Roberto Baggio: Genealogia del Divin Codino

Roberto Baggio: Genealogia del Divin Codino

Quest’anno le candeline da spegnere sono cinquantuno. Se provi ad affiancare le immagini di quando accarezzava palloni deliziando i palati dei più fini intenditori con quelle di oggi, ti accorgi che a Roberto Baggio il tempo ha portato rispetto. Qualche chilo in più, gli occhi un po’ appesantiti, ancora, però, di quel colore chiaro disarmante, i capelli spruzzati di bianco ma non perduti, non lasciano dubbi sull’identità di chi ti trovi di fronte: il Divin Codino, il fiore notturno sbocciato nell’estate del 1990, il trascinatore dell’Italia nelle torride giornate di Usa 94.



Nonostante un post carriera scevro di quella notorietà che, quand’anche avesse rifuggito, nel tempo in cui giocava sapeva di dover affrontare, la luminosità dei suoi pezzi brilla ancora nei ricordi di chi l’ha visto giocare. Impossibile non notare quel ragazzino che, a metà degli anni ottanta, ancora teenager, rubava gli occhi di spettatori e talent scout di un Vicenza decaduto dai fasti di qualche anno prima. La Fiorentina entra nel suo destino nonostante il primo infortunio serio della carriera. Il suo talento cristallino avrà sempre un nemico da combattere che, a seconda degli anni, si chiamerà sfortuna, dualismo con qualche compagno, incomprensione con un allenatore. Un talento che, paradossalmente, deve faticare per imporsi. Ma che si impone, diamine se lo fa! Firenze si inchina ai suoi piedi prima ancora di averlo veduto, regalandogli un amore che la città medicea prima di lui aveva riservato al solo Antognoni e dopo di lui rimetterà esclusivamente nelle braccia del bomber con la mitraglia venuto da Reconquista.

Tra pennellate d’autore e infortuni che ne singhiozzano il cammino, Baggio entra a far parte della nazionale che il duo Matarrese-Vicini vuole portare sul tetto del mondo. Nelle sue giocate di bellezza inesprimibile si cullano i sogni di vittoria di compagni e tifosi, che vivono le notti magiche di Italia 90 come un percorso a tappe verso un risultato che sembra garantito. Non è così, forse perché il suo talento deve sempre combattere per imporsi, forse perché nella semifinale di Napoli contro l’Argentina Azeglio Vicini decide di non farlo giocare. Ma lui rimane lì, col suo gol alla Cecoslovacchia affrescato nel cielo sopra l’Olimpico, a declinare un calcio di tecnica e fantasia che lo colloca nell’imperitura memoria dei campioni di tutti i tempi. La Juventus lo vuole e lo prende, rubandolo a Firenze bussando a denari. Ragione e sentimento, ambizione ed affetti si scontrano fragorosamente in un trasferimento mal digerito, che l’anno successivo porterà ad un clamoroso doppio gesto nella trasferta bianconera a Firenze: il rifiuto a calciare un rigore contro la sua ex squadra e la raccolta di una sciarpa viola lanciata al suo indirizzo. Facile immaginare il disappunto in casa Agnelli, il cui massimo esponente troverà il modo di definirlo “un coniglio bagnato” nel corso della sua militanza bianconera.

E’ con la Juventus, tuttavia, che Baggio raccoglie il maggior numero di allori della sua carriera: Coppa Uefa nel 1993, scudetto e Coppa Italia nel 1995; capocannoniere della Coppa delle Coppe nel 1991; Pallone d’Oro, Fifa World Player e World Soccer’s World Player of the Year nel 1993. È il suo periodo di massimo splendore, che la spedizione azzurra negli Stati Uniti del 1994 potrebbe consacrare a livello assoluto anche per i titoli di squadra. E’ Sacchi il selezionatore di quella nazionale, che prova disperatamente a replicare nel caldo torrido dell’estate americana le dinamiche di gioco del Milan di qualche anno prima. Pura utopia pensare di sostenere pressing e ripartenze veloci per novanta minuti col sole che ustiona la pelle a quaranta gradi. Nonostante non sia il suo giocatore ideale, è Baggio a togliere le castagne dal fuoco al mister di Fusignano, trascinando l’Italia fuori dall’incubo dell’eliminazione con la Nigeria e portando gli azzurri alla finale di Pasadena. E la storia del talento che fatica ad imporsi? Si ripresenta puntuale anche negli Usa, dove Baggio vive un altro episodio della regola che lo perseguita, perché è nel periodo di maggior splendore di tutta la sua carriera, a quattro giorni dalla finale del mondiale, che i muscoli lo tradiscono: stiramento. Impossibile recuperare in così poche ore. Ma quando ricapita l’occasione di giocarsi la coppa del mondo contro il Brasile? Il numero dieci scende in campo menomato, incapace di dare il suo contributo ad una squadra che, dopo un mese di disidratazione continua, non ha più risorse per correre.

