Perché la qualificazione dell’Islanda non è un miracolo sportivo

Perché la qualificazione dell’Islanda non è un miracolo sportivo

Dopo aver partecipato per la prima volta a un’edizione finale degli Europei ed essersi fermata non prima dei quarti di finale, l’Islanda  ha compiuto un altro passaggio che solo chi non segue da vicino quella nazionale considera un miracolo: la qualificazione ai mondiali di Russia. Uno spot tanto involontario quanto gradito alla Fifa, che in base al principio della necessità di ampliare l’ambito di diffusione del calcio in tutti gli angoli dei cinque continenti, non può che vedere di buon occhio la partecipazione ai mondiali di un paese che conta gli abitanti di un quartiere di una grande città metropolitana ed è geograficamente più vicina alla Groenlandia che all’Europa.

Una tradizione calcistica praticamente nulla fino agli inizi degli anni Duemila. Gli italiani furono tra i primi ad accorgersi che in Islanda qualcosa stava cambiando quando la nazionale azzurra, appena passata sotto la gestione di Marcello Lippi, andò a perdere due a zero nella terra dei geyser nell’agosto del 2004. Fu il primo segnale di una crescita che trovò i suoi presupposti nelle necessità di una nazione che, a suo tempo, decise di intraprendere un piano di investimenti virtuosi nello sport, nel calcio in particolare, per dare prospettive e stimoli a generazioni di giovani che sembravano perse dietro i fumi dell’alcool e delle sigarette. A questo va aggiunto il carattere degli islandesi: quando decidono di raggiungere un obiettivo diventano maniacali nel perseguirlo, ai limiti dell’ossessione, e compiono qualsiasi azione per raggiungerlo. Ecco perché i successi di questa nazionale sorprendono molto di più all’estero che in patria, dove i programmi di sviluppo del calcio sono conosciuti a tutti da diversi anni e coinvolgono l’intera popolazione in termini di pratica e di interesse.

Due le direttrici sulle quali si sono mosse le istituzioni locali: l’istruzione e le strutture. I bambini, a partire dall’età scolare, vengono seguiti da allenatori che hanno delle qualifiche precise. Per allenare dagli under 10 in su bisogna essere in possesso della licenza UEFA B. In sostanza non esistono amatori: i coach vengono pagati per il ruolo che svolgono. In un paese di poco meno di 340.000 abitanti ci sono 400 allenatori con tale qualifica. Questo significa che i giovanissimi vengono immediatamente istruiti ai massimi livelli senza soffocare, però, le doti di talento naturale: rispetto alle altre popolazioni scandinave, infatti, gli islandesi sono quelli con maggiori tendenze individualistiche.
Quanto alle strutture, la stretta collaborazione tra società di calcio e enti locali ha fatto si che negli anni venissero costruiti numerosi campi, ovviamente coperti, atti a garantire la pratica del calcio anche in una terra dove le condizioni climatiche non la facilitano per la maggior parte dell’anno. Anche la federazione, sulla spinta delle direttive del governo, si è fatta parte attiva nel processo di costruzione di campi da gioco, per la maggior parte allocati su terreni limitrofi a quelli delle scuole.

Alla luce di queste linee programmatiche e dei conseguenti investimenti, diventa più chiaro comprendere perché i risultati ottenuti dalla nazionale islandese non possono essere considerati sorprendenti. Un modello di crescita e sviluppo dal quale anche la nostra gloriosa ma ingolfata federazione potrebbe trarre ispirazione per ridare al futuro della nostra nazionale un vigore che al momento sembra perso nelle nebbie dell’incapacità delle nostre istituzioni a fare sistema.

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Qatar 2022, Sarkozy e l’amico Al Thani: la cena all’Eliseo che cambiò tutto

Qatar 2022, Sarkozy e l’amico Al Thani: la cena all’Eliseo che cambiò tutto

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, è tornato a parlare l’ex numero 1 della FIFA, Joseph Blatter, tornando sui retroscena che portarono alla sua sospensione e soprattutto alla vicenda legata all’assegnazione dei Mondiali di Calcio in Qatar nel 2022. Ne avevamo parlato nell’estate 2015 e la nostra inchiesta di allora trova conferme nelle parole dello svizzero.

