FK Qarabağ: fuga da Ağdam, l’Hiroshima del Caucaso

FK Qarabağ: fuga da Ağdam, l’Hiroshima del Caucaso

Sfogliando la lista delle partecipanti alla Champions League ci si imbatte nel nome del FK Qarabağ nel Gruppo C con Chelsea, Roma e Atlético Madrid. Squadra semisconosciuta al grande calcio, nasconde una storia straordinaria, fatta di sofferenza e desiderio di riscatto.

Il Futbol Klubu Qarabağ Ağdam è, infatti, la società calcistica di Ağdam, città fantasma distrutta e depredata nel corso della guerra del Nagorno Karabakh. È il 1991, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, il 30 agosto l’Azerbaigian dichiara l’indipendenza. Il 2 settembre l’Oblast’ di Nagorno Karabakh, regione del Caucaso meridionale, in cui fin dal 1988 sono in corso violenze interetniche tra la maggioranza armena e la popolazione azera, vota per la costituzione di una nuova entità autonoma. Il 6 gennaio 1992 viene proclamata la Repubblica di Nagorno Karabakh e a fine mese cominciano le offensive azere nella regione per riaffermare il principio di integrità territoriale.

I conflitti e le brutalità perpetrate nel tempo sfociano in una guerra aperta che porta a più di 30mila vittime e a circa mezzo milione di sfollati. Durante il conflitto Ağdam, data la sua posizione nella pianura ai piedi delle montagne del Karabakh, assume una posizione strategica di fondamentale importanza. Da qui partono le offensive azere contro la capitale degli indipendentisti armeni, Step’anakert, a 26 km distanza, sui rilievi del Caucaso.

Per tutto il 1992 la città di Ağdam viene sottoposta a un massiccio bombardamento da parte delle forze armene. Molti dei giocatori del FK Qarabağ, alla prima stagione nel campionato dell’Azerbaigian indipendente, la Premyer Liqası, si ritirano per combattere. L’İmarət stadionu continua ad ospitare gli incontri in casa nonostante il fragore delle bombe a pochi chilometri di distanza. Una notte dello stesso anno, il centro di allenamento del club viene colpito. I giocatori ripuliscono il campo dai detriti ed effettuano la loro seduta giornaliera. La volontà di resistere ad ogni costo è forte e questo spirito si incarna nella figura dell’allenatore ed ex giocatore del Qarabağ, Allahverdi Bagirov, che si arruola nell’esercito azero, diventando comandante di battaglione. Muore nel giugno del 1992, quando il suo fuoristrada passa su una mina anticarro. Proclamato eroe nazionale dell’Azerbaigian, il suo ricordo riecheggia tuttora negli striscioni dei tifosi. Nel 1993 l’offensiva armena si fa incessante. La squadra continua a giocare ad Ağdam fino a due mesi prima della resa definitiva, che arriva il 23 luglio 1993, dopo una pioggia di fuoco durata per settimane. I soldati armeni entrano in una città deserta, già abbandonata dai circa 60mila abitanti. Distruggono e depredano tutto. Ağdam diventa l’Hiroshima del Caucaso, un cumulo di macerie presidiato dai cecchini. Nei bombardamenti viene distrutto anche l’İmarət stadionu, impianto storico e tempio del FK Qarabağ sin dal 1952. Dieci giorni dopo la caduta della città, la squadra si laurea campione d’Azerbaigian, battendo 1-0 il Xəzər Sumqayıt in finale. Nessun festeggiamento, i giocatori si recano subito a cercare amici, compagni e familiari tra le vittime e le migliaia di rifugiati. Inizia l’esilio del club.

