Calcio e corruzione: Gegio Gaggiotti e i suoi capolavori

Calcio e corruzione: Gegio Gaggiotti e i suoi capolavori

Eugenio “Gegio” Gaggiotti, classe 1924, nasce a San Secondo Parmense, nella casa di campagna del padre, e tra San Secondo e Brescia dove il padre lavorava come insegnante. Cresce coltivando le sue passioni, quella per il calcio e quella per le motociclette, che condivideva con un altro bresciano, Mario Rigamonti, difensore del Grande Torino, di cui fu amico e che accompagnò spesso nelle trasferte dei granata e della nazionale. Ebbe anche due fratelli calciatori, uno dei quali, Giuseppe, professionista.

Il suo nome oggi non dice probabilmente più molto, ma ci fu un periodo in cui nel nostro calcio Gaggiotti giocò un ruolo importante quanto oscuro. Fu mediatore e talent scout, girava per i campi di provincia tra Brescia e Bergamo, ad osservare giovani calciatori per poi proporli a società più importanti e guadagnare una percentuale, ma soprattutto prestava la sua opera ai dirigenti delle squadre qualora volessero comprarsi una partita. Pare tutto sia iniziato dopo la tragedia di Superga, Eugenio scosso dalla morte dell’amico avrebbe deciso di disturbare in ogni modo possibile il calcio italiano fino a quando non gli fosse stato assegnato dalla Federcalcio il ruolo ufficiale che riteneva di meritare. Fu operativo per quasi vent’anni, e solo all’inizio degli anni Settanta si riuscì ad estrometterlo dal giro. In una famosa intervista concessa nientemeno che a Indro Montanelli dichiarò di aver alterato il risultato di almeno una settantina di partite, definendole “una serie di capolavori”. Nel 1973 intervistato stavolta da Beppe Bracco di Stampa Sera, che lo aveva incontrato all’Hilton di Milano dove tentava di rientrare nell’ambiente in occasione del Calciomercato, ridusse la cifra a “più di venti” spiegando anche che: “sono tante le squadre che devono a me la permanenza in Serie A”. Certo è che rimane a tutt’oggi il più grande corruttore del calcio italiano: si dice che nel 1955 sia arrivato ad offrire i suoi servigi in tal senso a diversi Presidenti di Serie A, B e C scrivendo loro una lettera.

Il primo episodio per cui è noto è il tentativo di corruzione del portiere del Catanzaro Luigi Ziletti per alterare il risultato di Catanzaro-Reggina di Serie C, finito poi 1-0. Ziletti finse di accettare la somma di 150.000 lire, ma aveva informato i suoi dirigenti che a loro volta avevano allertato la Federcalcio, un dirigente della Reggina, il mandante, venne radiato, e la squadra poté continuare il campionato ma con tutti i punti conquistati alla data della corruzione annullati.

Successivamente fu coinvolto nell’aggiustamento del risultato della partita di Serie A, tra Pro Patria e Udinese, vinta 3-2 dai friulani, che necessitavano di un successo per avere la certezza di non retrocedere. I lombardi avevano chiuso il primo tempo in vantaggio per 2-0, e poi nella ripresa si erano resi protagonisti di una controprestazione evidente, fino a perdere la gara. Era l’ultima giornata del torneo 1952/53. Nulla emerse per due anni, poi, terminato il Campionato 54/55 durante le indagini per una sospetta combine di Lazio – Pro Patria del novembre 1954, un giocatore di quest’ultima squadra, Rinaldo Settembrino rivelò che durante l’intervallo di quel Pro Patria-Udinese, due suoi compagni gli avevano detto che c’erano 150.000 lire per ciascun giocatore bustocco che avesse partecipato a un accordo per lasciar vincere l’Udinese, somma che fu poi effettivamente pagata a diversi giocatori. L’Udinese invocò la prescrizione visto che erano decorsi due anni ma la richiesta non fu accolta, e i bianconeri spediti in Serie B, curiosamente però non fu provata la responsabilità personale di nessun dirigente e nessuno fu squalificato nonostante fosse stata condannata la società.

