Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.


Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

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Cosa manca davvero a Napoli, Inter e Roma per competere con la Juventus?

Cosa manca davvero a Napoli, Inter e Roma per competere con la Juventus?

Finalmente ci stiamo divertendo un po’. La Serie A, caratterizzata negli ultimi anni dalle corse solitarie (o quasi) della Juventus, sembra aver riassunto la forma di una competizione vera, almeno per il titolo. Visti alcuni precedenti, il condizionale è d’obbligo (l’Inter, campione d’inverno nel 2015/16, chiuse quel campionato al quarto posto), ma, arrivati ad un passo dal giro di boa, la sensazione è che non ci sia più spazio per i soliti monologhi. Napoli, Inter e Roma (e anche la Lazio, attualmente quinta) hanno alzato l’asticella e si sono avvicinate non poco alla Juventus, vincitrice degli ultimi sei scudetti. Tuttavia, a prescindere dalla piazza d’onore ora occupata, la favorita è sempre la stessa. E le avversarie dovranno fare qualcosa per annullare il gap ancora esistente. Che cosa? Proviamo a dare una risposta.



Partiamo dal Napoli, capolista provvisoria del campionato e principale indiziata per la conquista dell’effimero titolo invernale. Dopo un avvio sensazionale, la banda di Sarri aveva rallentato il passo nelle ultime settimane, salvo poi riscattarsi (ritrovando la vetta) con l’ultimo 1-3 di Torino. Ad oggi ha la seconda miglior difesa (11 gol subiti) e il secondo miglior attacco (38 gol fatti). Il gioco, seppur meno convincente rispetto ai primi due mesi di A, è ancora uno dei più divertenti in Europa e tutto sembra andare per il verso giusto. Allora cosa manca? Perché il primato non è sufficiente per essere la favorita alla vittoria finale? In virtù dei difetti strutturali che caratterizzano una rosa ottima nell’undici e inconsistente nelle retrovie, incapace di sostituire degnamente i lungodegenti Ghoulam e Milik (oltre che buona parte dei titolari), ma non solo. L’unico incrocio diretto stagionale con la Juventus ha palesato ancora una volta i limiti del comunque straordinario Sarri, uscito sconfitto dal confronto col machiavellico Allegri, maggiormente flessibile sul piano tattico.

È difficile immaginare che una squadra possa vincere il maggior campionato italiano (ancora oggi il più complesso al mondo sul piano tecnico-tattico) con la forza di una sola idea (seppure stupenda). In attesa di un’improbabile smentita, il genio dei camaleonti avrà sempre la meglio sull’integralismo dei maestri. Se a questo si aggiunge la scarsa dimestichezza con il turnover, l’impegno a febbraio in Europa League (se possibile, ancora più dispendiosa della Champions) e la netta involuzione di Hamsik, fulcro della squadra con le polveri bruciate, il quadro sembra chiaro, ma un bagno d’umiltà da parte di Sarri, unito ad un mercato invernale all’altezza, potrebbe cambiare tutto. Un po’ come per l’Inter, almeno sull’ultimo punto. Il capolavoro di Spalletti ha portato i nerazzurri ad essere imbattuti per sedici giornate, ma lo stop con l’Udinese è un campanello d’allarme significativo. L’assenza di impegni settimanali ha facilitato non poco il lavoro del tecnico ed è stato sufficiente un Pordenone qualunque, seppur protagonista di una sfida sui generis, per riportare a galla i limiti di una rosa con undici titolari all’altezza delle migliori e un gruppo di riserve inadeguate.

La centralità del trequartista nelle idee spallettiane, inoltre, rende necessario un intervento tempestivo nella prossima finestra di mercato, in cui sarà indispensabile anche un ricambio per l’ottimo duo Miranda-Skriniar e, forse un terzino mancino (Dalbert ha bisogno di tempo per abituarsi al calcio italiano, Santon è protagonista di inquietanti blackout e Nagatomo è quello di sempre). Il grande lavoro di un tecnico porta con sé dei miracoli, ma potrebbe non esser sufficiente per contrastare fino in fondo la Juventus. Lo stesso si può dire di Di Francesco, strepitoso condottiero di una Roma che sta superando se stessa in una stagione che si immaginava transitoria. La partenza a fari spenti ha tenuto lontane le pressioni di una piazza molto esigente, ma il primo posto in Champions League nel girone di ferro con Chelsea e Atletico Madrid, unito all’ottimo rendimento in A, ha aumentato pericolosamente le aspettative. Il quarto posto attuale è un virtuale secondo (i capitolini hanno una partita in meno e potrebbero andare a -1 dal Napoli) e sognare lo scudetto è possibile.

