Calcio Moderno e Diritti Tv, Ciampi ci aveva avvertito sulla crisi del Pallone

Calcio Moderno e Diritti Tv, Ciampi ci aveva avvertito sulla crisi del Pallone

Il 16 settembre 2016, a 95 anni, moriva l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. E oggi avrebbe compiuto 97 anni. Un uomo che nel corso del suo mandato riportò in auge lo spirito patriottico italiano con la reintroduzione della parata per la Festa della Repubblica del 2 giugno e la valorizzazione dell’inno di Mameli come simbolo di una nazione fiera ed orgogliosa. Durante il suo incarico, tutti impararono quel “Fratelli d’Italia” (o Canto degli Italiani), compresi i calciatori che ricominciarono a cantarlo in ogni occasione in cui la Nazionale calcava un rettangolo verde.

Un Presidente intervenuto più volte anche in questioni lontane dalla politica e dal governo come lo sport. Rimane famoso il suo discorso durante il saluto alla spedizione azzurra in procinto di partire per Atene in occasione dei Giochi Olimpici del 2004.  Per lui, l’attività sportiva, specialmente quella contornata da sponsor e flussi pubblicitari aveva “il dovere di guardare agli effetti dei propri comportamenti sui cittadini”. Soprattutto  per quanto riguarda il calcio, Ciampi fu “tremendamente” profetico. Dodici anni fa, infatti, ammonì il mondo pallonaro sui rischi che questo sport poteva correre, diventando sempre più dipendente dei flussi di moneta provenienti dai diritti tv. Un tema oggi caldissimo che ha allargato la fettuccia tra campionati/club ricchi e appetibili  e quelli poveri.  Parlava di “rigenerazione morale, economica e organizzativa” senza la quale “i danari dei diritti televisivi rischiano di essere una droga che uccide il calcio italiano”.

Elogiò, invece lo sforzo di quegli italiani attraverso i quali “sport nobili e difficili in cui stentavamo si sono affermati, senza sponsorizzazioni né diritti televisivi grazie all’impegno di tante famiglie e di numerose associazioni e società sportive e hanno continuato ad attirare i giovani e a educarli ai principi della vita sana, del rispetto delle regole, della disciplina del corpo e dello spirito”. In quest’ottica, lanciava un appello al Governo e agli enti locali di supportare economicamente queste situazioni, dove il rispetto non era sufficiente a mandare avanti progetti del genere. Sul calcio invece, un altro punto di vista: “Anche lo Sport ricco – pur non avendo bisogno di soldi – , ha la responsabilità di non generare sconcerto e distacco“.

Altro tema caldeggiato da Ciampi, precursore anche in questo, fu l’aspetto legato al calcio giovanile e alla forte necessità di puntare i maggiori sforzi alla crescita dei vivai.

 “Non c’è dubbio che il calcio italiano deve tornare a investire nei giovani, nei vivai, a dare occasione ai ragazzi nati sui ‘campetti’ della nostra provincia. E’ nei vivai che giovani tuttora trovano esempi che danno speranza in questo sport così amato e così pieno di problemi. Non si può finanziare tutto a costi crescenti senza una prospettiva economica di lungo periodo che coinvolga le comunità con le quali e per le quali si pratica lo sport”.


All’epoca le sue parole furono accolte da reazioni positive e propositive. L’allora Presidente della Federcalcio Franco Carraro le definì “una grande verità che deve far meditare tutti. Mi è piaciuto l’accenno sulla valorizzazione dei giovani”. Anche Sky sostenne la tesi di Ciampi. “Condividiamo e rispettiamo il giudizio del Presidente Ciampi, che pone un problema sul quale tutti siamo chiamati a riflettere.

Il presente ci regala invece uno scenario del tutto diverso. Una situazione dove i giovani italiani stentano a decollare e i diritti tv sono i veri padroni del pallone. Dal 2004 ad oggi il calcio è cambiato. In peggio. E Ciampi ci aveva avvertito.

