Mahmoud Abdul Rauf : il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Mahmoud Abdul Rauf : il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Washington, 14 marzo 1996. Va di scena il match NBA di regular season tra i Denver Nuggets e i Washington Bullets, i giocatori delle due squadre si dispongono in piedi per l’inno nazionale americano. Tutto sembra procedere nella norma, quando un atleta in campo compie un gesto eclatante: mentre tutti sono in piedi come forma di rispetto, lui si siede e trascorre tutto l’inno seduto sulla sua sedia, con l’intero palazzetto intona l’inno.

Il giorno successivo il commissario NBA squalifica il giocatore a tempo indeterminato, mentre lui non tenta affatto di difendersi, ma rilancia: l’inno è un cieco rituale nazionalistico, oltre che un simbolo di sopraffazione sociale. Ovviamente le critiche e le accuse ai suoi danni si sprecano, per giorni è al centro di un caso nazionale, viene letteralmente crocifisso dai mass media, ma rimane fermo sulle sue posizioni.

Cosa spinge una persona a commettere un gesto di tale portata, a inimicarsi una nazione intera? Quello che lo spinge ad una scelta simile ha la stessa motivazione di ciò che lo ha mosso per tutta la sua vita: la piena fiducia in quel che crede, nelle sue convinzioni. Quelle stesse convinzioni che, a volte, lo spingono a scelte radicali, ma che lo hanno portato ad una carriera cestistica straordinaria, la carriera di Mahmoud Abdul Rauf.

Sul finire degli anni ‘60, per una madre non era facile mandare avanti la propria famiglia da sola, con tre figli a carico, avuti da tre uomini diversi. Soprattutto se si viveva in condizioni di miseria, in uno stato povero di opportunità come quello del Mississippi. E, soprattutto, se uno dei tre figli soffriva di tic e spasmi improvvisi che a volte non gli permettevano nemmeno di infilarsi i pantaloni.

E’ in queste condizioni che nasce Chris Jackson, povero e oppresso da un male sconosciuto. Deriso e umiliato a scuola, l’unica cosa che gli resta da fare è trovare una valvola di sfogo, va al campetto e inizia a tirare, tirare e tirare. Diventa una sfida maniacale per lui, deve tirare in continuazione e, soprattutto, segnare. Nella sua testa ha un unico obiettivo: il tiro perfetto.

Gli spasmi non vogliono abbandonarlo, si attaccano a lui come una gomma da masticare sulla suola delle scarpe, ma lui riesce a liberarsene quando gioca a basket. E’ alto appena un metro e 80, ma è agile e scattante ed è un autentico cecchino quando si tratta di tirare. Le voci delle sue prestazioni incredibili attirano scout da tutta l’America, che impazziscono per lui. A livello liceale continua la sua ascesa, al punto che la Lousiana University fa carte false pur di averlo nel suo college, e lui ripaga le aspettative battendo record su record. Nel 1990 arriva il grande momento: si dichiara eleggibile per il draft NBA e viene preso dai Denver Nuggets con la terza scelta assoluta. Il sogno di una vita sta diventando realtà.

Durante il liceo, aveva scoperto che i tic che lo affliggevano erano dovuti alla sindrome di Tourette e che molto probabilmente lo avrebbero accompagnato per il resto della vita, ma questo non lo aveva scoraggiato. Al contrario, le sue difficoltà lo spinsero a migliorare di giorno in giorno e anche nel mondo NBA non gli crearono nessun grattacapo.

Ma sono altre le problematiche che lo destabilizzano nei primi due anni in NBA: gli infortuni lo colpiscono, ha problemi di peso, ma soprattutto si sente estraneo alla realtà in cui vive. Avvicinatosi profondamente al pensiero di Malcom X e alla cultura islamica non si riconosce più nello showbusiness, nella massificazione e nei valori del mondo americano.

Nel 1991 decide di convertirsi all’islamismo e cambia nome in Mahmoud Abdul Rauf. Trova una pace interiore mai raggiunta prima, che gli infonde grande fiducia e determinazione. Per migliorare, rispetto alla scialba stagione da poco conclusa, inizia ad allenarsi anche 9 ore al giorno, alla ricerca di quel tiro perfetto che lo assillerà per tutta la sua carriera.

