Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Vorrei soltanto dormire e risvegliarmi a cose fatte”. Avrebbe detto proprio così a qualcuno dei suoi  collaboratori Silvio Berlusconi a proposito della vendita del Milan. Il suo Milan. Quello che prese sull’orlo del fallimento un giorno del 1986 e in pochi anni portò sulla vetta del mondo. Parlano i numeri, per la sua storia di presidente: 29 trofei vinti in 30 anni, di cui 7 scudetti e 5 Champions League (una volta si chiamavano Coppe dei Campioni). Mai nella storia del calcio italiano, un presidente è riuscito a vincere tanto. Mai nella storia, un presidente è rimasto tanto a lungo nella vita di una società di calcio. Ma la storia di Silvio Berlusconi con il Milan, non è stata soltanto una storia di trofei vinti. E’ stata prima di tutto una storia d’amore, un idillio durato 30 anni. Il “matrimonio” più lungo in tutta la sua vita. Una di quelle storie che ci ricordano che il calcio, anche nell’era delle Pay-Tv, delle plusvalenze, e dei grandi affari, può essere ancora una questione di cuore.

E adesso che anche Silvio Berlusconi ha venduto, il calcio italiano ha perso forse, il suo ultimo grande presidente tifoso. L’ultimo di un’intera generazione. Come lui prima di lui, ce ne sono stati tanti. Genova, sponda blucerchiata ricorda ancora Paolo Mantovani. Quello del primo ed unico  scudetto del 1991. Colui che portò Vialli e Mancini sotto la Lanterna. Il presidente più amato dai tifosi sampdoriani. Ma anche la Milano nerazzurra ha avuto i suoi presidenti tifosi. Massimo Moratti per esempio. Innamorato dell’Inter fin da bambino, quando il presidente era suo padre Angelo. Anche lui, molti anni più tardi, dopo aver rilevato la quota di maggioranza da Ernesto Pellegrini, porterà la sua Inter prima sul tetto d’Europa e poi sulla vetta del mondo. E anche lui proprio come Berlusconi venderà ai cinesi di Suning la partecipazione residua che aveva nella Beneamata (la quota di maggioranza era stata venduta nel 2013 ad Erik Thohir). Se la Milano del pallone è diventata ormai una piccola “colonia” di Pechino, non è l’unica realtà in Italia, passata sotto mani straniere. La Roma per esempio. Diventata “americana” nel 2011 dopo che per quasi vent’anni era stata di proprietà della famiglia Sensi. Prima Franco,presidente fino alla morte avvenuta nel 2008 e poi con la figlia Rosella. Franco Sensi è entrato di diritto nella storia della Roma per essere stato il presidente del terzo scudetto vinto nel 2001. Diciotto anni dopo, l’altro storico tricolore vinto nel 1983. Quando sulla panchina giallorossa sedeva Nils Liedholm e il presidente era Dino Viola. Forse il presidente più amato dai tifosi giallorossi. Un altro dei grandi presidenti tifosi del calcio italiano. Che dopo aver portato la Roma sulla vetta d’Italia è andato ad un passo dalla conquista dell’allora Coppa dei Campioni persa ai rigori, nella finale contro il Liverpool nel 1984.

Dieci anni dopo il primo storico scudetto vinto sull’altra sponda del Tevere, quella biancoazzurra. Che ne ha avuti di presidenti tifosi. Perché se la Roma giallorossa ha avuto Dino Viola, quella biancoazzurra ha avuto Umberto Lenzini. Americano di nascita ma laziale d’adozione proprio come Giorgio Chinaglia. Storico centravanti di quella Lazio e poi presidente negli sfortunati (per la Lazio) anni Ottanta. Lenzini e Chinaglia sono stati forse gli ultimi presidenti tifosi nella storia della Lazio. Vinceranno poco, come i loro immediati successori. Prima Chimenti (che vincerà nulla) e poi Gianmarco Calleri, che legherà comunque il suo nome a quello della Lazio per essere stato il presidente nell’anno più difficile nella storia della prima squadra della Capitale: la stagione 1986-87 quando la Lazio, riuscì a salvarsi nel campionato di serie B, dopo essere partita con 9 punti di penalizzazione. Fino all’arrivo del più grande presidente della storia laziale cioè Sergio Cragnotti. “L’imperatore” come venne definito dai tifosi della Curva Nord. Un amore quello nutrito dai tifosi per Cragnotti, non sempre ricambiato dal presidente. Il quale, arriverà a definire i tifosi della Lazio come i primi “clienti” della sua società. Sarà proprio Cragnotti in Italia, il primo a cambiare il modo di gestire le società di calcio. A portare per la prima volta nella storia, una società di calcio a quotarsi in Borsa. A parlare dell’importanza delle plusvalenze. A decidere di vendere calciatori come Beppe Signori (incoronato Re di Roma dai tifosi laziali che eviteranno la cessione scendendo in piazza) e Cristian Vieri (in quel momento il più forte attaccante italiano venduto all’Inter) di fronte ad offerte miliardarie. Per Cragnotti il calcio più che una questione di cuore era una questione di business. Vinse tanto però e questo lo rese amato dai tifosi biancocelesti. Più che un presidente tifoso la storia lo ricorderà come un visionario. Aveva capito prima degli altri in quale direzione sarebbe andato il calcio.