I limiti, tuttavia, ci sono, e una difesa di ferro (la migliore del campionato, con 10 gol subiti), sostenuta al meglio da un’ottima mediana, non nasconde le difficoltà dell’attacco. Un paradosso se si pensa alle peculiarità del gioco di Di Francesco, una realtà più spiegabile se si notano le difficoltà di Dzeko. L’attaccante bosniaco, capocannoniere dell’ultima A, sembra esser tornato quello di due anni fa, e gli 8 gol messi a segno finora accrescono i rimpianti per la partenza estiva di Salah, mai realmente sostituito. Delle quattro squadre considerate, la Roma è quella con il peggiore attacco (28 reti, lontane dalle 44 della Juventus, le 38 del Napoli e le 34 dell’Inter) e la peggior coppia d’attacco. Dzeko ed El Shaarawy (secondo miglior marcatore stagionale con 4 segnature) hanno messo insieme dodici gol, mentre la Juventus può vantare i 21 del duo Dybala-Higuain (12+9), il Napoli i 15 di Mertens con Callejon (10+5, più i 4 di Insigne) e l’Inter i 24 di Icardi con Perisic (17+7). L’ennesima rinascita di Dzeko e l’esplosione di Schick potrebbero cambiare le carte in tavola, ma non è l’unico aspetto da considerare.

In un campionato nel quale le distanze sono risicatissime (4 punti tra la prima e la quarta), gli scontri diretti ricoprono (e ricopriranno) un ruolo decisivo. La Roma ha perso in casa contro Inter e Napoli ed è attesa dalla sfida di sabato con la Juventus, a sua volta vincente sui partenopei e fermata allo Stadium dalla Beneamata sullo 0-0, stesso risultato di Napoli-Inter. L’esito di Juventus-Roma ci darà qualche risposta in più sul volto che avrà la lotta per lo scudetto nel girone di ritorno, ma una cosa è certa: il Generale Inverno, tanto caro ad Allegri, sarà la chiave di volta per le avversarie che intendono detronizzarlo e sposterà più di un equilibrio, nel bene e nel male. Insomma, prepariamoci: a prescindere da come andrà a finire, potremo finalmente divertirci.

Mario Balotelli, il più bel regalo di Natale per il calcio italiano

Mario Balotelli, il più bel regalo di Natale per il calcio italiano

“Mario is back”. Mario è tornato. E stavolta definitivamente. Con 4 gol nelle ultime 4 partite di campionato giocate, dove finora ne ha realizzati 10, ai quali si aggiungono i 4 in Europa League con la doppietta allo Zulte Waregem determinante per la qualificazione dei rossoneri ai sedicesimi di finale, Mario Balotelli ha trascinato il Nizza alla rimonta in Ligue 1 dalle rive della zona retrocessione ai confini dell’Europa, ma soprattutto sta confermando di essere un giocatore ritrovato.

Dicono che ripetersi sia più complicato che affermarsi. Bene. “Super Mario” sta vincendo anche questa seconda sfida dopo la rinascita della scorsa stagione, la prima in rossonero, smentendo quella larga parte di calcio europeo che lo considerava ormai sul viale del tramonto dopo un biennio inconcludente – 7 gol in 51 partite tra Milan e Liverpool – e buono solo ad alimentare critiche, talvolta spietate, sul suo conto.



