Non solo Europa: la SuperLega tenta la scalata al mondo

Non solo Europa: la SuperLega tenta la scalata al mondo

La riforma della Champions League ha mandato in archivio il progetto per la Superlega? Chi lo pensa è fuori strada e i grandi club non hanno affatto messo da parte l’idea di mettere insieme il meglio del calcio internazionale in una super competizione sul modello americano della Nba e della Nfl. La convinzione ha il dna di una sorta di ossessione rivoluzionaria e si alimenta sempre più forte, come il fuoco sotto la cenere. L’idea condivisa è che sia arrivato il momento di creare un nuovo “giocattolo” in grado di moltiplicare i ricavi dell’attuale Champions.
E la novità importante di questi giorni è che il format della futuribile Superlega potrebbe ulteriormente allargarsi anche oltre i confini europei. Il progetto tecnico, di pari passo con la previsione di piano economico-finanziario, è un cantiere a cielo aperto che ora guarda con interesse anche alla prospettiva di un patto con le più rappresentative (anzi più ricche) società di America, Cina, Argentina, Brasile, Australia. Si punta a mettere in piedi una competizione che abbia potenzialità di sviluppo senza confini e che sappia creare un ponte con gli altri continenti, conglobando nella Super Lega le opportunità di crescita del prodotto che ad esempio i club cinesi e americani possono determinare, evidentemente non tanto in termini di competitività tecnica bensì invece sul piano economico.
Le aziende e gli sponsor asiatici e statunitensi darebbero ancor più forza alla piattaforma che si ipotizza. E’ una strada che, d’altronde, la Uefa non riesce a percorrere o anche solo immaginare perché obbligata per statuto a dover restare nei reticolati attuali e vincolata a tenere insieme anche le istanze dei campionati minori e in via di crescita. Ma lo scenario a cui guardano le più ricche squadre europee è quello di un football 2.0, con delle competizioni mondiali anche a livello di club. L’Italia porterebbe dentro la Super Lega Juventus, Milan, Inter, Napoli e Roma. In Spagna sono pronte ad aderire Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid, Siviglia e Valencia, mentre in Germania oltre al Bayern Monaco è interessata alla Super Lega anche il Borussia Dortmund e ci sarebbe la chance di coinvolgere almeno altri due club. Paris Saint Germain, Lione, Monaco e Marsiglia sono le formazioni francese che hanno dato adesione di massima all’iniziativa. E c’è ovviamente l’Inghilterra, dove le “magnifiche cinque” spingono forte affinchè la Superlega diventi realtà, ovvero Arsenal, Liverpool, Chelsea, Manchester City e Manchester United. Le squadre non europee che potrebbero essere coinvolte nella Superlega sono Boca Juniors e River Plate (Argentina), Corinthians (Brasile), New York City e Los Angeles Galaxy (Stati Uniti), Melbourne City (Australia). E ovviamente si guarda con attenzione alla Cina, con l’idea di invitare ad aderire Guangzhou, Shanghai, Tianjin Quanjian ed Hebei Fortune. Senza dimenticare l’India.
Di certo c’è che qualcosa accadrà nel mondo del pallone: non subito ma avverrà, anche perché le classifiche dei vari campionati nazionali in corso raccontano di distanze siderali tra le prime e le ultime. Ed è uno spettacolo che troppo spesso annoia, non è avvincente, non riempie gli stadi ed anzi li svuota. Con o senza il progetto rivoluzionario della Superlega, gli attuali campionati di Serie A, Ligue 1, Premier League, Liga spagnola e Bundesliga sono destinati a diventare una competizione di secondo piano. La Superlega aumenterebbe in modo pesante i fatturati delle società e potrebbe, forse, essere il grimaldello per scardinare le lentezze burocratiche e le difficoltà finanziarie che impediscono sinora il rifacimento degli stadi.
La Brexit e il divieto per Messi e Neymar di giocare una finale di Champions

