Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

In questo momento storico del calcio italiano in cui il mondiale è appeso al filo di uno spareggio, dove i talenti latitano e i social network impazzano, il ranking scende mentre i club si nutrono avidamente dei diritti tv con gli stadi vuoti, è innegabile che qualcosa sia cambiato e stia continuando a cambiare nel mondo del nostro amato pallone. Una svolta fisiologica ed epocale che investe tutti i settori a tutti i livelli, informazione compresa. Jacopo Volpi incarna a pieno titolo, con la sua esperienza trentennale, la continuità aziendale di mamma Rai nel campo dell’informazione giornalistica sportiva dall’analogico all’avvento dei social. L’ex vice direttore di RaiSport ha condiviso negli anni di militanza la passione per la “sua” pallavolo e il calcio partendo dalla gavetta con personalità del calibro Tito Stagno e Paolo Rosi fino ai giorni nostri, con la sua sagacia e competenza frutto di una grande professionalità. L’abbiamo incontrato alla vigilia dello spareggio mondiale per discutere i “massimi sistemi” del malaticcio calcio italiano.

Buongiorno Jacopo, partiamo ovviamente dall’imminente spareggio degli azzurri. Girone sfortunato o c’è dell’altro?

E’ chiaro che dopo il sorteggio sapevamo di arrivare secondi per cui siamo dove dovremmo essere, ma sono le modalità che non mi convincono. Ventura ha cambiato troppo e spesso creando un po’ di confusione che ci levano certezze in vista dello spareggio, anche se abbiamo tutte le carte in regola per partecipare al Mondiale

Dalla sentenza Bosman in poi il calcio e le relativa gestione delle compravendite è innegabilmente cambiato. Un male per la nazionale?

Non partirei da così lontano perché la Bosman ha riguardato tutte le nazioni in egual modo. Oggi siamo ancorati da un lato ai grandi “vecchi” che ovviamente denunciano qualche flessione fisiologica e dall’altro ad una preoccupante mancanza di talenti, abbiamo molti nazionali che fanno fatica a giocare nei club e questo la dice lunga.

Un pensiero doveroso per Aldo Biscardi, giornalista e uomo d’altri tempi quando l’informazione sportiva era ancora legata al tubo catodico.

Beh innegabilmente è stata una grande figura che ha saputo creare un format vincente e in linea coi tempi. Da un lato si ergeva a giudice terzo dall’altro aizzava le parti in causa a continuare la bagarre. Un altro mondo di sicuro, ma il suo merito rimane indiscusso visto chi ha tentato di imitare il Processo non ha mai sfondato in termini di audience.

A proposito di Audience, sei da anni una colonna vivente dell’informazione sportiva targata Rai. Come è cambiato il mondo dell’informazione giornalistica sportiva?

Il mondo dell’informazione in generale è stato travolto dal web e dai social, mezzi efficacissimi e disponibili in tempo reale. Il problema è come si utilizzano e su questo noto degli abusi, molti colleghi sono tentati più da un tweet a effetto che ad approfondire le notizie dalle fonti. E’ un male contemporaneo che a mio avviso andrebbe regolamentato per legge per arginare un uso dilagante e a volte indiscriminato dei social.

Il VAR è un espediente utile per fugare gli atavici dubbi legati al calcio nostrano?

Come tutte le novità tecnologiche va ancora oleata e i frutti li vedremo nel lungo periodo. Qualcosa di sicuro è cambiato, dipenderà sempre dall’uso che ne faranno gli arbitri, ma ad occhio credo che già da queste prime giornate qualche decisione può aver modificato l’esito di alcune gare.

Jacopo Volpi come ha iniziato la sua carriera di giornalista sportivo?

E’ una passione che parte da molto lontano, già in quarto liceo ero attivo ad impaginare il Corriere Laziale. Poi collaborazioni con il Tempo e Tuttosport e poi fu Paolo Rosi a portarmi in Rai nel 1980, quella dei Petrucci dei Ciotti e Alfredo Pigna per intenderci. Dopo vari contratti l’assunzione definitiva nel 1986 ed eccomi qui dopo trent’anni. Devo moltissimo alla carta stampata e al suo approccio sull’approfondimento delle news, un bagaglio importante che ho appreso da grandi maestri.

Gli stadi semivuoti, un altro segnale allarmante per il nostro calcio?

Certo non è un bel volano per il nostro calcio, ma è indubbio che i nostri stadi siano poco moderni e la visibilità non sia ottimale. Ci vorrebbero stadi di proprietà delle società altrimenti non ne usciamo, anche perché le società si nutrono dei diritti della pay tv in percentuale molto alta avallando di fatto questo status quo. Il caso Roma è emblematico, se non ci sarà lo stadio nuovo i rischi al ribasso saranno enormi per la società.

I costi di gestione delle società sono lievitati da un lato, e dall’altro le gestioni allegre degli anni passati si sono nettamente ridimensionate. I tempi dei Sensi, Cragnotti, Tanzi e Moratti sono acqua passata e i bilanci sono più sani, è questa l’unica via possibile?

E’ chiaro che i costi di gestione di una società calcistica sono abnormi, basti pensare al ruolo dirompente dei procuratori nel rialzo delle trattative, ma una gestione oculata dei bilanci è imprescindibile nel calcio moderno. Sensi per esempio ha speso fuori controllo per regalare un sogno rimettendoci di tasca propria, oggi questo modello è improponibile.

Per chiudere. Abbiamo discusso dei vari mali del nostro calcio. Qualche antidoto?

Partiamo dalle cose fattibili a breve: innanzitutto dovremmo tornare a un campionato a diciotto squadre, venti sono troppe e il livello è medio-basso, più tempo per la nazionale, e ripartire dai vivai senza i quali la macchina calcio non ripartirà. L’under 21 ha dato segni di vitalità, ma non basta per fare sistema.  

