Creare, Costruire, Generare: la Lega degli “eretici” del Tennis

Creare, Costruire, Generare: la Lega degli “eretici” del Tennis

“Sport di qualità al prezzo più basso possibile, ma sport di qualità”, questa è la prima frase che  colpisce.

“No alla politica come sterile rivendicazione di privilegi o collocazione di persone”, questa è la seconda frase.

“Come può essere il simbolo dell’Uisp, nella tessera dello scorso anno, un laccio? Noi dobbiamo essere portatori di libertà e i lacci strangolano”,e questa è la terza frase.

“Dobbiamo tendere al benessere perché siamo egoisti…”

Benvenuti al 14° Convegno Nazionale della Lega Tennis Uisp, forse l’ultimo.

Grande partecipazione e grande attesa sugli sviluppi della convenzione che da un anno regola i rapporti tra la Federazione Italiana Tennis e l’Uisp che la Lega Tennis, un enclave di persone competenti, appassionate e giuste, ha controvoglia dovuto subire vedendo, di fatto, limitate le proprie possibilità di azione con una imposizione di regole assurde limitanti la libera espressione di sé. Solo giocatori mai classificati, tutto l’altro tennis esclusivamente della Federazione Tennis.

Poi vai al Convegno pensando di trovare persone tristi e dimesse e invece trovi guerrieri agguerriti e trovi tanta, tanta voglia di confronto.

Trovi il tennis agonistico. Trovi Camila Giorgi e il suo staff che ha presentato un avveniristico lavoro statistico che con l’aiuto del GPS monitora le azioni di gioco per convertirle in allenamenti estremamente specializzati.

Trovi il Dottor Ahmet Raph Belig che, con una proprietà di linguaggio sconvolgente per un franco/canadese, da esperto chiropratico spiega semplicemente, come chi sa, concetti di difficile comprensione.

Trovi il Dottor Renato Palma fautore e profeta dell’educazione gentile che affronta il problema dell’abbandono da quello scolastico a quello sportivo per arrivare a quello sociale e politico e che spiega serenamente che l’applicazione della forza, fisica o psicologica che sia, non può portare ad altro che a uno scadimento della prestazione di qualsiasi tipo poiché non è la sofferenza ma il divertimento il fine ultimo di qualsiasi apprendimento.

Trovi chi presenta il tennis per ciechi e ipovedenti con una rivoluzionaria pallina che emette un sibilo e trovi Alberto Castellani che spazia tra la musica, il balletto, Che Guevara e Nietzsche.

Trovi una tavola rotonda con Amanda Gesualdi protagonista di un gesto di ribellione definito da molti coraggioso ma in realtà frutto di una profonda coerenza ed etica sportiva.

Questa è la Lega Tennis Uisp. Un esercito di eretici 365 giorni l’anno che mai si faranno piegare dalle imposizioni monopolistiche della Federazione Tennis e che sempre rimarranno liberi di provare, sperimentare, osare.

“Creare, costruire, generare” questo era nell’ultima slide. Qualcuno capirà mai che nello sport, in quello vero, i lacci levano spazi alla creatività? Qualcuno capirà mai che è la creatività che esprime il talento?

Il sistema sportivo italiano incentrato su una visione Conicentrica taglia le ali, inibisce ed è per questo che spesso, e nel tennis è la norma, si va via dall’Italia per raggiungere risultati. Prima lo facevano i giocatori, oggi lo fanno anche i tecnici.

Un enclave come la Lega tennis dell’Uisp è un argine a questo… fino a quando lo permetteranno.

 

 

