Premio Scirea, le eccellenze dello Sport Italiano in ricordo di Gaetano

Premio Scirea, le eccellenze dello Sport Italiano in ricordo di Gaetano

Mancano sempre meno giorni e poi Roma Sport Experience prenderà vita. Appuntamento il 6, il 7 e l’8 l’Ottobre presso il parco divertimenti Cinecittà World per tre giorni intensi di sport. Tre giorni per vivere e provare lo sport a 360° cercando anche di andare anche più a fondo nell’analisi di tutto il movimento sportivo italiano. Roma Sport Experience, evento organizzato da Opes Italia, sarà anche un momento di riflessione e di valutazione di tutto quello che gira intorno allo sport in questo momento in Italia. Proprio per questo Opes Italia ha deciso di istituire il Premio Scirea. Un Premio che verrà dato al più giovane presidente di una federazione sportiva italiana. Questa prima edizione verrà assegnata ad Andrea Montemurro attuale presidente della Divisione Calcio a 5 nonché Consigliere Nazionale della F.I.G.C., della L.N.D. e membro della consiglio UEFA.

Perché Scirea– Il nome del premio la dice tutta su quello che è la volontà di Opes. Premiare l’abnegazione, il lavoro, la passione e la professionalità  nello sport e per lo sport. Tutti valori che Gaetano Scirea nella sua carriera da calciatore ha sempre incarnato alla perfezione. Un capitano di quelli che oggi se ne contano su una dita di una mano, che ha saputo essere parte fondamentale della grande Juventus degli anni 80 e della Nazionale Campione del Mondo nel 1982, senza mai andare sopra le righe, senza mai mancare di rispetto ad avversari e tifosi. Un personaggio che con la sua morte prematura, ha lasciato un vuoto incolmabile  nel mondo sportivo e non solo. Uno di quei personaggi che ha saputo sempre unire nonostante le grosse rivalità che nel calcio degli anni ’80 in Italia si facevano sempre più aspre. Un uomo schivo, lontano dai riflettori ma sempre in prima fila in campo per dare tutto per la sua squadra. « Con Gaetano Scirea se n’è andata una delle facce più pulite del nostro calcio. », così scriveva Gianni Mura all’indomani della morte del capitano della Juventus, riassumendo in una riga tutto quello che Scirea ha rappresentato per lo sport italiano. Per tutto questo e molto altro Opes ha deciso di intitolare un premio a Gaetano Scirea, perché più di tutti ha saputo racchiudere in sé tutti i valori che Opes cerca di comunicare nel suo lavoro quotidiano per lo sport.

Juventus e Falso in Bilancio: Cosa c’è di vero?

Juventus e Falso in Bilancio: Cosa c’è di vero?

La notizia è di quelle che farebbero sobbalzare dalla sedia anche il più calmo dei tifosi juventini. La Juventus, la Vecchia Signora del calcio italiano, potrebbe essere accusata di falso in bilancio. Ancora una volta sul banco degli imputati. Non bastassero tutte le accuse (vere o false) che Madama si è tirata addosso nella sua storia ultracentenaria. Non bastasse il fatto di aver pagato più di tutte le altre società coinvolte (perché i suoi vertici di allora erano più coinvolti di altri) il prezzo dell’inchiesta di Calciopoli.

Adesso è il passato che potrebbe ritornare di nuovo a bussare alle porte della società di Vinovo. Sono proprio i rimasugli dell’inchiesta che per la prima volta nella loro storia mandò in serie B i bianconeri. Il condizionale è ancora e comunque d’obbligo perché non è detto che alla fine anche la Juventus, come la Fiorentina, venga imputata del reato di falso in bilancio per mancati accantonamenti. Infatti se i vertici della società viola (compresi i patron Andrea e Diego Della Valle) sono stati già rinviati a giudizio dal GIP del Tribunale di Firenze, dopo una richiesta di archiviazione da parte della Procura, i magistrati di Torino devono ufficialmente ancora pronunciarsi. Ma perché falso in bilancio? L’accusa nei confronti della Fiorentina, che sarebbe la stessa anche nei confronti della Juve, è di non aver proceduto ad accantonare le somme necessarie a provvedere un eventuale risarcimento nei confronti della società Victoria 2000, vale a dire la società che nel 2006 era la proprietaria del Bologna Calcio. Il quale, proprio a causa del coinvolgimento nell’inchiesta di Calciopoli, verrà retrocesso in serie B. E per questo che l’allora presidente Giuseppe Gazzoni Frascara avrebbe chiesto un risarcimento di circa 113 milioni di euro sia alla Juventus che alla Fiorentina. Richiesta per soddisfare la quale, secondo il GIP di Firenze, le due società avrebbero dovuto mettere da parte vale a dire accantonare in bilancio, una somma di denaro.