Al suo terzo anno in NBA sigla oltre 19 punti e 4 assist di media, venendo nominato come Most Improved Player dell’anno. L’anno successivo invece sfiora un’impresa storica, a coronamento dei suoi sforzi: fa registrare il 95, 6% di realizzazione ai tiri liberi, mancando di pochissimo il record ancora imbattuto di Calvin Murphy. Una percentuale mostruosa!

Poi, nel 1996 accade, lo spiacevole episodio dell’inno nazionale. Mahmud già da tempo aveva manifestato un forte dissenso verso simboli nazionalistici e ogni genere di patriottismo. Per questo, in molte partite mentre nel palazzetto veniva intonato l’inno lui restava nello spogliatoio, coperto dai compagni. Per puro caso, invece, il 14 marzo si trova in campo durante l’esecuzione dell’inno, ma pur di mantenere fede ai suoi principi, decide di compiere un gesto per cui verrà dannato in eterno.

Da lì la sua carriera subisce un brusco declino. Viene scambiato coi Sacramento Kings, ma le sue medie stagionali precipitano, l’opinione pubblica non lo ama affatto e, per questo, dopo i due anni di contratto decide di lasciare il basket professionistico americano.

Carriera finita? Ma neanche per sogno. Giocare gli piace da matti, è l’unico modo in cui riesce a liberarsi dai fantasmi dovuti alla sua sindrome. Per questo decide di andare a giocare in Europa, al Fenerbahce.
Dopo un anno però i problemi, anche di infortuni, riscontrati in America lo tormentano pure in Europa. Seppur a malincuore, decide di appendere le scarpe al chiodo.

Ma se si ha a che fare con Mahmud Abdul Rauf, mai dire mai. Infatti, neanche un anno e torna in NBA, stavolta ai Vancouver Grizzlies, dove però non trova la giusta continuità. Decide quindi di lasciare nuovamente il basket.
Inoltre, dopo essersi sposato con una sua vecchia amica del liceo, Mahmud inizia a trascorrere molti mesi dell’anno con la moglie in una villa a Gulfport, la cittadina del Mississippi in cui è nato. Ma un giorno, tornando nella sua residenza, la trova completamente vandalizzata da membri del Ku Klux Klan. Un atto barbaro che lo sconvolge profondamente.

Nel mezzo dei due anni di inattività, accade l’evento che scuote il mondo intero: l’11 settembre del 2001 vengono abbattute le Torri Gemelle. Mentre l’America intera piange le sue vittime e grida vendetta, la voce fuori dal coro di Abdul Rauf fa scalpore. Pur condannando l’atto terroristico, non si esime dall’incolpare la sua nazione, rea di aver commesso fin troppi soprusi ai danni dei popoli musulmani. E’ scandalo.

Di lì a poco Mahmud decide che è tempo di tornare a giocare e si trasferisce prima in Russia e poi, a 35 anni suonati, in Italia a Roseto, dove fa registrare ottime medie. Dopodichè, passa all’Aris Salonicco, per poi spostarsi in Arabia Saudita e infine terminare la propria carriera a Kyoto, in Giappone, all’età di 41 anni.

A distinguere Mahmoud Abdul Rauf da qualsiasi altro atleta, c’è sola una cosa: la necessità di dover decidere. In quarta elementare, è lui che decide di farsi bocciare perche non riesce più a sopportare quei tremendi attacchi, così come quando inizia a giocare a basket è lui che sceglie di passare ore e ore ad allenarsi pur di raggiungere il “tiro perfetto”. La conversione all’islam è una sua scelta intima, così come il rifiuto di intonare l’inno è frutto di una sua decisione personale molto difficile, ma per lui necessaria. E’ perennemente costretto a trovarsi davanti a delle scelte, ma non gli importa cosa pensano gli altri di lui, perché è alla ricerca di una pace interiore.

E se pensate che Mahmoud abbia smesso di prendere decisioni importanti, vi sbagliate di grosso. Nel 2014 si è scoperto che Ammar, uno dei cinque figli di Mahmoud, era malato di cancro. Ma, per fortuna, dopo mesi di lotte, nel gennaio del 2015 con un comunicato ha fatto sapere che Ammar ha vinto la lotta contro il tumore.