Sempre nel 1953, ma a dicembre, Gaggiotti prestò la sua opera per combinare una gara di Serie B, tra Fanfulla ed Alessandria, avvicinò il portiere dei grigi, Emanuele Dalla Fontana, e propose stavolta ben 350.000 lire affinché favorisse con qualche errore il Fanfulla, Dalla Fontana finse di accettare ma anche lui informò chi di dovere: i lodigiani furono penalizzati di cinque punti e alcuni suoi dirigenti interdetti, ma anche questa volta Gegio Gaggiotti riuscì non si sa come a uscirne senza conseguenze. Proprio del 1953 è il film Gli eroi della domenica, di cui ci ha raccontato Lorenzo De Vidovich qualche giorno fa, e in cui pare che la squadra di provincia di cui si raccontano le vicende sia ispirata proprio all’Alessandria. Anche nel film si parla di un episodio di corruzione, chissà se ispirato a questa impresa del Gaggiotti.

Di innumerevoli altre partite si conoscono tentativi riusciti o meno di aggiustamenti operati da Gegio: Brescia-Palermo, Serie B 1945, Padova-Legnano, sempre Serie B nel 1955, Piombino-Piacenza, nel 1956 in Serie C che costò la retrocessione al Piacenza dove tra l’altro giocava suo fratello Giuseppe, Padova-Atalanta, Serie A nel 1958, svelata da una fidanzata delusa da un matrimonio che non arrivava mai, fu infatti l’ex indossatrice Silveria Marchesini a raccontare che il suo compagno tanto restio al matrimonio, il mediano del Padova Renato Azzini, aveva accettato denaro per favorire l’Atalanta. E vari altri episodi fino al 1967, quando Gaggiotti avrebbe tentato di alterare il risultato di Arezzo -Genoa e Verona-Arezzo in Serie B. Il portiere aretino Ghizzardi aveva però denunciato i fatti permettendo alle partite di svolgersi regolarmente.

Nel 1959 addirittura aveva corrotto un giocatore a sua insaputa: il capitano del Parma Ivo Cocconi, che era contemporaneamente calciatore e fornaio si era visto arrivare Gegio in negozio, gli aveva venduto dei prodotti del suo forno e aveva avuto un’offerta di 300.000 lire per aggiustare una partita di Serie B col Brescia. Cocconi pensò scherzasse e non vi diede peso. Giocò però poi veramente male la partita col Brescia, che vinse 2-0 grazie anche a una sua autorete, e pochi giorni dopo ricevette una nuova visita dal Gaggiotti che insistette per consegnarli le 300.000 lire in pezzi da 10.000! A quel punto però Cocconi denunciò il tutto: venne aperta un’inchiesta che si chiuse con l’archiviazione.

Nel frattempo Eugenio Gaggiotti, pur inibito dalla FIGC aveva continuato a svolgere la sua attività di mediatore e scopritore  di calciatori, fino ad essere nei primi anni Settanta finalmente allontanato dal mondo del calcio italiano da cui fu presto dimenticato. Le sue gesta restano, tanto criminali quanto grottesche, probabilmente avrebbero meritato un film, una di quelle commedie all’italiana che tanto rappresentano vizi e virtù che ci sono tipici.

 

 

Italia a Russia 2018? L’ultimo tentativo di salvare (a tutti i costi) un morto annegato nel fallimento

Italia a Russia 2018? L’ultimo tentativo di salvare (a tutti i costi) un morto annegato nel fallimento

Come diceva l’aforisma? La speranza è l’ultima a morire. E anche se calcisticamente siamo annegati nell’oblio di quelle Nazionali che per almeno un anno finiranno nel dimenticatoio, annaspiamo nel miraggio di poter clamorosamente volare in Russia il prossimo giugno. E se prima l’Eldorado era raggiungibile sognando una guerra nei paesi qualificati così da poterci appellare all’articolo 7 del regolamento FIFA (che mai ci saremmo sognati di sfogliare in vita nostra) è arrivato nelle ultime ore un dispaccio via Sudamerica che ci fa ribattere quel cuore azzurro che si era rattrappito dopo l’inutile 0 a 0 contro la Svezia.