Proprio nei confronti dei viola, il GIP di Firenze, nell’ordinanza di rinvio a giudizio, ha rilevato – come si legge in alcuni passaggi riportati dal sito Calcio&Finanza-  che “la voce fondo rischi e oneri del bilancio non prevedeva nessun accantonamento in relazione alle 5 cause civili pendenti al 31 dicembre 2015” e ancora, che “lo stesso bilancio presenta 3 incongruenze matematiche di grosso ammontare nei prospetti contabili”  e infine che la valutazione del rischio potenziale doveva essere “diversa” per “la posizione della società viola nella vicenda che ha portato al procedimento penale e sportivo” stabilita dalla Cassazione. Da qui la richiesta di rinvio a giudizio che spiazza del tutto la stessa società vola la quale, come si legge in una nota ufficiale, “prende atto con molta sorpresa la decisione del GIP che contraddice le conclusioni del Pubblico Ministero”.

Ma cosa rischia la Juventus? La posizione dei bianconeri, potrebbe essere diversa. A partire da quanto rilevato proprio dal consulente della Procura di Firenze, il quale, nei confronti della Fiorentina ha riconosciuto “un rischio (di risarcimento) evidentemente maggiore” rispetto alla Juventus che infatti nei suoi bilanci ha reputato un “rischio di condanna tra il 5 e il 50%”. Come peraltro la stessa società bianconera aveva chiarito in una nota dell’ottobre del 2016 nella quale veniva scritto che “in merito al ricorso del signor Gazzoni la società non ha nessun timore in base alle sue richieste e alle sue azioni” aggiungendo che “per appostare un accostamento di bilancio a fronte di una controversia in corso è necessario che il consiglio di amministrazione valuti che sia probabile la soccombenza e dunque insorga la passività”. Il quale, come disposto dal codice civile, valuta l’evento di rischio come “possibile”, “probabile” oppure “remoto”. Ma in tutti e tre i casi l’elemento di incertezza c’è sempre. E la valutazione del rischio che l’evento accada che non è mai semplice da quantificare spetta sempre al consiglio di amministrazione. E alla luce dei fatti, il Cda della Juve deve aver evidentemente classificato il rischio come molto basso: tra il possibile e il remoto. Ma, non probabile.

Calcio e Malavita: quando la ‘Ndrangheta mise le mani nella Curva della Juventus

Calcio e Malavita: quando la ‘Ndrangheta mise le mani nella Curva della Juventus

E’ arrivata ieri la richiesta di inibizione per 2 anni e mezzo da parte del Procuratore Federale Giuseppe Pecoraro al Tribunale Federale dello Sport nei confronti del Presidente della Juventus Andrea Agnelli per la vicenda biglietti e ultrà che ha scoperchiato un sistema di infiltrazioni mafiose all’interno della Curva Scirea. Ripercorriamo le fasi della nostra inchiesta dell’estate 2016. 

Estate 2016. La morte di Raffaele “Ciccio” Bucci, il capo ultras della Juventus suicidatosi a Fossano, scuote la tifoseria organizzata bianconera sin dalle fondamenta. Crepe in cui si insinuano storie poco chiare e ancor meno edificanti. Infiltrazioni malavitose. Storie che con il tifo hanno poco a che fare.

Chi era Raffaele Bucci? Quali erano  i suoi legami con la Juventus? Cosa lo ha spinto a togliersi la vita? E perchè si parla di criminalità organizzata? La ‘Ndrangheta è  arrivata in curva Scirea? Sembra un romanzo giallo. Proviamo a ricostruirlo in tre atti. Partendo da un presupposto necessario: la Juventus si dichiara non responsabile e non al corrente di nulla. E non ci sono indagati nella società bianconera. Restano alcuni dubbi: come è possibile, soprattutto in un apparato funzionale come quello juventino, che il nome del club più titolato e prestigioso d’Italia sia avvicinato a una delle associazioni criminali più pericolose del mondo?