Sono stati momenti difficili per Mahmud che, però, è rimasto ancorato alle proprie convinzioni e alla propria fede. E’ andato avanti e continuerà così, facendo quello che ha sempre fatto: decidere per la propria vita.

 

 

Walter Bonatti: la solitudine e la grandezza del “Re delle Alpi”

Walter Bonatti: la solitudine e la grandezza del “Re delle Alpi”

Raccontare una vita, una biografia, una storia per sua stessa natura unica e inimitabile in poche righe, nella ristrettezza di un articolo è un’impresa di per sé altamente complicata. La sfida diventa ancora più ardua nei casi in cui si parla di figure del calibro di Walter Bonatti, il grande alpinista ed esploratore, in occasione del 63esimo anniversario della prima ascesa del K2. La vita di Bonatti, densa di avvenimenti, caratterizzata da imprese, tragedie, polemiche e avventure, non solo potrebbe essere una fonte inesauribile di ispirazione per romanzieri e autori cinematografici ma è stata al tempo stesso ampiamente documentata dal suo stesso protagonista. Il “Re delle Alpi”, infatti, a una naturale riservatezza nella vita quotidiana accompagnava una passione per la scrittura che lo ha portato dapprima a produrre gli inimitabili reportage dei suoi viaggi in terre selvagge e inesplorate per Epoca e, in seguito, a pubblicare una grande quantità di libri, cronache e descrizioni che rappresentano una preziosissima testimonianza sugli anni eroici dell’alpinismo italiano, e hanno tenuto vivo il ricordo di un’epoca a cui Bonatti ha sempre guardato con orgoglio e nostalgia. Tuttavia, è chiaro che Bonatti non basta a Bonatti. I resoconti autobiografici, i ricordi di scalate al limite dell’impossibile ed esplorazioni degne di un romanzo di Salgari, riletti cinque anni dopo la morte di Bonatti, aiutano a rappresentare un personaggio che anche nella scrittura ha portato con sé le naturali caratteristiche della sua personalità: umiltà, modestia, riservatezza. Bonatti non ha scritto per tramandare un suo mito o istituire una personale agiografia, ma semplicemente per dare la possibilità ai suoi ricordi di fluire nella maniera ottimale, permettendo a un uomo per sua natura solitario e schivo di incontrarsi con i milioni di ammiratori che aveva saputo conquistarsi in Italia e nel mondo.

La dicotomia tra solitudine e fama ha accompagnato tutta la carriera alpinistica di Bonatti, e non è affatto cessata dopo il suo passaggio al mondo delle esplorazioni, e rappresenta un tratto saliente della parabola umana del “Re delle Alpi”. Bonatti divenne lo sfidante solitario di vette e piloni dopo aver riportato, come scritto in “Le mie montagne”, un “fardello di esperienze personali negative” dalla partecipazione alla spedizione italiana che, nel 1954, violò per la prima volta la vetta del K2, portando a compimento un’impresa sensazionale, la cui memoria è stata tuttavia ampiamente compromessa dalla parzialità delle ricostruzioni successive ammantate di ufficialità che minimizzarono il cruciale ruolo giocato da Bonatti al suo interno. Compagnoni e Lacedelli, i conquistatori del K2, per anni negarono l’apporto determinante e i rischi personali corsi da Bonatti nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954, durante la quale fu costretto ad affrontare una tremenda odissea in compagnia del portatore pakistano Amir Mahdi, affrontando un bivacco all’aperto sotto le sferzate del vento e con temperature precipitate sino a -50° dopo aver portato ai compagni le bombole d’ossigeno rivelatesi determinanti per consentire loro di concludere la scalata del K2. Dopo aver assaporato la delusione e il risentimento a seguito della pubblicazione, da parte del capo spedizione Ardito Desio, di un resoconto ufficiale estremamente parziale e rivelatosi, dopo oltre quarant’anni di schermaglie legali e dibattiti, ricco di falsità e inesattezze, Bonatti dette una svolta alla sua carriera: oggigiorno, infatti, le sue più grandi imprese di cui rimane memoria furono compiute in solitaria o, al massimo, con l’appoggio di compagni estremamente fidati, di fatto tra i pochi amici veramente inseparabili di Bonatti, come il tenace brianzolo Andrea Oggioni, morto tragicamente sul Monte Bianco il 16 luglio 1961.

