Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Signore e signori, da questo momento la Roma è in serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre“. Così un impietrito Renato Rascel, durante una rappresentazione al Teatro Sistina, annunciava la discesa dei giallorossi in cadetteria. Una frase che sarà destinata a passare alla storia, venendo impressa su sciarpe e bandiere e fungendo da vero e proprio motto anche in quei pochi momenti di giubilo vissuti dal tifo romanista. È l’anno 1951. L’annus horribilis per il club capitolino, quello della prima (e sinora unica) retrocessione. La Roma in Serie B è una storia che in pochi hanno raccontato, perché in pochi si sono chiesti cosa volesse dire, soprattutto all’epoca, scendere negli inferi di un campionato tosto, lungo e contraddistinto da vere e proprie battaglie su campi di provincia. Dove la Roma era attesa con il coltello tra i denti da tifosi e giocatori, vogliosi di scrivere un’impresa che sarebbe rimasta negli annali delle rispettive società.



Riavvolgiamo il nastro. La Roma è reduce da un gravoso fallimento, quello legato al progetto di Fulvio Bernardini della stagione precedente, conclusa al diciassettesimo posto con una salvezza ottenuta soltanto in extremis (nonostante clamorose vittorie con Juventus e Milan). Un mix tra poca lungimiranza e scarsa organizzazione, con il presidente Pier Carlo Restagno che non volle concedere al Professore il contratto triennale e lo stesso che trovò immensa difficoltà ad amalgamare una rosa giovane, passata quell’anno dal metodo al sistema. Sarà Luigi Brunella, dalla trentaseiesima giornata, a garantire la permanenza in A ai giallorossi. Da lì a pochi anni Bernardini dimostrerà a Firenze e Bologna tutta la bontà delle sue idee, mentre la Roma, affidata nel 1950/1951 inizialmente ad Adolfo Baloncieri, conoscerà l’onta della retrocessione. Non bastano le individualità di Mario Tontodonati e il carisma di capitan Tommaso Maestrelli, che l’anno dopo verranno ceduti con il secondo che un ventennio più tardi diverrà il profeta del primo scudetto laziale. Un declassamento che era nell’aria. Gli investimenti fatti nella stagione precedente erano irripetibili e nonostante fosse stata mantenuta l’intelaiatura ci furono grandi difficoltà, tra cui l’inserimento dei tre svedesi Knut Nordhal, Sune Andersson e Stig Sundqvist. In panchina dopo Baloncieri si avvicendarono il sergente di ferro Pietro Serantoni e Guido Masetti (portiere della Roma tricolore nove anni prima). A nulla servì neanche la vittoria all’ultima giornata, contro il Milan Campione d’Italia. La Roma era in B, gettando nello sconforto buona parte della città e l’annichilito pubblico dello Stadio Nazionale.

Dal fondo si può e si deve risalire. In società torna Renato Sacerdoti, già presidente tra il 1928 e il 1935 e figura chiave nel club. Al suo rientro organizza la stagione in maniera entusiasmante, basti pensare alla campagna abbonamenti di quell’annata (seconda soltanto all’Internazionale che vincerà lo scudetto) e ai giocatori che figurano in rosa. Arriva Carletto Galli, attaccante fortissimo nel gioco aereo e conteso da diverse squadre e viene confermato Arcadio Venturi, talentuoso mediano sinistro già nel giro della Nazionale e ingaggiato come tecnico Giuseppe Viani, l’inventore, assieme ad Antonio Valese ai tempi della Salernitana negli anni ’40, del Vianema una tattica che consisteva in un importante revisione del sistema e che, di fatto, introdusse per la prima volta la figura del libero in maniera assidua. Confermato anche il capitano Armando Tre Re, granitico difensore centrale.  La Roma è pronta ad affrontare uno dei campionati di Serie B più difficili di sempre, a causa dell’unica promozione diretta in palio (la seconda, in questo caso il Brescia, se la vedrà con la terz’ultima della Serie A, in questo caso la Triestina, nello spareggio di Valdagno vinto di misura dai giuliani) per la riforma del torneo volta all’abbassamento del numero di squadre partecipanti. Il pubblico romanista ha assorbito la botta ed è pronto a invadere stadi e campi di piccola capienza, non abituati alla foga giallorossa. A tal merito Sacerdoti, per evitare che tanti si mettano in viaggio senza biglietto fa organizzare dei veri e propri cinematografi dove vedere le partite. Esemplare l’appello alla tifoseria in occasione dell’ultima partita, quella disputata a Verona, che vale la promozione. A dire il vero furono in pochi ad ascoltarlo e se le cifre ufficiali parlano di 5.000 tifosi giunti nella città di Romeo e Giulietta non si fatica a pensare che il numero potesse essere ufficiosamente più alto.