Il destino, beffardo, gli da comunque la possibilità di alzarla al cielo quella coppa dorata. Ma sarà che non sono più le notti magiche, o forse l’emozione, Baggio al cielo blu della Califonia alza solo il rigore che costringe l’Italia alle lacrime. E’ l’acme della sua storia, la vetta più alta di un percorso che, nonostante la vittoria dei due campionati successivi (il primo nell’ultimo anno di Juventus, il secondo con l’ultimo Milan degli Invincibili), da quel rigore non si riuscirà più a smarcare. Lippi e Capello non lo amano, Sacchi lo esclude dalla nazionale. Lui prova a ritrovare una dimensione a sua misura nella sponda nerazzurra di Milano insieme al Fenomeno Ronaldo. Ma è solo trasferendosi a Brescia, coccolato da Carletto Mazzone, che Baggio torna in pace con il calcio, lasciandolo nel 2004 dispensando ancora giocate e gol al servizio di una squadra che non ha mai visto, né più vedrà, una luce più limpida di quella irradiata dal Divin Codino.

Il dietrofront di Buffon può essere un problema?

Il dietrofront di Buffon può essere un problema?

In una fredda mattina di febbraio, i media nazionali fanno circolare convinti l’indiscrezione per cui Gigi Buffon difenderà la porta della nazionale italiana nelle prossime amichevoli di marzo in Inghilterra. Dopo le lacrime amare versate dal capitano bianconero nella finale di Cardiff e al termine della disgraziata eliminazione dell’Italia dai mondiali 2018, quella corrente avrebbe dovuto essere l’ultima stagione agonistica disputata dal più forte portiere degli ultimi trent’anni. Condizionale d’obbligo, a quanto pare, dal momento che, a fronte di esplicite sollecitazioni, Buffon sembra voler tornare sulla sua decisione. Una valutazione dettata, ove confermata dagli eventi futuri, più dai sentimenti che dalla ragione. Quella ragione che, evidentemente, era stata alla base della scelta del portierone azzurro di ritirarsi.



Una scelta che poggiava su valutazioni legate all’età, che da poco ha varcato la soglia dei quaranta, e alla conseguente tenuta fisica che, anche di recente, ha costretto Buffon a saltare diverse partite. Scelta che aveva messo in preventivo un addio consumato sul palcoscenico più prestigioso per un calciatore: quello del mondiale, al quale Gigi auspicava ragionevolmente di presenziare per la sesta volta, aggiungendo un altro record assoluto al suo già ricchissimo palmarés. Un piano probabilmente condiviso anche con i suoi stakeholders: famiglia, sponsor, amici. E, soprattutto, la Juventus che, per organizzare al meglio la successione in un ruolo così delicato in una squadra così competitiva, aveva individuato in Wojciech Szczesny l’erede da addestrare per un anno proprio all’ombra del grande Buffon prima di promuoverlo titolare nella prossima stagione. Una pianificazione perfetta che ora, stando ai si dice più informati, viene messa in discussione. Almeno dalla scelte che i sentimenti sembrano voler dettare al Gigi nazionale. Quali? Lasciando spazio all’immaginazione (perché, se del caso, sarà lui stesso, se vorrà, a marcare i tratti delle sue decisioni) viene spontaneamente da pensare alla voglia di rivincita che un campionissimo come Buffon può provare dopo le due brucianti sconfitte maturate sul campo nel 2017 senza alibi o recriminazioni. Riprovare a dare l’assalto alla Champions League e, soprattutto, ritentare l’avventura azzurra avendo l’obiettivo degli europei del 2020 potrebbero essere già di per sé motivazioni sufficienti, per uno sportivo disabituato alle delusioni, a prolungare l’attività. Alimentate dall’altra grande emozione che, come l’amore e l’odio, può spingere l’essere umano ai gesti più estremi: la paura. Quella paura alla quale nessuno sportivo è immune: quella dell’addio all’attività agonistica.