Arbitri, Tifosi e Calciatori: una Storia di sangue che non smette di scorrere

Arbitri, Tifosi e Calciatori: una Storia di sangue che non smette di scorrere

Le immagini dello spogliatoio degli arbitri ricoperto di sangue sembrano uscite da un film dell’orrore. Ma è tutto vero. Quello che è accaduto in Argentina nel Campionato Federal B, la quarta serie del calcio albiceleste, è solo l’ultimo caso in cui un direttore sportivo viene aggredito. Questa volta sono stati i tifosi della Juventud, altre volte gli stessi calciatori.

Un episodio che ci riporta indietro di un anno quando il calciatore Ruben Rivera Vazquez colpì mortalmente l’arbitro Victor Trejo durante una partita di campionato amatoriale messicano. Dopo l’espulsione il giocatore andò su tutte le furie e sfogò la sua frustrazione sull’arbitro causandogli un’emorragia subaracnoidea che ha portato al decesso e alla conseguente fuga in automobile da parte del colpevole. Una vicenda che, come dicevamo, non rappresenta un caso isolato nella cronaca nera, sportivamente parlando.

L’arbitro è considerato diffusamente la persona più detestabile nel mondo del calcio e le sue decisioni scaturiscono spesso e volentieri in insulti e accuse. Se una volta il “cornuto” di turno era il massimo della violenza, nel corso degli anni e dei mutamenti sociali, la figura del direttore di gara si è trasformata in mostro da abbattere e unico colpevole delle disgrazie della squadra per cui si gioca o si fa il tifo. E l’esasperazione dei toni e delle reazioni è andata via via spostandosi su una dimensione che non appartiene più alla semplice manifestazione viscerale ma assume connotati davvero agli antipodi rispetto al gioco del calcio. Risse, insulti, rincorse, denunce sono il condimento tipico di una partita. La situazione è ancora più evidente quando si calcano le serie minori o giovanili, dove spesso i genitori sono “troppo allenatori” e i giocatori “troppo calciatori”. E allora i casi di aggressione si intensificano, vuoi perchè lontano dai riflettori, vuoi perchè in alcuni casi lo sperduto rettangolo verde (che poi è marrone di terra) è la sola valvola di sfogo dalla realtà personale di molti partecipanti.


A farne le spese soprattutto l’arbitro, capro espiatorio indifeso e senza supporters che in svariate situazioni laterali rispetto al calcio che conta è costretto a prestazioni di un velocista con la capacità di incassare degna di Jake LaMotta. In alcuni casi, però la situazione si ribalta e il “carnefice” diventa il direttore di gara e la “vittima” il calciatore. In altri, invece, la giacchetta nera (che nera non è più) è quello che ti salva la vita strappandoti ad un morte che ci riporta alla mente numerosi episodi di decesso in campo.

Spulciando su Internet molte sono le storie del burrascoso rapporto tra giudicante e giudicato. Il più recente, oltre a quello citato in apertura, riguarda la tentata aggressione da parte di un giocatore del Guaranì all’arbitro di una partita di terza serie brasiliana. La scintilla, come sempre, il cartellino rosso. La reazione, uno spintone che ha fatto crollare l’arbitro e quattro uomini per arginare la furia del compagno.

Ma il 2016 sembra essere stato l’annus horribilis per questo genere di situazioni. Sempre dall’America Latina precisamente dall’Argentina, il calciatore Leonardo Vera del Quilmes de Rafaela si è scagliato contro l’arbitro colpendolo ripetutamente al volto durante una partita di una serie minore. Per lui il ricovero in ospedale e prognosi di 10 giorni. Ancora peggio è andata a Sergio Castaneda, arbitro della terza categoria del Guatemala, che dopo aver estratto il cartellino rosso a Daniel Pedrosa, è stato raggiunto da una testata e un gancio e il rischio di perdere l’occhio. Per il giocatore sono scattate le manette. Tornando in Argentina, a Cordoba, l’uccisione del giudice di gara Cesar Flores, raggiunto da tre colpi di pistola al torace, al collo e alla testa per mano di Juan Marcelo Barrionuevo. Anche in questo caso, galeotto fu il cartellino rosso.

Il calcio sudamericano rappresenta spesso terreno fertile per questo tipo di “esternazioni”, tanto che l’arbitro Gabriel Murta in un partita di calcio dilettante brasiliano, dopo essere stato colpito da un calcio e uno schiaffo, reo di non aver fischiato un brutto fallo, ha estratto una pistola per calmare le acque. E così è stato, chiaramente.

