Lo sciagurato Egidio, eroe per un giorno ma non per caso

Lo sciagurato Egidio, eroe per un giorno ma non per caso

Ci sono etichette impossibili da staccare. E incredibili luoghi comuni impossibili da sfatare. Soprattutto nel mondo del calcio. Così, anche se hai segnato quasi cento gol tra i professionisti, rischi di essere ricordato come il più grande brocco degli anni settanta. Talmente brocco da guadagnarti un appellativo che sostituisce il tuo nome.

E’ la storia di Egidio Calloni, centravanti del Milan negli anni 70 ricordato esclusivamente per le sue clamorose defaillances sotto porta. Una caratteristica che gli valse una denominazione manzoniana, sfornata dalla malefica fantasia di Gianni Brera: lo sciagurato Egidio.

L’avventura di Calloni comincia nelle giovanili dell’Inter, poi si trasferisce a Varese dove prova a muovere i suoi primi passi da professionista. I biancorossi lo spesidscono a Verbania, per farsi le ossa in Serie C. Egidio segna a valanga e torna alla base per un biennio da protagonista. Ventitre gol in cinquanta partite, capocannoniere in Serie B e trascinatore assoluto dei varesini che conquistano la promozione in Serie A. Calloni è il classico talento che promette davvero bene, sembra già pronto per il grande salto in carriera. Il Varese vorrebbe trattenerlo, ma il Milan gli posa gli occhi addosso e nel 1974 decide di ingaggiarlo, affidandogli l’intero reparto offensivo. Da Varese alla scala del calcio, con la maglia numero nove sulle spalle. Una responsabilità importante.

L’amore tra i tifosi del Milan e il giovane di Busto Arsizio non sboccia. Vuoi il passato da interista, vuoi la poca grazia sotto porta. Egidio Calloni segna, ma sbaglia anche l’impossibile. Colleziona trentuno gol in quattro stagioni, contribuisce soprattutto al terzo posto del 75-76, ma ormai Egidio è solo uno “sciagurato”. E’ lo sciagurato Egidio che si divora i gol più facili. E’ lo sciagurato Egidio che non sa calciare un pallone. L’ex Varese finisce nel mirino di tutto il pianeta calcio. Diventa vittima dei suoi stessi tifosi e di quelli avversari. Calloni soffre dentro. D’altronde è un essere umano. Ma in pubblico non si scompone mai e puntualizza che «Anche i più grandi bomber sbagliano».

 La sua grande chance al Milan si scioglie come neve al sole, ma l’Hellas Verona gli apre le porte per una nuova avventura. L’esperienza in Veneto è abbastanza positiva per lui, ma non per la squadra. Che retrocede e non lo conferma. Al Perugia vede la rete solo in cartolina e proprio in Umbria tocca il punto più basso della sua carriera. Nelle successive quattro esperienze raggiunge la doppia cifra in una sola occasione. Proprio nell’ottanta-ottantuno con la maglia del Palermo. Un’ottima annata, dal sapore di rivincita.

E’ la stagione della storica tripletta al Milan in campionato. E’ una rivincita, non una vendetta. Perchè Egidio è un uomo per bene. Alla Favorita contro la sua ex squadra ritrova il fiuto del gol e sforna un tris da sogno. Il primo gol è da cineteca: un mancino magico ben calibrato su punizione. La palla gonfia la rete, il Milan è incredulo: esultanza con braccia al cielo, capelli al vento e un’incredibile ultima corsa liberatoria.

E’ la rivincita di Calloni. Di un giocatore normale.

Capita, di tanto in tanto, di rivederlo a Milanello di questi tempi. Giusto il tempo di qualche timido saluto. Poi l’Egidio di oggi tira un calcio alla sciagura, salta in macchina e torna a casa. Nella sua casa in riva al lago, lontano dai riflettori.

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

Il Milan spezza l’egemonia bianconera e il calcio torna ad essere Nord-centrico. E il Sud?

Il Milan spezza l’egemonia bianconera e il calcio torna ad essere Nord-centrico. E il Sud?

Ha rubato le prime pagine dei giornali, costantemente in primo piano sui siti web ed argomento del momento sui social network: la trattativa tra Bonucci ed il Milan ha sicuramente scosso il calcio italiano. Una trattativa imbastita in pochi giorni e conclusa in una notte: ciò dimostra da un lato la forza economica del Milan e dall’altro la volontà di Bonucci di cambiare casacca.

