Lazio, chi per il dopo Marchetti?

Lazio, chi per il dopo Marchetti?

Dopo sei splendidi anni, conditi da tante parate e da prestazioni a volte eccezionali, il matrimonio tra Federico Marchetti e la Lazio appare giunto ai titoli di coda. Professionista, uomo spogliatoio e guida per i più giovani, Federico in questi anni ha rappresentato una vera e propria certezza tra i pali biancocelesti. Mai una parola fuori posto o un gesto di insofferenza, con la fragilità fisica come unico limite riscontrato in questi sei lunghi anni di permanenza sotto il cielo di Roma.

A 34 anni Federico ha però iniziato quella parabola discendente che tutti i calciatori attraversano superata la soglia dei fatidici 30 anni. Se fino ad un paio di stagioni fa il numero uno di Bassano del Grappa era considerato a pieno diritto il secondo miglior portiere italiano dopo Buffon, ad oggi il calo di rendimento dell’ex portiere del Cagliari appare un processo ormai irreversibile. Con un fisico che con il passare degli anni diventa sempre più fragile e con le recenti prestazioni ben al di sotto delle sue potenzialità, pensare ad un cambio tra i pali in vista della prossima stagione per la Lazio diventa praticamente un obbligo e non una semplice idea. Sostituire un grande portiere come Federico Marchetti non è semplice e andare a prendere ‘’scommesse’’ straniere in stile Muslera non sarebbe certamente la scelta più saggia per la sempre esigente piazza romana. Con una scuola di portieri italiana finalmente tornata ai fasti di un tempo, l’idea più lineare e concreta è quella di acquistare un numero uno pronto e affidabile o, in alternativa, un giovane ragazzo con una riserva esperta ad affiancarlo. La soluzione più economica Lotito ce l’ha già in casa e si chiama Thomas Strakosha.

Il portierino albanese, che tanto bene ha fatto in questa stagione quando è stato chiamato in causa, gode della stima del Ds Tare ed è un’opzione che farebbe felice il patron biancoceleste, il quale in questo caso non dovrebbe spendere neanche un euro per sistemare la questione portiere. Ragionando però sulla delicatezza del ruolo da ricoprire e sulla poca esperienza accumulata finora dal giovane albanese, appare evidente come l’ideale per Strakosha sia andare a giocare in un club minore per crescere e maturare senza troppe pressioni attorno. Se proprio si volesse puntare su un portiere giovane, italiano e sicuramente più pronto di Thomas Strakosha, l’identikit perfetto sarebbe Ivan Provedel, attuale numero uno della Pro Vercelli ma di proprietà del Chievo. Il quasi ventiquattrenne originario di Pordenone è un vero e proprio talento, acquistabile per cifre non elevate e pronto per il grande salto nella massima serie dopo svariate ottime stagioni in Serie B che hanno fatto maturare il ragazzo. Se da un lato la linea giovane attrae, non possiamo non considerare però come una squadra come la Lazio debba poter ambire a posizioni di prestigio ogni anno e per fare ciò è indispensabile avere in porta un elemento di sicuro affidamento. In questo caso le strade portano a due nomi: Consigli del Sassuolo e Perin del Genoa. Il primo, portiere ormai maturo e affidabile, è un discreto numero uno, para il parabile e limita al massimo gli errori. Non un fenomeno, non un portiere salva risultato, semplicemente un buon estremo difensore per una squadra da Europa League.

Il vero colpaccio sarebbe invece Mattia Perin: talento purissimo e presenza fissa in Nazionale, l’attuale stato di infortunato potrebbe essere un valido alleato per Lotito qualora decidesse di chiedere il ragazzo al suo amico Preziosi. Con un prezzo sicuramente sostenibile dalle casse biancocelesti, l’acquisto del classe ’92 rappresenterebbe il chiaro segnale di voler continuare a lottare per le posizioni che contano, avvalendosi di uno dei portieri più talentuosi dell’intero panorama europeo. Qualunque sarà la decisione della dirigenza biancoceleste, sarà bene però che venga studiata e ponderata con la massima attenzione, perché la frase ‘’il portiere vale mezza squadra’’ non è solo una leggenda tramandata di generazione in generazione, ma un vero e proprio caposaldo del gioco del calcio.

