Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Carlo Petrini rappresenta senza dubbio una delle figure più controverse del calcio italiano, un uomo capace di essere presente in quasi la totalità degli scandali che hanno coinvolto il mondo pallonaro negli anni ‘70 e ‘80, ma altrettanto capace di scoperchiare il calderone dell’ipocrisia sul nostro apparentemente inattaccabile sistema calcio, facendo venire a galla verità scomode che sono sempre state nascoste dall’omertà dilagante che caratterizza questo sport.

Carlo Petrini nasce a Monticiano (stesso paese di un certo Luciano Moggi) nel 1948, ma le difficoltà familiari lo portano a Genova ad appena 9 anni, al seguito del padre Aldo, che verrà a mancare di lì a qualche anno assieme alla sorella minore. Un’infanzia difficile la sua, ma la svolta sembra arrivare nel 1960 quando il giovane Petrini entra a far parte delle giovanili del Genoa, squadra con la quale 5 anni dopo debutterà non ancora maggiorenne nei professionisti. Dopo la solita gavetta in prestito sui campi di Serie C, con la maglia del Lecce, Petrini torna alla base, gioca benissimo due anni in Serie B che gli valgono la chiamata da parte del Milan di Nereo Rocco. Adattarsi al carattere del Paròn però è molto difficile, specie per Carlo che, come sua stessa ammissione, è un ragazzo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno; la rottura arriva in poco tempo, Petrini dopo una lite con Rocco abbandona di punto in bianco l’allenamento e torna a casa. La rottura a fine stagione è inevitabile, ma le porte della Serie A non sono affatto chiuse, negli anni successivi infatti vestirà le maglie di Torino, Varese, Catanzaro, Ternana, Roma, Cesena, Verona e Bologna. In quest’ultima città però, ormai 32enne, Petrini viene coinvolto nello scandalo scommesse del 1980, il primo grande caso di partite combinate scoppiato in Italia, e verrà squalificato per 3 anni e 6 mesi in seguito alla combine di Bologna-Avellino, poi amnistiati in seguito alla vittoria del mondiale ‘82. Torna per qualche anno a giocare, ma ormai ha fatto il suo tempo, e a 37 anni decide di dire basta col calcio.

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Dopo una carriera ventennale divisa tra A e B, apre una propria società finanziaria, che inizialmente, grazie anche alle enormi conoscenze, va a gonfie vele, salvo invertire la rotta nel giro di poco tempo, costringendo Petrini a farsi aiutare da usurai e criminali che lo mettono alle strette. Non riesce a ripagare i debiti e le pressioni diventano insostenibili. E’ giunto il momento di scappare, si rifugia in Francia.

Per anni non si sente più parlare di lui, fino a quando nel 1995 il figlio Diego, promessa del settore giovanile della Sampdoria, si ammala di tumore al cervello. Ormai le condizioni sono critiche, e prima di morire lancia un appello ai giornali, vuole rivedere il padre, di cui non ha notizie da ormai 6 anni. Attorno a questa vicenda si crea un vero e proprio caso, tutta l’Italia ne parla, ma Petrini ha troppa paura di tornare in Italia, sa perfettamente che la criminalità organizzata lo troverebbe e gli farebbe fare una bruttissima fine. Non vedrà mai l’ultimo respiro del povero Diego.

Sconvolto da questa incredibile vicenda però, decide che è arrivato il momento di parlare, vuole raccontare la sua storia, vuole fare qualcosa di buono per il calcio, lo sport che gli ha dato tanto, ma che nel momento di difficoltà gli ha anche voltato le spalle (come lui stesso dichiarerà). Inizia a lavorare alla sua autobiografia, che verrà pubblicata nel 2000, dal titolo Nel fango del dio pallone. Il libro scritto da Petrini è devastante, parla di un mondo apparentemente dorato, che in realtà nasconde del marcio ovunque, fa nomi e cognomi senza paura, parla dei calciatori morti a causa del doping, parla delle combine, parla di Luciano Moggi, della Juventus e della sua influenza sul calcio italiano.