“Vincere da Grandi”: Lottomatica e Coni regalano un sogno alle periferie

“Vincere da Grandi”: Lottomatica e Coni regalano un sogno alle periferie

Lo Zen di Palermo, Scampia a Napoli, il quartiere Corviale di Roma. Posti che da sempre vengono descritti come luoghi di degrado, senza speranza, lontani dalla normalità a cui tutti noi siamo abituati. Fra i palazzoni di questi rioni, sono soprattutto i ragazzi a crescere in fretta: senza sogni, senza innocenza e con poche prospettive per il futuro. Quando le storie di queste strade consumate ci arrivano agli occhi – ma soprattutto allo stomaco – ci chiediamo sempre se esiste davvero la “formula segreta” in grado di restituire a questi quartieri un po’ di luce, offrendola soprattutto ai giovani che li abitano. È proprio fra le maglie strette di queste vite giovani che nasce il progetto sportivo  “Vincere da Grandi” . L’iniziativa – che ha preso le mosse nel 2015 grazie all’impegno di Coni e Lottomatica  – si propone di far praticare sport senza costi proprio ai ragazzi delle periferie più “malandate” d’Italia. Lo sport insomma, visto come un “bene”alla portata di tutti. Partito il 23 aprile dello scorso anno, il progetto ha coinvolto fino ad oggi circa 800 ragazzi, toccando prima Napoli e poi Palermo, arrivando a Roma lo scorso 12 dicembre: precisamente al Corviale, periferia sud-ovest della Capitale.

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L’iniziativa prevede – in un contesto sportivo ed educazionale di eccellenza – che tutte le attività avviate vengano seguite da tecnici federali e da campioni olimpici che si occupano personalmente dei ragazzi durante i corsi di calcio, atletica, ginnastica ritmica e calcio freestyle: previsti anche percorsi e attività specifiche per i giovani con disabilità. «È stato un progetto nel quale abbiamo sempre creduto e per questo voglio ringraziare Lottomatica e tutte le persone che lo hanno reso possibile. Lo sport viene esaltato nella sua accezione più nobile e vissuto come esperienza di crescita, come percorso formativo capace di far affrancare i giovani dalle problematiche quotidiane. L’iniziativa è motivo di orgoglio e ci fa capire che investire sul sociale è un’idea vincente», ha detto il presidente del Coni Malagò a margine dell’incontro romano, a cui hanno preso parte anche il presidente di Lottomatica Holding Fabio Cairoli e il calciatore della Roma Alessandro Florenzi. Proprio il giocatore si è detto felice di rientrare nel progetto e ha ringraziato Massimo Vallati, responsabile del centro sociale di Corviale. «L’anno scorso volevano bruciare il ‘Campo dei miracoli’(centro sociale, ndr) perché faceva paura. Questo progetto è la risposta a chi voleva chiudere questa esperienza per paura della cultura, dei sorrisi e della energia di questi ragazzi», ha concluso Vallati.

La collaborazione fra pubblico e privato di Lottomatica e Coni conferma dunque la necessità di realizzare progetti di pubblica utilità. Il coinvolgimento di grandi volti dello sport italiano sembra poi essere un modo più che valido per restituire speranza a giovani che nel futuro credono poco e che invece, proprio attraverso l’inclusione sociale e il senso di legalità, rispetto, impiego che le attività sportive trasmettono, possono andare oltre i confini dei loro quartieri. Sognare un mondo diverso, ricco, colorato: non soltanto dal grigio dei palazzoni dentro i quali sono nati e cresciuti.

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Daniele Masala, Presidente Antidoping: “In Italia, positività triplicata”

Daniele Masala, Presidente Antidoping: “In Italia, positività triplicata”

Doppiamo salvaguardare la loro salute e la correttezza agonistica dello sport, questo è la nostra missione e sono convinto che in tal senso la Commissione stia facendo un lavoro accorto nella direzione giusta. Con questo messaggio forte e inconfuntabile si esprime il Presidente del Comitato Antidoping del Coni Daniele Masala, nominato dal presidente Malagò nel novembre dello scorso anno. E’ la storia di un campione pulito e pluri-medagliato a livello europeo, mondiale ed olimpico nella sua disciplina, il Pentathlon, che ha reso celebre con le sue imprese a cavallo tra gli anni settanta e l’inizio degli ottanta culminati con lo straordinario oro olimpico di Los Angeles. Proprio per questo motivo la scelta è ricaduta su di lui sostiene Malagò, “è stato scelto perché volevamo un volto sportivo e romano che avesse una carriera irreprensibile, un vero modello per chi decide di affacciarsi al mondo dello sport agonistico”. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per discutere questo suo primo anno di mandato in un settore chiave come quello del doping.

Buongiorno Daniele, io partirei da un bilancio di questo primo anno da Presidente.