La Brexit e il divieto per Messi e Neymar di giocare una finale di Champions

Manca una settimana al ritorno degli ottavi di Champions League e a tenere banco sono le dichiarazioni del numero uno della UEFA, Aleksander Ceferin, che nel corso di un’intervista rilasciata al New York Times fa tremare i tifosi del Barcellona con una dichiarazione che ha spiazzato tutto il mondo calciofilo. Stando a quanto riferito dal quotidiano a stelle e strisce, Ceferin avrebbe paventato l’ipotesi secondo la quale anche in caso di raggiungimento della finale di Cardiff (Galles) il club catalano, che l’8 di marzo tenterà l’impresa di ribaltare il passivo di 4 reti subito dal PSG al Parco dei Principi, dovrà rinunciare a due terzi della MSN, trio d’attacco tutto sudamericano composto da Messi, Suarez e Neymar, e nello specifico all’argentino e al brasiliano. Il motivo di tale scenario è riconducibile ad un divieto che impedirebbe l’accesso nel Regno Unito per coloro che hanno procedimenti penali aperti. In tale disposizione rientrerebbero quindi anche la Pulce e l’asso brasiliano entrambi finiti nel mirino del fisco che ha aperto un processo a loro carico per evasione.

Ceferin, al riguardo, si è detto perplesso e ha sottolineato come, in caso venga confermata questa ipotesi, la UEFA in futuro potrebbe decidere di non disputare partite europee su quei territori. Ha continuato poi evidenziando come potrebbe sorgere un problema serio dovuto alla disparità di trattamento tra giocatori inglesi, liberi di viaggiare verso ogni latitudine del mondo, e gli altri che invece rischiano di essere rimbalzati alla frontiera britannica. Il numero uno del calcio europeo ha poi concluso che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente con l’effettività della Brexit. Partendo da questo, ha poi allargato il discorso alla politica di immigrazione di Trump negli Stati Uniti, assimilando le due situazioni e le conseguenze ad esse legate come ad esempio l’impossibilità di poter organizzare gli Europei nel Regno Unito o i Mondiali in America.

Per adesso si tratta solo di ipotesi ma esiste un precedente che potrebbe non far dormire sonni tranquilli ai supporter blaugrana: Serge Aurier, giocatore del PSG, non partì alla volta di Londra per la sfida contro l’Arsenal, avendo un procedimento penale aperto per aggressione ad un poliziotto.

Certo è che il Barcellona quest’anno ha già varcato il confine del Regno Unito in occasione della partita del girone di Champions contro il Manchester City vinta dagli inglesi per 3 a 1, ed entrambi i giocatori scesero regolarmente in campo. Stesso discorso varrebbe nel caso in cui, ribaltato il risultato dell’andata degli ottavi, i catalani dovessero incontrare nuovamente una squadra inglese come appunto il City, l’Arsenal (con un 5 a 1 da recuperare contro il Bayern Monaco) e il Leicester sconfitto 2 a 1 in terra spagnola dal Siviglia. Le parole di Ceferin quindi sembrano essere solo una provocazione.

Staremo a vedere.

Edinson Cavani: via Ibra, è tornato il Matador

Edinson Cavani: via Ibra, è tornato il Matador

Non era necessaria l’ennesima notte di San Valentino per dimostrare quanto sia romantica Parigi. Non serviva, ma l’ha fatto con un manifesto calcistico meraviglioso. L’ha fatto con la prova di forza di una squadra costruita con la cinica essenza dei petrodollari che ha finalmente compreso l’importanza imprescindibile del cuore. L’ha gettato oltre l’ostacolo, umiliando il Barcellona degli alieni, grazie ad un collettivo diventato grande sotto la guida del re di coppe Unai Emery. E per merito, soprattutto, di un ragazzo uruguaiano nato il 14 febbraio del 1987 che, trent’anni dopo, ha spazzato via in una notte gli avversari più difficili e l’ombra ingombrante di Zlatan Ibrahimovic. Edinson Cavani si è preso definitivamente Parigi e il PSG, e ha dato un nuovo senso a San Valentino.

