L’età dell’oro: come e quanto guadagnano i Club più ricchi al mondo

L’età dell’oro: come e quanto guadagnano i Club più ricchi al mondo

Come ogni anno Forbes stila la classifica dei club calcistici dal maggior valore. Per il 2017 il club che vale di più mettendo insieme tutta una serie di fattori come Diritti Tv, sponsorizzazioni, compravendita dei calciatori, è il Manchester United. Per la prima volta in cinque anni, i Red Devils sono la squadra di calcio più importante del mondo, dal valore di  3.69 miliardi di dollari. Il ritorno del team al primo posto è un premio al grande lavoro di marketing del club britannico. Il Manchester United ha generato un reddito di 765 milioni nel corso della stagione  2015-16, precisamente 77 milioni in più di Barcellona e Real Madrid rispettivamente al secondo e terzo posto di questa speciale classifica.

Crescita Esponenziale – Il Manchester United ha portato a 405 milioni di dollari le entrate da pubblicità e sponsorizzazioni, più di ogni altra squadra di calcio al Mondo. I Red Devils sono anche di gran lunga la squadra di calcio più redditizia del mondo, con  un utile operativo di 288 milioni, 107 milioni di dollari in più del Real Madrid, in testa a l’anno scorso in questa speciale classifica. Le previsioni di bilancio ci dicono anche che non sarà affatto facile superare lo United in un prossimo futuro dato che la squadra allenata da Josè Mourinho ha vinto l’Europa League e si quindi qualificata alla prossima Champions League, riscattando un andamento in campionato non proprio eccezionale. Quindi altri soldi, altri sponsor, ulteriore crescita e possibilità quasi infinite da investire nei prossimi anni per rafforzare la squadra.

Potenze Economiche- Forbes, contestualmente alla classifica dei club più importanti al Mondo, ha anche stilato una top ten dei presidenti più ricchi del mondo: Al primo posto c’è Alisher Usmanov patron dell’Arsenal con un patrimonio di 15.2 miliardi di dollari, seguito da Abramovich con 9,1. Nelle prime nove posizioni ci sono solo presidenti di club inglesi, mentre al decimo posto, staccata, c’è la famiglia Agnelli proprietaria della Juventus con più di un miliardo di dollari di patrimonio disponibile. Un altro dato che ci fa capire del distacco quasi abissale, a livello economico, tra il calcio inglese ed il resto del continente.

E l’Italia ?- Questa classifica ci aiuta anche a capire la differenza tra il nostro paese e il resto dell’Europa calcistica più ricca e importante. Per leggere il nome di una squadra italiana nella classifica di Forbes dobbiamo arrivare fino al nono posto occupato dalla Juventus con un valore complessivo di 1.258 miliari di dollari. Lontana, lontanissima dalle prime posizioni ma in continua crescita come dimostrano gli incassi della Champions 2015-16 con 312 milioni di dollari. Nessuno come il club piemontese è riuscito ad incassare di più nella scorsa Champions. Dopo la Juventus, per quanto riguarda l’Italia, il vuoto: Il club più vicino ai bianconeri è il Milan al 13esimo posto con un valore di 802 milioni di dollari, poi la Roma al 17esimo con 569 milioni, seguita a ruota dall’Inter con 537 milioni di valore e poi al ventesimo posto il Napoli con un valore stimato di 379 milioni di dollari. Cifre e differenze che spiegano largamente il dominio della Juventus in Serie A negli ultimi sei anni: Altrettanti Scudetti e tre double di fila cosa mai riuscita a nessuno prima d’ora in Italia. Un dominio che viste le previsioni è destinato a durare a lungo.

Per leggere la classifica totale clicca qui 

 

Benvenuti in Italia, dove lo Sport è strumento di discriminazione lavorativa

Benvenuti in Italia, dove lo Sport è strumento di discriminazione lavorativa

Ma lo sport di Totti è lo stesso calcio che si gioca nei campi di periferia ed è assoggettato alle stesse regole?

