L’Africa e i Mondiali del 1966, una storia dimenticata

L’Africa e i Mondiali del 1966, una storia dimenticata

Coppa del Mondo 1966: presente nell’immaginario collettivo per la vittoria dell’Inghilterra (rimasta l’unica fino ai giorni nostri), un gol controverso nella Finale, l’esplosione di Eusebio e la sorpresa rappresentata dalla Corea del Nord. Quasi nessuno ricorda, invece, che si è trattato dell’unica volta in cui un intero continente ha boicottato la Coppa del Mondo. Stiamo parlando dell’Africa e della sua clamorosa rinuncia a quella manifestazione sportiva.

Tra coloro che non poterono brillare durante tale appuntamento c’era il ghanese Osei Kofi, descritto una volta addirittura da Sua Maestà Gordon Banks come fenomeno pari al grande George Best. Un’affermazione che di certo lascia di stucco, visto il talento smisurato dell’ex numero sette del Manchester United che lo porta a tutt’oggi ad essere considerato uno dei più grandi calciatori mai esistiti.

La stranezza, però, risiede nel fatto di non aver mai sentito parlare prima di Kofi, che in occasione di due gare amichevoli trafisse il fenomeno Banks per ben quattro volte.

Purtroppo per lui, il “Wizard Dribbler” (il mago del dribbling) non ebbe modo di dimostrare tutto il suo talento imperversando sulle fasce laterali durante la Coppa del Mondo del 1966; gli fu tolta questa grande opportunità quando l’Africa decise sorprendentemente di boicottare la Fase Finale della manifestazione.

A quel tempo, le “Black Stars” ghanesi erano reduci da due successi consecutivi (1963 e 1965) nella Coppa d’Africa e si sarebbero presentati ai Mondiali da campioni in carica del proprio continente.

Penso che il soprannome di ‘Black Stars’ fosse perfetto per quel periodo,” dice Kofi, che oggi è diventato un sacerdote, alla BBC Sport. “Avevamo uomini intelligenti che erano pure calciatori eccezionali sul rettangolo verde. Credo che avremmo anche potuto vincere quella Coppa del Mondo”.

Nel momento più splendente della propria storia, però, le “Black Stars” caddero in un buco nero.

Durante il gennaio del 1964, la Fifa decise che le sedici contendenti alla Coppa del Mondo sarebbero state così suddivise: 10 team europei, inclusa l’Inghilterra che ospitava la rassegna, 4 selezioni provenienti dalla zona latino-americana ed una dall’America Centrale. Rimaneva soltanto un posto da conquistare e ben tre continenti a battagliare per esso: Africa, Asia e Oceania.

Poco dopo l’assurda decisione, il capo dello sport del Ghana, Ohene Djan, che era anche membro del Comitato Esecutivo della Fifa, gridò allo scandalo.

In un telegramma inviato alla Fifa da parte di Djan, la scelta fu definita “patetica e malsana”. “L’Africa avrebbe dovuto avere, nel peggiore dei casi, almeno un posto per una sua nazionale”, l’opinione di Djan.

I toni della lettera di Djan furono approvati da Kwame Nkrumah, il presidente del Ghana, che era diventato, nel 1957, il primo paese sub-Sahariano ad ottenere l’indipendenza.

Nkrumah voleva utilizzare il calcio come mezzo per unire l’Africa e disse a Djan di fare tutto il possibile per rendere il calcio africano importante nel mondo.

Ohene Djan era anche un membro della Confederation of African Football (Caf) ed emerse come figura principale per la lotta alla conquista di un posto nella Coppa del Mondo del 1966 insieme ad un membro etiope della Caf di nome Tessema Yidnekatchew.

La coppia portò argomenti convincenti a sostegno della tesi che vedeva ingiusto il trattamento riservato dalla Fifa alle nazionali africane; Tessema, in merito, parlò di “una presa in giro a livello economico, politico e geografico”.