E’ stato sicuramente un anno impegnativo per tutto il comitato che è composto da dieci persone e posso dire che il lavoro è stato molto approfondito e capillare. Purtroppo ha anche evidenziato il triplo delle positività rispetto all’anno passato. E’ una notizia da prendere non troppo negativamente perché testimonia una capacità più alta nel sanzionare chi gioca sporco a tutela di chi rispetta le regole pulite dell’etica.

Sei anche docente all’Università di Cassino dove insegni teoria e metodologia dell’allenamento. C’è nei giovani un’esasperazione del risultato a tutti i costi dovuto a un approccio differente verso la fatica degli allenamenti?

Innanzitutto c’è da dire che l’intensità del training moderno è salita a livello verticale sia fisicamente che psicologicamente aumentando il gap tra l’elite e i dilettanti. C’è chi cerca di colmare questo dislivello con pratiche illecite e il mio lavoro nell’università è teso ad educare i giovani creando prima delle persone e poi degli atleti. C’è da parte loro un grande interesse e un’enorme consapevolezza dovuta ai vari mezzi di informazione il nostro compito è di inculcare nella loro testa che il doping è una pratica che va perpetrata nel tempo per ottenere dei risultati con dei rischi futuri altissimi nel lungo periodo i cui danni possono essere incalcolabili

Una domanda sulle sfumate Olimpiadi romane è inevitabile.

E’ chiaro che col cuore dispiace, ma con la testa mi rendo conto delle difficoltà organizzative pazzesche alle quali saremmo andati incontro. Comunque non c’è da rammaricarsi oltremodo in quanto c’è un terzo punto che nessuno ha preso in considerazione e che riguarda le candidature concorrenti di Parigi e Los Angeles che sembrano molto forti e attrezzate. In quest’ottica posso dire che nessuno ci ha mai garantito che Roma avrebbe avuto sicuramente l’assegnazione definitiva. Personalmente non so se avremmo vinto per cui questo pensiero ci fa smorzare i toni evitando drammi e personalismi che fanno male allo sport nostrano.

Il tuo palmarès di atleta è spaventoso, hai vinto praticamente tutto. Un ricordo  o un emozione che conservi dentro il cassetto?

Beh, ovviamente le vittorie sono tutte ricordi indelebili, ma io di quegli anni ricordo principalmente l’incredibile capacità di allenamento e lo straordinario dinamismo che legava gli atleti della nostra generazione. Avevamo uno strapotere psicofisico che ci permetteva di lavorare per otto ore di fila per poi andarci a divertire la sera a giocare a calcetto, una potenza e una consapevolezza dei nostri mezzi che ci ha permesso di ottenere grandi risultati. Oggi questo aspetto mi manca, mentre le emozioni delle gare sono uniche, ma legate a un momento che altro non era che la risultante di questa straordinaria preparazione.

Il discorso della prevenzione. Quanto è importante entrare nelle scuole e parlare ai giovani prima che sia troppo tardi? Il Coni in tal senso ha già avviato delle iniziative.

il Coni sta facendo la sua parte sulla prevenzione, ma a mio avviso il discorso è più complesso e non va circoscritto al solo ambito scolastico. Il problema è più ampio e complesso e investe in prima persone le famiglie e gli allenatori che hanno aspettative troppo alte e inducono in tentazione i giovani atleti. Il concetto apparentemente innocuo dell’aiutino diventa poi sistema e in tal senso i circoli sportivi rivestono un ruolo fondamentale per gli atleti che trascorrono buona parte delle giornata con i loro formatori. Famiglia, scuola e istruttori sono i tre fattori che, agendo ognuno per la propria parte, possono scongiurare qualsiasi tipo di pratica dopante.

Per un’azione efficace contro il doping non si può prescindere dalle risorse economiche. Come siete messi?

Da questo punto vista devo dare atto al Generale Gallitelli, responsabile della NADO ITALIA dal settembre dello scorso anno, di aver ottenuto molte più risorse che noi stiamo spendendo in maniera mirata grazie ad un’ottima pianificazione strategica senza buttare soldi grazie anche all’accordo quadro tra Coni/NADO e Nas che ci affianca in molte delle nostre attività anche con un notevole lavoro di intelligence.

Domanda da sportivo che seguiva le gare di atletica negli anni ottanta. A quell’epoca si vinceva con Cova, Antibo, Simeoni e Masala. Oggi non siamo più competitivi. Perché?

