Nel Museo dell’Avvocato Gabriele Pescatore, il “Signor Roma” del Collezionismo

Nel Museo dell’Avvocato Gabriele Pescatore, il “Signor Roma” del Collezionismo

“Un tifoso della Roma a Porta Portese non trova granché, in quanto le cose più belle se le accaparra Gabriele Pescatore che dice di alzarsi presto la mattina e invece, secondo me, dorme lì” (Cit. Il Romanista, M. Izzi, 3 novembre 2011).

Gabriele Pescatore è un avvocato di quarantasette anni, sposato con Barbara e padre di quattro splendidi figli. È un grande appassionato di musica tanto da scrivere su una rivista molto nota del settore: “Il Mucchio Selvaggio”, la più antica rivista italiana di Rock fondata nel 1977. Qui è Consulente alla Redazione e si occupa di Colonne sonore e Sonorizzazioni. Nel suo DNA c’è un gene, quello che si occupa del collezionismo, che ha assunto una dimensione sconosciuta ai più: grandissimo collezionista di vinili, ne possiede oltre 15.000 (avete letto bene, non è un errore), ma per noi è soprattutto il più grande collezionista di memorabilia dell’A.S. Roma.

Gabriele ci riceve nella sua abitazione: vinili e cimeli giallorossi ci danno il benvenuto. C’è profumo di storia nell’aria. C’è la passione come motore trainante. Passioni, quella per il calcio e per la Roma, trasmesse dal papà: “Mio padre, professore di Diritto Commerciale alla Sapienza, era un grande appassionato di calcio. Andavamo a vedere tutte le partite all’Olimpico” ci confida Gabriele, “…anche quando non giocava la Roma perché, se amavi il calcio, non c’erano alternative all’epoca. E noi amavamo davvero questo gioco e in TV se ne vedeva poco. Io sono il più grande di tre fratelli e a cinque anni cominciai a frequentare lo stadio insieme a mio padre e i suoi amici. Era ancora il periodo della Rometta quando ricevetti il mio primo abbonamento in Monte Mario, stagione 1977/78”. Come tutte le collezioni esiste un inizio: “Ho cominciato tenendo tutti i biglietti delle partite cui andavo. Così… semplicemente per conservare un ricordo. Poi cominciai a farmi portare i biglietti da chi andava in trasferta. Conservavo gelosamente anche i giornaletti distribuiti all’Olimpico, come “Roma Mia”. Quando ero bambino, attendevo con ansia tutta l’estate per vedere il nuovo abbonamento, ero curiosissimo. Trascorrevo l’estate a chiedermi come sarebbe stato quello nuovo. A metà anni ‘80 ho cominciato a frequentare i mercatini a Roma e poi anche in altri parti d’Italia. Si trovavano oggetti in grande quantità. Non era così raro nemmeno trovare foto anni ’40. Oggi sarebbe impensabile. Ricordo anche che allo stadio scattavo foto alle tifoserie avversarie che poi scambiavo o con altre foto riguardanti il tifo giallorosso o comunque con biglietti, sciarpe, gagliardetti, programmi etc. Inserivo gli annunci sul Guerin Sportivo e SuperTifo che avevano appunto una sezione per i collezionisti. Ciò mi permise di farmi conoscere ovunque in Italia e all’estero. Certo gli scambi non erano velocissimi all’epoca. Ci voleva tempo. All’estero poi era necessario anche qualche mese, aumentando in me il fascino del collezionare. Anche gli annunci che facevo pubblicare sul periodico “Porta Portese” avevano un grande riscontro e ricevevo un bel numero di telefonate. Con tale metodo trovai cose interessantissime. Diciamo che negli anni ’80 e primi ’90 si aveva la possibilità di poter recuperare molti “pezzi”: non eravamo in molti a collezionare e le cifre, dal punto di vista economico, non erano esagerate. A metà anni 90 arrivò Ebay e tutto il mondo sembrava fare una sola cosa: collezionare. Fu un momento incredibile. Il mondo era in preda ad un profondo cambiamento; il collezionismo non poteva fare eccezione. Tutto diventò molto più veloce e ognuno di noi, da quel momento, è riuscito a impreziosire la propria collezione con oggetti provenienti anche dal punto più sperduto del mondo”.

Gabriele è pieno di passione mentre ci racconta la storia della sua vasta collezione dedicata alla Roma. Noi siamo persi, non sappiamo su cosa puntare lo sguardo, dove focalizzare l’attenzione. Una quantità di memorabilia incredibile anche solo da immaginare. I biglietti, il suo “Primo Amore”, partono dagli anni ’30. Possiamo trovare un Roma – Juventus del 31/32, giocata a Campo Testaccio e conclusasi 2-0 con una doppietta di Bernardini. C’è anche un curiosissimo biglietto di Bologna – Roma del 32/33, in concomitanza con l’adunata nazionale degli Alpini allo Stadio Littoriale. E ancora un Palermo – Roma del 1934 e un Derby della stagione 42/43. E poi un curiosissimo biglietto della partita di Mitropa Cup del 29 giugno 1955 tra Vojvodina e Roma giocata a Novi Sad. E questi sono solo alcuni. C’è poi anche il tagliando relativo all’amara serata del Maggio 1984. Era il 30 Maggio…la partita più importante e la più triste. Fa troppo caldo per pensarci…

 

“Non è una collezione statica” continua Gabriele, “ogni partita devi ingegnarti per capire come poter trovare il biglietto o il programma, come ad esempio quelli della tournée americana appena conclusa”.

Gabriele ci mostra gli abbonamenti. Sono di una bellezza rara, che lascia senza parole. “Un giorno mi telefonò un mio amico che conosceva perfettamente la mia passione. Mi disse che c’era un negoziante nei pressi del Colosseo che aveva appeso nel suo locale alcuni abbonamenti e foto a partire dagli anni ’40. Credo di essere uscito da casa mentre dall’altro capo del filo ancora stavano parlando. Arrivato sul posto, il negoziante mi raccontò che era un abbonato di vecchia data e che contestualmente al rinnovo annuale comprava una foto della squadra. Ricordo anche una lunghissima trattativa per alcune tessere appartenute a Luigi Freddi, giornalista e politico, vicesegretario dei fasci italiani all’estero e responsabile della politica cinematografica italiana e nonché fondatore di Cinecittà. Tali tessere mi sono costate un’intera estate di trattativa. La più estenuante in assoluto”. I nostri occhi si posano su di un Capolavoro: “E’ un abbonamento della stagione 1936/37. Da questa stagione la società decise di abbandonare i cartoncini preferendo della plastica rigida, una sorta di vinile sottile in cui fa bella mostra di se la Lupa Capitolina sormontata dal fascio littorio. Ogni tessera veniva poi anche siglata dal Commendator Biancone che, così facendo, ne garantiva l’autenticità”. Gabriele però ha un piccolo cruccio: ”Alla mia collezione manca l’abbonamento del 1951/52, l’anno della “B”. Prima o poi lo troverò”.