La figura di Bonatti, alpinista romantico fedele ai metodi tradizionali della disciplina, forgiatore dei suoi stessi chiodi da scalata e estremamente austero nella scelta dell’equipaggiamento accessorio, affascinò presto milioni di italiani: ogni sua scalata catalizzava l’attenzione di un vasto pubblico. La riservatezza di Bonatti veniva così al tempo stesso insidiata e ammirata: giornalisti, operatori televisivi, appassionati di alpinismo e persone di ogni estrazione sociale trattennero il fiato durante i giorni in cui Bonatti si dedicò ad azioni senza precedenti come la scalata della parete sud-ovest del Dru (17-22 agosto 1955), la “prima” in solitaria sulla Brenva (13 settembre 1959) e, soprattutto, l’impresa unica nel suo genere, uno dei più grandi capolavori della storia dell’alpinismo, compiuta da Bonatti sul Cervino tra il 18 e il 22 febbraio 1965, nel corso della quale il “Re delle Alpi” stabilì un duplice primato. Bonatti, infatti, fu il primo a scalare in solitaria una delle montagne più insidiose e complesse delle Alpi e a violare il Cervino in inverno; inoltre, la sua spettacolare ascesa fu compiuta attraverso una via mai affrontata in precedenza, tutt’oggi chiamata in suo onore “Via Bonatti”. La scalata coronò un cammino sportivo, esplorativo e umano di prestigio assoluto, e portò alle stelle una notorietà che Bonatti si guardava bene dall’incentivare apertamente, intendendo ognuna delle sue conquiste come una realizzazione personale, il superamento di insidiose sfide interiori e la vittoria sui fantasmi del passato. Come ogni parabola umana, Bonatti pensò che anche la sua carriera da alpinista avrebbe dovuto concludersi: la vittoria sul gigante Cervino rappresentò il momento perfetto per svoltare, per affrontare nuove sfide ed espandere, a 35 anni, i propri orizzonti professionali e personali. Fu sul finire degli Anni Sessanta, infatti, che iniziarono i reportage dalle terre lontane, i viaggi di Bonatti da un capo all’altro della Terra per conto di Epoca. Dal Venezuela al Congo, dall’Alaska alla Nuova Guinea, le esplorazioni di Bonatti coprirono buona parte del pianeta e consentirono al “Re delle Alpi” di appagare la propria sete di conoscenza e nutrire la fantasia e la curiosità dei lettori della rivista su cui pubblicava i propri diari di viaggio, nei quali Bonatti lasciava sempre ampio spazio alla descrizione di paesaggi incontaminati, luoghi remoti e animali esotici, intendendo la natura, e nient’altro al di fuori di essa, come esclusiva protagonista dei suoi resoconti, lasciando trasparire lo stupore e la meraviglia provati dinnanzi ad alcune delle meraviglie nascoste della Terra.

Le straordinarie doti atletiche di Bonatti e la sua notoria resistenza portarono l’alpinismo italiano a nuovi traguardi, inaugurando la strada maestra sui quali si incamminarono in seguito Reinhold Messner e gli altri portabandiera della scuola tricolore, il cui maggiore esponente contemporaneo è Simone Moro, divenuto nel 2016 l’autore della prima scalata invernale al temibile Nanga Parbat, al termine di un’impresa non priva di paragoni con diverse ascese sensazionali di Bonatti. Al contempo, la sua figura sfumava nel romanticismo, portando gli italiani a riscoprire la passione per l’avventura, l’esotico, il misterioso. Bonatti, figura byroniana a tutti gli effetti, il solitario, tenace esploratore, chiuso in sé stesso ma aperto al mondo, fu una figura ponte tra modernità e tradizione: la passione per i viaggi degli esploratori del passato, il tradizionalismo in campo alpinistico e un carattere schivo facevano da contraltare a un affetto nazionalpopolare nei suoi confronti che negli ultimi anni di vita di Bonatti, una volta rotto il muro di silenzio e omertà sul caso K2, ha finito per essere condiviso anche dalle autorità istituzionali.