Un addio che, tenuta fisica e circostanze esterne permettendo, ogni calciatore cerca di allontanare da sé il più possibile, procrastinando il tempo di cimentarsi in altre situazioni che, per quanto ottimali, sono sempre vissute come un ripiego, se non come un vero e proprio lutto.  Nessuna esagerazione interpretativa se anche un campionissimo del passato come Zico, che il suo post carriera ha saputo gestirlo al meglio, ha sostenuto che “Un calciatore muore sempre due volte: la prima è quando smette di giocare”. Buffon, alieno tra i pali, è umano tra gli umani dinanzi alle sue paure ed è più che probabile che queste possano giocare un ruolo determinante in una sua eventuale decisione di sottrarsi alle pene di un ritiro dato da lui stesso per scontato fino a poche settimane fa.
Senso di rivincita e paure dovranno in ogni caso fare i conti con la realtà in cui Buffon si cala ogni giorno. E mentre sembra essere proprio la nazionale ad aver bisogno di lui, è tutto da verificare l’atteggiamento della Juventus che, come detto in precedenza, ha già pianificato un futuro nel quale Gigi, almeno tra i pali, non è contemplato. Anche i bianconeri saranno disponibili a rivedere le loro strategie oppure diranno a Buffon che, se vuole continuare a giocare, dovrà trovarsi un’altra squadra? Staremo a vedere. Rimane una considerazione da fare che, al netto delle valutazioni dei soggetti in causa, ripropone un parallelo appropriato tra le vicende della nazionale e quelle del resto del paese, purtroppo già testato nel nefasto doppio scontro con la Svezia dello scorso novembre. Entrambi incapaci, in questa fase storica, a trovare quel pizzico di coraggio necessario per dare fiducia a giovani talenti che, per crescere, hanno bisogno di opportunità per mettersi alla prova e costruirsi il futuro. Buffon è una sicurezza ma chi gli sta dietro quando lo potrà diventare?

Tutto Vero: quando Diego Armando Maradona stava per andare alla Juventus

Tutto Vero: quando Diego Armando Maradona stava per andare alla Juventus

Quando ormai due anni fa ‘El Pipita’ Higuain ‘tradì” Napoli ed i suoi tifosi per trasferirsi all’odiata Juventus, in molti hanno voluto sottolineare la diversità di comportamento tra l’ormai ex numero nove degli azzurri e l’argentino che Napoli ha amato e continua ad amare di più, talvolta trascendendo anche nell’ambito della blasfemia; tanto è l’affetto verso ‘El Pibe de Oro’, l’unico ‘Diez’: Diego Armando Maradona.

Anche i destini del fenomeno albiceleste e della Juventus, tuttavia, avrebbero potuto incontrarsi, seppure prima che Maradona si trasferisse a Napoli portando i partenopei a vette mai raggiunte prima (e dopo).

In merito alla faccenda, si possono riscontrare due versioni: una che potremmo definire ufficiale ed un’altra ufficiosa.

La prima proviene da Giampiero Boniperti, leggenda del club bianconero. Siamo a pochi mesi dal Mondiale di Spagna del 1982 (che vedrà poi trionfare l’Italia di Bearzot) e la Juventus sta tenendo sotto stretta osservazione quello che da tanti addetti ai lavori viene ritenuto il nuovo fenomeno del calcio mondiale. Gioca nel Boca Juniors, porta la maglia numero 10 sulle spalle e si chiama Diego Armando Maradona. La storica ‘Bombonera’ sogna ad ogni tocco di palla di Maradona, che interessa già a tanti club oltre Oceano.


Boniperti narra di aver tentato l’affondo per portare l’argentino all’ombra della Mole, subendo tuttavia un gran rifiuto da parte della società gialloblu proprietaria del cartellino. Maradona deve rimanere in Argentina, almeno fino alla fine dei Mondiali dell’estate seguente. Il rammarico del numero uno juventino, anni dopo, riguarderà anche gli sviluppi della vita privata di Maradona: “Diego è stato l’unico fuoriclasse che mi è mancato. Forse il più grande. Riguardo alla sua vita fuori dal campo, poi, sono sicuro che sarebbe stata del tutto diversa nel caso fosse arrivato a Torino.”

