Sarnano, 1 Aprile 1944: Partigiani contro Nazisti 1 a 1

Sarnano, 1 Aprile 1944: Partigiani contro Nazisti 1 a 1

In occasione della Festa della Liberazione, proponiamo una storia di guerra e di sport. Un aneddoto calcistico lontano settantatre anni che si mescola tra mito e realtà, ricordato come “La Leggenda di Sarnano”, dall’omonimo, e davvero bello, documentario di Umberto Nigri. Nel 1944, in centro Italia, si sarebbe giocata una partita di calcio tra nazisti e una squadra di italiani, composta anche da un gruppo di partigiani. Non esistono documenti scritti che avvalorano la presenza di esponenti della Resistenza nella contesa, ma il carattere orale con cui si è tramandata la storia rende anche questa tesi parte di una Leggenda che ben si cala nella situazione che il nostro Paese viveva durante l’occupazione tedesca. 

Quando, dopo una  vigorosa bussata, Mario Maurelli aprì la porta, non poteva credere ai suoi occhi: di fronte a lui due tedeschi in divisa, e una domanda: “E’ lei l’arbitro Maurelli?”. Era il 1944 e l’Italia era sotto il tallone dell’invasione nazista.

Ma cosa voleva la Wehrmacht da un ex arbitro di Serie A?

La risposta fu incredibile quanto, per certi versi, scontata: giocare al calcio.

Già perché la guerra imperversava in Europa e il morale dei soldati al fronte, da anni lontani da casa e dalle famiglie, era sempre più basso. Una depressione che non era la più indicata per un esercito che già sentiva l’odore inconfondibile della sconfitta. E l’unico tentativo di “normalizzare” la situazione poteva essere il calcio. Questo avrà pensato il sergente tedesco, che con i suoi uomini presidiava Sarnano, paesino arrampicato sulle colline del Maceratese occupate dal Reich. Appassionato di calcio, aveva fatto interpellare l’arbitro Maurelli, conosciuto anche in Germania, per mettere su una squadra che potesse sfidare l’undici tedesco. Unica regola: tutti italiani e tutti coetanei dei loro avversari.

Sfida non facile da accettare per chi i tedeschi li vedeva solo come spietati oppressori. Come si poteva giocare con loro come se niente fosse?

La risposta a una richiesta tanto sconcertante non fu immediata. Per Maurelli, persona stimata da tutti, accordarsi con i nazisti, sia pure intorno a un pallone, significava mancare di rispetto a coloro che, ogni giorno  combattevano, e morivano, per cacciare gli occupanti.

Dopo che la notizia si sparse in paese, la cosa non piacque affatto, e a Maurelli fu chiesto di rinunciare. Per di più, della squadra degli italiani, avrebbero fatto parte alcuni partigiani appostati sulle colline, oltre a disertori dell’esercito regio. Il che significava, in poche parole, darsi in pasto al nemico.

Ma la partita si doveva fare e il sergente, dopo aver minacciato altri morti e rastrellamenti, promise sul suo onore di soldato che ai giocatori italiani, partigiani e non, sarebbe stata evitata la deportazione. In più, al termine della gara, sarebbe stato offerto loro un rinfresco, a spese, s’intende, del Reich. Da non credere.

Crebbe la paura. Era una trappola? I tedeschi avrebbero rispettato i patti? E se ci rifiutiamo?

Quindi, tra minacce e promesse, la partita venne organizzata. Maurelli si fece aiutare da suo fratello Mimmo, partigiano, in grado di reclutare la squadra che avrebbe sfidato gli occupanti e il destino.

Sarnano, 1 aprile 1944: Italia contro Germania. Comincia la partita che passerà alla storia come la “Leggenda di Sarnano“, raccontata dal documentario storico di Umberto Nigri, attraverso le voci dei due protagonisti: Mario Maurelli e Libero Lucarini.

Si parte: la squadra tedesca non sembra granchè, molta fisicità ma poca tecnica. Più preparati e organizzati gli italiani. Ai bordi del campo, soldati in divisa pronti a sparare. L’atmosfera ideale per giocare al calcio.

Che dobbiamo fare? Vinciamo? Perdiamo? E se vinciamo cosa ci succede? Questi ci fanno secchi, non vedono l’ora. La decisione negli spogliatoi è unanime: non si vince e si salva la pelle.