A sei anni dalla scomparsa, Bonatti è quanto mai attuale: in un mondo frenetico, volatile e vacuo, leggere i suoi ricordi aiuta a spaziare con la mente e con la fantasia, a espandere i propri orizzonti, sprona ad essere curiosi, straordinariamente curiosi. Ricordare la sua persona ci è sembrato doveroso, il minimo che si potesse fare per omaggiare un grande alpinista, un grande italiano, un grande uomo: Walter Bonatti, il “Re delle Alpi” che volle fare a meno di tutti gli allori.

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Gioco. Partita. Incontro. In un mondo perfetto, in cui il coraggio e la dedizione alla causa pagano, questo è il finale adatto per questa storia. Ma si sa, le gioie vere sono rare. Se poi sei un italiano e ti stai giocando la Coppa Davis, si contano sulle punte delle dita. Di una mano. Monca. E di conseguenza non ci sono abbracci, non ci sono festeggiamenti, non si sente il boato del pubblico. C’è invece la voce dell’arbitro che invita a rientrare in campo. Il Forum di Assago trattiene il fiato, mentre il ragazzo con la maglia bianca e le maniche blu cerca invano di muovere il braccio destro. E la smorfia di dolore si sposta dal suo volto a quello dei presenti, prima di arrivare sui teleschermi di mezza Italia, che in un freddo venerdì di dicembre è incollata alla TV da ormai cinque lunghe ore. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati“. Eppure ce l’aveva quasi fatta Andrea, non aveva mollato. E con lui ci avevamo creduto tutti che quella partita sarebbe finita in un’altra maniera. Andrea è Andrea Gaudenzi da Faenza, numero uno del tennis italiano. L’anno è il 1998; Gaudenzi arriva alla finale di Davis di Milano contro la Svezia dopo due mesi di riposo e terapie conservative. Il tendine della spalla gli dà noia da tanto, troppo tempo. E quindi dopo la semifinale di Milwaukee contro gli USA, decide che quell’anno scenderà in campo solamente altre tre volte. Al Forum, sulla amata terra rossa, lo aspettano Norman, Gustafsson e il temibile duo Björkman/Kulti. Sulla carta il doppio è il punto decisivo, è quello il match che assegnerà la Coppa. Gli svedesi sono quotatissimi, ma noi schieriamo Gaudenzi e Nargiso, Andrea e Diego, un’accoppiata che per il tennis italiano degli anni 90 vale più di Lennon e McCartney. Diego però il doppio lo giocherà con Sanguinetti, perdendo il punto che riporta per la settima volta il trofeo a Stoccolma.

La finale di Davis di Gaudenzi dura infatti esattamente cinque ore. Cinque, come gli infiniti set che Andrea e Norman si contendono. Cinque, come le dita di una mano, quella che tiene stretta la racchetta, nonostante il fastidio al tendine faccia sempre più spesso capolino. Lo svedese, va detto, non collabora. È tignoso, recupera ogni pallina, anche quelle che Gaudenzi mette nei punti più reconditi del campo. Ogni punto è una conquista, una fatica erculea. E come è ovvio che sia, i primi due set si risolvono al tie-break. Andrea porta a casa il primo per undici a nove, ma nel secondo non entra proprio in campo. 7-0. Cappotto. È il segnale che qualcosa non va. Il fastidio si sta tramutando in dolore. Conscio di dover combattere anche contro l’orologio, nel terzo set Gaudenzi spinge, forse anche più del dovuto. Gioca in maniera differente, si vede, è più conservativo, ma riesce comunque a indurre spesso e volentieri Norman all’errore. E la tattica paga, 6-4 e avanti così, nonostante la spalla, nonostante le fitte, nonostante tutto. Ma Andrea è un essere umano, e come tale soggetto a dei limiti. Limiti che affiorano in maniera sempre più palese nel quarto set. Lo svedese è un martello, continua imperterrito a rimettere in campo ogni palla. Gaudenzi è stanco, sofferente, recupera a fatica ed è costretto a cedere la partita all’avversario.

