Sharapova: in quanti ce l’hanno fatta dopo la squalifica per doping?

Sharapova: in quanti ce l’hanno fatta dopo la squalifica per doping?

Il 26 Aprile dopo un anno di squalifica per dopingMaria Sharapova farà il suo ritorno in campo. L’occasione sarà il torneo di Stoccarda che però inizierà il 25 dello stesse mese. Un dettaglio non da poco che ha fatto già infuriare le altre tenniste come Caroline Wozniacki, che in conferenza stampa ad Indian Wells ha parlato a lungo e in del ritorno della tennista russa, criticando aspramente la decisione della WTA: “Credo che non sia affatto giusto permettere ad un giocatore o una giocatrice, non importa a chi, fuori per squalifica di giocare un torneo che inizia quando la squalifica è ancora attiva – ha sottolineato la tennista danese – Dal punto di vista del torneo penso sia una grande mancanza di rispetto nei confronti delle altre giocatrici e verso”. Insomma non proprio un benvenuto per la russa che oltre a questo dovrà fare i conti anche con il difficile percorso che la aspetta per tornare ad alti livelli. La Sharapova non è la prima tennista che torna in campo dopo una lunga squalifica, ma l’incognita principale sarà quella di capire se la russa sarà in grado di tornare a competere fra le migliori del circus oppure no. Vediamo allora i casi principali di tennisti e tenniste che in passato hanno avuto la forza e la capacità di tornare in campo dopo una squalifica più o meno lunga.

Molti sono i casi in campo maschile, mentre di meno quelli che riguardano le donne. Il caso più eclatante in ambito femminile è senza dubbio quello di Martina Hingis . La tennista svizzera di origini slovacche, nel 2007 fu squalificata per doping dopo essere risultata positiva alla cocaina al torneo di Wimbledon. Già sul finire del 2006 la Hingis aveva avuto diversi problemi fisici e la sua stella stava pian piano spegnendosi (la svizzera era stata numero uno della classifica WTA per 209 settimane tra il 1997 e il 2001). Dopo la squalifica la Hingis non è più tornata ai suoi livelli specializzandosi però nel doppio, che l’ha vista tornare addirittura in testa alla classifica di questa specialità. Tanti sono i casi invece in ambito maschile anche con alterne fortune: Se Marin Cilic (squalificato nel Settembre ’13) è riuscito dopo lo stop di 4 mesi inflittogli, a tornare ad altissimi livelli riuscendo a vincere lo US Open nel 2014, giocatori di grande calibro internazionale come Coria e Puerta hanno visto la loro carriera praticamente chiudersi dopo essere stati squalificati. Chissà invece come sarebbe potuta essere la storia della risalita di André Agassi se, come lo stesso ex numero ha dichiarato nella sua biografia, l’ATP non avesse deciso di archiviare la sua positività alla metanfetamina e quindi graziarlo.

Maria Sharapova è dunque pronta a ripartire tra poco più di un mese. La curiosità sarà quella di capire dove la russa riuscirà ad arrivare se ai vertici del tennis mondiale oppure si dovrà trascinare in una carriera faticosa lontana dalle posizione nobili della WTA, lasciando solo un ricordo dei suoi grandi successi prima della squalifica.

La Premier, il doping e quella voglia di non farsi trovare

La Premier, il doping e quella voglia di non farsi trovare

Promozione in Premier League per la prima volta nella propria storia soltanto un anno e mezzo fa; una stagione da debuttante nel grande calcio inglese senza mai il reale pericolo di tornare rapidamente in Championship, lodi a non finire ed, infine, una seconda annata nella massima divisione che fino ad ora appare di tutto rispetto per la piccola realtà rappresentata.

Si potrebbe riassumere, in modo estremamente breve, così l’ascesa nel calcio anglosassone del Bournemouth, allenato dall’eccellente Eddie Howe (segnatevi questo nome sul vostro taccuino).

Sarebbe tutto magnifico, se non fosse che pure le ‘Cherries’, dopo il Manchester City di Guardiola e gli svariati casi di calciatori risultati positivi a test anti-droga, nelle ultime settimane sono entrate nel vortice delle polemiche in riferimento al delicato tema del doping.

Il motivo è esattamente lo stesso del ‘City-gate’: il Bournemouth, infatti, non avrebbe fornito all’agenzia anti-doping inglese le informazioni necessarie (e corrette) per permettere agli ufficiali di poter effettuare dei test a sorpresa sui propri tesserati. Il fatto, peraltro, non sarebbe accaduto in una sola occasione ma per ben tre volte; da qui, la decisione della FA di punire il club rossonero.