Ma la situazione di certo non è migliora in Europa. Dalla Spagna arrivano le “botte” patite dall’arbitro Fernando Collados nella seconda divisione spagnola (la nostra Lega Pro). Al termine della gara i tifosi hanno cominciato a bersagliare la terna arbitrale con insulti, sputi, gavettoni e lancio di oggetti e conseguente trasporto in ospedale per un guardalinee. Suscita qualche risata, invece, il tentativo di aggressione da parte di una nonna 60enne di un calciatore in un campionato giovanile spagnolo. La signora non avendo gradito l’operato dell’arbitro, ha aspettato che uscisse dall’impianto sportivo per tagliargli la strada con la macchina e venire alle mani.

In Italia il caso dell’arbitro donna picchiato durante una partita di allievi a Merano. Dopo un rigore non concesso, i tafferugli sugli spalti tra i sostenitori delle due squadre si sono trasferiti a bordo campo. Il direttore di gara nel tentare di sedare gli animi anche dei giocatori intervenuti alla rissa, è stata colpita da un calciatore che ora rischia 3 anni di squalifica. Ruoli invertiti invece del Torneo Cavazzuoli Under 20 dove il giudice di gara, accerchiato a fine partita dai giocatori, dopo essere stato colpito da una manata, ha sferrato uno spintone verso un calciatore minorenne facendolo cadere e scatenando l’ira del pubblico, trattenuto dalle forze dell’ordine che hanno scortato l’arbitro nello spogliatoio.

Ma la vicenda più eclatante è sicuramente quella accaduta nel nord est del Brasile. Siamo nel 2013 e l’arbitro Otavio Jordao Da Silva, 20 anni, espelle il giocatore Josemir Santos Abreu, il quale comincia ad inveirgli contro e a tirare calci alla sua persona. A quel punto il fischietto ha estratto dalla cintura un coltello, colpendo a morte il calciatore. La furia dei sostenitori e dei familiari della vittima si è trasformata in ulteriore tragedia: l’arbitro è stato raggiunto dopo l’invasione di campo, è stato legato, lapidato e ucciso. Lo sfregio finale della decapitazione e l’apposizione della testa su un palo riassumono tremendamente quanto il limite venga spesso superato, non necessariamente traendo spunto dalla vicenda in questione.

Fortunatamente, esistono anche altre storie: come quelle di Daniel Garcia e Filippo Acamovic. Il primo, durante una partita di una divisione regionale spagnola, ha letteralmente salvato la vita ad un giocatore in preda a convulsioni che aveva perso i sensi dopo uno scontro aereo. Tempestivo il suo intervento con il quale ha evitato che la lingua lo soffocasse. Stessa situazione per il “nostro” Filippo Acamovic, arbitro di origini serbe,  che nel corso della partita tra i Giovanissimi Piacenza e Juve Club ha applicato la stessa manovra per respirare ad un ragazzino di 14 anni che aveva sbattuto contro il muro delimitante il campo da gioco. “Non chiamatemi eroe” queste le sue dichiarazioni.

C’è spazio quindi anche per il lieto fine in questo rapporto arbitro-giocatore. Una dicotomia lunga quanto la storia del calcio, e non solo. Una disputa che troppo spesso si è trasformata in battaglia vera e propria. Una storia di sangue.

 

 

Giorgio Chiellini diventa un’opera d’arte ed è sempre più Insuperabile

Giorgio Chiellini diventa un’opera d’arte ed è sempre più Insuperabile

“C’è un cuore grande sorridente, c’è la lettera “I” di Insuperabili. Io in questa opera c’ho visto un supereroe”. Massimo Sirelli descrive così la sua gigantografia che ritrae Giorgio Chiellini, nel corso della festa del primo compleanno dello shop degli Insuperabili, a Torino. Un’opera che ha folgorato subito il difensore della Juventus e della Nazionale, che ha già fatto sapere di volerla prendere per sè: valore di acquisto non dichiarato, ma certamente proporzionale alla sua generosità.

