“Non volevo morire vergine”: intervista a Barbara Garlaschelli

“Non volevo morire vergine”: intervista a Barbara Garlaschelli

Quindici anni. Quelli per correre da chi ci aspetta a braccia aperte per stringerci forte, farci sentire il sangue pulsare . Quindici anni per desiderare tutto quello che è dentro l’immaginario chiamato futuro.

Lei a quindici anni è già donna, una sirena. Sensuale nel corpo e nei suoi capelli fluenti.
Un tuffo e la vita cambia posizione, il suo supporto diventa una ‘sedia con le ruote’.
La seguo da diverso tempo, nel suo sguardo languido e nella pelle liscia e luminosa, c’è un mondo. E’ proprio vero che spesso siamo quello che fuoriesce, come nel suo caso.
Bella, straordinariamente bella, nelle schermaglie, nell’attenzione dell’uso delle parole.
Nella mimica a volte tendente al severo, spesso intrigante come poche donne sanno essere.
“Non volevo morire vergine” è il suo ultimo lavoro letterario edito da Piemme, con la prefazione di Daria Bignardi, attualmente nella classifica dei libri più venduti.
Prima di questa nuova proposta editoriale, Barbara Garlaschelli si è già distinta, con pubblicazioni importanti, premi illustri e riconoscimenti.
Tra le righe di annoverati scrittori al maschile e al femminile, al suo confronto, spesso i testi erano paragonabili a musiche già ascoltate.
Barbara ha la capacità di rinnovare il pensiero, di insinuare il dubbio dentro un filo intelligente  chiamato ironia.   Leggendola,  arrivano riflessioni non ancora  sfiorate e si estendono, dilatano.  Lo fa, capovolgendo la retorica statica di chi legato a convinzioni immobili, rinuncia a crescere.

Barbara Garlaschelli, racconta di passione e forza, di desiderio, di vita,  attraverso le proprie emozioni miste, a volte al senso di frustrazione per un rifiuto.
Lei  non ha rinunciato ed ha scelto di cercare l’amore, la sessualità da vivere, la tenerezza e la e gioia. Di bisticciare o litigare, di sorridere e ridere fino alle lacrime, di allontanare il ‘non posso’ in una rincorsa che diventa esempio contagioso in chi si avvicina a lei.
Qualche domanda:

Barbara Garlaschelli, sai di essere una donna speciale, al di là di questo aggettivo fin troppo abusato. Tre aggettivi per definirti?

Entusiasta, tenace, impulsiva.

Ascoltare le tue interviste in Tv negli ultimi giorni, guardare le foto tue e di tuo marito insieme, appassionati e veri, sei cosciente di essere una esplosione di verità rispetto al vivere pienamente e senza riserve?

Di verità mi pare eccessivo. Preferirei dire “vitalità”, questo sì.

L’amore, vince sulle barriere mentali e fisiche. Il “Poli”, come ami chiamare tuo marito, è un uomo fuori dalle barriere. Il tuo suggerimento per educare all’amore gli uomini di domani?

Dovrebbero solo avere un po’ più di curiosità e coraggio che sono la molla, secondo me, che sostengono l’essere umano, lo fanno progredire. Essere chiusi, spaventati dal “diverso”, dall’ ”alterità” non portano a nulla di buono. 

Scrive con la naturalezza che le appartiene, con semplicità e concretezza, sottolineando, senza rendersi conto, tutta la sua femminilità che riporta al titolo dell’ultimo libro.
Da questo, un breve brano, gentilmente concesso:

...”E quindi mesi di lettere e baci e baci e baci e sempre baci. Appassionati, dolci, sensuali, lunghi, brevi, alla fran-cese, alla tibetana e baci e baci baci baci… E io che mi chiedo: «Ma questo, al sodo, quando ci arriva?». Perché per avere a che fare con me sotto un punto di vista, diciamo, biblico, è necessario essere dotati di un po’ di intraprendenza. Bisogna prendermi dalla sedia e adagiarmi sul letto e lì… vabbè, si va di fantasia, non e che si può raccontare proprio tutto tutto (anche se per un certo periodo ho accarezzato l’idea di fornire al partner del momento un libretto d’istruzioni, cosi, tanto per tranquillizzarlo. Gli uomini hanno bisogno di certezze, tipo un libretto d’istruzioni, appunto). Però dopo mesi di baci e baci e baci, la sua ritrosia nell’andare oltre è la conferma che qualcosa in me sia respingente, che il mio corpo lo sia, ormai è fuori discussione. Che sia lui ad avere problemi non mi passa neppure per l’anticamera del cervello.