Il Regno delle figurine e il suo Re: il più grande collezionista al mondo e il suo tesoro senza tempo

Il Regno delle figurine e il suo Re: il più grande collezionista al mondo e il suo tesoro senza tempo

“Ce l’ho”, “mi manca”, “ce l’ho”, “mi manca”… quante volte abbiamo pronunciato questo ritornello? Tutti noi abbiamo collezionato almeno una volta le figurine dei calciatori. Quanti ricordi, quante emozioni. Il profumo della colla che si sprigionava all’apertura del pacchetto rimane come un segno indelebile della nostra infanzia. Non lo si dimentica più, come il sugo domenicale della nonna. Indimenticabili sono anche quelle lunghe trattative che caratterizzavano gli scambi. E poi i giochi con le “figu” con l’obiettivo di accaparrarsi quelle degli amici o dei compagni di classe. Si poteva vincere girando di scatto la figurina e sperare di avere quella con il numero più alto, oppure ribaltando quelle dell’avversario con una botta “secca”, o soffiando, sul tavolo. Ci si divertiva anche quando, dopo averle fatte scivolare da un muro, si discuteva quale fosse atterrata più vicino al muro stesso. La fantasia non aveva limite ai giochi che si facevano con le figurine. Altro che PlayStation. Si aspettava un pacchetto di figurine come si aspettava il Natale. E spesso era una sorta di premio che i genitori ci davano per esserci comportati “bene”. Infine quella sensazione di soddisfazione nell’attaccare la figurina che permetteva di completare l’album. Una soddisfazione mista a malinconia, perché completare un album significava terminare l’emozione, in attesa della stagione successiva: “E la cosa stupenda è che questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione…E che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante se ci pensi…“(Cit. Nick Hornby, Febbre a 90°). Questa passione, man mano che si cresce, conosce il tramonto. In altri casi è invece l’alba di qualcosa di più importante. Così è stato per Gianni Bellini: il Re delle figurine. Un Re con tanto di investitura da parte del “Times”: “Gianni Bellini is a grand-father with the passion of a schoolboy. The Italian print worker is considered the world’s greatest collector of Panini footballer stickers” (Cit. The Times, 10 giugno 2014).

“Ho 54 anni, sposato da 34, una figlia di 33 e un nipotino che comincia ad affacciarsi al mondo delle figurine dei calciatori”, ci confida Gianni, “Ho iniziato a comprargliele e devo confessare che qualche volta il pacchetto lo apro io… sai quell’odore…Io gli ho spiegato che il pacchetto si apre, si “annusa” e poi i doppioni si devono scambiare con gli altri. Queste sono le regole del gioco e cerco di tramandargliele. Lavoro da quasi quarant’anni in una tipografia e abito a San Felice sul Panaro, provincia di Modena. Un paese che negli ultimi anni è salito tristemente agli onori della cronaca per via del tremendo terremoto del maggio 2012 che qui fece tre vittime. Io e la mia famiglia siamo stati più fortunati perché nulla di grave è successo alla nostra casa. Ho riscoperto però in quel periodo il valore della solidarietà”. Qui la voce si fa seriosa: “In quei giorni ho ricevuto tanti messaggi, tante telefonate: da alcuni esponenti della FIGC, dalla Panini, dai tanti collezionisti in ogni parte del mondo. Tutti, oltre a manifestare la loro solidarietà appunto e dichiarandosi dispiaciuti per quanto successo, si sono interessati a me e alla mia famiglia. In tanti ci hanno messo a disposizione le loro case. È proprio vero che ci si ritrova nei brutti momenti, nei momenti di difficoltà”. Gianni fa una piccola pausa, poi riprende, “Ho tifato Milan sino all’avvento delle Pay-Tv, poi il calcio moderno non mi ha più trasmesso ciò che mi trasmetteva prima, troppo business. Ho seguito il Modena anche in trasferta nel periodo che dalla C è salito in A nel 2002. Seguo molto anche la Nazionale e quando riesco vado a vederla. In generale ora seguo le squadre della nostra zona, meno blasonate ma forse un calcio più vero, più vicino a quello che io amo.

Ma come si diventa il più grande collezionista al mondo in questo ambito? ”Negli anni ’70 la Panini per promozione regalava gli album. Ovviamente ne arrivò uno anche nella nostra casa e lo prese mio fratello che è un po’ più grande di me. Ricordo, come fosse ora, la prima figurina che io vidi, la prima che io toccai: il mitico Sergio Carantini del Lanerossi Vicenza, bandiera del calcio biancorosso degli anni sessanta e inizi settanta, scomparso nel 2015. Era l’album del 71/72. Da lì ho iniziato la mia avventura con gli album. Ricordo poi che, diversamente da oggi, non esistevano gli aggiornamenti per il calcio mercato. Allora io prendevo un doppione di un giocatore trasferito, ritagliavo il viso e il nome e lo attaccavo su un giocatore doppione della nuova squadra. Erano di fatto gli aggiornamenti, un po’ arrangiati ma efficaci. Ho un aneddoto da raccontare circa l’album del 72/73, un album a cui, proprio per questo aneddoto, sono particolarmente legato. Mi mancava solo una figurina per completarlo, Ivano Bordon, mitico portiere dell’Inter. Avevo 495 doppioni e il compagno di classe che lo aveva doppio ne voleva cinquecento in cambio. Comprai un pacchetto per raggiungere il numero necessario. Lo apro…chi ti trovo dentro? Ivano Bordon. Ero talmente felice che regalai comunque tutti i miei doppioni a quel compagno di classe. Ora ho circa 4.000 album di cui circa 2.500 solo Panini, gli altri 1.500 circa sono edizioni diverse come Vanderhout, Navarrete, Bergmann Verlag, Topps, F.K.S., AGE Educatif, Salo, Epoch, Ediciones Este e Mabilgrafica, solo per citarne i maggiori”.