Da Milano con furore: il Derby della Madonnina per rilanciare il calcio italiano

Da Milano con furore: il Derby della Madonnina per rilanciare il calcio italiano

La storia si colora, nella sua maestosità, di date. Alcune sfumate, opache, per niente nitide insomma. Altre invece splendenti, come le più belle stelle del firmamento, quella che staresti a fissare per ore nella notte. A metà tra queste due tipologie, si instaura la data di oggi. Già, oggi. 15 aprile 2017, si fa semplicemente la storia. Del calcio, ma non solo.

A San Siro si affrontano Inter e Milan per la prima stracittadina che vede entrambe le società guidate da presidenti cinesi. Se da parte nerazzurra ormai non è più una notizia, con il club di via Durini che ha avuto già modo di vivere gioie e dolori derivanti da ormai 12 mesi della gestione a tratti illuminata a tratti rivedibile di Zhang Jindong, sul fronte rossonero si tratta di una novità freschissima. È infatti nella serata di giovedì, a meno di 48 ore per intenderci, che finisce, dopo oltre 30 anni (era iniziato tutto il 20 febbraio 1986) l’era Berlusconi, semplicemente il ciclo più vincente che il calcio possa ricordare. E tutto ciò che ne consegue, sono dubbi, aspettative, nostalgia, ed un pizzico di spaesamento per la perdita di una guida che ultimamente forse non era più vigile e nemmeno tanto efficace, ma che si sapeva di poter trovare, sia per conforto, sia per una strizzatina di orecchie.

Sono stati due passaggi diversi ma a tratti simili quelli dei 2 club, da proprietari storici, a imprenditori, investitori, che invece di un affare di famiglia, di una questione tutta italiana, intravedono in Milan ed Inter due occasioni di marketing, due miniere d’oro. Il calcio trasformato in un business insomma, in una frase che sembra la logica conseguenza della società in cui viviamo, ma che non può che far storcere il naso ai tifosi. Perché, ricordiamoci, si parla pur sempre di 2 tra i club più gloriosi del calcio italiano nonché di quello europeo. E perché, in ogni caso, senza scomodare la storia, domani è comunque un derby. Anzi, senza offesa per quello della Mole, della Lanterna, e della capitale, ma domani c’è IL derby, quello della Madonnina. E in quanto tale, ha sempre un gusto speciale.

“Ho giocato tanti derby ma quello di Milano è un’altra cosa. Una città sola con due squadre ricche di storia che giocano nello stesso stadio. È una cosa che, insieme a tante altre, fa di questa partita qualcosa di unico”. E se lo dice uno come Ricardo Kaka, c’è da crederci. Tanti i campioni che hanno reso questo derby unico, dal brasiliano ad Andriy Shevchenko, che è il giocatore che ha segnato più gol nella storia della stracittadina (ben 14 volte). E poi ancora Adriano, Milito, ma anche Altafini e Baresi, per tornare indietro nel tempo ma non troppo. Non sono mancati i tradimenti, come quelli di Meazza, di Ronaldo, di Ibrahimovic. Insomma, come nelle migliori storie, il pathos è da sempre a livelli inenarrabili, e non potrebbe essere altrimenti. Dalla diatriba ideologica e culturale tra i bauscia interisti e i casciavit milanisti non poteva che nascere rivalità che nel campo e fuori sono destinate ad emozionare. Sempre. anche dopo anni in cui le due squadre sono lontane dai palcoscenici più importanti, quelli che gli competono per intenderci. Anche quando, invece di giocarsi lo scudetto, Milan ed Inter si fronteggiano per il sesto posto, che significa preliminari di Europa League. Il derby di Milano è e rimarrà sempre qualcosa di speciale, a sé.  Anche alle 12:30.

“Giocare all’ora di pranzo mi fa schifo”, ha detto Maurizio Sarri non troppo tempo fa. Un’uscita che non fa notizia se si parla del tecnico del Napoli, ma che riaccende la disputa su un tema che ha sempre creato non poche perplessità. Ma quando dall’altra parte del globo, hai tutto un Paese (e che Paese) che potrebbe apprezzare e gioire, oppure rodersi e disperarsi, insomma tifare, guardando una partita italiana, in un orario comodo (o no?) a tutti anche qui da noi, le chiacchiere servono solo a dare valore ai microfoni. Certo, il derby dà tutta l’impressione di diventare un prodotto, messo in vetrina in un orario in cui difficilmente il cliente potrà resistere dal farci un pensiero, ma tant’è, per rivivere i fasti della Milano calcistica, siamo pronti anche a questo. I soldi muovono tutto, si sa, e il calcio, per quanto voglia mantenersi pagina romantica e spensierata, non può sottrarsene. Si può solo sperare che non venga svilito, che ne colga il meglio, traendone vantaggi quando può e schivando i proiettili rischiosi del diventare un affare di chi vuole incassare prima che emozionare.