In primo luogo, i due sostenevano che fosse giusto riservare almeno un posto all’Africa perché le nazionali del ‘continente nero’ erano migliorate in modo significativo nel corso degli ultimi anni. La seconda critica alla scelta della Fifa riguardava il fatto che i costi dell’organizzazione di un play-off tra una nazionale Africana ed un’altra proveniente da Asia o Oceania erano terribilmente alti. Infine, la politica; con una situazione molto complicata e tesa tra Caf e Fifa riguardo al tema dell’apartheid in Sudafrica.

Politica e campo

Successivamente alla sua fondazione, avvenuta nel 1957, la Caf era l’unica organizzazione panafricana esistente in quel momento; precedette, infatti, di sei anni la creazione di quella che oggi è l’African Union, assumendo dunque un ruolo geo-politico assolutamente fondamentale.

Con sede a Il Cairo, la Caf fu la prima organizzazione sportiva mondiale ad espellere il Sudafrica a causa della politica di apartheid nel 1960.

Non appena un paese africano diveniva indipendente, si univa alle Nazioni Unite e poi alla Caf: non c’erano altre organizzazioni,” ricorda Fikrou Kidane, a lungo fianco a fianco con Tessema, che morì nel 1987.

Lo storico del calcio Alan Tomlinson, in merito, afferma: “Sin dall’inizio, questa fu una storia che toccò le politiche culturali nel periodo post-coloniale”.

La Fifa inizialmente sospese il Sudafrica, comunque con un anno di ritardo rispetto a quanto fatto dalla Caf, per poi riammettere il paese nel 1963, parzialmente a causa della promessa, da parte della nazione Africana, di inviare un team di soli bianchi alla Coppa del Mondo del 1966 ed uno di soli neri nell’edizione di quattro anni dopo.

La prima volta che venni a conoscenza di questa fantomatica soluzione, iniziai a ridere” afferma Tomlinson, che attualmente sta lavorando alla biografia dell’allora presidente della Fifa Stanley Rous.

Per le qualificazioni alla Coppa del Mondo del 1966, la Fifa decise di inserire il Sudafrica, che potremmo definire uno ‘stato reietto’ nel suo continente allora, in un gruppo asiatico, così da evitare che avvenisse uno scontro con altre nazionali africane; ci pensò, tuttavia, la storia del play-off tra Africa, Asia e Oceania a riproporre il problema.

Era una cosa inaccettabile ed, oltretutto, logisticamente complessa,” afferma Kidane, delegato etiope che prese parte ai congressi della Fifa negli anni 60.

Si arrivò, così, alla decisione drastica: nel luglio del 1964, la Caf decise di boicottare la successiva Coppa del Mondo del 1966. L’unica condizione che avrebbe potuto far tornare sui propri passi la Caf riguardava il fatto che all’Africa venisse riservato un posto per una propria nazionale. Le reazioni furono tiepide, visto che l’unica nazionale africana a disputare una Coppa del Mondo in precedenza era stato l’Egitto nel 1934.

Non è un grosso problema’, insomma, pensò la Fifa.

Dal momento che le decisioni del Comitato Organizzativo sono finali, non credo che, per il prestigio della Fifa, sarebbe una buona soluzione alterare quanto già stabilito; tuttavia, qualche spunto proposto da Tassema appare ragionevole”. Questo quanto sostenuto dal Segretario Generale della Fifa Helmut Kaser nel 1964.

Il president Rous era d’accordo con tale idea, così nell’Ottobre del 1964 la Caf ufficializzò la decisione di non partecipare ai Mondiali del 1966.

Non fu una decisione difficile,” afferma Kidane, oggi consigliere dell’attuale presidente della Caf. “Si trattava di una questione di prestigio. La maggior parte del continente stava battagliando per la propria indipendenza e la Caf aveva l’obbligo di difendere gli interessi e la dignità dell’Africa”.

