Russia 2018: negli stadi si potrà accedere solo ‘schedati’. Tessera del tifoso anche ai Mondiali?

Russia 2018: negli stadi si potrà accedere solo ‘schedati’. Tessera del tifoso anche ai Mondiali?

Novità imponente in vista della prossima Confederations Cup (prevista nell’estate che sta per arrivare) e, soprattutto, dei Campionati del Mondo di calcio del 2018 in Russia.

I tifosi potranno assistere alle partite all’interno degli impianti soltanto dopo aver ricevuto una ‘carta d’identità’ speciale.

Il motivo? Il governo del calcio mondiale vuole evitare che possano ripetersi eventi legati ai movimenti degli hooligans (un chiaro esempio dei quali accadde a Marsiglia, tra russi ed inglesi, durante Euro 2016).

Sarà proprio la Russia ad emettere le carte, che saranno necessarie per entrare negli stadi e che potranno essere utilizzate come un visto per entrare nel paese.

Quello di cui possiamo essere certi è che la manifestazione per la Coppa del Mondo del 2018 sarà una festa del calcio e in queste rassegne continentali non c’è posto per coloro che non sono qui per sostenere lo sport o promuovere il gioco corretto ed il divertimento“, ha sentenziato Colin Smith, direttore delle competizioni mondiali per la Fifa, in visita nel paese dell’Europa orientale nei giorni scorsi.

La Russia, peraltro, è stata sanzionata dalla stessa Fifa a causa delle violenze perpetrate dai propri fan durante Euro 2016 con una multa ed una squalifica (con sospensiva).

Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, intanto, sostiene di non essere “minimamente preoccupato” dalla minaccia di violenza negli stadi al torneo del prossimo anno.

Sarà, però, davvero questo il miglior modo per garantire la sicurezza durante una manifestazione sportiva, ovvero una schedatura in piena regola (ed indiscriminata) nei confronti di chiunque voglia assistere ad una semplice partita di calcio? Questa è la domanda che molti appassionati (e non) continuano a porsi dopo la decisione presa dal massimo organismo calcistico al mondo.

Il dubbio, legittimo, è che tutto possa concludersi con un ulteriore allontanamento dei tifosi dagli stadi; proprio come avvenuto in Italia con l’introduzione della Tessera del Tifoso. Un provvedimento che, secondo i promotori, (numeri alla mano) ha aiutato notevolmente a ridurre gli incidenti all’interno e nei pressi degli impianti.

Tutto giusto, se non fosse che il numero di disordini si è livellato verso il basso in modo imbarazzante anche (o, forse, sarebbe meglio dire soprattutto) poiché la gente, ormai, allo stadio ha deciso di non andarci proprio più.

Sarà così anche per la ‘Tessera del Tifoso mondiale’? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

Alla scoperta del calcio islandese (e faroese) coi suoi fans italiani

Alla scoperta del calcio islandese (e faroese) coi suoi fans italiani

Per il terzo articolo della serie dedicata al tifo estero in Italia siamo andati al freddo, nelle più estreme propaggini settentrionali dell’Europa, abbiamo infatti incontrato i cinque ragazzi che gestiscono CIEF, il blog dedicato al calcio islandese e faroese, e lo fanno da tempi non sospetti, cioè da ben prima che l’Islanda raggiungesse i quarti di finale degli Europei francesi.

Chi siete, come vi siete incontrati  e come nasce la vostra comune passione per il calcio islandese?

Siamo Francesco, Mattia, Fabio, Cristiano e Giuseppe, cinque ragazzi appassionati di tutto quello che succede nel Nord Atlantico. Sul web ci uniamo in un’unica creatura mitica, CIEF: Calcio Islandese e Faroese.

Francesco ha fondato il blog nel 2013 per riportare le cronache delle nazionali islandesi e faroesi, i risultati di prima e seconda serie islandese e prima serie faroese.

Con il tempo si sono aggiunti nella redazione degli articoli Fabio, Cristiano e Giuseppe grazie ai quali CIEF ha allargato i suoi orizzonti: interviste con i protagonisti, calcio femminile, calcio groenlandese, statistiche, storia islandese e ultimamente anche storia del calcio islandese.

Il lavoro è supervisionato da Mattia: da Grimsey alle Vestmannaeyjar, non c’è pallone che rotoli di cui lui non sia a conoscenza. Potremmo tenere delle docenze a Coverciano su questi argomenti!