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La squadra degli Insuperabili nasce da un’intuizione che cinque anni fa portò alla nascita delle scuole calcio “Reset Academy”. “Cercavamo una realtà dedicata a ragazzi diversamente abili e ci siamo resi conto che tutte le ricerche ci rimandavano all’estero. E così da quelle realtà abbiamo preso spunto e ci siamo dati l’obiettivo di creare qualcosa di strutturato, non dando ai nostri un pallone tanto per farli calciare per un’oretta alla settimana, ma trattandoli come i veri atleti che sono – racconta Davide Leonardi, uno dei creatori del progettoPian piano abbiamo iniziato a capire che dovevamo istituire dei team multidisciplinari, tant’è che gli staff degli Insuperabili sono formati da tecnici, psicologi, educatori, fisioterapisti, che lavorando in equipe riescono a strutturare una metodologia di allenamento calcistico che permette ai nostri ragazzi di continuare a crescere”. Da un anno l’avventura dello shop, aperto in via Montevideo 6, gestito dagli stessi ragazzi degli Insuperabili con impegno ed entusiasmo, avendo così la possibilità di fare un percorso lavorativo.

Quando Giorgio Chiellini arriva all’interno dello shop ci sono già decine di atleti degli Insuperabili, ragazzi e ragazze con disabilità che dal 2011 crescono nelle scuole calcio “Reset Academy”. Lui, che ne è il testimonial nazionale del progetto, li conosce tutti personalmente: abbracci, pacche sulle spalle e “cinque” per questi campioni che, come spiega, gli stanno riservando grosse soddisfazioni da qualche anno. “Quando abbiamo iniziato eravamo in tre. Ma grazie all’impegno di tante persone siamo cresciuti, adesso ci sono tredici scuole calcio in tutta Italia. Speriamo che il progetto continui a crescere a livello nazionale. Il sogno di questi ragazzi, e il mio con loro, è di avere un centro sportivo di tutto loro tra qualche anno – spiega Chiellini -. Se lo meritano, speriamo di riuscirci”.

Particolarmente bello e partecipato, tra un selfie e un altro, il momento in cui Giorgio Chiellini e Massimo Sirelli si alternano per autografare le trenta opere che verranno messe all’asta per la raccolta fondi a supporto degli Insuperabili.

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Davide Leonardi ammette come “il sostegno che stiamo raggiungendo è davvero elevato da parte delle persone comuni, quella degli Insupebili è diventata la seconda squadra per cui tifare un po’ per tutti, oltre ai propri colori. Un anno fa abbiamo aperto lo Insuperabili Shop, che ha come obiettivo quello di inserire i nostri ragazzi in un percorso lavorativo, per cui il negozio viene utilizzato come contesto esperienziale per chi vuole trascorrere qua un po’ di tempo con i ragazzi, vuole fare una partita a calcio balilla, acquistare un paio di scarpe o partecipare a un evento come questo con Chiellini”.

La squadra degli Insuperabili è diventata ormai un riferimento consolidato a livello nazionale: “Questo ci inorgoglisce, ci fa capire che la strada intrapresa cinque anni fa è quella giusta. Sicuramente migliorabile, ma abbiamo capito come valorizzare i nostri ragazzi facendoli giocare in maniera normale, non accontentandoci, e abbiamo ottenuto enormi riscontri. A Torino c’è la casa madre che fa da coordinatrice per le varie academy, da qua nascono i progetti e supervisioniamo il lavoro delle diverse scuole calcio. La cosa più bella è che siamo tutti partecipi e quindi la crescita avviene perché ogni realtà migliora insieme alle altre. Siamo un’enorme famiglia, le divise uniche per tutte le academy dimostrano che tutti lavoriamo senza campanilismo per il bene comune”.

Infine un’altra chicca, che anticipa una potenziale nuova frontiera degli Insuperabili: “Tendenzialmente il focus principale resterà il calcio, però durante i camping estivi ci siamo cominciati ad aprire ad altre discipline. Un’anteprima è che a gennaio molto probabilmente riusciremo a partire con il basket. E dunque l’obiettivo sarà quello di introdurre a un altro sport di squadra, il segreto è quello di fare un lavoro di relazione e integrazione”.