“Avremmo vinto quella coppa”

Nonostante quella che poteva essere l’occasione di una vita, Osei Kofi confessa di non serbare rancore. “Avremmo dovuto recriminare con la Caf per non poter disputare la Coppa del Mondo ma non sarebbe stato giusto perché avevano ragione loro. Era una truffa, c’era molto poco di chiaro in quella faccenda e la Fifa meritava tale comportamento”.

Tanti, però, la pensano diversamente.

Non conosco nessuno di noi che non sia amareggiato per non aver disputato quella competizione” dice, ai microfoni della BBC, Kofi Pare, altra stella di quel Ghana degli anni 60. “Dopo aver visto quel torneo, sapevamo che avremmo potuto fare meglio di chiunque altro. Penso che saremmo stati una delle squadre più forti. Saremmo andati in finale e probabilmente avremmo anche vinto”.

Al netto dei rimpianti, comunque, il boicottaggio funzionò: la Fifa finalmente reagì.

Nel 1968, infatti, fu votato all’unanimità di concedere un posto ad una nazionale africana ed un altro per l’Asia.

Penso che si trattò di un passo assolutamente fondamentale,” spiega lo storico Tomlinson. “Se la Fifa avesse continuato con il proprio ostruzionismo in merito, probabilmente il calcio sarebbe andato in un’altra direzione”.

Oggi, l’Africa detiene cinque posti dei trentadue totali di una Fase Finale di Coppa del Mondo; divennero addirittura sei quando il Sudafrica ospitò la competizione nel 2010. Ma non basta. L’Africa chiede ancora più spazio.

Nel frattempo, però, un grande obiettivo è stato raggiunto. A partire dall’edizione del 1970, infatti, l’Africa è sempre stata presente nelle varie edizioni della Coppa del Mondo.

L’eredità di Djan e Tessema ha continuato a vivere sui campi di calcio grazie a campioni come Roger Milla, Didier Drogba e Samuel Eto’o. Non c’è che dire, veramente un grande regalo per il calcio africano e non solo.

Il successo del Soccer in USA? Tutto (o quasi) merito di un Videogioco

Il successo del Soccer in USA? Tutto (o quasi) merito di un Videogioco

In questi giorni, negli Stati Uniti, ci si interroga molto sul modo e sulle motivazioni che abbiano condotto il calcio americano ad una crescita così grande in un tempo relativamente stretto.

Sembrano lontani ben più dei circa vent’anni effettivi, i tempi in cui negli States arrivavano calciatori come Donadoni, Valderrama, Zenga, Stoichkov soltanto per chiudere le proprie (gloriose) carriere a suon di dollari.

Ad aiutare la comprensione di tale fenomeno, ci pensa Kelvin Garcia, ragazzo cresciuto in una famiglia domenicana di New York, che spiega, attraverso i media del paese a stelle e strisce: “Essendo un ragazzo latino del Bronx, come sport per me esistevano, fino a poco tempo fa, solo basket e baseball”.

Oggi, però, Garcia non resta un giorno senza parlare del suo amore per il Chelsea di Antonio Conte, grande condottiero che ha portato i Blues di nuovo al titolo dopo una stagione disastrosa tra Mourinho e Hiddink.

Cos’è successo, quindi? In che modo e perché, tanti altri ragazzi americani (i dati riguardanti gli spettatori del calcio made in USA sono lì a testimoniarlo), proprio come Kelvin, si sono avvicinati così repentinamente al soccer?

La risposta, secondo Garcia, è semplice: “La MLS dovrebbe ringraziare in primo luogo il videogioco Fifa. Senza di questo, io e tanti miei coetanei non ci saremmo mai incuriositi riguardo al calcio, per noi statunitensi tradizionalmente non certo considerabile uno sport popolare”.