Zeman e quell’inevitabile “No” alla Cina

Zeman e quell’inevitabile “No” alla Cina

“Non ho bisogno di soldi. Per mangiare li ho ancora”. Così parlò Zdenek Zeman ai microfoni della trasmissione radiofonica “Non è un paese per giovani” su una sua possibile esperienza in Cina, nuova frontiera del calcio mondiale che, come una maga Armida del pallone, non fa che tentare, senza sosta e a più riprese, calciatori e allenatori di tutto il globo con proposte economiche da far perdere la testa anche al più imperturbabile degli astemi. E finora sono in molti (da Lavezzi a Guarin, da Witsel a Tevez, tanto per fare alcuni nomi) che hanno ceduto alle tentazioni della Terra del Drago, spinti forse dall’idea di trovare in Estremo Oriente l’estrema felicità. Almeno economica, perché quella sportiva è ancora lunga da venire. Forse un domani l’Asian Champions League sarà più appetibile e affascinante della Champions League europea, ma al giorno d’oggi, per esempio, l’intensità emotiva di una vittoria al 92’ della Fiorentina ad “Anfield” o di un Napoli che può eliminare il Real Madrid non si può provare in nessun altra competizione del mondo. Anche all’ombra della Grande Muraglia.

Dove non c’è, e non potrà mai esserci, Zdenek Zeman. Un’assenza che, volendo vestire i panni dell’avvocato del diavolo, un po’ sorprende. Sdengo è da sempre uomo di sfide di ogni genere: dal tipo di calcio (ultra-offensivo) proposto in relazione al luogo e al tempo storico (Italia degli anni Ottanta) alle squadre allenate a ogni latitudine (Lugano, Belgrado, Istanbul); dalle nuotate in apnea durante i ritiri con la Roma per stare al gioco di una scommessa lanciatagli da alcuni giocatori al passaggio, serafico e disinvolto, fuori lo “Zaccheria”, tra i tifosi del Foggia infuriati per il ripetersi di alcune sconfitte e ancora ignari che presto sarebbe nata Zemanlandia.

Siccome uno di loro, lo psichedelico Frengo inventato da Antonio Albanese a “Mai dire gol”, diceva che nelle cose della vita c’è sempre un “why?” e un corrispettivo “because”, perché uno come Zeman dovrebbe rifiutare la Cina? La risposta è in una parola: coerenza. Con se stesso, con una filosofia di vita dove la sostanza prevale sulla forma, dove si crede in ciò che si fa, dove si premia il merito, dove si sposa una causa non per convenienza, ma perché convinti della sua bontà. Il boemo è come il Velasquez della canzone di Roberto Vecchioni, l’immaginario navigatore metafora dell’Idea che ti avvolge, che ti trascina e che devi seguire fino in fondo. Che qui è sì 4-3-3 e pensare sempre a segnare un gol in più dell’avversario invece che a subirne uno in meno, ma anche e soprattutto lavoro all’aria aperta, giocatori da costruire, talenti da migliorare, pubblico da divertire. In due parole, “fare calcio”. Una prerogativa che ha contraddistinto il modus operandi di tutta la sua carriera, dalle giovanili del Palermo fino al Canton Ticino, dal 3-5 di Tenerife ai tre campionati vinti in ventisette anni (Licata, 1985; Foggia, 1991; Pescara, 2012) senza cambiare una virgola al proprio credo tattico, dalla terra battuta dei campi del girone-D della serie C2 all’erba dell’Olimpico, indipendentemente che dall’altra parte ci fosse il Real Madrid o avversari dal nome mitologico oggi scomparsi dalla geografia calcistica (Grumese).

All’alba dei settant’anni, tanta coerenza con il proprio “io” si fonde anche con un’inevitabile coerenza con la propria storia. Quella di Zeman racconta di una passione per lo sport equiparabile a certi amori di Antonello Venditti: unica, insuperabile, indivisibile. Al punto da farsi retribuire in alimenti quando a metà degli anni Settanta allenava fra i dilettanti del palermitano – Cinisi, Bacigalupo, Esakalsa – o che lo portò a giocare e insegnare pallamano, a fare il professore di educazione fisica nelle scuole fino ad allenare amici futuri insegnanti di tennis con gli stessi metodi con i quali ha forgiato ragazzi che, dalla “Primavera” del capoluogo siciliano, sono arrivati a giocare e segnare insieme a gente come Alessandro Del Piero.

