Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

Israele e le squadre dei territori occupati: una questione che la FIFA deve risolvere

Israele e le squadre dei territori occupati: una questione che la FIFA deve risolvere

Nell’annosa questione israelo-palestinese c’è un altro problema ancora irrisolto che starebbe agitando il sonno del governo israeliano. Per fortuna, questa volta non c’entrano gli attentati, né le bombe. C’entra lo sport, e in particolare il campionato di calcio israeliano. Nel quale militano alcune squadre (6 per la precisione:il Maccabi Ariel, l’Ironi Ariel, il Beitar Givat Ze’ev Shabi, il Beitar Ma’ale Adumim, l’Hapoel Oranit, l’Hapoel Bikat Hayarden alle quali si aggiungerebbe anche l’Hapoel Katamon Yerushalaim ) che hanno la loro sede nei territori palestinesi della Cisgiordania nei quali Israele da anni ha costruito i suoi insediamenti. Quelli che nel gergo della comunità internazionale vengono definiti come “i territori occupati”. Che lo Stato della Palestina rivendica come propri e che negli ultimi anni hanno rappresentato il punto di attrito più acceso nella questione israelo-palestinese.

E adesso a preoccupare il governo di Gerusalemme ci sarebbe proprio la richiesta partita dalla FPA (la federazione calcistica palestinese) alla FIFA di revocare l’adesione di queste 7 squadre al campionato israeliano sulla base di quanto stabilito proprio dallo Statuto della FIFA. Che vieta ai suoi membri (come tra l’altro la federazione israeliana), di creare squadre di calcio nel territorio di un altro Paese oppure lasciare che queste squadre giochino nei propri campionati ma senza il consenso del Paese stesso.

La richiesta della federazione palestinese ha trovato anche il sostegno di oltre 120 associazioni nel mondo tra cui anche l’italiana UISP (Unione Italiana per lo Sport per Tutti) le quali, attraverso una lettera, hanno chiesto alla FIFA il rispetto delle norme contenute nel suo Statuto lamentando allo stesso tempo una violazione dello stesso da parte della federazione israeliana. Tra coloro che hanno aderito all’appello, oltre alla UISP, ci sono personalità politiche come l’ex Relatore Speciale ONU Richard Falk, l’ex ministro brasiliano per i Diritti Umani Paulo Sérgio Pinheiro, il ministro dello Sport sudafricano Thulas Nxesi e inoltre, esponenti del mondo dello spettacolo come i registi britannici Ken Loach e Paul Laverty, o dello sport come  l’ex calciatore peruviano Juan Carlos Oblitas Saba, o l’ex atleta oggi presidente del Parlamento peruviano Daniel Fernando Abugattás Majluf. Tra questi proprio Oblitas Saba, oggi esponente della federazione calcistica peruviana, ha dichiarato che “nessun Paese può essere al di sopra delle Risoluzioni ONU”, auspicando che sulla questione ci sia “la massima trasparenza” da parte della FIFA. Il riferimento è al prossimo Congresso FIFA in programma il 10 e l’11 maggio prossimi nel quale una decisione finalmente potrebbe essere presa.

Ed è proprio questo che sembra spaventare di più l’IFA (la federazione calcistica israeliana e con essa anche il governo) la quale, vorrebbe ancora una volta che al contrario la decisione fosse rimandata. Come riporta il sito nenanews, a manifestare questo stato di preoccupazione sarebbe stato proprio uno dei funzionari dell’IFA che, al quotidiano Haaretz, avrebbe dichiarato l’intenzione della federazione israeliana di “impedire il voto con qualsiasi mezzo”. La palla passa adesso all’organismo presieduto da Gianni Infantino, il quale deve dimostrare al contrario di quanto avvenuto fino ad oggi, di saper decidere. E di farlo nel rispetto delle regole e senza alcun timore di sorta. O come si dice nel gergo, senza avere “fifa”. Appunto.