L’inizio del quinto set somiglia a un massacro. Norman prende il largo e con due break consecutivi si porta sullo 0-4. L’atmosfera è plumbea, ma il pubblico non molla. Nella difficoltà più totale, le voci del Forum non fanno mai sentire solo Andrea. L’ormai eroica resistenza del faentino merita incoraggiamento, comunque vada a finire il match. Ed è proprio in quel momento, sull’orlo dell’abisso, che in Gaudenzi scatta qualcosa. Quel set non può finire 6-0, non è giusto. Improvvisamente gli impulsi della mente annullano quelli del corpo. Basta dolore, basta fatica. L’adrenalina scorre come una scarica elettrica e regala ad Andrea la linfa di cui ha bisogno. Non può più sbagliare niente, ogni singolo errore è un altro chiodo nella cassa. Lo svedese è disorientato, si difende come può, ma ha capito che la partita si è totalmente rovesciata. Regala tanti punti, ma non abbastanza. Vince un game e va a servire per chiudere. Ma Gaudenzi è una furia, annulla un match-point, si prende il break di prepotenza e si riporta in parità. 5-5. Cinque come i set. Cinque come le dita della mano. Quella mano che regge ancora la racchetta, con l’entusiasmo che sopperisce alla mancanza di energie, mentre tutto il Forum urla e applaude. E urliamo anche anche noi a casa, inchiodati allo schermo da un ragazzo che in qualche maniera sta lanciando il cuore oltre l’ostacolo, che sta lottando su ogni punto come se andasse della sua stessa vita. Serve per il game Andrea, per riportarsi finalmente avanti, dopo un set passato a inseguire. Mette in quella battuta ogni briciolo di forza rimasta, tutta la sofferenza e la fatica raccolte in un urlo che rimbomba in tutto il Forum. Ne esce un missile terra-aria, ma anche se non lo fosse andrebbe comunque a segno. Norman tenta una difesa, ma è totalmente in confusione e stecca la risposta. 6-5. E al grido di Gaudenzi rispondono milioni di persone, che stanno assistendo alla trasformazione in sogno dell’ennesimo incubo sportivo. Applausi, cenni d’intesa, la consapevolezza che lo svedese è alle corde. Una sensazione strana per l’Italia del tennis. Quasi di gioia. Appunto, quasi. Perché Andrea quegli applausi neanche li sente.

Ma nella frazione di secondo in cui è partito quel servizio, lui qualcosa l’ha sentito. Un suono sordo, impercettibile per tutti gli altri, ma che a Gaudenzi è rimbombato tutto dentro. CLACK. È il rumore di un tendine che cede, di un sogno che si infrange, di una resa amara e incontrovertibile. E quell’urlo quasi sovrumano è la sintesi del dolore fisico e soprattutto mentale di un ragazzo che ha dato tutto ciò che aveva, se non di più. E non è bastato. Si siede, quasi inebetito. Prova a muovere il braccio, a ruotare l’articolazione, a cercare di capire se può provarci per un altro game. Ma non riesce neanche a stringere tra le dita un bicchiere di plastica, figuriamoci la racchetta. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati”. Solo capitan Bertolucci sa quanto gli costi dire quelle parole, ma è la cosa giusta da fare. E in effetti, Andrea ci prova. Uno, due, quattro punti subiti. Gioco. 6-6. Alla fine, la comunicazione del giudice di sedia arriva inesorabile. Norman batte Gaudenzi per abbandono. È uno dei tanti piccoli grandi drammi sportivi italiani. Ma la reazione è di orgoglio. Le lacrime amare di Andrea sono anche le nostre, di quelli che erano al Forum, di chi ha sofferto dietro uno schermo e di tutti coloro che anche solo per cinque minuti si sono appassionati al tennis grazie a questo match. Anche la squadra è sotto choc. Il giorno successivo la Svezia vince la Coppa Davis. I nostri non ci si avvicineranno più, neanche per sbaglio. Eppure quel che resta nella memoria collettiva sportiva italiana è quel quinto set. Nel bene o nel male. Dentro quei dodici game c’è la sfortuna che si accanisce contro chi soffre, ma anche e soprattutto la forza eroica di opporsi, seppur vanamente, a un destino che sembra già scritto. Verga avrebbe adorato questa storia, probabilmente l’avrebbe trasformata in un romanzo per il suo Ciclo dei Vinti. Ma non sarebbe stata un’opera Verista. Perché Andrea, in realtà, non può essere un vinto. Quel match Andrea non lo ha perso. Non per noi.

