Le domande del Provocator Scortese: Perché il doping è un problema solo nello sport?

Le domande del Provocator Scortese: Perché il doping è un problema solo nello sport?

Ho incontrato il Provocator Scortese in un fumoso bar nella nebbiosa provincia del Nord. Dove sto anch’io insomma. Il posto l’ha scelto lui, dice che gli ricorda i peggiori bar di Caracas. Il Provocator Scortese non sembra un tipo losco, ti guarda con occhi normali mentre beve Rum normale, tra nuvole di fumo. Certo ormai anche in quel bar è vietato fumare, ma son state accese tante sigarette nei decenni precedenti che le nubi son rimaste lì, perenne ricordo di com’era una volta. Chiedo al Provocatore come devo chiamarlo.

Chiamami come ti pare. Sono scortese ti pare badi a queste cose?

No certo che no. Allora signor Scortese come mai ha voluto incontrarmi?

Perché vorrei lasciar cadere delle domande sul mondo, provocanti e scortesi.

E pensa che io possa aiutarla?

Sei l’unico che conosca in questo paese di concreti industriali che badi alla filosofia, e poi scrivi su una testata di Roma che dice di giocar pulito, io faccio domande che se non ti fermi alla prima impressione ma le candeggi per bene sono più bianche del bianco, quindi sei la persona che mi serve.

Cosa vuol chiedere signor Scortese?

Oggi vorrei sapere perché il doping è un problema solo nello sport.

Si spieghi meglio.

Sono qui apposta. Dunque da diversi anni a questa parte nello sport siamo diventati rigidissimi, analisi su analisi, controlli a sorpresa giorno e notte, non si assumono sostanze, non si ruba, non si imbroglia.

E’ per assicurare equità nelle competizioni e tutelare la salute degli atleti.

Volessero tutelare la salute dovrebbero controllare molto di più i bambini, i minorenni, quelli che fanno le garette di paese e se qualche qualche malintenzionato volesse fargli prendere qualcosa a oggi ci riuscirebbe senza problemi che nemmeno nei peggiori bar di Caracas…

E dell’equità delle competizioni che mi dice?

Giusto ci mancherebbe. Ma perché solo quelle sportive?

Cioè?

Per dire…il Festival di Sanremo è una gara no? Xfactor, Amici e potrei continuare, l’elenco è lungo…Lo fanno lì l’Antidoping?

Non credo.

Infatti e che differenza c’è mi scusi? In tutti questi anni mi pare ne abbiano squalificato per doping uno solo a Sanremo, qualche anno fa, e solo perché si autodenunciò in un intervista… Eppure anche i cantanti sono idoli dei giovani, e competono tra loro, non solo nei Festival, ma anche dopo per vendere i dischi, i file dei dischi ormai… E c’è di peggio.

Dica?

Prendiamo un concorso pubblico. Due candidati bravi allo stesso modo, preparati e capaci.

Cosa c’entra?

C’entra, ascolti. Il primo di loro si prepara per l’esame impegnandosi al massimo, studiando il tantissimo, ma dovendo usare il suo cervello così com’è e dormire otto ore per notte, il secondo venti giorni prima dell’esame inizia ad assumere prodotti che gli consentono di essere sempre fresco e ricettivo dormendo due ore. Supponiamo poi che il secondo candidato vinca il concorso per pochissimi punti: non sarebbe ragionevole pensare che se non avesse assunto certi farmaci  lo avrebbe perso?

Probabilmente sì.

Però l’antidoping non è previsto. E se qualcuno proponesse di farlo ai candidati che vincono un concorso, come si fa coi primi classificati alle Olimpiadi, succederebbe una rivoluzione, stato di polizia, violazione della privacy, cultura del sospetto, mi par già di sentirli. Però nello sport si può.

Dunque cosa propone?

Io voglio solo provocare e fare domande scortesi, del resto mi chiamo così. Tu però non fermarti alla superficie, estendi questa domanda a tante altre situazioni che si incontrano vivendo nel mondo. E poi chiediti di nuovo: perché nello sport si fa?

E?

Sai si può dire alla gente: guardate quante controlli facciamo, chi imbroglia lo prendiamo, e questo aiuta. Aiuta a far sembrare tutto migliore, più pulito. Lo sport attrae molto più di tanti altri argomenti, è più letto sui giornali e sul web, più visto in televisione…

Finisce il suo Rum e anche il nostro incontro si conclude:

Se vorrai ho altre domande, sai dove trovarmi. Non tornerò a Caracas per ora. Se vuoi saperla fino in fondo non ci sono mai stato a Caracas e probabilmente non ci andrò mai.