Lo sport italiano, e quindi anche il calcio, si basa sulle società sportive di base che si fondano, secondo le statistiche, sul volontariato.

Secondo un recente studio sono poco più di 80.000 i lavoratori contrattualizzati che operano nel mondo dello sport a fronte dei 1.500.000 volontari che operano nel mondo dello sport dilettantistico sotto l’egida del CONI che regolamenta sia lo sport professionistico che quello dilettantistico. Lo sport professionistico in Italia è riconosciuto, solo a livello maschile, nel calcio, basket, golf e ciclismo e sono professionisti gli atleti e i tecnici che lavorano con gli atleti professionisti. Tutti gli altri sport e le donne sono, per esclusione, dilettanti e così la mancanza di una disciplina legislativa organica nel settore dello sport dilettantistico favorisce il proliferare di situazioni di precarietà strutturale e persistente, lavoro spesso sottopagato e lavoro nero eludendo quanto previsto in materia di rapporti di lavoro sia per gli atleti che per chi opera come istruttore, allenatore, ufficiale di gara, medico, estetista, massaggiatore, addetto alla manutenzione, assistente ai bagnanti, fisioterapisti e via dicendo.

Ancora qualche numero:

  • 35.000.000 circa di italiani rappresentano la cosiddetta “popolazione attiva” dei quali quasi 15.000.000 praticano sport in maniera continuativa
  • 120.000 circa sono le associazioni sportive

Numeri enormi con un indotto economico molto importante che spazia dal professionismo sportivo dei grandi campioni del calcio o del basket fino al più piccolo campetto di periferia passando anche per il fitness e il wellness dove, ad esempio, si promuove l’alta professionalità degli operatori del settore.

Totti è un professionista riconosciuto, l’istruttore di fitness è un dilettante e perciò può essere pagato con i cosiddetti compensi sportivi che godono di una totale defiscalizzazione.

Lo sport professionistico è limitato a poche discipline e solo all’ambito maschile perché il dilettantismo costa meno e così il dilettantismo viene tutelato andando contro le più elementari tutele per chi ci lavora.

E’ ancora considerato, lo sport, un’attività secondaria, poco importante, da praticare da bimbi e ragazzi e chi ci lavora viene quasi sempre considerato uno che si diletta e non un vero e proprio lavoratore.

Questo è vero in molti casi ma siamo proprio sicuri che un istruttore di nuoto che passa 8 ore al giorno in una piscina o un maestro di tennis che passa le stesse 8 ore sul campo lo facciano per diletto?

Le normative vorrebbero che chi lo fa come attività prevalente ed esclusiva dovrebbe essere assoggettato alle normali regole a tutela dei lavoratori ma l’alternativa dei compensi sportivi è troppo ghiotta e, siccome necessità fa virtù, il mondo sportivo, avviluppato in una rete di abitudini e compromessi, interpreta a suo vantaggio le regole e quindi alimenta il già enorme numero di lavoratori senza nessuna tutela pensionistica e previdenziale. Una moltitudine che guadagna finchè sta bene ma che alla prima malattia o in vecchiaia si troverà senza nessuna tutela.

Tutto questo accade perché tutto è funzionale allo sport agonistico che va favorito. Tutto questo accade perché, comunque, lo sport è un’ottima fonte di reddito come secondo lavoro andando a penalizzare chi, al contrario, ne fa una fonte di reddito esclusiva avendone anche la competenza e la professionalità.

Tutto questo accade perché in un paese dove tutto, spesso, va al contrario non si è capito che chi lavora con i nostri figli deve essere un professionista al quale vengono riconosciuti i propri diritti e non un ex giocatore con esclusivamente nozioni tecniche. Tutto questo accade perché quando andiamo in palestra da adulti abbiamo il diritto di avere un professionista a seguirci poiché per lavorare con persone adulte è necessaria un’elevata professionalità e questa professionalità ce la può dare solo chi ha studiato ed è competente e che questa competenza è doveroso che sia riconosciuta…così come la si riconosce a Totti.