Infatti, i partigiani cercano di fare l’impossibile pur di non segnare. Ma non possono neppure esagerare troppo nella finzione, per non irritare i tedeschi che chissà come possono reagire. Il tempo non passa mai e mantenere il pareggio non sarà semplice.

All’undicesimo minuto del primo tempo, Lucarelli fa partire un cross dalla fascia. Un lancio senza pretese, ma in area spunta Grattini che,  forse in un impeto di nazionalismo e di vendetta contro gli invasori,  insacca di testa alle spalle del portiere della Wehrmacht.

Partigiani 1, Nazisti 0. Palla al centro. Lo sguardo dell’arbitro Maurelli dice tutto.

Ma cosa ha fatto? Ci vuol fare ammazzare? Anche Grattini ha capito di averla fatta grossa, non esulta e assume un’aria contrita.

Si arriva all’intervallo: silenzio di tomba, è proprio il caso di dire, tra gli italiani.

Nel secondo tempo la musica non cambia: i tedeschi non riescono a segnare, sebbene gli italiani facciano di tutto per collaborare. Il tempo, questa volta, scorre veloce verso un epilogo che si annuncia drammatico. Anche l’arbitro ce la mette tutta ma non sa come riportare il punteggio in parità. Mancano cinque minuti alla fine e Maurelli incrocia lo sguardo del terzino Libero Lucarini, che aveva tolto gli abiti dell’esercito per arruolarsi con la Resistenza. Lucarini capisce che non si può più scherzare. L’ala sinistra della Germania avanza veloce e Lucarini è abilissimo nel farsi scartare. Il tedesco, galvanizzato dalla bella giocata, calcia con forza e la palla supera il portiere italiano. Rete! La soddisfazione tedesca è quasi pari alla gioia trattenuta dell’arbitro, che conduce gli ultimi minuti in assoluta tranquillità fino al triplice fischio. Partigiani 1 Nazisti 1. Tutti contenti.

Al rinfresco, si presentarono solo i tedeschi. I partigiani erano già lontani, scappati quasi di corsa verso i loro accampamenti. Al sicuro nella boscaglia dei Monti Sibillini, nel caso i tedeschi, non si sa mai, ci avessero ripensato. Ma il patto non fu violato.

Dopo quegli incredibili 90 minuti, ricominciava la vera partita, quella della vita e della morte, quella dove i nazisti non avrebbero mai accettato un pareggio per uno ad uno. Perché quell’uno, per loro, equivaleva a dieci.

FOTO: www.cnj.it

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Succede che siamo Campioni del Mondo di Calcio a 5 e nessuno ce l’ha detto

Succede che siamo Campioni del Mondo di Calcio a 5 e nessuno ce l’ha detto

Mentre tutti, stampa in primis, si interrogano su vita morte e miracoli dell’arbitro Kassai e di quanto sia stato antisportivo il Barcellona a non restituire un pallone, succede che l’Italia zitta zitta si è portata a casa il Mondiale di Calcio a 5. Così, a bruciapelo. Colpiti dolcemente al cuore da una grande notizia per il nostro sport, quello azzurro, che di grande vede poco, e se lo vede, lo fa solo per gli altri, sottolineandolo a più riprese, consumando tastiere, libido e bile su notizie che poco interessano ma che tanto infiammano l’etere, unico sherpa spirituale dell’informazione che ben si districa tra quello che piacevolmente tira e condivisibilmente divide. E succede che in questo giustificabilissimo Bar di cui tutti noi facciamo parte, quelli che dovrebbero darti da bere si comportano esattamente come coloro che bevono e chiacchierano (giustamente, loro), offrendoti il solito drink annacquato fatto di moviole e tweet al veleno. E succede, anche, che i ragazzi della nazionale di calcio a 5 della Fisdir (Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale) conquistano il Mondiale di Futsal in Portogallo e vengono relegati, se gli dice proprio bene, nelle brevi a fondo pagina.

E che ci vuoi fare, siamo il Paese dell’Estero è bello, della polemica su ogni cosa, della vittoria a corrente alternata dove l’interruttore lo pigia il virus della viralità. Succede. E allora chissenefrega se il tricolore sventola alto grazie a questi sconosciuti ragazzi che sconosciuti resteranno. Chi avrà voglia di leggere di Francesco Leocata, Marco Fasanella, Luca Magagna, Davide Vignando, Cristian Palaia, Simone Di Giovanni, Carmelo Messina, Marco Sfreddo, Matteo Simoni, Riccardo Piggio, Amedeo Alessi e Luca Casciotti che, partiti l’8 aprile da favoriti alla volta di Viseu, cittadina lusitana, si sono imposti sui padroni di casa in finale per 4 a 1, conquistando il primo mondiale FIFDS dedicato a giocatori con disabilità intellettive e relazionali? Chi vorrà parlare del miglior portiere del torneo Francesco Leocata e del capocannoniere Luca Magagna?