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I racconti sono agghiaccianti, soprattutto quelli riguardanti il doping. Petrini fa notare ai lettori come un gran numero di calciatori della sua generazione siano morti a causa di gravi malattie, tumore, leucemia, aneurisma, ad esempio Giuliano Taccola, morto nello spogliatoio durante Roma-Cagliari, Beatrice, Longoni, Brignani, Umile, solo per citarne alcuni. Così racconta di come il doping negli anni settanta fosse una pratica comune nel mondo del calcio italiano. Prima di un Verona-Genoa ad esempio, il medico societario si presentò nello spogliatoio con una boccetta piena di uno strano liquido, e con una siringa (specifica non sterilizzata) fece ben cinque iniezioni a cinque giocatori diversi; Petrini sostiene come quel giorno riuscisse a saltare quasi fino al soffitto del tunnel antecedente al campo da gioco, e una volta dentro, dopo qualche minuto, una bava verde iniziasse ad uscire dalla sua bocca e da quella degli altri compagni. L’effetto di questa “miracolosa” siringa durava addirittura oltre cinque ore, lasciandoti però stremato una volta terminato l’effetto, gonfiandoti la lingua “tanto da non riuscire a tenere la bocca chiusa” . Ma racconta anche di quando Giorgio Ghezzi, allenatore del Genoa, utilizzò il secondo portiere, il giovane Emmerich Tarabocchia, come cavia, facendogli bere un intruglio (convincendolo fosse del vino bianco)  prima di un allenamento; tutto bene, fino a quando il ragazzo collassò a terra dopo un’uscita in presa alta, stramazzando al suolo con gli occhi rivoltati.

Probabilmente però il racconto che descrive al meglio la situazione del calcio dell’epoca è quello riguardante la combine di Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980, a suo dire partita combinata, ma per la quale non ci fu nessuna squalifica da parte della giustizia sportiva, in quanto il fatto non sussistesse.

Come racconta, all’epoca la Juventus non navigava in buone acque, così il martedì prima della gara, Roberto Bettega, centravanti juventino, chiamò Beppe Savoldi, giocatore del Bologna, in quel momento in compagnia di Michele Plastino, noto giornalista romano, chiedendo di accordarsi per un pareggio. Il giorno dopo, all’allenamento, dopo qualche evidente telefonata da parte della dirigenza juventina, Riccardo Sogliano, DS del Bologna, convocò tutti i giocatori, compreso lo staff, nello spogliatoio, chiedendo chi non fosse d’accordo a pareggiare l’incontro, perché in tal caso non sarebbe stato convocato. Nessuno disse nulla. Si parlò allora di scommettere, e tutti, tranne Sali e Castronaro, vollero guadagnare qualcosa da questo accordo. I giocatori si rivolsero a Petrini, erano infatti noti i suoi rapporti con Massimo Cruciani, personaggio conosciuto ai tempi della Roma, che aveva un banco di scommesse clandestine, addirittura l’allenatore Marino Perani chiese a Petrini di aggiungere 5 milioni in più da parte sua. Tutto pronto, arrivata la domenica, in ballo c’erano 50 milioni di lire, così prima della partita Petrini parlò nel tunnel con Trapattoni e Causio per confermare l’accordo. Qualcuno, sponda Juve, rispondendo ad una domanda di Petrini disse “non abbiamo avuto tempo di scommettere, ma il colpaccio l’abbiamo fatto due domeniche fa” riferendosi al clamoroso Juve- Ascoli 2 a 3. Entrati in campo, dopo un primo tempo a suo dire ridicolo, i giocatori vennero addirittura presi a pallate di neve dai tifosi tanta la sfacciataggine dell’accordo; nel secondo tempo tutto sembrava andare secondo i piani, ma un tiro senza pretese di Causio, complice un errore di Zinetti (attuale osservatore della nazionale) si insaccò in rete. I giocatori della Juventus sembrava non volessero più rispettare più gli accordi, e Perani per cercare il pareggio gettò nella mischia Petrini. A suo dire gli insulti in campo si sprecavano, fino a quando su un calcio d’angolo Bettega non sentenziò “basta litigare, adesso ci penso io a farvi pareggiare”. Il caso volle però che su quello stesso corner Sergio Brio infilasse la palla nella porta sbagliata, aggiustando il risultato secondo gli accordi.