Arcadio Venturi è sicuramente il giocatore più amato tra i tifosi. La sua classe e il suo modo serioso e professionale di porsi conquistano subito i supporter giallorossi. Lui, emiliano di Vignola, che ha esordito in maglia romanista proprio sul campo del Bologna, non ha dimenticato le nove stagioni all’ombra del Colosseo (18 gol in 288 presenze): “La città reagì molto male – ricorda -. Ci fu un vero e proprio scandalo, si diceva che alcuni giocatori non si impegnassero perché frequentavano ambienti poco consoni alla vita di uno sportivo. E la cosa non era poi così distante dalla realtà. Io sono sempre stato ligio alle regole, anche perché in quegli anni non si guadagnava moltissimo con il calcio e le società erano totalmente proprietarie del cartellino, disponendo della vita dei calciatori. Basti pensare che io sono andato ad abitare dove voleva il club. Eravamo da poco usciti dalla guerra, c’era la miseria e davvero poche pretese. Tuttavia avendo iniziato da poco fui quello che risentì meno della retrocessione – continua – se a livello societario la situazione era disastrosa, la stagione 1951/1952 per me fu una delle più importanti, dato che al termine del campionato potei disputare le Olimpiadi in Finlandia”Era un calcio sicuramente differente: “Vedere i campi in sintetico e tutti gli accorgimenti, a volte eccessivi, utilizzati oggi mi fa un po’ sorridere. Io ricordo che all’epoca per eludere i controlli dell’arbitro mettevamo i chiodi sotto agli scarpini, dato che eravamo costretti a giocare su pessimi terreni in ogni condizione climatica. Oggi vedo delle scarpette che a volte assomigliano più a pantofole. Sull’annata di B ho un flash: giocavamo a Messina, nel vecchio stadio Celeste, e ci venne assegnato un calcio di rigore effettivamente non nitidissimo. Io ero il rigorista e lo realizzai tra i fischi assordanti del pubblico. Valse la vittoria e per me era un orgoglio. Quando giocavo male con la Roma mi sentivo male, il giorno dopo ero costretto a rifugiarmi al bar con gli amici che mi giudicavano per ciò che ero e non per come giocavo. Ma i tifosi della Roma sono un qualcosa di unico, ti fanno diventare più grande di ciò che sei. Quell’anno, nonostante la Serie B, ci seguivano in massa ovunque e lo Stadio Nazionale era sempre pieno. In tanti venivano anche durane gli allenamenti. Quando qualcuno che conosco va a Roma gli dico sempre: “Scommetti che poco dopo esser arrivato sentirai parlare di calcio e della Roma?”. Questo non accade a Milano o Torino. È anche un’arma a doppio taglio, certo. Perché quando vincevamo il derby, ad esempio, potevamo campare di rendita e negli squadroni del Nord non te lo permettono. Io l’ho provato a Milano, con l’Inter. Devi rimanere sempre concentrato”.

Venturi è stato di recente inserito nella Hall of Fame dell’AS Roma: “È stata un’emozione unica entrare all’Olimpico dopo così tanti anni. Di solito vedo le partite in televisione, ma se si vuol vedere il calcio bisogna andare allo stadio. Nel 1953 – dice – inaugurai l’Olimpico (allora Stadio dei Centomila) ma ora è totalmente diverso. Mi sono seduto vicino a Losi, con cui ho giocato e abbiamo parlato dei vecchi tempi. Riso su tutte le differenze che ci sono. I ritmi sono cambiati radicalmente ma anche l’alimentazione. Ai nostri tempi ci era proibito bere e ci facevano mangiare solo proteine. Quello che mangiavo da professionista era totalmente sbagliato. Però credo anche che oggi gli allenatori siano troppo specializzati e allenare stia diventando una vera e propria scienza che non condivido. Idem per la stampa sportiva. Ai miei tempi in poche righe si riusciva a concentrare tutta la partita e il commento sportivo, oggi i giornalisti si perdono sempre in cose di poco conto”. Una lunga carriera con tante amicizie, soprattutto nella Capitale: “Sicuramente la persona con cui strinsi più rapporti fu Amos Cardarelli, anche perché successivamente andammo pure all’Internazionale insieme. Anche con Alcide Ghiggia ci fu molta amicizia, tanto che decise di dare a suo figlio il mio stesso nome. Devo dire che l’anno in cui retrocedemmo, che coincise con il mio arrivo alla Roma, ricordo molto bene la preparazione effettuata a Sora. Maestrelli e Tontodonati si aggregarono più tardi ed ebbi l’onore di conoscerli e apprendere tanto da loro. Gli allenatori non facevano i manager come ora e noi eravamo i giudici di noi stessi. Dovevamo imparare tutto e questo ci permetteva di conoscere meglio il calcio. Sapevamo come marcare i Riva o i Sivori di turno”.