Può essere considerata una normale cessione?  Questa è la domanda che si pongono tutti: quella di Bonucci può essere considerata una cessione come le altre? La risposta è univoca: sicuramente no. E non solo dal punto di vista tecnico. La Juve perde un difensore unico nel suo genere e fondamentale nell’economia del gioco prodotto dalla Juve negli ultimi sei anni. Leonardo Bonucci, a suon di prestazioni, si era candidato come uno dei difensori migliori al mondo. Inequivocabilmente la sua cessione creerà una voragine tecnica che la Juventus dovrà provare a colmare in fretta. Questa cessione, però, segna una linea che forse spezza un’egemonia economica in Italia della Juventus. Fino ad oggi era stata la Juve a saccheggiare le formazioni di Roma e Napoli, con gli acquisti di Pjanic ed Higuain, nonostante giallorossi e partenopei rappresentassero le dirette concorrenti nella corsa scudetto: il fascino e la forza della Juventus sino ad oggi in Italia sono stati irresistibili.

Invece, per la prima volta, dopo sei anni di stradominio bianconero, un giocatore compie il percorso inverso. E non è un giocatore qualunque. È Leonardo Bonucci, simbolo della rinascita della Juve, perno della difesa ed un giocatore che sembrava destinato alla fascia di capitano nell’era post- Buffon. Così non è stato. Per la prima volta è una squadra italiana a saccheggiare la rosa della Juventus, acquistando uno dei titolari inamovibili. E questo non può che rappresentare un’egemonia economica che termina. Magari non sarà societaria e tecnica, perché la Juventus è ancora una spanna sopra le altre ma il grido di battaglia del Milan fa tremare tutti, sopratutto Roma e Napoli, che al momento stanno a guardare.

Sud povero di risorse – Non è una casualità che siano i soldi orientali ad aver spezzato l’incantesimo bianconero. Probabilmente il calcio si dirige sempre più verso quella direzione e difficilmente si potrà arrestare. Roma e Napoli, che da anni provano ad inseguire invano la Juventus, forse ora lo stanno provando sulla loro pelle. Entrambe bloccate sul mercato: la Roma costretta alla cessione dei suoi pezzi pregiati, Salah e Rudiger, ed il Napoli in attesa dei preliminari di Champions League per i primi investimenti rilevanti. Riusciranno le uniche esponenti del sud lì in cima a contrastare la potenza della Juventus,  la rinascita del Milan e la  superpotenza economica dell’Inter? Ci proveranno con le idee, con il bel calcio e con la competenza. Che a volte, non sempre, può valere più di tanti milioni.

Ronaldo: Fenomeno, a tutti i costi

Ronaldo: Fenomeno, a tutti i costi

Sono le 14,30 del 12 luglio 1998. Parigi. Non un città qualsiasi, né una giornata qualsiasi. In quel pomeriggio si consuma un mistero che scuote le fondamenta del mondo del calcio. Ronaldo, il Fenomeno, il più forte giocatore del mondo sta per prendersi ciò che gli spetta: lo scettro iridato.

Alle 21 si gioca la finale. Francia – Brasile. Sudamericani favoritissimi. Se Ronaldo fa quello che può e deve, non c’è partita. Si parte, almeno, da 1-0 per i verdeoro.

Quel pomeriggio, però, accade qualcosa di strano. A poche ore dalla partenza per lo stadio, Ronaldo e Roberto Carlos riposano in camera. Il Fenomeno richiama l’attenzione del compagno. Suda, non controlla più il proprio corpo. Perde conoscenza. É riverso sul letto. Ha la bava alla bocca, quasi ingoiato la lingua. É privo di sensi. É caos. I giocatori e la security si precipitano in camera. Qualcuno urla “è morto”. Il ragazzo riprende conoscenza ma è trasportato d’urgenza all’ospedale. É sottoposto a tac, elettrocardiogramma, elettroencefalogramma. É dimesso alle 19.30 un’ora e mezza prima del calcio d’inizio…

Zagallo, il CT del  viene a conoscenza dell’accaduto. “Stavo riposando” dice. E non si è accorto di nulla? Di un albergo in fibrillazione come (forse) il cuore di Ronaldo? Il ragazzo non dovrebbe neanche avvicinarsi allo stadio.

Invece è inserito nella formazione titolare. Al posto di Edmundo, il cui nome è presente nelle distinte prepartita. E poi rimosso. Ronaldo non dovrebbe essere lì. É in condizioni pietose. Come i suoi compagni.

Il Brasile è sotto choc. La Francia vince facile 3-0, alza al cielo la Coppa del Mondo e, per la prima volta, la accompagna ai Campi Elisi. Epilogo amarissimo.

Perchè Ronaldo ha giocato? E, soprattutto, cosa è successo?