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“Sino al 1984 sono stato un collezionista abbastanza tranquillo. Poi è scattata una molla evidentemente, qualcosa. Ho cominciato ad inserire degli annunci su riviste e giornali, anche esteri. Li la svolta…cominciai a ricevere lettere a non finire, oltre 500 a settimana con il postino che mi diceva che se le volevo dovevo recarmi in posta, lui non le avrebbe più consegnate. In alcuni casi l’ho rincorso per farmi consegnare la corrispondenza, c’era il “frutto” degli scambi e degli acquisti, ma anche le richieste di informazione da parte di altri collezionisti. Ho contatti con la Panini qui a Modena, li conosco perfettamente, ci scambiamo opinioni, collaboriamo. È davvero una fortuna averli così vicino a me. Io ho una rete di oltre 250 corrispondenti in tutto il mondo. Solo in Brasile ne ho 15, perché ogni regione fa il suo Album: quello del Campionato Paulista, quello Carioca, quello Pernambucano e così via. Poi ci sono quelli dei diversi club come il Corinthians, del Palmeiras, dell’Internacional per citarne qualcuno. Solo per ricordare ai miei corrispondenti di prendermi l’album nuovo invio 4 mail l’anno ad ognuno. Solo queste mail, per tutti i 250 corrispondenti, sono mille. Poi rispondono, mi chiedono. Io rispondo di nuovo. In un anno invio oltre 5.000 mail. Dedico a questa attività oltre 3 ore al giorno di media. Ma sono indietro con oltre 150.000 figurine da attaccare. Solo per recuperare tutti gli album nuovi e relative figurine servono tra i 3.000 e i 4.000 euro l’anno. Ma questa è la mia passione”. Gianni è un fiume in piena tanta è la passione e l’entusiasmo. I numeri che ci racconta sono impressionanti, numeri da capogiro: 5.000 album, 250 corrispondenti in oltre 60 paesi, 150.000 figurine ancora da attaccare e ogni giorno ne arrivano di nuove. Oltre tre ore al giorno di lavoro a cui va sommato anche l’impegno economico. Ma dove tiene tutta questa quantità di album e figurine… “Vi ricordate il film “Fantozzi contro tutti” in cui la moglie aveva riempito la casa di pane perché innamorata del panettiere? Beh casa mia è un po’ così, invece delle posate nel cassetto trovi le figurine” ci racconta in maniera scherzosa Gianni, “A parte gli scherzi ho una stanza solo per me e le mie collezioni: il mio Regno. Poi da quando mia figlia si è sposata la sua stanza è diventata la stanza degli ospiti…e gli ospiti sono le mie figurine. In garage poi ho una specie di “Caveau” dove tengo le cose meno importanti. Li ci sono interi scatoloni con la corrispondenza, intendo proprio le lettere ricevute, scambiate nel corso di questi tanti anni da collezionista. Devo dirlo, devo essere sincero: la mia vera fortuna è di avere accanto mia moglie Giovanna. Una moglie che ha capito la mia passione e non mi ha mai creato un problema. Quando mi arriva qualcosa di nuovo, di speciale, io sono felice, ma lei fa finta di nulla sembra distaccata, non interessata. Poi il giorno dopo mi chiede “Cosa ti è arrivato? Chi te lo ha mandato? Come lo hai contattato?”. Ecco lei è il mio grande punto di appoggio e per questo io la ringrazio. Da qualche anno poi faccio le mostre e lei viene con me. Mentre io mi soffermo con gli organizzatori dal punto di vista tecnico, decidiamo cosa far vedere e cosa mettere in evidenza, lei ormai segue la parte organizzativa: fa le foto dei locali, partecipa all’organizzazione della sala e alla disposizione del materiale. Insomma è una collaboratrice davvero importante per me. Una volta, come tutte le coppie del mondo, ci fu una discussione. Lei andò nella mia stanza, prese un album e me lo strappò davanti gli occhi, volendo colpirmi nel mio punto più debole. Dopo dieci giorni gli ripresentai l’album nuovo, lo recuperai in tempo record. Mi guardò e mi disse “Neanche il gusto di farti un dispetto”, e ci mettemmo a ridere. Non ricordo nemmeno perché litigammo”. Ma noi uomini non lo capiamo di solito.

“Un giorno mi contattò il figlio di un noto industriale, non faccio nomi chiaramente. Mi chiese di poter vedere la collezione. Prendemmo appuntamento e venne a casa mia. Trascorremmo insieme un paio d’ore e si mostrò molto interessato. Ci prendemmo poi un caffè seduti intorno ad un grande tavolo che ho in cucina. C’era anche mia moglie. Parlando, parlando mi disse che era interessato a rilevare tutto, tutta la mia collezione. Prese il blocchetto degli assegni e mi disse “Metta lei la cifra”. C’ho pensato una frazione di secondo, ma mia moglie inaspettatamente mi faceva segno di no con il capo. Declinai l’offerta. Non rividi più quella persona, sono passati oltre dieci anni.

“Ho album che provengono da tutto il mondo e le particolarità sono tantissime. In Australia per esempio ho dei corrispondenti ma recentemente, per recuperare alcuni album, mi sono rivolto a Federico Piovaccari che nel 2015 si trasferì ai Western Sydney Wanderers. Dal Giappone ho tutti gli album a partire dal 1985, sono di una qualità superiore a partire dalla consistenza della carta sino alle statistiche presenti sugli album”…certo una sofisticazione da intenditori. “Sono molto legato all’album di Mexico 70’, è stato il primo album internazionale della Panini. Anche quello del campionato belga del 1972/73 è un album strepitoso per l’epoca. Talmente mi piace che ne ho diverse copie. E poi tanti, tanti altri provenienti da tutto il mondo. “.

C’è anche un grande lavoro di manutenzione:Ogni stagione sposto tutti gli album per arearli e spolverarli. Cambio loro posizione, quelli sotto li sposto sopra e viceversa. Un lavoro di circa 10 giorni, anche perché poi rivedendoli riaffiorano alcuni ricordi e allora comincio a sfogliarli. Un po’ come si fa quando si sistemano le scatole con le foto di famiglia: sai quando inizi e mai quando finisci. Per me è la stessa cosa.”