Il giornale peruviano Libero ha infatti aperto la giornata con una prima pagina che ha incendiato gli animi di coloro che ancora non si sono arresi all’amara verità. Secondo la testata andina, la nazionale blanquirroja che si è conquista la qualificazione grazie alla vittoria nello spareggio contro la Nuova Zelanda, potrebbe rischiare di essere esclusa da Russia 2018 per motivi che non hanno direttamente a che fare con il calcio. La deputata fujimorista Paloma Noceda, che presiede la Commissione Istruzione, Gioventù e Sport del Parlamento ha presentato una proposta che vuole portare la Federcalcio peruviana sotto controllo diretto del Governo attraverso l’Istituto dello Sport. Ci viene subito in mente che a motivare questa voglia di cambiamento potrebbe essere stato il coinvolgimento, e relativo arresto risalente al 2015, dell’ormai ex presidente della Federcalcio Manuel Burga al Fifa Gate nell’ambito del sistema di corruzione portato alla luce due anni fa dove l’intera Conmebol e la Concacaf sono finite nel mirino della procura statunitense. E le ultime confessioni dell’argentino Burzaco non fanno che peggiorarne la situazione, tanto che, come dichiarato dai pubblici ministeri, Burga pare abbia mimato il gesto di “tagliare la gola” verso Burzaco nelle scorse giornate di processo. Se fosse questo il motivo della proposta Nocedo sarebbe nobile ed apprezzabile tentativo di voler dare un ripulita ad un ambiente soffocato da questioni poco chiare. E andrebbe applaudito in quanto tale (anche se la statalizzazione di per se non è garanzia di nulla), senza troppe macchinazioni. Ma siccome, come si dice, mors tua vita mea, si riapre magicamente uno spiraglio che ci vedrebbe approdare a Mosca.


Per farlo, dobbiamo riprendere mano al regolamento FIFA (sempre lui) che vieta espressamente che una Federcalcio sia sotto il controllo statale così da evitare ingerenze governative. Il tutto quindi potrebbe portare all’esclusione del Perù dai tanto sognati Mondiali che mancano dal 1982 e, per questo, la FIFA ha chiesto chiarimenti alla Federcalcio peruviana che a sua volta ha allarmato il Governo sulla possibile Apocalisse, a tavolino la loro, in salsa inca. Vedremo come andrà a finire, anche se la notizia si sta già sgonfiando in quanto l’eventuale accettazione della proposta e  esecuzione del provvedimento avverrà in un tempo tale da non coinvolgere la partecipazione di Guerrero&co. alla manifestazione mondiale.

Quello che è evidente in tutta questa storia è che, malgrado il disastro sportivo, malgrado il disastro politico (del calcio) e malgrado il caos che vive il nostro pallone tra commissari straordinari, ex presidenti rispolverati, e dimissioni in differita, ancora non riusciamo ad ammettere dentro di noi che siamo fuori. Ed è tutto vero. Anzi diamo per scontato che, nel caso impossibile che una Nazionale qualificata possa essere esclusa, noi saremmo subito richiamati senza tenere conto delle altre non partecipanti, alcune delle quali hanno anche un ranking migliore del nostro. Continuiamo a sentirci belli anche se siamo bruttissimi. Ci attacchiamo a cavilli presi da codici che non ci siamo mai preoccupati che esistessero, invochiamo guerre e finiamo addirittura per approfondire la politica interna di un paese che dista 16 ore di volo, quando basterebbe ammettere che siamo scarsi su tutti i livelli e provare a guardare avanti, al futuro, anche se il domani sembra peggiore di ieri. E invece siamo ancora qui, a 10 giorni di distanza ad appellarci a una qualunque mano immaginaria che possa farci emergere dalle torbide acque del fallimento, che sia in grado di essere più forte del macigno che ci spinge in fondo. Basterebbe questo, chiudere il cassetto del sogno Russia 2018 (uno dei primi casi di realtà diventata sogno e non viceversa) e silenziosamente glissare. Invece usciamo (ci fanno uscire) dalla porta e proviamo ad entrare dalla finestra, come sempre.