Il bello però avvenne due mesi dopo, in seguito alla denuncia sulle partite truccate da parte di Trinca e Cruciani. Infatti dopo i famosi arresti negli stadi, quando lo scandalo scommesse ormai imperversava, e stava per colpire anche Juve e Bologna, Petrini ricevette una telefonata, era Giampiero Boniperti. L’allora presidente della Juventus offrì a Petrini ben 200 milioni di lire, depositati in un conto svizzero, per assumersi tutta la responsabilità sulla combine, offerta però declinata prontamente. Allora la seconda proposta: se Petrini avesse convinto Cruciani, con una cospicua somma di denaro pagata dalla Juventus,  a non presentarsi all’interrogatorio su Bologna-Juventus, lo avrebbe aiutato in qualche modo durante il processo. Petrini accettò, e incontrò Cruciani alla porta 5 dello Stadio San Siro; Cruciani accettò la proposta di Boniperti, e non presentandosi al processo, scagionò sia la Juventus che il Bologna.

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Dopo la sua autobiografia Carlo Petrini continuerà a scrivere libri sulla sua esperienza nel mondo del calcio, farà scalpore ad esempio Il calciatore suicidato che racconta la storia di Denis Bergamini, calciatore del Cosenza trovato morto apparentemente schiacciato da un camion. Ci sarebbero tante altre storie alle quali pochi giornalisti sportivi hanno dato importanza, queste a mio modo di vedere sono le più interessanti, che spero facciano rivalutare un personaggio controverso che ha però pagato (a mio modo di vedere) ampiamente il proprio debito con il mondo del calcio, cercando in tutti i modi di ripulirlo.

Un’ultima considerazione, Carlo Petrini non ha mai ricevuto querele per ciò che ha scritto, coincidenze?

Magro fino a scoppiarti il cuore: Clenbuterolo, il Doping da banco che compri sotto casa

Magro fino a scoppiarti il cuore: Clenbuterolo, il Doping da banco che compri sotto casa

Continua la nostra inchiesta sul doping da banco utilizzato soprattutto per dimagrire. Dopo l’Efedrina oggi è il turno del Clenbuterolo,  un composto broncodilatatore, più precisamente una amina simpaticomimetica, con attività di tipo agonista, a lunga durata d’azione e selettivo sui recettori β2-adrenergici.

Nel mondo dello sport il clenbuterolo è conosciuto soprattutto per le sue forti proprietà termogeniche e lipolitiche. Un ottimo strumento per monitorare gli effetti termogeni di un farmaco è la misurazione della temperatura corporea.  All’inizio della terapia con clenbuterolo si assiste ad un innalzamento della colonnina di mercurio che si manterrà al di sopra dei valori normali per alcuni giorni. Dopo due o tre settimane di uso continuato tali valori rientrano nel range di normalità, poiché l’organismo sviluppa una sorta di resistenza al farmaco.

Per questo l’utilizzo di Clenbuterolo viene ciclizzato solitamente con due settimane on e due settimane off. Nelle settimane off di solito viene assunto lo stack caffeina ed efedrina per prolungare l’effetto della perdita di grasso.

Il grasso corporeo è sin dagli albori dell’essere umano l’energia che accumuliamo per farci trovare pronti in caso di grande carenza di cibo. Controllori del processo della perdita di grasso (ossidazione dei lipidi) sono i ricettori beta-andrenergici. Agendo proprio su questi recettori, inibendoli, il clenbuterolo aiuta nella perdita di grasso.

L’AMORE DI MODELLI E BODYBUILDER

Vien da se che questo farmaco, che rientra nella lista delle sostanze dopanti stilata dalla WADA, sia molto ambito da chi con l’estetica ci lavora ovvero i modelli. Il ciclo Clenbuterolo alternato ad Efedrina + caffeina, unito ad una dieta chetogenica (bassissimo apporto di carboidrati) uno o due mesi prima di uno shooting fotografico fa arrivare i modelli/e asciuttissimi all’appuntamento e con i muscoli ben definiti.

In alcuni studi condotti su animali questo farmaco ha dimostrato anche proprietà anaboliche degne di nota se assunto a dosi massicce > 200mg/day. Quando un atleta, un bodybuilder, in prossimità della competizione, interrompe l’utilizzo di steroidi anabolizzanti per risultare negativo ai test antidoping, sostituisce questi prodotti con il clenbuterolo. Questa strategia viene adottata per limitare la perdita di massa muscolare e migliorare la definizione.