E’ vero oggi non siamo più tanto competitivi, ma non esagererei; secondo me è un problema generazionale. E’ cambiata la società e nell’atletica, che si inizia a fare seriamente in età post-adolescenziale  a differenza di nuoto e ginnastica che vanno iniziate in età precoce, molti ragazzi ai tempi d’oggi hanno già fatto le loro scelte unito al fatto che le distrazioni e i momenti di intrattenimento odierni sono un deterrente sensibile, cosa che i vari Cova & company all’epoca non avevano facendo dello sport una ragione di vita. La federazione può poco in tal senso, c’è da chiedersi perché oggi ad un quindicenne non passa nemmeno per la testa di fare atletica, è questo il problema. Ritornerei a un problema di cultura sportivo/agonistica che stenta a decollare.

Per chiudere due domandine veloci: da grande che farai? Che consigli dai oggi a un ragazzo che crede nei valori puliti dello sport?

Da grande continuerò a fare quello che sto facendo, è appena uscito un nuovo libro e sto lavorando allo script di un programma televisivo, sto mettendo a punto un’enciclopedia on-line e poi vorrei anche dedicare un po’ di tempo in più a me stesso. Ai giovani che si affacciano allo sport dico due cose: divertitevi e fate sport col sorriso sulle labbra come ho fatto io, mentre l’altra è una massima del mitico De Coubertin “lo sport è un diritto di ogni uomo e di ogni donna e la sua mancanza non verrà mai compensata”.

Barriere stadio Olimpico, perché l’Osservatorio dice inesattezze?

Barriere stadio Olimpico, perché l’Osservatorio dice inesattezze?

“Chi siete? Cosa fate? Cosa portate? Un fiorino!”. Non ci resta che piangere calzerebbe a pennello per descrivere in poche battute l’elefantiaca, e a tratti tragicomica, situazione che avvolge la gestione dell’ordine pubblico allo stadio Olimpico di Roma. E sì che nelle ultime settimane qualcosa sembrava muoversi; dopo le dichiarazioni di giocatori attuali e del passato in casa giallorossa, che auspicavano un ritorno alla normalità nelle curve della Capitale, anche il presidente del Coni, e quindi gestore dell’Olimpico, Giovanni Malagò, lo scorso mercoledì si è espresso con fermezza: “È un dato di fatto che, al di là dei pochi spettatori presenti allo stadio Olimpico, non solo non c’è stato un incidente ma neppure un mezzo problema, sia dentro che fuori all’impianto. Nella vita quando tu dimostri di essere serio, capace e per bene, meriti anche di avere fiducia”, aggiungendo come la questione sia “in fase di risoluzione”.

Dichiarazioni in totale contrasto con l’intervista alla presidentessa dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, Daniela Stradiotto, pubblicata nella stessa giornata all’interno della rubrica Spy Calcio di Repubblica. La numero uno dell’organo ministeriale (che teoricamente avrebbe soltanto un potere consultivo, mentre in pratica dispone, ormai da quasi un decennio, divieti e limitazioni su base geografica e meramente burocratica, vedasi interdizioni per innocui strumenti di tifo come tamburi e megafoni) ha inizialmente sottolineato come “non esista alcuna vessazione nei confronti dei tifosi di Roma e Lazio”, continuando con il leitmotiv degli ultimi mesi (imbracciato a più riprese dall’ex Prefetto Gabrielli e dal Questore D’Angelo): “Si sta compiendo un percorso di legalità, quando verrà terminato e le tifoserie dimostreranno maturità le barriere verranno abbassate”. Verrebbe da chiedere se durante questo percorso ci si è accorti che l’unico obiettivo centrato è lo svuotamento dello stadio e un malcontento generale che accomuna in maniera trasversale società, tifosi e buona parte del carrozzone calcistico? Non si capisce come si faccia a negare la persecuzione del tifo organizzato romano. Forse alla Dott.ssa Stradiotto sfuggono innumerevoli ed eloquenti episodi: le interminabili e pericolosissime code di Roma-Real Madrid, le multe per striscioni raffiguranti icone della cultura popolare come Sordi e Proietti, le multe per il cambio posto. Oltre che le palesi provocazioni di Roma-Siviglia e Roma-Juventus, le minacce di Daspo ai tifosi che rimasero fuori dallo stadio per Roma-Sassuolo tifando pacificamente e molteplici episodi di questo genere. Ma soprattutto: se una parte di tifosi romanisti è rientrata, se buona parte della Nord laziale è tornata al proprio posto, se i settori popolari si sono a più riprese riempiti, senza che nulla sia mai accaduto sotto il profilo dell’ordine pubblico e se chi boicotta l’Olimpico riempie solitamente i settori ospiti non arrecando danni e problemi perché le barriere non vengono tolte ma continua a esser ripetuta la formula scolastica “se fate i bravi vi togliamo i divisori” senza una conseguenza pratica?