La società, dal canto suo, è in attesa di conoscere la sanzione ufficiale da parte della federcalcio inglese. Tutto lascia pensare che il caso si concluderà in maniera simile a quanto avvenuto nei confronti del City dello sceicco Mansour (multa di 35.000 sterline e un ‘warning’, una sorta di ‘cartellino giallo’ che potrebbe aggravare eventuali sanzioni future per doping in casa Manchester City).

A livello puramente teorico, tuttavia, cosa può accadere (da regolamento) quando un club indica un luogo sbagliato dove poter incontrare i propri giocatori (oppure se proprio non vengono comunicati gli estremi dove reperire i tesserati) e gli ufficiali dell’anti-doping si recano ad effettuare il test? Dipende.

Se ci sono fino a quattro atleti coinvolti, il club non viene penalizzato. Se accade, invece, con un numero che va da cinque giocatori in su, si mette in moto la macchina amministrativa della FA. Ogni giocatore che non viene trovato dai funzionari potenzialmente può incappare in una pena per non aver dato luoghi ed orari alternativi.

Secondo le regole vigenti presso la FA, le tre volte in cui è incorso il Bournemouth (così come il City) in 12 mesi potrebbero anche condurre ad una squalifica di alcuni calciatori.

Una decisione che, comunque, appare quanto mai improbabile, visto il recente precedente degli azzurri di Manchester.

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Sembra proprio non esserci pace per il tanto amato (anche dalle nostre parti) calcio inglese. Come se non fosse bastato lo scandalo legato agli abusi di alcuni allenatori delle giovanili di club oltre la Manica nei confronti dei propri piccoli talenti, oppure la multa comminata al Manchester City di Pep Guardiola (reo di non aver conferito alle autorità competenti gli indirizzi giusti dei calciatori per effettuare test anti-doping a sorpresa) ed il ‘caso Berahino’ (con l’attaccante colored risultato positivo ad un test anti-doping nel settembre scorso e sospeso dalla Federazione per otto settimane, mentre il Wba comunicava che Berahino dovesse unicamente ritrovare il peso forma), ecco un nuovo oceano di polemiche.

Il motivo? Ancora una volta lo scottante tema del doping.

In Premier League, infatti, è scoppiato di nuovo il caso doping. A scriverlo per primo è stato il quotidiano ‘Daily Mail’, che afferma come in Inghilterra, oltre al già citato Saido Berahino, ci siano altri dodici calciatori risultati positivi a dei test anti-doping in un lasso di tempo compreso tra il 2012 ed il 2016.

La Federazione inglese, dunque, è costretta ad uscire allo scoperto e, pur non rivelando i nomi del calciatori coinvolti, afferma che nella stagione passata sono risultati positivi in tutto tre atleti, mentre nel campionato 2014-2015 i casi di positività riscontrati sono stati addirittura il doppio.

Di chi la colpa, quindi? Scarsi controlli da parte della FA? Assolutamente no.

Da cinque anni, infatti, la Football Association sta mettendo in atto un ferreo programma volto a stroncare, fra i calciatori, l’uso delle cosiddette ‘droghe sociali’; con questo termine, parliamo di quelle sostanze che, pur essendo illecite (per esempio cocaina o ecstasy) non costituiscono doping vero e proprio.

Nel quadriennio 2012-2016 sono stati svolti circa ottomila test da parte della Federazione e, come detto, sono risultati positivi 13 giocatori (lo 0,17% del totale), ovviamente tutti immediatamente sospesi.

La FA non ne ha mai reso noti i nomi, tanto per un discorso di privacy, quanto, se non soprattutto, allo scopo di favorire i loro programmi di riabilitazione. Generalmente, i club spiegano l’assenza dalle convocazioni con motivi di salute o di scarsa condizione; proprio ciò che è accaduto a Berahino durante gli ultimi mesi della sua permanenza al WBA.

Essendo uno dei pochi organi di governo nel mondo del calcio ad effettuare sui giocatori controlli così mirati, la FA conta di arrivare a 5.000 test a stagione da adesso fino al 2018, rilanciando ancor di più la propria voglia di dire ‘no’ al doping; il modo più intelligente e forte per non tentare di rovinare lo spettacolo del campionato più emozionante del mondo.

Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Carlo Petrini rappresenta senza dubbio una delle figure più controverse del calcio italiano, un uomo capace di essere presente in quasi la totalità degli scandali che hanno coinvolto il mondo pallonaro negli anni ‘70 e ‘80, ma altrettanto capace di scoperchiare il calderone dell’ipocrisia sul nostro apparentemente inattaccabile sistema calcio, facendo venire a galla verità scomode che sono sempre state nascoste dall’omertà dilagante che caratterizza questo sport.

Carlo Petrini nasce a Monticiano (stesso paese di un certo Luciano Moggi) nel 1948, ma le difficoltà familiari lo portano a Genova ad appena 9 anni, al seguito del padre Aldo, che verrà a mancare di lì a qualche anno assieme alla sorella minore. Un’infanzia difficile la sua, ma la svolta sembra arrivare nel 1960 quando il giovane Petrini entra a far parte delle giovanili del Genoa, squadra con la quale 5 anni dopo debutterà non ancora maggiorenne nei professionisti. Dopo la solita gavetta in prestito sui campi di Serie C, con la maglia del Lecce, Petrini torna alla base, gioca benissimo due anni in Serie B che gli valgono la chiamata da parte del Milan di Nereo Rocco. Adattarsi al carattere del Paròn però è molto difficile, specie per Carlo che, come sua stessa ammissione, è un ragazzo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno; la rottura arriva in poco tempo, Petrini dopo una lite con Rocco abbandona di punto in bianco l’allenamento e torna a casa. La rottura a fine stagione è inevitabile, ma le porte della Serie A non sono affatto chiuse, negli anni successivi infatti vestirà le maglie di Torino, Varese, Catanzaro, Ternana, Roma, Cesena, Verona e Bologna. In quest’ultima città però, ormai 32enne, Petrini viene coinvolto nello scandalo scommesse del 1980, il primo grande caso di partite combinate scoppiato in Italia, e verrà squalificato per 3 anni e 6 mesi in seguito alla combine di Bologna-Avellino, poi amnistiati in seguito alla vittoria del mondiale ‘82. Torna per qualche anno a giocare, ma ormai ha fatto il suo tempo, e a 37 anni decide di dire basta col calcio.

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Dopo una carriera ventennale divisa tra A e B, apre una propria società finanziaria, che inizialmente, grazie anche alle enormi conoscenze, va a gonfie vele, salvo invertire la rotta nel giro di poco tempo, costringendo Petrini a farsi aiutare da usurai e criminali che lo mettono alle strette. Non riesce a ripagare i debiti e le pressioni diventano insostenibili. E’ giunto il momento di scappare, si rifugia in Francia.

Per anni non si sente più parlare di lui, fino a quando nel 1995 il figlio Diego, promessa del settore giovanile della Sampdoria, si ammala di tumore al cervello. Ormai le condizioni sono critiche, e prima di morire lancia un appello ai giornali, vuole rivedere il padre, di cui non ha notizie da ormai 6 anni. Attorno a questa vicenda si crea un vero e proprio caso, tutta l’Italia ne parla, ma Petrini ha troppa paura di tornare in Italia, sa perfettamente che la criminalità organizzata lo troverebbe e gli farebbe fare una bruttissima fine. Non vedrà mai l’ultimo respiro del povero Diego.

Sconvolto da questa incredibile vicenda però, decide che è arrivato il momento di parlare, vuole raccontare la sua storia, vuole fare qualcosa di buono per il calcio, lo sport che gli ha dato tanto, ma che nel momento di difficoltà gli ha anche voltato le spalle (come lui stesso dichiarerà). Inizia a lavorare alla sua autobiografia, che verrà pubblicata nel 2000, dal titolo Nel fango del dio pallone. Il libro scritto da Petrini è devastante, parla di un mondo apparentemente dorato, che in realtà nasconde del marcio ovunque, fa nomi e cognomi senza paura, parla dei calciatori morti a causa del doping, parla delle combine, parla di Luciano Moggi, della Juventus e della sua influenza sul calcio italiano.

