Il patto anti-Juve sull’asse Milano-Napoli e il duello Agnelli-Elkann

Il patto anti-Juve sull’asse Milano-Napoli e il duello Agnelli-Elkann

Patto di ferro tra Inter, Napoli e Milan per contrastare tutti insieme il monopolio della Juventus. Le tre grandi pensano ad una intesa di non belligeranza, una comunione d’intenti finalizzata a riequilibrare le sorti del calcio italiano. Le prove tecniche di sinergia del vento unanime di protesta che soffia forte sulla Serie A sono tangibili ed ormai testimoniate da segnali mediatici inequivocabili con un coro di malcontento che, dalla Madonnina al Vesuvio, potrebbe presto portare a riporre in un cassetto i vecchi antagonismi geografici e campanilistici per tramutarsi nell’idea di un possibile dossier condiviso sugli errori arbitrali.
 .
Oltre qualsiasi gap tecnico tra le squadre di vertice, c’è la voglia di invitare perlomeno ad una riflessione l’Associazione Italiana Arbitri e di dare una dimostrazione di forza in Lega Calcio dove alle porte c’è l’elezione del nuovo presidente per la poltrona sinora occupata da Maurizio Beretta (argomento sul quale ancora non c’è accordo). Le tre big sono intenzionate a dare vita alla “triplice alleanza” per arginare lo strapotere, da loro discusso, che sta avendo sino a questo momento la società di proprietà della famiglia Agnelli. Alle due milanesi ed ai partenopei non va proprio giù quanto accaduto nelle recenti settimane, sempre a Torino. Prima nella sfida tra Juventus e Inter poi nella semifinale di andata di Coppa Italia Juve-Napoli e infine sabato scorso con il rigore decisivo al 95′ in favore della formazione di casa e la reazione furiosa del Milan. L’inespugnabile fortino dello Stadium è un tabù che le tre grandi non accettano e mettono in discussione. E la parola d’ordine che anima le proteste di Inter, Napoli e Milan si racchiude nella medesima espressione:“decisioni vergognose”. Il comune denominatore della protesta è la cartina di tornasole di una battaglia che potrebbe presto diventare una guerra senza esclusione di colpi.
 .
A Torino regna Andrea Agnelli, che vuole vincere tutto per dare il via alla scalata a Exor e il cugino John Elkann, a quanto pare, vorrebbe invece togliergli la presidenza della Juventus e questo duello è molto di più di una questione tutta di famiglia. E’ una resa dei conti totale che sta arrivando al crocevia finale con forti riverberi sul calcio italiano. Sullo sfondo al braccio di ferro Agnelli-Elkann, ci sarebbe insomma la volontà di Andrea Agnelli di non lasciare niente per strada, vuole vincere ogni competizione quest’anno per conquistare il trono di casa Exor. Nel Cda bianconero Beppe Marotta potrebbe schierarsi dalla parte di Elkann, Pavel Nedved sembra pronto a diventare presidente, e Andrea Agnelli nel cda bianconero, paradossalmente, rischia di trovarsi in minoranza. Ha vinto cinque scudetti ma non basta per vincere la contesa di famiglia e lo spartiacque potrebbe essere l’esito di questa stagione. Il presidente regna ma non governa, dicono i bene informati a Torino: se deve fare acquisti, deve passare dall’approvazione del cugino che vuole ribaltare gli equilibri attuali. Andrea potrebbe essere inserito nel Cda della Ferrari e quindi lasciare della Juventus.
 .
Ed è così che nel bel mezzo di questa guerra fratricida torinese, si ritrovano nel ruolo di spettatori interessati Inter, Napoli e Milan, che non vogliono fare da vittime predestinate e la cui protesta non rivendica i soliti teoremi complottistici volti ad attestare una malafede degli arbitri. L’ira funesta di Inter, Napoli e Milan, batte il chiodo, pur credendo nella indiscussa piena integrità morale di arbitri, guardalinee ed assistenti, sulle direzioni di gara nei casi specifici che hanno dato l’impressione, a loro dire, di essere perlomeno condizionate da una certa sudditanza psicologica del non voler danneggiare i campioni d’Italia, specialmente quando giocano in casa. L’anatema che torna alla mente è quello delle dichiarazioni rese dall’ex arbitro Danilo Nucini al processo Calciopoli: “Se sbagliavi a favore della Juve arbitravi in serie A, se sbagliavi contro la Juve arbitravi in B”. E il pensare comune del popolo pallonaro si interroga sull’ipotesi che qualche fischietto, specie se in corsa per designazioni internazionali, possa avere remore a decidere contro la Juventus perché poi il voto e le valutazioni del più potente club italiano potrebbe frenarne o stroncarne la carriera. Per adesso sono solo maldicenze ma è certo che il fiume di polemiche non si arresterà fino alla fine del campionato e oltre.