Tutti ci chiedevamo che fine avesse fatto Sepp Blatter, dopo che lo scandalo del FIFA GATE aveva investito la sua presidenza nell’estate del 2015. Quello che ne susseguì fu una devastante apertura di un Vaso di Pandora profondissimo dal quale uscirono tangenti, mail compromettenti e chi più ne ha più ne metta. A farne le spese proprio lui, il numero uno della FIFA e a cascata anche Michel Platini, presidente UEFA, per una consulenza un po’ troppo onerosa. Entrambi sospesi e al loro posto Infantino (delfino di Le Roi) e Ceferin, lo slovacco che vorrebbe la finale di Champions a New York. Nel calderone ardente dell’inchiesta spuntarono anche i Mondiali di calcio di Russia 2018 e Qatar 2022 e, nello specifico, la correttezza dei criteri di assegnazione della competizione mondiale. In particolare quelli del piccolo e supertecnologico emirato incastonato nella penisola arabica, grande poco più dell’Abruzzo con meno di 2 milioni di abitanti.

Ce lo siamo chiesti tutti: come è possibile che la FIFA abbia individuato nel Qatar il miglior candidato per i Mondiali?

Gli interrogativi sono tanti e spesso non trovano risposte plausibili o, quanto meno, credibili. In Qatar le temperature sono torride e l’idea di giocare in Estate, quando il caldo è ancora più pesante, hanno portato la Federazione mondiale ad uno spostamento nel periodo compreso tra novembre e dicembre con finale prevista per il 18. Un palliativo visto che anche in Inverno il clima qatariota è rovente.

Altra stranezza legata in questo caso a dinamiche organizzative è quella relativa alla costruzione degli stadi: è prevista la realizzazione di 11 nuovi impianti collocati in un’area a 30 chilometri circa dalla capitale Doha. Impianti che a guardarli lasciano a bocca aperta (almeno i progetti) ma che, a Mondiali terminati, verranno smantellati per la loro inutilità vista la risicatezza del movimento calcistico qatariota, per poi essere donati all’Africa, come ha fatto sapere il governo dell’emirato.

Ma la vera cosa triste (ma più che triste, allarmante e vergognosa) in questa faccenda, tralasciando l’aspetto pleonastico del costruire delle “cattedrali nel deserto“, riguarda la condizione di lavoro che gli operai devono soffrire ogni giorno: orari infiniti sotto il sole cocente, abitando in baracche fatiscenti, privati di qualsiasi diritto. Ricordiamoci, infatti, che il Qatar è uno stato in cui vige la legge islamica che, tra le altre cose, prevede la kafala, un sistema secondo il quale il lavoratore proveniente da un Paese estero, una volta accettato un lavoro, diviene, nei fatti, di proprietà del suo datore, al quale consegna il passaporto. Secondo un rapporto redatto da ITUC (International Trade Union Confederation), sono già 1300 gli operai morti e si prevede che il numero possa salire fino a 4000 entro il 2022, anno dei Mondiali. E questo aspetto era stato ampiamente approfondito su queste pagine da Valerio Curcio.

Ma la vera preoccupazione del momento è rappresentata dalla posizione geografica e dal suo ruolo poco chiaro nell’età del terrorismo: il Qatar è situato nel cuore del Medio Oriente, vicino di casa di quei territori che negli anni hanno visto crescere cellule integraliste e terroristiche che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero cogliere l’occasione per organizzare attentati e mostrare al mondo intero la propria potenza e supremazia. Ma questa paura è confutata paradossalmente da una paura ancora peggiore che vedrebbe, almeno secondo le recenti accuse globali, il Qatar come Stato finanziatore dell’ISIS o affini.

Per tutti questi motivi in fase di candidatura l’emirato sembrava essere il Paese meno indicato per ospitare i Mondiali di calcio, considerato quello a più “alto rischio” dalla stessa FIFA, visto anche l’elenco delle concorrenti tra cui i favoritissimi Stati Uniti e l’Australia.