L’OBBLIGO DI RICETTA MEDICA vs LA REALTA’ DEI FATTI

Per ottenere il Clenbuterolo in farmacia, viene venduto sotto diversi nomi ma il più famoso è il Monores, bisogna assolutamente avere la ricetta medica. Purtroppo però la realtà spesso è opposto rispetto alla teoria. In un esperimento fatto da noi su dieci farmacie, entrando e chiedendo il Monores in quanto affetti da Asma, sprovvisti di ricetta alcuna, otto di esse ce lo hanno venduto senza battere ciglio. Queste farmacie hanno venduto del doping ma soprattutto una sostanza molto pericolosa senza nessun controllo.

In Clenbuterolo infatti può causare effetti indesiderati come irrequietezza, tremori, insonnia, mal di testa e tachicardia. Non solo, se assunto ad alte dosi per lunghi periodi tende ad aumentare le dimensioni del cuore compromettendone la funzionalità fino a causarne il definitivo arresto.

Nonostante il clenbuterolo sia un farmaco promettente (per la sua capacità di influenzare positivamente la composizione corporea, riducendo il grasso e aumentando le masse muscolari) la presenza di gravi effetti collaterali dovrebbe far desistere chiunque dall’idea di utilizzarlo.

LA DIFFERENZA CON L’EFEDRINA ED IL RISCHIO OVERDOSE

Clenbuterolo ed Efedrina hanno effetti positivi ed indesiderati molto simili ma due sostanziali differenze. La prima differenza è la disponibilità ed il prezzo: l’efedrina è quasi introvabile e sul mercato nero si trova sopra i 100 euro per confezione, mentre il Clenbuterolo si prende in farmacia sotto i 10 euro a confezione. La seconda differenza, forse quella più importante, è la vita del farmaco nel nostro corpo: l’effetto dell’efedrina dura in media 4-6 ore, mentre quello del Clenbuterolo in media 36 ore. Questo vuol dire che se lunedì prendiamo 20 mg di clenbuterolo (una compressa), ed il giorno dopo alla stessa ora un’altra compressa, avremo per 12 ore in corpo due compresse di questa sostanza. Facile comprendere come la possibilità di sbagliarsi con le dosi sia molto probabile così come l’incorrere in overdose. Non solo, in caso di effetti indesiderati molto marcati questi non passeranno nel giro di qualche ora, anzi, si avrà un disagio molto molto lungo. Uomo avvisato mezzo salvato…

 

L’apparenza prima di tutto: DNP, la pillola “magica” che fa dimagrire…e uccide

L’apparenza prima di tutto: DNP, la pillola “magica” che fa dimagrire…e uccide

DNP è l’acronico del 2,4-dinitrofenolo, nitrocomposto derivato dal fenolo. È un composto tossico per l’uomo e per gli animali; l’avvelenamento da dinitrofenolo provoca un brusco aumento del metabolismo, sudorazione intensa (con cui il corpo cerca di dissipare calore), collasso e quindi può portare alla morte.

E’ famoso del mondo del fitness per i suoi miracolosi effetti dimagranti tant’è che, neanche c’è bisogno di dirlo, è una sostanza molto famosa nel mondo del bodybuilding in fase di cutting – definizione.

Chi l’ha provato giura di aver sentito una sensazione di forte bruciore all’interno del corpo, come se il corpo “si stesse cuocendo dall’interno”, questo perché non c’è un limite massimo all’aumento di temperatura corporea che può comportare questa pillola. Una percezione sgradevole, unita a tachicardia, palpitazioni e forte sudorazione. In un articolo precedente abbiamo parlato dell’efedrina come metodo rischiosissimo per dimagrire, quest’ultima aumenta dal 3 al 10% il tasso metabolico a riposo, il DNP del 50%. Percentuali pazzesche che però devono far riflettere sulla possibile, anzi molto probabile, letalità di questo “veleno”.

Scoperto agli inizi del 1900, inizialmente il suo scopo principale era quello di detonatore della dinamite TNT, nel 1931 degli studi scientifici videro le incredibili proprietà dimagranti e il DNP venne introdotto in tantissimi integratori alimentari. Venne bandito due anni più tardi da una giovanissima FDA (Food and Drug administration).

Tra il 2007 e il 2013 sono stati registrati quasi sessanta casi di reazioni mortali dei quali si sospetta la causa sia l’assunzione di pillole a base di DNP. Ultimo dei più eclatanti quello di una ragazza inglese, Eloise Parry, morta dopo aver ingerito otto pillole di DNP.