 

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

In un’epoca nella quale impera il precariato in qualunque accezione possibile, gli allenatori del mondo del calcio non fanno eccezione. Ovviamente la loro posizione è invidiabile rispetto a quella di una miriade di altri lavoratori, ma non mancano le difficoltà. Soprattutto quando si porta avanti un progetto sportivo in Italia. Gli allenatori finiscono facilmente nel mirino della critica (spesso a prescindere dai risultati ottenuti), e sono secondi solo agli arbitri. È la dura legge del precariato, prendere o lasciare. Se poi si parla dell’Inter, una delle squadre più pazze del mondo, tutto si amplifica. Capita allora che un tecnico capace di riportare sulla retta via un gruppo totalmente allo sbando, venga messo continuamente in discussione. E le sirene di mercato trasformino l’allenatore giusto al momento giusto in un potenziale traghettatore.

Il solo pensiero di valutare un passaggio del testimone a fine stagione è un’eresia. Il cambio di marcia seguito all’esperimento fallimentare con De Boer è sotto gli occhi di tutti, e l’Inter non dovrebbe far altro che garantire massima fiducia nei confronti di Stefano Pioli, capace di trasformare una stagione iniziata tragicomicamente in una svolta tecnica che i tifosi attendevano dai tempi del triplete mourinhano. La dirigenza nerazzurra lo sta facendo, ma i rumors continuano a rincorrersi e ogni giorno è un’occasione per associare un nuovo nome ad una delle panchine più difficili d’Italia. Lo scorso 9 novembre avevamo parlato diffusamente del tecnico parmense, e avevamo sottolineato un aspetto fondamentale: Pioli è un normalizzatore di successo, non un traghettatore. Il contratto che lo lega all’Inter lo dimostra (scadrà il 30 giugno del 2018), eppure la stampa nazionale non è convinta. Nonostante tutto, non si è ancora scrollato di dosso l’etichetta ingenerosa che si porta dietro da quando è arrivato ad Appiano Gentile. I nerazzurri, intanto, sono ancora in lotta per conquistare un posto in Champions League (lo scontro diretto col Napoli del prossimo 30 aprile dirà molto in questo senso), e Pioli ha dalla sua dei numeri da capogiro. Se si considera solo il campionato, l’ex tecnico di Lazio e Bologna ha conquistato 37 punti in 16 partite (2,31 di media) grazie a 12 vittorie, un pareggio e 3 sconfitte (contro Napoli, Juventus e Roma). 37 i gol fatti (2,31 a partita), 15 i subiti (0,93). Il confronto con De Boer è impietoso: l’allenatore olandese, infatti, aveva lasciato l’Inter dopo aver raccolto la miseria di 14 punti in 11 gare (1,27 di media), frutto di 4 vittorie, 2 pareggi e 5 sconfitte. I nerazzurri segnavano meno (1,18 reti a partita) e incassavano di più (1,27). Fare di più sarebbe stato quasi impossibile, e allora sorgono spontanee diverse domande: perché si continua a metterlo in discussione? Ha ancora senso definirlo un traghettatore? L’ha mai avuto?

Stefano Pioli può consolarsi: non è solo. La storia del calcio, infatti, è piena di traghettatori (o presunti tali) di successo. Qualcuno ha salvato una o più squadre sull’orlo del baratro (Ballardini con Cagliari e Palermo, Ranieri col Parma di Giuseppe Rossi, Reja con l’Atalanta), mentre qualcun altro si è reso protagonista di rimonte incredibili che sono valse un quarto posto (Uliveri a Parma nel 2001), uno scudetto (Invernizzi con l’Inter nella stagione 1970/71, Tǿrum col Rosenborg nel 2006) o addirittura un Mondiale (Zagallo “traghettò” il Brasile verso il titolo del 1970 dopo l’addio di Saldanha). Il Chelsea meriterebbe invece un capitolo a parte. I londinesi, infatti, hanno vinto in pochi anni una Champions con Di Matteo (sfiorandone un’altra sotto la guida di Grant), un’Europa League (Benitez) e una FA Cup (Hiddink) grazie a quattro tecnici accomunati da un dettaglio sorprendente: l’essere dei semplici traghettatori. Se si parla di Champions League, la lista si allarga ulteriormente. Oltre al già citato Di Matteo, ne sanno qualcosa il Real Madrid (Del Bosque nel 1999/00, Munoz nel 1959/60), il Bayern Monaco (Cramer, 1974/75), l’Olympique Marsiglia (Goethals, 1992/93) e l’Aston Villa (Barton, 1981/82). C’è infine chi ha approfittato del rifiuto di un altro tecnico (Simone Inzaghi siede ora sulla panchina della Lazio grazie al clamoroso dietrofront estivo di Bielsa), e chi ha scatenato le ire di mezza dirigenza per scarsa fiducia nei suoi confronti. Bruno Pesaola, infatti, sostituì Cervellati alla guida del Bologna nel 1977, salvandolo all’ultima giornata. Fortemente voluto dal presidente, provocò le dimissioni di quattro dirigenti emiliani, tra cui il giornalista Enzo Biagi. Rimase poi per due anni.

