Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Di lui si sono perse le tracce per lunghi anni. Il nome dell’uomo che, con la sua battaglia, rivoluzionò il calcio europeo torna sulle pagine dei giornali nel 2012, non su quelle dello sport bensì quelle ben meno accoglienti della cronaca: Jean-Marc Bosman viene condannato dal tribunale di Liegi per violenza domestica nei confronti della compagna e della figlia di lei nel corso di una lite. Pur riuscendo a evitare la prigione grazie alla condizionale prima, e ai servizi sociali poi, è il punto più basso del percorso di vita di un ex calciatore che, dopo i promettenti esordi nel professionismo ha deciso di intraprendere una battaglia per rivendicare quello che ritiene un suo diritto e ridistribuire in modo più equo i soldi del calcio tra i giocatori. Il fatto che la sua vicenda lo ha poi visto isolato da quello che era il suo mondo, che lo ha trattato come un personaggio ‘scomodo’, e finire senza lavoro, con problemi di alcolismo e depressione non può che essere considerato una beffa.

Soprattutto se si considera il ruolo chiave da lui avuto nell’arricchimento dei suoi colleghi. Ma anche se Bosman riesce attualmente a mantenersi solo grazie a un sussidio statale non si è mai pentito di aver cominciato e portato a termine la sua battaglia.

Sono passati più di vent’anni da quando per il calcio è cambiato tutto. E’ il 1995, l’Ajax di van Gaal è campione d’Europa, la Juve di Lippi ha conquistato il primo campionato dell’era dei tre punti a vittoria e George Weah, primo calciatore africano nella storia del trofeo, sta per aggiudicarsi il Pallone d’Oro.

In Belgio, un centrocampista poco conosciuto nel resto d’Europa sta da tempo sfidando il sistema: a Jean-Marc Bosman non va proprio giù l’esser stato trattato “come uno schiavo”. Dopo che il club con cui era in scadenza di contratto, l’RFC Liegi, gli ha negato il trasferimento ai francesi del Dunkerque non rinunciando all’indennizzo che all’epoca era previsto alla scadenza del contratto decide di andare fino in fondo, facendo causa.

Dunkerque, nel giugno del 1940, fu il teatro di una storica ritirata delle truppe alleate che portò al salvataggio di circa 340 mila soldati dall’accerchiamento delle truppe naziste: 55 anni dopo Bosman, forse involontariamente, con la sua battaglia per andare a giocare nella squadra della città portuale francese pone le basi per una decisa spallata simbolica e non solo alle limitazioni della libera circolazione dei lavoratori comunitari all’interno dell’Unione Europea. E a un mondo del calcio che da quel momento non sarà più lo stesso.

Gli Stati membri dell’UE sono da poco passati da 12 a 15, e il lungo tragitto verso la moneta comune è da tempo cominciato. Nei club calcistici del Vecchio Continente ciò non basta però ancora per azzerare le limitazioni al tesseramento e all’impiego di giocatori europei: fino a quel tempo l’Uefa permetteva di convocare massimo tre stranieri per le partite della neonata Champions League, della Coppa Uefa e della Coppa delle Coppe, mentre in Italia, dopo la chiusura totale degli anni ’60 e ’70, era consentito il tesseramento di quattro non italiani (ma con un tetto di tre in campo).

Il giorno della svolta è il 15 dicembre 1995: dopo cinque anni dall’inizio della causa, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dà ragione a Bosman, assimilando di fatto i calciatori agli altri lavoratori. Ne consegue la possibilità, per un giocatore comunitario, di trasferirsi gratuitamente (il cosiddetto ‘parametro zero’) alla scadenza del contratto con il proprio club e la decadenza delle limitazioni delle Federazioni sul numero dei calciatori dell’UE tesserabili e schierabili.