In un campionato estenuante e ricco di ostacoli sono la Roma e il Brescia a contendersi la vetta. I capitolini avranno la meglio per un punto, nonostante il pareggio casalingo e la sconfitta con i lombardi rimediata in una contestatissima gara disputata al vecchio Stadium Porta Venezia, con il club giallorosso che presenterà ricorso nei confronti del direttore di gara per aver fatto continuare nonostante la fitta nebbia. Tra le partite passate agli annali in quella stagione di cadetteria c’è sicuramente la sconfitta di Piombino per 3-1, contro la sorprendente compagine locale che terminerà il campionato al sesto posto. Marcello Cardinali, che del Piombino è stato portiere negli anni settanta e al tempo della partita era bambino, ricorda: “È stato sicuramente l’evento più importante a livello sportivo per l’intera città. In quella partita il Magona (stadio di proprietà dell’omonima industria siderurgica n.d.r.) si riempì all’inverosimile. C’erano ufficialmente 12.000 spettatori, non so come fecero ad entrare. È strano pensarlo vedendo oggi in che condizioni è ridotto. Per noi resta una chiesa, anzi vorremmo che tornasse a essere il nostro Colosseo: vecchio ma ben tenuto. La maggior parte dei romanisti vennero in treno, arrivando in città sin dalle prime ore dell’alba. La stazione dista circa cento metri dallo stadio e da subito cominciarono i primi sfottò tra le tifoserie. Sicuramente erano più romani che piombinesi, nonostante a sostenere i nerazzurri fossero venuti in tanti anche dal circondario. Si dice – ricorda – che quel giorno i venditori ambulanti fecero affari d’oro. Con migliaia di panini venduti. Negli anni successivi la giornata non verrà dimenticata neanche a Roma, basti pensare alle dichiarazioni di Franco Evangelisti (braccio destro di Giulio Andreotti e nominato presidente del club nel 1965 n.d.r.) che in una trasmissione televisiva dichiarò di amare talmente tanto la Roma da averla seguita persino in Serie B, avendola vista perdere a Piombino”. In quegli anni controlli e scorte non funzionavano certo come ora e anche il circo mediatico era meno attento a quello che succedeva all’interno e all’esterno degli stadi: “Al termine del match – racconta Cardinali – ci furono i classici sfottò dei piombinesi nei confronti dei romanisti, giunti in città con la classica strafottenza di chi pensa a una passeggiata di salute contro una piccola squadra. Addirittura nella zona della Borgata Cotona, un luogo abitato principalmente da operai della Magona, alcuni romanisti giunti in pullman furono presi di mira da numerose sassaiole”.

E queste scene si ripetevano spesso nei piccoli stadi della categoria. Castellammare di Stabia, Salerno, Lucca, Valdagno. Campi stretti e tifoserie calde. Basta aprire qualsiasi giornale dell’epoca per scoprire il caos creato dall’arrivo dei tifosi giallorossi in moltissimi dei luoghi che vedevano protagonista la squadra di Viani. È anche per questo che all’indomani della promozione in A lo Sport Illustrato titolerà con un qualcosa di simile a Basta stazioni piccole e situazioni rabberciate”. Quella domenica del 22 giugno 1952 fu una vera e propria liberazione. Tra i più commossi c’erano sicuramente il direttore sportivo Vincenzo Biancone e il massaggiatore Angelino Ceretti, con il primo che imbarazzato disse di non sapere se la più grande gioia della sua carriera fosse stata lo scudetto del 1942 o la promozione in A. Al triplice fischio del Sig. Longagnani di Modena iniziò la festa al vecchio Bentegodi, con Sacerdoti che abbracciò talmente forte un giornalista da rompergli la macchinetta fotografica. Qualche giorno più tardi gliene regalò una nuova, con un biglietto di felicitazioni relativo a quella giornata.

 

“Semo giallorossi e lo sapranno, tutti l’avversari de strart’anno, finché Sacerdoti ce sta accanto, porteremo sempre er vanto, Roma nostra brillerà”. Canzone di Campo Testaccio.

Per le foto si ringraziano il sito www.asromaultras.org e Marcello Cardinali di Piombino

Calcio e Migranti, il Cefal United: “Calcio, linguaggio universale. All’integrazione preferiamo l’interazione”

Calcio e Migranti, il Cefal United: “Calcio, linguaggio universale. All’integrazione preferiamo l’interazione”

Immigrazione, integrazione, accoglienza. Sono tre parole che sentiamo pronunciare ogni giorno nei Tg e tra la gente. Ragazzi, uomini, donne e intere famiglie che arrivano in Italia con la speranza di tornare a vivere e dimenticare le guerre e le carestie che colpiscono le loro terre.

Lampedusa è entrata nel cuore di tutti noi, è il centro pulsante degli sbarchi e dell’accoglienza ma in tutto il paese nascono centri e associazioni che ospitano e aiutano queste persone catapultate in una realtà completamente nuova.

Una di esse è la Cefal-Emilia Romagna (Lugo e Cotignola), Centro di formazione professionale che opera in diversi ambiti e con diverse iniziative come, per esempio, i Tandem Linguistici: ragazzi di diverse nazionalità che tutte le domeniche (ore 18) si incontrano in una birreria di Lugo per imparare il francese, l’inglese e l’italiano. Un momento di confronto socio-culturale al quale partecipano: richiedenti asilo, ragazze straniere “alla pari”, ragazzi inglesi e lughesi interessanti a imparare le lingue straniere.

Poi c’è un altro progetto che la Cefal ha organizzato per creare coesione: Cefal United è la squadra di calcio composta da immigrati richiedenti asilo, iscritta al campionato Uisp calcio a 5 che conta 18 ragazzi tra i 18 e i 30 anni.

Abbiamo contattato il referente del progetto, Marco Scardovi per farci raccontare qualcosa in più.

Cefal United, come nasce l’idea di organizzare una squadra di calcio?

“Faccio una premessa: il Cefal nasce come centro di formazione professionale all’interno del quale i ragazzi sono impegnati alcuni a scuola altri in attività di volontariato. Organizziamo altresì diversi progetti di interazione socio-culturale rivolti a ragazzi richiedenti asilo politico tra questi, c’è anche l’ambito sportivo e soprattutto calcistico che è una delle discipline preferite infatti ci sono dei ragazzi tesserati in alcune squadre locali. A un certo punto però abbiamo pensato di creare un team tutto nostro per consentire a questi ragazzi di avere degli obiettivi di medio e lungo periodo; fare allenamenti settimanali e giocare la partita, nel tempo possono riuscire a restituire loro un po’ di fiducia e in se stessi e negli altri grazie proprio al confronto durante i match”.