Il derby. Tante cose sono state dette su questo, altrettante, se non di più, saranno dette. Tanti sono i ricordi che suscita anche solo pensare alle curve pronte a darsi battaglia a suon di sfottò. Viene la pelle d’oca solo ad immagine San Siro addobbato a festa, perché questo è il derby di Milano. Una festa, per il calcio, ma non solo. Almeno così siamo abituati, e le abitudini, si sa, per rimanere piacevoli devono cadere nel dimenticatoio. Domani cambieremo le nostre, o almeno così sembra. Anche se, a pensare ad un derby diverso da una questione di calcio, lontano da un affare tutto italiano, difficilmente ci abitueremo mai. Però, pare che le stelle lo avevano detto e predetto. bastava guardare il calendario. Questo in Cina è l’anno del pallone…

Tommaso Labate: “Serie A a 18 squadre? Non risolve il problema. Globalizzazione nel calcio? Atipica e condivisibile. Sudditanza? Insita nell’uomo”

Tommaso Labate: “Serie A a 18 squadre? Non risolve il problema. Globalizzazione nel calcio? Atipica e condivisibile. Sudditanza? Insita nell’uomo”

Abbiamo intervistato Tommaso Labate, giornalista del Corriere della Sera e conduttore televisivo. Con lui abbiamo parlato della Serie A e della globalizzazione nel calcio, della Inter, sua squadra del cuore e della Calabria, terra natìa.

Ciao Tommaso, secondo te, esiste nel calcio una sorta di sudditanza psicologica degli arbitri, che in alcuni tendono a fischiare più facilmente per una squadra blasonata che per una piccola? In Italia come all’estero…

Mettiamola così, da che mondo e mondo, la psiche degli uomini li porta ad essere molto più accondiscendenti con i più forti che con i più deboli, è una cosa che fa parte dell’uomo. Non voglio parlare di sudditanza psicologica, soprattutto per non riaprire delle vecchie ferite passate. Però penso che in un campionato, nella fattispecie quello italiano, dove la seconda, la terza e la quarta in classifica si lamentano sistematicamente, a ragione o a torto, di quello che accade intorno alla prima, non fa bene neanche ai tifosi della prima. Diciamo che c’è bisogno di progresso. Tra l’altro il progresso tecnologico, e anche umano, che è stato apportato in porta, gol- non gol, ecc. fino ad adesso non ha portato grandi benefici, o quantomeno non così evidenti. Il mio timore è che perfino l’ingresso della moviola in campo non risolverà tutte le polemiche, per cui abbiamo bisogno di maggiore serenità e di maggiore ‘attenzione’, chiamiamola così.

Entriamo nel vivo del calcio nostrano. La serie A di quest’anno, oltre ad alcune sorprese, sta soprattutto facendo riflettere per il livello lasciato vedere in fondo alla classifica. Può essere una buona mossa quella, a tratti vociferata, di una riduzione delle squadre da 20 a 18?

Io non penso possa portare grandi differenze, anche perché, potrei sbagliarmi, ci sono stati campionati a 16 squadre, ed i primi a 18, che avevano una condannata con larghissimo anticipo rispetto alla fine dell’anno. Certo, il fatto che tu abbia 20 squadre ti porta ad avere dei blocchi che sembrano fondati. Si compete per non retrocedere da una parte, dall’altra si compete per andare in Europa League. In mezzo c’è tutta una fascia di squadre che competono per posizioni alla fin fine inutili, salvo i rimborsi della Lega. Secondo me a cosa che andrebbe fatta è una ripartizione molto più a favore delle piccole della torta dei diritti televisivi, perché con le società grandi, penso per esempio all’Inter, che si mettono nelle mani di imprenditori molto forti, il divario rischia ancora di aumentare. Perché è ovvio che il divario tra Moratti e il presidente dell’Empoli è già elevato e già lo conosciamo. Ma il divario tra Suning e Corsi è ancora più elevato. Quindi, prima che tutto finisca per incrementare ancora il gap, occorre una ripartizione dei diritti televisivi che favorisca ancora di più le piccole, perché è quello il punto in cui si riequilibra il campionato, è il punto in cui si dà alle squadre più piccole l’opportunità di competere meglio. Non è con l’aritmetica delle 18, delle 20 e delle 16 squadre, secondo me, che si risolve il problema di un campionato deciso per sua parte. Io poi, essendo un tradizionalista, come tutti quelli che erano già tifosi da bambini dei miei tempi, mi sento assolutamente contrario all’introduzione di schemi come playoff o playout. Per me campionati maggiormente competitivi, senza sentenze già scritte a metà dell’anno, si ottengono soltanto con la ripartizione dei diritti televisivi, soprattutto se questa porta a favorire le piccole rispetto alla grandi. Ovvio, che ci siano gare con poco appeal per gli spettatori e poche motivazioni da parte dei giocatori, è già successo, anche nei campionati a 16 squadre. Lo schema che ti ho esposto potrebbe evitare che, per farti un esempio con il campionato attuale, il Palermo, il Pescara e il Crotone siano già condannate alla serie B, perché se si evita questo, se ci sono squadre che lottano per non retrocedere, forse, non so, un Chievo – Empoli, con magari entrambe le squadre risucchiate nella zona calda, sarebbe molto più interessante.