Per il calciomercato è una vera rivoluzione: le società perdono potere a vantaggio dei calciatori, che possono iniziare a guardare alla scadenza del loro contratto come un’opportunità e a valutare di trasferirsi in un altro campionato senza tanti problemi. In più di un’occasione il mancato rinnovo di un big scatena aste milionarie tra i club che fiutano l’affare di tesserare un giocatore senza pagarne il cartellino (o a pagarlo meno del reale valore se vicino alla scadenza del contratto): tra i protagonisti delle trattative iniziano a figurare gli intermediari e, mentre i procuratori diventano sempre più potenti, gli stipendi dei calciatori lievitano.

Nei cinque maggiori campionati europei il monte ingaggi totale passa dal miliardo di euro del 1995 ai 6,8 miliardi del 2013/14, crescendo in percentuale più del fatturato (da 2 a 11,3 miliardi di euro). Impressionante poi il dato dell’utilizzo dei calciatori stranieri in Serie A, ben 301 su 553 giocatori scesi in campo nel 2014/15 (il 54,4%). Da quelle che erano due finestre di una decina di giorni a luglio e a ottobre adesso la campagna trasferimenti ha date comuni in Europa, e dura tutta l’estate fino al primo settembre e tutto il mese di gennaio.

Tra coloro che si avvalgono dello svincolo gratuito nel corso di questi vent’anni ci sono anche calciatori di livello eccelso all’epoca del loro trasferimento, come ad esempio Vialli (passato dalla Juventus al Chelsea nel 1996), Ballack (dal Bayern Monaco al Chelsea nel 2006), Pirlo (dal Milan alla Juventus nel 2011) e Lewandowski (dal Borussia Dortmund al Bayern Monaco nel 2014). Il boom economico che trasforma il calcio in quello show-business che non era ai tempi della sentenza porta anche a un cambio di priorità per i club e per i calciatori, per i quali spesso conta più partecipare alle competizioni più importanti (per poter intascare i soldi dei premi e dei diritti tv) che vincere.

Nonostante tali liberalizzazioni, la sentenza Bosman presto perde la sua spinta egualitaria di redistribuzione della ricchezza: ad approfittarne, infatti, sono quasi solo i calciatori più famosi e ricchi, e la maggior parte dei vantaggi economici se li mettono in tasca loro, e non i ‘comuni mortali’ come era ad esempio lo stesso artefice del cambiamento. Quando da giovane Jean-Marc Bosman sognava di cambiare il calcio aveva in mente scenari molto diversi. Su tutti i fronti.

Scoprendo Cesar Falletti

Scoprendo Cesar Falletti

Il Napoli è alla ricerca di un giocatore che possa creare non solo un’alternativa nel ruolo dei vari campioni che giocano nel perfetto attacco di Maurizio Sarri, ma che possa concedere anche un’alternativa tattica al tecnico toscano. Il profilo che si delinea da tutta la premessa è disponibile a parametro 0 ed è ricercato non solo personalmente da Giuntoli e Sarri, ma anche da mezza Serie A ed è Cesar Falletti, giovane uruguagio con il passaporto italiano che ha incantato la Serie B negli anni alla Ternana.
Le squadre di vertice della cadetteria sono in fila alla porta dell’agente ma dopo anni in seconda divisione l’ex numero 10 delle Fiere vorrebbe tentare il salto di categoria ed allora pronte per lui le porte di tante compagini della massima serie: l’Atalanta e il Bologna in primis, più defilate ci sono Genoa, Verona e Crotone e Cagliari, tutte pronte ad offrire una maglia da titolare al fantasista, tranne forse l’Atalanta che comunque punta ad allungare la panchina ed offrire una parte da comprimario a Falletti in vista del ritorno in Europa League
La big più interessata al centrocampista è comunque il Napoli che ha un feeling speciale con i Sudamericani e che dopo la fortunata esperienza di Cavani, ha lasciato un pezzo di cuore nella nazione di Pepe Mujica.Molti però parlano di Falletti come una fusione tra Callejon e Insigne, ma non è proprio così. Per descrivere chi è César Alejandro Falletti Dos Santos abbiamo contattato Donato Lomonte, ex collaboratore tecnico di Benny Carbone alla Ternana nella stagione appena conclusasi.