PRIMO ATTO: BIGLIETTI E BOSS IN CURVA SCIREA

Tornelli e biglietti nominativi non bastano. Il percorso dei tagliandi “brevi manu” è difficilmente controllabile. Anche la Juventus, sebbene abbia uno stadio di proprietà, non è esente dal bagarinaggio. Il biglietto nominativo è, di base, cedibile, tranne che nei  big match o nelle partite considerate a rischio. Resta impossibile stabilire se chi cede il biglietto tragga guadagni o meno. Alla corte: potere e guadagni sono nelle mani di chi? Appare difficile, in ogni caso, acquisire tanti tagliandi senza i placet della società. Dunque non è insensato porsi una domanda: la Juventus è consapevole di cosa accade all’interno del proprio stadio?

Secondo le indagini condotte dal Tribunale di Torino, la malavita organizzata è presente all’interno degli spalti dello Stadium. E non certo spinta dalla passione sportiva. La vendita dei biglietti è un business che rende parecchio e, di conseguenza, un’attività appetibile dai criminali.

La procedura è semplice: la Juventus pratica il prezzo normale: poi chi acquista cede il biglietto con un “sovrapprezzo” e ottiene il proprio margine di guadagno.

I “Bravi Ragazzi”, gruppo ultrà bianconero, finiscono nel mirino della magistratura nel novembre del 2014: scattano le manette ai polsi di A. P.  37 anni, leader del gruppo. É di Torino, ma di origini siciliane. Dalla “sua” Agrigento partono carichi di droga che raggiungono una concessionaria di auto compiacente. I veicoli, ovviamente guidati da altri esponenti della organizzazione, raggiungono le mete. Subito dopo l’arresto del tifoso, la moglie, P.F., depone un dettagliatissimo verbale. I “Bravi Ragazzi” gestiscono gli abbonamenti: A.P. ne sottoscrive parecchi, anche utilizzando fotocopie di documenti, e poi li rivende con un sovrapprezzo. Un mercato lucrosissimo, secondo il GIP Stefano Vitelli: cifre da 4-5 mila euro a partita. Considerando una base di 22 impegni casalinghi della Juventus assolutamente “certi” (19 partite di campionato e tre del girone di Champions League) i conti  divengono interessanti: dai 90mila ai 120mila euro. Somme a cui si aggiungono i guadagni derivanti dal traffico di stupefacenti. Un business troppo appetibile che non lascia indifferente la ‘Ndrangheta.

I calabresi decidono di entrare allo Stadium in grande stile: i margini dell’affare sono interessanti. Enormi. L’Italia è un feudo bianconero. Lo Stadium ha solo 40 mila posti a fronte di una domanda di milioni di tifosi.

Il 14 aprile del 2013 Giuseppe Sgrò, Saverio Dominello e Marcello Antonino partono da Rosarno. Sono legati alla famiglia Pesce, dei “Gotha” della ‘Ndrangheta. Il 21 aprile si gioca Juventus-Milan. É il momento decisivo: il clan “annuncia” il suo ingresso in Curva Scirea. Srotola lo stendardo “Gobbi”. Fabio Farina, secondo gli inquirenti,  è il primo (e debole) anello di congiunzione. Utile sopratutto per ottenere l’ok degli storici club ultras. Ai “Viking” è sufficiente la patente di “juventinità”. Dino Mocciola, invece, capo dei Drughi, vuole un incontro. Il dado è tratto. Il colloquio chiude l’intesa? Di certo, secondo gli inquirenti,  ‘Ndrangheta e boss iniziano ad entrare in possesso dei biglietti. Come?  Dino Mocciola non può entrare allo stadio. Chi era al suo posto, in quel periodo? Già, proprio Raffaele “Ciccio” Bucci

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SECONDO ATTO: L’NDRANGHETA TIFA JUVE?

Criminalità organizzata, calcio e ultras. La morte di Raffaele Bucci non convince la magistratura. “Ciccio” era un testimone prezioso per le inchieste. Sucidio o suicidato? L’unica certezza, secondo l’inchiesta, è che la Ndrangheta avesse messo piede nello Stadium.

Il gruppo finito nel mirino della magistratura è sostenuto da Rocco e Saverio Dominello appartenenti alla famiglia Pesce/Bellocco, uno dei clan più potenti della ‘Ndrangheta. Attualmente sono agli arresti,  dopo l’operazione che ha sgominato la cosca che operava in Piemonte.