Troppo impegnati a scrivere (male) dell’Italia e raccontare (bene) fino allo sfinimento le imprese degli altri, ci siamo dimenticati dei dimenticabili, di persone considerate diverse ma più normali di noi, incapaci di godere anche quando vinciamo, distratti dagli ultrasuoni asfissianti dell’informazione standardizzata che ci vengono proposti a scadenza fissa e quotidiana, come un medicinale per appiattirci. E in questo limbo emozionale, ci facciamo scappare i nostri successi, ce li nascondono, li ignorano, non se ne parla. Troppo poco salati, eventi del genere. Non richiamano, e quindi non servono. Succede oggi come succede in tante altre situazioni, vedi sport minori e paralimpici. Vittorie di Serie B, trionfi senza fotografi ma con campioni veri, perché essere eroi sotto i riflettori è sempre più semplice che farlo nell’ombra soprattutto quando, pur illuminato dal successo, ti si preferisce in prima pagina un fuorigioco non fischiato o una litigata tra calciatori a mezzo social. E quando tra questi sfortunati vincenti la mano meccanica del Signore dei trend pesca il tuo nome mettendo finalmente la tua faccia nel ristretto (mica tanto) circolo degli sportivi che “contano”, succede che vieni fagocitato, sfruttando questa inattesa notorietà, facendoti credere importante perché porti un messaggio positivo quando di positivo, per loro, c’è solo la tua immagine che regala una stretta al cuore di chi ti vede e un allargata al portafoglio di chi ti usa, firmando contratti illusori in cambio della messa in mostra della tua debolezza fattasi forza, della tua rivincita. E il finale, seppur insperato e insperabile, è sempre lo stesso: sedotto e abbandonato da lustrini dal pollice alzato. Avanti il prossimo, avanti una nuova storia da svuotare.

“Che bello vederli giocare a calcio! Una soddisfazione per tutto lo staff vedere come i ragazzi sono stati in grado di mettere in campo quello che è stato fatto negli allenamenti! Vincere il mondiale è stata la classica ciliegina sulla torta, un’emozione immensa ma, soprattutto, un evento che garantirà l’ulteriore sviluppo del nostro calcistico riservato ad atleti con sindrome di Down”. Queste le parole di Roberto Signoretto, il referente tecnico che insieme a Gianluca Oldani e Edoardo Scopigno ha guidato la nazionale a questo trionfo.

Hanno cantato i ragazzi della Fisdir negli spogliatoi dopo aver festeggiato in campo. Come succede quando si vince una Coppa del Mondo. Arrivati all’apice del successo, dopo sacrifici e costanza, hanno esultato e gridato, almeno loro. E allora gridate più forte, magari succede che qualcuno la prossima volta se ne accorge.

La Serie A ancora senza Re ma in mano alle Regine. E chissenefrega della Nazionale

La Serie A ancora senza Re ma in mano alle Regine. E chissenefrega della Nazionale

La Serie A rimane senza presidente ma, non contenta, detta date e condizioni. Invise al 70% delle partecipanti al massimo campionato. Inconciliabili con le esigenze dalla Nazionale. Eppure, poco importa. Vuolsi così colà dove si puote. E più non dimandare. Stupisce chi si stupisce: lo status quo aderisce alla volontà delle sei “regine” (Milan, Inter, Juventus, Roma, Napoli e Forentina) che vogliono riscrivere lo statuto e ridiscutere l’articolo 19, relativo ai diritti tv. La fumata nera, l’ennesima, certifica un finale già scritto, figlio di una lotta di classe che affonda le radici in interessi legati a soldi e gestione del potere. La prossima assemblea è fissata il 20 aprile alle ore 13.