D’altronde sono io quella su una sedia a rotelle, no? Sono io che non posso muovermi come voglio. Sono io la disabile. Lui non mi vuole ed è colpa mia. Nessuno mi vorrà, questa è la verità. Nessuno vorrà̀mai fare l’amore con me perché sono su una sedia a rotelle, e quindi, per quanto sia doloroso e straziante: dovrò̀ morire vergine! No, no, no, morire va bene, ma vergine no!

Cosi, una sera, complici Franca e Renzo, gioco il tutto e per tutto e lo aspetto, adagiata sul mio letto/poltrona. Indosso una minigonna nera, una camicia che lascia il decolté in mostra, autoreggenti in pizzo, completino intimo super sexy. La gamba destra è stata leggermente piegata ad arte da mia madre che esegue le mie istruzioni senza proferire verbo. E, voilà , la posizione è quella della maja – quasi – desnuda. I miei escono quando Dario arriva, anche se non li incrocia nemmeno perché quando è necessario sanno diventare fantasmi. Entra nella stanza e resta a guardarmi, incantato. «Sei bellissima…» dice. Il mio sangue ribolle, che è un luogo comune ma è anche la realtà perché davvero sento le guance bollenti, le mani bollenti, la pancia bollente… Lui si avvicina, si siede accanto a me e comincia a sfiorarmi il seno con la mano, a stringerlo. La mano scivola sul ventre, sulla coscia e poi comincia a baciarmi, baciarmi, baciarmi. Anch’io lo sfioro, con attenzione, sentendomi strana perché il mio modo di accarezzare è particolare e mi domando se è così che si fa…

Il libretto delle istruzioni lo vorrei io in questo momento. Però, sì, forse sto facendo giusto perché il suo respiro cambia ritmo, accelera, il che mi pare un buon segno. L’atavico istinto della femmina non mi ha abbandonata. Dopo altri minuti di baci baci baci senza che mi abbia ancora sbottonato la camicetta, ho una di quelle illuminazioni che nel corso degli anni mi hanno salvato la vita. Gli blocco la mano con ferma dolcezza, lo guardo fisso negli occhi e chiedo: «Mi aiuti a spogliarmi?»
Ed è qui che lo aspettavo. Lui spalanca i suoi bellissimi occhi verdi, annaspa, si stacca da me, si alza e dice: «Non posso… io non posso… scusa…». Il mio sorriso e i miei occhi si trasformano, lo sento che succede, lo sento proprio mentre diventano quelli di una serial killer. L’illuminazione era giusta: non sono io a essere sbagliata, è lui! Io sarò anche paralizzata nel corpo, ma questo è messo peggio di me. E la cosa meravigliosa è che non mi viene voglia di uccidermi, ma di uccidere lui. Con un’eleganza di cui poi sarò orgogliosa, rispondo: «Non c’è problema». Traggo un lungo, silenzioso respiro e gli chiedo di andarsene, per favore. Lui raccatta le sue cose e se ne va. E mi lascia lì, come un relitto. Perché adesso che l’energia per comportarmi con dignitosa eleganza si è esaurita, è proprio così che mi sento: un relitto. Una cosa abbandonata su un letto in completino intimo e calze autoreggenti. Così, ora che sono sola posso farlo. Posso lasciarmi andare e piangere, piangere, piangere. Perché sì, sono riuscita a dire a me stessa che è lui quello sbagliato e non io, ma in questo momento non è che la cosa mi faccia sentire meglio.”