Eppure, ora tutto appare diverso: “Mi sembra più facile guardare una partita di calcio che una di basket, di baseball o di football”, prosegue Kelvin Garcia, “perché so in anticipo quanto tempo sto investendo a guardare la partita, mentre altri sport hanno possibilità di lunghi ritardi e, talvolta, assenza di fluidità. Proprio su questo aspetto, devo dire che a mio avviso la serie Fifa è la migliore rappresentazione di videogiochi sportivi sul calcio.”

L’influenza di Fifa sul ‘mercato’ calcistico americano, d’altronde, non può essere sottovalutata. Gli States, infatti, sono tra i paesi con il maggior numero di vendite del citato videogioco targato EA Sports, un elemento coincidente con la crescita complessiva dello sport nella nazione.

Un recente sondaggio operato da ESPN ha dimostrato che gli americani che si vedono oggi come veri appassionati di calcio sono cresciuti costantemente dal 2009 (soprattutto nella fascia 12-17 anni) e durante questo stesso periodo, anche la popolarità di Fifa è aumentata a dismisura, con vendite cresciute addirittura del 35% soltanto dal 2010 al 2012.

Secondo la stessa relazione, oltre un terzo delle persone che ha acquistato Fifa è poi diventato fan di calcio dopo aver giocato, mentre il 50% è diventato interessato allo sport da quando ha preso un joypad in mano.

Fifa, inoltre, svolge anche un ruolo vitale nella cultura giovanile dell’America, specialmente nelle università e nei college, dove gli studenti si riuniscono attorno alla console dei giochi per dare vita a tornei infiniti.

“Fifa è il perfetto gioco per i compagni di studi che vivono insieme”, sostiene Brian Weidy, un ricercatore dell’Università del Wisconsin.

Egli ritiene, poi, che il successo del videogioco sia anche correlato all’esposizione in tv dello sport negli Stati Uniti, divenuta ormai massiccia. Secondo la popolare azienda di ricerche Nielsen, il numero delle reti televisive di attualmente impegnate a trasmettere partite di tutti i campionati è cresciuto di cinque volte rispetto al 2010 e l’aumento dei fan statunitensi della Premier League è divenuto pari a 30 milioni negli States.

Nonostante nel paese governato da Trump ci siano molti appassionati di calcio che non hanno affinità con i videogiochi, non si può non riconoscere, numeri alla mano, come Fifa abbia contribuito a creare una nuova fan-base calcistica in uno dei territori storicamente più difficili riguardo all’affezione a tale sport: molte persone, infatti, riconoscono la bellezza delle giocate reali soltanto grazie al loro precedente apprendimento nel mondo virtuale.

Un processo incredibile ma, a quanto pare, assolutamente vero.

 

Sport, Gas e Geopolitica: se il Qatar diventa l’ombelico del Mondo

Sport, Gas e Geopolitica: se il Qatar diventa l’ombelico del Mondo

Non c’è solo l’assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022 che adesso i paesi del Golfo vorrebbero fosse ritirata. Non ci sono soltanto i milioni che ogni anno attraverso la Qatar Investment Authority vengono dirottati nei vari settori economici del mondo. E non ci sono più soltanto il gas o il petrolio come strumenti di forza economica e commerciale. Piuttosto si potrebbe dire che tutti questi elementi messi assieme, senza dimenticare la posizione strategica vicino allo stretto di Hormuz (proprio davanti alle coste iraniane) e il fatto che a sud ovest di Doha vi sia l’avamposto militare più importante degli Stati Uniti d’America,  hanno trasformato il Qatar in un attore di prima importanza in quello che è il terreno di gioco della politica.