 

Che tipo di giocatore è Cesar Falletti?

“Cesar è un grande giocatore, trequartista puro che fa della velocità, del dribbling e del tiro in porta le sue caratteristiche principali. Sul primo passo ti lascia lì, inventa sempre qualcosa e quando parte crea sempre superiorità e crea sempre problematiche agli avversari. In Serie B da noi ha fatto la differenza e non c’entra nulla con la Serie B, lo ha dimostrato negli anni, merita palcoscenici più grandi.
Tatticamente può essere un giocatore assimilabile a Callejon?

“E’ quel tipo di giocatore che può fare tutti i ruoli dalla trequarti in su perché ha una grande rapidità ma per me è più simile a Mertens che a Callejon e può fare il vice Mertens secondo me, come Falso 9. C’è Milik, ma Falletti potrebbe ritagliarsi un’occasione anche in una posizione più avanzata perché davanti al portiere è freddo ed ha un grandissimo tiro”.

Napoli potrebbe essere una buona soluzione?

“E’ l’ideale per una piazza come Napoli. Nel gioco di Sarri l’estro viene favorito e un giocatore come Falletti può dire la sua. Inoltre è un ragazzo meraviglioso oltre ad essere un ottimo giocatore. Sorride sempre e si allena sempre alla grande e l’abnegazione all’allenamento è la cosa che più lo caratterizza. Era il giocatore che arrivava prima all’allenamento e lasciava per ultimo la seduta. Non avrà problemi in un contesto come Napoli, i sudamericani a Napoli non hanno mai problemi di integrazione. Ha un’ottica di lavoro accentuata, si impegna sempre al massimo ed è il tipo di persona che piace al presidente De Laurentiis perché non solo è un fantasista, ma una persona a modo”.

Ce lo vede salire le scalette del San Paolo?

“Me lo auguro per lui perché ha dimostrato di essere di caratura superiore alla Serie B. Si può far valere anche in un contesto come la Serie A, dove anzi, può fare ancor di più la differenza perché nella massima serie favorisce la tecnica rispetto alla cadetteria”.

Ora ci dica un aneddoto su Cesar Falletti

“Cesar faceva una finta, ad ogni allenamento, che noi abbiamo soprannominato ‘La finta Falletti’, ha cominciato che la faceva solo lui, alla fine la faceva tutta la squadra. Scherzando e divertendosi con i compagni. Spero di vedere questa finta anche con la maglia del Napoli”.

Se avesse davanti un direttore sportivo che le chiede se prendere o no l’uruguagio, che risponderebbe?
“Di prenderlo, perché può fare la differenza: è un professionista in grado di farsi trovare pronto anche in uscita dalla panchina, panchina che accetta senza creare problemi. E’ un bravo ragazzo ed un ottimo giocatore e questi secondo me sono gli elementi cardine di un calciatore di livello”.
Perchè non si vuole far crescere la Lazio?

Perchè non si vuole far crescere la Lazio?

Bisognerebbe pensare di cambiare il nome. Non più calciomercato, come vuole la tradizione quando arriva la stagione estiva, ma semplicemente supermercato. Quello nel quale la Lazio, dà l’impressione di trasformarsi tutte le volte che invece dovrebbe diventare una corrazzata. Ogni volta, all’indomani di un importante piazzamento europeo, quando i tifosi potrebbero (ma soprattutto vorrebbero) aspettarsi il benedetto salto di qualità. Ma invece, anziché sentire parlare  di possibili rinforzi per la stagione che verrà le notizie che circolano, riguardano tutte possibili cessioni. E sono tutti nomi di cessioni eccellenti. Giocatori che quest’anno hanno fatto la differenza nella squadra guidata da Simone Inzaghi. E malgrado Simone Inzaghi abbia già detto che “ho avuto garanzie dalla società chi parte verrà rimpiazzato”, Biglia, De Vrj e Keita non sembrano nomi così facilmente rimpiazzabili.