Fra i vari “appalti”, della ‘Ndrina anche il calcio. E non da poco tempo. Il 14 aprile del 2013 Rocco e Saverio Dominello, con Giuseppe Sgrò, viaggiano verso Torino per concludere gli accordi in un bar di Montanaro con la curva e ottengono il “si”. Dino Mottola, il capo dei Drughi, dà l’ok. Il rererente dei drughi, all’epoca è Raffaele “Ciccio” Bucci.

I “calabresi” appaiono “ufficialmente” per la prima volta il 21 aprile 2013, in occasione della sfida di cartello Juventus – Milan. Si organizzano, srotolano lo strisicone “i gobbi”. Sono un gruppo di tifosi a tutti gli effetti. Riconosciuti dalla società e, come consuetudine, godono di alcuni benefit.

La Juventus è una passione. La curva, di più. É un affare. Il business è sempre più appetibile. La ‘Ndrangheta si infiltra e ha pieni poteri: Dominello gestisce gli affari con Fabio Germani, storico capo ultras bianconero. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera” organizzazione di tifosi. É il tramite che unisce i calabresi ad Alessandro D’Angelo. D’Angelo il security manager della Juventus. É proprio Germani a presentarlo a Dominello. D’Angelo non è indagato perchè secondo gli inquirenti non vi sono prove che conoscesse i legami fra Dominello e la malavita.

La cooperazione è fruttuosa per il clan: la malavita ottiene tagliandi che rivende a prezzo maggiorato. A volte, anche troppo: la chiave è in un mail inviata da un tifoso svizzero infuriato che paga 620 euro un biglietto che ne costava 140. Un incidente di percorso che suscita ulteriori riflessioni: chi e come lo ha permesso? Possibile che in un club cosi capillarmente organizzato quale è la Juventus nessuno sappia niente?

La rabbia, monta, poi scema. Infine si trasforma in quieto vivere. Stefano Merulla, responsabile della biglietteria Juventus, richiama D’Angelo che a sua volta si rivolge a Germani. Una sorta di summit. Nessuno vuole problemi. I pm disegnano il quadro. Procedura semplice, risultato immediato: concessione di biglietti, un occhio chiuso (anche due) sul bagarinaggio e guadagni per tutti: benefit per i tifosi, pace fra  i vari gruppi organizzati e nessuna guerra fra ultras e società.

Il clan a quanto emerge dalle inchieste, sa come tessere le fila: si rifornirsce di biglietti e li rivende. In occasione di un Juventus-Real Madrid, Germani si “rifornisce” direttamente da Marotta. Anche l’AD non è nel registro degli indagati. Ha avuto contatti con Dominello, ma dichiara di non sapeva chi fosse. Nei rapporti fra cosche e membri della società si inserisce persino un provino: il figlio di Umberto Bellocco, uno del clan legati ai Pesce di Rosarno, comunque scartato.

Mafia, calcio, spalti. Secondo le dichiarazioni, nessuno all’interno della Juventus sapeva chi fossero i Dominello. La società li ritiene tifosi come un altri, sebbene ne avesse colto l’influenza in curva Scirea. La pax, come conditio sine qua non, la garantivano loro. E tanto bastava. In Curva, però, le tensioni erano latenti. Bucci, che sino al 2014 controllava i controllori, si allontana da capo ultras e dalla Scirea, cui era inviso. Il suo suicidio arriva inaspettato dopo una convocazione della Procura come personaggio “informato dei fatti”. Ma chi era “Ciccio” Bucci?

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TERZO ATTO: IL VOLO DI “CICCIO”

Raffaele “Ciccio” Bucci, 41 anni, originario di San Severo, residente a Margarita, e una lunga militanza bianconera. Prima per passione, poi per  lavoro. Capo ultras dei “Drughi ma solo “in pectore”. Prende il posto di Geraldo “Dino” Mocciola, anni 52, leader storico e carismatico della curva bianconera. Di fatto, un re senza corona. L’impero è di Dino Mocciola, impossibilitato a frequentare gli spalti: sconta una condanna di 20 anni per l’omicidio di un carabiniere. Poi il Daspo. Lo “Stadium”, per lui è chiuso.