“Nel corso degli anni sono cambiato come collezionista, come sono cambiato come uomo ovviamente. All’inizio ero puro entusiasmo: rincorrevo il postino per sapere se erano arrivate lettere, buste, pacchi. Facevo 300/400 km in macchina per andarmi a prendere un album, una figurina, non badando nemmeno troppo alle condizioni di conservazione. Ora sono indubbiamente più professionale, ho un “nome” e le persone mi conoscono e sanno come voglio i “pezzi”.”

Anche le cifre che girano intorno le figurine sono cifre di tutto rispetto “Un album di Mexico ’70 in buone condizioni può arrivare intorno i 3.500/4.000 euro. Una singola figurina anche un centinaio d’euro. I primi scudetti del 62/63 possono valere intorno i 150 euro l’uno. Poi ci sono le rarità, come per esempio nel 2003 la Panini preparò l’album del campionato inglese pensando di aver vinto i diritti per poterlo stampare. Poi l’asta non andò effettivamente secondo i loro desideri e gli album erano però già stampati. Distrussero tutto ma qualche copia si trova e vale intorno i 2.500 euro, pur essendo un album recente”.

Gianni ci racconta anche alcune curiosità:Ci sono alcuni evidenti errori nelle collezioni dei calciatori. Ne cito due a titolo di esempio. C’è una figurina di Ernesto Castano, giocatore della Juventus, nell’album 69/70. La stessa foto è stata utilizzata per la figurina dell’album 70/71 con la differenza che il giocatore si trasferì nel Lanerossi Vicenza. Quest’ultima figurina è stata stampata al contrario con una maglia del Vicenza. Oppure è divertente come nell’album dei Mondiali del ’78 in Argentina viene utilizzata una foto per Archie Gemmill, giocatore scozzese, e la stessa foto è stata utilizzata per Italia ’90, ben dodici anni dopo. Tutti sanno che la figurina di Pizzaballa è un icona delle figurine “rare”, ma pochi sanno che la prima figurina della Panini fu Bruno Bolchi dell’Inter. Curioso è anche l’album dei Mondiali 2006 che nella versione Israeliana si sfoglia al contrario. Tra le curiosità segnaliamo anche la partecipazione di Gianni ad un film, “Mi manca Riva. Viaggio di un collezionista di figurine”, nel 2012 regia di G. Gagliardi.

 

La figurina, specchio della società: così sono i calciatori e così è il mondo, o viceversa? Le Panini ci fanno compagnia dalla Dolce Vita anni ’60, una società speranzosa post bellica, sino ai nostri giorni, dove la speranza sembra terminata. Ma qual è il futuro delle figurine in un epoca dove ci sono album virtuali? “I numeri dicono che il futuro della figurina è roseo”, aggiunge il nostro “Re”, “le statistiche indicano che il trend è in forte ascesa, continuamente. Il mio sogno? Mi piacerebbe creare un Museo. Non è detto che il mio sogno non si realizzi, ci sto lavorando”.

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Davide Leonardi, Fondatore degli Insuperabili: “Un Privilegio insegnare Calcio ai diversamente abili”

Davide Leonardi, Fondatore degli Insuperabili: “Un Privilegio insegnare Calcio ai diversamente abili”

Un progetto che sembrava impossibile è diventato realtà: quello di poter insegnare, in maniera praticamente professionistica, il gioco del calcio a ragazzi disabili. Detto così sembra facile ma il lavoro che ha dovuto fare Davide Leonardi insieme al suo team per poter dare vita al progetto degli Insuperabili, è stato lungo e faticoso e delle volte ha dovuto superare anche l’indifferenza e i pregiudizi di tante persone che agli albori del progetto, lo etichettarono frettolosamente come “ghettizzante”. In cinque anni, in collaborazione con le Reset Academy e grazie a tanti testimonial tra tutti Giorgio Chiellini, una semplice idea è arrivata a coinvolgere più di 400 ragazzi dislocati in ben 13 scuole calcio in tutta Italia. Per parlare di questo e molto altro abbiamo intervistato Davide Leonardi fondatore e presidente degli Insuperabili.

 Che cosa  o chi sono gli insuperabili?

Gli Insuperabili sono degli atleti diversamente abili, ma a tutti gli effetti degli atleti che giocano a calcio. Abbiamo iniziato cinque anni fa a Torino, con l’obiettivo di poter permettere a tutti questi ragazzi di poter giocare a calcio in maniera corretta. Volevamo dare una struttura ed una organizzazione che insegnasse veramente a giocare a calcio e non solo dare un pallone ed un campo per far dare quattro calci. Ora abbiamo più di 400 ragazzi che giocano e si allenano in 13 scuole calcio in tutta Italia.

Da dove nasce questa idea?

L’idea è nata veramente per caso. All’epoca stavamo sviluppando, con Attila Malfatti (direttore di tutti gli Insuperabili ed ora anche collaboratore di Massimo Carrera allo Spartak Mosca) un metodo di allenamento per ragazzi. La cognata di Attila è una ragazza affetta dalla sindrome di Down tifosissima del Milan e grande appassionata di calcio. Tutte le volte che ci ritrovavamo in campo per lavorare sui nuovi metodi di allenamento lei veniva sempre. Dopo tante volte ci siamo detti, perché non trovare una squadra per farla giocare? Ci siamo messi alla ricerca ma non trovammo veramente nulla, neanche su internet. Trovammo solo un modello inglese “Football for Disable” che abbiamo studiato per circa sei mesi prima di decidere di volerlo importare in Italia e cercando di adattarlo alla nostra realtà. Ora abbiamo delle equipe di lavoro multidisciplinari, dai tecnici di “campo” , agli psicologi, ai fisioterapisti e anche logopedisti. Non nascondo che i primi mesi sono stati difficili perché avevamo difficoltà proprio a recuperare i ragazzi. C’era molta reticenza verso questo progetto e molti ci rimproveravano addirittura di voler ghettizzare i ragazzi con disabilità. Noi invece abbiamo sempre risposto portando ad esempio le paralimpiadi che danno la possibilità ad atleti con diverse abilità di potersi confrontare tra loro. E’ come se io, che non ho mai giocato ad alti livelli, mi trovassi a giocare con giocatori di Serie A. Dopo un po’ non vedrei mai il pallone e soprattutto non mi sarei divertito. Noi invece vogliamo che i ragazzi diversamente abili possano migliorare e divertirsi in contesto a loro idoneo e soprattutto poter tirare fuori il massimo dalle loro possibilità e capacità. Il nostro grande merito è quello di non esserci mai abbattuti e di aver continuato con la nostra strada sapendo che alla fine sarebbero arrivati i risultati.