Una crescita che per dirla con Jovanotti ha fatto del Qatar una sorta di ombelico del mondo mediorientale. Nel quale la geopolitica ha sempre il suo ruolo importante: come ha scritto Marco Bottarelli sul Sussidiario.net con, il progressivo avvicinamento del Qatar alla Russia (in seguito al blocco di Mosca del progetto di un gasdotto portato avanti dall’Emirato insieme alla Turchia per trasportare il gas in Europa attraversando lo Stato di Erdogan) con il massiccio investimento di 2.7 miliardi di dollari che il fondo sovrano di Doha ha investito nel 2016 nell’azienda petrolifera russa Rosneft.  Ma nella crescita qatariota anche lo sport ha avuto la sua importanza. A tal punto che il giornalista Marco Bellinazzo del Sole 24 Ore, nel suo ultimo libro “I veri padroni del calcio”, ha raccontato parlando di “nuova Mecca dello sport globale”. Dove gli investimenti milionari degli ultimi anni sono stati parte di una strategia che lo stesso Bellinazzo ha spiegato con il termine (tanto caro allo studioso americano Joseph Nye) di soft power; una penetrazione in diversi settori economici finalizzata a ripulire l’immagine del regno dell’emiro Al Thani, dalle accuse di essere uno dei principali finanziatori del partito dei Fratelli Musulmani e dei terroristi dell’Isis. E che ha visto nello sport, soprattutto il calcio, il veicolo migliore per raggiungere lo scopo. Così allora si spiegherebbero le varie operazioni di marketing come l’organizzazione dei Giochi asiatici nel 2006 o ancora, più recentemente, i mondiali di nuoto in vasca corta nel 2014 e il campionato mondiale di pallamano nel 2015 (per il biennio 2018-19 sono previsti i mondiali di ginnastica e quelli di atletica).

Oppure le  milionarie sponsorizzazioni al Barcellona prima attraverso la Qatar Foundation e poi attraverso la Qatar Airways, la compagnia di bandiera nazionale. Oppure l’acquisto nel 2011 del Paris Saint Germain da parte del Qatar Sport Investment (braccio “sportivo” della Qatar Investment Authority). Un’operazione che negli anni è costata oltre 600 milioni di euro di investimenti i quali hanno però avuto il merito sportivo di riportare il club parigino tra le big d’Europa. Ma se è vero come vuole il detto, che i soldi non sono tutto, alla fine i milioni versati non sono bastati a ripulire l’immagine del Qatar come di Stato nemico dei terroristi. E così  proprio il Barcellona nel settembre del 2016 ha deciso di sciogliere il rapporto commerciale con la Qatar Airways, preferendo l’azienda giapponese Rakuten. E  come se non bastasse, nelle ultime settimane, è iniziato un vero e proprio assedio da parte degli Stati del Golfo guidato dall’Arabia Saudita. La quale, preoccupata per la crescita dell’ex “stato vassallo”, ha ufficialmente dichiarato di voler prendere le distanze da Doha per motivi riguardanti i finanziamenti al terrorismo. Fino a convincere, ed è notizia delle ultime ore, gli altri Stati del Golfo a chiedere alla FIFA di ritirare l’assegnazione dei mondiali del 2022.

Le dimensioni contano: perché è necessario rendere tutti i campi uguali

Le dimensioni contano: perché è necessario rendere tutti i campi uguali

Lo sanno tutti, ma molti non hanno il coraggio di ammetterlo: le dimensioni contano, anche quando si parla di campi da calcio. Ne ha un’idea precisa Mauricio Pochettino, tecnico del Tottenham, protagonista negli ultimi giorni di una polemica che ha riportato in auge un tema del quale non si parla mai abbastanza. L’allenatore argentino, infatti, aveva avanzato la richiesta di ridurre le dimensioni del campo da gioco di Wembley, impianto che ospiterà i match casalinghi degli Spurs nella prossima stagione, per uniformarlo a quelle del vecchio White Hart Line, fortino della sua squadra fino ad un mese fa.