E qui entra in scena il colonnello Sepp che rompe gli argini nell’intervista al Corriere della Sera, dicendo la sua senza mezzi termini: “Il comitato esecutivo aveva un’intesa: la Coppa del Mondo 2018 doveva andare alla Russia, quello dopo agli Usa. Era un ponte ideale: le nazioni che erano state in guerra fredda per anni venivano riunite dal calcio”

Ma come andarono le votazioni?

Oltre al consenso degli Stati mediorientali facenti parte della Commissione FIFA dell’epoca (Qatar, Turchia, Cipro ed Egitto), l’emirato ha ottenuto anche il voto di Giappone, Corea del Sud e Thailandia. Proprio quest’ultima pare che abbia appoggiato la candidatura come conseguenza di un accordo vantaggioso per la fornitura di gas, prima fonte di guadagno del Qatar, verso la PTT, società energetica pubblica del Paese del Sudest asiatico.

Poi ci sono stati i voti da parte delle Federazioni Sudamericane ed Europee, tra le quali spicca quella francese.

Ma come mai la Francia ha fortemente caldeggiato la candidatura del piccolo ed inadeguato emirato?

“Sepp, ho un problema e se ce l’ho io ce l’hai anche tu. Sarkozy mi ha chiesto di votare per il Qatar e mi ha detto che anche i miei amici devono andare in quella direzione”. Questo quanto dichiarato da Platini, secondo Blatter, in una telefona intercorsa tra i due.

Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine del 2010 e precisamente al 23 novembre: in quell’occasione ci fu una cena a Parigi, all’Eliseo, in cui parteciparono l’allora Presidente francese Sarkozy, il numero uno dell’UEFA Michel Platini, e il figlio di Hamad bin Khalifa Al Thani, Tamim, all’epoca dei fatti principe ereditario, oggi emiro. La telefonata di Platini a Blatter avvenne proprio quel giorno.

I temi trattati durante quella cena sono sconosciuti  ma, al contrario, sono ben noti gli avvenimenti che hanno fatto seguito. Dieci giorni dopo, il 2 dicembre, la FIFA si riunisce per decidere in merito all’assegnazione dei Mondiali del 2018, dove la spunterà la Russia e, congiuntamente, si decide sull’aggiudicazione di quelli del 2022, andati, appunto, al Qatar.

La curiosità, in merito a questa vicenda, sta nel fatto che la Francia nella figura di Sarkozy e Platini, per la manifestazione del 2022, concede l’appoggio al piccolo stato medio orientale. Più curiosa ancora, c’è l’acquisizione pochi mesi dopo, da parte del Qatar di Airbus francesi, ma non solo. L’emirato qatariota, rappresentato da Nasser Al-Khelaifi, acquista il club parigino del PSG versando a Colony Capital, colosso americano e proprietario della squadra, cento milioni di euro totali, attraverso il fondo di investimento Qatar Investment Authority, creato nel 2003, per l’appunto da Tamim bin Khalifa Al Thani, il partecipante alla cena all’Eliseo.

Il QIA, oltre al Paris Saint-German, detiene quote rilevanti all’interno di grandi multinazionali e in diversi settori: dalla Disney alla Volkswagen, fino ad arrivare al Credit Suisse e alla Agricultural Bank of China. La cosa insolita è che, tra gli asset del fondo sovrano, figura anche una partecipazione rilevante (quasi il 13%) della società Lagardère, gruppo francese, operante nei media e nell’industria aeronautica, da sempre vicino a Sarkozy.

I rapporti tra l’allora Presidente francese e il Qatar vanno ben oltre la mera conoscenza diplomatica: si tratta di vera e propria amicizia, tradotta nel tempo attraverso azioni significative da parte dell’emirato. Il supporto alla Francia per la guerra in Libia e in Siria, così come la promessa di ingenti investimenti (si parlava di 1 miliardo di euro) per la riqualificazione urbanistica e lavorativa delle Banlieue, i quartieri periferici e abbandonati della Francia. Impegno, poi, disatteso in occasione delle elezioni di Hollande del 2012, successore di Sarkozy. In seguito, però, Al Thani è riuscito a cucire fitte relazioni anche con il nuovo Presidente, rilanciando la quota di “aiuti” fino a 50 miliardi. E sempre Sarkò francese per poco non stava per diventare presidente del PSG, sempre per volere dell’emiro.