In quale campionato siete iscritti?

“Al torneo Uisp calcio a 5. Una scelta che ha diverse ragioni: in primis la volontà di coinvolgere più ragazzi possibili, in secondo luogo per questioni logistiche in quanto il calcio a 11 ci avrebbe portato a trasferte troppo lunghe e impegnative mentre il nostro progetto punta all’allenamento quale fattore di crescita e formazione dello spirito di squadra. Il calcio a 5 ha infatti tempi diversi dal calcio a 11 ma il campionato è lungo, in 8 mesi avranno modo di creare interazione fra loro e con gli altri”.

Com’è composta la squadra?

“Abbiamo tre allenatori-calciatori italiani con ragazzi che provengono dall’Africa Sud Sahariana Occidentale che chiedono asilo politico”.


L’immigrazione, tema cado che divide. Voi avete scelto l’inclusione attraverso il calcio, perché?

“Perché il calcio parla un linguaggio universale ed è lo sport che piace a tutti. Quando si parla di immigrati e immigrazione, si usa spesso il termine integrazione. Io personalmente preferisco parlare di interazione, lo ritengo più idoneo in quanto parlare di ‘integrazione’ è come se presupponesse un peccato originale”.

I ragazzi, come hanno accolto la proposta di fare una squadra di calcio?

“Molto bene. Anzi, cominciano a vedersi dei risultati. Ogni giorno il loro pensiero è alle famiglie, ai figli e alla loro terra lontana; riuscire a dare un momento di svago, divertimento e serenità è importantissimo anche per ciò che riusciamo a trasmettere all’esterno”.

Il nome, Cefal United, ha una spiegazione?

“Spesso la molteplicità di etnie può creare tensione tra gli stessi ragazzi. Partendo dal fatto che il nostro primo intervento mira a creare interazione fra loro, la Cefal United nasce proprio per dare il senso di unità, di compattezza. Avevamo anche pensato di mettere nel nome un qualcosa di tipico del loro dialetto ma ci siamo ricreduti: sono talmente sottili a volte le differenze tra una paese e un altro che avremmo scontentato alcuni e favorito altri, ma non era questo lo spirito di squadra. Cefal United significa unità”.

Il bello e il brutto dello Sci Italiano raccontato da Peter Fill

Il bello e il brutto dello Sci Italiano raccontato da Peter Fill

Torna in Italia il Circo Bianco nelle splendide ed abituali cornici della Gardena e dell’Alta Badia, veri e propri santuari viventi della Coppa del Mondo, all’insegna dello sport e del fare festa in allegria e occasione unica per assistere dal vivo alle performance di straordinari funamboli, tra i quali la pattuglia azzurra recita degnamente la propria parte con i sempreverdi Innerhofer, Paris e il due volte campione del mondo di discesa Peter Fill, con cui abbiamo avuto il piacere di scambiare due battute sulle gioie e i dolori dello sci azzurro e la sua straordinaria seconda parte di carriera. Atleta esemplare e vincente, faccia pulita e spirito indomito montanaro, cocktail perfetto che ha fatto di Peter un campione assoluto riservandogli un posto indelebile nella storia dello sci alpino.

Peter buongiorno, partiamo dall’attualità delle tue gare italiane per parlare delle variabili imponderabili di questo sport. Anche quest’anno qualcosa è andato storto.

Beh si, analizzando entrambe le gare posso dire che in Super G sono partito con un numero alto e sono riuscito comunque ad entrare nei dieci trovando un feeling che ancora non c’era. Ero carico e stavo bene anche in discesa, ma la sfortuna come avete visto anche quest’anno si è accanita ed è scritto che queste gare sotto casa mia siano segnate dal destino, meglio prenderla con filosofia.

Lasciamo l’attualità e riavvolgiamo il nastro della tua carriera. Le ultime due stagioni che si commentano da sole, traguardi incredibili e un posto nella storia. Il tuo segreto?

Difficile rispondere a questa domanda anche perché l’impegno e la dedizione verso questo sport sono rimasti gli stessi, forse nella mia testa è scattato qualcosa da quando mi sono sposato, ho trovato la serenità giusta e da quel momento in poi sono riuscito ad essere molto più scorrevole sui piani e questo mi ha  reso completo e vincente. E’ ovvio che oltre a questo devo ringraziare il team fantastico di allenatori e compagni di squadra che hanno funzionato alla perfezione permettendoci di lavorare in serenità.



Peter hai spento trentacinque candeline e sei al top, si è allungata di tanto la carriera media di uno sciatore moderno?

Secondo me sì, oggi si fa un po’ più fatica da subito a capire le dinamiche interne di questo sport, ma se ci si allena con costanza e si preserva il proprio fisico anno per anno i risultato possono arrivare anche con la maturità alla quale si unisce l’esperienza e la gestione delle tensioni che da giovani possono giocare brutti scherzi.

A proposito di giovani, anche nella vostra disciplina esiste il problema cronico del ricambio generazionale. Come ne usciamo?