Emigrante Fútbol Club: 10 squadre fondate da italiani in Australia

Emigrante Fútbol Club: 10 squadre fondate da italiani in Australia

L’Australia è certamente il paese che ospita il maggior numero di squadre di calcio fondate di emigrati italiani. Dopo aver passato in rassegna Brasile e Argentina, in questa terza tappa di Emigrante Fútbol Club scopriremo alcuni dei principali club italiani fondati dall’altra parte del mondo, senza la velleità di volerli elencare tutti né di ricostruire dettagliatamente la complicata storia di squadre che hanno contribuito enormemente allo sviluppo del movimento calcistico in Oceania.

 MARCONI STALLIONS

1-marconiNel 1956 più di cento membri della comunità italiana della Western Sidney fondarono il “Club Marconi”, circolo sportivo principalmente dedito alle bocce e intitolato all’uomo che “connesse l’Australia col resto del mondo”. Pochi anni dopo il club si dotò anche di una squadra di calcio, che negli anni ’70 vinse più volte la massima serie del New South Wales, massimo trofeo raggiungibile in assenza di una competizione nazionale.
Nel 1977 i Marconi Stallions fondarono assieme ad altre tredici squadre la National Soccer League, primo campionato di calcio a livello nazionale in Australia, nel quale giocarono fino alla sua dissoluzione nel 2004.  Lo vinsero per quattro volte, avvalendosi per decenni del sostegno di alcune migliaia di tifosi.

Tra gli aneddoti che più recentemente hanno legato gli Stallions all’Italia, va certamente citata la militanza nel club di Roberto Vieri e del figlio Christian: il primo all’età di 33 anni andò a chiudere la carriera in Australia, il secondo invece giocò le prime partite a calcio proprio con il club italo-australiano.

Oggi gli Stallions giocano in terza divisione. Le rivalità più sentite sono quelle contro i greci del Sidney Olyimpic e i croati del Sydney United 58, ma riscuote grande seguito anche il derby contro le “tigri” italiane dell’APIA Leichhardt.

A.P.I.A. LEICHHARDT TIGERS

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L’Associazione Polisportiva Italo-Australiana fu fondata nel 1954 a Leichhardt, a Sidney, dove è ancora di base. Sul proprio sito si definisce un club di origine italiana, con influenze inglesi e scozzesi. Come gli Stallions, anche l’APIA ha primeggiato alcune volte nel campionato regionale, fino alla nascita della NSL, che ha vinto solo nel 1987. Il club può vantarsi di essere l’unica squadra di calcio dell’Oceania ad essere regolarmente invitata da 15 anni al Torneo di Viareggio. Purtroppo per loro, l’edizione 2017 sarà la prima a cui non parteciperanno, per via del contrasto tra il calendario locale e la prestigiosa competizione giovanile.

BALCATTA FC

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Nel 1977 un gruppo di giovani siciliani iniziò a ritrovarsi la domenica pomeriggio per giocare a pallone nel parco della chiesa di St. Lawrence a Balcatta, nei sobborghi di Perth. Nel giro di poco tempo crebbe sia il numero di aspiranti calciatori che quello degli spettatori, tanto da indurre i ragazzi a fondare un vero e proprio club. Quasi tutti i calciatori erano originari di Ucria, un piccolo comune montano in provincia di Messina, pertanto si decise che il simbolo della squadra sarebbe stato l’Etna.

Nacque così il Balcatta Etna Soccer Club, che oggi ha perso la connotazione italiana nel nome (Balcatta è infatti il nome aborigeno della zona), ma non nello stemma e soprattutto nella gestione del club. Basta dare un rapido sguardo al consiglio direttivo per rendersene conto: Carlino, Poncini, Alessandrino, D’Orazio, Luca, Scaravaci, D’Alonzo, Petrilli, Pergoloni, D’Opera, Valentino sono tutti cognomi che ancora testimoniano l’identità italiana degli “etnei d’Australia”.