La società, fondata nel 1951 come Qarabağ, esordisce tra i professionisti con un quarto posto nel 1966 sotto il nome di Mehsul. Dopo il 1968 si ritira per bancarotta fino alla rinascita del 1977 con la denominazione di Shafaq, dal 1982 unica squadra di Ağdam. Nel 1988 il Qarabağ, ripreso il nome attuale, vince il campionato della Repubblica Socialista Sovietica Azera. Il club è contraddistinto fin dalle origini da una fortissima identità regionale. Prima della guerra tessera solo giocatori locali, diventando simbolo di unità a livello comunitario. Con il crollo della città, il Qarabağ si trasferisce nella capitale azera di Baku. Per anni i profughi dei centri al confine con il Nagorno Karabakh partono sui bus per seguire quella squadra ormai lontana che ancora sentono propria. Nel 1996-1997 il Qarabağ fa il suo esordio nelle competizioni europee, eliminato nel turno preliminare di Coppa delle Coppe dalla formazione finlandese del MyPa. Nel 2001, il club viene acquistato dalla Azersun Holding dei fratelli Abdolbari e Hassan Gozal, con l’approvazione dall’ex presidente dell’Azerbaigian, Heydər Əliyev. Per un periodo gioca al Guzanli Olympic Complex Stadium, a sei chilometri da Ağdam. Edifici fatiscenti a poca distanza da distruzione e radici, ma che non sono più all’altezza delle nuove ambizioni di un club in costante crescita. Si sposta così allo stadio Tofiq Bahramov di Baku. Vince per quattro volte consecutive il titolo di Campione d’Azerbaigian dal 2013-2014 al 2016- 2017 e disputa i gironi di Europa League nel 2014-15, 2015-2016 e 2016-2017. Poi quest’anno arriva l’impresa. Battuti i georgiani del Samt’redia e i moldavi dello Sheriff Tiraspol, sconfigge agli spareggi di Champions League i danesi del Copenaghen.

L’andata a Baku è in un’atmosfera infuocata, vittoria per 1-0 tra il tripudio di 31.250 spettatori. Per le partite del girone, la squadra cambia sede ancora una volta. Gioca nel moderno impianto del Baku Olimpiya Stadionu, nel quale esordisce contro la Roma dinanzi a 67.200 spettatori il 27 settembre 2017. Il Qarabağ è molto più che una semplice società di calcio per le migliaia di sfollati da Ağdam e per tutto il popolo azero. È memoria e orgoglio di una terra perduta, tuttora militarizzata in una condizione di guerra perenne.

Milan: lo strano caso (e i debiti) di Yonghong Li. Il cinese che cerca i soldi negli Stati Uniti

Milan: lo strano caso (e i debiti) di Yonghong Li. Il cinese che cerca i soldi negli Stati Uniti

Che Yonghong Li sia un personaggio a dir poco misterioso oramai, per usare un gioco di parole, non è neanche più un mistero. Sono mesi che ci si interroga su chi sia il nuovo presidente del Milan e soprattutto di quale disponibilità finanziarie possieda per far fronte agli impegni. Nonostante, fino ad oggi, tra i presidenti delle società di serie A sia stato quello che ha speso di più: oltre 200 milioni di euro per allestire la rosa da mettere a disposizione di Montella. Ma con il Milan che dopo 8 partite ne ha perse già 4, sono sempre di più quelli che si chiedono se i soldi siano stati spesi bene, oppure al contrario male. Molto male. Una valanga di denaro che tra l’altro non è ancora chiaro come mister Li abbia potuto accumulare. Nonostante un patrimonio personale da lui dichiarato ma fino ad oggi mai smentito di 500 milioni di euro.

E le indiscrezioni che vorrebbero, dietro al nuovo presidente del Milan, persino la China Huarong, un colosso nazionale dell’asset management. Ma considerando il fatto che per comprare il Milan ed effettuare l’ultima parte del closing con la Fininvest ha dovuto chiedere un prestito da 300 milioni di euro agli americani del fondo Elliott. La domanda sorge da sé:  come può spendere 200 milioni uno che ne ha presi a prestito 300 e al tasso d’interesse proibitivo dell’11%? Perché di questo si tratta: mister Li ha speso una valanga di soldi dopo averne chiesti altrettanti se non di più al Fondo Elliott. Come è stato possibile? Questa estate se lo domandò anche il presidente giallorosso James Pallotta il quale, arrivò persino ad affermare che il Milan non aveva i soldi e prima o poi ne avrebbe pagato le conseguenze. Di quali conseguenze stesse parlando Pallotta non è chiaro ma intuibile: vale a dire del rischio da parte della Rossoneri Investment (la società che fa capo a Yonghong Li e che detiene la quota di maggioranza della società rossonera) di dover cedere l’intero pacchetto al Fondo Elliott in caso di mancato rimborso del prestito da 300 milioni.  Che necessariamente dovrà avvenire entro il 15 ottobre del 2018 insieme al rimborso delle obbligazioni “parcheggiate” alla borsa di Vienna (che sarebbero finiti in pancia alla società Project RedBlack che altro non sarebbe che una “società veicolo” di Elliott). A quanto pare sembra che sia già partita la caccia per un rifinanziamento del debito. E proprio a questo scopo sarebbero partiti da un paio di mesi i contatti con diverse multinazionali bancarie per poter ottenere i fondi.