La passione è nata mettendo insieme il calcio con l’Islanda, terra unica al mondo per storia, cultura e paesaggi. Il blog di Francesco è stato un fondamentale punto di ritrovo: siamo stati come quei maniaci che fanno amicizia nella sala d’aspetto dello stesso psicologo. Il problema è che, mettendo a contatto le nostre rispettive conoscenze, la patologia è peggiorata sensibilmente.

Siete l’unico blog che segue il calcio del nord atlantico in Italia o dopo il grande Europeo dell’Islanda l’interesse è cresciuto?

Per quanto riguarda l’Islanda e le Fær Øer oggi siamo gli unici in Italia e fra i pochi al mondo. Modestamente, per attendibilità, dati, anteprime e completezza, siamo secondi ai soli siti specializzati islandesi e faroesi, ma ce la giochiamo anche con loro: grazie a Mattia, della prossima tournée dell’Islanda a Parma, ne siamo venuti a conoscenza prima dei siti islandesi stessi.

Per quanto riguarda la Groenlandia, salvo siti che hanno trattato l’argomento occasionalmente, siamo gli unici sul web. Ovviamente non siamo gelosi della nostra passione e se nascono altre realtà su internet con cui condividerla ne siamo ben felici. Il successo che ha avuto l’Islanda ad Euro2016 ha fatto sì che fossimo contattati da numerosi media in qualità di “esperti”. Ci ha fatto piacere e creato anche un po’ di imbarazzo. Nostro malgrado siamo diventati un punto di riferimento sull’argomento: ci capita spesso di essere contattati da persone che vogliono acquistare magliette di squadre islandesi o da calciatori e allenatori che cercano un posto in Islanda, a cui neghiamo cortesemente il nostro aiuto. Ci teniamo a sottolineare che, come per tutte le passioni, da CIEF non guadagniamo nulla se non litigi con i nostri partner o ritardi negli esami universitari.

Ci fate una fotografia dei movimenti calcistici  islandese e faroese in questo momento?

Il calcio in questi paesi ha il pregio di essere vissuto con una passione genuina, al di fuori di certi meccanismi di mercato che ormai condizionano anche le nostre serie minori. E’ un calcio rude, molto fisico, con pochi fronzoli. Nei quartieri di Reykjavik così come nei piccoli villaggi del resto dell’isola c’è un forte legame d’identità con la squadra locale, stessa cosa vale per le Fær Øer. In nessuno dei due campionati ci sono squadre professionistiche. La maggior parte dei giocatori va ad allenamento dopo aver finito di lavorare e non esistono ingaggi esorbitanti. L’Islanda è leggermente più avanti rispetto alle Fær Øer e non è raro veder militare in Islanda giocatori di nazionali caraibiche, asiatiche o centroamericane.

Di recente hanno scoperto questi campionati anche giocatori inglesi, spagnoli (e pure qualche italiano) che non riescono a sfondare in patria, ma le cui esperienze in loco sono solitamente brevi. Il limite di questi campionati è di non riuscire a trattenere i giocatori migliori. Basti pensare che tutti i giocatori della nazionale islandese militano in squadre estere e buona parte di essi non ha mai giocato neppure una partita nel campionato di casa, essendo cresciuto nei vivai di squadre straniere.

Una piccola parentesi la merita la Groenlandia, terra estrema dove la partita più grande viene giocata ogni giorno contro la natura circostante. Il calcio sta diventando uno strumento importante per aiutare i giovani locali a combattere contro depressione ed alcolismo, vera piega sociale. Il governo locale sta investendo molto in attrezzature sportive al chiuso poiché il clima consente di giocare all’aperto al massimo per un paio di mesi l’anno, durante i quali si disputa il campionato nazionale. Il livello è molto basso, tuttavia ci sono anche degli ottimi giocatori (il più celebre è stato Jesper Grønkjær) e attendiamo con ansia che FIFA e UEFA riconoscano la Groenlandia, consentendole di partecipare alle competizioni ufficiali.

Avete delle squadre preferite?