 Il motto degli Insuperabili è “Ammetto la sconfitta e le mie diverse abilità, non me ne vergogno. Mi vergognerei solo di non provarci”. Puoi spiegarcelo?

Questo motto ci accompagna da quando siamo nati e lo abbiamo inserito anche sulle nostre maglie. Al di là della disabilità, questa è la nostra filosofia. Tutte le persone hanno delle qualità e dei difetti. Noi vogliamo focalizzarci su quello che ci viene meglio e provare sempre a farlo al 100%. Dobbiamo sempre provarci. Se diamo sempre tutto allora possiamo non dirci sconfitti

 Cinque anni fa siete partiti con 4 ragazzi da Torino. Oggi potete contare su più di 400 ragazzi su praticamente tutto il territorio italiano. Quanto ti rende orgoglioso questa crescita?

Assolutamente sì. Una delle grosse componenti è stato da un lato di aver fatto una cosa bella, ma anche di aver fatto una cosa che funziona. Delle volte ci si potrebbe lasciar andare dicendoci da soli che siamo bravi perché lavoriamo nel sociale. Il nostro orgoglio non è solo quello di lavorare con ragazzi disabili ma riuscire a vedere, ad esempio, un bambino con una disabilità motoria che, anche allenandosi con noi e non solo, riesce a fare 50 metri quando un anno fa ne faceva appena 5. Tutto questo davvero ci rende felici ed orgogliosi. E’ un lavoro bellissimo perché giochiamo a calcio e riusciamo a conoscere storie e persone incredibili.

 Il progetto viene portato avanti assieme alla Reset Academy che già a livello giovanile ha introdotto metodi di allenamento innovativi con ottimi risultati. Puoi descriverci in cosa consistono?

Possiamo parlare di un allenamento adattato, perché chiaramente lavoriamo con diverse disabilità e quindi ogni disabilità deve essere tratta in maniera differente. Di base però l’insegnamento e la filosofia sono sempre le stesse. L’insegnamento rimane sempre quello del calcio sia dai primi calci fino a ragazzi più grandi. Le uniche differenze sono negli obiettivi che sono diversi. Lavoriamo in team perché con i ragazzi che hanno una disabilità mentale è fondamentale riuscire ad entrare in empatia per riuscire a trasmettere determinati concetti. Il nostro lavoro si svolge molto fuori dal campo sia a livello di programmazione ma anche a livello di monitoraggio posteriore. Tutti gli allenamenti sono videoregistrati e ad ogni fine allenamento tutto il team monitora l’andamento dell’attività. Tutto questo confronto di dati a fine percorso ci permette di monitorare la crescita e le varie difficoltà.

 Molte volte quando si parla di ragazzi con disabilità si fa l’errore di essere superficiali ed accontentarsi di qualsiasi risultato raggiungano. Voi invece volete che questi ragazzi raggiungano il massimo delle loro capacità.

Noi dobbiamo individuare degli obiettivi realizzabili. Se ogn’uno di noi può arrivare ad un determinato livello ha l’obbligo morale di arrivarci, perché allora potremmo dire di aver dato provato. Anche noi istruttori abbiamo l’obbligo di far raggiungere ai ragazzi il loro massimo. Proprio questo ci ha fatto scattare la molla per far iniziare tutto questo progetto. Purtroppo in Italia delle volte si associa il disabile al pietismo. Questo è l’errore più grande che si possa fare. Io posso dire che sono un privilegiato ed un fortunato perché ho potuto conoscere tanti ragazzi straordinari.

 In questo progetto hanno un ruolo fondamentale le famiglie che vengono costantemente coinvolte in tutti i diversi momenti di crescita e di difficoltà. Inoltre avete dato la possibilità a diversi ragazzi di poter lavorare nel vostro negozio a Torino, questo a conferma di come Gli Insuperabili non riguardano solo il campo ma lo sviluppo dei ragazzi a 360°.

Il lavoro con le famiglie è una vera e propria esigenza per noi. Quando parliamo di una ragazzo disabile bisogna pensare a 360° a tutto ciò che ruota intorno a lui. Abbiamo un team di psicologi che può sostenere la rete famigliare per spiegargli il lavoro che facciamo e quello che proviamo ad insegnare ai ragazzi. Il negozio è nato fondamentalmente da due fattori: la prima era quella di riuscire ad inserire i ragazzi in un contesto lavorativo dato che dopo i primi anni ci eravamo accorti dell’enorme funzionalità che i ragazzi stessi potevano avere in un contesto lavorativo. In più ci dava l’occasione di iniziare a sviluppare un nostro brand per reperire fondi dato che le nostre scuole calcio sono completamente gratuite.

 Come ci si può iscrivere agli Insuperabili Reset Academy?