In realtà, esiste poi anche un’altra versione sul possibile matrimonio tra Maradona e la Juventus. Il periodo storico è più o meno il medesimo di cui parla Boniperti. A quest’ultimo viene riferito di un giovane dalle qualità quasi sovrannaturali. Il presidente bianconero vuole vedere di persona di chi si tratti. Le recensioni sono assolutamente positive ma Boniperti, forse anche condizionato da alcuni consiglieri fidati, si fa ingannare dal fisico di Maradona: tutt’altro che slanciato ed abbastanza grassottello. Il più grande calciatore della storia insieme a Pelé viene alla fine brutalmente scartato.

Dal 1984, come tutti sanno, invece, l’Italia per Maradona sarà soltanto a tinte azzurre; nascerà così una delle relazioni più forti e romantiche del nostro calcio.

Sebastian Giovinco: una Formica (Atomica) in un Calcio di Giganti

Sebastian Giovinco: una Formica (Atomica) in un Calcio di Giganti

Per Sebastian Giovinco sono trentuno le candeline da spegnere sulla torta oggi. Anche per lui, la Formica Atomica, il tempo fa il suo corso nonostante un viso che sembra quello di un perenne ragazzino sorridente che ha solo voglia di giocare (molto bene) a calcio. Quando la Major League Soccer ricomincerà, Giovinco potrà fregiarsi del titolo di campione in carica, conquistato lo scorso dicembre nella vittoriosa finale contro i Seattle Sounders: il momento fino ad oggi più alto della sua carriera. Un percorso iniziato negli anni novanta quasi per caso, perché Sebastian ha una storia da raccontare che non è quella tipica di tanti suoi colleghi: lui non è uno di quelli che dormiva col pallone nel letto già a due anni. Ci ha messo un po’ di più per scoprire il talento che aveva ricevuto in dono: da quando, verso i sette anni, un gruppetto di amici più grandi gli chiese di unirsi a loro per fare numero, capì che al calcio avrebbe dedicato molto del suo tempo.


Un destino per lui chiaro sin dall’inizio, perché in fondo ha sempre dovuto farsi largo tra compagni più grandi di lui a suon di giocate che loro non riuscivano nemmeno a immaginare. Una situazione che Sebastian ha dovuto fronteggiare durante tutta la sua carriera, in un calcio sempre più difficile per ragazzi che, quand’anche dotati di talento, non abbiano una struttura fisica quasi da olimpionici. Se non arrivi a un metro e sessantacinque di altezza non puoi fare il professionista a meno che non possiedi tre qualità che possono sovvertire gli equilibri: talento, passione e forza d’animo. Qualità che Giovinco ha trovato in se stesso e imparato a coltivare anche oltre le evidenze di un percorso professionale caratterizzato da un’altalena di risultati che avrebbe potuto trascinarlo nell’anonimato di quei giocatori che si vedono vivacchiare nelle squadre di provincia, incapaci di dare una svolta alla loro carriera o di smettere definitivamente, in fondo contenti di ascoltare le chiacchiere dei calciofili da bar: con quei piedi sarebbe da Nazionale, peccato per il fisico. Sebastian non si è mai arreso alla mediocrità e i suoi sogni ha cominciato a inseguirli da quando giocava nelle giovanili della Juventus, nella cui Primavera, tra il 2005 e il 2007, ha praticamente vinto tutto: campionato, torneo di Viareggio, coppa Italia e supercoppa. Sembra un destino segnato dal bianconero il suo ma il rapporto con la Vecchia Signora è lungo e travagliato, non privo di difficoltà. Va ad Empoli per farsi le ossa, torna due anni a Torino, riparte alla volta di Parma per rientrare alla base nel 2012 per recitare un ruolo di rilievo nella Juventus di Antonio Conte e provare a colmare il vuoto lasciato dalla bandiera Del Piero. Non è facile per lui che, per quanto atomica, rimane pur sempre una formica al cospetto di giganti che corrono, spingono, sollevano pesi e digeriscono pressing a tutto campo. Dopo una prima stagione tutto sommato soddisfacente, nel 2013-14 racimola poche presenze in campionato e due soli gol.

E’ il preludio all’addio, la chiusura di un rapporto che non ha mai funzionato a pieno regime, che spinge il calciatore ad ampliare i suoi orizzonti e a cercare nuove opportunità altrove. Da sempre, nell’immaginario collettivo, l’America è la patria dei sogni e Giovinco prova a rincorrerli qualche chilometro più a nord, a ridosso delle cascate del Niagara, sulle rive di un lago che sembra il mare. Toronto lo accoglie a braccia aperte, forte di una squadra che per imporsi nella MLS ha già acquistato giocatori del calibro di Michael Bradley, capitano della nazionale USA proveniente dalla Roma, e di una comunità italiana tra le più numerose del nord America. A loro Sebastian deve regalare tutta la sua fantasia, quella magia calcistica tipicamente italiana e quella voglia di vincere propriamente juventina che in campionato può fare la differenza.

