Merengues y Colchoneros: Madrid è la Capitale del Calcio

Merengues y Colchoneros: Madrid è la Capitale del Calcio

Conoscete la teoria dello Ying e dello Yang? Ve la spieghiamo. Sostiene il semplice ma fondamentale concetto che 2 poli, 2 aspetti divergenti, diametralmente opposti, si equilibrano, sono indispensabili l’uno all’altro per il corretto andamento del giorno e della notte, del fluire sereno del tempo in questo globo. Ecco, immaginate quanto questo sia alla base della realtà calcistica.

In prima misura, banalmente, senza avversario non si potrebbe giocare una partita. Ma dove vogliamo arrivare, è un punto più complesso, ha una sfumatura più importante, epica oseremmo dire. Per farlo però, dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo partire da una città.

Madrid. Capitale spagnola, città calda, calorosa, viva. Qui (come da molte altre parti del mondo per la verità), il gioco del pallone è qualcosa di molto serio, dove la passionalità della vita quotidiana è amplificata nei confini dello stadio. Il calcio può essere solo in due modi. La filosofia prevede solo due visioni, dentro, ma anche fuori da un campo di pallone. Se da piccolo a Madrid, vuoi diventare calciatore, hai due modi per guardare il mondo. O lo vedi blanco, o lo vedi colchonero. A Madrid, o sei del Real o sei dell’Atletico.

E già questo articolo potrebbe finire qui. Perché in sostanza l’essenza di ciò che vogliamo rendere è questa: Madrid, città dai mille aspetti, dagli infiniti volti, dalle numerose bellezze, ha una crepa, calcistica, ma prima ancora ideologica e sociale. Tra le Merengues e i blanco y rojos la distanza è tanta. Eppure, ciò su cui vorremmo riflettere, è che, in qualche modo, vi si possono trovare somiglianze, come nelle più belle rivalità, come nelle migliori storie d’amore. E negli ultimi anni, hanno avuto prove di quanto questa passione, dentro ma anche fuori i confini nazionali, è viva e palpitante, in pieno stile iberico.

La Champions League. Il palcoscenico più ambito da tutti i professionisti che calciano un pallone nel vecchio continente. Qui la Spagna ha sempre fatto la voce grossa, con i suoi club storici, Barça e Real su tutti, tra le favorite ai nastri di partenza. In particolare, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una dominazione spagnola, con la crescita anche di altri club, come Siviglia e Atletico. E allora, come un inevitabile ricongiungimento, come l’attrazione fatale di due poli opposti, lo scontro tra le nemesi per eccellenza. Negli ultimi 3 anni vi sono stati 3 incontri (o forse è meglio dire ‘scontri’) tra le 2 compagini madrilene. Per ben 2 volte, nel 2014 e l’anno scorso, nell’atto conclusivo, all’ultimo round, per uno scontro all’ultimo sangue. Non che nel 2015, quando si sono fronteggiate ai quarti, le 2 squadre si siano risparmiate, tutt’altro. Il derby di Madrid ha sempre un fuoco particolare, e in queste occasioni, gli estintori a bordo campo sarebbero stati consigliabili. Sempre Simeone alla guida dell’Atletico nei 3 atti in questione, staffetta Ancelotti-Zidane per il Real, mantenendo vivo lo spirito vincente. Quello che ha permesso per 3 volte di vedere il Cholo uscire a testa bassa dal campo, con l’ego ferito ed una voglia di rivalsa grande quanto tutta l’Argentina.

La bandiera del cholismo però non ha smesso di sventolare alta a Madrid. Ogni anno l’Atletico viene dato per finito, brutto, inguardabile, cattivo, eppure è sempre lì, come un difetto che non riesci a migliorare, come un vizio che non vuoi smettere. Dal canto suo il Real ha raggiunto la ‘Decima’ ormai 3 anni fa, trionfando sui rivali, e appena 2 stagioni più tardi ha fatto 11, quasi a sorpresa. Perché quando sei abituato a vincere, non smetteresti mai di alzare trofei. E a Madrid, da una sponda e dall’altra, lo spirito vincente è qualcosa dato per scontato, un aspetto fuori discussione. Non ha mai smesso di farlo la parte blanca della città, forse a latitudini diverse rispetto a quanto i “Galacticos” avevano abituato. È tornata a farlo l’Atletico, sedutosi di nuovo sul trono di Spagna, giunto ad un passo dal tetto d’Europa, grazie proprio a Diego Pablo da Buenos Aires, che vorrebbe tanto portare un trofeo europeo alla società in cui ha militato anche da centrocampista, e che forse lascerà nel 2018, anno in cui termina il suo contratto. Ma del futuro, almeno così a lungo termine, non abbiamo da sapere.