Più che altro, Balotelli si sta rilanciando agli occhi del calcio italiano, in particolare a quelli colorati d’azzurro. Che troppo in fretta, dopo averlo ammirato troneggiare sulla Germania sotto il cielo di Varsavia nella semifinale di Euro ’12, hanno smesso di guardarlo. Colpa d’un mondiale, quello brasiliano, dove Mario fu super contro l’Inghilterra, ma andò game over contro il Costa Rica per poi rimanere negli spogliatoi al 45’ del match contro l’Uruguay. Quando l’Italia era agli ottavi per poi finire invece out al 90’. E lui salì sul banco degli imputati come uno dei capri espiatori, se non il principale. Al punto che, anche se non in forma ufficiale, quel 24 giugno 2014 segnò la sua uscita dalla Nazionale. Certo, i suoi successivi flop anglomeneghini non lo hanno aiutato a rientrare, ma diciotto mesi di Nizza hanno dimostrato la sua piena idoneità per ritornare a essere un punto fermo dell’Italia. Che invece ha continuato a ignorarlo. Quando magari – vedi recenti qualificazioni mondiali a base di striminzite vittorie, anemici pareggi e sciagurate eliminazioni – le sarebbe stato utile. Se è vero che ognuno sceglie ciò che ritiene più opportuno, è altrettanto insindacabile che con lui l’Italia ha giocato una finale europea e ha partecipato a un Mondiale. Senza, si è fermata ai quarti di finale (contro la Germania da lui stesa) per poi essere estromessa da Russia 2018. Non accadeva da sessant’anni. Eppure, parte di critica e di tifosi hanno riservato ben altro trattamento verso chi ha gravitato in azzurro da Natal a Stoccolma rispetto a quello avuto con Balotelli.

Una disparità alla quale lui ha comunque risposto nel modo migliore. Con i fatti. Gol (33 in 49 partite) e non solo. Anche – e questa è la novità più attesa – per i comportamenti: capigliatura più sobria, il 9 al posto del 45 sulla maglia, altruismo e impegno in campo, presenza sui media per questioni tecniche e non, come in passato, di altra natura tipo il coinvolgimento in risse o multe per eccesso di velocità. “Mario deve capire che cosa vuole fare: se la sua priorità è il calcio, può diventare ancora uno dei primi cinque al mondo” disse Cesare Prandelli, suo grande estimatore e sostenitore. Forse Balotelli ha colto il messaggio, cominciando a tener fuori dalla sua vita aspetti che hanno generato la nomea di “bad boy” e che, rapportati col suo enorme tasso tecnico, hanno ingigantito ogni suo minimo errore aumentando le pressioni nei suoi confronti. Un atleta diventa campione se, al potenziale di madre natura, somma umiltà, motivazioni e lo stare lontano da situazioni che possono tramutarsi in boomerang per la sua vita professionale. Viene da pensare che abbia cambiato marcia, che la Francia sia il suo ambiente ideale. Perché ognuno di noi ha bisogno di trovare il suo posto al mondo e nel suo caso forse non era l’Italia o l’Inghilterra, ma una città come Nizza e una squadra con l’ambizione, e non l’obbligo, di vincere.

Per la carta d’identità, ha almeno altri dieci anni di carriera ad alti livelli, se affrontati col desiderio di togliersi soddisfazioni e con la voglia di fare di tutto per ottenerle. Si avvererebbe la previsione di Prandelli, ma soprattutto Mario, il calciatore rinato, potrebbe essere il simbolo di un’altra rinascita, quella del calcio azzurro. Che se nell’ultimo biennio ha escluso il suo miglior talento di una generazione non certo di fenomeni, forse può rispondersi da solo sui suoi problemi e sul perché fra sei mesi non volerà a Mosca.

Spetterà comunque al diretto interessato, l’ultima parola. Il secondo tempo della sua carriera è appena iniziato e se quelle di Nizza son le prime scene, può venir fuori un capolavoro. Non dipenderà solo da lui, ma di sicuro soprattutto da lui. Che per ora ce la sta mettendo tutta. Poi toccherà ad altri scegliere se beneficiare o no di questo bel regalo di Natale in arrivo dalla Costa Azzurra. Intanto lui non si fermi. Allez Mario!

C’era una volta l’U.S. Milanese, la terza forza di Milano

C’era una volta l’U.S. Milanese, la terza forza di Milano

Questa è la storia dell’U.S. Milanese. Essa affiora dalle fotografie ingiallite del calcio italiano, quando la passione di audaci gentiluomini portò nel Bel Paese il gioco del football.

L’U.S. Milanese conobbe momenti di gloria e cocenti sconfitte nella sua breve ma intensa vita. Fu la prima squadra italiana a battere una formazione elvetica in trasferta (il Saint Gilloise), ma non vinse mai un campionato con la propria denominazione, sfiorando solo la grande impresa.