Basta visitare il nostro sito internet (www.insuperabili.eu) e li si possono trovare l’Academy più vicina alle proprie esigenze. Diamo la possibilità a tutti di poter allenarsi con noi. Svolgiamo 2-3 prove solo in funzione dei ragazzi per capire se hanno voglia di giocare noi. Delle volte capitano dei bambini che inizialmente non sono molto convinti, in quel caso con la famiglia insistiamo un po’ perché siamo convinti che dopo qualche allenamento si divertano e decidano di far parte della nostra scuola calcio. I primi allenamenti ci servono sempre individuare la categoria più idonea alla funzionalità del ragazzo e poi una volta che ha iniziato ad allenarsi con noi capiamo quali obiettivi possiamo prefissarci

Alessandro Lancellotti: quando il Calcio è Musica per le nostre orecchie

Alessandro Lancellotti: quando il Calcio è Musica per le nostre orecchie

“Diciotto canzoni per diciotto squadre di calcio sono state presentate questa sera al teatro “Ariston”, affollato di tifosi, dirigenti sportivi e calciatori, da alcuni dei più noti cantanti italiani, con l’accompagnamento dell’orchestra De Martino. Era la finale del concorso “Una canzone per la vostra squadra”; lanciato dall’organizzatore degli ultimi festival sanremesi, Gianni Ravera, fra tutti gli sportivi italiani”. Così recita “La Stampa” del 24 marzo 1964, a pochi giorni dalla conclusione del più noto Festival della Canzone Italiana tenutosi, ovviamente, sempre a Sanremo. Pubblico quindi delle grandi occasioni per la rassegna canora della canzone sportiva, un pubblico appassionato come appassionato è Alessandro Lancellotti collezionista di questo tipo di vinili riguardanti gli “Inni” delle squadre di calcio.

Alessandro è di Vicenza ha trentacinque anni per 199 cm di altezza. Laureato in Scienze Storiche a Padova ora segue Demo Etno Antropologia a Venezia. Nel frattempo gestisce un Bed & Breakfast e collabora con “Radio Vicenza” dove cura una rubrica sulla storia del calcio e presenta gli avversari di turno del Lanerossi rifacendosi ai precedenti storici. Se tutto ciò non bastasse, è anche un grandissimo conoscitore della storia militare. Alessandro, da ragazzo, ha giocato “tra i pali” e questa passione per il calcio l’ha portato a studiare le sue storie, anche quelle più particolari e sconosciute ai più. Potremmo ascoltarlo per ore su tantissimi argomenti ma decidiamo di farci raccontare “solo” la sua passione per i vinili relativi alle squadre di calcio. Senza dimenticare che possiede anche oltre 1.000 libri con i quali ha ricostruito la storia delle sponsorizzazioni e dei fornitori sportivi nel mondo del calcio dal 1962 a oggi. Insomma siamo di fronte ad una “Enciclopedia del Calcio”.

Come nasce la passione per i vinili?Quando ero ragazzino utilizzavo il giradischi di mia nonna, un vecchio modello della Grundig. Ci ascoltavo i dischi di Goldrake e Jeeg Robot, ma anche Simon And Garfunkel e la famosa The Sound Of Silence, colonna sonora del Laureato. Sono sempre stato un appassionato della musica e del calcio, inevitabile quindi che i vinili relativi alle società calcistiche finissero per attirare la mia attenzione”. Alessandro è un fiume in piena quando racconta le sue passioni, la storia e la musica…e il suo Lanerossi Vicenza: “Nel 1964 ci fu un concorso, a Sanremo, dedicato alle canzoni per le squadre di calcio e a cantare quella dedicata al Vicenza, dal titolo Forza, Forza Lanerossi, fu il Quartetto Radar. Era un quartetto vocale con uno stile molto simile a quello del più famoso e conosciuto Quartetto Cetra. Al quartetto sul palco dell’Ariston si aggiunse una voce femminile vicentina: Flo Sandon’s, pseudonimo di Mammola Sandòn. La cantante ebbe una grandissima carriera, nota soprattutto per aver cantato per la prima volta nel 1952 “Non dimenticar” doppiando il canto di Silvana Mangano nel film “Anna” di Alberto Lattuada, dove recitarono anche Raf Vallone e Vittorio Gassman. Il disco superò il milione di copie vendute, un successo enorme. Flo Sandon’s vinse anche il festival di Sanremo nel 1953. A lei e al marito va anche il merito di aver scoperto Mina. Fu proprio Mammola Sandòn, tifosa del Lanerossi dell’epoca a convincere il Quartetto ad interpretare una canzone metà in dialetto e metà in italiano. Altro disco storico è quello relativo all’ulteriore inno del Vicenza, tra i più vecchi in assoluto risale infatti alla fine degli anni ’50, l’Inno Biancorosso cantato da Franco Barbieri con il complesso i Calabroni, molto bello…Noi siamo biancorossi tifosi del Vicenza, amiam’ la nostra squadra che ci darà speranza, se anche qualche volta fortuna non avrà, sempre nel nostro Cuore la squadra rimarrà”.

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“In collezione ora ho oltre 600 vinili, italiani ed esteri, tutti catalogati. Li tengo nella libreria, tra i libri” … storia e musica viaggiano di pari passo. “Oltre agli inni si possono trovare una serie di vinili che sono dei veri e propri documentari, per opera di mostri sacri come Ezio Luzzi e Sandro Ciotti. In queste raccolte, in formato 33 giri, si racconta la storia delle società di calcio e sono accompagnati da un vero e proprio libro denso di fotografie e dati statistici”. Opere d’arte aggiungiamo noi.

(Per gentile concessione di Fabrizio Schimdt)

.“Per recuperare i vinili scandaglio tutti i mercatini della zona e non solo, oltre a Ebay ovviamente. Ce ne sono alcuni molto difficili da trovare, in generale i più rari sono quelli delle squadre minori, prodotti con una tiratura più limitata. In particolare, secondo me, quelli del Latina, del Campobasso, ma anche quello del Casale sono davvero più unici che rari. Poi ci sono quelli che ancora non ho trovato, che sto cercando. Un aneddoto: sapevo dell’esistenza di due vinili uno della Roma e uno della Lazio, voci di Robertino e Aura D’Angelo. Ho contattato la casa discografica, la Carosello Records, per avere almeno delle foto di quei dischi. Sono stati gentilissimi e in un paio di giorni ho ricevuto le scannerizzazioni. Ora almeno so cosa devo cercare”.

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E i prezzi?Non ho mai speso cifre folli, pur confessando che alcuni li ho pagati 100 euro. Sono davvero pochi quelli così rari che raggiungono queste cifre e comunque non sono mai andato oltre”.