Un D-Day? Solo sulla carta. In pratica la settimana prossima certificherà il commissariamento del calcio italiano. Esattamente ciò che volevano le grandi. Resta da capire chi sarà il commissario. Una scelta che innescherà un nuovo effetto domino. Tavecchio? No, è una scelta poco apprezzata dal CONI. E allora Giovanni Malagò? Neanche. Il numero uno dello sport italiano è l’unico candidato a succedere a se stesso nelle prossime elezioni in programma il prossimo 11 maggio. Perchè dovrebbe andarsi a cercare guai e inimicizie in FIGC? E dunque? I nomi cadono come le foglie di un albero in autunno. Michele Uva era papabile fino a qualche mese fa: poi ha trovato una poltrona più importante e accogliente, nell’esecutivo UEFA. E tanti saluti. Adriano Galliani, liberatosi giusto in tempo dal closing del Milan, si è giocato la presidenza perchè rimarrà legato in Fininvest, controllante di Mediaset, società partecipante all’asta dei diritti 2018 – 2021. Dunque, in conflitto d’interessi. Cosimo Sibilia, attuale presidente della LND. Ha esperienza, ma è anche senatore di Forza Italia, dunque probabilmente inviso a Luca Lotti.

E allora? Fra tanti dubbi, una certezza: le date della prossima stagione. Calcio d’inizio, il prossimo 20 agosto. Una scelta che certifica il totale disinteresse per le sorti della Nazionale. Ventura, in vista della trasferta in Spagna (si gioca il 2 settembre al Bernabeu dove si deve vincere o pareggiare con almeno due gol) aveva chiesto di anticipare l’inizio dei campionati al 13 agosto. Proposta respinta con perdite. In compenso, però, si gioca durante le feste natalizie. Serie A in campo il 23 e il 30 dicembre e anche il giorno della befana. Sosta invernale “posticipata” al 13 gennaio. Una decisione legata alla “brandizzazione” del marchio. C’è qualcuno contrario? Non importa. In Lega, da qualche tempo, vige solo una regola: così è, se vi pare. E per le prove di dialogo, meglio rivolgersi altrove.

Hockey Ghiaccio: Milano raddoppia, dopo la Coppa Italia, vince la Serie B

Hockey Ghiaccio: Milano raddoppia, dopo la Coppa Italia, vince la Serie B

Da ieri sera, dalle ore 22 in poi, chi tifa l’Hockey Milano Rossoblù si sarà ritrovato la bacheca di Facebook invasa di foto e commenti festosi. Il doppio colpo di cui parlavamo non meno di una settimana fa, si è concretizzato. Dopo la quarta di eventuali cinque gare della serie finale, il Milano conquista il titolo di Campione della Serie B, che ha un po’ il sapore di Campione d’Italia. Sebbene questo attestato spetti ufficialmente ai Rittner Buam del Renon, che lo hanno già vinto a gennaio (una stranezza) e che stasera, nel caso superino Asiago in Gara 5, possono alzare al cielo anche il trofeo della neonata Alps Hockey League (tanto voluta proprio dal Renon), anche il Milano può sentirsi a suo modo Campione d’Italia, a maggior ragione dopo che i trofei conquistati in questa stagione sono diventati due: tutti e due disputati entro i confini italiani: la Coppa Italia, vinta contro il Fiemme il 28 febbraio, e ora la Serie B (che potrebbe riconfigurarsi in IHL, Italian Hockey League), vinta ad Appiano sulla Strada del Vino, al primo match-point sfruttabile per i ragazzi di coach Massimo Da Rin, contro l’Appiano Pirates. Due trionfi in terra altoatesina nel giro di poco più di un mese, e una stagione che si chiude nel migliore dei modi, su due piste distanti da casa.