La Food Standard Agency britannica ha preso molto sul serio la minaccia per la salute del DNP e ha lanciato una campagna per prevenire altri drammi causati da esso. Gli effetti collaterali della molecola sono oggi noti e non ci sono dubbi circa la sua pericolosità: si va dal vomito al mal di testa alle difficoltà nel respirare fino febbre molto alta (che può superare i 43°) al coma e, come spesso è successo nella storia del DNB, alla morte. Il problema è che una volta innescata la reazione che “velocizza il metabolismo” questa non si arresta.

Vietato ufficialmente, come spesso accade, il DNP è facilmente reperibile sul mercato nero. Il problema però è che i laboratori che lo producono, privi di ogni licenza, spesso mentono sulla grammatura di una singola pillola, aumentando quindi il rischio di letalità esponenzialmente. Anche i costi variano tantissimo ed una confezione di DNP va dai 180 ai 2000 euro.

La BBC ha intervistato una ragazza che ha assunto dinitrofenolo ma è riuscita a sopravvivere: “All’inizio senti un po’ di energia in più, ma poi quando pensi che questa energia svanirà non succede ed il corpo comincia a surriscaldarsi sempre di più. Ho avuto la sensazione di essere ricoperta dalle fiamme e sentivo la mia pelle bollire. E’ stato terribile, il mio cuore batteva così forte che temevo potesse esplodere o fermarsi da un momento all’altro. E’ stata la peggior esperienza della mia vita”.

In una società dove l’apparenza e la perfezione fisica viene intesa come chiave del successo, dove le persone, anche consci dei rischi, sono pronti a prendere di tutto pur di perdere un chilo di grasso, questi veleni altamente pericolosi avranno, purtroppo, sempre una grandissima fetta di mercato ed una clientela numerosa.

Ex medico della Fifa lancia l’allarme: “Basta steroidi nel calcio”

Ex medico della Fifa lancia l’allarme: “Basta steroidi nel calcio”

“Gli steroidi utilizzati da calciatori come Carlos Tevez, Dirk Kuyt e Gabriel Heinze durante la Coppa del Mondo del 2010 in Sudafrica dovrebbero essere completamente vietati”: queste le parole affermate dall’ex medico ufficiale della Fifa, Jiri Dvorak.

Tevez, Kuyt e Heinze hanno fatto parte della lista di 25 giocatori con la possibilità di assumere medicinali vietati, durante la suddetta competizione, dopo aver ricevuto la concessione per ‘uso terapeutico’.

Secondo il professor Dvorak, comunque, i glucocorticoidi causano danni a lungo termine e andrebbero evitati senza se e senza ma.

I glucocorticoidi sono comunemente usati per trattare infiammazioni, dolori articolari, asma o anche problemi cutanei come l’eczema.

Ufficialmente sono vietati dall’Agenzia Mondiale Anti-Doping (l’ormai, spesso tristemente, nota Wada), ma gli atleti possono chiedere una concessione all’uso a seconda di come viene somministrata la sostanza.

Dvorak, che ha lasciato la Fifa nel 2016 dopo 22 anni di onorato servizio, è stato costretto a dare il via libera ai calciatori di cui si accennava ma ha detto che “come medico” ritiene che i glucocorticoidi “non dovrebbero essere consentiti in nessuna circostanza.”

Non è chiaro perché Tevez e Heinze abbiano usato lo steroide betametasone durante la Coppa del Mondo, mentre si pensa che a Kuyt sia stato somministrato deksametasone per un forte dolore ai denti.

Non c’è prova, ovviamente, che nessuno dei calciatori abbia fatto nulla di sbagliato e la Fifa, dal canto suo, si tutela affermando che è sicura di “avere una politica chiara, robusta e rigorosa” in materia di esenzioni in favore di steroidi.

Il corpo direttivo del calcio mondiale ha aggiunto: “Questa politica è applicata severamente per evitare ogni abuso e garantire che il processo di concessione sia lo stesso per tutti i giocatori”.

Oltre a Tevez, al centrocampista allora al Liverpool Kuyt e al difensore Heinze (in quel momento al Manchester United), un gruppo di giocatori provenienti dall’Argentina, dai Paesi Bassi e dalla Germania è stato a sua volta autorizzato a utilizzare le sostanze vietate.

Dvorak non ha preoccupazioni per queste esenzioni in particolare, ma riconosce che la decisione di prescrivere qualsiasi medicinale è del tutto soggettiva.