Doping Giovanile: lo spettro dell’EPO nello Sci di Fondo italiano

Doping Giovanile: lo spettro dell’EPO nello Sci di Fondo italiano

Un nuovo caso di doping, seppur si stiano attendendo le controanalisi e le eventuali giustificazioni dell’atleta prima che venga pronunciato il verdetto definitivo, sembra poter sconvolgere il mondo dello sport italiano.

Stavolta non si tratta di storie inerenti calcio, basket, tennis, atletica o ciclismo, che spesso trovano ampio spazio presso le colonne ed i portali dei principali media nazionali; in questo caso, è lo sci di fondo ad essere coinvolto ma, soprattutto, una giovanissima atleta di Feltre, di appena vent’anni: Eleonora Prigol.

La procura nazionale ha effettuato dei controlli sugli atleti italiani delle squadre giovanili e qualche giorno fa il Coni ha diffuso la comunicazione che Prigol è stata trovata positiva al doping al termine dei Campionati Italiani Individuali Aspiranti/Juniores, che si sono svolti a Passo Cereda il 26 febbraio scorso.

All’interno della nota pubblicata dal Coni, si legge: “La Prima Sezione del Tribunale nazionale antidoping in accoglimento dell’istanza di sospensione cautelare proposta dalla procura nazionale antidoping, ha provveduto a sospendere in via cautelare l’atleta Eleonora Prigol (tesserata Fisi) riscontrata positiva alla sostanza eritropoietina ricombinante a seguito di un controllo disposto da Nado Italia (l’organizzazione nazionale antidoping, derivazione della Agenzia Mondiale Antidoping)”.

Eleonora Prigol, già attiva nella squadra del Corpo Forestale dello Stato ed attualmente tesserata per il centro sportivo dei Carabinieri, in quell’occasione aveva ottenuto una settima posizione. Pochi giorni prima, tuttavia, a Bosco Chiesanuova (Verona), aveva conquistato il primo posto al Campionato regionale giovanile femminile.

Il fatto che lascia più sgomenti è, principalmente, (oltre all’età della ragazza) il tipo di sostanza riscontrato, l’eritropoietina, comunemente conosciuta con il termine “epo”.

Si tratta di un farmaco ormai tristemente (nel mondo dello sport) noto, utilizzato in ambito medico per curare le anemie in pazienti con patologie renali o del sangue e consumato nello sport per aumentare l’apporto di ossigeno. I rischi sono numerosi, uno su tutti l’aumento della viscosità del sangue, che può portare ai trombi.

Nel ciclismo e nello sci di fondo, come anche in altri sport che richiedono una grande resistenza, il rischio di assunzione di epo da parte degli atleti è maggiore. Il ciclista Lance Armstrong, il compianto Marco Pantani, il fondista Johan Muehlegg o il marciatore Alex Schwazer sono stati tra i casi più celebri associati ad eritropoietina.

Ma cosa viene fatto per cercare di contrastare tale piaga?

Ogni anno, il Comitato controllo antidoping stende un piano di distribuzione delle attività, definendo le priorità nelle varie discipline e stabilendo quali saranno gli atleti sottoposti ai controlli (solitamente quelli di livello nazionale).

Gli atleti che fanno parte delle squadre olimpiche, che ricevono finanziamenti pubblici o che stanno scontando un periodo di squalifica o sospensione cautelare, sono sottoposti a controlli mirati, ma si può essere sottoposti a controlli anche mediante una selezione casuale.

La prova antidoping comprende esami di urine e sangue. I risultati positivi si assestano attorno al 3,5% tra gli uomini e al 2% tra le donne.

Spesso, purtroppo, l’uso di sostanze dopanti è stato riscontrato anche nelle gare giovanili ed è soprattutto ciò a destare grossa preoccupazione; perché bisognerebbe ricordare, principalmente ai giovani, che se per qualcuno non è importante soltanto partecipare, almeno non può vigere la regola secondo la quale ‘vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta’.

Lo sport è anche (anzi, soprattutto) divertimento, partecipazione, condivisione di emozioni con compagni e pubblico.

Detto ciò, l’augurio sincero è che le controanalisi possano smentire tutto e spazzare via ogni dubbio sulla giovane e talentuosa Eleonora Prigol.