Ci vogliono due anni per coronare un sogno sportivo che la Formica Atomica festeggia con un entusiasmo sorprendente: i video celebrativi della vittoria contro i Seattle Sounders fanno il giro del web, testimoniando una pienezza di gioia che deriva da una realizzazione personale frutto anche di una completa integrazione nel tessuto sociale di Toronto che, per Giovinco, è ormai una seconda casa. In una lettera a cuore aperto scritta poche settimane prima della vittoria in MLS, Sebastian si rammaricava per non essere ancora riuscito a visitare le cascate del Niagara. Ora, se non lo ha già fatto, la Formica Atomica potrà andarci: non da semplice turista venuto da lontano ma da orgoglioso rappresentante di una comunità che gli ha dato, e a cui ha potuto regalare, un sogno.

L’ultimo SuperClásico di Carlitos Tevez

L’ultimo SuperClásico di Carlitos Tevez

Dopo solo un anno in Cina, Carlitos Tevez non resiste al suo amore di una vita, il Boca Juniors,  pronto nei prossimi giorni a riabbracciare l’Apache. Vi riproponiamo il suo ultimo SuperClasico dello scorso dicembre in cui, neanche a dirlo, fu protagonista.

“La gente del Boca sa che muoio per questi colori”. Carlos Tevez ha appena disputato quello che sarà quasi certamente il suo ultimo Superclásico. Carlos Tevez ha appena disputato il suo miglior Superclásico ammutolendo – otra vez – il Monumental con una doppietta più un assist per il 4-2 finale degli Xeneizes. E’ l’11 Dicembre 2016. Come tutti i campioni argentini Carlitos è tornato a casa dopo aver costruito le fortune in Europa, come molti suoi colleghi deciderà di abbandonarsi in un tramonto dorato in Cina dove non esistono partite come Boca-River, ma anche dove ci saranno 40 milioni a coccolarlo e a garantire una vita piuttosto agiata per un bel po’ di generazioni a venire. Dopo la gara contro Il Colon di fine dicembre, Carlitos si sposerà e mediterà sul futuro – che sarà lontano dalla Boca – mettendo forse fine a quella sequenza ormai cristallizzata sotto la Doce: i gol, i successi, i baci alla maglia.



FUERTE APACHE. Non importa se i milioni cinesi sono quanto di più lontano possibile dall’ideale di calcio romantico, perché la memoria di Tevez non verrà intaccata in alcun modo: Tevez è e resta per tutti il giocatore del popolo. La storia di Carlitos è la sublimazione dell’infanzia difficile, lui è l’archetipo del sogno divenuto realtà del bambino cresciuto dove gli avversari da dribblare sono delinquenza e povertà. La madre biologica di Tevez, Fabiana Martinez, lo abbandona tre mesi dopo averlo partorito. A dieci mesi Carlitos rimane ustionato in viso, collo e petto dall’acqua bollente e a qualcuno viene la brillante idea di portarlo in ospedale avvolgendolo con una coperta di nylon: la coperta si fonde aggravando non poco l’ustione (tra primo e secondo grado) e costringendo il piccolo Tevez a due mesi di terapia intensiva e a una vita intera col volto sfregiato. Uscito dall’ospedale Carlos viene affidato agli zii materni – Segundo Tevez e Adriana Martinez – e risiede al primo piano della Torre 1 nel Barrio Ejército de los Andes, un quartiere cruento al punto di ‘guadagnarsi’ il soprannome di Fuerte Apache. Il cognome Tevez deriva, appunto, dallo zio anche perché il padre biologico – oltre a non aver mai conosciuto Carlos – viene spento nel 1989 da ventitré colpi d’arma da fuoco. Il soprannome che lo accompagnerà, invece, non c’è bisogno di spiegarlo. Il Barrio di Ciudadela ha forgiato la sua infanzia e condizionato la sua esistenza: da campione del popolo Tevez è diventato campione per il popolo.

