A, se sbagliavi contro la Juve arbitravi in B”. E il pensare comune del popolo pallonaro si interroga sull’ipotesi che qualche fischietto, specie se in corsa per designazioni internazionali, possa avere remore a decidere contro la Juventus perché poi il voto e le valutazioni del più potente club italiano potrebbe frenarne o stroncarne la carriera. Per adesso sono solo maldicenze ma è certo che il fiume di polemiche non si arresterà fino alla fine del campionato e oltre.

 

Inter mai stata in B? Sì, ma c’è un però

Inter mai stata in B? Sì, ma c’è un però

Negli ultimi giorni ha preso piede la polemica relativa al messaggio comparso sui profili ufficiali dell’Inter in occasione della festa dei 109 anni della squadra meneghina. A buttare benzina, secondo alcuni, sulla faida secolare tra Juventus e il club neroazzuro uno stralcio in particolare che si riferiva al Triplete e al riconoscimento dell’Inter come unica squadra di serie A a non aver mai fatto tappa nel campionato cadetto. Tra i tifosi delle due squadre è scattata la “guerra” sui social anche in risposta a quanto detto da Buffon recentemente, parlando degli strascichi della partita più contestata di questo campionato. Parole certamente non apprezzate dai tifosi di Icardi&co come dimostrato dallo striscione nella partita di ieri a San Siro.

Questo il messaggio intero:

La nostra è una storia diversa dalle altre. È la storia di un club con valori profondi stabiliti più di cento anni fa e che continuano a guidarci ancora oggi. Ogni giorno.Siamo nati dalla visione di intellettuali, studenti, stranieri e artisti riuniti al ristorante l’Orologio di Milano. Condividevano un’idea moderna e innovativa per quel tempo: che Milano meritasse un palcoscenico internazionale, e una squadra internazionale.E così il 9 marzo 1908 nacque l’F.C. Internazionale Milano. Una squadra che abbraccia la diversità, in cui tutti i giocatori si riconoscono sotto un’unica bandiera: quella del talento. In 109 anni di storia l’Inter è l’unica squadra italiana ad aver conquistato il Triplete e a non essere mai retrocessa. Da oltre un secolo i nostri valori – Unità, Integrità, e Passione – guidano ogni nostra azione e ci fanno riconoscere agli occhi del mondo. Giochiamo con unità – dalla nostra nascita abbiamo schierato giocatori di più di 47 nazionalità diverse e abbiamo tifosi appassionati in tutto il mondo. Siamo senza dubbio una famiglia del mondo che vince unita. Agiamo con integrità – onestà e correttezza ci guidano. Non conta solo vincere, ma soprattutto come si vince. Giochiamo con passione – con un sentimento profondo che alimenta la nostra anima indomita. I nostri valori nascono da un forte credo che ci ispira e scorre nelle nostre vene. Noi siamo davvero fratelli del mondo. Lottiamo con coraggio per ciò in cui crediamo a testa alta, e il nostro cuore batte forte. Noi siamo i nerazzurri”

Ma davvero l’Inter non è mai stata in B? Quasi. Più precisamente, non ci è andata. L’Inter e i suoi tifosi si fregiano della “immunità” alla serie cadetta. In realtà i neroazzurrri si “guadagnano” una potenziale retrocessione nel 1922. Poi, però, per una serie di imprevisti e probabilità, conservano la massima serie (ri)passando dal via…

Stagione 1921-22. Situazione complicata. Il precedente campionato si era giocato con 88 squadre. Troppe. Ai nastri di partenza della massima serie si presentano in 105. Troppe. Si consuma lo “scisma”. A Milano nasce la Confederazione Calcistica Italiana. Si giocano due tornei: quello della FIGC (47 squadre) e quello della CCI  (58 squadre). Vinceranno Pro Vercelli (CCI) e Novese (FIGC).

Tutto secondo pronostico, tranne la disastrosa stagione dell’Inter: 11 punti in 22 partite, 29 gol fatti e 66 subiti. Ultimo posto e condanna alla Serie B? Secondo il regolamento FIGC sì. L’Inter però gioca nella CCI. E allora?