Potremmo andare avanti per ore, scrivere dei saggi sull’argomento e arrivare sempre alla stessa conclusione: se si escludono gli allenatori chiamati a guidare una squadra per un paio di partite (Stefano Vecchi, predecessore di Pioli sulla panchina dell’Inter), è la storia a definire un traghettatore come tale, non una condizione di base. Questo prescinde dalla durata di un progetto sportivo (in certi casi basta mezza stagione, o meno) e di un contratto: sono i risultati sportivi a parlare, e Pioli ha dimostrato per l’ennesima volta che la precarietà, spesso male incurabile del nostro calcio, si possa trasformare talvolta in una ventata produttiva di motivazioni. Sostituirlo a fine stagione con un nome altisonante (Simeone o Conte), rischierebbe di vanificare l’ottimo lavoro portato avanti finora e ci sarà tempo e modo per parlarne meglio, ma una cosa è certa: Pioli ha confermato l’inconsistenza di alcune definizioni frettolose. Le stesse che hanno bruciato le esperienze lavorative di alcuni allenatori, e hanno trascinato altri verso uno scudetto, una Champions League o un Mondiale. Alla faccia della critica.

 

 

 

 

 

 

 

Inter mai stata in B? Sì, ma c’è un però

Inter mai stata in B? Sì, ma c’è un però

Negli ultimi giorni ha preso piede la polemica relativa al messaggio comparso sui profili ufficiali dell’Inter in occasione della festa dei 109 anni della squadra meneghina. A buttare benzina, secondo alcuni, sulla faida secolare tra Juventus e il club neroazzuro uno stralcio in particolare che si riferiva al Triplete e al riconoscimento dell’Inter come unica squadra di serie A a non aver mai fatto tappa nel campionato cadetto. Tra i tifosi delle due squadre è scattata la “guerra” sui social anche in risposta a quanto detto da Buffon recentemente, parlando degli strascichi della partita più contestata di questo campionato. Parole certamente non apprezzate dai tifosi di Icardi&co come dimostrato dallo striscione nella partita di ieri a San Siro.

Questo il messaggio intero:

La nostra è una storia diversa dalle altre. È la storia di un club con valori profondi stabiliti più di cento anni fa e che continuano a guidarci ancora oggi. Ogni giorno.Siamo nati dalla visione di intellettuali, studenti, stranieri e artisti riuniti al ristorante l’Orologio di Milano. Condividevano un’idea moderna e innovativa per quel tempo: che Milano meritasse un palcoscenico internazionale, e una squadra internazionale.E così il 9 marzo 1908 nacque l’F.C. Internazionale Milano. Una squadra che abbraccia la diversità, in cui tutti i giocatori si riconoscono sotto un’unica bandiera: quella del talento. In 109 anni di storia l’Inter è l’unica squadra italiana ad aver conquistato il Triplete e a non essere mai retrocessa. Da oltre un secolo i nostri valori – Unità, Integrità, e Passione – guidano ogni nostra azione e ci fanno riconoscere agli occhi del mondo. Giochiamo con unità – dalla nostra nascita abbiamo schierato giocatori di più di 47 nazionalità diverse e abbiamo tifosi appassionati in tutto il mondo. Siamo senza dubbio una famiglia del mondo che vince unita. Agiamo con integrità – onestà e correttezza ci guidano. Non conta solo vincere, ma soprattutto come si vince. Giochiamo con passione – con un sentimento profondo che alimenta la nostra anima indomita. I nostri valori nascono da un forte credo che ci ispira e scorre nelle nostre vene. Noi siamo davvero fratelli del mondo. Lottiamo con coraggio per ciò in cui crediamo a testa alta, e il nostro cuore batte forte. Noi siamo i nerazzurri”

Ma davvero l’Inter non è mai stata in B? Quasi. Più precisamente, non ci è andata. L’Inter e i suoi tifosi si fregiano della “immunità” alla serie cadetta. In realtà i neroazzurrri si “guadagnano” una potenziale retrocessione nel 1922. Poi, però, per una serie di imprevisti e probabilità, conservano la massima serie (ri)passando dal via…

Stagione 1921-22. Situazione complicata. Il precedente campionato si era giocato con 88 squadre. Troppe. Ai nastri di partenza della massima serie si presentano in 105. Troppe. Si consuma lo “scisma”. A Milano nasce la Confederazione Calcistica Italiana. Si giocano due tornei: quello della FIGC (47 squadre) e quello della CCI  (58 squadre). Vinceranno Pro Vercelli (CCI) e Novese (FIGC).

Tutto secondo pronostico, tranne la disastrosa stagione dell’Inter: 11 punti in 22 partite, 29 gol fatti e 66 subiti. Ultimo posto e condanna alla Serie B? Secondo il regolamento FIGC sì. L’Inter però gioca nella CCI. E allora?