Non proviamo, e neanche ci interessa guardare così in là. Quasi non ci riusciamo, perché siamo distratti dai 2 appuntamenti che ci attendono. Perché l’urna di Nyon ha parlato, e ha detto che le 2 squadre di Madrid, anche quest’anno tra le prime 4 corazzate europee, si affronteranno in semifinale, in due match che già solo a pregustarli andiamo in overdose di entusiasmo. 2 squadre che sono state capaci di cambiare, senza stravolgersi, mantenendo intatta la voglia di vincere, conservando la costanza di rendimento e, in mancanza, quella di risultati. Ora si ripropone il testa a testa, e il risultato non è mai stato così incerto. Simeone e il suo Atletico destano quasi simpatia, per essere stati scippati sul più bello di una vittoria storica ed entusiasmante. Insomma, per non essere riusciti a raggiungere un obiettivo per cui hanno faticato in modo incredibile. Il Real è visto come il cattivo della situazione, che vince non meritando sempre, come solo chi entra nella storia fa. Per Zidane l’antipatia è uno scotto da pagare e che pagherebbe ancora, per alzare per la seconda volta in neanche 2 anni da allenatore quella dannata coppa dalle grandi orecchie. Simeone baratterebbe il consenso del popolo con la gloria, quella eterna, quella conquistata con la vittoria. Grazie anche a loro, a Madrid si respira un’aria che sa di successo, che sa di Europa. Perché è ormai questa il centro del calcio del vecchio continente. Perché ormai Madrid è la capitale calcistica d’Europa.

Casa Dolce Casa: il Teorema Bergomi ovvero meglio giocare l’andata tra le mura amiche?

Casa Dolce Casa: il Teorema Bergomi ovvero meglio giocare l’andata tra le mura amiche?

Già nel febbraio del 2011 presentando la sfida di Champions tra Inter e Bayern Monaco Beppe Bergomi esponeva la sua teoria che giocare in casa la gara di ritorno in una sfida di coppa europea ad eliminazione diretta non fosse più un vantaggio come era un tempo: nasceva così il #TeoremaBergomi che anche recentemente l’ex difensore dell’Inter e della Nazionale, ora commentatore tecnico sulle reti Sky, ha ribadito. Abbiamo voluto andare ad analizzare i numeri delle ultime cinque stagioni delle di Champions ed Europa League, per vedere se le cifre gli diano o meno ragione e, comparandole alle due edizioni in corso, possano essere utili a pronosticare il risultato delle gare di semifinale sorteggiate ieri e che vedranno il Real Madrid affrontare l’Atletico e il Monaco la Juventus nella competizione maggiore e l’Ajax e il Lione, il Celta Vigo e il Manchester United nella cadetteria europea.

Prendiamo per primi in esame i dati relativi alla fase finale ad eliminazione diretta della Champions League a partire dall’edizione 2011/12, stagione in cui su 14 sfide (ottavi, quarti e semifinali) con la formula dell’andata e ritorno la squadra che ha giocato in casa la prima partita ha passato il turno 4 volte contro le 10 di chi ha giocato tra le mura amiche la gara di ritorno. Un po’ meglio hanno fatto le casalinghe dell’andata nel 2012/13, 6/8 il bilancio, mentre nel 2013/14 si è passati a un ben più netto 3/11, 5/9 nel 2014/15 e 4/10 nel 2015/16. 22/48 il totale complessivo. Anche l’edizione in corso premia, a dispetto del Teorema Bergomi, le formazioni che giocano in casa per seconde: 4/8 il bilancio al momento.

Esaminiamo adesso le partite divise per turno: nella 5 stagioni negli ottavi di finale il bilancio complessivo è 8/32, quindi 20% di qualificazioni per le prime a giocare in casa, con un 2/6 (25%) che conferma la tendenza nell’edizione in corso. Gli ottavi però presentano una particolarità: a giocare in casa per seconda è la squadra che ha vinto il girone di qualificazione e dunque è presumibilmente la più forte delle due. Nei quarti, dove il sorteggio è invece totale, la situazione nei cinque anni è la medesima: 5/15 (25%) con però l’ultima edizione in parità: 2/2. E’ a livello di semifinali che i numeri però cambiano drasticamente e il Teorema Bergomi diventa applicabile: nelle ultime cinque Champions 9 volte su 10 a raggiungere la Finale è stata la squadra che ha giocato in casa per prima! Il solo Real Madrid nella scorsa edizione ha invertito la tendenza, pareggiando 0-0 a Manchester col City e poi superandolo al Bernabeu 1-0. Dunque, incrocino le dita i tifosi juventini, se dobbiamo dar retta alle statistiche la Finale 2017 sarà Real Madrid – Monaco…

In Europa League invece i numeri sono più corposi, visto che le fasi finale scattano dai sedicesimi, che da soli prevedono due serie in più di tutto un tabellone che parte dagli ottavi. Vediamo i numeri. Nel 2011/12 11/19, nel 2012/13 molto più equilibri 14/16, nel 2013/14 13/17, mentre nelle ultime due stagioni si è raggiunta la parità: 15/15 in entrambe le occasioni per un complessivo 68/82. Nell’edizione in corso la tendenza è assolutamente confermata, visto che i dati ci parlano di un 14/14 dopo i quarti di finale!