Nel mare magnum della confusione arriva un’insperata scialuppa di salvataggio. FIGC e CCI accettano un confronto. Entra in scena Emilio Colombo: il direttore della Gazzetta dello Sport, chiamato a dirimere la questione, presenta il “Compromesso” che prevede lo sciolgimento della CCI e il ritorno dei “secessionisti” in FIGC. Il nuovo torneo prevede 36 squadre. 12 CCI, altrettante FIGC, sei per meriti sportivi. Restano sei posti da giocarsi, previo spareggi incrociati, fra dodici squadre: 6  CCI e 6 FIGC. É lecito chiedersi in base a quali criteri si possano ridurre i ranghi penalizzando società e squadre che meriterebbero sul campo, la massima serie. Beh, chi potrebbe spiegarcelo è definitivamente irraggiungibile. L’unica certezza è che siamo in Italia anche nel 1922: contano meriti sportivi, bacino d’utenza, titoli, trofei, amicizie e simpatie.

Diverse squadre che avrebbero diritto alla Prima Divisione sono estromesse. L’Inter  ha comunque diritto di provare a salvarsi: e torna in corsa. Il percorso prevede due spareggi. Il primo dei due match è contro lo “Sport Italia Milano”. Vittoria facile, a tavolino: la società è fallita. Resta l’ultimo ostacolo per l’agognata permanenza. I nerazzurri affrontano la Libertas Firenze. Anzi, quello che ne resta dopo la fine del campionato (a marzo) e l’imminente fusione con la Fiorentina. I toscani sono costretti a scendere in campo. Sfide andata e ritorno. L’andata si gioca a Milano, il 16 luglio 1922, a tre mesi dalla fine del campionato. La Libertas stenta a trovare undici uomini da mettere in campo. L’Inter ce li ha e se la cava: 3-0. Il ritorno è una formalità: 1-1 a Firenze. Tanta paura, ma tutto ok. Grazie al “compromesso”  l’Inter gioca e vince gli spareggi, mantiene serie A e “immunità”. Mai stata in B. Al massimo, per due mesi e senza giocarvi.

 

 

Fabrizio Biasin: “Juve prima? Giusto. Suning, una fortuna per l’Inter”

Fabrizio Biasin: “Juve prima? Giusto. Suning, una fortuna per l’Inter”

Pioli, da quando è subentrato sta facendo molto bene. Te  lo aspettavi? Avresti mai pensato che un allenatore, alla fin fine alla sua prima vera esperienza su una panchina importante, potesse riuscire a portare a risultati, come le 7 vittorie di fila, che non si vedevano dai tempi di Mourinho. In un ambiente poi, come quello dell’Inter, che dopo lo Special One…

Mi aspettavo sicuramente un miglioramento. Era fisiologico, stiamo parlando di una squadra che già aveva da tempo dei grandi valori, il fatto che non portasse punti in classifica era destinato a terminare presto. Di sicuro Pioli è stato bravo a mettere i giocatori a loro agio sia in campo sia fuori, e soprattutto, a dare un’identità alla squadra. Pochi lo dicono, ma è una squadra che gioca un bel calcio. Magari non un calcio straordinariamente bello, ma un gioco che produce tante azioni e piace ai tifosi.

Proprio a Bologna, a sancire la 9° vittoria nelle ultime 10 partite di campionato, ci ha pensato Gabriel Barbosa, detto Gabigol. Cosa pensi del giocatore? Può davvero diventare un fenomeno (con la ‘f’ minuscola)? E come ti spieghi questo suo successo sui social? I tifosi sembrano davvero adorarlo.