Uno così, che si è sempre preoccupato di dare forma alle proprie idee, che ha sempre cercato una ragione sportiva nel suo agire, non può andare in Cina. Non per snobismo o per una presunta superiorità culturale in materia, bensì perché si snaturerebbe. Il suo nome, per l’idea di calcio-business che sta prevalendo in riva allo Yangtze, finirebbe per essere commercializzato e Zeman diventerebbe un brand per attirare sponsor e incrementare il merchandising, piuttosto che quel valore capace di cesellare atleti ed emozioni in grado di far crescere un movimento calcistico ancora acerbo come quello cinese.

Frengo aveva ragione: nelle cose della vita c’è sempre un why? e un corrispettivo because.

Da Mounier a Signori: quando i tifosi dicono No

Da Mounier a Signori: quando i tifosi dicono No

Nel calcio, forse, i tifosi contano ancora qualcosa. Sicuramente contano tanto in quel di Saint Etienne dove la tifoseria bianco-verde ha fatto in modo di bloccare un trasferimento già fatto con tanto di presentazione ufficiale alla stampa. Parliamo del caso di Anthony Mounier che dal Bologna aveva raggiunto l’accordo con il Saint Etienne salvo poi essere rispedito a casa dal club francese. Ora l’ex giocatore felsineo si è accordato con l’Atalanta e dunque rimarrà in Italia. Ma perhé i tifosi del Saint Etienne ce l’hanno cosi tanto con Anthony Mounier? Ora ve lo spieghiamo.

VIDEO GALEOTTO- Per prima cosa Mounier è tifoso del Lione, con la quale è anche cresciuto nelle giovanili e con cui ha fatto l’ingresso nel calcio dei grandi prima di andare al Nizza. Tra Lione e Saint Etienne (le due città distano solo 60 Km l’una dall’altra) c’è una rivalità storica che da vita ogni anno al Derby del Rodano. Quella tra i due club è la contrapposizione forse più importante del Campionato francese, seconda solo a quella tra Marsiglia e PSG. Una rivalità che ha radici antiche e anche sociali dato che Saint-Étienne è stata sempre considerata come una città del popolo, una città operaia contrapposta a Lione  che è sempre stata una città borghese e dominante a livello politico, amministrativo ed economico. Non solo, Mounier ai tempi del Nizza segnò ben due gol al Saint Etienne e dopo il match si lasciò andare ad un video in cui insultava i sostenitori  bianco-verdi. “Un errore di gioventù, avevo solo 22 anni” ha dichiarato Mounier  nella conferenza di presentazione. L’ex giocatore del Bologna ha chiesto anche un incontro con i tifosi del Saint-Etienne che però non hanno voluto sentire ragioni e hanno fatto in modo che l’esterno francese fosse libero di accordarsi con un altro club.

ANCHE IN ITALIA – Anche in Italia è accaduto che  un trasferimento o una trattativa venisse bloccata dai tifosi. Come non ricordare nel Gennaio del 2014 il caso Guarin-Vucinic: tutto praticamente fatto tra Inter e Juventus, per lo scambio tra i due giocatori. Furono i supporters neroazzurri a imporsi con una contestazione sotto la sede dell’Inter e a convincere l’allora presidente Thohir a tirarsi indietro, mandando su tutte le furie la Juventus che si disse addirittura “sconcertata” da quanto successo. Qualche anno prima, nel 2008, protagoniste sempre Juventus  e Inter ma a parti inverse: la pietra dello scandalo è rappresentata da Dejan Stankovic , allora scaricato da Mourinho, sul quale il club bianconero aveva messo le mani. Anche in quel caso furono i tifosi a bloccare tutta la trattiva non perdonando al serbo alcune dichiarazioni al veleno contro la Juve di qualche anno prima. Morale della favola, Stankovic rimase a Milano e fu uno dei protagonisti del triplete del 2010. Leggermente diverso ma sulla falsa riga dei precedenti, fu il caso relativo a Beppe Signori. Era l’estate del 1995 e l’allora presidente della Lazio, Sergio Cragnotti, aveva praticamente chiuso per il trasferimento di Signori al Parma dell’amico Callisto Tanzi. Un affare per le casse della Lazio, ma non per i tifosi che non volevano vedere partire un giocatore simbolo e uno degli attaccanti più forti in circolazione in Italia all’epoca. Cortei e violente proteste costrinsero Cragnotti a ritirare Signori dal mercato per la soddisfazione di Zoff e dei tifosi laziali. Il presidente biancoceleste però non prese bene questa situazione e minacciò addirittura di vendere il club, salvo ripensarci. Tutte storie in cui i tifosi hanno avuto un ruolo determinante. Casi in cui delle volte il cuore e la passione popolare hanno prevalso sui soldi e sugli affari. Ricordi sbiaditi di un calcio che forse sempre di meno ci regalerà queste strane e bizzarre storie.