Nel mare magnum della confusione arriva un’insperata scialuppa di salvataggio. FIGC e CCI accettano un confronto. Entra in scena Emilio Colombo: il direttore della Gazzetta dello Sport, chiamato a dirimere la questione, presenta il “Compromesso” che prevede lo sciolgimento della CCI e il ritorno dei “secessionisti” in FIGC. Il nuovo torneo prevede 36 squadre. 12 CCI, altrettante FIGC, sei per meriti sportivi. Restano sei posti da giocarsi, previo spareggi incrociati, fra dodici squadre: 6  CCI e 6 FIGC. É lecito chiedersi in base a quali criteri si possano ridurre i ranghi penalizzando società e squadre che meriterebbero sul campo, la massima serie. Beh, chi potrebbe spiegarcelo è definitivamente irraggiungibile. L’unica certezza è che siamo in Italia anche nel 1922: contano meriti sportivi, bacino d’utenza, titoli, trofei, amicizie e simpatie.

Diverse squadre che avrebbero diritto alla Prima Divisione sono estromesse. L’Inter  ha comunque diritto di provare a salvarsi: e torna in corsa. Il percorso prevede due spareggi. Il primo dei due match è contro lo “Sport Italia Milano”. Vittoria facile, a tavolino: la società è fallita. Resta l’ultimo ostacolo per l’agognata permanenza. I nerazzurri affrontano la Libertas Firenze. Anzi, quello che ne resta dopo la fine del campionato (a marzo) e l’imminente fusione con la Fiorentina. I toscani sono costretti a scendere in campo. Sfide andata e ritorno. L’andata si gioca a Milano, il 16 luglio 1922, a tre mesi dalla fine del campionato. La Libertas stenta a trovare undici uomini da mettere in campo. L’Inter ce li ha e se la cava: 3-0. Il ritorno è una formalità: 1-1 a Firenze. Tanta paura, ma tutto ok. Grazie al “compromesso”  l’Inter gioca e vince gli spareggi, mantiene serie A e “immunità”. Mai stata in B. Al massimo, per due mesi e senza giocarvi.

 

 

Fabrizio Biasin: “Juve prima? Giusto. Suning, una fortuna per l’Inter”

Fabrizio Biasin: “Juve prima? Giusto. Suning, una fortuna per l’Inter”

Pioli, da quando è subentrato sta facendo molto bene. Te  lo aspettavi? Avresti mai pensato che un allenatore, alla fin fine alla sua prima vera esperienza su una panchina importante, potesse riuscire a portare a risultati, come le 7 vittorie di fila, che non si vedevano dai tempi di Mourinho. In un ambiente poi, come quello dell’Inter, che dopo lo Special One…

Mi aspettavo sicuramente un miglioramento. Era fisiologico, stiamo parlando di una squadra che già aveva da tempo dei grandi valori, il fatto che non portasse punti in classifica era destinato a terminare presto. Di sicuro Pioli è stato bravo a mettere i giocatori a loro agio sia in campo sia fuori, e soprattutto, a dare un’identità alla squadra. Pochi lo dicono, ma è una squadra che gioca un bel calcio. Magari non un calcio straordinariamente bello, ma un gioco che produce tante azioni e piace ai tifosi.

Proprio a Bologna, a sancire la 9° vittoria nelle ultime 10 partite di campionato, ci ha pensato Gabriel Barbosa, detto Gabigol. Cosa pensi del giocatore? Può davvero diventare un fenomeno (con la ‘f’ minuscola)? E come ti spieghi questo suo successo sui social? I tifosi sembrano davvero adorarlo.

È chiaro, un ragazzo che è costato 30 milioni deve rendere di più rispetto a quel poco che ha fatto vedere fin qui, un po’ per colpa sua, un po’ per il fatto che per adesso è stato proposto poco, secondo me con intelligenza. Probabilmente in un momento in cui l’Inter andava male, come nella prima parte della stagione, non aveva senso buttarlo nella mischia, si rischiava di bruciarlo. Adesso piano piano sta prendendo i suoi minuti, l’Inter a Gennaio ha deciso di trattenerlo. Sono andati via tanti giocatori, poteva andare via anche lui in prestito, invece l’Inter ha deciso di tenerlo proprio perché sapeva che sarebbe arrivato il suo momento. E questo è un ragazzo che ha: delle qualità tecniche indiscusse; qualità morali, perché stiamo parlando di un bravissimo ragazzo, e questo non è un aspetto secondario (vedendo soprattutto lo storico in Italia); e in più sta cercando di adattarsi ad un tipo di gioco che non conosceva, come quello europeo, dove la posizione è importante, dove devi ascoltare il tuo allenatore. Io credo che da qui a fine stagione scenderà sempre di più in campo. Poi è evidente che se uno lo accosta a Ronaldo fa un errore clamoroso, però sicuramente non è quel bidone che qualcuno voleva far passare. Nel momento in cui Pioli si è trovato nella necessità di fare punti, si è affidato a delle certezze, che si chiamano Icardi là davanti, Candreva sula destra, Perisic sulla sinistra, e Joao Mario dietro lo stesso Icardi. A quel punto le caselle erano complete, per forza di cose in quel momento non c’era spazio. Adesso con prima la squalifica di Icardi, poi con Candreva che è sceso un po’ di condizione ed altri fattori, lui piano piano sta trovando il suo spazio, e finalmente lo sta anche sfruttando in maniera adeguata.