È chiaro, un ragazzo che è costato 30 milioni deve rendere di più rispetto a quel poco che ha fatto vedere fin qui, un po’ per colpa sua, un po’ per il fatto che per adesso è stato proposto poco, secondo me con intelligenza. Probabilmente in un momento in cui l’Inter andava male, come nella prima parte della stagione, non aveva senso buttarlo nella mischia, si rischiava di bruciarlo. Adesso piano piano sta prendendo i suoi minuti, l’Inter a Gennaio ha deciso di trattenerlo. Sono andati via tanti giocatori, poteva andare via anche lui in prestito, invece l’Inter ha deciso di tenerlo proprio perché sapeva che sarebbe arrivato il suo momento. E questo è un ragazzo che ha: delle qualità tecniche indiscusse; qualità morali, perché stiamo parlando di un bravissimo ragazzo, e questo non è un aspetto secondario (vedendo soprattutto lo storico in Italia); e in più sta cercando di adattarsi ad un tipo di gioco che non conosceva, come quello europeo, dove la posizione è importante, dove devi ascoltare il tuo allenatore. Io credo che da qui a fine stagione scenderà sempre di più in campo. Poi è evidente che se uno lo accosta a Ronaldo fa un errore clamoroso, però sicuramente non è quel bidone che qualcuno voleva far passare. Nel momento in cui Pioli si è trovato nella necessità di fare punti, si è affidato a delle certezze, che si chiamano Icardi là davanti, Candreva sula destra, Perisic sulla sinistra, e Joao Mario dietro lo stesso Icardi. A quel punto le caselle erano complete, per forza di cose in quel momento non c’era spazio. Adesso con prima la squalifica di Icardi, poi con Candreva che è sceso un po’ di condizione ed altri fattori, lui piano piano sta trovando il suo spazio, e finalmente lo sta anche sfruttando in maniera adeguata.

Non  posso non chiederti di Icardi. Prima la autobiografia, poi la querelle a distanza con Maradona, però i gol arrivano sempre. Per te può davvero diventare uno dei top di sempre Maurito? E secondo te è giusto sia lui capitano invece che personaggi meno carismatici ma più leader silenziosi? Uno su tutti: Handanovic.

Allora, io sono di parte su Icardi. Sono poco attendibile, perché secondo me siamo di fronte ad un grandissimo calciatore. Calciatore e uomo, perché questa è una cosa che magari qualcuno non condividerà. Per me invece che ho avuto modo di conoscerlo, pochissimo per carità, e per quel poco mi ha fatto pensare di essere di fronte ad una bravissima persona. In campo lo vedono tutti, stiamo parlando di un ragazzo che a 24 anni appena compiuti ha già dei numeri incredibili e straordinari, che aggiorna in continuazione per gol e assist. Anche per km corsi, mi sembra al 3° posto nella rosa. Per cui, per l’aspetto sportivo non ho alcun tipo di dubbio. Sul fatto che si potesse dare la fascia da capitano a qualcun altro, dico che ci può stare, si poteva dare ad altri come Handanovic, effettivamente è stato un azzardo, ma un azzardo, almeno secondo me, vinto. Icardi sta dimostrando di essere meritevole di indossare quella fascia, i compagni di squadra lo seguono. È vero, ai tempi in cui gli è stata assegnata la fascia, faceva i ‘capricci’ per il rinnovo, ma io credo che sia il segno di una società che in quel momento era un po’ in difficoltà per mille motivi, che ha voluto puntare sul suo giocatore più rappresentativo. In più, l’ ho trovato un modo per: 1) dargli un motivo in più per restare a Milano; 2) dare una continuità con quello che era successi nei precedenti 15 anni con Zanetti. Ovvio, il paragone è assolutamente azzardato, ma io credo che siamo di fronte a un ragazzo che ha 24, con una famiglia sulle spalle, e quindi un’idea ben precisa della sua vita extrasportiva. Io credo che la fascia di capitano dell’Inter sia assolutamente in ottime mani.

Anche se, come molte male lingue non fanno a meno di sottolineare, le uniche sconfitte con il nuovo tecnico sono state contro Juve e Napoli  nelle uniche partite di un certo livello che i nerazzurri hanno affrontato.