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I racconti sono agghiaccianti, soprattutto quelli riguardanti il doping. Petrini fa notare ai lettori come un gran numero di calciatori della sua generazione siano morti a causa di gravi malattie, tumore, leucemia, aneurisma, ad esempio Giuliano Taccola, morto nello spogliatoio durante Roma-Cagliari, Beatrice, Longoni, Brignani, Umile, solo per citarne alcuni. Così racconta di come il doping negli anni settanta fosse una pratica comune nel mondo del calcio italiano. Prima di un Verona-Genoa ad esempio, il medico societario si presentò nello spogliatoio con una boccetta piena di uno strano liquido, e con una siringa (specifica non sterilizzata) fece ben cinque iniezioni a cinque giocatori diversi; Petrini sostiene come quel giorno riuscisse a saltare quasi fino al soffitto del tunnel antecedente al campo da gioco, e una volta dentro, dopo qualche minuto, una bava verde iniziasse ad uscire dalla sua bocca e da quella degli altri compagni. L’effetto di questa “miracolosa” siringa durava addirittura oltre cinque ore, lasciandoti però stremato una volta terminato l’effetto, gonfiandoti la lingua “tanto da non riuscire a tenere la bocca chiusa” . Ma racconta anche di quando Giorgio Ghezzi, allenatore del Genoa, utilizzò il secondo portiere, il giovane Emmerich Tarabocchia, come cavia, facendogli bere un intruglio (convincendolo fosse del vino bianco)  prima di un allenamento; tutto bene, fino a quando il ragazzo collassò a terra dopo un’uscita in presa alta, stramazzando al suolo con gli occhi rivoltati.

Probabilmente però il racconto che descrive al meglio la situazione del calcio dell’epoca è quello riguardante la combine di Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980, a suo dire partita combinata, ma per la quale non ci fu nessuna squalifica da parte della giustizia sportiva, in quanto il fatto non sussistesse.

Come racconta, all’epoca la Juventus non navigava in buone acque, così il martedì prima della gara, Roberto Bettega, centravanti juventino, chiamò Beppe Savoldi, giocatore del Bologna, in quel momento in compagnia di Michele Plastino, noto giornalista romano, chiedendo di accordarsi per un pareggio. Il giorno dopo, all’allenamento, dopo qualche evidente telefonata da parte della dirigenza juventina, Riccardo Sogliano, DS del Bologna, convocò tutti i giocatori, compreso lo staff, nello spogliatoio, chiedendo chi non fosse d’accordo a pareggiare l’incontro, perché in tal caso non sarebbe stato convocato. Nessuno disse nulla. Si parlò allora di scommettere, e tutti, tranne Sali e Castronaro, vollero guadagnare qualcosa da questo accordo. I giocatori si rivolsero a Petrini, erano infatti noti i suoi rapporti con Massimo Cruciani, personaggio conosciuto ai tempi della Roma, che aveva un banco di scommesse clandestine, addirittura l’allenatore Marino Perani chiese a Petrini di aggiungere 5 milioni in più da parte sua. Tutto pronto, arrivata la domenica, in ballo c’erano 50 milioni di lire, così prima della partita Petrini parlò nel tunnel con Trapattoni e Causio per confermare l’accordo. Qualcuno, sponda Juve, rispondendo ad una domanda di Petrini disse “non abbiamo avuto tempo di scommettere, ma il colpaccio l’abbiamo fatto due domeniche fa” riferendosi al clamoroso Juve- Ascoli 2 a 3. Entrati in campo, dopo un primo tempo a suo dire ridicolo, i giocatori vennero addirittura presi a pallate di neve dai tifosi tanta la sfacciataggine dell’accordo; nel secondo tempo tutto sembrava andare secondo i piani, ma un tiro senza pretese di Causio, complice un errore di Zinetti (attuale osservatore della nazionale) si insaccò in rete. I giocatori della Juventus sembrava non volessero più rispettare più gli accordi, e Perani per cercare il pareggio gettò nella mischia Petrini. A suo dire gli insulti in campo si sprecavano, fino a quando su un calcio d’angolo Bettega non sentenziò “basta litigare, adesso ci penso io a farvi pareggiare”. Il caso volle però che su quello stesso corner Sergio Brio infilasse la palla nella porta sbagliata, aggiustando il risultato secondo gli accordi.

Il bello però avvenne due mesi dopo, in seguito alla denuncia sulle partite truccate da parte di Trinca e Cruciani. Infatti dopo i famosi arresti negli stadi, quando lo scandalo scommesse ormai imperversava, e stava per colpire anche Juve e Bologna, Petrini ricevette una telefonata, era Giampiero Boniperti. L’allora presidente della Juventus offrì a Petrini ben 200 milioni di lire, depositati in un conto svizzero, per assumersi tutta la responsabilità sulla combine, offerta però declinata prontamente. Allora la seconda proposta: se Petrini avesse convinto Cruciani, con una cospicua somma di denaro pagata dalla Juventus,  a non presentarsi all’interrogatorio su Bologna-Juventus, lo avrebbe aiutato in qualche modo durante il processo. Petrini accettò, e incontrò Cruciani alla porta 5 dello Stadio San Siro; Cruciani accettò la proposta di Boniperti, e non presentandosi al processo, scagionò sia la Juventus che il Bologna.