Non  posso non chiederti di Icardi. Prima la autobiografia, poi la querelle a distanza con Maradona, però i gol arrivano sempre. Per te può davvero diventare uno dei top di sempre Maurito? E secondo te è giusto sia lui capitano invece che personaggi meno carismatici ma più leader silenziosi? Uno su tutti: Handanovic.

Allora, io sono di parte su Icardi. Sono poco attendibile, perché secondo me siamo di fronte ad un grandissimo calciatore. Calciatore e uomo, perché questa è una cosa che magari qualcuno non condividerà. Per me invece che ho avuto modo di conoscerlo, pochissimo per carità, e per quel poco mi ha fatto pensare di essere di fronte ad una bravissima persona. In campo lo vedono tutti, stiamo parlando di un ragazzo che a 24 anni appena compiuti ha già dei numeri incredibili e straordinari, che aggiorna in continuazione per gol e assist. Anche per km corsi, mi sembra al 3° posto nella rosa. Per cui, per l’aspetto sportivo non ho alcun tipo di dubbio. Sul fatto che si potesse dare la fascia da capitano a qualcun altro, dico che ci può stare, si poteva dare ad altri come Handanovic, effettivamente è stato un azzardo, ma un azzardo, almeno secondo me, vinto. Icardi sta dimostrando di essere meritevole di indossare quella fascia, i compagni di squadra lo seguono. È vero, ai tempi in cui gli è stata assegnata la fascia, faceva i ‘capricci’ per il rinnovo, ma io credo che sia il segno di una società che in quel momento era un po’ in difficoltà per mille motivi, che ha voluto puntare sul suo giocatore più rappresentativo. In più, l’ ho trovato un modo per: 1) dargli un motivo in più per restare a Milano; 2) dare una continuità con quello che era successi nei precedenti 15 anni con Zanetti. Ovvio, il paragone è assolutamente azzardato, ma io credo che siamo di fronte a un ragazzo che ha 24, con una famiglia sulle spalle, e quindi un’idea ben precisa della sua vita extrasportiva. Io credo che la fascia di capitano dell’Inter sia assolutamente in ottime mani.

Anche se, come molte male lingue non fanno a meno di sottolineare, le uniche sconfitte con il nuovo tecnico sono state contro Juve e Napoli  nelle uniche partite di un certo livello che i nerazzurri hanno affrontato.

Beh, la partita con il Napoli è arrivata pochi giorni dopo che Pioli era arrivato a Milano. Effettivamente la partita era stata mal giocata, brutta, con uno strascico della prima parte di stagione in cui le cose andavano male. Contro la Juve invece io credo che l’Inter abbia giocato un’ottima partita, nel senso che negli ultimi 3 mesi, ovvero dalla finale di Doha tra Juve e Milan in avanti, pochissime squadre sono riuscite a mettere così in difficoltà la Juventus, praticamente nessuna nel suo stadio. Ce l’ha fatta l’Inter con una partita ben giocata, in particolare nel primo tempo, e quindi secondo me Pioli esce a testa alta anche da questa partita.

Un pensiero su Inter – Juve?

Su Juventus – Inter sono sempre stato abbastanza chiaro, ognuno poi strumentalizza/gestisce le cose a modo suo. Comunque, non è una questione di juventini contro interisti, per come la vedo io. Secondo me c’è un problema arbitrale ben chiaro in una partita centrale come quella tra Juve e Inter allo Juventus Stadium, e l’Inter aveva necessità di fare punti per la corsa alla Champions League. Non c’è riuscita per demeriti propri, perché la Juve ha meritato la vittoria, ma anche perché l’arbitro ha passato una brutta serata, 90 minuti gestiti secondo me male, nei confronti sia dell’Inter sia della Juventus. Questo significa che è stata una direzione sbagliata. Non c’è nessun tipo di prevenzione nei confronti della Juventus, c’è semplicemente un arbitro che ha sbagliato la serata. Così come Mazzoleni ha sbagliato nella gestione delle cose a Bologna, così come in Sampdoria – Cagliari c’è stato un mezzo disastro con un gol clamoroso annullato al Cagliari, e un rigore altrettanto clamoroso negato alla Samp. Quello che voglio dire è che evidentemente c’è un problema arbitrale più che una questione di ‘io sto con la Juve’, ‘ io sto con l’Inter’. 6 arbitri per partita invece di semplificare  le cose le complicano, e questa cosa andrebbe guarita. Secondo me puntare su 6 teste su un campo da calcio è esagerato. Una volta c’erano le terne, e bastavano quelle. Adesso invece si è deciso di aumentare, e invece di semplificare le cose si sono complicate. Proprio in Sampdoria – Cagliari l’arbitro stava convalidando serenamente il gol del Cagliari, e l’assistente ha fischiato che ha visto non si sa dove non si sa come, e quindi invece di aiutarlo lo ha fatto sbagliare.

Ora in nerazzurri sono in piena corsa per l’Europa. Credi che possano arrivare a conquistarsi un posto Champions?