E’ un problema serio, di sicuro manca la grinta e quel fuoco che spinge a concentrarsi  e a dare il massimo  per raggiungere degli obiettivi. Queste motivazioni partono dalle famiglie e dagli educatori, nel mio caso posso dire grazie ai miei e i miei allenatori che questi valori me li hanno trasmessi senza mai essere troppo invadenti. Poi il resto lo fai tu,  il mio amore per questo sport mi ha spinto a dare tutto me stesso per arrivare dove sono oggi.

Peter Fill come ha iniziato la sua storia sugli sci? Pensavi di farne la tua vita?

E’ chiaro che essendo nato e cresciuto in un posto con lo skilift a trecento metri non potevo non avere gli sci ai piedi e sin da bambino ne ho approfittato divertendomi. Era un modo per esprimerci e girare per far le gare, ma senza nessuna intenzione seria. Poi sulle orme di mia sorella che era veramente forte ho incominciato a curare gli aspetti tecnici e a migliorarmi e lì mi si è aperto un mondo, che è esploso dopo l’infortunio di mia sorella. Da li è toccata a me dimostrare chi ero.

Tema sicurezza. La morte di Poisson è dietro l’angolo e la questione è tornata di attualità.

E’ chiaro che la questione è sensibile anche perché durante gli allenamenti non abbiamo le stesse protezioni che abbiamo durante la gare, ma per Poisson posso dire che si è trattata comunque di una tragica fatalità e la cosa dispiace perché siamo tutti una famiglia che vive e condivide per mesi la stessa vita. Poisson era una persona solare ed allegra eravamo coetanei e anche lui era diventato da poco padre, dispiace davvero tanto.

Peter, Il tuo futuro. Ti vedo ancora immerso nel circo bianco a trasmettere il tuo sapere e il tuo entusiasmo alle giovani generazioni. Sbaglio?

Mah, francamente non ci ho mai pensato ancora sul serio, ma di sicuro mi andrebbe di poter insegnare ai giovani la mia esperienza per aiutarli a crescere, ma comunque ho ancora qualche stagione da vivere e spero di essere protagonista ancora per un po’, poi allenare sarebbe un’evoluzione a mio avviso naturale che rientrerebbe nelle mie corde.

Tanta fatica, pochi guadagni: perché un giovane dovrebbe scegliere di fare oggi lo sciatore?

Beh economicamente sono ben pochi quelli che oggi possono vivere di rendita con questo sport, ma senza la passione e la voglia di divertirsi e migliorarsi non vai dai nessuna parte, e se poi vai forte forte puoi anche guadagnare abbastanza . Non sono i soldi certamente che mi hanno spinto a diventare sciatore, ma la voglia di vivere in mezzo alla natura e alla montagna e poi l’adrenalina che ti da una gara di per se ripaga tutti i sacrifici e gli allenamenti. Vittoria, sconfitta ed emozioni così forti, questo è quello che ogni giovane deve provare nell’approccio a questo sport.

Per chiudere. La carovana bianca itinerante, il vostro mondo. Aggettivi?

Siamo una famiglia unita, una sorta di circo vivente che si sposta di settimana in settimana. C’è competizione ovviamente, ma si vivono tutte le emozioni possibili dentro la comunità e per noi che facciamo discipline veloci la condivisione è totale visto che dalle prove alla gara viviamo le stesse situazioni  tutta la settimana tra hotel, giornalisti e località. E’ il mio mondo, il mondo di uno sport tra i più belli, sani e pulito, lavoriamo e ci divertiamo e per questo mi sento un privilegiato.   

Dino Alinei: il Napoli e la sua collezione…Anema e Core!

Dino Alinei: il Napoli e la sua collezione…Anema e Core!

Napoli è sinonimo di storia, cultura, politica, economia, arte e natura. E’ sinonimo di musica, teatro e buona cucina. Napoli è la fantasia al potere, conosciuta in tutto il mondo con le sue stravaganze, bellezze e contraddizioni che la rendono unica. Napoli è la città del sole e del mare, che abbraccia uno dei golfi tra i più belli e celebrati al mondo. Se si pensa poi a Napoli con l’occhio di chi segue il calcio, non si può non pensare a Maradona che con la città ha creato un binomio indissolubile: Campá cu te, sempe cu te, pe’ nun muri’! Un Amore mai sopito quello dei napoletani per “El Pibe de Oro”, un amore grande come quello che prova Dino Alinei per il suo Napoli.

Dino ha sessantasei anni, è un Medico Radiologo, “fidanzato con Fedora quando ancora le figurine si attaccavano con la colla e sposato poi nel 1974” ci dice. Dino non è tifoso del Napoli, lui con il Napoli ci fa l’amore…”Cominciai a frequentare lo stadio all’età di quattro anni sulle spalle di mio padre: era Napoli – Torino del 1955 (2-2), allo stadio al Vomero, prima di campionato ed esordio per Vinicio. Dopo 2’ Vinicio segna. Ero piccolo ma ho ancora negli occhi la festa per quel gol: gli abbracci, le urla, i mortaretti, rimasi scioccato. Da allora non ho più smesso di andare allo stadio, non ho più smesso di seguire il mio Napoli. Ero bambino ma leggevo il Corriere dello Sport e Il Calcio Illustrato e quando a scuola ero chiamato a scrivere un tema, usavo dei vocaboli che sbalordivano le maestre: erano tutti termini presi in prestito dal mondo del calcio. Molte di quelle riviste fanno parte ora della mia collezione, nel senso che sono proprio quelle che avevo da bambino, oltre a tutte quelle che ho trovato in seguito nel corso degli anni”.