Sharapova: in quanti ce l’hanno fatta dopo la squalifica per doping?

Sharapova: in quanti ce l’hanno fatta dopo la squalifica per doping?

Il 26 Aprile dopo un anno di squalifica per dopingMaria Sharapova farà il suo ritorno in campo. L’occasione sarà il torneo di Stoccarda che però inizierà il 25 dello stesse mese. Un dettaglio non da poco che ha fatto già infuriare le altre tenniste come Caroline Wozniacki, che in conferenza stampa ad Indian Wells ha parlato a lungo e in del ritorno della tennista russa, criticando aspramente la decisione della WTA: “Credo che non sia affatto giusto permettere ad un giocatore o una giocatrice, non importa a chi, fuori per squalifica di giocare un torneo che inizia quando la squalifica è ancora attiva – ha sottolineato la tennista danese – Dal punto di vista del torneo penso sia una grande mancanza di rispetto nei confronti delle altre giocatrici e verso”. Insomma non proprio un benvenuto per la russa che oltre a questo dovrà fare i conti anche con il difficile percorso che la aspetta per tornare ad alti livelli. La Sharapova non è la prima tennista che torna in campo dopo una lunga squalifica, ma l’incognita principale sarà quella di capire se la russa sarà in grado di tornare a competere fra le migliori del circus oppure no. Vediamo allora i casi principali di tennisti e tenniste che in passato hanno avuto la forza e la capacità di tornare in campo dopo una squalifica più o meno lunga.

Molti sono i casi in campo maschile, mentre di meno quelli che riguardano le donne. Il caso più eclatante in ambito femminile è senza dubbio quello di Martina Hingis . La tennista svizzera di origini slovacche, nel 2007 fu squalificata per doping dopo essere risultata positiva alla cocaina al torneo di Wimbledon. Già sul finire del 2006 la Hingis aveva avuto diversi problemi fisici e la sua stella stava pian piano spegnendosi (la svizzera era stata numero uno della classifica WTA per 209 settimane tra il 1997 e il 2001). Dopo la squalifica la Hingis non è più tornata ai suoi livelli specializzandosi però nel doppio, che l’ha vista tornare addirittura in testa alla classifica di questa specialità. Tanti sono i casi invece in ambito maschile anche con alterne fortune: Se Marin Cilic (squalificato nel Settembre ’13) è riuscito dopo lo stop di 4 mesi inflittogli, a tornare ad altissimi livelli riuscendo a vincere lo US Open nel 2014, giocatori di grande calibro internazionale come Coria e Puerta hanno visto la loro carriera praticamente chiudersi dopo essere stati squalificati. Chissà invece come sarebbe potuta essere la storia della risalita di André Agassi se, come lo stesso ex numero ha dichiarato nella sua biografia, l’ATP non avesse deciso di archiviare la sua positività alla metanfetamina e quindi graziarlo.

Maria Sharapova è dunque pronta a ripartire tra poco più di un mese. La curiosità sarà quella di capire dove la russa riuscirà ad arrivare se ai vertici del tennis mondiale oppure si dovrà trascinare in una carriera faticosa lontana dalle posizione nobili della WTA, lasciando solo un ricordo dei suoi grandi successi prima della squalifica.

La Premier, il doping e quella voglia di non farsi trovare

La Premier, il doping e quella voglia di non farsi trovare

Promozione in Premier League per la prima volta nella propria storia soltanto un anno e mezzo fa; una stagione da debuttante nel grande calcio inglese senza mai il reale pericolo di tornare rapidamente in Championship, lodi a non finire ed, infine, una seconda annata nella massima divisione che fino ad ora appare di tutto rispetto per la piccola realtà rappresentata.

Si potrebbe riassumere, in modo estremamente breve, così l’ascesa nel calcio anglosassone del Bournemouth, allenato dall’eccellente Eddie Howe (segnatevi questo nome sul vostro taccuino).

Sarebbe tutto magnifico, se non fosse che pure le ‘Cherries’, dopo il Manchester City di Guardiola e gli svariati casi di calciatori risultati positivi a test anti-droga, nelle ultime settimane sono entrate nel vortice delle polemiche in riferimento al delicato tema del doping.

Il motivo è esattamente lo stesso del ‘City-gate’: il Bournemouth, infatti, non avrebbe fornito all’agenzia anti-doping inglese le informazioni necessarie (e corrette) per permettere agli ufficiali di poter effettuare dei test a sorpresa sui propri tesserati. Il fatto, peraltro, non sarebbe accaduto in una sola occasione ma per ben tre volte; da qui, la decisione della FA di punire il club rossonero.