È molto complicato. Tutte le partite hanno la stessa importanza e l’Inter deve vincerle tutte se vuole sperare di arrivare al terzo posto. Bisogna sperare che le avversarie sbaglino, anche se è chiaro che i nerazzurri compirebbero un piccolo miracolo sportivo se ce la facessero. Diciamo che per ora le possibilità non superano il 25-30%.

Cosa pensi del miracolo dell’Atalanta? Squadra allenata tra l’altro da Gasperini, uno che all’Inter non fece proprio benissimo.

La gestione a Bergamo è da sempre illuminata. Poi ci sono stagioni in cui la squadra combatte per salvarsi, e altre dove va a metà classifica. Quest’anno c’è stato questo exploit, ma queste sono cose che variano di stagione in stagione. La certezza è che a Bergamo sanno far calcio, perché hanno un potenziale incredibile grazie al settore giovanile, loro fiore all’occhiello che viene coltivato e portato avanti. Sanno come vendere, sanno chi andare a comprare, e così i risultati vengono da sé. Va dato il merito a Gasperini di aver fatto delle ottime cose  con questi ragazzi, visto che, anche se a gennaio ne vendono un paio, poi ne entrano altri 2 nuovi. Hanno un bacino inesauribile, e sono forse i migliori in Italia sotto questo punto di vista. Uno buono ce l’ha anche l’Udinese, ma adesso forse l’Atalanta ha superato il club friulano. In più, la dea produce baby fenomeni a km 0, li scova in zona.

Intanto in Europa Icardi&co. la guardano da casa. Secondo te l’Inter di oggi, anche alla luce dei sedicesimi di Roma e Fiorentina, avrebbe potuto essere una contender in Europa League?

Assolutamente sì. Per la qualità che ha l’Inter l’obiettivo minimo era arrivare alla fase ad eliminazione diretta. Invece si è bruciata un’occasione, buttando via partite su partite nella prima parte di stagione. Era una competizione che l’Inter poteva tranquillamente provare a vincere.

Debaclè europea e ritardo in campionato che derivano da una partenza molto difficile. Sembra passata, ma Frank De Boer veniva esonerato il 1°novembre, appena 4 mesi fa. Cosa non andava secondo te? E cosa è cambiato in meglio? Insomma, era così ‘scarso’ il tecnico olandese?

No, io resto convinto che De Boer sia un grandissimo allenatore. Il problema non era l’allenatore, il problema è che se tu decidi il 20 agosto di affidarti ad un tecnico straniero, devi essere consapevole di quello che ti aspetta. Ci vuole tempo, pazienza. Il fatto che l’olandese fosse un tipo di allenatore per cui il tempo era indispensabile lo sapevamo tutti, non se ne sono accorti in società. Scegli un tecnico straniero, e pretendi di vincere da subito. Questa cosa era praticamente impossibile. L’errore non è stato affidarsi a De Boer, quanto il non sapere in che mani ti saresti messo, ovvero quelle di un bravissimo tecnico che però non può combinare i miracoli da un giorno all’altro. La società l’estate scorsa ha combinato un piccolo disastro nella gestione del rapporto con Mancini. Ci sono state troppe settimane passate a fare il tira e molla con il Mancio, quando si ea già capito che si andava verso la separazione. Temporeggiare è stato un danno sia per il tecnico che arrivava sia per i giocatori perché non si sono preparati al meglio.

Merito anche di un mercato di gennaio oculato, con poche operazioni ma ben gestite. Tra gli acquisti, un nome su tutti: Gagliardini. Cosa pensi del giocatore? Ti aspettavi potesse fare così bene? Erano in molti ad alzare critiche per la cifra con cui è stato pagato, e poi…

Io non pensavo che potesse da subito rendere così tanto, ma evidentemente lo pensava chi lo ha voluto, ovvero Ausilio insieme allo stesso Pioli. Per fortuna l’Inter è nelle loro mani, e hanno voluto spendere l’unica fiche nelle loro mani per un ragazzo che per molti era una scommessa, e che in realtà è già una certezza. Un ragazzo che non sente la pressione della maglia, veste la casacca dell’Inter indifferentemente da quella dell’Atalanta. Veramente una bella scoperta. In questo momento ha conquistato la Nazionale, e credo che dopo una decina di partite con l’Inter si possa dire che è un elemento fondamentale per il futuro del centrocampo nerazzurro.

Quindi  gli investimenti di Suning stanno dando i loro frutti. Cosa pensavi del passaggio del club in mani asiatiche quando ancora la trattativa era da farsi. e soprattutto cosa ne pensi ora di questa Inter made in China, così come il Milan.

Penso che il 2016, deludente dal punto di vista sportivo, passerà alla storia come una delle annate più fortunate della storia nerazzurra, perché essere finiti nella mani di un imprenditore così illuminato, capace di vedere sul lungo periodo quello che può succedere, quello che può servire per sfondare nel calcio in Europa è stata una grande fortuna e sarà una grande fortuna per l’Inter. Suning ha le idee chiare, ha disponibilità economica, e io credo che questo sia davvero una grance fortuna per i nerazzurri e per tutto il calcio italiano.