Fuori dal Mondiale, il Danno è economico. Anche se…

Fuori dal Mondiale, il Danno è economico. Anche se…

C’era una volta la Nazionale italiana di calcio. La storia che racconta la disfatta degli uomini di Ventura potrebbe iniziare così. Infatti, salvo sorprese dell’ultimo momento, gli azzurri non prenderanno parte alla prossima edizione dei Mondiali di calcio da disputarsi in Russia. I quali, cifre alla mano, frutteranno un “montepremi” relativo ai contributi economici che si aggirerà intorno ai 790 milioni di dollari (200 milioni in più rispetto ai mondiali brasiliani) dei quali circa 400 di essi, destinati alle 32 squadre che parteciperanno alla fase finale.

Se dal punto di vista dell’immagine il danno è praticamente incalcolabile (da 60 anni l’Italia non mancava da un campionato del mondo), dal punto di vista economico qualche calcolo può essere fatto. E da questo punto di vista si può partire proprio dal danno d’immagine al “brand Italia”. La mancata partecipazione degli azzurri infatti avrà conseguenze (dirette e indirette) soprattutto in termini di mancati di ricavi da sponsor che attualmente si aggirano intorno ai 70 milioni di euro. Nel caso specifico in base all’accordo che la FIGC ha firmato con l’azienda di abbigliamento sportivo PUMA, in qualità di sponsor tecnico, verranno a mancare le entrate derivanti dalla partecipazione agli eventi sportivi. Come ha scritto Marco Bellinazzo su Il Sole 24 Ore infatti, secondo l’accordo, la PUMA si è impegnata a garantire un corrispettivo in cifra fissa di 18,7 milioni di euro fino al 2022; ai quali però si deve anche considerare una parte variabile costituita da royalties che vengono erogate ma soltanto in caso di partecipazione ad eventi sportivi come Europei di calcio e appunto i Mondiali. Che necessariamente in questo caso verranno meno, a differenza di quanto avvenuto con la partecipazione ai Mondiali di calcio brasiliani quando i ricavi da royalties ammontarono solo per quell’evento a 2,7 milioni di euro. Ma ad essere ridotti saranno anche i ricavi provenienti dalle televisioni, dato che la mancata partecipazione al mondiale presumibilmente influirà anche sulla prossima asta per l’aggiudicazione dei diritti TV.  Anche se, e va comunque detto, la nazionale azzurra può contare su un “ pacchetto” di telespettatori che viaggia dallo “zoccolo duro” degli 8 milioni di affezionati agli oltre 17 dell’ultimo Mondiale.


Su questo fronte fino a oggi la partita per i diritti TV della Nazionale è stata sostanzialmente una partita a due: da una parte SKY, che si aggiudicò i diritti per il 2006 e dall’altra la RAI che invece si è aggiudicata la trasmissione delle partite per le edizioni dei Mondiali successivi. Adesso però a quanto pare, ci sarebbe anche Mediaset la quale, potrebbe mettere sul piatto anche molto di più dei 180 milioni che sono stati stanziati nelle ultime occasioni.

Va sempre detto che per i prossimi mesi fino al 2018, la FIGC continuerà a percepire i 57 milioni previsti dall’accordo firmato con l’advisor Infront (14,25 milioni l’anno per 4 anni).

Comunque sia, c’è già chi spera in un colpo di scena che miracolosamente riaprirebbe il discorso qualificazione. Infatti lo spiraglio arriva dal regolamento ufficiale della FIFA. Il quale all’articolo 7, prevede l’ipotesi di un ripescaggio, a “discrezione del Comitato organizzativo”, in caso di ritiro o esclusione di una delle 32 qualificate. . E tra le squadre ammesse ce ne sono alcune che potrebbero essere “a rischio” per eventi extrasportivi. Sono le nazionali che appartengono a Paesi in “aree di crisi” o a rischio: dalla Corea del Sud alla Nigeria, passando per l’Iran, l’Egitto, il Senegal o l’Arabia Saudita. Da questo punto di vista c’è il precedente della Jugoslavia che non partecipò agli Europei del 1992 a causa dello scoppio della guerra dei Balcani. Ad ogni modo, se dovesse essere il ranking a determinare l’eventuale sostituzione, attualmente l’Italia è posizionata peggio di altre due “grandi” escluse, il Galles e il Cile. Ma per essere (forse) riammessi al Mondiale vorrebbe comunque dire di dover sperare che scoppi una guerra. Meglio tenersi la pace, e per una volta starsene a casa.