Perché viene utilizzato un sistema punitivo di massa, anziché quello, teoricamente contemplato da ogni democrazia, del “chi sbaglia paga”? Si reprime ciecamente per eliminare ogni forma di dissenso, incentrando la propria attenzione sul risvolto sociale e aggregativo della curva e non certo su fumogeni e scavalchi. Che tuttavia vengono ancora utilizzati come giustificazione, nonostante la favola dei 3/4.000 “saltatori seriali” a partita sia stata più volte smontata. “Il caso dell’Olimpico è particolare: in curva c’erano oltre 11 mila persone compatte e tutto si faceva tranne incitare la propria squadra: spaccio, droga e attività illecite. Quindi l’autorità di pubblica sicurezza ha dovuto prendere dei provvedimenti, perché non è possibile occupare la scala di sicurezza“. Oltre a non capire il collegamento tra l’occupazione delle scale di sicurezza e l’eventuale svolgimento di attività illecite, viene da chiedersi come sia possibile che tali attività avvenissero in un posto iper sorvegliato da telecamere e agenti di polizia. Sarebbe interessante, da parte degli organi preposti, avere un documento che enumeri gli arresti o le denunce per succitati reati, contestualmente alle partite di Roma e Lazio. Perché gettare questi concetti nel vuoto, può dare l’idea di voler per forza ingrossare lo stereotipo del tifoso curvaiolo, per giustificare delle operazioni il cui insuccesso è sotto gli occhi di tutti. Se c’erano “11.000 persone compatte” a foraggiare queste attività, stiamo parlando di una vera e propria associazione a delinquere. Veramente avveniva questo nelle curve della Capitale? E veramente per anni le istituzioni lo hanno permesso? Il problema è che la Dott.ssa Stradiotto, e come lei i tanti che hanno appesantito leggi repressive e restringenti in fattore di manifestazioni sportive, non è un’appassionata di calcio (per sua ammissione in un’intervista che coincise con il suo insediamento all’ONMS) e di conseguenza difficilmente avrà messo piede in uno stadio. Un po’ come far riparare una tubatura a un fornaio.

Gli spettatori – continua nell’intervista –  debbono adeguarsi e capire che bisogna sedersi ai propri posti così come si fa al teatro o al cinema. Solo il prefetto e il questore conoscono la realtà del posto sotto l’aspetto della sicurezza”. E perché mai lo stadio dovrebbe essere come un teatro o un cinema? Mentre in tutta Europa si cerca di adibire settori dove i supporter possano tifare con strumenti da noi vietati da anni, in Italia si vuole trasformare uno sport popolare in uno show business regolato da paletti burocratici. La maggior parte dei tifosi pagano il biglietto proprio per far parte di questo spettacolo fatto di cori, colori e un po’ di sana confusione (ciò non vuol dire che gli eccessi non debbano essere puniti, ovvio che la violenza vada sempre e comunque arginata e stigmatizzata. Sebbene negli ultimi anni incidenti ed escandescenze abbiano subito un drastico calo). Questa frase è molto più chiara di quanto sembri: l’obiettivo è disarticolare e sciogliere qualsiasi forma di tifo folkloristico. Quando questo può assolutamente convivere con il rispetto delle regole e senza barriere. Cosa peraltro teorizzata dall’Osservatorio stesso nella sua “famosa” task force, erroneamente invocata da Gabrielli e D’Angelo per giustificare l’apposizione dei divisori, “e in un progetto dal nome eloquente: “Stadi senza barriere”