Beh, la partita con il Napoli è arrivata pochi giorni dopo che Pioli era arrivato a Milano. Effettivamente la partita era stata mal giocata, brutta, con uno strascico della prima parte di stagione in cui le cose andavano male. Contro la Juve invece io credo che l’Inter abbia giocato un’ottima partita, nel senso che negli ultimi 3 mesi, ovvero dalla finale di Doha tra Juve e Milan in avanti, pochissime squadre sono riuscite a mettere così in difficoltà la Juventus, praticamente nessuna nel suo stadio. Ce l’ha fatta l’Inter con una partita ben giocata, in particolare nel primo tempo, e quindi secondo me Pioli esce a testa alta anche da questa partita.

Un pensiero su Inter – Juve?

Su Juventus – Inter sono sempre stato abbastanza chiaro, ognuno poi strumentalizza/gestisce le cose a modo suo. Comunque, non è una questione di juventini contro interisti, per come la vedo io. Secondo me c’è un problema arbitrale ben chiaro in una partita centrale come quella tra Juve e Inter allo Juventus Stadium, e l’Inter aveva necessità di fare punti per la corsa alla Champions League. Non c’è riuscita per demeriti propri, perché la Juve ha meritato la vittoria, ma anche perché l’arbitro ha passato una brutta serata, 90 minuti gestiti secondo me male, nei confronti sia dell’Inter sia della Juventus. Questo significa che è stata una direzione sbagliata. Non c’è nessun tipo di prevenzione nei confronti della Juventus, c’è semplicemente un arbitro che ha sbagliato la serata. Così come Mazzoleni ha sbagliato nella gestione delle cose a Bologna, così come in Sampdoria – Cagliari c’è stato un mezzo disastro con un gol clamoroso annullato al Cagliari, e un rigore altrettanto clamoroso negato alla Samp. Quello che voglio dire è che evidentemente c’è un problema arbitrale più che una questione di ‘io sto con la Juve’, ‘ io sto con l’Inter’. 6 arbitri per partita invece di semplificare  le cose le complicano, e questa cosa andrebbe guarita. Secondo me puntare su 6 teste su un campo da calcio è esagerato. Una volta c’erano le terne, e bastavano quelle. Adesso invece si è deciso di aumentare, e invece di semplificare le cose si sono complicate. Proprio in Sampdoria – Cagliari l’arbitro stava convalidando serenamente il gol del Cagliari, e l’assistente ha fischiato che ha visto non si sa dove non si sa come, e quindi invece di aiutarlo lo ha fatto sbagliare.

Ora in nerazzurri sono in piena corsa per l’Europa. Credi che possano arrivare a conquistarsi un posto Champions?

È molto complicato. Tutte le partite hanno la stessa importanza e l’Inter deve vincerle tutte se vuole sperare di arrivare al terzo posto. Bisogna sperare che le avversarie sbaglino, anche se è chiaro che i nerazzurri compirebbero un piccolo miracolo sportivo se ce la facessero. Diciamo che per ora le possibilità non superano il 25-30%.

Cosa pensi del miracolo dell’Atalanta? Squadra allenata tra l’altro da Gasperini, uno che all’Inter non fece proprio benissimo.

La gestione a Bergamo è da sempre illuminata. Poi ci sono stagioni in cui la squadra combatte per salvarsi, e altre dove va a metà classifica. Quest’anno c’è stato questo exploit, ma queste sono cose che variano di stagione in stagione. La certezza è che a Bergamo sanno far calcio, perché hanno un potenziale incredibile grazie al settore giovanile, loro fiore all’occhiello che viene coltivato e portato avanti. Sanno come vendere, sanno chi andare a comprare, e così i risultati vengono da sé. Va dato il merito a Gasperini di aver fatto delle ottime cose  con questi ragazzi, visto che, anche se a gennaio ne vendono un paio, poi ne entrano altri 2 nuovi. Hanno un bacino inesauribile, e sono forse i migliori in Italia sotto questo punto di vista. Uno buono ce l’ha anche l’Udinese, ma adesso forse l’Atalanta ha superato il club friulano. In più, la dea produce baby fenomeni a km 0, li scova in zona.

Intanto in Europa Icardi&co. la guardano da casa. Secondo te l’Inter di oggi, anche alla luce dei sedicesimi di Roma e Fiorentina, avrebbe potuto essere una contender in Europa League?