Francesco tifa per l’FH, Mattia e Cristiano tifano per l’ÍBV, la squadra delle Vestmannaeyjar. Fabio tifa per l’Höttur data la sua passione per la Costa Est. Giuseppe sostiene  il Breiðablik. Questa stagione ha suscitato parecchio il nostro entusiasmo anche il campionato delle Fær Øer dove Víkingur Gøta e KÍ Klaksvík hanno spodestato le squadre della capitale, solitamente le più forti, dal trono dell’arcipelago.

Riuscite a vedere le partite? E seguite anche altri sport praticanti in Islanda?

Ad ogni giornata di campionato rischiamo di prenderci i peggiori virus della rete per cercare i live streaming delle partite. Paradossalmente è stato più facile seguire alcune squadre di seconda serie come il KA Akureyri che ha mandato in onda sulla propria pagina Facebook tutte le sue partite, così come il Giza Hoyvík, il Selfoss che ha fatto altrettanto per le sue partite di coppa. La stessa cosa vale per il Víkingur Gøta che ha mandato in onda tutte le sue partite. La telecronaca appassionata era di un misterioso capo ultras con ben poco di vichingo: ha i tratti asiatici e sembra Mr. Chow di “Una notte da Leoni”. Fantastico!

Per quanto riguarda gli altri sport, seguiamo in primis la pallamano che in Islanda è lo sport nazionale per eccellenza. Sta andando molto forte la nazionale di basket che agli ultimi europei stava mandando fuori giri la nazionale italiana delle stelle NBA. Abbiamo festeggiato per le medaglie europee della ranista Hrafnhildur Lúthersdóttir. Infine, sempre grazie a Mattia, abbiamo seguito con entusiasmo un quadrangolare di freccette fra Islanda, Malta, Lussemburgo e Germania.

Avete avuto occasioni di seguire partite dal vivo? Come sono gli stadi e l’ambiente?

Purtroppo no, questa è la nostra grande carenza a cui dobbiamo rimediare velocemente. Nei nostri soggiorni islandesi siamo riusciti solo a visitare alcuni stadi. C’è il Laugardalsvöllur, dove gioca la nazionale, che è l’unico stadio che possiamo considerare “europeo”. Gli stadi delle principali squadre di Reykjavik e dei villaggi più grandi come Akureyri, Grindavik e Selfoss sono molto simili ai nostri stadi di periferia.

I campi delle squadre dei villaggi più piccoli sono dei prati delimitati con la gente seduta intorno, spesso in contesti mozzafiato. Molti stadi sono in riva al mare e, soprattutto quando tira vento forte, capita che il pallone finisca in mare. Ciò non impedisce agli islandesi di giocare a calcio anche d’inverno, dentro grandi capannoni adibiti a campi a undici.

L’ambiente rispecchia quanto dicevamo nella terza domanda. Il calcio è vissuto con passione, entusiasmo, spesso attaccamento alla propria comunità che partecipa dai più giovani ai più anziani. In campo e fuori non ci sono le pressioni che vediamo in Italia e al campo si tiene lo stesso atteggiamento civile che si vede anche al di fuori e su cui purtroppo in Italia difettiamo alquanto. Questo non impedisce che a volte durante le partite, in campo, si scateni qualche divertente parapiglia dove la grinta vichinga prende il sopravvento.

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Sport e Soft Power: Islanda e Qatar, le due facce della medaglia

Sport e Soft Power: Islanda e Qatar, le due facce della medaglia

Non c’è niente come il calcio. È una finestra sulla società, uno strumento troppo utile, scriveva Simon Kuper in “Calcio e Potere”, “per la comprensione del mondo perché se ne possa fare a meno”. Eppure, il calcio moderno standardizzato e globalizzato rimane il primo motore del soft power, della costruzione dell’identità nazionale. E i soldi, in questo strano percorso, non sono tutto.

L’esempio, sottolinea nel suo blog il giornalista James M Dorsey, arriva dalla nazione che più di tutte ha fatto innamorare nell’estate europea, l’Islanda “È tutto più facile quando la gente sa che la tua nazione esiste, e il calcio senza dubbio ha aiutato” ha spiegato al Guardian Ua Matthiasdottir, responsabile dell’acquisizione diritti per la principale casa editrice islandese, la Forlagio che pubblica anche i gialli di  Ragnar Jonasson, venduti in 15 Paesi. Già a partire dalla maglia disegnata dall’italiano Filippo Affanni, votata dall’Equipe come la più bella degli Europei , è il campo a fare la differenza nella percezione che il mondo ha iniziato ad avere dell’Islanda.