CHE TIFO! – «Ma noi giochiamo sempre in casa» (da La Gazzetta dello Sport e HockeyTime.net, ndr), chiosa Marcello Borghi, Capitan futuro dell’Hockey Milano Rossoblu, che con il suo gol a 40 secondi dalla fine, ha aperto le porte del trionfo, mettendo la sua importante firma sulla serie finale e sul titolo: suo il gol che ha riaperto la partita sul risultato di 2-0 per l’Appiano, e suo il gol che ha chiuso i conti per il definitivo 3-2 che vale il titolo. La firma del pareggio, è di un ragazzo che aveva già timbrato il cartellino nella finale di Coppa Italia: Tommaso Terzago, già a Milano nella stagione 2014-2015, quando i Rossoblù raggiunsero le semifinali di Serie A, e tornato nel capoluogo lombardo dopo una nuova parentesi in Svizzera. Nel tripudio generale a tinte rossoblu, la frase di Marcello Borghi è emblematica: ieri, all’EisStadion di Appiano, grazie ai numeri tifosi giunti in trasferta, sugli spalti respirava un’atmosfera bollente, che si è poi riversata sul ghiaccio per dare il via ai festeggiamenti inoltratisi sino a tarda notte, quando buona parte dei tifosi ha accolto il ritorno dei giocatori a Milano. Assieme hanno visto le prime luci dell’alba. Un «double» agognato, sapendo che le rivali erano insidiose, ma forse la squadra più forte da sconfiggere, era già stata superata in semifinale: il Merano, che ha dovuto abdicare in favore del Milano. Ciò non toglie che l’Appiano, solida realtà della Bassa Atesina, abbia dato del filo da torcere al Milano: pareggiati i conti mercoledì sera scorso in Gara 2, rimontando due gol di svantaggio, stavolta assaporava già l’idea di giocarsi Gara 5 all’PalAgorà di Milano (dove però ha sempre faticato), dopo che aveva siglato il 2-0 in avvio del terzo periodo. Ma il Milano ha tirato fuori gli artigli, facendo perdere la rotta ai Pirati, che si sono dovuti arrendere. Dopo la Coppa Italia, questo Milano era difficile da battere per chiunque. Solo per la gloria? Sì, solo per la gloria, come si era già sottolineato prima della serie finale. Il Milano ora ha il diritto di accedere alla Alps Hockey League, ma non è previsto che lo sfrutti: il presidente Cambiaghi ha già dimostrato il suo interesse a restare entro i confini italiani, puntando su prospettive più ampie nel caso si decida di percorrere la strada estera.

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GIU’ IL CAPPELLO – L’elogio a questo doppio trionfo passa anzitutto da quanto mostrato sul ghiaccio. Il Milano era fin dall’inizio una delle squadre maggiormente attrezzate per andare fino in fondo, diversamente dall’anno scorso, quando le bruciature dell’autoretrocessione determinarono una fuga da Milano, con un campionato terminato ai quarti di finale. Un anno dopo, durante l’estate scorsa, l’esodo ha invece colpito il Val Pellice (realtà piemontese dell’hockey ghiaccio, ricordate la neonata HCV Filatoio?), portando a Milano forze fresche. Fra queste, c’è il miglior difensore dell’intera Serie B: Andrea Schina, diventato fondamentale soprattutto durante i Playoff, ma non solo: sono tornati Sascha Petrov, estone naturalizzato italiano, e Stefan Ilic, della nazionale serba ma con passaporto italiano in virtù dell’intera carriera giocata in Italia, Marco Pozzi, cresciuto nella cantera rossoblu, che su Facebook festeggia il titolo in maniera eloquente: «quest’anno non abbiamo lasciato neanche le briciole», e Matteo Mondon Marin. Uno chapeau va fatto, oltre che al mattatore di Gara 4, Marcello Borghi, anche al top scorer Domenico Perna, 79 punti stagionali tra regular season e playoff: quarant’anni e non sentirli! Menzione anche per il portiere Alessandro Tura, che gioca un ruolo fondamentale sul ghiaccio, e per il suo vice Riccardo Pignatti, che si è sempre fatto trovare pronto. Come non citare poi i due più interessanti prodotti delle giovanili inseriti a roster quest’anno? L’attaccante Simone Asinelli, tornato a Milano dopo un anno negli USA, che già mostra una buona confidenza col gol, e Andrea Fadani, difensore di carattere, come dimostra la rissa al termine di semifinale Gara 3 contro il Merano, che si è fatto trovare pronto in un reparto colpito ad inizio anno dalla defezione a lungo termine di Andreas Radin. Ma in realtà, non occorrono distinzioni: giù il cappello davanti a tutta la squadra, che ha alzato due trofei al cielo in una stagione che vuol dire rinascita dopo l’addio alla massima serie di due anni fa, ormai solo un vecchio ricordo. La menzione speciale è invece per il coach Massimo Da Rin: tre trofei vinti alla guida dell’Hockey Milano Rossoblu, due serie cadette e una Coppa Italia, niente male! Per proseguire su questa strada, la dirigenza – che quest’anno ha azzeccato tutte le mosse – ha tempo: c’è un’estate intera che nell’hockey su ghiaccio vuol dire trepidante attesa, e che in Italia è sempre attraversata da modifiche e novità, con i Playoff di NHL a tenere compagnia sino a giugno, ma non solo. Tra non molto la Nazionale Italiana disputerà i Mondiali di Top Division a Colonia: la speranza è di non retrocedere, ma si affrontano alcune tra le nazionali più forti al mondo. E’ dura, ma vale la pena crederci, e Milano ospiterà una delle varie premesse di preparazione, l’amichevole di lusso tra Italia e USA, prevista per il 2 maggio all’Agorà, hockey di alto livello, per chiudere in bellezza una stagione da incorniciare.