Al momento soltanto l’operazione Biglia al Milan (per circa 22 milioni di euro) sembra ormai una cosa fatta e dunque la Lazio dovrà pensare a trovare un nuovo regista sempre che Inzaghi non decida di lanciare definitivamente Murgia. De Vrij e Keita sono invece stati accostati rispettivamente a Chelsea e Juventus senza che però per il momento sia stata trovata, soprattutto nel caso dell’attaccante senegalese, un’intesa con Lotito (che per Keita ha già detto di volere non meno di 30 milioni di euro). Il quale, se tutte e le tre le operazioni andassero in porto, da questa sessione di calciomercato potrebbe arrivare ad incassare oltre 70 milioni di euro. Già, ma da investire come però? Perché i nomi che stanno circolando come possibili operazioni in entrata per adesso sono soltanto voci. Come quella su Rodrigo Caio spacciato per un “clamoroso ritorno di fiamma” ma per il quale però, almeno secondo quello che scrive il sito Laziosiamonoi, non sembra sia stata fatta un’offerta ufficiale. Il resto i nomi girati fino ad oggi sono stati quelli di Klassen, Gonzalo Rodriguez, i due emergenti del Torino Benassi e Baselli (che il ds granata Petrachi ha allontanato dicendo che “per quest’anno non parte”) e infine il “Papu” Gomez.

Ma di affari concreti per il momento non sembra esservi traccia. Come già successo in passato dunque, è il caso delle stagioni 2009-10 (quando partì Pandev e Ledesma venne messo fuori rosa) oppure della più recente 2015-16 (dopo la prima stagione di Stefano Pioli), quando la Lazio è chiamata a rinforzarsi per poter competere finalmente su più fronti, accade puntualmente il contrario: i migliori anziché essere blindati partono. La sensazione, dopo tutti questi anni, è che l’intenzione di Lotito sia quella di tenere la Lazio come se fosse una macchina da guidare a velocità controllata, senza spingere troppo sull’accelleratore. E soprattutto senza far capire ai suoi tifosi, quale sia la destinazione da  raggiungere.

 

La rivoluzione dei Lancieri: sono tornati a fiorire i tulipani ad Amsterdam

La rivoluzione dei Lancieri: sono tornati a fiorire i tulipani ad Amsterdam

La gioventù, dicono, sia un dono di cui andare gelosi quando la si possiede, e da desiderare quando la si è persa. È quella fase della vita di cui si conoscono i segreti solo quando la si conclude, o forse nemmeno allora. Un periodo complicato, incerto, imperdibile. Un periodo in cui si sogna di essere invincibili, ma alla fine si risulta solo illusi, o sognatori alla meno peggio. Un periodo in cui accettare le sconfitte è una delle prove più complicate, un ostacolo difficilmente superabile. Ma è così che si diventa uomini, che si acquisisce ciò che serve per trionfare: l’esperienza. Componente che fa più di quanto si creda.

Non è stato e non sarà affatto facile per Peter Bosz far digerire la sconfitta di pochi giorni fa a Stoccolma. L’Ajax ha giocato per larghi tratti il miglior calcio dell’intera competizione, con l’irriverenza da giovani ma l’intelligenza tattica da giocatori navigati. Hanno però poi mancato l’appuntamento principale, quello cruciale, la finale, facendo vedere come quello che li ha spinti fin qui, è ciò che gli ha fatto tremare le gambe nell’atto conclusivo.

La capacità di non spaventarsi davanti a nessun avversario, in nessuna situazione, senza sentire il peso della prestazione e del risultato, si è trasformato nell’ansia di vincere, di dimostrare che i lancieri fossero tornati al meglio, al top, nell’olimpo del panorama calcistico europeo. Forse non lo sanno, forse non ci credono, ma anche con una sconfitta, la missione è compiuta.

Sono molti i meriti di questo Ajax. E la maggior parte di questi hanno nome e cognome. Permettete di citarne alcuni, quelli più lodevoli.