Così l’haka-ru, il canto ritmato con l’applauso, è arrivato fino agli Stati Uniti, adottato dai tifosi dei Minnesota Vikings (franchigia NFL). È anche una delle esultanze di Fifa 17, dove però non c’è la nazionale islandese perché la federazione ha rifiutato l’offerta di 15 mila dollari, considerata troppo bassa, per concedere la licenza. Il successo dell’Islanda, capace di sorprendere anche l’Inghilterra, ha fatto impennare le vendite dello skyr, il tipico formaggio fermentato già diffuso in Svizzera e Scandinavia e introdotto in Gran Bretagna dallo scorso febbraio. La lunga coda dei successi sportivi si fa sentire anche sulla Wow Air, la compagnia aerea di Skúli Mogensen, uno degli imprenditori di maggior successo dell’isola che si è costruito fortuna e reputazione nei settori più vari (dai software per cellulari al riciclaggio del carbone). “La squadra ha dimostrato un incredibile spirito, carattere, unione, qualcosa che oggi, nell’epoca delle grandi corporations, la gente apprezza” ha spiegato Morgensen. “Hanno dimostrato che le persone normali possono ottenere grandi risultati se uniscono le proprie forze. Così è aumentato anche l’interesse degli investitori internazionali verso l’Islanda”.

Ma si sa, il cielo vive in uno spazio e in un tempo tutto suo, finché si è in volo non valgono territori e fusi orari. Non a caso, a dispetto di un modello decisamente opposto e di una reputazione nazionale in cerca d’autore, Qatar Airways è riuscita lì dove gli sceicchi hanno fallito con la scelta di ospitare i Mondiali del 2022 : secondo un sondaggio recente, il 96% degli intervistati valuta la compagnia da positiva a molto positiva, e di sicuro l’accordo di sponsorizzazione con il Barcellona non è certo secondario.

Un accordo sopravvissuto alla petizione, firmata da 50 mila tifosi, che chiedevano al Barcellona di interrompere il legame per via delle violazioni ai diritti umani dei lavoratori in Qatar, come il sistema dello sponsor, il kafala. In base a questo principio i migranti non possono cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso dei datori di lavoro. Secondo il rapporto “Il lato oscuro del gioco più bello del mondo: lo sfruttamento del lavoro migrante per costruire un impianto dei Mondiali di calcio del 2022 in Qatar”, pubblicato il 31 marzo da Amnesty International, lo stadio Khalifa, uno degli impianti che ospiterà il Mondiale, è stato costruito interamente grazie allo sfruttamento di operai stranieri. “Lo sfruttamento del lavoro migrante è una macchia sulla coscienza del calcio mondiale. Per giocatori e tifosi, uno stadio dei Mondiali è un luogo da sogno. Per alcuni dei lavoratori che hanno parlato con noi, è come vivere dentro a un incubo” ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Casi come questo hanno fatto crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sui lati oscuri del soft power qatariota, come il milione di dollari in tangenti per ottenere l’organizzazione della Coppa del Mondo e le discriminazioni di genere. Il Paese, però, sotto la guida di Hamad bin Khalifa Al Thani che ha governato dal 1995 al 2013, ha vissuto una lunga fase di modernizzazione grazie all’enorme ricchezza che poggia sul gas naturale (è il quarto produttore mondiale dopo Stati Uniti, Russia e Iran) e sul petrolio. Per amministrare l’enorme surplus di miliardi, nel 2005 è stata creata la Qatar Investments Authority, di cui fa parte il Qatar Sports Investments (QSI), che ha comprato il Paris Saint-Germain.

Ospitare grandi eventi sportivi è uno strumento incredibile per costruire una società coesa, per questo è una parte essenziale della Strategia Nazionale di Sviluppo”, ha scritto lo sceicco  Saoud bin Abdulrahman al-Thani, segretario generale del comitato olimpico del Qatar. “E più di tutto, lo sport ispira”. Così, attraverso i grandi eventi sportivi come i Mondiali di ciclismo appena disputati a Doha, il Qatar persegue un obiettivo doppio. Cerca di incentivare il turismo, uno dei passaggi chiave della 2030 National Vision, e soprattutto di cambiare il modo in cui il resto del mondo vede il Qatar. Lo sport, nelle intenzioni delle autorità, deve aiutare a veicolare un’immagine di pace e sicurezza, a distanziare il Qatar dalle problematiche del Medio Oriente. La maggiore attenzione globale non si combina però con la consapevolezza inevitabilmente globale di uno Stato piccolo, anche se economicamente rilevante, che vorrebbe guadagnarsi attraverso lo sport un posto nel mondo.