Il Matador è sempre stato un grande campione, ma negli ultimi mesi si è superato. Con la rete di martedì, Cavani ha consolidato le statistiche stagionali, sempre più vicine ad un capolavoro assoluto: 32 gol in 31 presenze, 7 dei quali in altrettante partite in Champions League. Se si considerano unicamente le marcature dall’inizio del 2017, l’attaccante del Paris Saint-Germain è andato a segno otto volte in otto partite. L’ex napoletano guida saldamente la classifica provvisoria della Scarpa d’Oro con 37.5 punti, condizionati negativamente dal minor coefficiente assegnato alla Ligue 1 rispetto a Serie A, Premier League, Liga spagnola e Bundesliga. Numeri pazzeschi, resi ancora più straordinari dall’analisi delle prestazioni offerte da Cavani. L’uruguaiano è una prima punta moderna nell’essenza più pura del termine, dedita al lavoro per la squadra almeno quanto alla finalizzazione. Il match con il Barcellona l’ha confermato per l’ennesima volta: il gol da rapace d’area ha suggellato una prestazione che sarebbe andata oltre il 7 in pagella anche senza. Cavani ha giocato contemporaneamente da terzino aggiunto a supporto di Kurzawa, ala offensiva mancina e, all’occorrenza, trequartista centrale. Questa non è una novità, ha sempre avuto queste caratteristiche. Un attaccante del genere sacrifica una buona percentuale di marcature in nome del gioco di squadra. Il grande dispendio di energie limita banalmente la lucidità sotto porta, ed è successo anche martedì in due chiare occasioni da rete vanificate dai suoi movimenti in area di rigore. Alla luce di questo elemento, le statistiche mostruose di Cavani assumono un valore diverso, rendendole ancora più impressionanti. Quanti gol farebbe se giocasse solo da prima punta? Non lo scopriremo mai.

Di una cosa, tuttavia, siamo sicuri: l’addio di Zlatan Ibrahimovic ha ritrasformato Cavani nel giocatore totale che avevamo imparato a conoscere ai tempi di Napoli. L’uruguaiano, seppure non abbia niente in comune con Carlos Bacca e Kevin Gameiro, è la punta ideale per il gioco propositivo di Emery. E la fine della convivenza difficile con il fenomeno svedese l’ha riportato in una zona di campo a lui congeniale. Cavani, ora, segna più di un gol a partita, raddoppiando così le medie realizzative dei primi tre anni a Parigi. Il Psg, seppure debba tanto a Ibrahimovic, ha guadagnato infinitamente dal cambio: l’ex Milan, Inter e Barcellona è un accentratore che preclude ogni possibilità di sviluppo di gioco corale, mentre Cavani lo asseconda. La classe infinita del primo è decisiva per le vittorie nei campionati nazionali, ma l’universalità del secondo potrebbe essere fondamentale per inseguire il sogno Champions League, tallone d’Achille storico dello svedese e dei francesi. Confrontare i numeri dei due attaccanti nella massima competizione europea non giustificherebbe la considerazione, immaginare Ibrahimovic al posto di Cavani nell’ultimo PSG-Barcellona sì: il risultato sarebbe stato lo stesso? Probabilmente no. In Europa vince la forza del collettivo e l’alternanza di soluzioni tattiche differenti che valorizzino ognuno degli interpreti in campo, e l’uruguaiano ha inoltre dalla sua una maggiore capacità di incidere nei match più importanti nei quali Ibrahimovic, invece, è stato il fantasma di se stesso nella maggioranza dei casi. Il trionfo di martedì non ha trasformato il Paris Saint-Germain nella favorita numero uno per la vittoria della Champions League, ma ha palesato lo sviluppo di un presupposto per farlo.

Se Zlatan ibrahimovic rappresenta idealmente una riedizione della maestosa Tour Eiffel, Edinson Cavani incarna in sé il percorso romantico che attraversa gli Champs Élysées per poi concludersi nell’Arc de Triomphe. Una strada bellissima dalle mille luci e gli infiniti colori, nella quale all’esplosione si è alternato il superamento di mille ostacoli e la nuova consacrazione. Una consacrazione che potrebbe trascinarlo ovunque, fino alla conquista della Coppa dalle grandi orecchie e della prestigiosa Scarpa d’Oro. Cavani, trent’anni dopo esser nato, ha dato un nuovo senso a San Valentino con una corsa di cento metri verso i tifosi per celebrare l’avvento dell’ennesima fase della sua carriera, non solo un gol. Come se avesse trasformato per un attimo il nobile prato verde del Parc des Princes nel viale alberato degli Champs Élysées  che conduce al trionfo. Grazie a lui Parigi è ora un po’ più romantica e, seppure non fosse necessario, è stato bellissimo esserci.

