Goteborg-AIK rinviata per scommesse: la differenza tra un paese serio e…l’Italia

Goteborg-AIK rinviata per scommesse: la differenza tra un paese serio e…l’Italia

La partita tra Goteborg e AIK Stoccolma, programmata per la giornata di ieri alle ore 19, è stata rinviata a data da definirsi per forte rischio combine. Non solo, a dare la notizia e la motivazione il sito dell’Allsvenskan (la massima serie svedese) che attraverso il suo portavoce Håkan Sjöstrand, segretario generale della Federcalcio svedese ha dichiarato: “Questo è un attacco molto grave al calcio svedese. Non lo accetteremo mai. Non si tratta di una singola partita, ma di un attacco grave e un tentativo di colpire mortalmente il calcio in Svezia. È quindi è importante agire subito con determinazione, perché mai accetteremo una cosa simile. La base di tutto è che le partite sono sicure, e che i risultati sono figli dei meriti sportivi. Sulla base delle informazioni che abbiamo, non possiamo garantire che la partita di stasera tra Göteborg e AIK lo sia, e che il suo risultato dipenda da motivi sportivi.”

IL RETROSCENA:

Un giocatore dell’AIK, si parla del portiere, ruolo fondamentale per alterare una partita, avrebbe denunciato il fatto di essere stato avvicinato da un altro ex giocatore dell’AIK, reo di essere il tramite tra un’organizzazione criminale e i giocatori. 100.000 cash e tante minacce per accettare di “non impegnarsi troppo durante la sfida”. Il minacciato ha subito avvertito le autorità denunciando l’accaduto.

La notizia sarebbe arrivata alla Federcalcio svedese che ha subito contattato le parti coinvolte (polizia, AIK, Göteborg e Lega Calcio Svedese). La proposta di rimandare la partita, in programma giovedì sera, è stata accolta senza esitazione da tutte le parti interessate, mentre la polizia ha avviato un’indagine preliminare.

LE QUOTE:

Guardando le quote si capisce subito che l’affare di questa partita non era circoscritto alla sola Svezia ma piuttosto al mondo intero. Calo da 2.38 a 2 per la vittoria del Goteborg (19% di calo) con conseguente aumento del segno X (da 3.3 a 3.5) e del 2 (da 2.9 a 3.6).

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LA DIFFERENZA CON L’ITALIA:

In un paese serio come la Svezia, ieri è stata rimandata una partita importante in barba a tifosi e diritti tv per dare un esempio. Non importa che si sia fatto un piccolo danno economico a qualcuno, perché il bene superiore comune è quello di sensibilizzare e reprimere certe meccaniche illegali sul nascere. In Italia, invece, assistiamo ogni settimana a partite con quote ridicole che poi si avverano, l’ultima Cesena-Verona di giovedì, e nessuno interviene o prova a dire nulla . Questo perché finchè non si tocca il portafogli di qualcuno sono tutti bravi a demonizzare, ma nel momento che un bookmaker, una pay-tv o lo stato stesso che fa tanto business con le scommesse ci rimette un euro tutti i dubbi, tutti gli scandali, tutte le quote anomale passano in sordina nel silenzio che fa evidentemente felici tutti.

 

Mio Nonno, un calciatore? Il passato che non ti aspetti

Mio Nonno, un calciatore? Il passato che non ti aspetti

Di Barbara Fiorio e Ettore Zanca

A casa Fiorio, se avrete la fortuna di poter sbirciare, non ci si annoia mai. Parola di Barbara.

Barbara Fiorio è una scrittrice che, con una delicatezza fotografica, ha raccontato la vita di felini e umani. Ha pubblicato il saggio ironico sulle fiabe classiche “C’era una svolta” (Eumeswil, 2009) e i romanzi “Chanel non fa scarpette di cristallo” (Castelvecchi, 2011), “Buona fortuna” (Mondadori, 2013 – ed. spagnola per Suma de letras, 2014) e “Qualcosa di vero” (Feltrinelli, 2015 – ed. tedesca per Thiele-Verlag, 2016). Per Einaudi ha scritto il racconto “La gattara” (antologia “Gatti – I racconti più belli”, 2015). Insomma una donna che narra e si narra con una fluidità invidiabile.

Ma oltre alla produzione letteraria, abbiamo chiesto a Barbara di aprire un baule. Vecchio, impolverato, che ricorda quello dei militari delle grandi guerre. E ne sono uscite due storie di calcio di famiglia, che è lei stessa a raccontare tenendo in mano le foto ingiallite. Tutto iniziò con suo nonno. Italo Fiorio.

Italo Fiorio

“Per me mio nonno era solo mio nonno, un impresario edile in pensione che mi raccontava dei partigiani e della guerra. Sapevo poco di lui, da bambina.
Sapevo anche che gli piaceva il calcio e che ogni tanto andava a vedere il Genoa, che aveva due azioni della squadra, una per ogni figlio, e quel cuscinetto rosso e blu diviso in due parti che si apriva come un libro e diventava quadrato. Quanto lo desideravo! Ma era per andare allo stadio e a me, allo stadio, mi ci hanno portata una volta sola, avrò avuto cinque anni, e almeno quel giorno ho potuto sfoggiare il cuscinetto rosso e blu, sedermici sopra, urlare fortissimo “Gol!” quando lo urlavano anche il nonno e papà e incitare i calciatori con la palla davanti, ma solo quelli con la maglia rossoblu, i Nostri.
Quello che non sapevo era che mio nonno amava il buon calcio perché era stato un calciatore. Non famoso, suo padre glielo ha impedito, doveva andare a lavorare nei cantieri, altro che giocare al pallone, ma ho scoperto che ha giocato tanto, soprattutto di nascosto da lui, e che ha cominciato nella Pro Vercelli.