 

Alcuni oggetti della collezione sono stati esposti durante le Mostre di Testaccio del 2007 e del 2014. Buona parte della collezione è invece visibile all’indirizzo www.museodellaroma.it. Un sito dove è possibile ammirare oggetti riferibili alla squadra capitolina mai visti prima. Un museo virtuale che, come lo stesso Gabriele ci dice e scrive nella sua Home Page, è “una personalissima esperienza e una dimostrazione d’amore verso i colori giallo ocra e rosso pompeiano…per far comprendere agli appassionati delle cose antiche e ai patiti del moderno, ai cultori del football degli avi come a quelli cresciuti con le imprese di Francesco Totti negli occhi, ai tifosi (non solo della Roma) che visiteranno le decine di sudate pagine, che senza il rispetto della Tradizione e del Passato non vi può essere Futuro degno di tale nome”.

Tradizione, Passato e Futuro sono parole scritte con la lettera maiuscola. Non un caso.

Un museo in cui si può navigare tra le diverse sessioni: dischi, figurine, gagliardetti, spartiti musicali e pubblicazioni di tutti i tipi ed epoche. Programmi delle partite e foto dei giocatori, ma anche tanti documenti storici come carte intestate, cartoline, certificati azionari, contratti e perfino menù. Non basta, anche le “Relazioni sociali”, tessere, adesivi, medaglie, distintivi, bandiere, sciarpe. È presente anche una sezione dedicata alla Polisportiva.

 

”Con le vecchie foto mi diverto molto” prosegue Gabriele, “perché non sempre è facile identificarle e collocarle nella partita corretta. Allora bisogna rivedere i tabellini, chi ha giocato quel giorno, oppure bisogna riconoscere qualcosa in lontananza come un campanile, una montagna alle spalle del campo. Un gran lavoro insomma, ma anche di grande soddisfazione”.

Cerchiamo di scoprire quale è il pezzo forte della collezione, alla domanda Gabriele non ha dubbi: “Certamente un labaro completamente ricamato, consegnato dal Capitano della Fortitudo-Pro Roma Attilio Ferraris IV a quello del Bologna F.B.C., il nazionale Geppe Della Valle. L’occasione fu l’incontro valido per la sesta giornata del girone di andata del Campionato di Prima Divisione (Girone B) disputato presso il campo dello Sterlino il 14 novembre 1926 e conclusosi con la vittoria dei felsinei per 2 a 1. E’ un labaro di grandi dimensioni (cm 55×50). Ricordo anche che lo pagai un milione…di lire chiaramente. Un pezzo che ha un valore inestimabile non fosse altro perché l’ha avuto in mano Ferraris IV”. Gli occhi di Gabriele sono raggianti.

 

Tanti gli oggetti, gli aneddoti e le curiosità presenti nella collezione, come questa cartolina:

Una cartolina del 1963, molto rara, utilizzata dall’allora Vice Presidente dell’A.S. Roma Franco Evangelisti per sponsorizzare la sua candidatura nelle fila della Democrazia Cristiana. Davvero singolare.

Una serata molto particolare quella passata con Gabriele. Una serata di mezza estate in cui le stelle cadenti fanno da cornice a una preziosissima collezione. E’ stato come camminare attraverso il tempo, un tempo scandito nei simboli e nelle scritte sugli abbonamenti, sui biglietti e su tutti i cimeli. Un percorso dal 1927, anzi prima, sino a oggi. Non vorrei andar via, ma si è fatto tardi.

Grazie Gabriele per questo splendido viaggio.

 

Vito Antuofermo, il combattente della working class italo-americana racconta la sua boxe

Vito Antuofermo, il combattente della working class italo-americana racconta la sua boxe

Esistono pugili, ma si potrebbe dire uomini, che una volta raggiunto il successo dimenticano all’improvviso le loro origini, e altri che continuano a lottare con dignità, schivando e incassando i colpi del fato per ripartire al contrattacco appena si apre uno spiraglio. Sarebbe stato sufficiente vedere combattere Vito Antuofermo anche solo una volta per capire di quale categoria facesse parte. Incassava senza arretrare, ogni incontro si trasformava in una battaglia epica in cui il campione della working class italo-americana tramutava la sua “fame” in ardore e audacia. Nato nel 1953 a Palo del Colle (Bari), Antuofermo emigra con la famiglia a New York negli anni ’60 per cercare fortuna negli Stati Uniti e nel 1979 conquista il titolo di campione del mondo dei pesi medi. Quello che sorprende non è solo la sua carriera costellata di combattimenti memorabili, ma la semplicità con la quale ha affrontato la vita una volta appesi i guantoni al chiodo. Quando i riflettori si spengono e il telefono smette di squillare, la quotidianità può diventare drammatica per chi ha raggiunto l’apice; questo ad un fighter come Vito, the champ come lo chiamano ancora gli amici, non è accaduto. Lo incontro nella sua Brooklyn e parliamo di boxe, di pugili, di imprese leggendarie ma anche di cinema e di storie di vita.

In Italia ti ricordano sempre con simpatia, forse anche per il tuo modo di combattere impetuoso e trascinante.

Avevo uno stile semplice, come il mio carattere.

Quando sei arrivato a New York?

Arrivai nel 1968 con mio fratello e mia madre. Mio padre, un fratello di dieci anni più piccolo di me e due sorelle rimasero in Italia; avevo anche una nonna di novanta anni. Quando quest’ultima si ammalò, mia madre tornò in Italia ma dopo poco mia nonna morì. A quel punto mia madre venne in America con tutti gli altri miei fratelli. Mio padre invece ebbe problemi con il passaporto per motivi politici, era un comunista e fu anche arrestato per un paio di giorni in Italia. Poi glielo diedero e venne anche lui.

Perché avete deciso di venire in America?

In quel periodo in Italia non ce la passavamo bene.

Come ti sei avvicinato alla boxe?