“Noi abbiamo seguito un processo molto rigoroso. Abbiamo richiesto la documentazione completa per sostenere l’applicazione della norma, inclusi i documenti medici a cui fare riferimento. Ci sono state le dichiarazioni mediche ufficiali per sostenere le esenzioni.”

“Siamo stati contenti che tutto sia stato dichiarato alla perfezione, ma a volte dipende dal modo in cui il medico si sente se prescrive gli steroidi. Personalmente, ci penserei sempre prima due volte ed in alcuni casi ciò non accade”.

Il campanello d’allarme è stato suonato.

Chissà che a breve non giungano dalla Fifa sostanziali novità in tal senso.

Tonina Pantani: “Come ricordo il mio Marco”

Tonina Pantani: “Come ricordo il mio Marco”

La Cassazione ha deciso che la morte di Marco Pantani non fu per omicidio, dichiarando inammissibile il ricorso della famiglia per l’archiviazione e chiudendo di fatto il caso. Ma i dubbi restano. Vi riproponiamo l’intervista a Tonina Pantani, la mamma che non si è mai arresa nella ricerca della verità.

La mia emozione nel chiamarla era palpabile, non stavo chiamando una mamma qualsiasi. Stavo chiamando una mamma a cui è stato tolto un figlio senza una verità. La mamma di Marco Pantani ha per anni scelto di non parlare con i giornalisti, Tonina Pantani. Perchè hanno manipolato le sue parole e perchè andavano da lei solo perchè Marco era un boccone succulento da offrire in pasto ai media.

Adesso Tonina non sta più zitta, e cerca la verità, sceglie di parlare lei e di combattere per sapere che cosa “hanno fatto a Marco”. Perchè come tanti, lei è la prima di tutte a dire che Marco non si è fatto male da solo. La magistratura gli ha dato ragione, considerato che da alcune dichiarazioni di pentiti in altri processi, emerse chiaramente che furono manipolate le prove per far perdere il giro a Pantani per non far sbancare le scommesse. Del marzo 2016, per intercettazioni della magistratura.

La nostra conversazione inizia con Marco bimbo che inizia a coltivare la passione della bici. Tonina parla con lucidità e memoria salda: “Marco è sempre stato appassionato di sport, qualsiasi sport, giocava a pallone e andava in bici, nessuno gli ha trasmesso in particolare quella passione, ha scelto lui, quando è diventato grande. Ad un certo punto ha capito che voleva pedalare, che ne voleva fare una ragione di vita, ha lasciato gli studi e ha cominciato a farlo. Noi lo volevamo felice e non ci siamo opposti, solo che io sono una mamma ansiosa, stavo sempre in pensiero per lui, per quello che gli poteva capitare. Mio marito andava a seguirlo, io dovevo lavorare ed era anche meglio che non lo seguivo, viste le paure che avevo. Ogni tanto mio marito tornava senza di lui e io chiedevo dove fosse e lui: “Marco si è fatto male””.

È lei che ti prende per mano, nel bel posto dei suoi ricordi di Marco, dove non viene sfiorato minimamente il personaggio, ma viene raccontato Marco, Marchino, come lo chiama anche Loris, la sua guardia del corpo che gli ha voluto un bene infinito, si è occupato di lui insieme ad altri due angeli custodi che gli hanno voluto bene come fratelli.

È lei che scivola verso il buio dove hanno sbattuto suo figlio.

Marco era un ragazzo solare e socievole, anche troppo, si fidava di gente che lo ha sfruttato. Era schivo, all’inizio, quasi non parlava, ma se capiva di potersi fidare, allora diventava socievole, scherzava e rideva. Quando era diventato famoso con noi era sempre lo stesso, un po’ la pativa, diceva sempre che non poteva nemmeno grattarsi.”.

Il discorso si fa più intenso, più viscoso, il timore è che si tocchino dolori ancora scoperti. Ma una mamma che parla così è determinata a parlare di un uomo che non è andato via. Non è mai andato via.

E arriva il discorso sulle accuse. Su quello che hanno detto di infamante su Marco.