Il piano della famiglia Al Thani, al potere dalla prima metà del Novecento, ricalca dunque la strada percorsa con successo in Germania con i Mondiali del 2006 e con qualche incertezza in più in Sudafrica quattro anni dopo. Ma i petrodollari, stavolta, potrebbero non bastare.

Italia, cassate con la Macedonia. Menomale ci pensa la Spagna…

Italia, cassate con la Macedonia. Menomale ci pensa la Spagna…

Ottantacinque minuti di Italia alla (av)Ventura e 5’ da azzurri alla Conte sono sufficienti alla Nazionale per digerire una Macedonia indigesta, condita con panna acida sino a 60 secondi dal termine. Scongiurato il mal di pancia: le buone notizie, piuttosto che da Skopje, arrivano da Tirana. La Spagna supera l’Albania a domicilio. Un regalo che solo la metà è abbastanza. Basta leggere fra le righe il calendario del gruppo G. La Spagna si è lasciata alle spalle, con 4 punti su sei, le trasferte più insidiose e le sarà sufficiente non perdere in casa contro Italia e Albania per assicurarsi primato e partecipazione ai prossimi mondiali.

E l’Italia? Non è prima del girone? Si, ma calma. Mooolta calma. Che, c’è davvero chi pensa al primo posto nel gruppo dopo un pareggio strappato alla Spagna e tre punti scippati con unghie, denti e fondoschiena in Macedonia?

Meglio godersi la vittoria della “roja”. Si que vales. Perché? Molto semplice: dopo questa vittoria, e quella della Spagna, gli azzurri hanno 2 punti di vantaggio sull’Albania, che è la vera rivale per raggiungere gli spareggi. Chi storce la bocca dimentichi l’Europeo, faccia i conti con la realtà e smetta di pensare che questa Italia sia una grande squadra. Altro che Macedonia. È più una cassata pensare che questi vincano in Spagna. Difficile anche che pareggino, probabile che perdano.

Partendo da questa base, gli exit pool del girone proiettano un’Italia che racimola un punto (massimo due) nelle due sfide con la Spagna e altri 12 (sei sono già in tasca) contro il resto della truppa di attori non protagonisti (Macedonia, Israele e Liechtenstein). Esclusa dal proscenio, l’Albania. Non a caso. Quanto è lontano dalla verità, immaginare che la Nazionale di De Biasi centri il percorso netto con Israele, Macedonia e Liechtenstein? Ecco, appunto. Ecco perché lo 0-2 di Albania – Spagna è acqua benedetta. Nell’economia degli scontri diretti con gli albanesi, partiamo con due punti di vantaggio. Guai a sprecarli. Fossimo nel CT, inviteremmo a cena Diego Costa e Nolito. I due gol degli spagnoli mettono, per adesso, al riparo la nazionale da sgradite sorprese.

La reazione di #Ventura in #MacedoniaItalia @azzurri #IoGiocoPulito

Un video pubblicato da Io Gioco Pulito (@iogiocopulito.it) in data:

 

Calcio Italiano: l’Uefa ci promuove, ma la Fifa ci boccia

Calcio Italiano: l’Uefa ci promuove, ma la Fifa ci boccia

Riabilitata in Europa, bistrattata nel Mondo. Se con la futura riforma della Champions League riceve una boccata d’ossigeno artificiale grazie a una formula che le permetterà di schierare quattro squadre nella massima competizione europea per club a partire dal 2018-19, l’Italia subisce uno schiaffo dal ranking Fifa, che nell’aggiornamento dello scorso 15 settembre l’ha estromessa dalla “top ten” (dove era rientrata a fatica nel marzo 2015), facendola scivolare al tredicesimo posto (“meno tre” rispetto a luglio).