Era il 1969. Stavo andando al mare con la bicicletta insieme ad un amico, come facevamo spesso. Quel giorno c’era molto traffico e decidemmo di tornare indietro. Indossavo una maglietta aderente e avevo i muscoli in vista. Tre afroamericani ci affiancarono con la macchina e mi dissero che i miei muscoli erano “shit” (merda ndr). Io non conoscevo bene l’inglese e chiesi al mio amico cosa ci stessero dicendo ma lui aveva paura e non mi disse niente. Nel traffico continuavano a venirci dietro e ad un certo punto uno di loro ci fece vedere un coltello. Il mio amico andò di corsa a chiamare un poliziotto italiano che conoscevamo ma quando tornarono io già ne avevo steso uno. Poi arrivò la polizia, ci fermò e ci portò via in macchina. Accanto all’ufficio di polizia c’era la PAL (Police Athletic League), i poliziotti non ci arrestarono ma ci portarono in palestra e ci dissero che se ci piaceva fare a botte potevamo andare alla palestra della polizia e combattere lì. C’era una stanza piccola con un ring a 20 cm dal muro. Un poliziotto chiamò l’allenatore di pugilato, era un italiano e si chiamava Joe LaGuardia, e quest’ultimo mi chiese se volevo boxare. Io risposi di sì ma sapevo solo fare a botte per strada, tirare pugni, “dare le stoppate”. Mi mise sul ring con un afroamericano che aveva più esperienza di me e me le diede. LaGuardia si rese subito conto che ci mettevo il cuore ma che non avevo esperienza e mi disse: “voglio vedere se torni domani”. Tornai il giorno dopo perché volevo imparare a boxare e per avere la rivincita su quel pugile afroamericano. I tre ragazzi con i quali avevo discusso invece non tornarono mai più in palestra, perché gliene avevo già date abbastanza (sorridendo ndr). Una settimana dopo LaGuardia mi disse se volevo fare un incontro a Manhattan. Accettai e vinsi, quello fu il mio primo vero incontro. Era il settembre del 1969.

I primi anni ti sei allenato lì?

Sì i primi due anni mi allenai lì con Joe. Nel gennaio del 1970, dopo circa tre mesi, mi iscrissi al torneo dilettantistico del Golden Gloves (guanti d’oro ndr) e vinsi nella categoria welter dopo aver messo KO sei pugili. È un torneo molto prestigioso. Quando andai a registrarmi volevo iscrivermi nella categoria dei pesi medi; avevo visto combattere Benvenuti e volevo fare la sua stessa categoria nonostante pesassi 150 libbre (circa 68kg ndr). L’allenatore addirittura voleva farmi combattere come peso leggero ma gli dissi di no. Nel 1971 arrivai di nuovo in finale del Golden Gloves ma persi contro Eddie Gregory. Una sera dello stesso anno andai a vedere un incontro tra professionisti. Arrivai presto e a volte, quando erano previsti più incontri, poteva capitare che qualche pugile non si presentasse. Quella sera mancava un pugile ed una persona che mi conosceva mi chiese se volessi combattere. “Guadagni dei soldi” mi disse. Io chiesi quanto fosse il compenso perché in quel periodo non stavo lavorando. “400 dollari per 4 rounds”. Accettai e da quel momento diventai professionista. Vinsi quell’incontro contro Ivelaw Eastman ma nessuno mi informò che una volta diventato professionista non avrei più potuto combattere come dilettante e così saltai le Olimpiadi di Monaco nel 1972. Dalle Olimpiadi infatti sono esclusi i professionisti.

Quando hai iniziato a combattere c’era qualche pugile al quale ti ispiravi?

Nino Benvenuti. Fece tre incontri contro Griffith ed il terzo incontro lo vidi al Madison Square Garden; in quel periodo ancora non avevo iniziato ad allenarmi.

Ti ispiravi a Benvenuti ma i vostri stili erano molto diversi.

Sì mi ispiravo a lui perché ero italiano. Mi ricordo quando vinse il titolo nel 1967 contro Griffith, ero ancora in Italia e da noi era notte, scappai di casa per andare a sentire l’incontro con gli amici. Fu il primo incontro che seguii. I miei pensavano che stessi dormendo. Nel 1974 ebbi l’occasione di battermi con Griffith che ammiravo. Quando salii sul ring, in un attimo mi ricordai dell’incontro con Benvenuti, stavo per combattere con un mio idolo. Mi tornò in mente tutto insieme prima del combattimento, un misto di paura e di meraviglia. Quella sera vinsi nettamente (ai punti ndr).

Nel 1976 hai conquistato il titolo europeo dei superwelter.

Sì sconfissi in Germania il tedesco Eckart Dagge, che pochi mesi dopo diventò campione del mondo. Prima di quel match nel 1974 feci un incontro a New York con John L. Sullivan che era un pronipote del primo campione mondiale dei pesi massimi (John Lawrence Sullivan ndr). Veniva da 24 incontri vinti tutti per KO. Era irlandese e c’era una certa rivalità con gli italiani. Anche io venivo da circa 20 incontri imbattuti (unica sconfitta con Harold Weston nel luglio 1973 ndr). L’incontro era stato molto pubblicizzato e si tenne al Madison Square Garden. Vinsi, i giudici mi assegnarono 9 round su 10, e la notizia arrivò anche in Italia. C’era un famoso promoter italiano Rodolfo Sabbatini che mi mandò un ambasciatore, così cominciai a combattere anche in Italia. Nel 1975 a Napoli affrontai il palermitano Nino Castellini che era campione italiano; vinsi anche quel match.

Nel 1976 al Palazzetto dello Sport di Roma però hai perso il titolo contro il britannico Maurice Hope. È stato un brutto colpo?

Sì ero molto dispiaciuto, volevo smettere. Persi per ferita, 15 secondi prima della fine del combattimento l’arbitro sospese il match. Ero in vantaggio di un punto e se avessi perso la quindicesima ripresa saremmo stati pari. Avevo appena 23 anni e così ricominciai ad allenarmi e vinsi un paio di incontri per KO. A volte perdere fa bene. Tra l’altro anche Hope in seguito diventò campione del mondo battendo Rocky Mattioli. Ricominciai e vinsi tutti gli incontri, mettevo tutti KO.

I tuoi genitori cosa pensavano del fatto che praticassi la boxe?

Mio padre non veniva mai a vedermi nonostante i suoi amici lo invitassero spesso. Non voleva che combattessi. Mi ricordo il combattimento con Sullivan al Madison Square Garden, 10 riprese, era circa il mio ventesimo incontro da professionista. C’erano tutti italoamericani sugli spalti. Alla fine dell’incontro vidi uno che saltò sul ring, i poliziotti volevano prenderlo ma lui si buttò sul ring e mi prese in braccio. “Chi è questo qua?” mi chiesi. Era mio padre. Quella sera alcuni suoi amici erano andati a casa sua e lo avevano convinto a venire. Dopo quel match mi seguì sempre, anche quando andai in Italia.