Calciatori e abuso di antidolorifici: torna la paura del “doping legale”

Calciatori e abuso di antidolorifici: torna la paura del “doping legale”

Un gran numero di importanti calciatori, a causa di un vero e proprio ‘abuso’ di antidolorifici legali, rischia la propria salute e potrebbe potenzialmente avere malattie pericolose nel corso della vita. Questo quanto sostiene l’ex capo dei medici della Fifa.

Circa la metà dei giocatori presenti nelle ultime tre edizioni della Coppa del Mondo ha assunto in modo costante farmaci anti-infiammatori non steroidei, come l’ibuprofene, afferma Jiri Dvorak.

Dvorak ritiene che sia assolutamente una “tendenza allarmante” tra i giocatori, compresi gli adolescenti. “E’ ormai diventata una questione culturale, è come se facesse parte del gioco”. “Si tratta di un’azione completamente sbagliata”, ha aggiunto il medico ceco, che ha lasciato Fifa nello scorso mese di novembre, dopo 22 anni.

Si tratta di abuso dei farmaci; è per questo che usiamo la parola allarmante“.

Tuttavia, l’associazione dei calciatori professionisti in Inghilterra ha replicato che l’abuso di antidolorifici ‘non è un grosso problema e neppure diffuso come si vuol far credere’ tra i suoi membri.

A smentire tutto ciò, ci ha pensato Danny Mills, ex mastino di difesa, inglese (conta pure diverse apparizioni in nazionale) ed oggi commentatore per la BBC.Gli antidolorifici nel calcio sono sempre stati molto diffusi e credo che lo saranno sempre. Sono stato in molti spogliatoi, dove ho visto giocatori subire pressioni forti per giocare con antidolorifici, piuttosto che rinunciare a match magari fondamentali per la squadra“.

Il professor Dvorak ha parlato alla BBC anche dell’interesse sviluppato sul tema dagli organi di governo britannici, i quali vogliono sponsorizzare una forte campagna contro l’uso di sostanze (anche non dopanti come nel caso degli antidolorifici legali) che tendono ad accrescere anche un modo di intendere lo sport diseducativo, ovvero quello della ‘vittoria ad ogni costo’.

Si prevedono riforme significative volte a migliorare il modo in cui gli atleti sono trattati ed in merito il professor Dvorak ha raccolto interessanti dati relativi al consumo di farmaci da parte di tutti i giocatori di ogni torneo Fifa tra il 1998 e il 2014.

E’ stato rilevato che quasi il 50% di essi ha assunto sostanze disponibili presso le farmacie “di tutti i giorni”. Il dott. Dvorak ritiene che alcuni club diano assoluta priorità al successo in campo piuttosto che al benessere del giocatore, e che ciò porta gli atleti a sentirsi costantemente “sotto pressione“, tanto da prendere farmaci per superare lievi ferite e giocare in partite importanti.

Dvorak in precedenza aveva già sollevato queste preoccupazioni quando era nella Fifa, ma a suo modo di vedere l’organo di governo mondiale non ha ancora affrontato la questione in modo appropriato.

L’abuso di farmaci, seppur legali, potrebbe “potenzialmente” creare grossi danni alla vita dei giocatori, sostiene e ribadisce più volte il professor Dvorak.

“Dobbiamo fare una dichiarazione forte per i giocatori: svegliatevi, e state attenti. Tutto ciò non è innocuo e non si può pensare che si può prendere un medicinale come i biscotti. Ha effetti collaterali”.

Dall’altra parte, però, sembra non esserci un gruppo di persone disposto ad ascoltare Dvorak.

Solo un calciatore con sede in Inghilterra ha sollevato preoccupazioni circa l’abuso di antidolorifici direttamente al PFA negli ultimi dieci anni, secondo il presidente dell’associazione calciatori inglese, Michael Bennett.

“Si è trattato di un atleta, con un problema alla schiena, che stava prendendo compresse di ibuprofene per non mancare mai in campo”, ha detto Bennett alla BBC Sport.