Un campionato che sembra segnato nelle retrovie, così come in testa alla classifica. La Juve è davvero così forte ed imbattibile?

Al momento si, perché la cosa più forte che ha è una tenuta societaria e in campo che in Italia non ha eguali. Guardate la Roma per esempio, che è tornata ad offrire prestazioni ottime, ciniche, però veniva da serie di sconfitte. La Juve invece cade in un incidente pochissime volte. Questo lo si deve alla solidità di una società e di un gruppo a cui le altre concorrenti non possono ambire. Le altre non hanno chance al momento. Se si ragiona con i se e con i ma sai bene che non si va da nessuna parte. Se l’Inter si fosse affidata a Pioli da inizio stagione, per fare un esempio, forse già ci sarebbe stata una contendete più pericolosa per la Juve. Ovviamente questo non lo avremmo saputo e non lo sapremo mai. Però al momento un allenatore confermato, che ha confermato un gruppo di ottimi giocatori, che è stato addirittura potenziato, quindi un’organizzazione societaria, tecnica a tutti i livelli più solida delle altre. Guarda quello che succede a Roma. A Roma basta da un granello di sabbia per danneggiare l’intero ingranaggio, cose che alla Juve non succedono. Io provo ad immaginare se fosse successo a Roma, o anche a Napoli, il caso Allegri – Bonucci, con l’allenatore che reagisce agli insulti del calciatore, non mandandolo addirittura in campo, e parliamo di un big mondiale della difesa, in una partita decisiva come quella dell’andata degli ottavi di finale contro il Porto, avremmo avuto i processi per strada, lì invece la cosa è stata ammortizzata con un dibattito interno abbastanza feroce, ma ottenendo comunque una importante vittoria in quella circostanza, per poi vedere ricomposto il tutto nelle partite seguenti. Altrove quel caso là sarebbe stato semidistruttivo, alla Juve non lo è stato. Il caso De Laurentiis – Sarri dopo l’uscita del Napoli agli ottavi di Champions secondo me alla Juve non sarebbe successo. L’organizzazione della società, la distribuzione dei ruoli, il chi fa chi senza sbattere i piedi agli altri è fondamentale. La Roma, per esempio, oltre ad un ambiente appassionato, certe volte anche troppo, paga questo snodo tra la proprietà americana e i manager italiani come era, prima appunto di andarsene, Walter Sabatini, per cui si ritrovava sempre come nei film di parecchi anni fa in cui non si sapeva se rivolgersi allo sceriffo o all’FBI.

Focalizziamoci sulla tua squadra del cuore, l’Inter. Pensi che, dopo la partenza ad handicap sotto la guida di De Boer, il terzo posto sia ancora alla portata dei nerazzurri?

Guarda, io più che alla portata, visti i valori in campo, mi appello all’aritmetica. Lo è alla portata, perché se a 2 battute di arresto della squadra che ti precede ti uniscono 2 vittore consecutive che ti portano bottino pieno, riesci a ridurre il gap. Il punto è che gli scontri diretti ormai scarseggiano, e quelli passati sono stati negativi. Escludendo arrivi a pari punti, che ci penalizzerebbero, non è facile, perché non è nelle mani dell’Iter questa ipotesi. Ci sono state battute d’arresto, come il 2-2 in casa del Torino, che ci può stare, perché comunque, a parte la classifica, ha un organico secondo me superiore a molte che le stanno davanti, ma anche se avesse vinto le cose non sarebbero cambiate di molto. Senza contare che Roma e Napoli non mollano un colpo. Resterebbe da fare la riflessione, che però non spetta a me, se a quel punto valga davvero la pena farsi un altro anno di Europa League, una competizione in cui comunque il meglio di noi non abbiamo mai dato, e da cui abbiamo preso soltanto il peggio, ovvero giocatori ancora più stanchi per il campionato. Anche se, vedendo l’Inter attuale, sarebbe stato bello essere lì a giocarsela, questo senza alcun tipo di dubbio. E dico lo stesso, con grande rammarico, anche della Coppa Italia. Ricordiamoci che il rilancio dell’Inter sulla scena mondiale partì proprio dalla vittoria di una coppa Italia, che interruppe un digiuno che durava da anni e anni, e da lì poi in breve tempo la squadra tornò a vincere scudetti, e riuscì a conquistare la coppa dei Campioni nel giro di pochi anni. Però è difficile che succeda un altro caso simile al Nottingham Forrest, l’unica squadra se non mi sbaglio che ha più coppe dei Campioni che scudetti. Solitamente la rinascita di un club, blasonato come nel caso dell’Inter, riparte da un anno in cui magari riesce a portare a casa Europa League o coppa Italia, che portano entusiasmo per la stagione successiva.