Se nei sedicesimi le squadre che giocano tra le mura amiche hanno la meglio 31/49 il bilancio, però 8/8 quest’anno, negli ottavi sono le formazioni che ospitano l’andata ad avere la meglio 26/14, 3/5 però quest’anno, mentre il dato si inverte ancora nei quarti 7/13, ma 3/1 nell’edizione in corso,e in semifinale 4/6, quindi in Europa League il Teorema Bergomi sembrerebbe non funzionare e non poter aiutare gli scommettitori a scegliere su quali squadre investire. Insomma questa statistica pare avere tendenze più consolidate in Champions che in Europa League dove gli esiti delle sfide sembrerebbero non curarsi più di tanto della questione di chi gioca in casa prima o dopo.

Concludendo parrebbe che in queste ultime stagioni il Teorema Bergomi abbia avuto una validità molto limitata che scatta solo al verificarsi di due condizioni: che si sia in Champions e all’altezza delle semifinali. Insomma abbiamo giocato un po’ coi numeri, poi le partite si vincono sul campo, qualsiasi esso sia, giocando meglio degli avversari, e, a volte, avendo un po’ più  fortuna di loro. Seguo le Coppe Europee ininterrottamente dalla stagione 71/72, avevo sei anni, e ricordo che nello stesso periodo un collega di mio padre, calciatore dalle parti della seconda categoria nel tempo libero, quando si verificava qualche risultato a sorpresa che mi stupiva particolarmente, mi diceva sempre: il pallone è rotondo”. Ora i tempi sono cambiati, le tecnologie più disparate e le statistiche più raffinate sono state applicate al calcio, ma il pallone è rimasto della stessa forma di allora.

Laurea, gol e solidarietà: la settimana da incorniciare del dottor Chiellini

Laurea, gol e solidarietà: la settimana da incorniciare del dottor Chiellini

E voi, avete mai festeggiato una laurea e un gol al Barcellona nell’arco di una settimana? Giorgio Chiellini, difensore della Juventus e della Nazionale azzurra, sì. Anzi, il dottor Giorgio Chiellini. Già, perché il numero 3 bianconero, autore ieri del centro del definitivo 3-0 inflitto dalla Vecchia Signora, maestra di difesa ordinata e ripartenza al cospetto di un frastornato e infeltrito Barcellona allo Stadium, pochi giorni fa ha incassato una menzione al merito e un 110 e lode. Nessuna prestazione da incorniciare, nessun attaccante da marcare, ma tanti libri da studiare. Per festeggiare la laurea specialistica in Business Administration, ottenuta alla Scuola di Management ed Economia dell’Università degli Studi di Torino grazie a una tesi sul calcio. Il tema? Ovviamente la Juventus. “Il modello di business della Juventus Football Club in un benchmark internazionale” il titolo della tesi. Valsa un traguardo festeggiato sui social con un motto caro ai tifosi e ai colori bianconeri: «Fino alla fine. Questo motto mi accompagna tutti i giorni in campo. E mi ha sostenuto in questi anni passati sui libri. Sono orgoglioso di questa #laurea. Fiero di avercela fatta. Felice di aver raggiunto questo traguardo». Parole del “Chiello”, 331 presenze in 12 stagioni con la Vecchia Signora e 90 caps con la maglia dell’Italia.

Le ultime stagioni del centrale difensivo classe 1984, nato a Pisa ma cresciuto calcisticamente a Livorno prima di traslocare a Firenze, maturando sotto il sole della Toscana prima di emigrare all’ombra della Mole nel 2005, non sono state semplici: i polpacci e le cosce non gli hanno dato tregua, costringendolo a diverse fermate ai box, ma da novembre in poi Massimiliano Allegri lo ha avuto praticamente sempre a disposizione. L’allenatore bianconero ne centellina l’utilizzo, consapevole che la peggior sconfitta di stagione (1-3 al “Ferraris” contro il Genoa) è maturata con Chiellini in panchina e che se l’anno scorso nel convulso finale di Monaco di Baviera ci fosse stato “King Kong”, come lo chiamano i compagni di squadra, forse gli assedi di Coman e compagnia cantante avrebbero fatto meno paura. Ieri il dottor Chiellini ha consumato una vendetta: quella di chi due anni fa, nella finale dell’Olympiastadion, era stato costretto dai soliti malanni muscolari a fare da spettatore, soffrendo e vedendo soccombere i compagni di squadra dalla tribuna nella finale contro i Blaugrana.

Ieri il Gorilla bianconero si è preso la rivincita, a suo modo: murando Messi, cancellando dalla scena Suarez, acerrimo nemico dopo quel morso in Italia-Uruguay ai Mondiali 2014, abbracciato però ieri al fischio d’inizio, e infine mettendo la firma sul tris. Con un colpo di testa beffardo ma preciso, quasi scrupoloso: come gli studi che gli hanno permesso di entrare in quello 0.9 per cento di calciatori militanti in Italia (fonte Transfermarkt) usciti dalle facoltà con una pergamena in mano. Libri e non solo. Come Yuto Nagatomo, Massimo Oddo, Guglielmo Stendardo, per restare alla stretta attualità. Tanti difensori: gente più abituata a preservare che ad attaccare. Quasi un messaggio trasversale del calcio alla cultura.