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Dopo la sua autobiografia Carlo Petrini continuerà a scrivere libri sulla sua esperienza nel mondo del calcio, farà scalpore ad esempio Il calciatore suicidato che racconta la storia di Denis Bergamini, calciatore del Cosenza trovato morto apparentemente schiacciato da un camion. Ci sarebbero tante altre storie alle quali pochi giornalisti sportivi hanno dato importanza, queste a mio modo di vedere sono le più interessanti, che spero facciano rivalutare un personaggio controverso che ha però pagato (a mio modo di vedere) ampiamente il proprio debito con il mondo del calcio, cercando in tutti i modi di ripulirlo.

Un’ultima considerazione, Carlo Petrini non ha mai ricevuto querele per ciò che ha scritto, coincidenze?

Tonina Pantani: “Come ricordo il mio Marco”

Tonina Pantani: “Come ricordo il mio Marco”

La mia emozione nel chiamarla era palpabile, non stavo chiamando una mamma qualsiasi. Stavo chiamando una mamma a cui è stato tolto un figlio senza una verità. La mamma di Marco Pantani ha per anni scelto di non parlare con i giornalisti, Tonina Pantani. Perchè hanno manipolato le sue parole e perchè andavano da lei solo perchè Marco era un boccone succulento da offrire in pasto ai media.

Adesso Tonina non sta più zitta, e cerca la verità, sceglie di parlare lei e di combattere per sapere che cosa “hanno fatto a Marco”. Perchè come tanti, lei è la prima di tutte a dire che Marco non si è fatto male da solo. La magistratura gli ha dato ragione, considerato che da alcune dichiarazioni di pentiti in altri processi, emerse chiaramente che furono manipolate le prove per far perdere il giro a Pantani per non far sbancare le scommesse. Del marzo 2016, per intercettazioni della magistratura.

La nostra conversazione inizia con Marco bimbo che inizia a coltivare la passione della bici. Tonina parla con lucidità e memoria salda: “Marco è sempre stato appassionato di sport, qualsiasi sport, giocava a pallone e andava in bici, nessuno gli ha trasmesso in particolare quella passione, ha scelto lui, quando è diventato grande. Ad un certo punto ha capito che voleva pedalare, che ne voleva fare una ragione di vita, ha lasciato gli studi e ha cominciato a farlo. Noi lo volevamo felice e non ci siamo opposti, solo che io sono una mamma ansiosa, stavo sempre in pensiero per lui, per quello che gli poteva capitare. Mio marito andava a seguirlo, io dovevo lavorare ed era anche meglio che non lo seguivo, viste le paure che avevo. Ogni tanto mio marito tornava senza di lui e io chiedevo dove fosse e lui: “Marco si è fatto male””.

È lei che ti prende per mano, nel bel posto dei suoi ricordi di Marco, dove non viene sfiorato minimamente il personaggio, ma viene raccontato Marco, Marchino, come lo chiama anche Loris, la sua guardia del corpo che gli ha voluto un bene infinito, si è occupato di lui insieme ad altri due angeli custodi che gli hanno voluto bene come fratelli.

È lei che scivola verso il buio dove hanno sbattuto suo figlio.

Marco era un ragazzo solare e socievole, anche troppo, si fidava di gente che lo ha sfruttato. Era schivo, all’inizio, quasi non parlava, ma se capiva di potersi fidare, allora diventava socievole, scherzava e rideva. Quando era diventato famoso con noi era sempre lo stesso, un po’ la pativa, diceva sempre che non poteva nemmeno grattarsi.”.

Il discorso si fa più intenso, più viscoso, il timore è che si tocchino dolori ancora scoperti. Ma una mamma che parla così è determinata a parlare di un uomo che non è andato via. Non è mai andato via.

E arriva il discorso sulle accuse. Su quello che hanno detto di infamante su Marco.