In ogni caso, la seconda parte di stagione sotto la gestione Pioli ha lasciato intravedere gioco e personalità da anni persi sulla sponda nerazzurra della Madonnina. Merito ovviamente anche della gestione societaria. Come valuta l’organizzazione del gruppo Suning? E in generale, come vede lo sbarco degli imprenditori stranieri nel calcio italiano?

Guarda, io innanzitutto farei una grande differenza tra i cinesi dell’Inter e quelli del Milan, che non si sono ancora visti, non hanno una loro conformazione designata. Tra l’altro, tutti i personaggi più o meno noti che erano stati tirati in causa hanno smentito il loro ingresso in cordata, per cui parliamo di persone che non conosciamo. Al contrario, quelli dell’Inter rappresentano un gruppo solido. Ci sono molti modi per riuscire ad avere la meglio. Il gruppo che ha preso in mano l’Inter ha scelto come primo allenatore Pioli, perché sappiamo che De Boer è stato scelto dalla vecchia dirigenza. Ha capito che il modello da cui partire è quello nostrano, un usato italiano, che conosce il campionato. Quindi, se la cordata straniera parte da presupposti di leggere bene le esigenze, si può far bene, si può vincere, si possono aprire cicli. Se invece la cordata straniera ragiona su logiche esclusivamente di business o di fantacalcio, mi riferisco per creare operazioni per esempio, anche se qui non si parla di spagnoli, del Real Madrid dei Galacticos, in cui ti crei la squadra di fantacalcio e la butti in campo, creerai forse più entusiasmo nella prima parte di stagione, ma nella seconda rischi comunque di mandare in malora anche il progetto. Per cui, chi investe in un paese straniero deve partire da quelli che sono i meccanismi di quel paese. Importare modelli dall’estero, impiantandoli sul territorio, si rischia di fare la fine di quelli che volevano impiantare la democrazia dagli USA, e poi abbiamo visto come è andato a finire. Il calcio è una faccenda di uomini. Gli uomini, perfino i più grandi, possono sbagliare. Neymar, Messi e Suarez si pensava a tutto il peggio possibile, che non sarebbero riusciti a giocare insieme. Però quei 3 hanno dimostrato che non è nell’esaltazione del singolo che costruiscono il loro successo, ma è su quanto ciascuno è disposto a cedere un pezzo di se stessi agli altri che il Barcelona va avanti. A me è venuto in mente durante Barcelona -Valencia. In occasione di una punizione dal vertice sinistro dell’area che sembrava fatta apposta per uno tra Neymar e Messi, che erano entrambi sul pallone. Alla fine ha tirato Suarez, senza il minimo battibecco. Guardiamo quanti casi ci sono stati in Italia, mi viene in mente anche la storia dei rigori nel Torino. 3 campioni come Neymar, Suarez e Messi questi problemi non li vivono nemmeno.

Una tendenza, dettata anche dalla tanto proclamata globalizzazione. Che ha portato a programmare il derby di Milano sabato alle 12:30…

Io la penso all’esatto contrario di Sarri. A me vedere la mia squadra giocare alle 12:30 piace parecchio. Orario bello, è domenica mattina, ti sei svegliato, hai letto il giornale, sei uscito a fare un giro, e alle 12:30 ti piazzi a vedere la partita dell’Inter. Dopo di che, se hai il tempo materiale, per rinfrancarti da eventuali sconfitte, oppure goderti le vittorie, in ogni caso lo fai rilassato su una mega diretta gol delle altre. Quindi, opinione mia personale, se devo scegliere se godermi l’Inter alle 12:30 o nell’anticipo serale, io scelgo sempre le 12:30, proprio per mia caratteristica personale. Poi ovviamente, questa decisione è stata presa per permettere la visione del derby anche in Cina, ed è una mossa che io condivido. Se io posso fare una festa a cui i miei amici vengono lo stesso, e riescono a portare altra gente, perché non farla in un orario in cui ci possono essere più persone, senza che nessuno dei miei amici si perda? Vuoi una partita con 100 milioni di spettatori o ne vuoi una con 600 milioni di spettatori? Se nessuno ci resta male dei nostri, ma perché privarci di avere un pubblico più grande? E poi ti aggiungo una cosa: chi usa il tema della globalizzazione, del tema del calcio globalizzato, forse in questo caso ne abusa. Perché la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta nei mercati economico-finanziari, porta la concentrazione dei grandi capitali dove il costo del lavoro è più basso, mentre in questo campo li porta da noi, dove il livello è più alto. Quindi se la globalizzazione quella classica ha favorito un paese come la Cina, che la sta difendendo a spada tratta contro gli Stati Uniti, assistendo a cose fino a qualche anno fa folli, come il presidente della Cina che difende la globalizzazione contro il presidente americano. Nel calcio invece il caso è l’opposto: c’è la concentrazione delle risorse là dove il livello è più alto, per esempio nel campionato italiano. Applicare il teorema della globalizzazione economica al calcio avrebbe prodotto effetti opposti a quelli a cui stiamo assistendo, cioè avremmo imprenditori italiani top investire in squadre cinesi, e questo non è successo. È una globalizzazione atipica questa qui. Non sarebbe dovuto essere Suning a comprare una squadra italiana, ma per esempio Moratti avrebbe dovuto comprare una squadra cinese, perché lo stipendio di un calciatore cinese è inferiore rispetto a quello che ti chiede Icardi, però non è così. Quando ci sono i sogni di mezzo, c’è il talento più che il costo di lavoro bassi. Anche il cinema è un business, anche l’arte. Però attenzione, quando si incrociano sogni e business, la qualità deve puntare al rialzo. Se il cinema è un business, non è che tu fai meno film con Robert De Niro, ne fai di più, perché comunque la gente vuole sognare con Robert De Niro, non con Mario Rossi. Lo stesso dovrebbe succedere nel calcio.