Nel 1979 hai avuto l’opportunità di combattere contro Hugo Corro per il titolo mondiale dei medi. Non ti davano molte chance.

Sì, Corro era il favorito. L’incontro si tenne il 30 giugno del 1979 al Principato di Monaco. Lui era in vantaggio ai punti fino alla settima, ottava ripresa. Il mio allenatore mi disse che stavo perdendo e dalla nona ripresa passai al contrattacco e vinsi il titolo mondiale.

Corro era considerato l’erede di Monzon.

Non tirava forte come Monzon ma era più veloce. Avrei voluto combattere contro Monzon perché era uno di quelli che non scappava, Corro era più difficile perché si muoveva, era svelto. Io volevo incontrare i pugili più forti del mondo. Dopo la vittoria con Corro potevo fare due incontri decidendo gli avversari ma in quel momento Marvin Hagler era il favorito, il numero uno mondiale della WBC e WBA, e dissi “andiamo”. Potevo scegliere due incontri più semplici.

Con il titolo è arrivato anche il successo, come lo hai affrontato?

Fu bello. Fin da quando vinsi il Golden Gloves immaginavo che sarei diventato un campione.

 Dove ti allenavi in quel periodo?

Fino al 1977 mi allenavo nel Queens, poi abbatterono tutto il palazzo e andai alla Gleason’s Gym a Manhattan. A quel tempo la palestra era un buco in una fabbrica, c’erano tre ring, poi è diventata la più famosa al mondo. Durante le riprese di Toro Scatenato (1980) alla Gleason, Isabella Rossellini, che all’epoca lavorava come giornalista nel programma di Renzo Arbore ‘L’altra domenica’, voleva intervistarmi. Rossellini poi si sposò con Scorsese. Conobbi anche Peter Savage, amico di LaMotta, perché i provini per il film li fecero alla Gleason ma io ero già troppo famoso per partecipare.

La prima sfida con “The Marvelous” Marvin Hagler (30 novembre 1979) è stata epica.

Fu davvero un bel match ma quel combattimento non avrei dovuto farlo. Mi stavo allenando a Miami e mi trasferirono a Las Vegas pochi giorni prima. Venivo dalla Florida dove faceva molto caldo, ero vestito in pantaloncini e canottiera e quando scesi dall’aereo, camminando sulla pista, mi accorsi che c’era un clima umido e freddo. Era fine novembre. Quando mi portarono in hotel per riposare mi resi conto di essermi raffreddato e di avere la febbre. Prima dell’incontro feci sparring in palestra e l’altro con cui mi allenavo mi mise sotto. Hagler era dato vincente per 2 a 1 ma, dopo che i giornalisti mi videro fare sparring, i bookmaker alzarono le quote a 5 a 1. Ero svantaggiato anche se ero il campione, i giornali poi dicevano che mi avevano regalato il titolo. Il mio manager mi chiese se volevo combattere, io volevo farlo ad ogni costo perché Hagler era uno che metteva tutti KO ma io ero il campione. Sapevo che se non avessi combattuto le persone ci sarebbero rimaste male. Avevo vinto il titolo cinque mesi prima, non potevo deluderli. La schiena mi faceva male, non potevo nemmeno alzarmi dal letto. Era la prima difesa con Hagler, pensavo che se non avessi combattuto mi avrebbero considerato un perdente. Avrebbero detto che avevo paura. Mi arrabbiai con me stesso a tal punto da non sentire più dolore. Più mi arrabbiavo e più mi sentivo bene, un’ora prima del combattimento mi sentivo al 100%. I miei due manager ed il trainer non erano sicuri ma gli dissi che per perdere mi avrebbe dovuto ammazzare.

I primi 5,6 round li persi perché quando sei raffreddato i muscoli sono un po’ duri, quando cominciai a sudare iniziai a sciogliermi e a sentirmi meglio. Feci 15 riprese. Lui vinse le prime 7,8 riprese ma le ultime 5 riprese le vinsi tutte io nettamente.

Il verdetto di parità ti consentì di mantenere il titolo.

Credo di essere stato l’unico oltre a Leonard a fare 15 riprese con Hagler, anzi Leonard nel 1987 ne fece 12 perché nel frattempo abbassarono il limite delle riprese. Hagler non ha fatto 15 riprese con nessuno perché metteva tutti KO. Credeva di aver già vinto e quando annunciarono la mia vittoria si vedeva che era arrabbiato. Quella sera a Las Vegas Sugar Ray Leonard sconfisse il portoricano Wilfred Benítez, diventando per la prima volta campione mondiale dei pesi welter; fu un’incredibile serata per la boxe.

Fisicamente come ti sentivi?

Mi capitava spesso che prima dell’incontro uscissero dei dolori. Anni dopo il combattimento con Hagler mi bloccai di nuovo con la schiena, non potevo alzarmi dal letto. Quando ricominciai a camminare mia moglie mi convinse a frequentare una scuola serale. Quando entrai in classe con le stampelle, il professore, che era di pochi anni più giovane di me, mi chiese se fossi Antuofermo l’ex campione. Non poteva credere che stessi in quelle cattive condizioni per un mal di schiena. Mi diede un libro di John Sarno sulla Tension myositis syndrome e sul rapporto fra dolore fisico e stato mentale. Lessi metà libro e mi alzai dal letto, la maggior parte dei dolori proviene dalla mente.

Pensi che Hagler sia il pugile più forte che tu abbia incontrato?

No, il secondo. Il primo fu un pugile di Philadelphia che si chiamava Eugene “Cyclone” Hart. Prima del nostro combattimento (1977) perse un incontro proprio con Hagler. Questo menava forte e fu l’unico che mi fece sentire le campane. Quella stessa sera mia moglie ebbe la mia prima figlia ed io la salutai ai microfoni dopo la vittoria ma credevo fosse un baby boy. Poi ho avuto tre maschi, il secondo si chiama Vito come me. Dopo la sconfitta contro Hagler si parlava di un possibile match contro Duran. Non so perché il mio manager non accettò. Duran è stato un grande campione e all’epoca era un peso leggero. Mi sarebbe piaciuto combattere con lui, lo farei anche adesso (ridendo ndr). Duran era uno che veniva incontro ed era più facile per me; io avevo problemi con quelli che “tiravano e scappavano” come Benvenuti e Minter. In palestra infatti mi piaceva fare sparring con i pesi massimi perché sono un po’ più lenti.

Dopo nemmeno quattro mesi eri di nuovo sul ring per difendere il titolo dei medi contro Alan Minter.