In sua assenza, “Ciccio” si distingue per capacità imprenditoriali e di aggregazione. É lui a gestire gli affari del gruppo più importante della Curva Scirea. Biglietti per gli ultras, merchandising con i simboli dei “Drughi”, tagliandi da rivendere a prezzi maggiorati per finanziare il gruppo. Il ragazzo si distingue. E convince la Juventus a puntare su di lui. Diviene il braccio destro di Alberto Pairetto. Un cognome familiare: Alberto è il figlio dell’arbitro ed ex designatore Pierluigi ed è anche “Head of Events” della FC Juventus: gestisce gli eventi. “Ciccio”, sebbene lavori come guardia giurata presso la Telecontrol, è una sorta di persona fidata. L’anello che congiunge tifoseria e società. Una investitura che non fa piacere alla “Scirea”. Che lo esclude.

Dal 2014 “Ciccio” sparisce dalla curva e smette di essere il referente dei “Drughi”. Dissidi con Mocciola, si dice. E non solo. C’è qualcosa di molto più serio: altri supporter lo accusano di non curare gli interessi della curva. E non sono tifosi qualsiasi. L’allontanamento di “Ciccio” dalla curva coincide con l’ingresso di un nuovo gruppo ultras che, si dice, sia sostenuto dalla criminalità organizzata calabrese. ‘Ndrangheta. I nuovi tifosi sono sostenuti da Rocco e Saverio Dominello e Fabio Germani. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera”. Attualmente questi tre personaggi sono in regime di custodia cautelare dopo l’operazione antimafia condotta dal gip Stefano Vitelli in Piemonte che ha sgominato la cosca dei Santhià, attiva nelle province di Torino, Biella, Vercelli e Novara.

L’inchiesta della Procura si lega, per certi versi, a quanto accade a Bucci: gli inquirenti hanno sospetti pesantissimi e non escludono che “Ciccio” possa aver ricevuto minacce. Il tifoso è convocato come “informato dei fatti”. Interrogato, non convince né il pm Monica Abbatecola, né il capo della Mobile di Torino, Marco Martino. Secondo alcune indiscrezioni, subito dopo la deposizione, è minacciato. Da chi? Domande senza risposta, interrogativi destinati a cadere nel vuoto. Lo stesso vuoto che ha scelto “Ciccio”. Chi lo conosceva bene, nel giorno dei funerali, sostiene che “ha preferito morire, piuttosto che parlare”. Bucci, dopo l’incontro in Procura, telefona alla ex moglie (i due si stavano separando). É la sua ultima telefonata: si getta dal cavalcavia della Torino – Savona, a Fassone. Un volo senza ritorno che porta con sé terribili segreti?

CalcioMancato: quando Nedved poteva “tradire” la Juve per andare all’Inter

CalcioMancato: quando Nedved poteva “tradire” la Juve per andare all’Inter

Estate 2009. In questo caso, la storia di un trasferimento clamoroso non andato a buon fine non riguarda un giovane divenuto poi campione o un talento già esploso destinato a cambiare casacca al culmine delle propria carriera; stavolta, il racconto interessa un calciatore ormai prossimo al ritiro dall’attività agonistica che decise di non ‘tradire’ quella che ormai riteneva la propria squadra del cuore passando ai nemici di una vita. Si tratta di Pavel Nedved e del suo rifiuto all’Inter di José Mourinho.

Il ceco, a trentasette anni, decide che è arrivato il momento di dire basta col calcio giocato ed alla fine della stagione 2008/2009 annuncia di voler appendere gli scarpini al chiodo. Il popolo juventino accoglie la notizia con un misto di tristezza ed emozione. Nedved, giunto a Torino nel lontano 2001, era infatti stato uno dei pochi a scegliere di rimanere anche in Serie B con i colori bianconeri addosso dopo il cataclisma provocato da Calciopoli.

Nonostante l’età non più verde, l’esterno di Cheb ha dimostrato di essere ancora fisicamente integro, nonché decisivo sul campo, nel corso dell’ultimo campionato: 7 gol messi a segno e tante giocate di alta classe (come al solito).

La Juventus prova a convincere quindi Nedved a continuare ma non si giunge ad un accordo soddisfacente per entrambe le parti in causa. Mino Raiola, storico agente del ceco, per la vicenda-rinnovo litiga pure furiosamente con l’Ad bianconero Blanc. Le porte di Torino sono ormai inesorabilmente chiuse.