Fondata il 16 gennaio 1902 da Ambrogio Ferrario, Romolo Buni, Gilbert Marley con altri amici della loro compagnia al Caffè Verdi di Porta Nuova, a Milano, l’Unione Sportiva Milanese nacque come società polisportiva per competere in diverse discipline, in particolar modo nel ciclismo, nel quale Buni e Marley erano stati campioni, e nella ginnastica.

Nella primavera del 1904 venne istituita la sezione calcio su iniziativa di alcuni footballers fuoriusciti dalla Mediolanum, tra cui Umberto Meazza, e di alcuni calciatori del Milan, compresi Angeloni e Recalcati, campioni d’Italia con i rossoneri nel 1901.

La maglia era a scacchi bianconeri, con pantaloncini neri e calzettoni bianchi. In trasferta gli scacchi erano biancorossi. In virtù di questa scelta, controcorrente rispetto alla norma delle altre squadre, vennero chiamati gli scacchi.

L’affiliazione alla Federazione Italiana del Football (FIF), antesignana della FIGC, avvenne nel 1905. Nella prima categoria di quell’anno l’U.S.M. partecipò annoverando tra le sue fila diversi giocatori della ormai defunta SEF Mediolanum. All’esordio assoluto eliminò nel girone lombardo il Milan. Pareggio in trasferta (3-3) e vittoria storica in casa (7-6), sul campo di quella che era via Comasina 6, all’epoca nel comune di Affori. Garantitasi così la partecipazione al triangolare del girone nazionale con Juventus e Genoa, non andò oltre il terzo e ultimo posto con un pareggio e tre sconfitte nelle quattro gare disputate.

Nel 1906 e nel 1907 venne eliminata nel girone lombardo dal Milan in entrambe le occasioni. Ma quelli erano anni di grandi cambiamenti per il calcio italiano. Nel 1908 furono organizzati due campionati: uno Federale (aperto anche agli stranieri) e uno Italiano (riservato esclusivamente ai calciatori italiani). L’U.S. Milanese prese parte a quello Italiano, l’unico che fu poi ritenuto valido per l’assegnazione dello scudetto, partecipando al triangolare del girone nazionale con Pro Vercelli e Andrea Doria. Battuta la formazione ligure dell’Andrea Doria sia all’andata (5-1) sia al ritorno (2-1), risultò decisivo e fatale lo scontro diretto di ritorno contro la Pro Vercelli, dopo una andata conclusasi per 0-0. Nonostante l’U.S.M. giocasse in casa, perse 2-1, chiudendo il girone al secondo posto con 5 punti, ad una sola lunghezza dai piemontesi che si fregiarono del titolo di Campioni d’Italia per la prima volta.

Nel 1909 il parallelismo dei due Campionati Federale e Italiano fu mantenuto. L’U.S. Milanese partecipò ad entrambi. Il Campionato Federale 1909 (ritenuto successivamente l’unico valido per lo scudetto) si aprì per la prima volta alle formazioni del Veneto. Le vincitrici dei gironi regionali di Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto si affrontarono in una fase nazionale con semifinali e finale. La U.S. Milanese eliminò nel girone lombardo sia il Milan (3-1) che l’Inter (2-0). In semifinale non diede scampo al Venezia, battendolo 7-1 in trasferta e 11-2 a Milano. Lo scontro decisivo, e finale del campionato, fu ancora una volta contro la Pro Vercelli. L’epilogo fu lo stesso: la sconfitta. Perdendo 2-0 a Vercelli e pareggiando 2-2 in casa, permise alla Pro di laurearsi Campione d’Italia per la seconda volta consecutiva.



Nel Campionato Italiano dello stesso anno, poi disconosciuto dalla FIGC, gli scacchi sconfissero l’ACIVI di Vicenza battendolo 2-1 fuori casa e 8-0 in casa. Nella finale contro la Juventus, dopo il pareggio (1-1) a Torino, perse tra le mura amiche 2-1, lasciando ai bianconeri la Coppa Romolo Buni. Negli anni successivi tra alti e bassi restò costantemente la terza forza di Milano, dopo Milan e Inter, fino alla retrocessione in Seconda Divisione alla fine del campionato 1922-1923. La stagione seguente lottò per evitare l’infamia della Terza Divisione, salvandosi dopo una serie vittoriosa in tre spareggi salvezza contro Saronno (2-1), G.Grion (3-1) e infine Prato (2-2 a oltranza e partita ripetuta per sopraggiunta oscurità finita poi 4-0).