In cima alla lista dei possibili partner ci sarebbero proprio due tra le principali banche americane: vale a dire Goldman Sachs (che ha già finanziato sia l’Inter che la Roma) e Bofa-Merryll Linch. Per il Milan starebbe lavorando come riporta anche il Sole 24 Ore, l’avvocato Agostinelli dello stadio legale Gattai-Minoli-Agostinelli. Lo schema di finanziamento sarebbe quello già proposto e utilizzato che passa per la creazione di una società emittente di bond, alla quale vengono ceduti assets in grado di generare risorse da concedere in pegno alla banca finanziatrice. La quale, potrebbe essere appunto proprio Merryl Linch. Ma il condizionale è d’obbligo, perché al momento sul piatto non pare esserci nulla di certo. E che potrebbe succedere se l’operazione non andasse in porto entro l’ottobre del 2018? In quel caso lo scenario più probabile sarebbe sempre lo stesso: che gli americani del fondo Elliott entrino nell’immediato possesso delle quote del Milan date in pegno dalla società di Yonghong Li.  Ce la farà mister Li a ripagare mercato e finanziatori di tutti i soldi presi a prestito?

Napoli, Juventus e Inter: chi la vera favorita per lo scudetto?

Napoli, Juventus e Inter: chi la vera favorita per lo scudetto?

Emettere delle sentenze fin da ora sarebbe da stolti, ma sette giornate sono sufficienti per fare le prime previsioni sullo sviluppo della Serie A in corso. Le statistiche si consolidano, gli episodi si trasformano in trend e i quesiti si moltiplicano di pari passo con l’evoluzione del rendimento delle venti squadre in gioco. Uno su tutti rappresenta al momento la classica domanda da un milione di dollari: chi è la vera favorita per la vittoria dello scudetto? Numeri alla mano, sembrerebbero esserci pochi dubbi. Il Napoli, reduce dal settimo successo in sette giornate, guida la classifica con 21 punti su 21 disponibili, ha il miglior attacco (25 reti, 3,5 a partita), un gioco entusiasmante ed un’apparente semplicità nel dominare gli avversari.

Eppure i dubbi ci sono, e sono tanti. Perché la Juventus, nonostante abbia rallentato una marcia finora perfetta nel rocambolesco 2-2 di Bergamo, è pur sempre la corazzata che ha dominato gli ultimi sei campionati. E l’Inter, seppur balbettante a più riprese, ha portato a casa gli stessi punti dei bianconeri (19) e ha la miglior difesa del torneo (3 gol subiti, 0,42 a partita). Insomma, dare una risposta certa alla grande domanda non è per niente semplice, ma il margine è sufficiente per fare qualche valutazione.

Partiamo da un presupposto: nessuna delle tre ha affrontato un calendario particolarmente difficile. Il Napoli ha sconfitto in 5 casi su 7 delle formazioni che occuperanno con ogni probabilità la seconda parte della classifica, incontrando le uniche vere difficoltà con l’Atalanta (in casa) e la Lazio, umiliata all’Olimpico grazie ad un 1-4 che rappresenta allo stato attuale la prova di forza più significativa della banda di Sarri. Simile il destino della Juventus, il cui calendario si è complicato solo nelle ultime due giornate con il derby torinese vinto nettamente e il già citato pareggio di Bergamo. Se possibile, il percorso dell’Inter è stato ancora più semplice: quattro delle sette avversarie incontrate finora si trovano nelle ultime sei posizioni della classifica, ma la vittoria di Roma contro gli uomini di Di Francesco è un chiaro segnale delle potenzialità della banda di Spalletti, estremamente cinica e fortunata al punto giusto contro ogni tipo di avversario. Insomma, le indicazioni, legate al gioco espresso (il Napoli), alla sopportazione delle enormi pressioni (la Juventus) e al pragmatismo solito di chi vince i campionati (l’Inter), ci sono, e rimarcano un elemento: il gap preoccupante tra le squadre più forti (soprattutto Napoli e Juventus) e le altre si è ampliato ulteriormente, rasentando il ridicolo nei casi più estremi.