La società, dal canto suo, è in attesa di conoscere la sanzione ufficiale da parte della federcalcio inglese. Tutto lascia pensare che il caso si concluderà in maniera simile a quanto avvenuto nei confronti del City dello sceicco Mansour (multa di 35.000 sterline e un ‘warning’, una sorta di ‘cartellino giallo’ che potrebbe aggravare eventuali sanzioni future per doping in casa Manchester City).

A livello puramente teorico, tuttavia, cosa può accadere (da regolamento) quando un club indica un luogo sbagliato dove poter incontrare i propri giocatori (oppure se proprio non vengono comunicati gli estremi dove reperire i tesserati) e gli ufficiali dell’anti-doping si recano ad effettuare il test? Dipende.

Se ci sono fino a quattro atleti coinvolti, il club non viene penalizzato. Se accade, invece, con un numero che va da cinque giocatori in su, si mette in moto la macchina amministrativa della FA. Ogni giocatore che non viene trovato dai funzionari potenzialmente può incappare in una pena per non aver dato luoghi ed orari alternativi.

Secondo le regole vigenti presso la FA, le tre volte in cui è incorso il Bournemouth (così come il City) in 12 mesi potrebbero anche condurre ad una squalifica di alcuni calciatori.

Una decisione che, comunque, appare quanto mai improbabile, visto il recente precedente degli azzurri di Manchester.

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Sembra proprio non esserci pace per il tanto amato (anche dalle nostre parti) calcio inglese. Come se non fosse bastato lo scandalo legato agli abusi di alcuni allenatori delle giovanili di club oltre la Manica nei confronti dei propri piccoli talenti, oppure la multa comminata al Manchester City di Pep Guardiola (reo di non aver conferito alle autorità competenti gli indirizzi giusti dei calciatori per effettuare test anti-doping a sorpresa) ed il ‘caso Berahino’ (con l’attaccante colored risultato positivo ad un test anti-doping nel settembre scorso e sospeso dalla Federazione per otto settimane, mentre il Wba comunicava che Berahino dovesse unicamente ritrovare il peso forma), ecco un nuovo oceano di polemiche.

Il motivo? Ancora una volta lo scottante tema del doping.

In Premier League, infatti, è scoppiato di nuovo il caso doping. A scriverlo per primo è stato il quotidiano ‘Daily Mail’, che afferma come in Inghilterra, oltre al già citato Saido Berahino, ci siano altri dodici calciatori risultati positivi a dei test anti-doping in un lasso di tempo compreso tra il 2012 ed il 2016.

La Federazione inglese, dunque, è costretta ad uscire allo scoperto e, pur non rivelando i nomi del calciatori coinvolti, afferma che nella stagione passata sono risultati positivi in tutto tre atleti, mentre nel campionato 2014-2015 i casi di positività riscontrati sono stati addirittura il doppio.

Di chi la colpa, quindi? Scarsi controlli da parte della FA? Assolutamente no.

Da cinque anni, infatti, la Football Association sta mettendo in atto un ferreo programma volto a stroncare, fra i calciatori, l’uso delle cosiddette ‘droghe sociali’; con questo termine, parliamo di quelle sostanze che, pur essendo illecite (per esempio cocaina o ecstasy) non costituiscono doping vero e proprio.

Nel quadriennio 2012-2016 sono stati svolti circa ottomila test da parte della Federazione e, come detto, sono risultati positivi 13 giocatori (lo 0,17% del totale), ovviamente tutti immediatamente sospesi.

La FA non ne ha mai reso noti i nomi, tanto per un discorso di privacy, quanto, se non soprattutto, allo scopo di favorire i loro programmi di riabilitazione. Generalmente, i club spiegano l’assenza dalle convocazioni con motivi di salute o di scarsa condizione; proprio ciò che è accaduto a Berahino durante gli ultimi mesi della sua permanenza al WBA.

Essendo uno dei pochi organi di governo nel mondo del calcio ad effettuare sui giocatori controlli così mirati, la FA conta di arrivare a 5.000 test a stagione da adesso fino al 2018, rilanciando ancor di più la propria voglia di dire ‘no’ al doping; il modo più intelligente e forte per non tentare di rovinare lo spettacolo del campionato più emozionante del mondo.