Nel 1987 il Balcatta si fuse con il Perth Azzurri e l’East Fremantle Tricolore per dar vita al Perth Italia Soccer Club: tuttavia, la triplice squadra italiana non fu accettata nella divisione nazionale, al che seguì la fuoriuscita dei siciliani.

ESSENDON ROYALS 

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Nel 1959 un numeroso gruppo di triestini residenti ad Essendon, sobborgo di Melbourne, fondò l’Unione Sportiva Triestina Soccer Club. Maglia, stemma e colori ricalcavano perfettamente quelli dell’omologa squadra italiana. In seguito a numerose fusioni il club ha perso il nome originale, ma mantiene un’identità visiva strettamente legata alla squadra alabardata.

MERRIMAC FC

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Nel 1962 l’italiano Tony Cecco arrivò in Australia a bordo della nave “Flaminia”. Per i primi anni tagliò la canna da zucchero come tanti suoi connazionali, per poi dedicarsi alla costruzione di ponti nello stato del Queensland. Una decina di anni dopo Tony si iscrisse al Broadbeach Soccer Club nella città di Goald Coast, nel quale giocavano numerosi italiani, ma già nel 1975 decise di fondare una squadra di identità marcatamente italiana. Il 7 giugno del 1976 un gruppo di 27 italiani fondava il Goald Coast Italo-Australian Club, con un capitale iniziale di 270 dollari. Oggi il Merrimac ha preso il nome dalla zona della città in cui è situato, ma, come si legge dal sito, rivendica ancora le proprie radici: “Il nostro passato e le nostre radici etniche saranno sempre onorati e ricordati, perché fanno parte della nostra storia”.

 SORRENTO FC

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Anche se non fondato direttamente da italiani, il club merita una menzione almeno per il nome. Fu infatti creato nel 1972 dai genitori degli alunni della scuola primaria “Sorrento”, che a sua volta prende il nome dalla zona di Perth in cui si trova. Non è tuttavia certo se siano stati degli italiani a dare il nome di Sorrento al sobborgo. Oggi The Gulls (i gabbiani) si sono spostati in un’altra zona e annoverano anche qualche atleta di origine italiana.

SUBIACO AFC

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Come il Sorrento, anche questo club rappresenta una zona di Perth dal nome italiano. Tuttavia, abbiamo informazioni più precise sull’origine del toponimo. Nel 1851 un gruppo di monaci benedettini fondò New Subiaco, in onore del comune italiano in cui visse per oltre trent’anni San Benedetto, con cui è tuttora gemellato. I monaci iniziarono a coltivare l’olivo, che è ancora presente nello stemma della città. Il club di calcio fu fondato nel 1909 da immigrati inglesi e scozzesi, ma annoverò sin da subito anche italiani tra le proprie fila. D’altronde, sullo stesso sito della squadra è spiegato che i colori adottati dal Subiaco AFC sono quelli dell’AS Roma, in quanto club di più vicino alla città italiana di Subiaco.

ADELAIDE CITY – BRUNSWICK ZEBRAS – MORELAND ZEBRAS

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Queste tre squadre, fondate tutte negli anni ’40, si rifanno a quello che è indiscutibilmente il club italiano più copiato all’estero, la Juventus. Tutte e tre nacquero col nome di Juventus, che hanno poi perso in favore del nome della località in cui operano.  L’Adelaide City, la più vittoriosa tra le tre bianconere, ha vinto la NSL tre volte tra gli anni ’80 e ’90 e la OFC League, ovvero la Champions League dell’Oceania, nel 1987. Ha inoltre organizzato un campo estivo in collaborazione con la Juventus di Torino.

A fini di completezza, elenchiamo alcune squadre rimaste fuori dall’elenco. Oltre ai già citati Perth Azzurri (oggi Perth SC) ed East Fremantle Tricolore, mancano all’appello: gli University Azzurri di Darwin, fondati nel 1994 come Darwin Azzurri; il Brisbane City FC, il cui stemma non lascia spazio ad interpretazioni; il Werribee City FC, nato come club di bocce nel 1960; gli Adelaide Blue Eagles, nati come Napoli SC nel 1958; e infine il Bayswater City SC, frutto della sacrilega fusione tra i nerazzurri del Lathlain Meazza e i bianconeri del Rosemount Juventus.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.