Dal segno degli incisivi di Suarez sulla spalla, a una capocciata che non ha lasciato scampo a Ter Stegen, quasi una pernacchia fatta da un operaio – qualificato, eccome – del pallone davanti a tanti capomastri arrivati dalla Catalogna: nel mezzo, una laurea. I due anni di King Kong, da Berlino a Torino, sono in queste tre immagini. Sciabola e fioretto, lampi decisivi e qualche “legnata” agli avversari. Che gli è valsa le antipatie di larghe fette del tifo italiano, il cui cuore ovviamente non batte per la Juventus. Insuperabile per una sera. Come Insuperabili sono i suoi amici della scuola calcio per ragazzi affetti da Sindrome di Down che ogni giorno si allenano in 150 a Grugliasco, sul campo degli Insuperabili Reset Academy di Torino. Il difensore bianconero è testimonial della Scuola Calcio e, come testimoniano le foto pubblicate sul proprio profilo Instagram, coglie sempre l’occasione per far visita ai suoi giovani amici. Il terzino arrivato all’ombra della Mole 12 anni fa ha lasciato il posto a Chiello il “Gorilla”, l’uomo simbolo per grinta, dedizione e applicazione. Anzi, al dottor Chiello.

 

 

La Juventus è un Super Sayan

La Juventus è un Super Sayan

Un vantaggio importante e meritato in vista del ritorno al Camp Nou da parte della Juventus per un 3-0 che fa la storia della plurisecolare squadra bianconera e diventa una pietra miliare del calcio italiano che, almeno per una notte, strapazza quello spagnolo.

Le mani avanti in questo caso vanno messe obbligatoriamente perché il Barcelona con il PSG ha dimostrato che non basta un 4-0 per il passaggio del turno, figurarsi un 3-0.

Ma cosa è successo allo Juventus Stadium?

La domanda è lecita perché ad ore dal fischio finale molti sono ancora spaesati, dopo aver visto una Juve che non sembrava Juve (o lo sembrava troppo ma ci arriveremo) ma soprattutto un Barça che non ha tenuto fede alla propria storia, spento e senza idee.

Perché in realtà numeri alla mano i ragazzi di Luis Enrique hanno fatto la loro parte: 88% passaggi completati, la media stagionale è 85, 68% possesso e la media stagionale è 62, 17 tiri e ne hanno fatti 16. Problemini con i duelli aerei ma il Barcelona storicamente soffre una carenza fisica, punto di forza della Juventus e ci può stare ma ancora, azioni di gioco equamente divise sul campo, posizioni medie di 8 giocatori su 11 al di sopra della propria linea di centrocampo e dunque nella metà campo avversaria.

Ma allora, dato che i numeri dicono che il Barcelona ha giocato come gioca sempre, perché ha preso 3 palloni?

Perché al calcio si gioca contro gli avversari e la Juventus ha fatto la storia.

Eppure la Juve non aveva mai giocato così bene quest’anno, anzi, Allegri sembrava ormai stanco di questa storia, quasi indolente.

Una Juve che ha visto i sorci verdi contro il Napoli che fa un gioco per princìpi molto simile a quello del Bacelona fatto di pressing e calcio arioso, quindi comprensibilmente ci si poteva aspettare ancora più difficoltà nel passare da Mertens, Callejon ed Insigne, con tutto il rispetto per il trio di Sarri, a Messi, Suarez e Neymar.

La Juve ha dimostrato di essere come un Sayan invece, talmente consapevole della propria forza da gestirla in campionato, perché questo è l’unico modo per spiegare cosa sia successo con il Barcelona.

La Juventus gestisce le proprie forze in campionato, sacrificando qualche punticino sacrificabile, per poi sfoderare tutta la propria forza disumana contro l’avversario che merita di vedere quella forza poderosa. Come Goku Super Sayan di III Livello contro Majin Bu.

La Juve proprio come i personaggi inventati da Toriyama aumenta e diminuisce il proprio livello di combattimento, non andando mai fuori giri e controllando la propria rabbia, perché un eccesso può portare ad un errore.

Questo processo di sayanizzazione si avviò forse con Conte, con una Juve fresca, vivace, arrabbiatissima per i risultati negativi degli anni precedenti e come un Sayan che vede la luna si trasforma in Ōzaru e distrugge tutto quello che c’è davanti ma col tempo ha imparato a gestire la propria rabbia ed i bianconeri hanno trovato in Allegri un Re Kaioh adatto che ha portato i Sayan alla finale di Champions.

Lì hanno trovato un avversario più forte che li ha stesi ma per il principio dello Zenkai secondo il quale ogni qualvolta un Saiyan si riprende da gravi ferite il suo livello di combattimento aumenta notevolmente la Juventus è arrivata a munirsi di Higuain e Pjanic ma soprattutto, ha trovato in Mario Mandzukic un pretoriano impensabile che si sacrifica con una qualità ed un’abnegazione che gli fanno guadagnare un posto nel Paradiso di questo magnifico sport  perché è ammirevole la sua capacità di mettersi al servizio dei compagni.

La Juventus vista col Barça è una Juve finita, arrivata, che deve fare enormi sforzi per migliorare. Che ha incanalato la rabbia repressa per anni da quella notte a Berlino in cui il cielo si tinse di blaugrana in una kamehameha micidiale che ha tramortito i campioni catalani.