 

Francesco Vitale e le “Sliding Doors” del calcio e della vita

Francesco Vitale e le “Sliding Doors” del calcio e della vita

Gennaio tempo di calciomercato. Argomento da maneggiare con cautela: voci, sensazioni e sussurri si intrecciano con i sogni. Poi, quando i nodi vengono al petttine, spesso si trascinano i rimpianti. Basta poco, per cambiare la carriera di un calciatore e i destini di una squadra. Roba da “Sliding doors”. Appunto. Francesco Vitale, conduttore di “Citta Celeste”, tifoso della Lazio, appassionato enciclopedico di calcio raccoglie trattative mai concretizzatesi in un libro: “Calciomercato-Sliding Doors”. Una raccolta di aneddoti che avrebbero riscritto la storia del calcio. In una breve chiacchierata, aldilà del “Cosa sarebbe successo se…” si parla anche di attualità: il focus, ovviamente, sulla Lazio e le prospettive biancocelesti.

“Sliding doors-Calciomercato” Cosa ti ha spinto a questa idea?

Mi ha spinto la mia passione per il calciomercato che ho sin da bambino, la mia fissazione per le potenziali Sliding Doors rapportate anche alla vita di tutti i giorni, la voglia di condividere un qualcosa con i lettori”.

Quale storia ti ha appassionato di più?

Ronaldo. Nell’estate del 1997 poteva andare alla Lazio, piuttosto che all’Inter. Se “Il Fenomeno” fosse arrivato nella Capitale dal Barcellona, forse tante cose sarebbero andate diversamente. Forse  nel 1998 non avrebbe umiliato Nesta e la Lazio in finale di Coppa UEFA. Magari nel 2000 non si sarebbe infortunato all’Olimpico nel match di Coppa Italia proprio contro i biancocelesti. Forse non avrebbe mai  vissuto l’incubo del  5 maggio 2002, ed infine, chissà, magari avrebbe vinto la Champions League con la Lazio, unico trofeo mancante della sua carriera e gemma mai arrivata per completare il ciclo di vittorie cragnottiano.

Sliding doors nel calcio come nella vita. A Roma due squadre: come mai hai scelto la Lazio?

La Lazio era la squadra del cuore di mio nonno, ma più che altro con gli anni, mi ha affascinato lo stile della tifoseria, l’essere una sorta di grande famiglia, oltre che la storia in se della squadra mai fatta di mezze misure, con l’esempio più eclatante che si può sintetizzare con il goal di Fiorini al Vicenza nell’anno dei -9 in Serie B, trovando il culmine il 14 maggio 2000 con la vittoria dello scudetto più bello di sempre.

Il calciomercato di gennaio non è mai foriero di buone notizie per la Lazio, pensi o speri in una inversione di tendenza?

Non mi aspetto nulla di eclatante per il calciomercato di gennaio, sia per i motivi che hai spiegato, ma anche perché al di la del modus operandi della Lazio, il mercato di riparazione offre davvero poco, a meno che non ti chiami PSG e ti puoi permettere di pagare un Draxler cifre astronomiche! I principali affari poi li stiamo vedendo in Cina, un nuovo mercato che per certi versi sta uccidendo il calcio.         

Dove arriverà questa Lazio visto che le avversarie si stanno attrezzando?