Mentre invece la Juve, saldamente in mano alla famiglia Agnelli, e saldamente made in Italy, in Italia sembra proprio non avere avversari.

La Juventus è un modello di gestione. Sono stati molto bravi a ripartire dopo il famoso 2006. Sono una società gestita da un secolo da un famiglia. Ci riescono molto bene, sono molto bravi nella gestione, sono un esempio da seguire. È chiaro che ora l’arrivo dei cinesi a Milano può generare una concorrenza positiva, utile per tutto il movimento. In questi ultimi anni è mancato il calcio milanese, e il prodotto calcio in Italia ne risente. Credo che l’avvento dei cinesi sia assolutamente da vedere come qualcosa di positivo, perché può veramente portare tanto per tutto il movimento del calcio italiano.

Secondo te, come può (se può) finire il dominio bianconero? Credi si tratti di un fattore soltanto tecnico o anche il lato psicologico conta? Nessuno sembra si convinto di poter trionfare contro i bianconeri.

Beh, l’Inter ci ha provato a batterla, ma non ci è riuscita. Il Genoa voleva batterla e ce l’ha fatta. La verità è che ora la Juventus è la squadra più forte. Ha l’attaccante probabilmente più forte del mondo, ha la difesa della Nazionale, uno dei portieri più importanti al mondo, un centrocampo che funziona, e una capacità di restare negli anni ad alti livelli. Giocare determinate partite poi ti aiuta anche a vincerle. Io credo che al di là di tutto loro siano in testa perché se lo meritano.

Anche se a volte la Juve i problemi sembra volerseli creare in casa. Prima Dybala, poi Manduzkic, infine Bonucci, fuori contro il Porto. Sembra che ogni settimana un big debba litigare con Allegri. Credi che questi ‘incidenti di percorso’ possano destabilizzare l’ambiente?

I problemi disciplinari ci sono sempre in tutte le famiglie, nelle migliori e nelle peggiori, bisogna saperli affrontare. La Juventus in questo caso ha ritardato un po’ a tamponare le cose, perché i problemi non sono di questo periodo, ma di un paio di mesi fa, cioè dopo la sconfitta in Supercoppa. Hanno tardato un po’ però poi hanno fatto la cosa giusta, ovvero mettere un paletto e dire quello che è successo. Così danno forza al proprio allenatore per affrontare i mesi caldi della stagione. Le società serie si comportano in questa maniera. Un professionista commette un errore, è giusto che venga sanzionato, questo è il metodo di ogni società che vuole avere una linea guida chiara, che vada al di là delle semplici partite.

A proposito di Champions, come vedi le italiane?

La Juventus è una delle candidate alla vittoria finale, in questo momento non si può dire altro. Hanno fatto tutto il possibile per arrivare fino in fondo. Il Napoli ha giocato secondo con grande dignità l’andata di questi ottavi con una delle squadre più forti al mondo, e proverà a giocarsi le sue carte nella partita di ritorno. L’obiettivo lo ha raggiunto, ovvero quello di arrivare alla fase ad eliminazione diretta. Tutto quello che arriva in più è tanto di guadagnato. Lo hanno capito tutti, tranne il presidente de Laurentiis

La tua favorita per la vittoria della Champions?

Io ho visto un bel Manchester City, un po’ in difficoltà all’inizio, ma sicuramente è una bella squadra. Però io dico che per esperienza il Bayern è ancora la squadra favorita, perché ha l’allenatore più bravo di tutti, almeno secondo me, e una squadra comunque pronta e matura.

Abbandoniamo il calcio giocato. Sta facendo molto parlare, nel calcio ma non solo, la questione del nuovo stadio a Roma. Tu cosa ne pensi? Ricordo che tempo fa si vociferava una cosa simile per l’Inter a Milano

Si, si era parlato di quello, poi di rinnovare San Siro tutti insieme. Il problema non è la volontà di fare le cose, quella c’è. Il problema è che in Italia ci si deve scontrare con la burocrazia, un muro quasi invalicabile. Tutti dicono ‘facciamo’ ‘disfiamo’, poi però in Parlamento non se ne parla, e quando ci prova a fare le cose ci si scontra con le carte bollate. Gli unici che ci sono riusciti sono la Juventus, perché ha sfruttato un momento ed un’occasione per farlo, e l’Udinese, di un uomo illuminato che si chiama Pozzo, che in Friuli si poteva e si può permettere di fare quello che vuole. Pallotta è venuto in Italia non dico quasi esclusivamente per fare lo stadio, ma di sicuro era una delle sue priorità. Con lo stadio puoi fare affari, marketing, soldi, quindi insisterà sempre da questo punto di vista, ma è anche legittimo., perché un imprenditore che  viene ed investe su una squadra vuole anche un ritorno. Una soluzione prima o poi bisognerà trovarla ma a Roma ci sono un miliardo di problemi, e abbiamo visto che se ne risolve uno a secolo.  È chiaro che diventa tutto molto più difficile, in una città complicata su tutti i punti di vista, e quello dello stadio non è proprio una sciocchezza. Ci vogliono soldi, tempo, spazi, e a Roma diventa veramente tutto molto complicato.