 

Il futuro è adesso: la meglio gioventù dell’Italia ai Mondiali Under 20

Il futuro è adesso: la meglio gioventù dell’Italia ai Mondiali Under 20

Life is now, o meglio ‘the future is now’. Questo è il leitmotiv che sta accompagnando gli azzurrini nella spedizione in Corea del Sud per il mondiale Under 20. L’impresa è compiuta: la squadra di mister Evani ha battuto la Francia, una delle squadre favorite della competizione, che aveva chiuso il proprio girone a bottino pieno (9 punti in 3 gare) con 9 gol fatti e 0 subiti. Gli azzurrini sono riusciti ad eliminare i transalpini agli ottavi di finali sfoderando una prestazione gagliarda e di sacrificio, con i gol della stella Orsolini e del cesenate Panico. Conosciamo meglio, però, i ragazzi di mister Evani che ora sono chiamati ad un altro impegno non facile per staccare il pass della semifinale: sarà contro lo Zambia, che è riuscito a battere per 4-3 la Germania ai supplementari.
 

IL CAPITANO-  Il capitano della squadra è Rolando Mandragora, il giocatore più di esperienza nella formazione azzurra: classe 1997, milita nella Juventus ed è il vero trascinatore del centrocampo italiano. Protagonista lo scorso anno nella promozione del Pescara in Serie A, quest’anno, a causa di alcuni problemi fisici, ha trovato poco spazio nella Juventus. L’esordio con la maglia bianconera è arrivato solamente contro il Genoa lo scorso aprile. In Serie B ha già mostrato personalità, classe e la giusta prestanza fisica per imporsi: doti che sta confermando anche nella spedizione coreana. Carismatico

LA STELLA- La stella della squadra è senza dubbio Ricky Orsolini, premiato quest’anno come miglior giovane della Serie B. La Juve ha già messo le mani sul classe 1997, che quest’anno ha militato tra le fila dell’Ascoli portando i marchigiani alla salvezza con 8 gol e ben 6 assist. Un milione e mezzo sborsato dalla Vecchia Signora per sbarazzare la concorrenza ed assicurarsi un prospetto dal futuro certo: il mondiale coreano sta certificando le sue qualità, 3 gol in 4 partite, ma soprattutto un rendimento assolutamente positivo. Giocate, lavoro per la squadra ed intelligenza tattica: questo è il curriculum che sta mettendo in mostra il talentino ascolano. Juve, preparati!


LA SORPRESA- La sorpresa porta il nome di Giuseppe Panico, attaccante scuola Cesena, che ha siglato già 2 gol in questa competizione ma, soprattutto, ha firmato il centro valso per battere la Francia agli ottavi di finale. Classe 1997, quest’anno ha trovato poco spazio in Romagna: solamente 15 presenza, condite da 3 assist. Più incisivo, invece, nel ruolo che gli ha disegnato mister Evani: accanto ad una punta fisica come Favilli, Panico ha la possibilità di svariare su tutto il fronte offensivo e di inserirsi con velocità, proprio come successo con la Francia. Serie A, guarda anche in cadetteria!