Il libro ha una narrazione fluida ed intensa, letteratura per l’anima e per il corpo. Innovatore per tematica e terminologie, in una forma diretta e appassionata, ci pone nella condizione di vedere oltre.
Un ringraziamento per questo ultimo lavoro, che lascia grandi opportunità per essere, fuori dai  pregiudizi che ogni tanto, ancora incontriamo.

 

Chi è Barbara Garlaschelli

Laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, ha esordito nella scrittura nel 1993 con l’antologia in floppy disk Storie di bambini, donne e assassini, del 1995 è il suo esordio a stampa, con O ridere o morire, edito da Marcos y Marcos.
Scrittrice versatile, si è cimentata in vari generi: dal noir, alla letteratura per ragazzi (quest’ultima edita da EL, di cui ha diretto la collana “I corti”; con Walt Disney in collaborazione con Nicoletta Vallorani) al teatro. Costretta fin dall’età di 16 anni su una sedia a rotelle a causa della rottura di una vertebra per un tuffo in acque troppo basse, ha descritto con stile asciutto il suo percorso di vita nei dieci mesi successivi, in Sirena, Moby Dick, Faenza 2001. Il libro è considerato un long seller e ha avuto varie ristampe: nel 2004 con Salani, nel 2007 con TEA e nel 2014 con Laurana Editore.
Nel dicembre 2004 ha vinto il Premio Scerbanenco con Sorelle, ex aequo con Trilogia della città di M. di Piero Colaprico.
I suoi romanzi e racconti sono tradotti in francese (editi da Gallimard), in castigliano per il mercato spagnolo (Roca Editorial) e messicano, in portoghese, in olandese e in serbo.
Il suo libro, Non ti voglio vicino (Frassinelli, 2010), è un romanzo psicologico che tocca il tema scottante degli abusi sui minori e ne descrive le devastanti conseguenze; con questo romanzo Barbara Garlaschelli nel 2010 è stata finalista al Premio Strega e ha vinto il premio Libero Bigiaretti, il Premio Università di Camerino (2010); Premio Alessandro Tassoni (2011), e nel 2012 ha vinto la 25ª edizione del Premio Letterario Chianti[1].

Non volevo morire vergine è pubblicato da Piemme ed è in libreria dal 28 marzo
Attualmente tra i Best seller
https://www.ibs.it/non-volevo-morire-vergine-libro-barbara-garlaschelli/e/ HYPERLINK “https://www.ibs.it/non-volevo-morire-vergine-libro-barbara-garlaschelli/e/9788856658163″9788856658163

Alessandro Mario: guest star per Montalbano. L’attore fra i protagonisti dell’episodio ‘Amore’, in onda su Raiuno nel 2018

Alessandro Mario: guest star per Montalbano. L’attore fra i protagonisti dell’episodio ‘Amore’, in onda su Raiuno nel 2018

Lo incontro a fine giornata di riprese, lungo il viale Marina di Ragusa. Allure carismatica, voce calda, gli occhi sono di ghiaccio e le mani ferme: più che un semplice attore sembra un artista rinascimentale. “Sono un settimino di Agrigento, come Luigi Pirandello“, mi dice. E mentre mi racconta di essere nato prematuramente, proprio come lo scrittore premio Nobel della sua città, due signore lo avvicinano per un selfie e stentano a credere che lo rivedranno in tv, stavolta nella famosa fiction de “Il Commissario Montalbano”. Forse si ricordano troppo bene di Marco Della Rocca, l’affascinante eroe romantico e tormentato di CentoVetrine che Alessandro Mario ha interpretato per diversi anni e che gli ha permesso di raggiungere la notorietà e vincere due premi Telegrolla.

«Mi fa molto piacere che la gente mi riconosca, ma non sono mai stato schiavo della popolarità. Sono soprattutto un attore, sono cresciuto col teatro e con la letteratura e mi piace intrigare con la recitazione.