Di conseguenza, l’individuazione della vera favorita al titolo passa anche attraverso due aspetti alternativi al calendario: l’andamento negli scontri diretti e il percorso nelle coppe europee. Sul primo è difficile esprimersi, ma le vittorie esterne di Napoli e Inter contro Lazio e Roma hanno il loro peso, e il prossimo turno darà diverse risposte grazie a Juventus-Lazio, Roma-Napoli e Inter-Milan, decisive anche per comprendere se la lotta scudetto riguarderà tre o più squadre. Sul secondo punto, invece, si può fare qualche considerazione in più. L’assenza dalle coppe è indubbiamente un elemento a favore della Beneamata, ma non sarà questo a farne la candidata principale. Napoli e Juventus, impegnate in Champions al pari della Roma, dovranno lasciare per strada tantissime energie e far affidamento sulla bontà delle alternative in panchina e il conseguente turnover, mai digerito granché da Sarri, anche in questo molto diverso da Allegri. Il Napoli, tuttavia, sembra aver cerchiato col rosso questa stagione e punta tutto sulla vittoria di un titolo che manca da 27 anni. Un po’ come la Juventus con la Champions League, spauracchio maledetto dal 1996.

Potrebbe essere questo, più di tutto, a fare la differenza tra le due che hanno dato finora le maggiori garanzie: entrambe lotteranno su più fronti, ma il Napoli sembra credere nello scudetto come non mai, mentre la Juventus ha un’altra priorità. Sarà sufficiente per riportare il titolo al San Paolo? Si può ipotizzare, seppure questa stagione sia troppo lunga per avventurarsi oltre. Un’eliminazione prematura dalle coppe di una delle due e la minaccia incombente delle varie Lazio, Roma e Milan potrebbero spostare gli equilibri e smentire qualunque previsione. Poi c’è l’Inter, la solita pazza Inter. Ha gli stessi punti della Vecchia Signora, insegue i partenopei a due sole lunghezze e ha la miglior difesa del campionato, tra le migliori in Europa. In questo momento sembra avere meno probabilità di trionfare rispetto alle altre, ma non si sa mai: finché i palloni degli avversari si scontreranno con i pali e quelli dei nerazzurri finiranno nella porta giusta al momento giusto, tutto sarà possibile. Anche smentire i pronostici, e i pochi convinti che ci sia già una sentenza da commentare.

Da Gil a Wanda Group, l’Atletico Madrid è tutto tranne che un Miracolo Sportivo

Da Gil a Wanda Group, l’Atletico Madrid è tutto tranne che un Miracolo Sportivo

Quando si parla di Atletico Madrid, si apprezza il fatto che i colchoneros riescano sempre in patria a battersi con due colossi economici e sportivi come Real Madrid e Barcellona, riuscendo in qualche occasione anche ad avere la meglio e a sottrarre a questi due potenze lo scettro di Campione di Spagna come accadde nel 2015. Non solo, in Europa l’Atletico ha raggiunto traguardi importantissimi conquistando due finali Champions in 4 anni e  vincendo anche due Europa League e una Supercoppa europea. Risultati incredibili per una società che solo 17 anni fa retrocedeva in Segunda Division ed era sull’orlo del precipizio finanziario a causa della scellerata gestione dell’allora presidente Jesus Gil. Molti hanno parlato di un miracolo ma, analizzando più o meno a fondo la storia recente del club di Madrid, capiremo che non è cosi. Anzi, l’Atletico Madrid sta diventando ogni anno che passa una vera e propria potenza finanziaria grazie al patron Cerezo, ma soprattutto, al nuovo socio di minoranza, il Gigante cinese Wanda Group.