Real – Napoli: il popolo partenopeo “invade” Madrid

Real – Napoli: il popolo partenopeo “invade” Madrid

“Non è solo una questione di vittoria sportiva, è la partita di un popolo e di un Sud che si fa valere”. Aveva ragione Pino Daniele nel suo racconto d’amore su Napoli e il Napoli. A 30 anni esatti di distanza dal maggio tricolore del primo scudetto, il popolo partenopeo scruta impaziente le lancette dell’orologio nel countdown che porta dritto alla notte di passione del Santiago Bernabeu.
Real Madrid-Napoli è un crocevia calcistico elevato a vortice di emozioni che incendia “anema e core” i pensieri di 6 milioni di cuori azzurri. L’attesa spasmodica è sui social, è per le strade, è nei video motivazionali che grandi e bambini stanno realizzando e inviando ai loro beniamini. “Noi non vi chiediamo di vincere ma di combattere e dare tutto”, “andate lì senza paura, credeteci”, “scendete in campo per noi”, solo solo alcune delle frasi che raccontano il desiderio collettivo di spingere l’undici di Sarri all’impresa. Dall’altra parte ci sarà Cristiano Ronaldo, il fuoriclasse che vuole mettere in bacheca un’altra Champions League.
Domani sera non si gioca una finale, bensì un ottavo, è vero, ma questo è un dettaglio per gli oltre 10 mila napoletani, provenienti da ogni parte del pianeta, pronti ad invadere Madrid. I numeri dell’esodo in vista verso la Spagna sono impressionanti e confermano le previsioni della prima ora, lasciano a bocca aperta persino i responsabili di Uftaa, la Federazione Mondiale degli Agenti Viaggi, che ci conferma la mobilitazione di un esercito sportivo colmo di uomini d’amore in marcia verso Madrid. “Da 30 anni aspetto questa partita” è la parola d’ordine dell’onda dirompente come un fiume in piena, in partenza per la Castiglia da tutta Italia, dalla Germania, dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Olanda, dal Belgio, dalla Svezia, dalla Svizzera e persino dal Brasile, dagli Stati Uniti e dell’Australia. Destinazione Spagna (dove già da tempo sono in fermento i napoletani che vivono in terra iberica) con 20 voli charter dedicati da Napoli, e tanti altri si muoveranno con ogni mezzo.
Da Maradona a Mertens, il duello tra Davide e Golia è il sogno trascinante di un pallone che può diventare riscatto sociale, l’appuntamento col destino di una squadra e della sua gente. Un intero popolo accompagna senza paura, con il suo tifo e la sua speranza, la difficile impresa del Napoli di Sarri contro i Campioni d’Europa e del Mondo. In tribuna ci saranno anche Diego Maradona e Antonio Careca, i campionissimi di quel Napoli sconfitto 30 anni dal Real e anche per loro sarà una notte di rivincita. La partita del Bernabeu si giocherà in ogni casa, in ogni bar e in ogni ristorante. I veri grandi protagonisti di questa sfida sono loro, i tifosi, la gente comune che comunque vada ha già vinto. Pur di essere presenti al “Santiago Bernabeu” i napoletani hanno persino fatto la tessera di soci del Real Madrid, disposti a tutti per eludere il divieto di acquistare il biglietto in altri settori. Pagando 30 euro più le spese di spedizione, diverse centinaia di supporters del Napoli hanno sottoscritto online e già ricevuto a casa la lettera di benvenuto di Emilio Butragueno.
In tanti affronteranno una trasferta da oltre 600 euro, tra biglietto (200), volo (160) e albergo (200). I poliziotti potrebbero accorgersi che non si tratta di tifosi spagnoli e anche per questo c’è chi sta industriando ad imparare in fretta qualche parola di spagnolo. Come d’altronde in quel 14 marzo 2012, sfortunato ma emozionante, quando a Londra 7 mila napoletani, nonostante i divieti inglesi, riuscirono ad entrare a Stamford Bridge, abbigliati da perfetti britannici, nello stadio del Chelsea: riuscirono a mischiarsi al pubblico di casa in vari settori, poi al gol di Inler esplose un boato clamoroso che diede prova di quanti napoletani c’erano sulle tribune. Per quelli della generazione che guardava Maradona soltanto in tv, è l’emozione che si materializza di una storia cullata e accarezzata soltanto nei racconti dei loro padri e dei loro nonni. Per quelli che l’era di Maradona l’hanno vissuta dal vivo è la storia che ritorna e riaccende di nuovo emozioni epiche. Cuore, grinta e anima è il mantra azzurro: non sarà semplice riuscire in qualcosa di speciale ma il Napoli e i suoi tifosi ci credono. Napoli è la terra di San Gennaro e Maradona e i miracoli da quelle parti sanno come realizzarli. Ronaldo e Zidane sono avvisati.