 

GLI ALTRI- Sicuramente merita d’esser menzionato Favilli, una punta d’altri tempi e che in Italia ormai è fuori produzione. Si è messo in mostra quest’anno con l’Ascoli in coppia con Orsolini, mettendo a segno 8 gol e 2 assist. In Corea sta recitando il ruolo più di assist- man: già 2 assist ed 1 gol per l’attaccante scuola Juve che è fondamentale nel gioco di mister Evani. Dalle parti di Vinovo si stanno mangiando le mani per il suo mancato riscatto lo scorso anno, la società bianconera ha chiesto già informazioni per riportarlo a Torino ma ora sarà bagarre con le altre big. Da segnalare anche il lavoro sulle fasce di Scalera, primavera della Fiorentina ed ex Bari, e Pezzella. Il primo si è rivelato fondamentale già in due occasioni con uno strano marchio di fabbrica: la rimessa lunga, che per due volte ha propiziato il gol, invece Pezzella sta mettendo in campo la personalità da big che ha maturato dopo aver calcato i campi di Serie A con il Palermo. Importante anche il lavoro di Pessina sulla mediana che dà equilibrio alla squadra in un 4-4-2 che frutta in entrambe le fasi.

IL MISTER- Un plauso va fatto anche a mister Evani che ha trovato nel 4-4-2 la quadratura giusta di una squadra, capace di essere micidiale nelle ripartenze e fulminea sulle fasce. Dopo una partenza in sordina, che aveva destato qualche dubbio, l’impresa con la quotata Francia ha scacciato qualsiasi tipo di commento negativo. L’Italia U20 è viva e pimpante, soprattutto è un serbatoio di giovani promettenti. E questo non può che far sorridere mister Ventura ed a tutto il movimento calcistico Italiano. Finalmente.

Allenatori dimenticati: Ma davvero Cesare Prandelli non serviva a nessuno?

Allenatori dimenticati: Ma davvero Cesare Prandelli non serviva a nessuno?

Complice l’addio alla Roma di Totti e l’imminente finale di Champions League della Juventus, prevedibile che la notizia di Cesare Prandelli prossimo allenatore dell’Al Nasr, club degli Emirati Arabi, sia passata in secondo piano. Se affascina per i contorni esotici dei suoi paesaggi e per le cifre tropicali dei suoi ingaggi, l’Arabian Gulf League (la Serie-A degli emiri) non possiede certo l’appeal tecnico e la risonanza mediatica di una Premier o di una Liga. E nel recente passato, in più di una circostanza, è stata vista come una sorta di pensione dorata per glorie del calcio europeo che, esaurita la loro parabola ad alti livelli internazionali, scelgono le rive del Golfo Persico per chiudere la carriera senza particolari stress e con cesellature diamantine ai propri conti correnti.

Non sembra però essere questo il caso dell’ex commissario tecnico della Nazionale italiana che, prossimo ai sessant’anni, ha almeno un altro decennio di panchine davanti a sé. Quanto basta per soffermarsi sulla sua nuova destinazione senza derubricarla a mera cronaca sportiva. Perché uno come Prandelli, stimato dentro e fuori i nostri confini, non ha mercato in Serie-A e in Europa e, per allenare, deve spostarsi a Dubai? Beninteso: può darsi benissimo che lui per primo abbia rifiutato offerte dall’Italia o dai principali tornei stranieri, perché non ritenute idonee a differenza di questa proveniente da latitudini medio-orientali. Però è anche vero che Prandelli in primis non ha mai fatto mistero del suo rifiuto al Leicester o del suo mancato approdo alla Lazio l’estate scorsa, per cui si può anche pensare che, Foxes a parte, non abbia davvero ricevuta alcuna proposta dopo la conclusione della sua esperienza col Valencia.

Rimane comunque l’interrogativo se il calcio europeo, quello italiano in testa, non sia diventato all’improvviso miope nei confronti di uno dei più validi e preparati allenatori apparsi sulla scena negli ultimi vent’anni. D’accordo. Le disavventure di Galatasaray e Valencia non hanno giovato al suo curriculum, ma certo non annullano il biennio di Parma – due qualificazioni europee durante il crack Parmalat – i cinque anni di Firenze – due quarti posti conditi da una semifinale di Europa League e l’eliminazione agli ottavi di Champions League più per errori della terna arbitrale che per meriti del Bayern Monaco – e il secondo posto a “Euro ’12” con l’Italia, miglior risultato degli azzurri dopo il 2006.