Sì dopo aver sconfitto Hagler mi fecero combattere con Minter il 16 marzo del 1980. Non mi diedero abbastanza tempo per recuperare perché quello con Hagler fu un incontro duro. Feci 15 riprese anche con Minter e credevo di aver vinto il match ma me lo rubarono. Portarono due giudici dal Regno Unito, uno in realtà abitava a Las Vegas ma era inglese, e Minter era britannico. Il terzo giudice era spagnolo e fu l’unico a votare per me, assegnando un paio di round in meno a Minter. Io ero un italiano in America, mi annunciavano dicendo “from Bari Italy”, perché non portarono un giudice italiano? Se vedi l’incontro eravamo piuttosto in parità. I giudici inglesi invece assegnarono 13 round a Minter, 1 round pari e 1 a me. Mi diedero un solo round su 15 riprese. Mi fregarono il titolo.

Minter era uno dei pugili più odiati in Italia in quegli anni, anche a causa della morte di Jacopucci.

Sì purtroppo Jacopucci morì in seguito all’incontro con Minter nel 1978 ma prima di quel match fece un paio di incontri duri in cui vinse ma prese molti colpi. Gli sconsigliarono di combattere e Minter lo mise KO. Dopo l’incontro andò a mangiare ma non si sentiva bene, lo portarono in albergo e poco dopo morì. Spesso quando accadono queste tragedie, la causa della morte è da ricercare nei combattimenti precedenti. Dopo quell’incontro iniziarono a fare controlli approfonditi al cervello, prima ai pugili venivano fatti solo i raggi.

Io nel 1978 feci un combattimento con un certo Willie Classen, un peso medio del Porto Rico che sembrava un medio massimo. I nostri manager erano amici e in palestra lo battevo sempre. Iniziarono a scrivere sui giornali che avevo paura di affrontarlo; non mi piaceva quella storia e decisi di combattere. L’incontro fu in un Madison Square Garden pieno fino all’ultima fila; c’era anche Benítez quella sera. Vinsi quell’incontro con molto vantaggio e, nonostante Classen fosse imbattuto, quella sera le prese. C’erano i portoricani ma anche gli italiani e quelli che avevano scommesso per lui fecero un casino, tirarono sedie e bottiglie. Due settimane dopo fece un altro incontro e andò KO per tre volte; dopo l’incontro con Wilford Scypion (novembre 1979 ndr), che lo mise nuovamente KO, Classen morì in ospedale. Penso che tutto sia iniziato con me. Così a volte muoiono i pugili.

 Perché hai deciso di fare subito la rivincita con Minter?

Non lo decisi io ma il mio manager, non so perché. Mi portarono in Inghilterra ma non ero pronto. Avevo fatto 15 riprese con Corro, poi 15 riprese con Hagler e di nuovo 15 round con Minter, mi avevano distrutto. Dopo circa tre mesi (28 giugno 1980 ndr) facemmo l’incontro ma ero già “squagliato'”. Non dovevo accettare, era troppo presto e mentalmente non ero preparato. Prima di partire per l’Inghilterra mi fecero fare sparring con un pugile barese, veniva da Giovinazzo. Mi tagliò sul sopracciglio due giorni prima del match ma il mio manager mi fece combattere ugualmente. Quando arrivai a Londra tutti i giornalisti videro che avevo un taglio. Io non dissi niente ma Minter lo sapeva già e quando mi colpì con il destro alla prima ripresa usciva sangue dappertutto. Il match finì all’ottava ripresa.

Nel giugno del 1981 hai incontrato di nuovo Hagler che nel frattempo aveva conquistato il titolo proprio contro Minter.

Sì il secondo incontro lo facemmo a Boston, da dove veniva Hagler, ma il mio manager e il mio allenatore decisero di fermare il match alla 5 ripresa. In quell’incontro Hagler mi ruppe l’arcata con una testata. Quando ti tagli i medici usano delle medicine che fermano il sangue. Nel primo incontro, i manager di Hagler erano così sicuri di vincere che mi fecero usare le mie medicine, lui avrebbe fatto lo stesso; avevo 70 punti sulle sopracciglia ma non c’era sangue. Nel secondo incontro invece mi dissero che avrei potuto usare solo il 5% delle medicine. Alla seconda ripresa battemmo la testa, dopo che avevo già un taglio, e alla terza ripresa lo fece di nuovo venendo sotto con la testa bassa. Sospesero l’incontro.

Quante volte ti hanno ricucito le sopracciglia?

Mi tagliavo sempre. Dopo il secondo incontro con Hagler nel 1981, ritornai a combattere come medio junior dopo tre anni. Trovai un dottore che mi disse che mi tagliavo sempre perché avevo le ossa della fronte sporgenti, feci un’operazione in cui me le limarono. Due mesi dopo l’intervento ero di nuovo sul ring, non gli diedi abbastanza tempo per guarire e mi tagliai di nuovo, però vinsi l’incontro. Negli incontri successivi non mi tagliai più. Molti mi sconsigliarono e il mio manager mi lasciò quando decisi di tornare a combattere. Quando ritorni non è mai la stessa cosa e all’epoca non volevo capire. Molti amici mi dicevano che andavo meglio di prima e mi incoraggiavano ad andare avanti. Nel 1985 a Montreal feci un combattimento con il canadese Matthew Hilton. Prima del match conobbi un dentista che mi convinse ad usare un paradenti che aveva brevettato e che mi avrebbe dato più potenza. Questo paradenti era diviso tra sopra e sotto ed era ottimo con la bocca chiusa. All’epoca però avevo il setto nasale deviato e dopo 3 o 4 round iniziavo a respirare con la bocca. Stavo vincendo le prime riprese con Hilton ma poi iniziai a respirare con la bocca e mi arrivarono due uppercut. Il primo mi fece saltare il paradenti, il secondo i denti. Due denti li trovarono nel suo guantone e fermarono l’incontro alla quarta ripresa, quello fu il mio ultimo match.

Oggi i pugili diventano famosi con molti meno incontri rispetto alla tua generazione. Il pugilato è ancora un modo per farsi strada ed emergere?

Credo di sì. Adesso sono quasi tutti sudamericani o dell’Europa dell’Est perché hanno la stessa fame che avevamo noi. Ho sentito storie incredibili di pugili degli anni ’50, loro avevano più fame di noi degli anni ’70. Sono un amico di Jake (LaMotta ndr), ho visto il film di Scorsese e ho letto il suo libro, era davvero un toro scatenato. Ce n’erano anche altri come lui, negli anni ’70 la situazione era già cambiata. Non ci sono più i pugili di una volta, o meglio, sono molto rari. Ad esempio quando vedevi Tyson combattere ti rendevi conto subito che era un leone che veniva dalla foresta.