Nei giorni antecedenti la finale, Ronaldo accusa problemi alla caviglia. Fastidi che gli impediscono di allenarsi come dovrebbe. Rischia di saltare l’appuntamento più atteso. Sopratutto dalla Nike, sponsor tecnico della Seleçao. La multinazionale ha puntato fior di miliardi sull’astro nascente. Il nuovo Pelè, però, dovrebbe marcare visita e saltare la Finale di Francia 1998.

Sembra che la multinazionale faccia pressioni. E che abbia anche trovato la soluzione: se le analisi hanno dato esito negativo, il ragazzo DEVE, imperativo kantiano categorico, scendere in campo. La FIFA non batte ciglio. I medici neanche. Tutti complici. Ronaldo, Fenomeno a tutti i costi. In nome del Dio denaro. Anche se non è al massimo, anche se non sta bene. Lo show business non conosce regole, né deroghe. Suvvia signore e signori, non si può certo privare miliardi di telespettatori della presenza di Ronaldo…

Al termine del match, la stampa si scatena: ricamini più o meno barocchi. Si parla di crisi epilettica, cardiaca, respiratoria, di qualcosa legato all’abuso di farmaci.

La verità, forse, è nel referto ospedaliero. “Probabilmente stress”. Certamente, Ronaldo non poteva, né doveva giocare. L’immagine che resta impressa, è quella del “day after”. Del ritorno in Brasile. Il fotogramma di un ragazzo di appena 21 anni che barcolla e fatica a tenersi in piedi quando scende dall’aereo rappresenta la quintessenza di quanto le pressioni mediatiche e degli sponsor, ormai padroni del calcio, rendano il gioco poco pulito.

Ronaldo, avvinghiato al passamano della scaletta, è stravolto. Si aggrappa a quel poco d’anima che non gli è stata strappata via. Le immagini fanno il giro del mondo. Improvvisamente, ipocritamente, il calcio si scandalizza. Le dichiarazioni hanno il retrogusto di una gomma da masticare sfinita dai canini aguzzi dei Dracula che hanno prima preteso la presenza del ragazzo in campo, anche a costo di rischiare la vita, salvo poi scandalizzarsi.

Il 1998 è lo spartiacque. L’inizio della fine del Fenomeno. Nel 1998-1999, si romperà due volte il ginocchio. Prima il legamento, poi il tendine rotuleo. Infortuni generati da una muscolatura troppo imponente, per essere retta dall’articolazione. Diagnosi che fa addrizzare le orecchie. Din din, campanello, che rumore ha il sospetto che qualcuno abbia abusato giocato sporco sulle forze del ragazzo per renderlo “instancabile”? Ronaldo recupererà, ma non sarà più lo stesso. Il suo immenso talento è premiato nel 2002, quando trascina il Brasile al quinto titolo nel mondiale più truccato della storia.

C’era una volta l’U.S. Milanese, la terza forza di Milano

C’era una volta l’U.S. Milanese, la terza forza di Milano

Questa è la storia dell’U.S. Milanese. Essa affiora dalle fotografie ingiallite del calcio italiano, quando la passione di audaci gentiluomini portò nel Bel Paese il gioco del football.

L’U.S. Milanese conobbe momenti di gloria e cocenti sconfitte nella sua breve ma intensa vita. Fu la prima squadra italiana a battere una formazione elvetica in trasferta (il Saint Gilloise), ma non vinse mai un campionato con la propria denominazione, sfiorando solo la grande impresa.

Fondata il 16 gennaio 1902 da Ambrogio Ferrario, Romolo Buni, Gilbert Marley con altri amici della loro compagnia al Caffè Verdi di Porta Nuova, a Milano, l’Unione Sportiva Milanese nacque come società polisportiva per competere in diverse discipline, in particolar modo nel ciclismo, nel quale Buni e Marley erano stati campioni, e nella ginnastica.

Nella primavera del 1904 venne istituita la sezione calcio su iniziativa di alcuni footballers fuoriusciti dalla Mediolanum, tra cui Umberto Meazza, e di alcuni calciatori del Milan, compresi Angeloni e Recalcati, campioni d’Italia con i rossoneri nel 1901.

La maglia era a scacchi bianconeri, con pantaloncini neri e calzettoni bianchi. In trasferta gli scacchi erano biancorossi. In virtù di questa scelta, controcorrente rispetto alla norma delle altre squadre, vennero chiamati gli scacchi.