Dicevano che era dopato, ma marco non è mai stato trovato dopato, mai. Gli hanno trovato un ematocrito alto, nel 1999 a Madonna di Campiglio, mentre marco si avviava a vincere il Giro, un valore ballerino che richiede più di un accertamento. In compenso nessuno ha detto che alla seconda analisi fatta nel pomeriggio Marco era a posto. Quella mattina trovarono un valore sballato e però Marco aveva le piastrine normali, per far sballare dei valori basta anche solo togliere una parte solida del sangue con uno stuzzicadenti. La sua fiala fu messa in tasca da chi l’aveva prelevata e non in apposita scatola frigorifera, Marco non era dopato, in compenso tanti già il giorno prima lo aspettavano al varco, come stesse succedendo qualcosa, lui sapeva di essere spesso oggetto di controlli, sarebbe stato uno stupido a doparsi.”.

Arriviamo a quel maledetto 14 febbraio 2004, il giorno in cui Marco viene rinvenuto in una camera d’albergo a Rimini, Tonina non ha dubbi. “Marco non è morto per depressioni o tristezza, perchè si era lasciato andare, niente di tutto questo. Hanno inventato tutto, da madre dico, se voleva farla finita lo avrebbe fatto nel 1999, quando lo hanno massacrato. Marco era tranquillo, triste per quello che gli stavano facendo. Ma uno che vuole farla finita non spende un sacco di soldi in avvocati perchè si ristabilisca la verità. Marco era in guerra, era triste perchè combatteva per la sua innocenza e per le false etichette e forse non ci stava a fare la figura del criminale.”.

Anche sulla famiglia, si disse che non si parlava con i genitori, Tonina è quasi sorridente in maniera amara, quando dice come stanno le cose: “Marco era sempre con noi, era vicino a noi, non c’era stato assolutamente nulla, non avevamo litigato, non eravamo in freddo, vogliono fare in modo da farlo apparire isolato, così appare più facile pensare ad un suo gesto sbagliato e tutto finisce così”.

La battaglia per la famiglia Pantani continua, Tonina è convinta ( e non è l’unica…): “me l’hanno ammazzato, e quando dico così, non dico che l’hanno portato ad uccidersi, me lo hanno proprio ammazzato. E io non sarò tranquilla finchè non verrà fuori la verità, l’ho giurato a Marco e tutti i soldi di Marco li sto spendendo per combattere per la sua verità. Ho sempre detto: Di me dite quello che volete, ma non azzardatevi a toccare i miei figli, me li hanno toccati e ora non sto zitta. Non mi posso permettere nemmeno di star male, non posso, devo star bene finchè tutto quello che riguarda Marco non torni a posto. Adesso la situazione sta andando avanti, almeno sulla verità di Madonna di Campiglio, ma siamo in stallo sulle indagini per la sua morte. Ho pagato sei avvocati e sto spendendo tutto quello che Marco ha lasciato, per lui, glielo devo, troppe persone mi avevano detto che mi avrebbero aiutato, anche giornalisti, poi era solo per strumentalizzare, sai la fama gioca brutti scherzi, hanno usato il suo nome, anche per altre cose, sul doping, non accetto che mio figlio venga paragonato a ciclisti che si dopavano davvero.”.

Loris, la sua guardia del corpo, mi accennò a una generosità infinita di Marco, una generosità che lui taceva perchè non amava il clamore.

Verissimo” dice Tonina, “Marco diede una mano alla famiglia di Fabio Casartelli e ai suoi figli (il ciclista deceduto sbattendo la testa su un muretto nel tour del 1995). Ma anche ad una comunità in zona vicino casa sua, che aiuto ancora adesso io con la mia fondazione onlus, una volta seppero che ero lì, mi venne ringraziare un ragazzo disabile, per tutto quello che Marco aveva fatto per loro. Era compagno d’asilo di Marco. Ma anche aiuti piccoli, dava Marco, era un uomo buono. Una volta mia figlia camminava per Cesenatico, si avvicinò un extracomunitario, disse solo che sapeva che lei era la sorella di Marco e che voleva ringraziarla, Marco l’aveva aiutato per il lavoro. Mio figlio era così, una persona per bene e onesta.”.

Ci lasciamo con un saluto affettuoso, la mia promessa che ci sarò per ogni cosa che Tonina vorrà dire, sempre. Le chiedo se vuole dirmi qualcosa in più, mi dice solo: “no, poi la gente si stufa a parlarne troppo, si è detto quel che si doveva dire”, con la dolcezza tranciante di una mamma.

Le faccio gli auguri per il nipotino. “Hai saputo eh? Si chiama Marco, come lo zio”, e qualsiasi cosa farà, speriamo che Marco sia felice, o sulle orme dello zio, o dovunque voglia andare. Grazie Tonina.