Semplicemente impressionante.

N.B.: Impressionante è anche il fatto che dopo un 3-0 ci sia ancora quella paura di non passare. Cara Juve no se olvide de París. o come direbbero a Barcellona:  no us oblideu de París. Non dimenticare Parigi.

Stefano Borghi: “La Liga? Non solo Barca e Real. Paragone Serie A? Infattibile. Juve-Champions, sfida (quasi) alla pari”

Stefano Borghi: “La Liga? Non solo Barca e Real. Paragone Serie A? Infattibile. Juve-Champions, sfida (quasi) alla pari”

Abbiamo intervistato Stefano Borghi, giornalista sportivo per Fox Sports e volto storico del calcio spagnolo e sudamericano.

Stefano, a te massimo esperto della Liga, non possiamo che chiedere un commento sulla stagione calcistica in Spagna, infuocata forse ancor più degli anni scorsi.

Guarda, io credo che la Liga ci abbia dimostrato soprattutto 2 cose negli ultimi anni. La prima è che non è vero che è un campionato solo di casa per Barcelona e Real Madrid, ma è un campionato in cui possono inserirsi le altre contendenti, nonostante Barça e Real siano costantemente se non le squadre più forti del mondo sicuramente tra le prime 3-4. Seconda cosa, è diventato il campionato dal livello medio più alto al mondo, e questo lo si vede in questa stagione anche dai punti che fanno le squadre di vertice. Una volta era la Liga dei 100 punti, adesso è una Liga in cui anche Barcelona e Real trovano molti meno punti, perché è un campionato difficile. Quest’anno il Siviglia si è inserito per 2/3 di stagione, è stata una squadra bellissima perché produttiva, adesso mi sembra che per tanti motivi abbia avuto un calo lampante. L’Atletico Madrid ha avuto invece una serie di problemi nella parte centrale di stagione, adesso è in forte crescita, credo possa essere una minaccia in Champions League ed una squadra in grado di far saltare gli equilibri in Liga, però un po’ distante dalle 2 grandi che andranno a giocarsi questo campionato fino alla fine.

Una competitività, una lotta al titolo che potrebbe prolungarsi fino all’ultimo turno, come accaduto anche la stagione scorsa. Cosa che in Italia ormai sembra un’utopia. Anche se, alla fine, spesso sono le stesse squadre a lottare. Cosa c’è di diverso tra Serie A e Liga sotto questo aspetto?

Beh, Real Madrid e Barcelona sono 2 tra le squadre più forti del mondo e 2 tra i club più importanti del mondo dal punto di vista del fatturato. In questo tipo di calcio è normale che il potere economico abbia qualche ascendente sui risultati o quantomeno sulla possibilità di arrivarci. Io credo che il paragone tra Liga e Serie A al momento sia infattibile, perché la distanza è abissale. La mia impressione è che in un calcio europeo che sta allontanando sempre di più le sue squadre principali, la Juventus è rimasta attaccata alla parte di alto livello, mentre il resto della Serie A non dico sia andato alla deriva, però diciamo che sta osservando un gap in costante crescita. Io credo che la situazione sia abbastanza seria, nel senso che la Serie A è distante da Liga, Premier League e Bundesliga sotto tanti punti di vista, ed ho l’impressione che il calcio francese sia arrivata, in quanto a livello medio, vicino alla serie A, se non a qualcosa di superiore. Abbiamo visto il Lione eliminare la Roma, il Monaco fare strada in Champions League, il PSG incontrare una serata storia del Barcelona ma comunque fare 4 gol ad una squadra come il Barça. In Serie A i risultati in campo internazionale li fa solo la Juventus. Anche sulla zona retrocessione, pur essendoci un Osasuna ancora più allo sbando forse del nostro Pescara, sembra esserci più equilibrio.

Spesso è capitato, soprattutto in questa stagione, di sottolineare il divario tra le squadre di testa, e quelle di medio-bassa classifica in Italia. E’ un problema questo che affligge anche il calcio spagnolo?