Hai sempre frequentato la comunità italiana a New York?

Sì quasi sempre. Quando combattevo venivano tutti gli italoamericani. C’era anche un giornale italo-americano, “Il Progresso”, che scriveva spesso di me.

Ti piace quando ti chiamano Paisà?

Sì perché vogliono essere tutti miei paesani, anche i siciliani. Mi chiamano tutti paesano o campione.

Hai mai incontrato John Gotti?

Abitavamo a pochi blocchi di distanza ma non ci incontravamo mai. Ti racconto questo episodio accaduto due o tre anni prima della sua morte (2002 ndr). Ogni anno organizzano una festa per la boxe al club Ring Eight dove si ritrovano tutte le persone che hanno fatto parte del mondo del pugilato. Ero al bancone con altri ex pugili quando arriva Gotti con il suo seguito, era famoso e tutti si alzano a salutarlo. Lui mi vede e grida il mio nome, gli vado incontro e lui mi abbraccia calorosamente mentre ci fanno delle foto. Il giorno dopo un giornalista del Post mi chiama perché voleva farmi un’intervista. Ci incontriamo in un ristorante a Manhattan, a Little Italy, e inizia a farmi domande sulla mia carriera. Poi mi dice che molti pugili frequentano i mafiosi e mi domanda se ne conosco qualcuno. Conoscevo molta gente ma non ho mai fatto affari con loro. Mi chiede se conosco Gotti. Non mi andava di rispondere e gli dico che abitavamo vicino e lui mi informa che il giorno dopo sarebbe stata pubblicata una foto di noi due. Il giorno dopo sul Post, in terza pagina, c’era questa foto a mezza pagina con me e Gotti.

 Quando hai smesso di boxare di cosa ti sei occupato?

Non sono diventato ricco con la boxe. Quando smisi definitivamente iniziai a gestire con mio fratello, che conosceva il settore, un ristorante-pizzeria nel Queens. Il secondo anno l’attività cominciò ad andare male, non era una buona zona, persi dei soldi e fui costretto a vendere. Lavorai per qualche anno come distributore della Coca Cola, per la quale facevo la pubblicità quando ancora combattevo, nel quartiere italoamericano di Bay Ridge. Successivamente iniziai a lavorare al porto, dove sono stato impiegato fino a pochi mesi fa. Ora sono in pensione.

 

Hai avuto anche una parentesi nel cinema.

Sì ho fatto un paio di film, Il padrino III (1990), La bomba (1999) con Gassmann e un paio di pubblicità. Un giorno mi chiamarono degli italiani per chiedermi se volevo andare a fare un provino ma non mi spiegarono di cosa si trattasse; io pensavo fosse qualche manager che voleva che tornassi a combattere. Quando arrivai all’appuntamento a Manhattan ero un po’ contrariato perché non sapevo che fosse il casting per Il Padrino III. Circa due mesi dopo, alla vigilia di Natale, mi chiamarono per dirmi che avevo la parte (guardia del corpo di Joey Zasa ndr) ma io non sapevo ancora nulla, poi mi spiegarono tutto. Andai in Italia perché tutti gli interni li girammo a Cinecittà. Rimasi a Roma tre mesi e conobbi Pacino, Garcia, la figlia di Coppola e gli altri. Legai con Pacino anche perché ero amico di James Caan, che all’epoca veniva ad allenarsi nella mia stessa palestra, e lui gli aveva parlato spesso di me. Andammo a cena insieme un paio di volte e Pacino mi venne a prendere; lui era la star e aveva a disposizione una limousine, io invece ero in un albergo lontano da Cinecittà. Dopo tanti anni mi piacerebbe tornare in Italia, magari quest’estate.

 

Fútbol Popular: i ragazzi di Wanderers e la lotta al Calcio Business

Fútbol Popular: i ragazzi di Wanderers e la lotta al Calcio Business

Dopo la panoramica della prima parte, nella seconda puntata dell’approfondimento dedicato al Fútbol Popular spagnolo, in vista del ‘IV Encuentro de Fútbol Popular’ dal 21 al 23 Luglio a Getafe, ho fatto qualche domanda a Víctor G. Muñiz, co-Direttore di ‘Wanderers, el fútbol del pueblo’ una piattaforma di controinformazione e confronto che ha giocato un ruolo molto importante nella diffusione in questi ultimi anni delle buone pratiche e dei nuovi modelli di gestione dei club che promuovono la partecipazione attiva.

Divenendo punto di riferimento per le news di gestione alternativa delle società sportive e voce indipendente e critica, i ragazzi di Wanderers hanno avuto modo di vivere da vicino il crescere delle realtà spagnole e hanno svolto un ruolo importante in diversi eventi condivisi, decisivi per lo sviluppo del network spagnolo. Ho fatto loro qualche domanda che ci consentisse di avere un quadro dell’evoluzione e delle difficoltà che hanno incontrato in questi anni, attraversando il anche tema della comunicazione nel calcio contemporaneo, in cui blogger e attivisti con poche risorse hanno dato un impulso deciso e concreto alla diffusione di idee alternative.

Cosa è il progetto Wanderers, el Futbol del Pueblo? Fin dai primi eventi avete svolto un ruolo importante di informazione e diffusione..

Wanderers nasce come una risposta alla necessità di un veicolo di comunicazione necessario al calcio popolare che stava nascendo in quel momento in Spagna. Una voce indipendente dai grandi mass media che prova giornalmente a portare alla gente tutta l’informazione possibile sul calcio popolare e su gli episodi di lotta contro il calcio business, i supporters trust, e ogni azione che sia una vera contestazione a qualsiasi ingiustizia all’interno del mondo del calcio.

Non solo è uno spazio di contro-informazione, è uno spazio per il dialogo tra i club, per progetti letterari, per ripercorrere la storia del calcio, etc. Nei podcast che periodicamente realizziamo con Wanderers abbiamo parlato con tante squadre, con tante associazioni e supporters trust, non solo spagnoli ma anche irlandesi, inglesi, italiani, …

Non vogliamo essere identificati come un media di comunicazione soltanto, ma come uno spazio aperto alla discussione, alle nuove opinioni, al dialogo, e sopratutto per imparare e comprendere i nuovi tempi dello sport più bello del mondo.