Assolutamente sì. Per la qualità che ha l’Inter l’obiettivo minimo era arrivare alla fase ad eliminazione diretta. Invece si è bruciata un’occasione, buttando via partite su partite nella prima parte di stagione. Era una competizione che l’Inter poteva tranquillamente provare a vincere.

Debaclè europea e ritardo in campionato che derivano da una partenza molto difficile. Sembra passata, ma Frank De Boer veniva esonerato il 1°novembre, appena 4 mesi fa. Cosa non andava secondo te? E cosa è cambiato in meglio? Insomma, era così ‘scarso’ il tecnico olandese?

No, io resto convinto che De Boer sia un grandissimo allenatore. Il problema non era l’allenatore, il problema è che se tu decidi il 20 agosto di affidarti ad un tecnico straniero, devi essere consapevole di quello che ti aspetta. Ci vuole tempo, pazienza. Il fatto che l’olandese fosse un tipo di allenatore per cui il tempo era indispensabile lo sapevamo tutti, non se ne sono accorti in società. Scegli un tecnico straniero, e pretendi di vincere da subito. Questa cosa era praticamente impossibile. L’errore non è stato affidarsi a De Boer, quanto il non sapere in che mani ti saresti messo, ovvero quelle di un bravissimo tecnico che però non può combinare i miracoli da un giorno all’altro. La società l’estate scorsa ha combinato un piccolo disastro nella gestione del rapporto con Mancini. Ci sono state troppe settimane passate a fare il tira e molla con il Mancio, quando si ea già capito che si andava verso la separazione. Temporeggiare è stato un danno sia per il tecnico che arrivava sia per i giocatori perché non si sono preparati al meglio.

Merito anche di un mercato di gennaio oculato, con poche operazioni ma ben gestite. Tra gli acquisti, un nome su tutti: Gagliardini. Cosa pensi del giocatore? Ti aspettavi potesse fare così bene? Erano in molti ad alzare critiche per la cifra con cui è stato pagato, e poi…

Io non pensavo che potesse da subito rendere così tanto, ma evidentemente lo pensava chi lo ha voluto, ovvero Ausilio insieme allo stesso Pioli. Per fortuna l’Inter è nelle loro mani, e hanno voluto spendere l’unica fiche nelle loro mani per un ragazzo che per molti era una scommessa, e che in realtà è già una certezza. Un ragazzo che non sente la pressione della maglia, veste la casacca dell’Inter indifferentemente da quella dell’Atalanta. Veramente una bella scoperta. In questo momento ha conquistato la Nazionale, e credo che dopo una decina di partite con l’Inter si possa dire che è un elemento fondamentale per il futuro del centrocampo nerazzurro.

Quindi  gli investimenti di Suning stanno dando i loro frutti. Cosa pensavi del passaggio del club in mani asiatiche quando ancora la trattativa era da farsi. e soprattutto cosa ne pensi ora di questa Inter made in China, così come il Milan.

Penso che il 2016, deludente dal punto di vista sportivo, passerà alla storia come una delle annate più fortunate della storia nerazzurra, perché essere finiti nella mani di un imprenditore così illuminato, capace di vedere sul lungo periodo quello che può succedere, quello che può servire per sfondare nel calcio in Europa è stata una grande fortuna e sarà una grande fortuna per l’Inter. Suning ha le idee chiare, ha disponibilità economica, e io credo che questo sia davvero una grance fortuna per i nerazzurri e per tutto il calcio italiano.

Mentre invece la Juve, saldamente in mano alla famiglia Agnelli, e saldamente made in Italy, in Italia sembra proprio non avere avversari.

La Juventus è un modello di gestione. Sono stati molto bravi a ripartire dopo il famoso 2006. Sono una società gestita da un secolo da un famiglia. Ci riescono molto bene, sono molto bravi nella gestione, sono un esempio da seguire. È chiaro che ora l’arrivo dei cinesi a Milano può generare una concorrenza positiva, utile per tutto il movimento. In questi ultimi anni è mancato il calcio milanese, e il prodotto calcio in Italia ne risente. Credo che l’avvento dei cinesi sia assolutamente da vedere come qualcosa di positivo, perché può veramente portare tanto per tutto il movimento del calcio italiano.