Il divario c’è, però siamo davanti ad una situazione molto diversa secondo me. A parte il fatto che la borghesia della Liga, la classe medio-alta, è di una qualità certamente superiore. D’altra parte, lo dicono anche i risultati. Prendiamo ad esempio il Napoli. Quest’anno a livello internazionale è andato fuori contro il Real Madrid e ok, ma l’anno scorso è uscito contro il Villarreal in Europa League, e ancora prima è andato fuori ai preliminari di Champions contro l’Athletic Bilbao. Si sta parlando del Napoli, che è la seconda, massimo terza forza del campionato italiano, e comunque una delle protagoniste più attese della vigilia. Il Siviglia, squadra che parte come quinta, quarta della graduatoria iniziale, ha vinto per 3 anni di fila l’Europa League. Per cui, c’è una differenza di livello  globale a mio modo di vedere lampante. Poi quest’anno in Liga c’è una situazione magari un po’ diversa perché le ultime 3, soprattutto l‘ultima, l’Osasuna, sono squadre di livello inferiore rispetto le altre, per cui forse c’è una lotta salvezza forse meno accesa, ma fino agli anni scorsi ci sono state delle bagarre incredibili anche sotto, non ci sono spaccature come nel campionato italiano. Direi che un esempio lo abbiamo avuto qualche giorno fa. Il Real Madrid ha giocato contro il Leganes, alprimo campionato in Primera Division della propria storia. Era un Real rimaneggiato, senza Ronaldo, senza Kroos, con molto turnover, però il Real Madrid era sullo 0-3 dopo la prima mezz’ora, il Leganes ha chiuso il primo tempo 2-3, è riuscito a recuperare 2 gol. In Italia non immagino una partita in cui la Juventus vince 3-0 dopo mezz’ora contro qualsiasi squadra, non solo contro la quartultima, perché il Leganes è quartultimo, e la partita viene riaperta prima dell’intervallo. Perciò c’è una differenza di intensità, di minuti di gioco effettivo, che mi sembra molto chiara. L’intensità abbinata alla qualità che c’è nel calcio spagnolo, non la si può trovare da nessun altra parte secondo me.

Ponendo un confronto tra serie A e Liga, non possiamo non chiederti di un uomo che ha militato in entrambe le competizioni, sia da allenatore sia da giocare. Il suo nome è Diego Simeone. Secondo te è agli sgoccioli la sua esperienza all’Atletico Madrid?

No, credo che continuerà anche l’anno prossimo. Lui ha ridotto il contratto di 2 anni quest’estate, per cui scade nel 2018 e non nel 2020, quindi la sensazione è che l’accordo, o la volontà, sia di vivere anche la prossima stagione all’Atletico Madrid. Anche perché, la prossima stagione sarà storica. Sarà la prima nel nuovo stadio, ci saranno tante cose particolari, per cui io vedo il Cholo Simeone alla guida dell’Atletico per un altro anno. Credo  abbia voglia di prendere altre sfide, perché è nel suo carattere, perché obiettivamente i cicli iniziano e finiscono. 

Una domanda sul Siviglia. Ha cambiato tanto, in primis partendo dall’allenatore. Ti aspettavi una stagione del genere, da un club da molti etichettato come in ricostruzione?

Mi ha incantato il Siviglia, per 2/3 di stagione è stata veramente una delle cose più belle che proponesse il calcio europeo, perché ha cambiato tanto, perché è arrivato un allenatore come Sampaoli, che in Europa forse non tutti conoscevano ma che con il Cile aveva dimostrato di essere un meraviglioso nuovo che avanza, poi c’è l’abilità della società di trovare sempre dei pezzi straordinari da mettere a disposizione del club. Ora c’è una frenata che fa un pochino male, perché vedere il calo di intensità che ha avuto il Siviglia, vedere che Monchi ha annunciato l’addio al termine della stagione, vedere che Sampaoli si è fatto un pochino distrarre da qualche sirena, è un peccato, perché poi le stagioni vanno portate a compimento, se no rimangono cicli delle cosiddette incompiute. Però per tutti l’avvio di stagione del Siviglia è stato veramente ammaliante, per come ha giocato, per il livello di intensità che è riuscito a raggiungere, per le idee che ha portato, e per la trasformazione a cui sono andati incontro certi giocatori. In Liga le squadre di non primissimo piano, anche se definire non di primissimo piano il Siviglia, squadra che ha vinto per 3 volte di fila l’Europa League è forse eccessivo, però anche la quinta, la sesta, la settima della graduatoria, penso a Villarreal, Athletic Bilbao, Real Sociedad, che sta giocando un calcio meraviglioso, l’Eibar, un’altra favola bellissima e che secondo me propone un calcio molto gustoso da vedere. Questo è il campionato spagnolo, non solo Barcelona e Real Madrid.

Arriviamo al tema Champions. La Spagna l’anno scorso è stata la prima nazione nella storia a portare 5 club alla fase a gironi, quest’anno l’occasione è sfumata per la sconfitta del Villarreal nei playoff contro il Monaco. È una dimostrazione di forza, di superiorità rispetto agli altri campionati?

Io lo reputo lampante, non solo nella stagione scorsa la Spagna è stato il primo paese a portare 5 squadre alla fase a gironi di Champions, ma i club spagnoli vincono da 3 anni consecutivi sia in Champions sia in Europa League, le ultime 3 finale di Champions League sono state tra squadre spagnole (eccezion fatta per la Juventus nel 2015) mi sembra che siano dati oltremodo eloquenti.

Ora siamo ai quarti, dove su 8 squadre, 3 sono iberiche. Una di queste è il Real Madrid, che ha eliminato agli ottavi il Napoli di Sarri. Come hai visto questa sfida, dentro e fuori dal campo?

Io credo che il Napoli sia uscito a testa alta, nel senso che è riuscito a far vedere le proprie qualità di gioco. Anche dal punto di vista dell’ambiente è stato bellissimo vedere il San Paolo e i tifosi del Napoli, ci sono state ottime dimostrazioni. Il Real Madrid non ha giocato le 2 migliori partite della sua stagione, ha rispettato molto il Napoli, e tutto il movimento di calcio spagnolo ha avuto molto rispetto per il Napoli. Timore no, ma rispetto nell’approccio alla sfida ce n’è stato tanto e direi che questo è una conquista per il Napoli. Però secondo me, anche se ripeto come il Napoli sia uscito a testa altissima e sul piano del gioco abbia proposto delle cose molto belle, la differenza di valori tra le 2 squadre è chiara ed è piuttosto alta.