E adesso, abbandonati i panni dell’eroe, ritorna in tv ne “Il Commissario Montalbano” con un personaggio tutto nuovo, ancora avvolto dal mistero ma che, ci dice, “legato alla scomparsa di una bellissima ragazza”. In più, nell’episodio Amore, tratto dal racconto di Andrea Camilleri, comparirà proprio la casa Natale di Luigi Pirandello.

«È la prima volta, dopo anni di lavoro, che finalmente riesco ad interpretare personaggi così legati alla mia terra e ne sono davvero grato, felice… Amo la Sicilia». Una terra a cui è legatissimo, tanto è vero che, nel gennaio 2016, in occasione dei 95 anni dalla nascita di Leonardo Sciascia, ha celebrato lo scrittore ad Agrigento con lo spettacolo “La Sicilia e il suo cuore”, con l’omonima raccolta di poesie e i racconti tratti da “Il mare colore del vino”.

Alessandro Mario è soprattutto un attore di teatro. E’ reduce, infatti, dalla tournée de “La Lupa” di Giovanni Verga, con Lina Sastri, che quest’anno ha fatto il tutto esaurito in giro per l’Italia.

«Una carica che è durata anche dopo l’ultima replica… quando recito a teatro per un po’ di mesi, davanti alla macchina da presa poi mi diverto di più…».

A fine anno andrà anche in onda su Mediaset la serie TV sulla Belle ÉpoqueSacrificio d’Amore” in cui sarà un boss del dopoguerra, molto simile a Salvatore Giuliano. «Qualsiasi personaggio interpreti, sul set porto sempre me stesso. La mia vita è sempre stata così: ricca di ricerca, di arte e di amore».

Con due serie in arrivo, quindi, i fan possono stare tranquilli perché Alessandro Mario è tornato.

Amarsi Male: la telenovela Blues tra Conte e Diego Costa

Amarsi Male: la telenovela Blues tra Conte e Diego Costa

Tu mi hai lasciato con un messaggio, le cose giuste non han bisogno di parole canta Cesare Cremonini in una canzonetta decisamente poco degna del Diego Costa rock ‘n’ roll conosciuto sul campo. L’argomento della settimana in Premier League e non solo resta però questo, il benservito di Antonio Conte all’attaccante brasiliano naturalizzato spagnolo proprio a poche settimane dalla vittoria del titolo inglese.

Nel domani del Chelsea non sembra esserci spazio per l’attaccante che ha guidato i Blues sul tetto della Gran Bretagna, non poi troppo strano se si considera la mai o mal celata discussione con il tecnico italiano nel bel mezzo del mercato invernale. La motivazione? Un’offerta irrinunciabile dalla Chinese Super League, destinazione Tianjin Quanjin con un contratto faraonico. “Solo Diego può scegliere adesso” sono state le parole di alcuni addetti ai lavori durante quelle settimane, settimane nelle quali l’ex bomber dell’Atletico Madrid si allenava a parte per un presunto mal di schiena. Proprio l’idea di un possibile ritorno nella capitale spagnola deve aver convinto Diego Costa a giocarsi ancora le ultime carte in Inghilterra, con un campionato ancora tutto da conquistare e tante reti da segnare, nonostante un ruolino di marcia decisamente inferiore rispetto alla prima metà di stagione a Stamford Bridge.

Nel mezzo alcuni siparietti tra il serio ed il faceto, come gli insulti dopo la mancata sostituzione sul 3-0 contro il Leicester, una torta al cioccolato sgraffignata in sala stampa o la famosa frase “vattene pure in Cina” su cui tabloid e media hanno speculato per mesi. Poi la rete di Michy Batshuayi in trasferta e la gioia: vittoria del titolo e tutto dimenticato per qualche giorno, irruzione in conferenza stampa ed abbracci a destra e a manca.

Tutto avrebbe fatto presagire un amore rinnovato anche in vista della nuova intrigante annata sotto la gestione di Conte e con una qualificazione per la Champions League in tasca, ma dove passa Diego Costa la tempesta è sempre dietro l’angolo. Un messaggio del suo allenatore avrebbe scatenato il putiferio, forse strumentalizzato – a torto o a ragione – dal giocatore insieme con i suoi intermediari per forzare una volontà già espressa qualche mese prima.