Da Gil alla Doyen- Nel 2000 la situazione economica dell’Atletico Madrid era disastrosa. Retrocesso nella seconda divisone spagnola, l’Atletico, anche dopo la morte del presidente Gil e l’arrivo di Cerezo come patron del club, vide notevolmente aumentare il proprio debito e assottigliarsi le possibilità di crescita. Il debito dell’Atletico ammontava a 514 milioni di euro, di cui circa 215 milioni nei confronti del fisco spagnolo. Qui arriva la prima svolta nella storia recente del club: nell’estate del 2011 vengono ceduti i migliori giocatori come Aguero (venduto  al Manchester City per 45 milioni) che sommate alle altre cessioni permettono all’Atletico di incassare più di 80 milioni di euro. Sembra inevitabile il ridimensionamento ma il club rilancia investendo ben 90 milioni sul mercato per prendere giocatori del calibro di Radamel Falcao dal Porto per 40 milioni. Un rilancio inaspettato che può essere spiegato solo in un modo : la collaborazione con la Doyen Sport di cui abbiamo già parlato molte volte qui su Io Gioco Pulito. Il fondo Doyen era una TPO (Third party ownership) che ultimamente la FIFA ha deciso di mettere fuori legge nel calcio. Ecco cosa succedeva: l’Atletico comprava Falcao per 40 milioni di euro. Di questi 40 solo una parte era pagata dall’Atletico che poteva usufruire di un anticipo per l’acquisto da parte della Doyen, che però in cambio richiedeva  il 55% dei diritti di registrazione del calciatore. Questo voleva dire che al successivo trasferimento il 55% della somma incassata dall’Atletico sarebbe andata direttamente nelle casse della Doyen Sport. Un metodo che è stato usato anche nel caso della cessione di Diego Costa al Chelsea. In quel caso fu proprio il presidente Cerezo ha dichiarare che dei 38 milioni solo la metà sarebbero stati incassati dal club iberico.  Un metodo che ha permesso all’Atletico di mantenersi ad alti livelli, riuscendo anche a risanare il bilancio, grazie anche alle continue partecipazione alla Champions e alle vittorie in campo internazionale e non solo. Un metodo nebuloso che ha destato grandi polemiche e di cui poi la Fifa si è dovuta per forza occupare.

Arriva Wanda – Nel Dicembre 2014 la Fifa mette definitivamente al bando le TPO e l’Atletico è costretto a cambiare strategia. Essendo riuscito a limitare di molto il debito con il fisco portandolo ad 80 milioni, l’Atletico diventa comunque una società appetibile e attrae l’attenzione di un importantissimo investitore cinese Wang Jianling proprietario del gigante cinese Wanda Gruop. Wang Jianling è l’uomo più potente di Cina con un patrimonio stimato sui 38 miliardi di dollari ed è anche uno dei collaboratori più stretti del Governo Cinese per quanto riguarda la sviluppo del calcio cinese nel mondo. Il primo Aprile 2015 Wanda Gruop entra ufficialmente nell’Atletico Madrid con il 20% delle quote. Per capire la potenza del Gruppo Wanda, basti pensare che nello stesso tempo ha deciso di rilevare Infront (detentrice dei diritti Tv in Italia) e di stringere una partnership con la FIFA con l’obiettivo di sviluppare il movimento calcio in Cina e magari riuscire a portare in Mondiali lì nel 2030. I vantaggi per l’Atletico grazie a questo nuovo socio sono tangibili: dopo l’acquisizione del 20% delle quote Wang ha subito avviato il progetto per potenziare le Academy dell’Atletico, con la costruzione di nuovi impianti all’avanguardia, con un investimento da 30 milioni di euro, con lo scopo di portare in Spagna 90 giovani calciatori cinesi e gettare le basi per costruire la nuova nazionale cinese. Dopo l’ingresso in società del Wanda Group è diventato molto intenso anche il rapporto tra l’Altetico Madrid ed il Guangzhou, squadra cinese di proprietà del gruppo, portando ulteriori fondi nelle casse dei biancorossi con operazioni di mercato al quanto creative. Una su tutte quella che portò Jackson Martinez dall’Atletico Madrid al Guangzhou per ben 42 milioni di euro. Una cifra spropositata per un giocatore che era finito ai margini del progetto tecnico di Pablo Simeone. Soldi freschi che servono quindi ad aiutare le casse societarie che intanto, grazie ai grandi risultati sul campo, crescono sempre più. Se infatti prendiamo la classifica per fatturato dei club europei stilata da Deloitte per la stagione 15-16, l’Atletico Madrid è in netta ascesa con un incremento di ben 60 milioni rispetto ad un anno prima.