Ma non è finita : Al Jazeera, l’emittente araba leader nel mercato medio orientale, con la sua “figlia minore” Al Jazeera Sport, nel 2010, annuncia l’acquisto dei diritti di trasmissione in esclusiva di Champions League ed Europa League fino al 2015 e, nel 2012, approda nel mercato francese con il canale  beIN Sport, facendo concorrenza al monopolista Canal+, attraverso abbonamenti a prezzi stracciati.

Dulcis in fundo, il figlio dell’ormai ex numero uno dell’UEFA, Laurent Platini venne assunto dalla Qatar Sports Investments che, guarda caso, è la società organizzatrice dei Mondiali del 2022.

Ma se è vero che due indizi fanno una prova, è altrettanto credibile che la mancata assegnazione dei Mondiali 2022 agli Stati Uniti deve aver indispettito non poco gli alti vertici sportivi statunitensi che, di fatto, sono stati i principali aizzatori di tutto lo scandalo FIFA GATE e della dipartita di Blatter, il quale, però, ha sottolineato che a volere la sua testa furono principalmente gli inglesi, ancora offesi per i mancati Mondiali del 2018 in favore della Russia. “Abbiamo inventato noi il calcio”, così avrebbero risposto al colonnello.

Insomma siamo alle solite. Sull’invenzione del calcio si fa a botte tra chi può legittimarne la reale paternità. Su chi l’ha rovinato, invece, calma piatta e porte sbarrate. E come ti sbagli.

 Qatar 2022

Il Calcio in Cambogia tra ONG, lavoro a basso costo e combattimento tra galli

Il Calcio in Cambogia tra ONG, lavoro a basso costo e combattimento tra galli

Ultimi? Quasi. La Cambogia è una delle squadre più deboli del pianeta. Il viaggio fra i “desperados” del calcio, parte da questa nazionale. La federazione è nata nel 1933, si è affiliata FIFA dal 1954 ed attualmente è 172esima nel ranking. Tutto sommato, neanche troppo male. Vissuti momenti anche peggiori con il 189esimo posto del 2013. Per completezza d’informazione, l’apice si assesta nel 1998, quando la Cambogia occupa la casella numero 162. Attualmente la selezione è allenata da Lee-Tae-Hoon che si disimpegna, fra alterne fortune, nella Suzuki Cup, un torneo dove la selezione asiatica riesce, qualche volta, persino a fare la voce grossa: 3-0 al Brunei.

Eppur si vince. L’ultimo biennio è stato caratterizzato da un piccolo record: la nazionale ha raggiunto il secondo turno nelle qualificazioni di coppa del Mondo. Il momento di gloria si consuma nella primavera del 2015: eliminato il temibilissimo Macao (3-0 in casa, 1-1 in trasferta).

Nel secondo turno, però, i nodi sono venuti al pettine e i cambogiani ci hanno lasciato lo scalpo. Inseriti nel girone E di qualificazione con Giappone, Siria, Singapore ed Afghanistan, hanno perso tutto il perdibile; 8 partite, altrettante sconfitte, appena un gol realizzato a fronte di 27 reti subite.

Stella, capocannoniere, capitano, mozzo e nostromo è Khoun Laborawy, classe 1988, 39 presenze e otto reti in nazionale. Gioca nello Svay Rieng, un club (oddio, più che squadra di calcio, dei dopolavoristi) che occupa il quarto posto della Cambodian League.

Eh già. In Cambogia c’è anche un campionato. Ma chi gioca a calcio? Premessa: lo sport nazionale più seguito, da queste parti, è il combattimento fra galli

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Il panorama calcistico è ristretto a pochissime realtà neanche trainate dall’economia. Cosa aspettarsi? Il paese ha un reddito medio pro capite di 926 dollari annui. Lo sport, in generale, non prevede professionismo, né assicurazioni mediche. Fra l’altro  giocare a calcio in Cambogia (come molte altre cose…) non è sicurissimo. Nel 2008, durante la stagione dei monsoni, tre calciatori ci hanno lasciato la vita: fulminati in campo.