Giovanni Albanese

@GiovaAlbanese


Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

In una famosa canzone Zucchero cantava “donne, tududu, in cerca di guai” e sono sempre donne quelle che ancora oggi – soprattutto nello sport – sono allo sbando e senza “compagnia”. Fece scalpore lo spot della Nike dello scorso marzo le cui protagoniste del video sono donne, ragazze, bambine che  fanno parkour, pattinaggio su ghiaccio, equitazione e anche boxe. Non in un paese occidentale ma nel loro, in Medio Oriente. Cosa diranno di te?, dice una voce fuori campo, mentre una di loro corre e si becca gli sguardi di disapprovazione di un uomo che la vede passare. Alla fine lo spot conclude: ”forse diranno che sarai la prossima campionessa”. L’azienda produttrice di abbigliamento e accessori sportivi aveva voluto polemicamente ricordare al mondo dello sport un’annosa questione, quella della discriminazione di genere.  In Medio Oriente – si sa – la situazione non è mai stata facile in materia di donne e diritti, in Arabia Saudita, però, la situazione è molto pesante. Alle donne viene assegnato un tutore di sesso maschile (il padre, il marito, il fratello o persino il figlio, purché maschio) che deve “accompagnarle” nelle attività quotidiane. Chi nasce donna, in Arabia Saudita, non può guidare l’auto e nemmeno praticare sport. Una legge del 1960 (anno in cui le scuole statali sono state aperte alle donne) sottolinea infatti come l’educazione fisica non sia prevista nel percorso di studi delle bambine e solo gli uomini possono appartenere a club sportivi o lavorare in ambienti del settore.

Non che nel nostro paese le cose vadano meglio. Citando l’enciclopedia Treccani, anche nel belpaese la questione è sempre legata a retaggi socio-culturali vecchi come il mondo. “Se per i giovani maschi lo sport costituisce ancora un rito di passaggio quasi obbligato, incarnando caratteristiche maschili idealizzate come la competizione, l’aggressività e la lealtà, […] l’attività fisica e sportiva è considerata nemica della femminilità: agli occhi della maggior parte delle popolazioni occidentali, le donne atlete sono apparse a lungo come una deviazione dalla femminilità, una virilizzazione anomala, tanto che persino la correttezza dei loro orientamenti sessuali è stata messa in discussione.” Le donne che praticano sport – secondo alcuni – non sono femminili o sensuali, non sono ammiccanti né “accoglienti”. Poco femmine, per dirla con una parola sola. E l’attività sportiva peggiora e mascolinizza l’aspetto delle donne che lo praticano, portando gli uomini a vederle come soggetti tendenti all’omosessualità.


E la situazione non cambia neanche se guardiamo l’aspetto giuridico della questione. In Italia, la legge del 23 marzo 1981 n 91 recita all’art. 1 che “l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero”, mentre all’art. 2 si trova scritto: “[…] sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI […]”. Nel testo però non si fa riferimento alle atlete. Cosa significa questo? Che in Italia non esistono atlete professioniste. Molte sono considerate sportive dilettanti (anche se di fatto sono campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alle tutele previdenziali stabilite per il mondo dei professionisti; soprattutto vengono pagate molto meno rispetto ai colleghi maschi. Un esempio su tutti? Da noi il compenso delle calciatrici è uguale a quello di un impiegato. Nel resto d’Europa invece i compensi di uomini e donne calciatori/calciatrici sono quasi identici, anche se – c’è da dirlo – sulla rivista americana Forbes, fra i cento atleti più pagati al mondo si trovano fino a ora solo due donne (Serena Williams 28,9 milioni di dollari, 40° posto, e Maria Sharapova, 21,9, 88° posto). Niente parità fra i sessi nel settore sportivo insomma. E da noi, niente accesso alle categorie pro per chi nasce donna, come se fosse una colpa, un marchio, come se una legge dell’81 non potesse essere modificata una volta evidenziato l’errore. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche: calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo e ciclismo. Nessuna prevede un settore “pro” per le atlete. Perché? Secondo la senatrice Josefa Idem – che da anni combatte per cambiare la legge 81/91 –   anche perché il Governo dello sport nazionale è in mani maschili: ai vertici delle varie Federazioni infatti, non c’è traccia di quote rosa.