Da Inzaghi a Zoff, quando l’allenatore è un’aulularia

Da Inzaghi a Zoff, quando l’allenatore è un’aulularia

Se a più riprese ci si è chiesto cosa sia un allenatore per i giocatori – parafulmine, psicologo, padre, maestro, stratega, guru – poche volte ci si è interrogati sulla sua valenza per la società che rappresenta. Una risposta in proposito si può ricavare dall’Aulularia di Plauto, commedia latina che racconta l’improvvisa fortuna di tal Euclione quando scoprì in casa sua una pentola di monete d’oro (aulularia), perché anche un allenatore, in certi casi, può rivelarsi una ricchezza per il suo club. Soprattutto se è bravo e costa poco. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, è Simone Inzaghi. Con la differenza, rispetto l’opera classica, che alla Lazio conoscevano il loro tesoro, emerso in questi anni alla guida della “Primavera” biancoceleste con la conquista di due coppe Italia e una Supercoppa.

Rivelazione del campionato grazie a un brillante girone d’andata (malgrado gli ultimi due stop con Juventus e Chievo), l’ex centravanti ha fatto ricredere molti scettici. Soprattutto quelli che al suo posto avrebbero voluto l’argentino Bielsa, nome carico di suggestioni, disapprovandone il mancato arrivo, l’estate scorsa, con toni pessimisti nei confronti della stagione che sarebbe andata a iniziare. Di tutt’altra idea il presidente Lotito, che ha proseguito con il tecnico piacentino, già bravo nella gestione dello scorso finale di torneo quando subentrò a Pioli. Scelta lungimirante. Inzaghi ha ricambiato la fiducia costruendo un gruppo dal gioco propositivo, confermandosi bravo con i ragazzi del vivaio (Lombardi, Rossi, Murgia) e, soprattutto, mostrando ottime capacità motivazionali: si è speso per convincere Keita a rimanere e ha rivitalizzato la spina dorsale della squadra (Marchetti, De Vrij, Biglia, Anderson) che, con l’innesto di Immobile, può definirsi di caratura europea.

Per un’aulularia del presente che incuriosisce, più d’una del passato che inorgoglisce per ciò che ha fatto dimostrando come l’allenatore bravo non sia quello che costa di più. Tutt’altro. Nel novembre 1970, Giovanni Invernizzi fu catapultato dalla panchina della “Primavera” a quella della prima squadra di un’Inter in crisi. Ricompattato un ambiente riecheggiante gloria (Facchetti, Corso, Jair, Mazzola), grazie ai ventiquattro gol di Boninsegna recuperò sette punti (la vittoria ne valeva due) al Milan e vinse uno scudetto inimmaginabile. L’anno dopo, in Coppa Campioni, si arrese solo in finale all’Ajax di Cruijff, creatura preziosa più di qualsiasi metallo.

Anche Costantino Rozzi nel 1970 si decise che il suo Ascoli stazionante in serie-C andava affidato fin dall’inizio a quel trasteverino tecnico delle giovanili, autentica ricchezza di competenza, temperamento e umanità: Carlo Mazzone. Che in quattro anni trascinò i bianconeri alla loro prima promozione in serie-A.

Tracce di Plauto anche a Torino e a Parma. Sotto la Mole, è rimasta nei cuori granata l’escalation della formazione di Camolese, promossa in Serie-A nel 2001 con l’ex centrocampista della Lazio alla prima esperienza con i più grandi. Sulla via Emilia, invece, alla fine di quell’anno Pietro Carmignani, “Gedeone” per gli amici, rilevò uno spogliatoio negli abissi dopo la gestione Passarella (anch’egli argentino ed evocatore di suggestioni) che, con le reti di Di Vaio, cominciò una rimonta straordinaria, coronata con la salvezza e sconfinata nella leggenda con la Coppa Italia alzata da capitan Benarrivo il 10 maggio 2002 dopo l’1-0 alla Juventus fresca di scudetto. Tre anni dopo, Carmignani nuovamente sul ponte di comando per evitare un altro naufragio. Arrivò alle semifinali di coppa Uefa e si salvò allo spareggio con i centri di Gilardino. Un forziere, “Gedeone”. Di risorse inestimabili.

Come quelle di Dino Zoff, monumento di Juventus e Nazionale, che nel gennaio 1997 fu convinto a lasciare la presidenza della Lazio per riprendere tuta e scarpini e raccogliere un organico non più capace di tradurre in gol i dettami zemaniani. In sedici partite ottenne trentadue punti e la qualificazione Uefa. Lasciò a Eriksson per riprenderne il posto nel 2001 a “-12” dalla capolista Roma. In diciotto gare, quarantaquattro punti. Maggio 2001, terzultima giornata, intervallo: Inter-Lazio 0-1, Roma-Milan 0-1. In quel momento, biancocelesti a “-2” dalla vetta. Ma che cosa sarebbe successo senza il pareggio nerazzurro di Dalmat al 92’, è come il finale dell’Aulularia originale: si può immaginarlo, ma non si potrà mai saperlo.