Prandelli non ha mai vinto un trofeo o un titolo, tranne una serie-B col Verona, però non ha mai avuto squadre attrezzate per riuscirci. Non lo era nemmeno l’Italia del mondiale brasiliano che, se è stato disastroso come dicono i risultati, allora dovrebbe coinvolgere nell’uscita dai radar dei club italiani ed europei anche gli altri responsabili di quell’infausta rassegna: i calciatori.

Così però non è, come dimostrano specialmente quelli che giocheranno la finale di Cardiff, e allora lecito chiedersi se nel calcio conti sempre qualcosa il merito e, qualora la risposta sia affermativa, perché il curriculum di Prandelli, più ricco rispetto a quello di altri colleghi, sia sfuggito ai presidenti di serie-A. Specialmente a quelli impegnati in ricostruzioni o rilanci di natura tecnica. Perché l’Inter non lo ingaggiò l’estate scorsa dopo la separazione da Mancini? Perché a lui, dopo il mondiale del 2014, non pensarono sull’altra sponda meneghina, in quella Milanello alle prese con un organico molto lontano dal valore del “Grande Milan” e che avrebbe soltanto tratto enorme giovamento, in termini di crescita individuale e collettiva, dalle conoscenze tattiche del “Mago di Orz”? E perché la Roma, per sostituire Spalletti, ha intrapreso altre strade? Infine, sempre all’ombra del Colosseo, come mai non si concretizzò il suo passaggio alla Lazio, dato per ormai fatto da parte della stampa, proprio un anno fa di questi giorni?

Di recente, Alberto Malesani, in merito alla dimenticanza del calcio italiano nei suoi confronti (“Non ho più ricevuto telefonate”) ha detto che servirebbe un plotone di servizi segreti per capirla. Forse occorrerebbero anche per il caso di Prandelli. O forse, più semplicemente, gli 007 degli emiri sono stati più abili di quelli del Vecchio Continente

11 Miliardi che non esistono ma che salvano spesso i bilanci dello Stato. La Ludopatia esiste davvero?

11 Miliardi che non esistono ma che salvano spesso i bilanci dello Stato. La Ludopatia esiste davvero?

La Fondazione Bruno Visentini dell’Università Luiss di Roma ha presentato il “Rapporto 2017” sulla percezione sociale del gioco d’azzardo in Italia con  un’analisi a livello territoriale, di genere, per classi di età e sociale del gioco fisico ed on-line in Italia, su un campione di 1.600 intervistati. Il risultato è che il 44% degli italiani maggiorenni ha scommesso almeno una volta nell’ultimo anno, ma solo lo 0.9% è da considerarsi un “gambler” problematico a forte rischio ludopatia. Gratta e Vinci, Lotterie e SuperEnalotto i giochi più amati.

La Fondazione sostiene che “la stragrande maggioranza dei cittadini ha un rapporto sereno con il gioco”. Il gioco preferito dagli Italiani continua a essere quello del Gratta&Vinci seguito dalla Lotteria Italia per le donne e dal Superenalotto per gli uomini, ma la percentuale maggiore di giocate è invece concentrata per quasi il 50% nelle Newslot e Videolottery.

Che lo stato italiano abbia molto più interesse ad incentivare il gioco piuttosto che frenarlo non è certo un mistero. L’industria de gioco, infatti, è una delle più floride in Italia, pari allo 0.6% del PIL nostrano e porta nelle casse dello stato italiano circa 11 miliardi di euro in gettito fiscale. Ergo, nonostante le campagne politche “politically correct” atte a limitare il gioco d’azzardo da parte di quasi tutti i partiti per prendere dei voti in più, difficilmente queste troveranno mai una vera e propria attuazione poiché vorrebbe dire far perdere il posto di lavoro a decide di migliaia di persone impiegate nel settore e soprattutto un grandissimo introito economico.