Il punto è che per una donna, non è facile: nel lavoro, quando lo cerchi e ti ritrovi di fronte qualcuno che in realtà vuole altro, nei rapporti con i colleghi che spesso ti rendono difficile fare qualsiasi cosa, nella vita privata, perché una donna incinta è una perdita per qualsiasi azienda e quindi va mandata via. E nello sport: scendere in campo, in pista, in un palazzetto, in una piscina, e in qualunque luogo di competizione con un abbigliamento che esalta il fisico, mettendo a nudo qualunque difetto, rende tutto ancora più difficile. Nello sport femminile, ancora saturo di discriminazioni e luoghi comuni, alla fine, a parità di carriera sportiva, spesso conta solo una cosa: il fisico. Quello che il commentatore sottolinea, quello che  il presentatore tv sbircia, quello che il maschio da casa aspetta con eccitazione e il compagno di palestra scruta senza farsi notare, quello che invece qualcun altro definisce mascolino e omosessuale. Tutto il resto, è dimenticato.

Forse non c’è proprio tutta questa parità di genere che oggi si millanta, forse siamo ancora noi a essere viste come l’angelo del focolare, come quelle che non possono competere se non con un bel fondoschiena e una quarta di seno. E siamo sempre noi a doverci sottomettere a logiche sessiste e maschie, all’idea di dover essere condiscendenti, mansuete, docili. Non è così che dovrebbe essere. Meritiamo lo stesso stipendio di un uomo a parità di ruoli, meritiamo di non dover subire avances sessuali se ci presentiamo a un colloquio di lavoro, meritiamo di non essere viste come oggetti lussuriosi privi di qualsivoglia capacità mentale. E no, non è banale femminismo. Siamo ancora in un mondo pieno di cultura maschile e ancora una volta siamo noi a dover fare la differenza: spezziamo la catena. Nella vita, nel lavoro, nello sport.

#NonUnadiMeno: 25 Novembre Giornata internazionale contro la violenza alle donne

#NonUnadiMeno: 25 Novembre Giornata internazionale contro la violenza alle donne

Nell’ultimo decennio sono state uccise in Italia 1.740 donne. Di queste 1.251, ovvero oltre il 70% in famiglia, dove le cause sono “incomprensioni, separazioni, affidamento dei figli, etc…”.
Uccise da chi diceva di AMARLE
Nel 2016, il numero è pari a 120. Nel 2017 la media è di una vittima ogni tre giorni.
Quasi 7 milioni di donne secondo i dati Istat, hanno subito una forma di abuso.
La violenza inaudita è in aumento verso le giovanissime ritenute ad alto rischio come dimostrano i fatti di cronaca.

arsa viva dal compagno all’ottavo mese di gravidanza
uccisa con un martello dall’ex
la strage : giustiziata dal marito insieme alla madre
strangolata e bruciata a 22 anni
freddata a colpi di pistola
sgozzata dal marito
uccisa a coltellate
ammazzata a bastonate
“mamma, mi sta ammazzando”
bruciata viva dal marito
ragazza uccisa in Sardegna, la confessione del fidanzato: «Abbiamo litigato per le briciole sul tavolo»
uccisa a coltellate a 28 anni
dottoressa stuprata durante il turno alla guardia medica
l’autopsia: prima picchiata…

E ancora e ancora…

Gli slogan si susseguono innumerevoli di anno in anno: Associazioni, Enti, comunità, organizzazioni nel sociale a manifestare, a ricordare che la violenza non è amore.
Il delitto passionale non esiste. Resta il delitto.



Per le vittime silenziose, quelle rimaste incastrate dentro mura depositarie di gesti e parole irripetibili, resta il dramma di appartenere a qualcuno come un pacco dono. Qualcuno che sa  ‘maneggiare con cura’ forse solo un pacco di cartone.
Siamo donne. Nate bambine, cresciute dentro ideali. A volte sbagliando, altre manipolate ed educate a garantire l’ego di altri, in modo di piacere, ricevere consenso, rispetto, stima.
Quella mai inserita negli anni. Come il vuoto a perdere..

Constatare la presenza incalzante di contenitori emotivi senza contenuto chiamate ‘persone’, è un dato allarmante, urgente.
Abbiamo toccato il fondo che è sempre più profondo.
Tornare a galla, riprendere fiato e stupore, desideri, amore.
Costruire vite possibili imparando il rispetto, la stima. Apprezzare le fragilità, la tenerezza.
La nostra forza è nell’unico muscolo involontario che abbiamo, il cuore.

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