 

Vivai e nuova ripartizione dei Diritti Tv: così la Legge Finanziaria prova a resuscitare il calcio italiano

Vivai e nuova ripartizione dei Diritti Tv: così la Legge Finanziaria prova a resuscitare il calcio italiano

Il 13 novembre 2017 sarà ricordato dagli appassionati di calcio come uno dei giorni più bui della nazionale italiana.  L’eliminazione degli azzurri dalla corsa ai Mondiali di Russia 2018 è un bruttissimo colpo per il movimento sportivo, per i tifosi e, come ha suggerito tra le lacrime Buffon, per tutto il Paese sia dal punto di vista sociale che economico. Va ricordato, infatti, che la vittoria ai mondiali di Germania 2006 valse 1 punto di Pil all’Italia. Ora che il danno è fatto occorre tirare le fila e interrogarsi sulla consistenza del latte versato. Secondo stime del “Sole 24 ore” la mancata qualificazione alla fase a gironi costerà alla FIGC circa 10 milioni di mancati introiti. Una cifra elevata ma, a guardare bene, il peggio arriverà solo tra qualche anno, quando gli sponsor e le tv andranno a riconfigurare i contratti in vista di Qatar 2022 alla luce della svalutazione patita dal brand “Italia” a causa della debacle della nazionale guidata da Ventura.


La disonorevole eliminazione contro la Svezia potrebbe, però, avere anche dei lati positivi se si volesse approfittare di questa rovinosa caduta per puntare un faro di verità sui malanni del mondo del calcio italiano. Uno di questi, emerso per lo meno nei dibattiti a caldo, risiede nello scarso sviluppo dei settori giovanili delle squadre italiane che, in mancanza di denaro e tempo, preferiscono acquisire giocatori, spesso stranieri, già pronti per essere buttati nella mischia della Serie A piuttosto che investire sulla filiera dei vivai. Il risultato di questa strategia l’abbiamo ammirato lunedì sera a San Siro.

I CONTRIBUTI AI SETTORI GIOVANILI NELLA LEGGE FINANZIARIA

Qualcosa però potrebbe cambiare già a partire dal prossimo anno. La legge finanziaria in corso di approvazione in Parlamento contiene alcuni provvedimenti che potrebbero dare una mano alla rinascita dei settori giovanili.

La prima novità interessante è che viene istituito, con l’art. 40 comma 12, un “Fondo unico a sostegno del potenziamento del movimento sportivo italiano” con una dotazione di 12 milioni di euro per il 2018. Tra le finalità di questo fondo c’è quella di “garantire il diritto all’esercizio della pratica sportiva” ai minori. Occorre rilevare che le società sportive potranno tesserare anche ragazzi stranieri non in regola con i documenti purché iscritti da almeno un anno ad una qualsiasi scuola dell’ordinamento italiano.

Altri fondi arriveranno dal Coni alle società che ne faranno richiesta in qualità di contributo per la retribuzione di un giovane sportivo in addestramento di età inferiore ai 21 anni. Il finanziamento non può superare i 5000 euro.

LE NOVITÀ NELLE ASSEGNAZIONE DEI DIRITTI TV

La novità più corposa, però, risiede nella modifica della cosiddetta Legge Melandri del 2008 sulla ripartizione dei diritti sportivi. La riforma prevede che il 50%, e non più il 40, dei fondi ricavati dalla “commercializzazione dei diritti audiovisivi relativi al campionato italiano di calcio di Serie A” sia ripartito in parti uguali tra tutte le squadre, il 30% in assegnato in base ai meriti sportivi e il 20% in base al radicamento territoriale. Quest’ultimo è valutato in base al numero di spettatori paganti negli ultimi campionati, particolare di non poco conto e che potrebbe incentivare le società a calmierare i prezzi dei biglietti.