Davvero una bellissima esperienza aver vissuto questi momenti con Alessandro. Ci ha portato indietro nel tempo parlandoci dall’alto della sua grandissima conoscenza, e dei suoi 199 cm, anche delle sigle di programmi come la Domenica Sportiva: Pop Corn dei La Strana Società colonna sonora della stagione 1972-73 o Winning the West dei Buddy Rich Big Band colonna sonora dal 1973 al 1976, passando per Taste of Honey di Herb Alpert & The Tijuana Brass utilizzato per la sigla della trasmissione Tutto il Calcio Minuto per Minuto per poi arrivare a Pancho di Jack Trombey sigla di 90° Minuto. Motivi che tutti conosciamo, che abbiamo fischiettato, ma di cui spesso non sappiamo nulla di più.

Proprio questa estate France Football ha stilato una classifica degli inni più belli delle squadre di calcio. In prima posizione “You’ll never walk alone”, Liverpool. Al secondo posto c’è “Roma Roma Roma”, il famosissimo inno della compagine giallorossa di Antonello Venditti. E all’ottavo posto una sorpresa: l’inno della Cavese, “Dale Cavese”. Chiediamo ad Alessandro: quali sono i tuoi inni preferiti oltre a quelli del Vicenza? “Sicuramente l’inno del Voghera in ambito nazionale, mentre all’estero direi Cardiff City Superstar”. Parola di Alessandro Lancellotti. Dove ascoltarli? Sulla sua pagina Facebook: Music e Football Records.

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Dal recupero di un campo alla voglia di socialità e aggregazione, l’importanza del Calcio Popolare dell’ASD Villa Gordiani

Dal recupero di un campo alla voglia di socialità e aggregazione, l’importanza del Calcio Popolare dell’ASD Villa Gordiani

Voglia di socialità e aggregazione, impegno civico e ribellione al calcio dei miliardi, forme diverse con cui quartieri e cittadine rispondono all’esigenza di ritrovare lo spirito di comunità nel proprio club di calcio dando vita a società sportive autogestite e partecipate.

In questo solco sono molteplici le piccole realtà che in questi anni hanno preso sempre più piede nel calcio dilettantistico italiano, su questo spazio in passato si è parlato di Atletico San Lorenzo, Ideale Bari, del Centro Storico Lebowsky, Cava United o dell’US Fasano ma sono molti altri i contesti dove sono emerse realtà che a loro modo hanno dato una risposta a questa esigenza di un calcio diverso, non mezzo per profitto ma strumento di partecipazione e aggregazione.

Piccole isole dove respirare un’aria diversa dove da questa estate si è aggiunta una nuova realtà di calcio popolare nel quartiere romano Prenestino, l’ASD Villa Gordiani. Un percorso che parte qualche anno fa, come ci raccontano i promotori del progetto nell’intervista, con la mobilitazione dei ragazzi della comunità locale per il recupero del Campo di Villa Gordiani per la sua restituzione al pubblico, fino al passo successivo della creazione di una realtà sportiva votata alla promozione della partecipazione e dei valori sociali del calcio.

La vostra nuova realtà arriva da un percorso che avete intrapreso da qualche tempo, potete illustrarci come siete giunti a questo passo?

Il tutto è cominciato dalla nostra volontà di recuperare il campo di quartiere, da tempo abbandonato, e di dimostrare che un altro modello di calcio e di società (solidale e non di speculazione) fosse possibile. Da qui le prime assemblee, in pochissimi, fino ad oggi: società costituita, giocatori presenti, iscrizione al campionato effettuata e, soprattutto, un interesse che cresce giorno dopo giorno.

Il tema del recupero del campo non è ancora giunto ad una soluzione definitiva, quale è lo stato della situazione? E quali le prossime iniziative per portare a compimento la restituzione alla vostra comunità?

Il campo risulta attualmente, secondo le diciture “ufficiali”, abusivo e di conseguenza non fruibile assolutamente per una società calcistica che si dà l’obiettivo di affrontare un campionato di qualsiasi categoria. L’impegno che abbiamo profuso nel campo è tantissimo e, soprattutto per chi conosce la situazione di un paio d’anni fa, siamo quasi in dirittura d’arrivo. Lì abbiamo già fatto proiezioni di film/partite, feste e quant’altro. La restituzione è in parte già avvenuta, visto che gli scarpini dei nostri giocatori, e non solo quelli, possono solcare il campo per allenarsi; quello che vogliamo davvero, e in cui ci impegneremo quest’anno, è la restituzione “ufficiale” dello spazio alla società (e di conseguenza al quartiere), in modo da renderlo omologabile per poter giocare lì il campionato. L’iniziativa più importante che stiamo costruendo consiste nella preparazione di un progetto, curato da architetti, da presentare al V Municipio, proprietario del Campo, per richiederne l’assegnazione.

Vi sentite un club ribelle dal ”calcio moderno”, fattore che spesso sta accompagnando il calcio popolare, o vi muove una precisa volontà di rivitalizzare il vostro quartiere?

Crediamo di essere ribelli del calcio moderno, certo, ma allo stesso tempo vogliamo restituire uno spazio al quartiere. Anzi siamo profondamente convinti che il calcio moderno sia devoto solo e soltanto alle leggi del profitto, e quindi sicuramente lontano da un quartiere, una borgata quale è Villa Gordiani. In questo senso essere ribelli nei confronti del calcio moderno ci permette anche di rivitalizzare il nostro quartiere (sicuramente, come tutti gli altri quartieri popolari, mai considerato dal calcio moderno, se non come possibilità di profitto).

Il ‘calcio popolare’ ha visto una rapida ascesa in questi ultimi anni, quale è la vostra ‘idea’ di sport? Quali saranno gli ideali che guideranno la vostra avventura?

L’idea che abbiamo di sport è semplice, anche se forse poco comune ormai: solidarietà, rispetto dell’altro e dell’altra, competizione e grinta ma sempre nell’ottica di non dover demonizzare od odiare l’avversario. E, come detto, siamo totalmente fuori dalle logiche del profitto, che ormai dominano qualsiasi ambito sportivo.