“Ciao Diego, spero tu stia bene. Grazie per la stagione che abbiamo passato insieme. In bocca al lupo per il prossimo anno ma non rientri nei miei piani.”

La complicazione è arrivata dalla Spagna, dopo che l’Atletico Madrid si è visto prorogare il divieto di movimenti in entrata fino a Gennaio 2018. Situazione attuale? Il Chelsea è ‘bloccato’ dopo aver trovato da settimane un accordo per il ritorno di Romelu Lukaku, mentre il ‘tradito’ Diego Costa parla ogni giorno aggiungendo benzina sul fuoco e annunciando un imminente addio: “le cose non funzionano in questo modo: lottare per un posto deve essere giusto per restare e lottare, ma così non è giusto e devo andarmenesostiene l’attaccante in un’intervista per AS.

Diego preferirebbe persino uno stop di 6 mesi piuttosto che trovarsi a Cobham dopo la Confederations Cup di quest’estate: “Loro devono decidere, se mi vendono cercherò l’opzione migliore. L’Atletico è fra queste, non mi darebbe fastidio stare fermo per qualche mese, possono mandarmi in prestito da qualche parte in Spagna, Brasile o dove vogliono…io devo giocare”.

Sic stantibus rebus, sarà possibile ricucire la ferita nel cuore di Diego Costa, più sensibile di quanto non sembri osservandolo in lotta con gli avversari, oppure Antonio Conte dovrà prendere un’altra volta il telefono per augurargli un buon viaggio? A dire il vero già una volta è bastata per scatenare una tempesta mediatica, forse in caso di addio basterebbe una lettera. O forse un abbraccio, l’ultimo, ma il più sincero.

Calcio, musica e goliardia. L’isola felice del Centro Storico Lebowski

Calcio, musica e goliardia. L’isola felice del Centro Storico Lebowski

Tra i gruppi di tifosi che resistono all’impeto del calcio business ce ne sono molti che hanno dato vita a nuove realtà autogestite e dedicate attivamente alla promozione del ruolo sociale e aggregativo dello sport. Tra queste una delle storie più particolari e interessanti, anche per i risultati sportivi conseguiti ma sopratutto per l’impegno per la comunità, è quella del Centro Storico Lebowski di Firenze, dal 2010 un gruppo di amici disamorati dalla deriva del calcio tra scandali, scommesse e repressione negli stadi, decide di sostenere in prima linea un piccolo club della periferia fiorentina, l’A.C. Lebowski, dopo averlo seguito per anni da semplici appassionati perchè era una squadra che ”perdeva sempre” e aveva suscitato in loro grande simpatia. Un modo tutto particolare di dissentire dal cambiamento che si consumava negli stadi italiani.

Da allora la società prende il nome di Centro Storico Lebowski, completamente autogestita e autofinanziata grazie agli incassi delle partite, dei piccoli sponsor locali e all’impagabile lavoro dei volontari, riesce a giungere in Prima categoria tra tante difficoltà, in primis le strutture sportive. Il seguito alle partite cresce e le attività del gruppo si ampliano oltre i 90 minuti dei match, lo spirito di comunità è l’aspetto che più caratterizza questa realtà: musica, goliardia e grande impegno per sviluppare il calcio giovanile locale.

Impegno che in molti casi però si è scontrato con l’assenza di supporto da parte delle istituzioni, con i ragazzi delle giovanili che si allenavano nei giardini pubblici, dinamiche molto comuni nel calcio dilettantistico bersaglio spesso di interessi poco chiari e puliti che rendono l’ambiente particolarmente ostile per iniziative genuine. Ma ciò non ha fermato la passione del collettivo.  Finalmente qualche giorno fa la notizia attesa da tempo: ‘il Centro Storico Lebowski ha una casa!’, in procinto di abbandonare lo stadio Biagini – Galluzzo il club, nell’ambito di un nuova partnership con la realtà locale dell’Impruneta Tavarnuzze, giocherà dalla prossima stagione all’impianto “Ascanio Nesi” dando nuove prospettive alla società, che conta oltre 500 associati, e al settore giovanile.