Secondo te, come può (se può) finire il dominio bianconero? Credi si tratti di un fattore soltanto tecnico o anche il lato psicologico conta? Nessuno sembra si convinto di poter trionfare contro i bianconeri.

Beh, l’Inter ci ha provato a batterla, ma non ci è riuscita. Il Genoa voleva batterla e ce l’ha fatta. La verità è che ora la Juventus è la squadra più forte. Ha l’attaccante probabilmente più forte del mondo, ha la difesa della Nazionale, uno dei portieri più importanti al mondo, un centrocampo che funziona, e una capacità di restare negli anni ad alti livelli. Giocare determinate partite poi ti aiuta anche a vincerle. Io credo che al di là di tutto loro siano in testa perché se lo meritano.

Anche se a volte la Juve i problemi sembra volerseli creare in casa. Prima Dybala, poi Manduzkic, infine Bonucci, fuori contro il Porto. Sembra che ogni settimana un big debba litigare con Allegri. Credi che questi ‘incidenti di percorso’ possano destabilizzare l’ambiente?

I problemi disciplinari ci sono sempre in tutte le famiglie, nelle migliori e nelle peggiori, bisogna saperli affrontare. La Juventus in questo caso ha ritardato un po’ a tamponare le cose, perché i problemi non sono di questo periodo, ma di un paio di mesi fa, cioè dopo la sconfitta in Supercoppa. Hanno tardato un po’ però poi hanno fatto la cosa giusta, ovvero mettere un paletto e dire quello che è successo. Così danno forza al proprio allenatore per affrontare i mesi caldi della stagione. Le società serie si comportano in questa maniera. Un professionista commette un errore, è giusto che venga sanzionato, questo è il metodo di ogni società che vuole avere una linea guida chiara, che vada al di là delle semplici partite.

A proposito di Champions, come vedi le italiane?

La Juventus è una delle candidate alla vittoria finale, in questo momento non si può dire altro. Hanno fatto tutto il possibile per arrivare fino in fondo. Il Napoli ha giocato secondo con grande dignità l’andata di questi ottavi con una delle squadre più forti al mondo, e proverà a giocarsi le sue carte nella partita di ritorno. L’obiettivo lo ha raggiunto, ovvero quello di arrivare alla fase ad eliminazione diretta. Tutto quello che arriva in più è tanto di guadagnato. Lo hanno capito tutti, tranne il presidente de Laurentiis

La tua favorita per la vittoria della Champions?

Io ho visto un bel Manchester City, un po’ in difficoltà all’inizio, ma sicuramente è una bella squadra. Però io dico che per esperienza il Bayern è ancora la squadra favorita, perché ha l’allenatore più bravo di tutti, almeno secondo me, e una squadra comunque pronta e matura.

Abbandoniamo il calcio giocato. Sta facendo molto parlare, nel calcio ma non solo, la questione del nuovo stadio a Roma. Tu cosa ne pensi? Ricordo che tempo fa si vociferava una cosa simile per l’Inter a Milano

Si, si era parlato di quello, poi di rinnovare San Siro tutti insieme. Il problema non è la volontà di fare le cose, quella c’è. Il problema è che in Italia ci si deve scontrare con la burocrazia, un muro quasi invalicabile. Tutti dicono ‘facciamo’ ‘disfiamo’, poi però in Parlamento non se ne parla, e quando ci prova a fare le cose ci si scontra con le carte bollate. Gli unici che ci sono riusciti sono la Juventus, perché ha sfruttato un momento ed un’occasione per farlo, e l’Udinese, di un uomo illuminato che si chiama Pozzo, che in Friuli si poteva e si può permettere di fare quello che vuole. Pallotta è venuto in Italia non dico quasi esclusivamente per fare lo stadio, ma di sicuro era una delle sue priorità. Con lo stadio puoi fare affari, marketing, soldi, quindi insisterà sempre da questo punto di vista, ma è anche legittimo., perché un imprenditore che  viene ed investe su una squadra vuole anche un ritorno. Una soluzione prima o poi bisognerà trovarla ma a Roma ci sono un miliardo di problemi, e abbiamo visto che se ne risolve uno a secolo.  È chiaro che diventa tutto molto più difficile, in una città complicata su tutti i punti di vista, e quello dello stadio non è proprio una sciocchezza. Ci vogliono soldi, tempo, spazi, e a Roma diventa veramente tutto molto complicato.