Un punto sulla Champions: cosa ne pensi dei sorteggi? La Juve ha le armi per giocarsela alla pari con il Barça? Una tua favorita per la vittoria della Champions?

Non so se la Juve ha o meno grandi possibilità di giocarsela con il Barcelona. Dico che i valori sono sotto gli occhi di tutti, e che la mia opinione personale, che ho ribadito più volte, è: in Italia tifo per le italiana, in Europa per le europee. E mettiamola così, per me la favorita per la Champions è quella che passa tra Juve e Barcelona.

In onore delle tue origini, e della tua infanzia passata a Marina di Gioiosa Ionica, non possiamo evitare una domanda sul calcio della tua terra, la Calabria. Il Crotone ad un passo dalla B, il Cosenza in zona Playoff in Lega Pro, nello stesso girone C in cui la Reggina rischia la retrocessione. La tua valutazione del calcio in una regione difficile da gestire a livello politico e amministrativo.

Guarda, alcune delle più buie pagine politiche della Calabria, anche dal punto di vista della criminalità, hanno coinciso con dei grandi boom delle squadre calabresi, per cui diciamo che la simmetria tra i due temi non è perfetta. Dico solo che il calcio spesso e volentieri incide. Io mi ricordo quando ero bambino, nell’anno in cui l’Inter vinse lo scudetto, 1988- 89, arrivarono al quarto posto in serie B, alla pari, 3 squadre: Cosenza, Reggina e la Cremonese. La classifica avulsa fece fuori il Cosenza, poi ci fu lo spareggio tra le altre 2, e ai rigori vinse la Cremonese, nella famosa partita dell’Adriatico di Pescara. Per cui qualche esperienza di alto livello le squadre calabresi l’hanno vissuta. Molto spesso si nutre di cicli. Ricordo quando in Calabria si celebravano il gloriosi anni del Catanzaro in serie A, e poi ci si siamo trovati quasi inaspettatamente in serie A una Reggina che in campo ci aveva Pirlo e Baronio, tanto per dirne una. La stessa cosa si può dire per la pallacanestro. Manu Ginobili, grandissima stella del basket americano, io l’ho visto giocare al palazzetto quando giocava in serie A. Kobe Bryant ha fatto le elementari a Reggio Calabria, dove il padre giocava. Ci sono molto spesso delle coincidenze, anche perché la regione non è un ente territoriale valido per lo sport, lì sono da prendere in considerazione le città e le province, quindi tu ti puoi trovare, come è successo alla Sicilia, con diverse squadre nelle categorie superiori, penso a Palermo, Catania, Messina, e poi disperderle nel giro di pochi anni. La ricetta giusta ce l’ha sempre l’Atalanta, perché se si riesce a mantenere quasi sempre nella massima serie negli ultimi 20 anni lo deve ai grandissimi investimenti che fa nel territorio per il settore giovanile. Questa è la vera benzina delle squadre che non possono permettersi grandi campioni e grandi nomi. Il mitico centro di Zingonia catalizza sempre i migliori giovani del territorio, non si va a prendere gente che viene da altrove. Puntare sul settore giovanile, anche penalizzando gli acquisti sulla prima squadra, nel giro di qualche anno ti può portare ad avere un grandissimo serbatoio di giocatori: a) che fai giocare, fai esordire, fai allenare ecc. b) che puoi vendere. Per le squadre di provincia il modello a mio parere rimane l’Atalanta. Investire sul settore giovanile alla lunga ripaga. Ovviamente devi avere dei tifosi che lo capiscano, che non ti chiedano tutto e subito.