La voce di Dino ha un timbro deciso e fiero, con quell’inflessione tipica di queste parti, ma al contempo ricercata e nobile. Il Napoli è tradizione di famiglia in casa Alinei, …Anema e Core, “Papà era l’otorino di fiducia del Napoli negli anni che vanno dal ’62 al ’74 ed aveva la Tessera di Servizio per accedere allo Stadio, ma non voleva nulla gratis, non voleva sembrare uno che approfittava della situazione e così comprava anche l’abbonamento con il quale faceva il suo ingresso. Ebbe un passato da calciatore in serie C con la Bagnolese negli anni ’40. Arrivò Amadei a Napoli, prima da calciatore e poi da allenatore, e diventò un amico di famiglia. Veniva spesso a casa nostra. Noi abitavamo in un palazzo in centro storico e lui arrivava ogni mercoledì con la sua Giulietta gialla. Non vi dico cosa succedeva sotto casa, una ressa infinita di gente. Appena arrivava a casa nostra chiedeva sempre a mia madre se poteva preparare la “panzanella”, ne era ghiottissimo. Mi ricordo anche che vidi Napoli – Juventus (2-1) del 6 dicembre 1959, in braccio alla moglie di Amadei, la Sig. Rita. Io ero sulle sue gambe e lei per il nervosismo che la partita gli trasmetteva, senza rendersene conto, si mise il mio colletto del cappotto in bocca: me lo rovinò tutto”.



Dino non poteva che essere un grande tifoso del Napoli vista la sua infanzia, ma qualcosa scatta dentro di lui al punto di farlo diventare anche un collezionista: “Come la maggior parte di coloro che raccolgono memorabilia iniziai a collezionare le figurine. I miei genitori me le compravano solo se mi comportavo bene, erano un premio alla mia condotta. Si trattava delle figurine sagomate e cartonate, che risultavano pesanti, come quelle Cremifrutto che ritraevano il giocatore in piedi, in commercio dal 1962 al 1966. Bellissime. Ricordo anche quelle che si prendevano dal dispenser delle “Gomme masticanti”: inserivi 10 lire e giravi la manovella. Poi sono passato al cartaceo, in particolare i biglietti delle partite. Prima erano bellissimi, con delle grafiche davvero spettacolari, in particolare quelli della nazionale italiana. Erano tutti dell’Istituto Grafico Bertello di Borgo San Dalmazzo. Ora continuo a collezionarli, ma ritengo abbia poco senso, non mi attraggono molto hanno perso il loro fascino…quella poesia insita. Arrivato poi a una certa età sono stato più attratto dagli oggetti del campo, dalle “reliquie” possiamo dire, maglie in particolare. Ora è più facile trovare maglie ma prima un calciatore ci faceva l’intera stagione e spesso anche più di una. Bisognava arrivare a lui direttamente o entrare nella cerchia dei suoi familiari. Una curiosità …alcune maglie le ho trovate tramite il “mercato delle pezze” a Ercolano. Tutte le mattine alle 04:00”, nuje ca perdimmo ‘a pace e ‘o suonno, “iniziava il mercato, un mercato che esiste ancora. Scaricavano balle di abbigliamento usato piene di tutto e io compravo a scatola chiusa. Devo dire che così facendo ho acquistato anche un sacco di cose inutili, perché l’accordo era che tutto quello che era “azzurro” era mio. Ora devo dire che con WhatsApp è più facile, ti fanno una foto e decidi se t’interessa o meno. Prima o andavo personalmente oppure se mi chiamavano dovevo prendermi tutto. Con questo metodo una volta trovai addirittura una maglia di Pontel del 1961, da non credere”.

Dino è una valanga di ricordi ed emozioni che potrebbero sconfinare in concitazione, ma lui no, lui parla “assestato”: “Una volta, in un mercatino, trovai una figurina di Dolo Mistone terzino sinistro e bandiera del Napoli da metà anni ’50 a metà anni ’60. Misi la figurina nel portafoglio per poi sistemarla in collezione come faccio sempre. Quella volta me ne dimenticai e mi rimase nel portafoglio per qualche tempo. Un giorno, mentre ero a lavoro al centro diagnostico, ho sentito di un paziente che una volta entrato ha esordito dicendo Buongiorno, ho un appuntamento mi chiamo Dolo Mistone. Non credetti alle mie orecchie, andai fuori dal mio studio e arrivai nella segreteria e lo vidi. Tirai fuori la figurina, così per fargliela vedere, solo per fargli piacere. Invece lui ha creduto che io me la volessi far autografare. In realtà io non volevo perché comunque mi avrebbe deturpato la figurina, ma non ebbi il coraggio di dirgli di no. Ce l’ho ancora così. Fu un grande giocatore, e giocò praticamente sempre e solo con il Napoli. Era un terzino che si lanciava in attacco e a tal proposito diceva: se si lancia in attacco Facchetti lo chiamano “fluidificante”, se lo faccio io sono pazzo. Fu una grande bandiera del Napoli in un periodo difficilissimo”.

Dino ha una collezione immensa fatta di tantissime foto, figurine, dischi, sciarpe, bandiere gagliardetti, programmi, biglietti e maglie. Tra i tanti “pezzi” anche gli statuti del Naples Foot-ball Club e dell’Unione Sportiva Internazionale in Napoli del 1916, antesignane della compagine azzurra: due pezzi più unici che rari.