Attenzione e grande lavoro dentro e fuori dal campo, portati avanti con la forza di un’intera comunità, di questi tempi uno sforzo enorme, unito al colore e alla passione della curva. A tal proposito ho fatto loro qualche domanda su ciò che li ha spinti su questa strada, come si sono organizzati e sulle recenti iniziative che li hanno visti coinvolti, dal lancio di un CD musicale per sostenere la scuola calcio Francesco “Bollo” Orlando ai nuovi sviluppi che si aprono per le prossime stagioni dopo la nuova partnership.

Prima di tutto il perchè di questa vostra scelta e lo spirito che ha animato questa voglia di rottura che vi ha portato all’inizio dell’avventura con il CS Lebowski? E come si sta sviluppando il vostro progetto?

Quello che ci ha condotto ad attivarci in prima linea con il CS Lebowski arriva da un percorso di un gruppo di amici che ha radici lontane, si parla addirittura del 2004. Iniziammo da giovanissimi per gioco a seguire come ultras una squadra di Terza Categoria, l’allora AC Lebowski. Nel frattempo eravamo parte delle realtà della Curva Fiesole, vivevamo il ‘calcio maggiore’ e le contraddizioni che emergevano. Due passioni che però camminavano insieme, senza mai far mancare il seguito alla nostra squadra. La Domenica, quando gli orari erano ancora quelli di una volta, l’epoca delle “sette sorelle” della Serie A, allo stadio per la Fiorentina, al Sabato il Lebowski, una passione che è nata e cresciuta parallelamente. Poi il cambiamento del clima negli stadi, i primi effetti delle nuove misure di sicurezza, la tessera del tifoso e tanti altri episodi che stavano colpendo la nostra passione ci hanno spinto un po’ per gioco e un po’ per provocazione ad impegnarci sempre di più nel Lebowski.

Un’esperienza di libertà e di divertimento in quale maniera nata come conseguenza delle trasformazioni che hanno investito il nostro calcio. Il Lebowski ha rappresentato una via per dimostrare e manifestare il nostro disappunto per come le cose si stavano evolvendo negli stadi e nelle curve, abbiamo creato un posto dove ritrovare delle emozioni più genuine e libere, in aperto contrasto a quello che diventava uno spettacolo sempre più ammaestrato. Gestire un club come lo avrebbero fatto gli ultras, a questo ambivamo. Un calcio senza compromessi per costruire un’idea ampia e condivisa di un club fatto per la propria comunità e per la sana passione, la coesione del nostro gruppo ha contato tanto per costruire un ambiente e un’atmosfera coinvolgente, credere fortemente in uno progetto delineato e aperto ha fatto il resto, è lì il segreto.

La vostra realtà punta ad un serio progetto sportivo e la grande attività fatta fuori dal campo vi sta facendo crescere e ricevere sempre maggiori apprezzamenti, come descrivereste il rapporto tra Lebowsky e la comunità? Quali i temi di incontro e confronto?

Con il tempo siamo cresciuti e con il crescere del seguito anche il gruppo si è sempre più aperto mantenendo inalterato lo spirito, i nuovi associati hanno saputo cogliere pienamente il nostro messaggio. Nei primi tempi il ruolo della parte calda della nostra tifoseria era più formalizzato, alcuni posti del consiglio erano riservati ai nostri ultras. Nel tempo però non è più servito, il Lebowski si muove ormai compatto, gli associati sposano e condividono i principi che animano la nostra realtà, gradualmente dal gruppo di amici abbiamo fatto un passo in avanti, ora siamo una comunità.