Il successo e la partecipazione ad iniziative come la vostra passano necessariamente dalla creazione di un’identità unica e attraverso la presa di coscienza sempre più ampia della vostra base che ”un altro calcio è possibile”. Avete in mente come procedere in questo senso, come far aumentare la consapevolezza?

Questo aspetto è importantissimo: prima di fondare la nostra società e di iscriverci al campionato abbiamo fatto tanto, dai volantinaggi, agli striscioni, ai banchetti in piazza, al semplice discutere con le persone, come anche alla pagina facebook (Asd Villa Gordiani), che invitiamo tutti-e a visitare. Fin dai nostri albori volevamo essere un progetto del quartiere (“dal quartiere, per il quartiere, con il quartiere” recita uno dei nostri slogan) e in questo senso ci siamo sempre impegnati per farci conoscere, comprendere e infine apprezzare. Di recente la consapevolezza sta aumentando, anche e soprattutto grazie alla presenza fisica di una squadra, di un mister e di una società, i quali, forse purtroppo, hanno molta più credibilità dell’idea di fare la squadra. Che un altro calcio sia possibile lo stiamo dimostrando.

C’è qualche realtà affine alla vostra che vi ha ispirato nel lanciarvi in questa avventura? Delle squadre in attività quale vi ha colpito di più e per quali aspetti?

Ovviamente sì: anche, e non solo, a causa delle innumerevoli difficoltà incontrate abbiamo costantemente guardato agli progetti di calcio popolare che conosciamo. Data la vicinanza, abbiamo guardato molto all’Atletico San Lorenzo, ma le realtà sono tante e tutte interessanti: lo Spartak Lecce, il Lebowsky a Firenze, il QuartoGrad di Quarto. Tra tutte, probabilmente quelle che ci colpiscono di più sono l’Atletico, perché sta riuscendo a costruire un’importante polisportiva, e il Lebowski: quest’ultima sta piano piano dimostrando un’efficienza che è sempre stato uno dei problemi posti rispetto al calcio popolare, e i risultati si vedono nella costituzione del settore giovanile, sul campo sportivo e nelle due sagre che recentemente hanno organizzato. Per sintetizzare in poche parole: ciò che ci colpisce è la capacità di tutte queste società di costruire una comunità attorno a una cosa molto semplice come il gioco del calcio.

Per quanto riguarda l’organizzazione come sarà condotta la nuova società? Come potrà il pubblico contribuire sia nel sostentamento sia nell’organizzazione delle attività condivise?

Ovviamente la creazione di una società comporta delle cariche, ma ci teniamo a precisare il fatto che la società è del tutto gestita in maniera orizzontale e trasparente. Difatti il nostro appuntamento settimanale in assemblea è stato condiviso pubblicamente svariate volte e l’invito a partecipare è sempre valido. Oltre che con un eventuale donazione, anche sulla campagna online di raccolta fondi, di cui parleremo dopo, si può sostenere la squadra partecipando all’azionariato popolare: con 10 euro (cifra ovviamente simbolica e di sostegno) si può diventare soci dell’Asd Villa Gordiani e si riceve la tessera della società.

Avete lanciato di recente una campagna di crowdfunding potete illustraci qualche dettaglio in più?

Come dicevamo prima è partita online una campagna di raccolta fondi a sostegno della società: questa necessità nasce dal dover affrontare innumerevoli spese per sostenere il campionato, le quali sono tutte presenti ed elencate nel sito della raccolta fondi. È bene precisare che anche per questa campagna abbiamo mantenuto una totale trasparenza, poiché crediamo che tutti i soci, i curiosi, tutti coloro che si interessano debbano avere la possibilità di conoscere ogni singolo aspetto della gestione della società, la certezza che i soldi con cui hanno contribuito vengano spesi per l’Associazione e per gli obiettivi che questa ha dichiarato.

Il dettaglio che più ci preme sottolineare è questo: abbiamo messo come obiettivo i 5mila euro, che sono necessari a farci svolgere con tranquillità questa prima stagione, ma non saranno sicuramente sufficienti per il ripristino del Campo comunale; stiamo cercando di andare per gradi e 5mila euro non è una quota facile da raggiungere, ma speriamo che con il contributo, anche piccolo, di tanti e tante riusciremo in questa sfida.(LINK alla campagna)

Quali squadre metterete in campo per questo primo anno di lancio? Sono previste selezioni giovanili, anche nel prossimo futuro?

Attualmente ci stiamo preparando per il campionato di Terza categoria, con una squadra che si è formata dopo alcune sedute di selezioni, che abbiamo reso pubbliche e alla quali abbiamo invitato chiunque volesse partecipare. Il nostro obiettivo è anche quello di rendere il calcio accessibile e questo vogliamo farlo creando anche una scuola calcio, in futuro, senza i prezzi esorbitanti delle società di calcio canoniche. Potremmo in futuro divenire una polisportiva, chissà, ma preferiamo non mettere il carro davanti ai buoi.

Calcio popolare vuole dire molto impegno della comunità nel sostenere le attività del club, avete in mente attività che andranno al di là degli eventi sportivi?

Certo: come già detto ci siamo impegnati in feste, proiezioni e non solo, al campo e fuori. La nostra idea è coinvolgere a pieno il quartiere e questo lo vogliamo fare anche con concerti, cene, aperitivi e feste popolari all’interno del Campo.

Per chiudere, quale è il vostro messaggio per la città e per i ‘ribelli’ che credono che il calcio possa tornare ad essere lo sport del popolo?

Crediamo fermamente che tutto possa essere del popolo, se il popolo stesso ha veramente intenzione di riprenderselo. Di conseguenza il nostro messaggio è che il calcio possa tornare a essere lo sport del popolo, fuori dalle logiche di profitto di quelle che ormai non sono più società calcistiche, ma multinazionali. Ai ribelli diciamo che tutto può essere riconquistato; noi, per ora, abbiamo scelto il calcio e un campo di quartiere abbandonato su cui far vivere il nostro modello di calcio.

Ci vediamo al campo!!!

Forza ASD Villa Gordiani!

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