“Il problema è sorto più quando ha lasciato il calcio. Non riusciva a smettere di usare quella sostanza. Ha affrontato la questione andando dal suo medico personale e gradualmente ha diminuito il farmaco che stava prendendo, risolvendo il problema. Nel mio tempo di lavoro in questo campo, circa otto o nove anni, è l’unica persona che ha avuto un problema con gli antidolorifici”.

“Non è un grosso problema per noi”.

Un punto di vista parziale e pericoloso.

Il fatto viene confermato anche dal già citato Mills.Quando giocavo e mi facevano queste punture, l’unica cosa che chiedevo era se fosse legale, come ogni altro calciatore. Una volta avute le dovute rassicurazioni su ciò, si procedeva. Purtroppo, un calciatore ha solo voglia di scendere in campo, non pensa ad altro. Probabilmente, sarò onesto, con la testa da calciatore lo rifarei anche oggi”.

Eppure, tre ex calciatori della Premier League, Daniel Agger, Dominic Matteo e Ivan Klasnic hanno sofferto di gravi problemi a causa dell’abuso di antidolorifici.

Il primo svenne, con la maglia del Copenaghen, poco dopo che fu sostituito dopo solo 29 minuti di gioco in un importante match. Era in forte dubbio per la partita e assunse un numero esagerato di antidolorifici.

Il danese è stato costretto a smettere poco dopo perché il fisico non rispondeva più come avrebbe dovuto.

Ivan Klasnic, invece, incolpò i medici del Werder Brema per avergli prescritto dosi massicce di antidolorifici, fornendo una diagnosi sbagliata su un guaio fisico che, invece, necessitava di un intervento chirurgico. Il risultato fu un grave danno renale per il calciatore a causa dei troppi farmaci assunti.

In conclusione, il caso di Dominic Matteo, purtroppo il più grave. Il ragazzo ha dovuto subire un delicato intervento spinale perché, testimonianza del diretto interessato, “tanto col Liverpool quanto col Leeds, praticamente ogni sabato ricevevo una puntura per giocare e non sentire dolore, anche il minimo dolore”. Anche gli allenatori dovrebbero pensarci due volte prima di forzare un proprio atleta”.

Il messaggio è chiaro (soprattutto per i più giovani e, magari, più immaturi): pensateci due volte prima di subire un’iniezione di troppo.

 

Trofei non riconosciuti, un intrigo senza fine

Trofei non riconosciuti, un intrigo senza fine

Ha destato scalpore e indignazione la decisione della Fifa di disconoscere le edizioni della Coppa Intercontinentale anteriori al 2000. Il colpo di tacco di Del Piero del ‘96, la doppietta di Mazzola nel ’65, tutto cancellato da un comunicato che recita impietoso: “Solo i vincitori del Mondiale per club sono considerati ufficialmente campioni del mondo. Le competizioni precedenti non valgono tale titolo”.

Ma quali sono le vere conseguenze di questo colpo di mano della Federazione? Juventus, Inter e Milan devono mettere mano e aggiornare il loro palmarés? Assolutamente no, la situazione è meno grave del previsto proprio perché non si tratta di una vera novità. La Fifa ha deciso di non riconoscere la Coppa Intercontinentale in quanto quest’ultima non si trovava sotto la sua egida bensì sotto quella delle due federazioni continentali Conmebol e Uefa che infatti riconoscono il trofeo come ufficiale al contrario della Coppa del Mondo per club nata nel 2004 dalle ceneri della vecchia Intercontinentale. La situazione è paradossale, infatti sul sito della Uefa una società come il Milan si vedrà riconoscere le tre Coppe Intercontinentali del 1969, 1989 e 1990 ma non la Coppa del Mondo per club vinta nel 2007, con la FIFA invece è esattamente il contrario. Una posizione che sembra maturata di recente, probabilmente con l’avvento di Gianni Infantino alla guida. Infatti, il trofeo ha sempre goduto delle attenzioni della massima entità calcistica mondiale che nel 2013 addirittura con un comunicato ufficiale celebrò il cinquantennale della vittoria del Santos di Pelè sul Milan del 1963.