Ma cosa significa, in cifre, che il 50% dell’intero introito dai diritti tv sarà ripartito in parti uguali? Nel triennio 2015-2017 la Serie A ha incassato 924 milioni di euro dalla vendita dei diritti tv. La ripartizione in vigore fino ad adesso assegnava una cifra monstre di 107 milioni alla Juventus contro i soli 25 del Sassuolo. Un rapporto di 1 a 4 che mortifica le legittime aspirazioni delle più piccole e rende difficile, se non impossibile, scegliere di scommettere sulla crescita dei vivai. La nuova distribuzione, invece, riduce questo divario e porta nelle casse del club bianconero “appena” 66 milioni di euro contro i 32 del Sassuolo. Il gap si riduce e la proporzione diventa di 1 a 2.

La scelta di far arrivare più fondi alle società di provincia può essere la chiave di volta per scardinare un sistema basato su una troppo pressante ricerca del successo. La sfida sarà vinta solo se le piccole torneranno ad essere quelle “fucine di talenti” che tanto bene hanno fatto al calcio italiano e non sperpereranno i fondi in più nell’ingaggio di ex top player in là con l’età. Lo stesso vale per le più grandi, ricevere meno fondi può essere l’occasione per rivoluzionare il proprio modello di sviluppo tornado a “fare in casa” i campioni arricchendo, di conseguenza, il patrimonio della nazionale.

Carraro su Calciopoli: “Giusto togliere Scudetti alla Juve, sbagliato darli all’Inter”

Carraro su Calciopoli: “Giusto togliere Scudetti alla Juve, sbagliato darli all’Inter”

Diceva il giornalista Franco Rossi, che dopo Fidel Castro, Franco Carraro è stato una delle persone rimaste al potere per più tempo. Nello sport come nella politica. Giovanissimo presidente della Federazione Sci Nautico, poi numero uno del Milan, ancora presidente della Figc e del CONI e di nuovo della FIGC fino all’inchiesta di “Calciopoli”.

In politica, democristiano prima socialista poi, ministro del Turismo e sindaco di Roma. Oggi è un senatore di Forza Italia. Le sue carriere, nello sport come nella politica, sono sempre state interrotte dalle inchieste giudiziarie: Mani Pulite prima, Calciopoli poi. Che però riguarderanno gli altri, perché lui, che sarà comunque costretto alle dimissioni, dalle inchieste uscirà sempre indenne. Come nel 2006 quando l’indagine a suo carico della Procura di Napoli, si concluderà con un nulla di fatto. Possibile che Carraro non sapesse nulla di quello che stava succedendo? Se lo domandarono in molti. “Ha fatto il palo” scriverà il sito di Beppe Grillo nel 2006. Ma saranno soltanto sospetti, illazioni, perché alla fine Franco Carraro ne uscirà pulito.

E anche del “Grande Scandalo” che travolse il mondo del calcio nel 2006 l’ex presidente della FIGC è tornato a parlare nel corso di un’intervista concessa al quotidiano Libero, pubblicata lunedì. “Fu giusto togliere gli scudetti alla Juve, sbagliato fu assegnarli all’Inter” . Se la Vecchia Signora, oltre gli scudetti tolti, finirà addirittura in serie B, l’Inter verrà soltanto sfiorata dall’inchiesta ma in ambito sportivo. Nel 2011 l’allora Procuratore federale Palazzi, riconoscendo “l’improcedibilità delle situazioni” per intervenuta prescrizione dei reati, parlerà di “illecito sportivo” anche per quanto riguarda l’Inter, in relazione ai comportamenti tenuti dall’allora presidente Giacinto Facchetti, deceduto nel settembre del 2006. Nei confronti del quale per ovvi motivi, non verrà aperta alcun indagine. Ma per Carraro, come dichiarato sul giornale di Vittorio Feltri, l’assegnazione degli scudetti è stata piuttosto “un eccesso di zelo, perché non esiste che uno scudetto vada assegnato a tavolino”.


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