Settimanalmente ci incontriamo per definire il da farsi, assemblee aperte e eventi per promuovere la massima partecipazione alla vita del club. Almeno un appuntamento d’incontro a settimana e in parallelo c’è anche ‘l’assemblea della curva’ che spesso, come vi dicevo, ormai si fonde con consuetudine con le attività del consiglio. Tutte le decisioni importanti vengo prese in assemblea, sono i soci a decidere quali sono le strade da percorrere 

Uscire dal semplice punto di vista del tifoso facendo il salto verso la gestione di una società sportiva ha sicuramente un impatto, la gestione organizzativa e i conti da tenere sotto controllo. Riesce il club ad ”autogestirsi”?

Il progetto è ampio e la pianificazione dell’attività sportiva stessa è uno dei momenti di maggiore aggregazione che ci consentono di far crescere la partecipazione e le persone attivamente coinvolte. Ora abbiamo una Prima squadra, una selezione Juniores, una squadra femminile di Calcio a 5, una squadra amatoriale di calcio a 11 e cinque selezioni di scuola calcio(classe dal 2006 al 2010) gestite grazie al grande apporto dei volontari che partecipano attivamente in molti aspetti organizzativi, e nello sviluppo e nella pianificazione dell’attività sportiva. Le risorse arrivano sia attraverso le attività di autofinanziamento portate avanti nel corso di tutto l’anno sia con gli sponsor che grazie al seguito importante che abbiamo non ci mancano. Una proporzione di 50 e 50 in modo che le ambizioni e le risorse possano crescere parallelamente alla nostra base di associati. Per noi è importante che proseguano di pari passo, è fondamentale questo perchè si possa lavorare bene e con prospettive.

 Quest’anno abbiamo superato quota 500 aderanti, numeri niente male davvero. Alle partite sempre tanto entusiasmo e seguito, abbiamo numeri superori a molte squadre fino alla serie D compresa.. Per noi non può esistere un progetto sportivo senza un vero programma che metta al centro anche il radicamento territoriale, senza il quale spesso viene meno anche la sostenibilità.

 Gli eventi sul territorio sono l’aspetto cardine sia per l’aggregazione sia per poter sviluppare la società, sono sempre molto partecipati, dibattiti, cene, concerti e attività particolari di finanziamento come il CD che abbiamo lanciato per la scuola calcio, permettono di creare una rete di relazioni che consentono di ampliare il nostro giro, e ci consentono di avere risorse sufficienti a sviluppare serenamente  il progetto sportivo. Calcio e musica è un binomio interessante e consente di creare bei momenti di aggregazione. Con questo mix  riusciamo a dare continuità senza perdere di vista la sostenibilità.

Qualche settimana fa finalmente avete trovato una casa l'”Ascanio Nesi”, il nuovo impianto che ospiterà i vostri match . Si sblocca la vicenda che vi aveva impegnato nell’ultimo anno e si aprono nuove prospettive. Quali saranno le novità dopo la nuova partnership con l’Impruneta Tavarnuzze?

Ci siamo resi conto delle evidenti difficoltà nella ricerca di un nuovo impianto dopo aver concluso la nostra ultima stagione al Galluzzo, ma è una questione che si è portata avanti tutto l’anno, e abbiamo iniziato a cercare nei mesi scorsi un’alternativa per trovare una nuova casa che ospitasse in nostri match.  La nuova partnership trovata con l’Impruneta Tavarnuzze apre nuovi interessanti scenari, la selezione del Lebowski giocherà nell’impianto del nuovo partner, l'”Ascanio Nesi”, e si svilupperà una stretta collaborazione tra i settori giovanili che saranno seguiti dallo staff  dell’Impruneta Tavarnuzze.

 Inoltre sono affiliati all’Atalanta e gli scambi tra metodologie di allenamento non potranno che giovarci, gli staff tecnici di entrambi i club lavoreranno fianco a fianco. Un contesto ideale, anche li, non lontano da dove abbiamo giocato fino a questa stagione, c’è una comunità numerosa e attiva che partecipa all’organizzazione del club. Anche le attività dei nostri volontari che si fonderanno con i loro avranno modo avere maggiore incisività e di dare qualcosa in più ad entrambe le realtà. Sarà una sinergia molto importante per gli aspetti legati alle attività di volontariato, perfettamente linea con la nostra prassi di studiare progetti che abbiano come primo obbiettivo quello di creare una rete locale che sia la base per ogni piano di sviluppo.