VINCERE, SEMPRE. La carriera di Carlitos Tevez è un tracimare di successi: da quando ha 13 anni veste la camiseta azul y oro, a 18 anni esordisce in prima squadra, a 19 è uno degli eroi del secondo (e per ora ultimo) treble della storia del Boca vincendo Apertura, Copa Libertadores e Coppa Intercontinentale, a 20 anni è medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene assieme alla Nazionale argentina con tanto di titolo di capocannoniere del torneo. Dopo aver incamerato il terzo Balon de Oro sudamericano ed essere riuscito nell’impresa tutt’altro che trascurabile di farsi amare – da argentino – dai tifosi del Corinthians con un’annata da 25 gol, lascia il Sudamerica per l’Europa. Sbarca in Inghilterra, sponda West Ham, assieme a Mascherano. Probabilmente quello con gli Hammers è l’unico capitolo opaco della carriera dell’Apache: un po’ per qualche infortunio di troppo, un po’ perché Pardew lo relega discutibilmente sulla fascia sinistra, Tevez segna il primo gol a marzo e chiude la stagione appena con sette centri. La vetrina di Upton Park vale comunque all’Apache la chiamata dello United di Sir Alex Ferguson. A Manchester Carlitos riprende lo spartito naturale della sua carriera e continua a vincere: nel primo anno timbra 18 gol, vince la Champions League in finale contro il Chelsea e la Premier, mentre l’anno seguente deve ‘accontentarsi’ del campionato e della finale persa Roma contro il Barcellona. Passato per 29 milioni alla sponda meno nobile di Manchester diventa una bandiera del City riportando assieme a Mancini i Citizens sul trono d’Inghilterra dopo quarantatré anni. Torino è l’ultima tappa prima di tornare a casa dopo un viaggio lungo 15 anni. Con la Juventus Tevez dà il meglio di sé dal punto di vista realizzativo tenendo una media da 0.6 gol a partita portandosi via due scudetti e una Coppa Italia. Un curriculum forse noioso da riportare con dovizia di particolari, ma necessario per comprendere la grandezza del Tevez giocatore.

SUPERCLÁSICO. Il Superclasico è una rivalità feroce, tra le più serrate del pianeta. Il confronto fra le squadre più blasonate d’Argentina in principio fu un derby di quartiere visto che sia Boca sia River sono nate nel quartiere de La Boca, poi nel tempo i confini si sono allargati e la sfida è sfociata in uno scontro sociale col trasferimento della banda roja a Núñez, quartiere decisamente più benestante rispetto a La Boca. Quelli del River Plate sono diventati i Millonarios, i ricchi, anche se per i tifosi del Boca restano Gallinas, le galline. Nel 2004 La rivista inglese The Observer ha stilato la lista delle “50 cose sportive da fare prima di morire”, beh assistere al Superclásico era al primo posto. Nello stesso anno Boca e River si affrontano nella semifinale della Copa Libertadores: il Boca ha vinto alla Bombonera 1-0 e sta perdendo 1-0 al Monumental quando al minuto 89 un ventenne Tevez sigla il pareggio, si toglie la maglia e scorrazza per il campo mimando con le braccia le movenze della gallina. Quel gol diventerà il gallinazo, il Monumental diventa per qualche minuto Mudomental tanto era assordante il silenzio delle 70.000 anime di fede River.

Il gallinazo del 2004

A distanza di oltre 12 anni con in mezzo una vita da vincente, Carlitos Tevez lo scorso anno è tornato a decidere un Boca-River, la stracittadina numero 262 della storia, quasi certamente l’ultima (secondo la cronaca dell’epoca) di Tevez e sicuramente l’ultima del Cabezón D’Alessandro. Lo ha fatto nuovamente al Monumental offrendo prima l’assist per il momentaneo 1-0 degli Xeneizes e firmando poi il gol del 2-2 in avvio di ripresa e il meraviglioso 2-3 a 10’ dalla fine con un destro dolce di prima intenzione destinato all’incrocio dei pali. Una partita, anzi La partita, che ha la valenza di un lascito, un’eredità che l’Apache lascia alla sua gente. E quando eravamo ormai costretti ad immaginarlo con un’anonima maglia del campionato cinese, immaginando che l’ultima goccia di memoria che il mondo avrebbe avuto di Carlitos Tevez fosse quel destro al volo contro i rivali di sempre e il bacio alla maglia di sempre, ecco che il ragazzo del Barrio sta per fare ritorno a casa. Hasta luego, Apache! Anzi, Hasta Pronto!

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