Traorè Bernard, nato il 6 settembre 1995, professione attaccante. 1,77 di altezza per 75 chili. Nonostante la stazza non si di quelle da smuovere le masse, la professione è quella del bomber di peso, capace di segnare gol pesanti, ma da cui ci può aspettare imprevedibilità per tutto il fronte offensivo. Semplicemente perché tutta la potenza di questo giovane ivoriano di proprietà del Chelsea (e Re Antonio crediamo proprio voglia far tornare il cavaliere alla sua reggia) non può essere limitata alla semplice area di rigore.

De Ligt Matthijs, nato il 12 agosto 1999. La carta d’identità è miglior biglietto da visita per un ragazzo non ancora maggiorenne che può vantare più partite in competizioni europee che anni di vita. Difensore roccioso ma allo stesso tempo agile, giusto compromesso tra il leader di retroguardia moderno e lo stopper d’altri tempi. Segni particolari: il più giovane giocatore di sempre a disputare una finale UEFA.

Klaassen Davy, nato il 21 febbraio 1993. Uno dei più anziani del gruppo, capitano della giovane squadra di Amsterdam. È stato forse il più vicino ad abbandonare la maglia biancorossa, ma la sua perseveranza e testardaggine lo hanno fatto rimanere, fino a conquistarsi la fascia di leader dello spogliatoio. Centrocampista duro e deciso quanto intelligente tatticamente, abbina con estrema abilità fase difensiva ed offensiva.

Dolberg Kasper, nato il 6 ottobre 1997. Dulcis in fundo. Perché se c’è un giocatore visto come uomo simbolo di questa ‘rivoluzione dei lancieri’ è proprio lui. Più del bomber, più del pilastro difensivo, più del capitano. Il più chiacchierato del gruppo di Bosz, quello più decisivo. Almeno fino alla finale, dove ha sofferto di crisi di identità, scivolone che si perdona, a lui come ai compagni. Di gran lunga il più dotato tecnicamente, il gioiellino danese sembra, a detta della maggior parte di addetti ai lavori, il più vicino a ricalcare le orme degli attaccanti di grido passati per Amsterdam.

Vi abbiamo mostrato principali pregi e difetti di ragazzi rispettivamente di 22, 17, 24 e 19 anni. Ma non possiamo dimenticare anche ragazzi come Zyiech, Sanchez, Schone, Younes e Kluivert. Tutti ragazzi dal roseo futuro, e dal presente radioso. E proprio per questo, ancor meno propensi ad accettare la sconfitta.

Questo compito, come detto, spetterà a Peter Bosz. Toccherà a lui spiegargli che nella vita non tutti i sogni si realizzano al primo tentativo. Perché per quello che hanno fatto vedere in questo torneo non meritavano di essere secondi a nessuno. Ma sono mancati sul più bello, e questo nel calcio, nella vita, lo paghi caro. Sono forse le sconfitte più dolci, perché ti lasciano qualcosa di positivo. Ma è pur sempre una sconfitta.

Il punto da cui ripartire è già segnato. Bisogna vedere quanti crederanno ancora nel progetto Ajax, o si vogliono concedere una possibilità altrove, un’occasione subito. Le sirene di mercato ovviamente si sentono. Qui non esiste scelta giusta o sbagliata, copione da seguire o situazioni da evitare. Rimane il pensiero di come, questo Ajax, comunque vada, ci ha fatto proprio divertire.

Non tutti possono permettersi un Buffon, eppure giovani talenti crescono

Non tutti possono permettersi un Buffon, eppure giovani talenti crescono

Nel calcio i giocatori più famosi, più invidiati e, spesso, più pagati, sono gli attaccanti. Chi fa gol è da sempre il personaggio più in vista, più amato dalla folla divenendo simbolo e bandiera di un determinato club. Se è anche vero che una squadra vincente si costruisce innanzitutto dalla difesa e che il centrocampo è la zona nevralgica del campo, troppo spesso ci si dimentica invece del ruolo cardine di qualsiasi compagine: il portiere.