L’affiliazione alla Federazione Italiana del Football (FIF), antesignana della FIGC, avvenne nel 1905. Nella prima categoria di quell’anno l’U.S.M. partecipò annoverando tra le sue fila diversi giocatori della ormai defunta SEF Mediolanum. All’esordio assoluto eliminò nel girone lombardo il Milan. Pareggio in trasferta (3-3) e vittoria storica in casa (7-6), sul campo di quella che era via Comasina 6, all’epoca nel comune di Affori. Garantitasi così la partecipazione al triangolare del girone nazionale con Juventus e Genoa, non andò oltre il terzo e ultimo posto con un pareggio e tre sconfitte nelle quattro gare disputate.

Nel 1906 e nel 1907 venne eliminata nel girone lombardo dal Milan in entrambe le occasioni. Ma quelli erano anni di grandi cambiamenti per il calcio italiano. Nel 1908 furono organizzati due campionati: uno Federale (aperto anche agli stranieri) e uno Italiano (riservato esclusivamente ai calciatori italiani). L’U.S. Milanese prese parte a quello Italiano, l’unico che fu poi ritenuto valido per l’assegnazione dello scudetto, partecipando al triangolare del girone nazionale con Pro Vercelli e Andrea Doria. Battuta la formazione ligure dell’Andrea Doria sia all’andata (5-1) sia al ritorno (2-1), risultò decisivo e fatale lo scontro diretto di ritorno contro la Pro Vercelli, dopo una andata conclusasi per 0-0. Nonostante l’U.S.M. giocasse in casa, perse 2-1, chiudendo il girone al secondo posto con 5 punti, ad una sola lunghezza dai piemontesi che si fregiarono del titolo di Campioni d’Italia per la prima volta.

Nel 1909 il parallelismo dei due Campionati Federale e Italiano fu mantenuto. L’U.S. Milanese partecipò ad entrambi. Il Campionato Federale 1909 (ritenuto successivamente l’unico valido per lo scudetto) si aprì per la prima volta alle formazioni del Veneto. Le vincitrici dei gironi regionali di Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto si affrontarono in una fase nazionale con semifinali e finale. La U.S. Milanese eliminò nel girone lombardo sia il Milan (3-1) che l’Inter (2-0). In semifinale non diede scampo al Venezia, battendolo 7-1 in trasferta e 11-2 a Milano. Lo scontro decisivo, e finale del campionato, fu ancora una volta contro la Pro Vercelli. L’epilogo fu lo stesso: la sconfitta. Perdendo 2-0 a Vercelli e pareggiando 2-2 in casa, permise alla Pro di laurearsi Campione d’Italia per la seconda volta consecutiva.

Nel Campionato Italiano dello stesso anno, poi disconosciuto dalla FIGC, gli scacchi sconfissero l’ACIVI di Vicenza battendolo 2-1 fuori casa e 8-0 in casa. Nella finale contro la Juventus, dopo il pareggio (1-1) a Torino, perse tra le mura amiche 2-1, lasciando ai bianconeri la Coppa Romolo Buni. Negli anni successivi tra alti e bassi restò costantemente la terza forza di Milano, dopo Milan e Inter, fino alla retrocessione in Seconda Divisione alla fine del campionato 1922-1923. La stagione seguente lottò per evitare l’infamia della Terza Divisione, salvandosi dopo una serie vittoriosa in tre spareggi salvezza contro Saronno (2-1), G.Grion (3-1) e infine Prato (2-2 a oltranza e partita ripetuta per sopraggiunta oscurità finita poi 4-0).

Al termine del campionato 1927-1928 la U.S. Milanese fu promossa d’ufficio in Divisione Nazionale con l’obiettivo di fonderla, per volontà del regime fascista, con l’Inter nella nuova Società Sportiva Ambrosiana, dalla maglia bianca con una croce rossa, simbolo di Milano.

Nella stagione 1929-1930 arrivò il primo scudetto dell’Ambrosiana (il terzo per l’Inter) e si tornò alla maglia nerazzurra. Però sul petto campeggiava uno stemma circolare a scacchi bianconeri, in ricordo della U.S.M. Con la vittoria del campionato e la presenza dello scudetto, sparì lo stemma circolare e gli scacchi vennero posti sul colletto della divisa. Il 1932 vide il cambio di denominazione della nuova società in Ambrosiana-Inter dopo la ricostituzione dell’U.S. Milanese, che rinacque solo come polisportiva senza la sezione calcistica, sciogliendo così la fusione forzata con l’Inter.

Nel 1945 l’U.S. Milanese, rinata anche calcisticamente, rifiutò l’invito a prendere parte al campionato misto di Serie B e riprese l’attività solo a livello locale (campionato milanese) ma alla fine della stagione 1945-1946 terminò l’attività ufficiale, sancendo il tramonto di una gloriosa, sfortunata e dimenticata società degli albori del calcio italiano