Adesso è il turno della Juve, scontrarsi con una grande della Liga. Stasera allo Stadium arriva il Barça…

Non la vedo come una sfida impossibile, come ho detto, la Juventus è l’unica squadra italiana che può dare del tu alle grandi del calcio internazionale. Chiaramente il Barcelona rimane il Barcelona, e dopo quello che ha fatto contro il PSG, è ancora di più il Barcelona. È squadra che mi sembra stare molto bene, nonostante la sconfitta contro il Malaga, il turno prima aveva vinto a mani basse contro il Siviglia. Ha un problema molto chiaro nella difesa, è una squadra che concede occasioni e possibilità di segnare a chiunque. E in più non ci sarà Busquets nella gara di andata a Torino, che è un giocatore determinante. Per cui io sono convinto che per la Juventus non sia uno svantaggio giocare la prima partita in casa, anzi. È vero però che sfidare il Barça vuol dire dover fare per forza un’impresa, vuol dire dover mantenere al 100% e oltre il livello di attenzione e di presenza nella partita, fino al 95’, perché squadre come Real e Barcelona possono batterti in pochi minuti, non è mai finita la partita contro di loro. Detto questo, se non proprio 50-50, io dico 55-45, perché la Juventus è una squadra che arriva ad un quarto di finale di Champions con i gradi di quella che è tra le migliori 8 squadre di Europa. Poi forse la squadra di Allegri negli ultimi tempi non è stata bellissima, bisognerà anche vedere il livello di condizione degli uomini più importanti della Juventus, penso soprattutto a Dybala. La Juventus con Dybala è una cosa, senza è un’altra.  Alla fine queste, come tutti i quarti di finale, sono da non perdere. Tutte le grandi partite sono sempre da godere. Bayern Monaco – Real Madrid è un quarto che vale una finale. Atletico Madrid – Leicester è una partita di sicuro intrigante, Borussia – Monaco è una partita potenzialmente di altissima qualità. I quarti di finale di Champions League sono il massimo del calcio mondiale

Una domanda relativa agli arbitri: come vengono vissuti in Spagna episodi più o meno clamorosi (ci viene in mente il gol non concesso al Barcelona contro il Betis) di errori arbitrali?

Hanno più o meno la risonanza mediatica. Durano un pochino meno, perché in italia spesso, come nel caso del post Juve – Inter, a mio modo di vedere si va veramente troppo per il lungo, parlando di cose di cui, ti do una mia opinione personale, sono interessato ad altri aspetti del calcio. Gli episodi hanno un’incidenza decisiva, ovvio, però una volta registrati si può passare ad altro. In Spagna non è diverso, anzi. Ci sono polemiche furibonde. Durano un filino meno, ma possono andare addirittura oltre, e spesso coinvolgono addetti ai lavori, giocatori, Piquè è uno che sui social è molto attivo da questo punto di vista. Inoltre in Spagna ci sono rivalità ancora più fiere di quelle italiane. Ci sono rivalità non solo sportive ma anche politiche. La rivalità tra Madrid e Barcelona, la rivalità tra la capitale e altri centri, come Bilbao, cose che vanno aldilà dello sport. Le ultime dichiarazioni di Piquè dal ritiro della nazionale, che ha detto che “nel palco del Bernabeu si muovono i fili di questo Paese”, ci fa capire quanto sia sentita la questione. Poi in Spagna si arriva a parafrasare labiali, si parla tantissimo perchè gli arbitri sbagliano abbastanza, così come in Italia, per cui da questo punto di vista le differenze non sono molte.

Vorremmo spostare un attimo la nostra attenzione verso il Sud America, calcio di cui sappiamo essere appassionato. A cosa è dovuto secondo te il divario tra questo calcio e quello europeo, nonostante poi numerosi club, molti anche della serie A, attingano dalla fonte del talento sudamericano?