“Ho inseguito tantissimo la maglia anni ’50 di Comaschi”, prosegue con il suo racconto Dino, “così come ho faticato molto per avere un album di figurine fatto a Napoli nel 57/58, Ed. Lo Sport. Per me era un ricordo d’infanzia e quindi era davvero molto ambito da parte mia, ma la persona che lo aveva non voleva cederlo. Gli ho fatto la corte per oltre un anno, poi un giorno, complice forse l’atmosfera natalizia, cedette alla mia offerta. Ho anche la fascia da Capitano di Maradona e la maglia di Juliano, oltre alla maglia di Beppe Savoldi con la coccarda della Coppa Italia del ’76.

Nel 1979 Dino ha anche conseguito il patentino di Allenatore Dilettanti: docente in quell’edizione il bicampione del mondo nel ‘34 e nel ‘38 Giovanni Ferrari. Dino è stato anche il Presidente dell’Associazione Italiana Napoli Club per un triennio a partire da fine anni ’90. L’Associazione, nel periodo di Maradona, ha raggiunto oltre 900 club affiliati in tutto il mondo.

“Il collezionismo è cambiato molto, così com’è cambiata molto la società, con il sempre crescente utilizzo della tecnologia. Ora siamo facilitati nel trovare e cercare il “pezzo” mancante, anzi vediamo “cose” che non sapevamo nemmeno esistessero. Il sapore della ricerca diretta, il frugare in cataste di cose impolverate, sporcarsi le mani era un’emozione diversa. La tecnologia ci consente di avere il mondo in casa, ma i vantaggi tecnologici sono vanificati dall’assenza di emozione. Certo ora ho un archivio elettronico, foto disponibili tramite mail, WhatsApp e altre diavolerie varie, ma al contempo la tecnologia ha decretato la fine di alcuni tipi di collezionismo quali biglietti e abbonamenti per esempio, che ora sono caricati su di una card o stampati a casa su carta A4”.

Dalla terrazza di casa sopra Mergellina Dino ci saluta, e noi lo ringraziamo per aver condiviso la sua storia a tinte azzurre. “Il mio desiderio?” aggiunge Dino, “è trovare quello che non ho ancora trovato”.

Dino, sulle spalle del padre nel 1955 al Vomero e nel 1981 è lui a portare sulle spalle il figlio al San Paolo. Nel 2011 è il nipote a salire sulle sue spalle: la dinastia degli Alinei continua.

 

Russia esclusa dalle Olimpiadi, Nicolai Lilin: “Uno schiaffo alla Democrazia, una vendetta dei potenti”

Russia esclusa dalle Olimpiadi, Nicolai Lilin: “Uno schiaffo alla Democrazia, una vendetta dei potenti”

La settimana scorsa è arriva la decisione del Comitato Olimpico Internazionale che ha escluso la Russia dalle prossime olimpiadi invernali in Corea del Sud. La Federazione russa sarà esclusa da ogni fase dell’evento sportivo, la sua bandiera non ci sarà e il suo inno non sarà suonato.

A motivare la decisione senza precedenti è stata l’inchiesta anti doping della Wada, l’agenzia antidoping mondiale, sull’agenzia anti doping russa accusata di violare in maniera sistematica i controlli sui suoi atleti. La manipolazione delle provette, secondo la Wada, sarebbe avvenuta con complicità statali.
Sulla vicenda si è espresso molto duramente Nicolai Lilin, scrittore e tatuatore russo naturalizzato italiano, che dallo scorso gennaio conduce “La versione di Lilin“, una striscia settimanale a tematica geopolitica su Tgcom24.

Abbiamo approfondito con lui la vicenda provando ad andare oltre il mero significato sportivo dell’esclusione della Russia.

La Russia è fuori dai giochi olimpici invernali. Non era mai successo prima.

Mi sembra vergognoso che le Olimpiadi vengano sfruttate in questa maniera. Oggi muore lo spirito olimpico tutto quello che significa per la storia dell’Umanità.  Non mi aspettavo certo che il CIO avrebbe difeso la Russia però che avrebbero salvato lo spirito olimpico sì. La Russia corrisponde a un sesto delle terre emerse, è stata messa in atto un’azione castrante nei confronti delle Olimpiadi perché i giochi olimpici senza la Russia saranno una barzelletta. Ma ancora di più saranno uno schiaffo alla democrazia, al pluralismo e all’unità di tutti i popoli che si ritrovano nello spirito olimpico.

In che modo sono state ‘sfruttate’ le Olimpiadi?

Per attaccare la Russia, un Paese grande e importante che si è stancato di sfruttata o succursale di Paesi occidentali ma vuole assumere il ruolo di partner di Paesi forti come Stati uniti Francia, Gran Bretagna, pilastri del Mondo occidentale. Questo è un pretesto per far apparire la Russia, davanti a tutto il mondo civile, come un Paese canaglia, risvegliando i fantasmi della Guerra fredda. È un modo per umiliare la Russia e i suoi cittadini. Tra l’altro non capisco ancora su quali prove reali di basi questa fandonia. A me sembra una presa di posizione, le argomentazioni mi sembrano deboli e non abbiamo ancora visto prove incontrovertibili.

Qual è, secondo te, la ragione geopolitica di questa decisione?