Il perché è presto detto: la filosofia tattica del delfino di Bielsa si basa principalmente sullo sviluppo metodico di pressing e gioco veloce, molto efficaci in un campo dalle dimensioni ridotte ma allo stesso tempo sconvenienti in terreni più grandi. L’FA inglese, tuttavia, ha risposto picche (ha concesso unicamente un metro di larghezza in meno), motivando la scelta grazie ai nuovi dettami della Premier League sulle dimensioni dei campi da calcio. 105×68 metri per tutti, con deroga per due impianti storici immodificabili: Stamford Bridge, casa del Chelsea di Conte (103×67,5 metri), e lo stesso White Hart Lane (100×67 metri, 545 metri quadrati in meno rispetto a Wembley), demolito nel maggio scorso. Come spiegheremo nel dettaglio nel prossimo paragrafo, il trasloco potrebbe condizionare fortemente la prossima stagione del Tottenham e questo, dal punto di vista sportivo, è assurdo. Il gioco del calcio deve avere regole uguali per tutti in ogni senso, ed è arrivato il momento di uniformare le dimensioni dei campi, soprattutto a certi livelli. Esattamente come hanno fatto FIFA, UEFA e la stessa Premier League.

Le statistiche che riguardano l’ottimo Tottenham di White Hart Lane e quello disastroso di Wembley (impianto utilizzato in Champions ed Europa League) spaventano i tifosi. Gli Spurs, infatti, nonostante facciano del dinamismo un punto di forza (nell’ultima stagione di Premier hanno percorso 114,1 chilometri, quarti assoluti nella speciale classifica), sono protagonisti di una sproporzione inusuale tra gol segnati e subiti in casa a seconda del campo scelto. Se a White Hart Lane gli Spurs mettono insieme 47 reti con una media di 2.47 per partita, subendone soltanto 9 (0.47 di media), le cose cambiano nei match giocati a Wembley: le reti segnate sono 8 (1.6 a partita) e dieci quelle subite (2 a gara), con una sola vittoria, un pareggio e tre sconfitte nel nuovo stadio.

Il Tottenham, di conseguenza, rischia di pagare a carissimo prezzo l’esilio forzato a Wembley e difficilmente ripeterà l’ottimo secondo posto in Premier League conquistato nella stagione appena conclusa. E inoltre dovrà tenere in considerazione che l’impianto in costruzione pronto a sostituire il White Hart Lane dovrà avere le dimensioni imposte dalla FA. Le stesse che presentano per esempio l’Allianz Arena di Monaco di Baviera, il Camp Nou di Barcellona, l’Olimpico di Roma, lo Juventus Stadium di Torino e il Meazza di Milano. A proposito degli stadi italiani, il nostro regolamento presenta un caso particolare: le dimensioni imposte, infatti, presentano una forbice molto larga che tiene in considerazione le differenziazioni necessarie tra i terreni di gioco della A e quelli di tutte le altre categorie. La lunghezza può variare da un minimo di 90 metri ad un massimo di 120 (100/110 per le gare internazionali), mentre la larghezza muta dai 45 ai 90 metri (64/75 per le gare internazionali). Tanti, troppi. Urge una riforma che riduca la forbice e imponga delle dimensioni fisse, almeno nei campionati maggiori.

Buona parte degli impianti sono vecchi e presentano ancora le obsolete piste d’atletica (si pensi al San Paolo di Napoli, lungo 110 metri e largo 68), il che permetterebbe di ridurre o ampliare agevolmente i terreni di gioco e uniformarli agli standard consigliati dalla FIFA (105,68). Per gli impossibilitati, invece, sarebbe sufficiente concedere una deroga. In Italia e in altri Paesi è indispensabile porre rimedio e far sì che polemiche come quella portata avanti da Pochettino non abbiano più ragione d’esistere.  Ne va della credibilità di uno sport nel quale non dovrebbe aver senso pensare di adattare un terreno di gioco ad una filosofia tattica e non viceversa. Se 545 metri quadrati fossero troppi per competere ad armi pari con gli altri, il Tottenham potrebbe valutare l’idea di lasciare il mondo del calcio e darsi al calciotto. Non ci sarebbero più problemi, e tutti giocherebbero con maggiore tranquillità.

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.