Una collaborazione che apre nuovi spazi di sviluppo ai ragazzi del Lebowski e che darà l’occasione per compiere un ulteriore salto in avanti verso la crescita di una comunità che sta mostrando sempre di più il fascino e la grande forza di un calcio aperto, libero e partecipato. Un’isola felice tra musica e goliardia!

 

Savino Martone, la bandiera del Gragnano: “Non facciamo scomparire il calcio”

Savino Martone, la bandiera del Gragnano: “Non facciamo scomparire il calcio”

Un giocatore, come si suol dire, “di categoria”. Una vita nei polverosi campi del dilettantismo nonostante un talento che forse gli avrebbe permesso di giocare a livelli superiori, ma una vita serena e piena, nell’amore della famiglia e nella passione per il calcio. Questo è Savino Martone, storico capitano e bandiera del Gragnano Calcio, centrocampista centrale dalle grandissime doti tecniche che con i leoni gialloblù sta vivendo una seconda giovinezza alla soglia dei 35 anni: “Abbiamo fatto una stagione positiva, raggiungendo un’altra salvezza che per una città come Gragnano è tantissimo soprattutto vedendo come abbiamo cominciato l’anno, perché a novembre avevamo 7-8 punti”.

Passando alle noti dolenti, il titolo del Gragnano è a rischio e la stessa salvezza faticosamente raggiunta sul campo può essere vanificata perché il mai celato sogno del Presidente Carmine Franco è portarsi il titolo al Savoia, acquistato da poco: “Non voglio entrare nelle cose societarie e in ciò che succede con la tifoseria – continua Martone – da gragnanese però voglio dire una cosa: non facciamo scomparire il calcio da Gragnano. Abbiamo sofferto tanto per raggiungere questi obiettivi, per crearci una struttura e sarebbe un peccato vanificare il tutto. Ho sposato la causa della mia città scendendo in Prima Categoria e siamo arrivati fino in Serie D raggiungendo due salvezze consecutive, sarebbe imperdonabile perdere tutto il lavoro fatto. La categoria l’abbiamo raggiunta tra mille difficoltà, addirittura stavamo senza campo il primo anno di D e l’anno della promozione, spero si risolva tutto per il meglio”.

Martone quest’anno ha segnato 6 gol ed è stato sostituito appena 3 volte in 30 partite, contando anche il fatto che ha un lavoro normale è notevole la tenuta atletica: “Il segreto è fare una vita da professionisti. Andare presto a letto la sera e mangiare sano, allenarsi in maniera regolare e fare la persona seria. Il segreto è solo questo e solo questo consiglio ai calciatori più giovani che abbiamo in squadra. Nel calcio ci vuole anche tanta fortuna, io ho giocato con calciatori molto importanti in Campania come Cutolo e Palladino, o lo stesso Fabio Quagliarella che ha fatto anche i mondiali, sicuramente avrei potuto avere una carriera più brillante e non solo il solo a dirlo visto che le qualità tecniche ci sono, ma il segreto per reggere in un campionato tosto come quello della D a 34 anni è comunque solamente fare il professionista”.

A proposito di Palladino, ci hai giocato ai tempi del Benevento, che ne pensi di questa promozione storica in Serie A? “Sono contentissimo. Il Benevento merita questa opportunità e la città accoglierà tutti con affetto. Ci ho giocato due anni e ho ricordi meravigliosi, la città è molto carina, è tranquilla e si vive molto bene. C’è il rischio che scenda subito in B di nuovo ovviamente, come molti stanno dicendo, ma è un rischio relativo, che ci può stare, dato che questo è stato il primo anno di cadetteria in 90 anni di storia e il prossimo sarà il primo di Serie A, ma i parametri per fare bene ci sono tutti, compresa la società che è lungimirante e ben piazzata economicamente”.