Napoli-Real, Bagni:”Può farcela. San Paolo decisivo come nel ’87”

Napoli-Real, Bagni:”Può farcela. San Paolo decisivo come nel ’87”

Cresce l’attesa per il doppio confronto europeo tra Napoli e Real Madrid e ad una settimana del grande appuntamento, valido per gli ottavi di finale di Champions League, anche l’ex azzurro Salvatore Bagni, indimenticato campione del Napoli di Maradona, lancia la squadra di Aurelio De Laurentiis e Maurizio Sarri verso la grande impresa. “Io ci credo, il Napoli può farcela, deve crederci, i ragazzi devono dare tutto e giocare come stanno facendo sinora. Il Real si può battere”, ci racconta Bagni in un’intervista, con quella stessa determinazione gladiatoria e quell’identico cuore indomito che mostrava in campo nella formazione che vinse il primo storico scudetto partenopeo.

Questo Napoli – spiega Bagni – ha le carte in regola per far male al Real Madrid. Ha intensità e qualità, non ho dubbi che possa mettere in difficoltà anche il Real. La squadra di Zidane in queste settimane non è nel momento migliore, poi in pochi giorni magari cambia tutto ma intanto è stato eliminato dalla Coppa del Re. I madrileni non sono in un momento buono e quando le cose non vanno bene lì la società e il pubblico sono molto esigenti, hanno vinto tutto ma vogliono vincere sempre. La pressione la sentiranno anche loro, il Napoli può andare avanti in Champions. Ne sono assolutamente convinto.”

Sarri non cambierà assetto contro il Real, giocherà con Mertens al centro dell’attacco. Chi deve giocare una sfida così importante deve, per forza di cose, essere al 100%. Credo che il mister non rischierà Milik, o perlomeno nella prima partita proseguirà con il tridente attuale. Queste partite vanno giocate con 11 calciatori pronti fisicamente e mentalmente alla battaglia. Milik sta recuperando, sarà fondamentale più avanti, per il resto della stagione, ma ha bisogno di tempo per recuperare la forma migliore. Attenzione, comunque, perché il Real gioca con due esterni molto larghi in fase difensiva ed è lì che il Napoli può andare a colpire“.

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Il pensiero torna inevitabilmente 30 anni indietro. Il 30 settembre del 1987 il Napoli di Bagni e Maradona ospitò il return match del primo turno della Coppa dei Campioni-86/87 e gli azzurri, all’esordio nella massima competizione europea, affrontarono proprio il Real Madrid, mettendo in difficoltà la più blasonata squadra del vecchio continente. All’andata, in un Santiago Bernabeu deserto per una precedente squalifica gli azzurri persero per 2-0. Al ritorno, al San Paolo il Napoli dominò per larghi tratti di gara i madrileni, portandosi in vantaggio con Francini e sfiorando il raddoppio due volte con Careca, e con un grande slalom di Bagni fermato soltanto dalla parata di Buyo dopo aver superato in percussione quattro avversari. Alla fine arrivò la beffa del pareggio di Butragueno, ma quel Napoli-Real Madrid si giocò in un clima incredibile, davanti a 83.827 spettatori e non a caso Bruno Pizzul aprì il collegamento di RaiUno dicendo: “Signori all’ascolto, buonasera, il Napoli questa sera gioca in casa alla presenza di un pubblico impressionante. Un ambiente straordinario, un’intera città accompagna con la sua speranza e il suo tifo la sua squadra“.

“Ricordo bene quei momenti – racconta Salvatore Bagni -. Noi eravamo in euforia totale allora, siamo riusciti a vincere lo scudetto e abbiamo reso felice la gente di Napoli ed è una cosa che resta nel cuore e non ci toglierà mai nessuno. La città di Napoli era pazza di quel Napoli, abbiamo vinto lo scudetto ed eravamo temuti da tutti. In quegli anni nel campionato italiano giocavano i più grandi campioni del calcio internazionale. Non ho rimpianti per come sono andate le cose contro il Real, abbiamo dato il massimo e la nostra gente ci ha applauditi“.