Ricavi Club: Juve, grande in Italia, piccola in Europa. Ma lo stadio fa la differenza

Ricavi Club: Juve, grande in Italia, piccola in Europa. Ma lo stadio fa la differenza

Che cosa aspettano le cosiddette grandi del calcio italiano a dotarsi di un impianto di loro proprietà? La domanda di questi tempi, con la questione stadio della Roma sempre aperta, corre il rischio di diventare anche retorica. Ma la pubblicazione della classifica sui ricavi delle maggiori società di calcio europee, da parte della Deloitte, non fa che rafforzare una convinzione che è già abbastanza diffusa: per competere in Europa i club devono avere un loro impianto che rappresenti anche una fonte di ricavi ulteriore insieme a quelli commerciali e ai diritti TV. Infatti, tutte le grandi d’Europa presenti nella Top Ten hanno un loro impianto fatta eccezione per il PSG: dal Manchester United al Bayern Monaco, dal Barcellona al Real Madrid passando per il Chelsea, l’Arsenal (le altre in classifica sono il Manchester City e il Liverpool).

Sembra non essere un caso allora che l’unica tra le squadre italiane a piazzarsi tra le prime 10 (anche se in decima posizione) sia proprio la Juventus con ricavi che ammontano a 341,50 milioni di euro (la metà della prima classificata che è il Manchester United con 689 mln). Che al momento è anche l’unico club tra i “grandi” di casa nostra a giocare dentro uno stadio che sia il suo e non del Comune oppure del CONI. E la differenza in questo caso possono farla i numeri: da quando esiste lo Juventus Stadium (tra poco compirà il sesto anno), la Madama ha incassato oltre 200 milioni di euro, per una media di 40 milioni a stagione. Che considerando i 10 milioni incassati nell’ultimo campionato disputato all’Olimpico (era il 2010 e secondo uno studio della società di consulenza Deloitte la Juventus era allora la 13esima d’Europa), rendono bene l’idea di quali benefici economici abbia portato lo Stadium alle casse bianconere. Numeri che comunque non bastano per fare della Juve, che resta comunque una grande d’Italia, anche una grande d’Europa. La sola in grado di rappresentare l’Italia.

Perché per le altre cosiddette “grandi” del nostro campionato, non c’è praticamente partita. Nessuna tra quelle che al momento compaiono tra le prime 5 del campionato, esclusa la Juve, e cioè la Roma, il Milan, il Napoli  e la Lazio giocano in uno stadio di proprietà. Tra queste, ad oggi, soltanto la Roma (che occupa la 15esima posizione nella classifica ricavi) è l’unica che si sta muovendo in questa direzione. Nella speranza di ottenere dalla Conferenza dei Servizi, già nel prossimo mese, il definitivo semaforo verde per la costruzione del nuovo impianto che secondo il progetto, dovrà sorgere a Tor di Valle. Sempre che l’amministrazione comunale guidata da Virginia Raggi non decida di dare retta alla base del Movimento 5 Stelle. Che nei giorni scorsi hanno presentato all’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini una bozza di nuova delibera che annulli la precedente (la n.132 fatta approvare dalla giunta Marino) che nel 2014 riconobbe la “pubblica utilità” al progetto. A quel punto, anche il progetto per il nuovo stadio della Roma si bloccherebbe. E la Juve resterebbe la sola grande d’Italia con lo stadio di proprietà. Con il calcio italiano condannato ad essere il piccolo d’Europa”.

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Fonte Foto Copertina: www.tifosobilanciato.it