Il numero uno è, fin dagli albori del gioco del calcio, il ruolo più delicato e per certi versi affascinante del calcio. Il portiere non ha compagni di reparto, è solo contro tutti. Se un attaccante sbaglia dieci gol, queste occasioni mancate verranno magicamente dimenticate non appena il suddetto giocatore realizzerà una rete. Ma per il portiere non è così, per lui è tutto diverso. L’estremo difensore deve essere sempre concentrato, non può avere cali, non si può permettere di avere incertezze: il portiere può essere perfetto per un intero match, ma basta un suo piccolo errore per cambiare le sorti della contesa, trasformando di fatto una piccola incertezza in uno sbaglio dall’enorme peso specifico. Decidere di diventare un estremo difensore, l’ultimo baluardo a difesa della porta, non è una scelta facile, implica sacrificio, forza mentale e tanto coraggio. Qualunque club, sia che esso punti a traguardi ambiziosi che ad una semplice salvezza, ha nella sicurezza del proprio portiere il pass per raggiungere i propri obiettivi.

La Lazio, che il prossimo anno avrà anche l’impegno europeo oltre a quelli nazionali, è una di quelle squadre che al momento devono ancora decidere a chi affidare le chiavi della propria porta in vista della prossima, fondamentale, stagione. Questo campionato ha regalato due certezze in casa biancoceleste: Marchetti non è più in grado di fare il titolare in un club ambizioso, mentre Strakosha sembra essere definitivamente esploso e può essere preso seriamente in considerazione per gli anni a venire. Sono tante le soluzioni che stanno vagliando Tare e la società, ma per una squadra che deve puntare con decisione a rimanere nel giro europeo alcune scelte appaiono obbligate. Considerando Marchetti un sicuro partente e con Vargic che non sembra aver ancora convinto Inzaghi, se la Lazio decidesse di puntare su un portiere già pronto potrebbe comunque scegliere una linea interna, ovvero Berisha. L’albanese, reduce da un’ottima stagione all’Atalanta, ha dimostrato di essere un estremo difensore affidabile, finalmente maturo, che para il parabile senza avere però nelle proprie corde colpi da campione. Dopo una stagione altamente positiva, un portiere come Berisha potrebbe però avere diverse offerte sia in Italia che all’estero e la sua cessione diverrebbe piuttosto utile per rimpinguare le sempre poco floride casse biancocelesti. Gli altri nomi che in questo periodo girano intorno al mondo Lazio sono quelli di Sirigu, Neto e Consigli, ma nessuno di questi sembra regalerebbe alla porta biancoceleste quella tranquillità necessaria per affrontare con serenità gli anni a venire.

L’unico nome veramente interessante è quello di Mattia Perin, l’estremo difensore genoano che potrebbe essere acquistato in saldo a causa del suo recente problema al ginocchio. Le qualità del portiere rossoblu non si discutono e, se non ci fossero problemi di recupero fisico dall’infortunio, potrebbe rappresentare una soluzione di altissimo livello per blindare a doppia mandata la porta laziale per svariate stagioni. C’è però anche un’altra possibilità, decisamente low cost, che dalle parti di Formello stanno seriamente prendendo in considerazione: dare fiducia al talentuoso Strakosha, affiancandogli magari un secondo esperto. Questa soluzione, auspicata dalla piazza, sembra convincere anche mister Inzaghi, da sempre fiducioso sulle qualità del giovane albanese che quest’anno ha dimostrato di poter difendere una porta così impegnativa. Ovviamente, vista l’età e la poca esperienza del ragazzo, in questo caso la scelta del dodicesimo diventerebbe fondamentale: gente come Sorrentino e Storari potrebbero fare da chioccia al giovane talento, aiutandolo nei momenti difficili grazie alla loro infinita esperienza. Tra soluzioni interne e possibili acquisti la Lazio ha quindi ampia scelta per programmare al meglio la difesa della propria porta nelle prossime stagioni, ma una cosa è certa: la scelta del portiere non si può sbagliare perché, come affermavano gli esperti già negli anni ’50, il portiere vale mezza squadra e questo è un caposaldo del gioco del calcio che, anche col passare degli anni e col cambiare delle epoche, mai muterà.