Vero, si tratta pur sempre di una classifica fondamentalmente scientifica, che tiene sì conto del campo, ma subordinandolo a una procedura algebrico-temporale (si prende in esame l’ultimo quadriennio attribuendo maggior peso specifico ai risultati più recenti) che produce più di un’anomalia. Per esempio, la Germania campione del mondo in carica e semifinalista a Euro ’16 è addirittura terza, dietro al Belgio (fuori ai quarti di finale nelle ultime due competizioni internazionali e dopo Euro ’12 al 53.mo posto!) e all’Argentina, sempre e solo finalista tra Coppa America (’15 e ’16) e mondiale, dove tra l’altro fu battuta proprio dai tedeschi.

Pertanto, come tutte le statistiche, anche il report del massimo organo mondiale calcistico è da approcciare con la massima cautela e va guardato non tanto sul “breve periodo” quanto sul “medio-lungo” per trarvi qualche considerazione di natura tecnica.

Soffermandosi sul dato degli azzurri, si nota come il crollo sia avvenuto negli ultimi quattro anni. Quinti a settembre 2006, cioè due mesi dopo Berlino, in questo stesso periodo del 2012 erano comodi sesti, a “-43” dall’Uruguay e a “+53” sull’Argentina. Da allora, nonostante il quarto posto di gennaio 2013, costante e inesorabile calo in favore di avversari che, dopo l’argento europeo di Kiev, erano fuori dai radar della “top 20”. Tipo il Galles, oggi 7.mo e allora 45.mo, che poco più di quindici anni fa liquidavamo in quaranta minuti nella corsa a Euro 2000. O la Colombia, attualmente alle pendici del podio, ma nel 2012 stagnante al 22.mo posto. Prive di un settore giovanile florido e consolidato, queste nazionali hanno beneficiato del classico filone aureo generazionale: per cui, ottime qualificazioni ed eccellente mondiale (i cafeteros) o europeo (i dragoni di Sua Maestà).

Ben altro discorso invece il balzo in avanti del Cile, da 14.mo a 7.mo in un lustro. Autoproclamatasi, di rigore, incubo nazionale di tutta l’Argentina, la Roja ha alzato le ultime due coppe Americhe grazie a sei giocatori (Toselli, Carmona, Isla, Medel, Vidal, Alexis Sanchez) terzi al mondiale Under 20 del 2007. E anche il Portogallo (ora 7.mo, ma che tra qualche mese beneficerà del trionfo francese) nella notte di Saint-Denis aveva sei calciatori d’argento e bronzo fra mondiale Under 20 2011 ed Europeo 2015: Cedric, Danilo, Guerreiro, Joao Mario, W. Carvalho e Rafa Silva.

Ecco allora che viene da riflettere come il mediocre piazzamento dell’Italia, se sul piano statistico accusa l’unica vittoria in dieci partite ufficiali (amichevoli comprese) tra l’ottobre 2013 e il mondiale brasiliano, risenta anche di cause molto più strutturali. Come il mancato ricambio generazionale dell’ultimo quadriennio tra under 21 e Nazionale maggiore. Della selezione di Devis Mangia, la più talentuosa degli ultimi dieci anni e seconda solo alla Spagna nell’Europeo di categoria del 2013, soltanto in quattro sono approdati con i più grandi: Florenzi, Verratti, Immobile e Insigne (per la cronaca, tutti valorizzati da Zeman). Gli altri oggi sono relegati in panchina (Regini, Bertolacci, Gabbiadini), provano a rifarsi una vita in provincia (Biraghi, Saponara, Destro), hanno espatriato (Leali, Caldirola, Donati, Marrone, Sansone, Borini, Paloschi) o annaspano in serie-B (Bardi, Colombi, Bianchetti, Capuano, Crimi). Uno, Fausto Rossi, è addirittura svincolato.

Invece ben otto “azzurrini”, cioè il doppio, del ciclo precedente (2009) entrarono stabilmente nella Nazionale “A”. Alcuni di loro (Abate, Ranocchia, Candreva e Marchisio) continuano a farne parte. Una differenza che fa capire come i numeri della Fifa non siano solo aride statistiche e che riattualizza una delle ragioni esposte la scorsa settimana sulla crisi del calcio italiano, cioè la predilezione per il business e per lo straniero da parte delle società e della federazione, che alle politiche per la tutela e lo sviluppo del nostro movimento rivolgono un pensiero degno del miglior Adriano Celentano: “Francamente me ne infischio”.