A questo punto, però, interviene qualcun altro per tentare di far tornare il Pallone d’Oro del 2003 sui proprio passi: José Mourinho. Durante una cena a casa di Massimo Moratti, il tecnico portoghese dice a Nedved:Vieni da noi e vinciamo la Champions”. Ecco il tasto su cui battere: la coppa dalle grandi orecchie. Il cruccio più grande nella comunque eccezionale carriera di Nedved, costretto a saltare la Finale tra Juventus e Milan nel 2003 per una sciocca ammonizione ricevuta nella Semifinale di ritorno contro il Real Madrid.

Nedved diventa ora titubante e decide così di parlare della situazione con alcuni membri della famiglia Agnelli; l’idea di tradire la Juventus è troppo difficile da mandare giù per il talento ceco. Qualcuno a Torino gli dice “vai pure”, altri “se vai mi spezzi il cuore”.

Alla fine, Pavel Nedved decide di restare fedele ai colori bianconeri e ritirarsi, nonostante il fisico gli permetterebbe ancora di andare avanti come minimo per un’altra stagione.

Come è andata a finire, poi, lo sappiamo tutti. Un anno dopo l’Inter di Mourinho alza al cielo di Madrid la Champions League dopo una straordinaria Finale targata Milito. Una grande beffa, a posteriori, per Nedved. Una scelta che ancora oggi Mino Raiola gli rinfaccia tra il serio ed il faceto.

CalcioMancato: quando James Rodriguez stava per andare al Bari

CalcioMancato: quando James Rodriguez stava per andare al Bari

Soltanto tre di estati fa il colombiano James Rodriguez, dopo un grande Mondiale in Brasile disputato con la maglia della sua nazionale, è approdato al Real Madrid per la cifra da capogiro di 80 milioni di euro. Il trasferimento ai Blancos lo rese il quarto giocatore più costoso della storia, il terzo maggiormente pagato dal Real Madrid ed il giocatore colombiano più costoso di sempre (superò Radamel Falcao ed i suoi 60 milioni di euro). Dopo una parentesi fatta di alti e bassi, questa estate è passato alla corte di Carlo Ancelotti nel Bayern Monaco.

E pensare che qualche anno fa avremmo potuto ammirare il fantasista sudamericano nella nostra Serie A; per portarlo nel Belpaese ci voleva poco più di qualche spicciolo (calcisticamente parlando).

E’ il 2010 e a Banfield (città a 14 km da Buenos Aires) i tifosi della squadra locale si stanno godendo, già da un paio di anni, le giocate di un grande talento dal sinistro fatato. Il cognome è Rodriguez ma per tutti ben presto diventa semplicemente ‘James’.

Gianni Di Marzio, da sempre eccellente esperto in materia di fenomeni in erba (vedi Maradona), segnala il ragazzo in Italia, in particolare ai dirigenti della Juventus. I bianconeri, allenati da Gigi Delneri, tuttavia, nell’estate del 2010 spendono molto per ‘campioni’ come Krasic e Martinez; la società torinese non se la sente quindi di tirare fuori altri cinque milioni di euro, per giunta per un giovane sconosciuto proveniente dall’altra parte del mondo.

James Rodriguez, peraltro, non entrerebbe neppure a far parte della rosa bianconera a disposizione di Del Neri dal momento che tra Juventus e Bari (quando la trattativa sembra sul punto di poter decollare) viene trovato un accordo di massima per ‘dirottare’ il calciatore dall’odierno ct della Nazionale Ventura.

Alla fine, l’allenatore biancorosso resta a bocca asciutta poiché la Juventus decide di declinare gentilmente la proposta di Di Marzio senior. Ci perdono tutti, visto quello che dirà la storia.

James Rodriguez, comunque, nel corso di quell’estate lascia ugualmente l’Argentina per fare il grande salto in Europa. C’è il Porto a decidere che vale la pena fare un investimento pari a cinque milioni per il ragazzo.

Tecnicamente ed economicamente si tratta di un’operazione da standing ovation. ‘James’ ripagherà, infatti, la società lusitana con 31 gol in tre anni e tanti colpi da lustrarsi gli occhi, venendo infine ceduto a peso d’oro (insieme al compagno Joao Moutinho) per oltre 70 milioni di euro.

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