Il patto anti-Juve sull’asse Milano-Napoli e il duello Agnelli-Elkann

Il patto anti-Juve sull’asse Milano-Napoli e il duello Agnelli-Elkann

Patto di ferro tra Inter, Napoli e Milan per contrastare tutti insieme il monopolio della Juventus. Le tre grandi pensano ad una intesa di non belligeranza, una comunione d’intenti finalizzata a riequilibrare le sorti del calcio italiano. Le prove tecniche di sinergia del vento unanime di protesta che soffia forte sulla Serie A sono tangibili ed ormai testimoniate da segnali mediatici inequivocabili con un coro di malcontento che, dalla Madonnina al Vesuvio, potrebbe presto portare a riporre in un cassetto i vecchi antagonismi geografici e campanilistici per tramutarsi nell’idea di un possibile dossier condiviso sugli errori arbitrali.
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Oltre qualsiasi gap tecnico tra le squadre di vertice, c’è la voglia di invitare perlomeno ad una riflessione l’Associazione Italiana Arbitri e di dare una dimostrazione di forza in Lega Calcio dove alle porte c’è l’elezione del nuovo presidente per la poltrona sinora occupata da Maurizio Beretta (argomento sul quale ancora non c’è accordo). Le tre big sono intenzionate a dare vita alla “triplice alleanza” per arginare lo strapotere, da loro discusso, che sta avendo sino a questo momento la società di proprietà della famiglia Agnelli. Alle due milanesi ed ai partenopei non va proprio giù quanto accaduto nelle recenti settimane, sempre a Torino. Prima nella sfida tra Juventus e Inter poi nella semifinale di andata di Coppa Italia Juve-Napoli e infine sabato scorso con il rigore decisivo al 95′ in favore della formazione di casa e la reazione furiosa del Milan. L’inespugnabile fortino dello Stadium è un tabù che le tre grandi non accettano e mettono in discussione. E la parola d’ordine che anima le proteste di Inter, Napoli e Milan si racchiude nella medesima espressione:“decisioni vergognose”. Il comune denominatore della protesta è la cartina di tornasole di una battaglia che potrebbe presto diventare una guerra senza esclusione di colpi.
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A Torino regna Andrea Agnelli, che vuole vincere tutto per dare il via alla scalata a Exor e il cugino John Elkann, a quanto pare, vorrebbe invece togliergli la presidenza della Juventus e questo duello è molto di più di una questione tutta di famiglia. E’ una resa dei conti totale che sta arrivando al crocevia finale con forti riverberi sul calcio italiano. Sullo sfondo al braccio di ferro Agnelli-Elkann, ci sarebbe insomma la volontà di Andrea Agnelli di non lasciare niente per strada, vuole vincere ogni competizione quest’anno per conquistare il trono di casa Exor. Nel Cda bianconero Beppe Marotta potrebbe schierarsi dalla parte di Elkann, Pavel Nedved sembra pronto a diventare presidente, e Andrea Agnelli nel cda bianconero, paradossalmente, rischia di trovarsi in minoranza. Ha vinto cinque scudetti ma non basta per vincere la contesa di famiglia e lo spartiacque potrebbe essere l’esito di questa stagione. Il presidente regna ma non governa, dicono i bene informati a Torino: se deve fare acquisti, deve passare dall’approvazione del cugino che vuole ribaltare gli equilibri attuali. Andrea potrebbe essere inserito nel Cda della Ferrari e quindi lasciare della Juventus.
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Ed è così che nel bel mezzo di questa guerra fratricida torinese, si ritrovano nel ruolo di spettatori interessati Inter, Napoli e Milan, che non vogliono fare da vittime predestinate e la cui protesta non rivendica i soliti teoremi complottistici volti ad attestare una malafede degli arbitri. L’ira funesta di Inter, Napoli e Milan, batte il chiodo, pur credendo nella indiscussa piena integrità morale di arbitri, guardalinee ed assistenti, sulle direzioni di gara nei casi specifici che hanno dato l’impressione, a loro dire, di essere perlomeno condizionate da una certa sudditanza psicologica del non voler danneggiare i campioni d’Italia, specialmente quando giocano in casa. L’anatema che torna alla mente è quello delle dichiarazioni rese dall’ex arbitro Danilo Nucini al processo Calciopoli: “Se sbagliavi a favore della Juve arbitravi in serie A, se sbagliavi contro la Juve arbitravi in B”. E il pensare comune del popolo pallonaro si interroga sull’ipotesi che qualche fischietto, specie se in corsa per designazioni internazionali, possa avere remore a decidere contro la Juventus perché poi il voto e le valutazioni del più potente club italiano potrebbe frenarne o stroncarne la carriera. Per adesso sono solo maldicenze ma è certo che il fiume di polemiche non si arresterà fino alla fine del campionato e oltre.

 

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

In un’epoca nella quale impera il precariato in qualunque accezione possibile, gli allenatori del mondo del calcio non fanno eccezione. Ovviamente la loro posizione è invidiabile rispetto a quella di una miriade di altri lavoratori, ma non mancano le difficoltà. Soprattutto quando si porta avanti un progetto sportivo in Italia. Gli allenatori finiscono facilmente nel mirino della critica (spesso a prescindere dai risultati ottenuti), e sono secondi solo agli arbitri. È la dura legge del precariato, prendere o lasciare. Se poi si parla dell’Inter, una delle squadre più pazze del mondo, tutto si amplifica. Capita allora che un tecnico capace di riportare sulla retta via un gruppo totalmente allo sbando, venga messo continuamente in discussione. E le sirene di mercato trasformino l’allenatore giusto al momento giusto in un potenziale traghettatore.