Il modello – ha concluso la Stradiotto – è quello dello Juventus Stadium. Tuttavia in Italia c’è una pluralità di standard negli stadi e spetta a Comuni e società adeguarsi“. La pluralità di standard, in soldoni, altro non è che la libertà di tifare in piedi, con bandiere, striscioni, cori e colori che hanno reso il calcio italiano celebre in tutto il mondo. Questa pluralità ha un altro nome: normalità. E non è un caso se soltanto a Roma se ne avverte la mancanza. Anche lo Juventus Stadium, citato dalla presidentessa come modello, fa parte di questa normalità. Basta vedere una qualsiasi partita dei bianconeri per notare come, giustamente, la curva si produca nel classico tifo all’italiana che a Roma viene concepito alla stregua del peggior crimine contro l’umanità. Si vuole portare il modello Juventus Stadium nella Capitale? Ne sarebbero tutti ben contenti, vorrebbe dire poter tornare a fare i tifosi senza esser chiamati “delinquenti”. Perché per la delinquenza ci sono leggi apposite da applicare. Senza bisogno di retorica e di forzare dati non veritieri affinché diventino reali.

Per ora ci si limita a carpire il clima che attanaglia la città in tal senso. E per farlo basta chiudere con l’episodio avvenuto a un tifoso del Trastevere Calcio (Serie D) qualche settimana fa, durante la partita contro l’Agropoli: il ragazzo, che peraltro lavora presso una parrocchia di zona, è stato fatto oggetto di sanzione pecuniaria (da 1000 a 5000 Euro) e denuncia per “vilipendio a un corpo dello Stato” dopo aver intonato il coro “Redaelli pezzo di m…”. Tale Redaelli, nella fattispecie portiere della compagine trasteverina e amico del tifoso, è passato alle orecchie dei funzionari presenti come “Gabrielli”, facendo scattare il provvedimento. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, pensando a un Paese che, dalla politica ad alcuni esimi personaggi istituzionali, di vilipendio ci vive quotidianamente. Ma, a quanto sembra: “Non esiste nessuna vessazione nei confronti dei tifosi romani”.

Barriere Stadio Olimpico, interviene Malagò: “Fiducia ai tifosi”

Barriere Stadio Olimpico, interviene Malagò: “Fiducia ai tifosi”

La questione Stadio Olimpico è diventata oramai l’hot topic nella Capitale, e non solo, ogni volta che si parla di calcio a Roma. Le famigerate barriere introdotte ad inizio dello scorso anno hanno creato un clima di malcontento diffuso anche tra coloro che non frequentano la Curva. Sentimento ingigantito anche dai disagi sofferti dalle persone che si accingono ad entrare all’interno dell’impianto di proprietà del Coni.

Una disposizione ritenuta da molti ingiusta che ha portato ad un calo drastico delle presenze, in primo luogo nella parte più calda del tifo, e ad una situazione fuori controllo per quanto riguarda la gestione dell’afflusso (minimo) di spettatori. Le lamentele, però, non arrivano solo dal “popolo” ma anche dai piani dirigenziali delle due squadre romane che hanno visto un crollo degli introiti provenienti da abbonamenti e biglietti.

Oggi, ad intervenire sulla questione, è stato il numero uno dello sport italiano Giovanni Malagò che, per un momento, ha abbandonato la faccenda Roma 2024, ancora non digerita, per rilasciare un commento in merito all’affaire Olimpico. In occasione della presentazione del test match di rugby contro la Nuova Zelanda, Malagò in riferimento alle barriere si sente convinto che la soluzione sia vicina, dopo tanto parlare. Ci tiene poi a sottolineare la sua non ingerenza nella decisione eventuale della rimozione delle stesse ma vuole evidenziare come, in assenza di incidenti sia all’interno che all’esterno dello Stadio, bisognerebbe dare fiducia ai tifosi, togliendo il fatto che le scarne presenze durante le partite sono un problema che non può essere ignorato: “…è un dato di fatto che, al di là dei pochi spettatori presenti allo stadio Olimpico, non solo non c’è stato un incidente ma neppure un mezzo problema, sia dentro che fuori all’impianto. Nella vita quando tu dimostri di essere serio, capace e per bene, meriti anche di avere fiducia“. Questa la chiosa finale che se da un lato rappresenta una difesa verso i pregiudizi sui tifosi, dall’altro sembra voler rilanciare una frecciata verso un sistema ritenuto da lui stesso aprioristico adottato dal Comune nella candidatura di Roma alle Olimpiadi.