È la vendetta dei potenti del mondo occidentale perché la Russia si è sollevata e sta riprendendo le posizioni che aveva perso nel processo di trasformazione dall’Urss alla Repubblica Federale. È la vendetta per i successi russi nella guerra in Siria, per la perdita del Caucaso e per la perdita del Mar Caspio. Il mondo occidentale dimostra che non vuole la Russia come partner ma vuole la Russia come schiava



In un video che hai postato su Facebook hai usato parole molto dure nei confronti del CIO.

Il CIO è un organo corrotto. Quando la Germania di Hitler mostrava i muscoli a tutto il mondo e aveva già palesato le sue tesi razziste e antisemite ha comunque ha accolto atleti ebrei e neri, alcuni hanno vinto e trionfato. Nel 1936 nel CIO c’erano grandi uomini di onore che hanno fatto vincere lo sport su quella che era una politica sporca e piena di elementi negativi per l’animo umano. Questi invece hanno dimostrato di essere ignoranti, manipolati e venduti alla geopolitica. Lo spirito sportivo è diventato lo spirito di una sgualdrina e non il trionfo dell’impegno, della forza e della tenacia.

E chi sarebbe, secondo te, il grande burattinaio?

È molto semplice, sai. Nonostante facciano apparire il quadro come complicatissimo e provino ad allontanare i ragazzi dalla comprensione inventando termini complessi, così come succede con la finanza, c’è un dispiegamento di forze davvero semplice.

 Parliamo di oligarchi veri e propri. Il campione di questo club di oligarchi è Soros che organizza rivoluzioni e spinge progetti globali. In Italia l’abbiamo accolto con tutti gli onori ma forse sarebbe stato meglio trattarlo come un criminale quale è. Ecco persone come lui sicuramente hanno agganci con il CIO e hanno tutti gli strumenti per manipolare queste persone. E purtroppo, ripeto, nel CIO non ci sono più le persone pure che riescono a resistere alle manipolazioni. Il valore del potere nel mondo occidentale non si misura più in termini politici e dunque basato sul consenso popolare ma solo sulla base del denaro per questo la nostra società occidentale sta decadendo moralmente. Siamo in grado di generare solo guerra e caos. Riusciamo solo a distruggere e consumare come gli scarafaggi.

Quale può essere la reazione della Russia. Potrebbe non trasmettere le olimpiadi sulla tv di Stato causando un grave danno agli sponsor.

Se lo faranno sarà bene. Io da parte mia, così come altri intellettuali e amici, sono disgustato da questa operazione di russofobia e boicotterò i giochi. Io non le guarderò e non le farò guardare ai miei figli. Quello che otterrà il CIO sarà castrare lo spirito olimpico, perché otterrà il disinteresse da parte di una parte consistente della popolazione.

Secondo te gli atleti russi dovrebbero partecipare?

Ognuno ha la propria etica. La Russia, grazie a Dio, non è più l’Unione sovietica e quindi non impone a nessuno comportamenti contrari alla propria volontà. Io capirò se gli atleti russi parteciperanno alle Olimpiadi. Per gli sportivi si tratta di un evento importantissimo che si ripete pochissime volte nella vita. Parteciperanno nelle squadre di ex Paesi sovietici magari. Ma il problema non sono gli atleti, gli atleti sono come i bambini traditi dai genitori. Gli atleti sperano nel meccanismo onesto di questa grande struttura ma se questa struttura usa la propria influenza a fini geopolitici l’atleta viene tradito. Il CIO ha commesso un grave errore, si è comportato da politico e non deve, è stato creato per gestire lo sport.

Le relazioni diplomatiche tra Italia e Russia hanno radici profonde, anche se le ultime sanzioni li hanno un po’ incrinati. Secondo te l’Italia può in qualche modo offrire un aiuto alla Russia?

Le sanzioni danneggiano più l’Italia che la Russia perché i russi comprano i prodotti italiani tramite terzi, in questo guadagnano molto i Paesi che speculano come i Paesi baltici e i Balcani. Detto ciò in Italia non c’è un Governo indipendente, l’Italia è un Paese politicamente e militarmente occupato da “terroristi” della moneta unica, del pensiero unico e del globalismo. E non c’è nulla di bello se l’Italia partecipa a questi giochi olimpici. Secondo me  tutti i Paesi dovrebbero boicottare i giochi olimpici senza la Russia. Ma non mi aspetto nulla di tutto questo.

La Russia è esclusa dai giochi olimpici ma il prossimo anno organizzerà i mondiali. Non è contraddittorio?

Questa è una grande presa in giro. Io ho paura di quello che potrebbe succedere nel corso dei mondiali russi. In Russia arrivano messaggi di guerriglieri dell’ISIS che minacciano azioni nel corso dei Mondiali. Globalisti e ultraliberisti sono molto scontenti del fatto che la Russia sia riuscita ad aggiudicarsi i Mondiali quindi non escluderei colpi di scena. Consideriamo che gli eventi sportivi sono sempre stati usati da network neoliberisti per realizzare progetti di rivolte, guerre e colpi di Stato. Pensiamo all’occupazione dell’Ossezia del sud da parte della Georgia sostenuta dalla Nato e dagli Usa. È successo durante le Olimpiadi (n.d.r. del 2008 in Cina). Questo network di terroristi geopolitici utilizza gli eventi sportivi per le proprie finalità: cambiare le carte in tavola mentre il popolo è attento ad assistere ad uno spettacolo sportivo.

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