Il solo pensiero di valutare un passaggio del testimone a fine stagione è un’eresia. Il cambio di marcia seguito all’esperimento fallimentare con De Boer è sotto gli occhi di tutti, e l’Inter non dovrebbe far altro che garantire massima fiducia nei confronti di Stefano Pioli, capace di trasformare una stagione iniziata tragicomicamente in una svolta tecnica che i tifosi attendevano dai tempi del triplete mourinhano. La dirigenza nerazzurra lo sta facendo, ma i rumors continuano a rincorrersi e ogni giorno è un’occasione per associare un nuovo nome ad una delle panchine più difficili d’Italia. Lo scorso 9 novembre avevamo parlato diffusamente del tecnico parmense, e avevamo sottolineato un aspetto fondamentale: Pioli è un normalizzatore di successo, non un traghettatore. Il contratto che lo lega all’Inter lo dimostra (scadrà il 30 giugno del 2018), eppure la stampa nazionale non è convinta. Nonostante tutto, non si è ancora scrollato di dosso l’etichetta ingenerosa che si porta dietro da quando è arrivato ad Appiano Gentile. I nerazzurri, intanto, sono ancora in lotta per conquistare un posto in Champions League (lo scontro diretto col Napoli del prossimo 30 aprile dirà molto in questo senso), e Pioli ha dalla sua dei numeri da capogiro. Se si considera solo il campionato, l’ex tecnico di Lazio e Bologna ha conquistato 37 punti in 16 partite (2,31 di media) grazie a 12 vittorie, un pareggio e 3 sconfitte (contro Napoli, Juventus e Roma). 37 i gol fatti (2,31 a partita), 15 i subiti (0,93). Il confronto con De Boer è impietoso: l’allenatore olandese, infatti, aveva lasciato l’Inter dopo aver raccolto la miseria di 14 punti in 11 gare (1,27 di media), frutto di 4 vittorie, 2 pareggi e 5 sconfitte. I nerazzurri segnavano meno (1,18 reti a partita) e incassavano di più (1,27). Fare di più sarebbe stato quasi impossibile, e allora sorgono spontanee diverse domande: perché si continua a metterlo in discussione? Ha ancora senso definirlo un traghettatore? L’ha mai avuto?

Stefano Pioli può consolarsi: non è solo. La storia del calcio, infatti, è piena di traghettatori (o presunti tali) di successo. Qualcuno ha salvato una o più squadre sull’orlo del baratro (Ballardini con Cagliari e Palermo, Ranieri col Parma di Giuseppe Rossi, Reja con l’Atalanta), mentre qualcun altro si è reso protagonista di rimonte incredibili che sono valse un quarto posto (Uliveri a Parma nel 2001), uno scudetto (Invernizzi con l’Inter nella stagione 1970/71, Tǿrum col Rosenborg nel 2006) o addirittura un Mondiale (Zagallo “traghettò” il Brasile verso il titolo del 1970 dopo l’addio di Saldanha). Il Chelsea meriterebbe invece un capitolo a parte. I londinesi, infatti, hanno vinto in pochi anni una Champions con Di Matteo (sfiorandone un’altra sotto la guida di Grant), un’Europa League (Benitez) e una FA Cup (Hiddink) grazie a quattro tecnici accomunati da un dettaglio sorprendente: l’essere dei semplici traghettatori. Se si parla di Champions League, la lista si allarga ulteriormente. Oltre al già citato Di Matteo, ne sanno qualcosa il Real Madrid (Del Bosque nel 1999/00, Munoz nel 1959/60), il Bayern Monaco (Cramer, 1974/75), l’Olympique Marsiglia (Goethals, 1992/93) e l’Aston Villa (Barton, 1981/82). C’è infine chi ha approfittato del rifiuto di un altro tecnico (Simone Inzaghi siede ora sulla panchina della Lazio grazie al clamoroso dietrofront estivo di Bielsa), e chi ha scatenato le ire di mezza dirigenza per scarsa fiducia nei suoi confronti. Bruno Pesaola, infatti, sostituì Cervellati alla guida del Bologna nel 1977, salvandolo all’ultima giornata. Fortemente voluto dal presidente, provocò le dimissioni di quattro dirigenti emiliani, tra cui il giornalista Enzo Biagi. Rimase poi per due anni.

Potremmo andare avanti per ore, scrivere dei saggi sull’argomento e arrivare sempre alla stessa conclusione: se si escludono gli allenatori chiamati a guidare una squadra per un paio di partite (Stefano Vecchi, predecessore di Pioli sulla panchina dell’Inter), è la storia a definire un traghettatore come tale, non una condizione di base. Questo prescinde dalla durata di un progetto sportivo (in certi casi basta mezza stagione, o meno) e di un contratto: sono i risultati sportivi a parlare, e Pioli ha dimostrato per l’ennesima volta che la precarietà, spesso male incurabile del nostro calcio, si possa trasformare talvolta in una ventata produttiva di motivazioni. Sostituirlo a fine stagione con un nome altisonante (Simeone o Conte), rischierebbe di vanificare l’ottimo lavoro portato avanti finora e ci sarà tempo e modo per parlarne meglio, ma una cosa è certa: Pioli ha confermato l’inconsistenza di alcune definizioni frettolose. Le stesse che hanno bruciato le esperienze lavorative di alcuni allenatori, e hanno trascinato altri verso uno scudetto, una Champions League o un Mondiale. Alla faccia della critica.