È molto semplice, è una questione di flussi economico-finanziari. Il divario così grande tra il calcio sudamericano e quello europeo, un divario che tra l’altro continua ad allargarsi, è legato al fatto che il flusso economico è in un solo senso. Invertendo questo flusso, o anche solo bilanciando il tutto, credo che le cose sarebbero molto diverse, e forse in Sudamerica sarebbero anche davanti agli europei. Però le cose stanno così, i sudamericani devono vendere i loro migliori giocatori ancora praticamente bambini agli europei per sopravvivere, e così non c’è la possibilità di progettare. È questa mediamente la motivazione per cui il calcio europeo è costantemente migliore di quello sudamericano. Però perché si va a prendere i giocatori di là, e perché i migliori del mondo, ad eccezione di un paio forse, Ronaldo e Ibrahimovic, sono tutti sudamericani, perché di là si cresce meglio, si insegna calcio meglio, c’è ancora una mentalità per cui si gioca a calcio per strada, si gioca a calcio per fame, mentre in Europa anche i settori giovanili mi sembrano abbastanza professionistici, e soprattutto in Italia, mi sembrano ad un livello preoccupante. Ma non parlo di settori giovanili di squadre professionistiche, parlo di squadre di quartiere, squadre cittadine. Ci sono situazioni molto complicate, perché i ragazzini una volta, ma neanche tanto tempo fa, quando io stesso ero ragazzino si passava il tempo a giocare fuori negli oratori, nelle strade, nei club dei quartieri. Adesso credo che i ragazzini passino più tempo davanti alla Play Station che a giocare a calcio davvero. In Sudamerica invece si gioca a calcio, tutto il giorno, per cui crescono giocatori migliori. Per questo il calcio sudamericano è bello, perché si possono vedere i campioni del domani del calcio europeo, nonostante rimangano molto indietro. Può sembrare un paradosso ma è così. Tecnica al potere, tattica quasi zero, anche preparazione fisica relativa. Poi c’è anche da sottolineare che quando si va a prendere un giocatore sudamericano il più delle volte è da aspettarlo e farlo crescere, non ci si può aspettare che renda subito. Io faccio sempre l’esempio di Dybala. Dybala i primi anni è stato considerato un pacco strapagato, e ho sentito più volte il solito discorso trito e ritrito, tra l’altro assurdo, “nella serie C italiana ci sono giocatori migliori di questi stranieri”. Non è assolutamente vero, la Lega Pro italiana è ad un livello mortificante, e Dybala oggi è, se non il migliori giocatore del calcio italiano, sicuramente tra i primi 2. Bisogna avere la giusta lungimiranza e la giusta pazienza. Poi anche in Sudamerica ci sono stati ultimamente degli esempi di cicli di alto livello, penso al River Plate di Gallardo, quello che nel biennio 2014-2015, che ha vinto Recopa, Copa Libertadores e Copa Sudamericana, ed è arrivato a giocarsi il Mondiale per Club con il super Barcelona di Luis Enrique non alla pari, perché non c’è squadra al mondo alla pari, ma secondo me in maniera assolutamente dignitosa e autorevole. Rimane però il problema che non si può progettare. Una squadra che già riesce a durare un biennio è qualcosa di atipico, perché di solito si vive a cicli di semestri, poi le squadre.

Parlando della concezione del calcio in Sudamerica, di come crescano i campioni da queste parti, non possiamo farti una domanda su Mauro Icardi, ormai tra i top player, in Italia e forse in Europa, che non viene preso in considerazione dal c.t. argentino Bauza?

Icardi di sicuro è un giocatore di caratura internazionale, e con ampi margini di miglioramento. Io non conosco personalmente Bauza, quindi non posso darti una risposta precisa. La mia sensazione è che per Icardi in Argentina ci siano difficoltà ambientali. Sono emerse diverse dichiarazioni a riguardo, anche di esponenti anche piuttosto impattanti del calcio argentino, per cui io ho l’impressione che al momento la situazione possa anche riguardare questo. Poi io credo che l’Argentina sia uno dei più grandi paradossi del calcio dell’ultimo quarto di secolo. Che l’Argentina non abbia vinto niente negli ultimi 20 anni a livello senior è qualcosa di incredibile, visti i giocatori che ha avuto a disposizione. Visto anche il momento, credo che Icardi sia da considerare, poi però lì ci sono dinamiche anche diverse oltretutto. Questo è il momento più nero, difficile e personalmente, visto che sono un amante di quel calcio, anche più deprimente del calcio argentino. Il disastro organizzativo che c’è adesso in Argentina è qualcosa che fa male, dico sinceramente.

– Qualche giocatore di particolare talento che ti senti di consigliare? Dei tuoi ‘consigli per gli acquisti’?

Guarda, avremmo bisogno di una giornata intera. Di talenti ce ne sono tantissimi, poi è ovvio che si deve valutare chi ha bisogno di cosa. Quello che dico sempre è che per chiunque, per noi che lo facciamo di mestiere, dagli addetti ai lavori ai semplici appassionati, guardare tante partite, visto che c’è la possibilità di avere un accesso illimitato all’informazione, vedere le partite, i giocatori, studiarli, farsi la propria idea, è qualcosa di bello per un appassionato di sport. Spesso si tende a fare dei paragoni che sono assurdi, quando un giocatore salta all’occhio viene etichettato come ‘il nuovo qualcuno’, o si cerca sempre di fare paragoni. Questa è una cosa che detesto: 1) perché non ha senso, ogni giocatore è a sé; 2) si mettono delle etichette ingiustificate e troppo pesanti a dei ragazzi che possono avere solo del male da questo. Lascio il gioco a chiunque, sono molto contento di fare il giornalista e non il dirigente calcistico, perché è un lavoro difficilissimo, e a volte anche ingrato. Però questo gioco è per chiunque, guardatevi le partite, divertitevi e pensate a costruite le vostre fantasquadre, o a pensare ‘la mia squadra avrebbe bisogno di questo o di quello’, perché è qualcosa di piacevole.