Dicevano che era dopato, ma marco non è mai stato trovato dopato, mai. Gli hanno trovato un ematocrito alto, nel 1999 a Madonna di Campiglio, mentre marco si avviava a vincere il Giro, un valore ballerino che richiede più di un accertamento. In compenso nessuno ha detto che alla seconda analisi fatta nel pomeriggio Marco era a posto. Quella mattina trovarono un valore sballato e però Marco aveva le piastrine normali, per far sballare dei valori basta anche solo togliere una parte solida del sangue con uno stuzzicadenti. La sua fiala fu messa in tasca da chi l’aveva prelevata e non in apposita scatola frigorifera, Marco non era dopato, in compenso tanti già il giorno prima lo aspettavano al varco, come stesse succedendo qualcosa, lui sapeva di essere spesso oggetto di controlli, sarebbe stato uno stupido a doparsi.”.

Arriviamo a quel maledetto 14 febbraio 2004, il giorno in cui Marco viene rinvenuto in una camera d’albergo a Rimini, Tonina non ha dubbi. “Marco non è morto per depressioni o tristezza, perchè si era lasciato andare, niente di tutto questo. Hanno inventato tutto, da madre dico, se voleva farla finita lo avrebbe fatto nel 1999, quando lo hanno massacrato. Marco era tranquillo, triste per quello che gli stavano facendo. Ma uno che vuole farla finita non spende un sacco di soldi in avvocati perchè si ristabilisca la verità. Marco era in guerra, era triste perchè combatteva per la sua innocenza e per le false etichette e forse non ci stava a fare la figura del criminale.”.

Anche sulla famiglia, si disse che non si parlava con i genitori, Tonina è quasi sorridente in maniera amara, quando dice come stanno le cose: “Marco era sempre con noi, era vicino a noi, non c’era stato assolutamente nulla, non avevamo litigato, non eravamo in freddo, vogliono fare in modo da farlo apparire isolato, così appare più facile pensare ad un suo gesto sbagliato e tutto finisce così”.

La battaglia per la famiglia Pantani continua, Tonina è convinta ( e non è l’unica…): “me l’hanno ammazzato, e quando dico così, non dico che l’hanno portato ad uccidersi, me lo hanno proprio ammazzato. E io non sarò tranquilla finchè non verrà fuori la verità, l’ho giurato a Marco e tutti i soldi di Marco li sto spendendo per combattere per la sua verità. Ho sempre detto: Di me dite quello che volete, ma non azzardatevi a toccare i miei figli, me li hanno toccati e ora non sto zitta. Non mi posso permettere nemmeno di star male, non posso, devo star bene finchè tutto quello che riguarda Marco non torni a posto. Adesso la situazione sta andando avanti, almeno sulla verità di Madonna di Campiglio, ma siamo in stallo sulle indagini per la sua morte. Ho pagato sei avvocati e sto spendendo tutto quello che Marco ha lasciato, per lui, glielo devo, troppe persone mi avevano detto che mi avrebbero aiutato, anche giornalisti, poi era solo per strumentalizzare, sai la fama gioca brutti scherzi, hanno usato il suo nome, anche per altre cose, sul doping, non accetto che mio figlio venga paragonato a ciclisti che si dopavano davvero.”.

Loris, la sua guardia del corpo, mi accennò a una generosità infinita di Marco, una generosità che lui taceva perchè non amava il clamore.

Verissimo” dice Tonina, “Marco diede una mano alla famiglia di Fabio Casartelli e ai suoi figli (il ciclista deceduto sbattendo la testa su un muretto nel tour del 1995). Ma anche ad una comunità in zona vicino casa sua, che aiuto ancora adesso io con la mia fondazione onlus, una volta seppero che ero lì, mi venne ringraziare un ragazzo disabile, per tutto quello che Marco aveva fatto per loro. Era compagno d’asilo di Marco. Ma anche aiuti piccoli, dava Marco, era un uomo buono. Una volta mia figlia camminava per Cesenatico, si avvicinò un extracomunitario, disse solo che sapeva che lei era la sorella di Marco e che voleva ringraziarla, Marco l’aveva aiutato per il lavoro. Mio figlio era così, una persona per bene e onesta.”.

Ci lasciamo con un saluto affettuoso, la mia promessa che ci sarò per ogni cosa che Tonina vorrà dire, sempre. Le chiedo se vuole dirmi qualcosa in più, mi dice solo: “no, poi la gente si stufa a parlarne troppo, si è detto quel che si doveva dire”, con la dolcezza tranciante di una mamma.

Le faccio gli auguri per il nipotino. “Hai saputo eh? Si chiama Marco, come lo zio”, e qualsiasi cosa farà, speriamo che Marco sia felice, o sulle orme dello zio, o dovunque voglia andare. Grazie Tonina.

 

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