Chi si avventura da quelle parti è spinto da diverse motivazioni, spesso non economiche: più che il pallone, si insegue la libertà. Il calcio è legato a rappresentative ONG o a gruppi di espatriati. Chi ci guadagna, dunque, con il pallone? Beh, qualcuno c’è. Specificatamente, le multinazionali di abbigliamento: le maggiori case produttrici soffrono la crescita degli stipendi annuali medi e minimi in Cina. La nuova delocalizzazione “premia” la Cambogia identificata come nuovo lido dove non far rispettare orari e salari minimi di lavoro. Stupisce chi si stupisce: la Cambogia ha qualcosa come 330 tra ministri e sottosegretari frutto della compravendita delle cariche. Ma questa è un’altra storia…

Ex medico della Fifa lancia l’allarme: “Basta steroidi nel calcio”

Ex medico della Fifa lancia l’allarme: “Basta steroidi nel calcio”

“Gli steroidi utilizzati da calciatori come Carlos Tevez, Dirk Kuyt e Gabriel Heinze durante la Coppa del Mondo del 2010 in Sudafrica dovrebbero essere completamente vietati”: queste le parole affermate dall’ex medico ufficiale della Fifa, Jiri Dvorak.

Tevez, Kuyt e Heinze hanno fatto parte della lista di 25 giocatori con la possibilità di assumere medicinali vietati, durante la suddetta competizione, dopo aver ricevuto la concessione per ‘uso terapeutico’.

Secondo il professor Dvorak, comunque, i glucocorticoidi causano danni a lungo termine e andrebbero evitati senza se e senza ma.

I glucocorticoidi sono comunemente usati per trattare infiammazioni, dolori articolari, asma o anche problemi cutanei come l’eczema.

Ufficialmente sono vietati dall’Agenzia Mondiale Anti-Doping (l’ormai, spesso tristemente, nota Wada), ma gli atleti possono chiedere una concessione all’uso a seconda di come viene somministrata la sostanza.

Dvorak, che ha lasciato la Fifa nel 2016 dopo 22 anni di onorato servizio, è stato costretto a dare il via libera ai calciatori di cui si accennava ma ha detto che “come medico” ritiene che i glucocorticoidi “non dovrebbero essere consentiti in nessuna circostanza.”

Non è chiaro perché Tevez e Heinze abbiano usato lo steroide betametasone durante la Coppa del Mondo, mentre si pensa che a Kuyt sia stato somministrato deksametasone per un forte dolore ai denti.

Non c’è prova, ovviamente, che nessuno dei calciatori abbia fatto nulla di sbagliato e la Fifa, dal canto suo, si tutela affermando che è sicura di “avere una politica chiara, robusta e rigorosa” in materia di esenzioni in favore di steroidi.

Il corpo direttivo del calcio mondiale ha aggiunto: “Questa politica è applicata severamente per evitare ogni abuso e garantire che il processo di concessione sia lo stesso per tutti i giocatori”.

Oltre a Tevez, al centrocampista allora al Liverpool Kuyt e al difensore Heinze (in quel momento al Manchester United), un gruppo di giocatori provenienti dall’Argentina, dai Paesi Bassi e dalla Germania è stato a sua volta autorizzato a utilizzare le sostanze vietate.

Dvorak non ha preoccupazioni per queste esenzioni in particolare, ma riconosce che la decisione di prescrivere qualsiasi medicinale è del tutto soggettiva.

“Noi abbiamo seguito un processo molto rigoroso. Abbiamo richiesto la documentazione completa per sostenere l’applicazione della norma, inclusi i documenti medici a cui fare riferimento. Ci sono state le dichiarazioni mediche ufficiali per sostenere le esenzioni.”

“Siamo stati contenti che tutto sia stato dichiarato alla perfezione, ma a volte dipende dal modo in cui il medico si sente se prescrive gli steroidi. Personalmente, ci penserei sempre prima due volte ed in alcuni casi ciò non accade”.

Il campanello d’allarme è stato suonato.

Chissà che a breve non giungano dalla Fifa sostanziali novità in tal senso.

Un calcio all’Apartheid: quando il pallone della Makana Football Association rotolava nel carcere di Mandela

Un calcio all’Apartheid: quando il pallone della Makana Football Association rotolava nel carcere di Mandela

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

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Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

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Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

N.Mandela in his cell on Robben Island (revisit} 1994

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

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Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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