Vogliamo essere (e penso lo siamo stati) uno strumento per i club per diffondere le attività realizzate, le proposte, gli eventi annuali. Anche insieme a tanti altri blogger e a diversi progetti di comunicazione vogliamo creare una rete internazionale per appoggiare e dare supporto a tutti i club di calcio popolare, alle associazioni di tifosi e ai supporters trust. Essere uno strumento per le associazione europee come Supporters Direct o FSE.

Per ultimo, non meno importante, vogliamo essere un punto di riferimento culturale con la creazione di “Wanderers Books” che presto inizierà a lavorare con diversi libri e progetti letterari non dimenticando che grandi scrittori della storia hanno parlato, scritto e cantato di calcio, Benedetti, Camus, Galeano

Calcio popolare e Supporters Trust un vostro pensiero sullo sviluppo di queste realtà in Spagna, perchè e come sono cresciute?

Si tratta di uno sviluppo lento, cominciato nel 2007 con l´Atlético Club de Socios e in questi 10 anni la crescita è stato costante, tanto che ora esistono più di dieci squadre a grande livelli, arrivate in Segunda B e Tercera División (Lega Pro e Serie D) e tante associazioni che lottano per recuperare i propri club e che fanno pressione per un cambio delle regole affinchè siano cancellate le SAD (Sociedad Anónima Deportiva).

Il lavoro fatto dalle squadre di calcio popolare in Spagna è immenso, per noi è un onore aiutare persone che lottano ogni giorno per recuperare il calcio e le proprie squadre per le rispettive comunità, per la propria città e quindi questo progetto Wanderers è per loro, per quelli che lottano.

Ovviamente, queste squadre nascono della necessità di recuperare società scomparse o fallite come nel caso di Palencia, Ourense, SD Logroñés o Unionistas de Salamanca o come una risposta a un modello che non convince, tentando di dimostrare che c’e un’altra formula per gestire il calcio come nei casi dell’Atletico Club de Socios, Orihuela Deportiva, UC Ceares o Tarraco FC. E molte altre sono le associazioni che cercano di ricostruire i rapporti logorati da proprietà ricche ma che non coinvolgono la base, concentrandosi solo al business, dimenticando il bene sociale e culturale del calcio.

Ora lo sviluppo del calcio popolare in Spagna non ha limite, si tratta di un onda che percorre il panorama del calcio spagnolo travolgendole con ‘idee originali’ che solo i tifosi dovrebbero essere e sono i ‘veri’ proprietari dei club e che non solo i ricchi possono investire nel calcio. Ovviamente non siamo arrivati al punto più alto del sistema spagnolo, ma le realtà che esistono piano piano hanno gettato delle basi ben precise per mostrare che un’altra forma di gestione è possibile.

Quest’anno si celebra ormai il 4º Incontro Nazionale, e dal primo nel 2014 a Palencia, le squadre, le associazioni che saranno presenti sono quattro volte più numerose, questo dimostra la nostra crescita tanto a livello di squadre, come al livello di mezzi di controinformazione e informazione.

Quali sono stati i successi e quali invece gli ostacoli che state incontrando?

Per noi il più grande successo è il riconoscimento nazionale e anche internazionale che Wanderers ha avuto in questi anni, un riconoscimento del quale siamo veramente fieri, perché gli ostacoli sono stati tanti e le nostre risorse erano scarse, ma con lavoro e mettendo un po’ di soldi dalle nostre tasche siamo arrivati ad essere un punto di riferimento in tanti aspetti per questo movimento del calcio popolare.

Andare a Murcia e fare il calcio d’inizio in una partita ufficiale, in Salamanca essere trattati benissimo, a Logroñes a fare un intervento sul calcio popolare, anche a Xerez a filmare un documentario ed essere trattati benissimo. Ovunque andiamo la risposta con noi è sempre la stessa e sempre positiva, fino al punto di dovere ringraziare ogni singolo club per la sua amabilità.

Il momento più importante della nostra (per ora) corta storia è probabilmente l’evento della ‘Jornada contra el fútbol negocio’ a Vallekas, con quasi tutte le squadre rappresentate, associazioni, giornalisti (Sid Lowe), scrittori (Angel Cappa), e gruppi come Bukaneros. È stata una vera gioia per noi avere così tanta gente con noi a gennaio.

Il peggiore ostacolo restano sempre i grandi media che rubano le informazioni senza nemmeno la citazione sul web o materiale cartaceo, noi abbiamo accordi con tante pagine per girare informazioni senza scopo di lucro, tutto con CopyLeft, ma queste grandi riviste, giornali, etc approfittano del proprio potere e rubano materiale con il quale dopo lucrano vendendo il proprio prodotto. Per noi questo è un altro dei sintomi della malattia del calcio business, la mancanza di rispetto per il lavoro degli altri senza un minimo riconoscimento.

Su quali aspetti devono lavorare maggiormente i tifosi in Spagna nel futuro?

Secondo noi ci sono due punti importanti sul quale si deve lavorare. Il primo punto riguarda gli stadi, la figura dell’abbonato e non del socio ha portato alla perdita del pubblico negli impianti e alla trasformazione dell’esperienza del match, ormai diventato uno spazio di consumo e non di passione. Biglietti a prezzi assurdi, tante restrizioni nel tifo, poca sicurezza e pochi i diritti dei spettatori, ect.

Il secondo punto sarebbe la riforma della Legge dello Sport che impedisce ai club di calcio che non sono SAD la possibilità di giocare in Serie A e Serie B.

Conoscete le esperienze italiane? Quali sono quelle che vi hanno colpito di più?

Conosciamo bene alcune delle esperienze italiane, siamo stati in contatto con tanti club e abbiamo fatto un paio di documentari su Parma e l’Atletico San Lorenzo, anche tanti articoli sulla Stella Rossa 2006, Quartograd, Spartak Lecce, CS Lebowski. Ma quando siamo andati a Roma invitati da Sport Popolare e dall’Atletico San Lorenzo, abbiamo conosciuto l’esperienza del Liberi Nantes e ci ha colpito molto il suo sviluppo sociale con i rifugiati e richiedenti d’asilo. Anche l’attaccamento al quartiere e tante attività che il San Lorenzo svolge nel suo spazio. Queste due realtà romane per noi sono un vero esempio, ma come ho detto, le esperienze che conosciamo in Italia sono tante e siamo anche fieri di poter informare il nostro pubblico in Spagna su di loro, fanno un gran lavoro!

Se parliamo d’altre realtà, non solo squadre, siamo rimasti molto colpiti dal recupero dello Stadio Filadelfia e del Museo Grande Torino, come anche dalla lotta della tifoseria della Reggiana per recuperare il suo stadio e di MyRoma, con qui abbiamo un attaccamento speciale grazie a Valerio Curcio, e la sua lotta per il recupero di Campo Testaccio.