Discorso simile ma ancora più complesso per la Coppa delle Fiere, trofeo da sempre considerato come l’antesignano della Coppa Uefa e vinto in Italia solo dalla Roma che nel 1964 rinunciò persino alla partecipazione in Coppa delle Coppe pur di non perdere l’occasione di bissare il successo del 1961. L’ambito torneo era organizzato da un comitato interno alla Fifa e vedeva Ernst Thommen al comando, per questo la Uefa ha sempre negato il riconoscimento alla competizione nonostante le pressioni del Barcellona che da sempre lotta affinché la ‘Fairs Cup’ compaia nelle bacheche di Nyon. La Fifa dal canto suo ha sempre riconosciuto il torneo come ufficiale (fu il Presidente Stanley Rous a premiare il capitano giallorosso Giacomo Losi) e lo stesso hanno fatto le Federazioni nazionali. Effettivamente la Coppa Uefa fino al 1979, anno dell’introduzione del coefficiente, ha presentato lo stesso regolamento della Coppa delle Fiere, compresa la tanto discussa formula ad invito.

E’ oggetto delle rivendicazioni soprattutto di Benfica e Porto la Coppa Latina, competizione tenutasi dal 1949 al 1957 e riservata alle squadre vincitrici in Italia, Francia, Portogallo e Spagna. Né la Uefa, né la Fifa hanno mai riconosciuto il trofeo come ufficiale e la stessa sorte è toccata alla Coppa Anglo-Italiana, in vigore dal 1970 al 1996, che prevedeva il confronto tra squadre del Bel Paese e d’Oltremanica. Nata da un’idea di Gigi Peronace, il più grande intermediario dei rapporti calcistici tra Italia e Inghilterra, non ottenne mai il riconoscimento benché esposta con orgoglio dalle società che l’hanno vinta. E’ considerata insieme alla Anglo-Italiana, tra le progenitrici della Coppa Intertoto, la Coppa delle Alpi fondata nel 1960 e soppressa nel 1987, che prevedeva la partecipazione di club italiani, francesi, tedeschi e svizzeri. Fu vinta da numerose squadre dello stivale tra cui Juventus, Napoli, Genoa e Lazio il cui successo nel 1971 fu salutato con una prima pagina del ‘Corriere dello Sport’ ancora oggi nell’immaginario collettivo dei tifosi biancocelesti.

Si può quindi giungere alla conclusione che il mancato riconoscimento di un trofeo da parte di Fifa o Uefa sia da condurre esclusivamente all’estraneità dello stesso rispetto alla Federazione in questione e non pregiudichi l’ufficialità di una competizione. Inoltre, le divergenze tra Zurigo e Nyon non fanno che delegittimare sempre di più le posizioni di Uefa e Fifa in materia di trofei, una coppa deve essere motivo di orgoglio per la tifoseria e società che l’ha vinta in virtù del sudore e del sacrificio che i calciatori hanno speso sul campo aldilà dei formalismi burocratici che stonano con la passione dei tifosi per dei tornei allora considerati vitali e oggi denigrati. Eccesso di retorica? Forse ma a tal proposito è difficile non concordare con Romildo Bolzan, Presidente del Gremio campione del mondo nel 1983 ma non secondo la Fifa: “Questo comunicato non ci ruba il titolo. Questa competizione (la Coppa Intercontinentale ndr) esisteva e veniva considerata come una finale del Mondo, semplicemente non era patrocinata dalla Fifa. La loro decisione non compromette il sentimento dei gremistas”.

 

Un calcio all’apartheid, breve storia della Makana Football Association

Un calcio all’apartheid, breve storia della Makana Football Association

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

robben-island-entrance

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

makana-jerseys-x2-copy

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

N.Mandela in his cell on Robben Island (revisit} 1994

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

fifamakana

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.