Per la cronaca del match di Gara 4, potete cliccare HockeyWords.

Foto coreografia © Curva del Milano

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Italia, paese immobile: quando la sedentarietà è diseguaglianza sociale

Italia, paese immobile: quando la sedentarietà è diseguaglianza sociale

Qualche tempo fa ho letto un articolo che riportava una percentuale di sedentari in Italia intorno al 42%. In un paese – immobile – come l’Italia non può stupire che lo siamo davvero e che l’attivitá motoria è carente con tutto quello che ne consegue e che campagne meritorie che si succedono nel tempo tipo “Diamoci una mossa” dell’Uisp hanno sempre lo stesso risultato e cioè un bel buco nell’acqua.

Siamo il paese dell’immobilismo assurto a sistema e quindi ma perchè mai dovremmo essere attivi e in buona salute?

Un dato che emerge è sconcertante: la sedentarietá è dilagante negli strati sociali meno abbienti, mentre tra i manager e gli imprenditori diminuisce in maniera consistente fino quasi a scomparire e a diventare un elemento qualificante.

Se sei un manager devi essere in forma, se sei un operaio sarai sedentario e con la pancia. Se sei una massaia avrai la cellulite e se hai perso il lavoro che ti muovi a fare?

Altro dato disarmante, ma che purtroppo qualifica sempre il nostro paese, è quello che si è nettamente più sedentari al sud e quindi, ironia della sorte, anche qui c’è la questione meridionale.

Sedentarietá come indice di disuguaglianza, proprio così.

Basterebbe tanto poco e colmare le disuguaglianze sulla possibilitá di muoversi, di fare moto, porterebbe a benefici incommensurabili per la societá. Viviamo, purtroppo, nel paese “immobile” e quindi perchè dare spazio a politiche adeguate per colmare questo deficit di movimento?

La sedentarietá, una vera e propria malattia sociale, si combatte con la cultura del movimento e non con la vendita del movimento.

Oggi in Italia il movimento si compra. Corsi di ogni disciplina venduti da multinazionali del movimento, ma anche dalla più piccola e meritoria associazione sportiva dilettantistica.

Il movimento deve essere un’opportunitá per tutti, al di lá della possibilitá economica e del posto dove si vive.

È mai possibile che il sud Italia debba avere così tante persone immobili con le enormi risorse che il territorio del nostro meridione ha?

Il mare è una piscina, bisogna saper nuotare e l’uomo ha imparato a nuotare in mare e non in piscina.

I boschi e i prati non sono dei tapisroulant naturali? E allora camminiamo e corriamo come quando eravamo bambini!!!

Che voglio dire? Serve una cultura del movimento, serve far comprendere, fin da piccoli, che muoversi, in qualsiasi maniera, ci fa rimanere in buona salute e che ogni forma di movimento, specialmente quelle più naturali e all’aria aperta, ci fanno sentire meglio, in forma, eternamente giovani.

Il movimento non è e mai deve essere legato alla possibilità economica o almeno così dovrebbe essere in un paese che, speriamo, prima o poi, si sveglierà dalla propria immobile immobilitá!

Per cercare di risolvere questo problema da qualche anno esiste un Protocollo d’Intesa tra il MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e delle Ricerche) e il Coni (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) che prevede che nelle scuole primarie diventi obbligatoria l’educazione alla pratica sportiva per 2 ore alla settimana. Per quest’anno l’iniziativa coinvolgerà, inizialmente 7.000 istituti (1.200.000 circa alunni) e si affiancherà a un altro progetto già esistente e cioè “Sport di classe” che prevede uno stanziamento di 60.000.000€ specialmente nelle scuole del sud Italia.

Riuscirà lo sport scolastico a colmare l’enorme deficit di movimento di questo paese “immobile”?