Da quarto/quinto posto, aldilà dei rinforzi altrui. La Lazio ha il grande vantaggio di non giocare in Europa e tutto sommato con pregi e difetti di avere anche una rosa competitiva pure senza eventuali rinforzi. Nonostante ciò, è altrettanto vero che una punta come vice Immobile servirebbe tantissimo, appurato ormai da tempo che Djordjevic ha dimostrato di non essere un giocatore da Lazio.

Lazio: Cataldi, fuga o scelta condivisibile?

Lazio: Cataldi, fuga o scelta condivisibile?

Danilo Cataldi ha lasciato la Lazio. Una notizia che ha scosso l’ambiente biancoceleste e che ha letteralmente diviso la piazza. Da una parte c’è chi sostiene la scelta del ragazzo, il quale ora potrà giocare con maggiore continuità e magari tornare a Roma a giugno con qualche certezza in più. Dall’altra i suoi detrattori, che si domandano come un ragazzo di soli 22 anni, laziale di cuore e utile nel turn over, possa scappare alle prime difficoltà.

Analizzando la questione nel dettaglio, ci si rende immediatamente conto che ambedue gli schieramenti hanno validi motivi per sostenere le proprie tesi: da un lato è indiscutibile che un’esperienza da titolare possa solo che giovare ad un ragazzo la cui maturazione sembrava essersi leggermente arenata e che ha dimostrato di soffrire parecchio il ruolo di riserva. D’altro canto però, stona non poco il dover assistere alla partenza in fretta e furia da parte di un calciatore che si professa laziale da sempre, al quale è stato dato più volte il privilegio di indossare la fascia di capitano a soli 22 anni e che, nonostante tutto, il suo spazio in questa stagione lo ha comunque trovato. Il desiderio di Danilo di giocare con maggiore continuità è di fatto la principale ragione per la quale è andato a rinforzare il grifone di Genova. Una titolarità che alla Lazio però Danilo Cataldi non ha mai dimostrato di meritare appieno, nonostante le chance avute. Grazie al lungo infortunio di Biglia, il centrocampista romano ha accumulato svariate presenze in questo campionato, ma alzi la mano chi ha mai pensato, anche solo per un secondo, che il ruolo di primo rincalzo andasse stretto al pur bravo Cataldi. Medie, sufficienti, ma decisamente poco incisive, così sono apparse le prestazioni del ragazzo ogni qualvolta è stato chiamato in causa da mister Inzaghi. Un allenatore che, fin dal suo arrivo a Formello, ha sempre dato l’idea di non fare favoritismi e di premiare sempre chi in settimana dimostra di meritare il posto da titolare.

Milinkovic, uno dei maggiori prospetti della Lazio attuale, lo scorso anno con Simone Inzaghi trovò assai poco spazio, ma in questa stagione è stato bravo a lavorare con impegno e a conquistarsi il posto, cosa che Cataldi non è riuscito a fare nel girone di andata appena concluso. Quello che lascia perplessi della scelta di Danilo è la ‘’fretta’’ con la quale ha deciso di abbandonare la ‘’sua’’ Lazio, squadra in piena lotta per un posto in Europa, per andare a giocare qualche partita in più in club che, almeno per quest’anno, ha ben poche ambizioni di classifica. La titolarità è allettante, ma da un ragazzo di soli 22 anni a cui la società non ha mai fatto mancare la fiducia, forse sarebbe stato lecito aspettarsi maggiore pazienza e più voglia di imporsi con la maglia della propria città, piuttosto che ‘’mollare’’ a metà dell’opera.

La cessione di Cataldi mette nei guai anche la Lazio, società da sempre poco incline a muoversi con decisione nei mercati invernali. Il centrocampo biancoceleste è infatti ridotto all’osso, con i soli Murgia e Leitner come alternative centrali. Considerando che il tedesco non è praticamente mai entrato nelle grazie di Inzaghi e che Murgia è di fatto poco più di un ex Primavera senza esperienza, ecco che la ricerca di un centrocampista affidabile e che possa tornare utile nel turn over diventa alquanto urgente. Non si potranno commettere di nuovo gli errori del passato: non servirebbero a nulla gli acquisti di gente tipo Kakuta, Helder Postiga o Saha, adesso serve un calciatore vero, affidabile, concreto e che possa essere utile fin da subito senza bisogno di tanto ambientamento. In poche parole servirebbe un Cataldi, ma Cataldi si è tirato indietro.