Al termine del campionato 1927-1928 la U.S. Milanese fu promossa d’ufficio in Divisione Nazionale con l’obiettivo di fonderla, per volontà del regime fascista, con l’Inter nella nuova Società Sportiva Ambrosiana, dalla maglia bianca con una croce rossa, simbolo di Milano.

Nella stagione 1929-1930 arrivò il primo scudetto dell’Ambrosiana (il terzo per l’Inter) e si tornò alla maglia nerazzurra. Però sul petto campeggiava uno stemma circolare a scacchi bianconeri, in ricordo della U.S.M. Con la vittoria del campionato e la presenza dello scudetto, sparì lo stemma circolare e gli scacchi vennero posti sul colletto della divisa. Il 1932 vide il cambio di denominazione della nuova società in Ambrosiana-Inter dopo la ricostituzione dell’U.S. Milanese, che rinacque solo come polisportiva senza la sezione calcistica, sciogliendo così la fusione forzata con l’Inter.

Nel 1945 l’U.S. Milanese, rinata anche calcisticamente, rifiutò l’invito a prendere parte al campionato misto di Serie B e riprese l’attività solo a livello locale (campionato milanese) ma alla fine della stagione 1945-1946 terminò l’attività ufficiale, sancendo il tramonto di una gloriosa, sfortunata e dimenticata società degli albori del calcio italiano

Carraro su Calciopoli: “Giusto togliere Scudetti alla Juve, sbagliato darli all’Inter”

Carraro su Calciopoli: “Giusto togliere Scudetti alla Juve, sbagliato darli all’Inter”

Diceva il giornalista Franco Rossi, che dopo Fidel Castro, Franco Carraro è stato una delle persone rimaste al potere per più tempo. Nello sport come nella politica. Giovanissimo presidente della Federazione Sci Nautico, poi numero uno del Milan, ancora presidente della Figc e del CONI e di nuovo della FIGC fino all’inchiesta di “Calciopoli”.

In politica, democristiano prima socialista poi, ministro del Turismo e sindaco di Roma. Oggi è un senatore di Forza Italia. Le sue carriere, nello sport come nella politica, sono sempre state interrotte dalle inchieste giudiziarie: Mani Pulite prima, Calciopoli poi. Che però riguarderanno gli altri, perché lui, che sarà comunque costretto alle dimissioni, dalle inchieste uscirà sempre indenne. Come nel 2006 quando l’indagine a suo carico della Procura di Napoli, si concluderà con un nulla di fatto. Possibile che Carraro non sapesse nulla di quello che stava succedendo? Se lo domandarono in molti. “Ha fatto il palo” scriverà il sito di Beppe Grillo nel 2006. Ma saranno soltanto sospetti, illazioni, perché alla fine Franco Carraro ne uscirà pulito.

E anche del “Grande Scandalo” che travolse il mondo del calcio nel 2006 l’ex presidente della FIGC è tornato a parlare nel corso di un’intervista concessa al quotidiano Libero, pubblicata lunedì. “Fu giusto togliere gli scudetti alla Juve, sbagliato fu assegnarli all’Inter” . Se la Vecchia Signora, oltre gli scudetti tolti, finirà addirittura in serie B, l’Inter verrà soltanto sfiorata dall’inchiesta ma in ambito sportivo. Nel 2011 l’allora Procuratore federale Palazzi, riconoscendo “l’improcedibilità delle situazioni” per intervenuta prescrizione dei reati, parlerà di “illecito sportivo” anche per quanto riguarda l’Inter, in relazione ai comportamenti tenuti dall’allora presidente Giacinto Facchetti, deceduto nel settembre del 2006. Nei confronti del quale per ovvi motivi, non verrà aperta alcun indagine. Ma per Carraro, come dichiarato sul giornale di Vittorio Feltri, l’assegnazione degli scudetti è stata piuttosto “un eccesso di zelo, perché non esiste che uno scudetto vada assegnato a tavolino”.


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