 

 

 

Che significa nuotare 10 ore da Capri a Napoli? Il racconto di Daniela Sabatini, che ce l’ha fatta

Che significa nuotare 10 ore da Capri a Napoli? Il racconto di Daniela Sabatini, che ce l’ha fatta

Siamo tornati a parlate con Daniela Sabatini qualche giorno dopo l’impresa realizzata alla Capri-Napoli, che la nuotatrice varesina ha portato a termine in 9 ore 47 minuti e 57 secondi quindi entro il tempo massimo di 10 ore. Nessuna donna ci era mai riuscita nelle categorie amatoriali e master, mentre stavolta ce l’hanno fatta in due: poco meno di tre quarti d’ora prima di Daniela aveva raggiunto il traguardo anche l’australiana Lisa De Laurentis, che, diciamolo per far capire la grandezza del risultato di Daniela, ha 13 anni meno dell’italiana, 36 contro 49. Daniela Sabatini diventa quindi anche la donna più anziana ad aver concluso nel tempo massimo la Capri-Napoli oltre l’unica italiana ed europea nella categoria amatoriale.

Raccontaci come è andata

E’ come se non avessi fatto niente. – ride – Quando sono uscita dall’acqua erano passate dieci ore in un attimo. Fisicamente sono stata sempre bene, non ho avuto dolori muscolari, né mal di stomaco, e a livello mentale sono sempre stata lucida e tranquilla, mai un crollo psicologico. Sono partita forse un po’ troppo lenta ma questa scelta è stata utile per avere il massimo delle energie alla fine. Abbiamo tra l’altro sbagliato la rotta allungandola un po’ per via di alcuni problemi con vento e corrente, e penso di aver perso quasi un’ora, ma poco importa.

Che sensazioni hai avuto all’arrivo?

Nessun problema. Non ho avvertito stanchezza, qualche giramento di testa da mal di mare, come è normale. Sono uscita dall’acqua tranquilla. Qualche dolore alle spalle e al polso, risolto con pacchi di ghiaccio per tutta la notte seguente. Solo il polso mi fa ancora un po’ male. La parte più dura sono state in verità le ultime due settimane prima della traversata, dove invece è andato tutto benissimo.

Adesso riposo o hai già gare in programma?

Riposo? Cos’è? Questo week-end ho due 5 chilometri a Palermo, poi ci sarà una gara a Monate sul lago dove mi alleno, successivamente la Traversata dello Stretto di Messina e la 3 chilometri dei Mondiali Master, sul Lago Balaton in Ungheria dove in questi giorni si stanno disputando i Mondiali assoluti. Certo un po’ corta ormai per me. L’obiettivo stagionale comunque era la Capri-Napoli e l’ho centrato in pieno.

Tu che nasci velocista, ricordiamo che da junior hai vinto 6 titoli italiani tra 50 e 100 stile libero, come sei arrivata al fondo e alle imprese estreme?

Mentre nuotavo mi ripetevo che se stavo facendo la Capri-Napoli era perché sono un’irrequieta, perché non ha senso fare una cosa del genere se non per calmare la mia irrequietezza. In realtà non ci riesci mai e finisci col fare cose sempre più assurde.

Ho visto un lungo post su Facebook in cui hai voluto ringraziare molte persone.

Era doveroso farlo, senza di loro, il loro impegno e i consigli non sarei riuscita ad arrivare fin qui. Sarebbe troppo lungo ricordarli tutti anche qui, citiamo magari Andrea Broglia perché era fisicamente presente sulla barca appoggio e ha vissuto ogni bracciata, mi ha passato i rifornimenti e documentato il tutto con foto e video.

Hai progetti futuri?

In molti mi hanno suggerito di provare la Traversata della Manica, ma so già che non farebbe per me, l’acqua della Manica è troppo fredda, inoltre per avere l’omologazione del risultato la va fatta senza muta, in costume, e io proprio non sono da acqua fredda! Ho un’altra idea, ma per ora preferisco non parlarne.

Quindi un grazie a Daniela e ad Andrea per averci permesso di seguire passo passo la loro impresa nel Golfo di Napoli. Restiamo ora in attesa di sapere quale sarà la nuova avventura della Leonessa!

Foto di Andrea Broglia

 

Piccoli fenomeni crescono (e nuotano), Lorenzo Tarocchi: “Mai montarsi la testa. Non bisogna prendersi troppo sul serio”

Piccoli fenomeni crescono (e nuotano), Lorenzo Tarocchi: “Mai montarsi la testa. Non bisogna prendersi troppo sul serio”

Lorenzo Tarocchi, classe ’95, talento di Empoli, è uno dei giovani della nazionale azzurra.

Forte nei 400m, conquista il terzo posto ai campionati assoluti nel 2014, per poi arrivare in finale B al prestigioso Sette Colli di Roma a giugno 2017.

Quando hai deciso di iniziare a nuotare e perché?

Ho iniziato a nuotare da molto piccolo, più o meno quando avevo 5 anni, facendo i corsi di scuola nuoto, dopo di che passo dopo passo mi sono avvicinato all’agonistica.

Qual è il momento più intenso che ricordi della tua carriera di nuotatore?

Non ho un momento più intenso di tutti gli altri. Diciamo che questo è uno sport di alti e bassi e i momenti intensi possono essere sia negativi che positivi. Credo che nella “carriera” di un nuotatore ce ne siano veramente tanti. Tutto sommato, il momento che più mi è rimasto impresso è stata la prima medaglia ai campionati italiani assoluti.
Qual è lo stile con il quale ti identifichi di più?

Anche se il mio stile preferito è il dorso, quello con cui mi identifico di più e lo stile libero.

Ho sempre sentito il bisogno di libertà nella mia vita, appunto come dice la parola “stile libero”.

Ho sempre sentito il bisogno di non dover rendere conto a nessuno, soprattutto a ciò che pensano gli altri.

Cosa fai prima di una gara per concentrati e caricarti?

Prima di una gara di solito mi rilasso e cerco di non disperdere energie inutilmente. Spesso poi ascolto un po’ di musica per caricarmi!

Prossimi obiettivi?

I prossimi obiettivi ora sono i giovanili di agosto. Vediamo poi di ricominciare l’anno prossimo ancora più carichi e propositivi.

Consigli per le future leve di domani?

Consiglio a tutti i nuotatori futuri di mettere sempre il massimo impegno in quello che fanno, allenamento o gara che sia, senza mai dimenticare la leggerezza. Non bisogna mai prendersi troppo sul serio e soprattutto non montarsi la testa.