STADIO NUOVO – A conclusione di un processo di crescita così importante non poteva che esserci la costruzione del nuovo stadio di proprietà, il Wanda Metropolitano. Una struttura iper-moderna e tecnologica, molto simile all’Allianz Arena, che sorgerà alla Peineta (17 km dal Vicente Calderon) e sarà più grande (da 54mila a 66mila posti, 7.500 dei quali Vip), moderna e lussuosa, con sauna e piscina negli spogliatoi. Per ora prende ovviamente il nome del gruppo cinese ma si sta lavorando per poter vendere i naming rights a qualche altro sponsor per poter massimizzare i guadagni su un’investimento così importante. Il recente blocco del mercato imposto all’Atletico Madrid per aver infranto il regolamento sulla compravendita di calciatori di età inferiore ai 18 anni è sembrato solo un intoppo nel percorso di crescita esponenziale del club. Una sanzione del genere per club “normali” sarebbe stato un colpo ferale, mente per una società come l’Atletico che ormai si appresta ad entrare nel Gotha dei club più ricchi del mondo è stato solo un semplice rallentamento che forse, può aver facilitato anche il lavoro di un grande tecnico come Simeone. Tutto questo quindi a conferma che l’Atletico Madrid può essere considerato tutto tranne che un miracolo sportivo, perché alle sue spalle negli ultimi anni si sono mossi gruppi e investitori potentissimi che hanno fatto sì che una società in difficoltà come quella dei colchoneros possa ora considerarsi una delle più grandi del mondo.

CalcioMancato: quando Nedved poteva “tradire” la Juve per andare all’Inter

CalcioMancato: quando Nedved poteva “tradire” la Juve per andare all’Inter

Estate 2009. In questo caso, la storia di un trasferimento clamoroso non andato a buon fine non riguarda un giovane divenuto poi campione o un talento già esploso destinato a cambiare casacca al culmine delle propria carriera; stavolta, il racconto interessa un calciatore ormai prossimo al ritiro dall’attività agonistica che decise di non ‘tradire’ quella che ormai riteneva la propria squadra del cuore passando ai nemici di una vita. Si tratta di Pavel Nedved e del suo rifiuto all’Inter di José Mourinho.

Il ceco, a trentasette anni, decide che è arrivato il momento di dire basta col calcio giocato ed alla fine della stagione 2008/2009 annuncia di voler appendere gli scarpini al chiodo. Il popolo juventino accoglie la notizia con un misto di tristezza ed emozione. Nedved, giunto a Torino nel lontano 2001, era infatti stato uno dei pochi a scegliere di rimanere anche in Serie B con i colori bianconeri addosso dopo il cataclisma provocato da Calciopoli.

Nonostante l’età non più verde, l’esterno di Cheb ha dimostrato di essere ancora fisicamente integro, nonché decisivo sul campo, nel corso dell’ultimo campionato: 7 gol messi a segno e tante giocate di alta classe (come al solito).

La Juventus prova a convincere quindi Nedved a continuare ma non si giunge ad un accordo soddisfacente per entrambe le parti in causa. Mino Raiola, storico agente del ceco, per la vicenda-rinnovo litiga pure furiosamente con l’Ad bianconero Blanc. Le porte di Torino sono ormai inesorabilmente chiuse.

A questo punto, però, interviene qualcun altro per tentare di far tornare il Pallone d’Oro del 2003 sui proprio passi: José Mourinho. Durante una cena a casa di Massimo Moratti, il tecnico portoghese dice a Nedved:Vieni da noi e vinciamo la Champions”. Ecco il tasto su cui battere: la coppa dalle grandi orecchie. Il cruccio più grande nella comunque eccezionale carriera di Nedved, costretto a saltare la Finale tra Juventus e Milan nel 2003 per una sciocca ammonizione ricevuta nella Semifinale di ritorno contro il Real Madrid.

Nedved diventa ora titubante e decide così di parlare della situazione con alcuni membri della famiglia Agnelli; l’idea di tradire la Juventus è troppo difficile da mandare giù per il talento ceco. Qualcuno a Torino gli dice “vai pure”, altri “se vai mi spezzi il cuore”.

Alla fine, Pavel Nedved decide di restare fedele ai colori bianconeri e ritirarsi, nonostante il fisico gli permetterebbe ancora di andare avanti come minimo per un’altra stagione.

Come è andata a finire, poi, lo sappiamo tutti. Un anno dopo l’Inter di Mourinho alza al cielo di Madrid la Champions League dopo una straordinaria Finale targata Milito. Una grande beffa, a posteriori, per Nedved. Una scelta che ancora oggi Mino Raiola gli rinfaccia tra il serio ed il faceto.

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