Non sappiamo come sia entrato in quella grande squadra (a quei tempi era una grandissima squadra, ho saputo), probabilmente lo avranno visto giocare, quando non studiava era sempre dietro un pallone. Pare che ne abbia fatto parte per un paio d’anni, non sappiamo con esattezza quali ma lui era del 1902, sarà stata la fine degli anni ’10, quasi ‘20. In quel periodo divenne molto amico di Virginio Rosetta, tanto che, qualche anno dopo, lo fece andare a giocare a Cossato per un’occasione anche questa persa nel tempo e nei ricordi di famiglia. Mio padre ricorda una foto di quel giorno, con mio nonno e Rosetta insieme sul campo, che purtroppo è stata rubata insieme ad altri piccoli cimeli.

Quando, finita la scuola, mio nonno tornò a Cossato, suo paese natale, andò a giocare nella Cossatese, forse per un’altra decina d’anni, anche questo non ci è chiaro, abbiamo alcune foto della squadra con lui che svetta, quasi sempre al centro e quasi sempre di profilo o di tre quarti. Perché non guardasse quasi mai in camera non lo so.

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Mio padre sostiene che chi ha praticato uno sport non considera mai l’altra squadra come il nemico ma solo come un avversario sul campo: finita la partita si torna tutti amici. Non so se valga per tutti, di certo vale per la mia famiglia: non ho mai visto reazioni di invidia, di competizione agguerrita o di attacco agli altri, né in campo sportivo né in altri campi. Se qualcuno è bravo non importa se sia più bravo di noi, è bravo e basta, glielo si riconosce e lo si ammira per questo.

Resta una specie di mistero quello sulla maglietta della Cossatese negli anni ’20 e ’30. Era nera con una stella bianca, molto simile a quella del Casale. Molti mi dicono che la maglietta fosse la stessa, ma i Cossatesi si inalberano e difendono con orgoglio la loro storia e la loro maglia. C’è chi la ricorda bene perché il padre, della Cossatese, la teneva in casa come ricordo. Ed era tutta nera con una stella bianca. La differenza con la maglia del Casale sembra essere uno sparato bianco che la Cossatese non aveva.

Mio padre, invece, del ’32, che come tutti i bambini amava giocare al pallone, tiene per il Toro. Il motivo è molto buffo: quando era in collegio a Torino, dove lo avevano messo per fare le medie mentre la famiglia si trasferiva a Genova, per dividersi in squadre a ricreazione si usavano i nomi delle squadre cittadine, il Toro e la Juventus. Per mio papà non c’era una distinzione tra le due, ma siccome erano di più i bambini della Juventus, la possibilità di giocare aumentava nettamente se si stava nel Toro.

“Vabbè, papà” gli ho detto un giorno, ridendo anche un po’, “ma era come essere i bianchi e i neri. Perché poi sei rimasto tifoso del Toro?”.
Ha sorriso e stretto le spalle a sottolineare l’ovvio. “Per lealtà. Quando scegli una squadra è quella, non cambi idea”.
E il Grande Toro è stata in effetti la passione di mio padre per molto tempo.
Avrà avuto quattordici o quindici anni quando la Nazionale venne a Genova per un allenamento: doveva poi incontrare una squadra straniera, chissà quale. In quegli anni la Nazionale, mi ha detto mio padre, era praticamente composta da tutto il Grande Toro (so che lo si deve chiamare così, dopo Superga) più Parola e Depetrini.
Lui, coi soldini guadagnati raddrizzando chiodi per mio nonno, si è comprato una foto del Toro e si è infilato nel pullman della squadra, fermo davanti allo stadio di Marassi.
Immagino che adesso sia impensabile che un ragazzino faccia una cosa del genere.
Emozionatissimo si è fatto fare l’autografo da tutti i calciatori: quelli del Toro ognuno sulla propria immagine, mentre Parola e Depetrini nel retro della foto.

Era un grande ammiratore anche di Carlo Parola e della sua mitica rovesciata, da piccola me ne parlava spesso. Quando, diciassette anni fa, Parola è morto, mio padre ha cercato sull’elenco il numero di telefono e ha chiamato la vedova per dirle quanto ammirasse suo marito. Una telefonata che mi ha commosso, quando me l’ha poi detto: avevano parlato per un’ora, lei gli aveva raccontato come si erano conosciuti e innamorati, mio padre le aveva raccontato dell’emozione che gli dava vedere il marito giocare in quel modo.
Sono gesti spontanei e puliti che mio padre ha fatto spesso e, con mio stupore, non è mai stato frainteso. Fa parte di un altro tempo, di un’umanità diversa dalla nostra.

Io, il calcio, non l’ho mai seguito. Nemmeno i mondiali. Li ho visti qualche volta per fare compagnia agli amici, ma non sono mai riuscita ad appassionarmi.
Però mi piaceva giocarlo. Alle medie ero nella squadra della mia classe, l’unica classe di tutta la scuola che aveva due femmine, io giocavo in difesa, a volte in porta, raramente in attacco, e non ero mai l’ultima a essere scelta: ci mettevamo tutti in fila davanti ai due capisquadra e, a turno, venivamo scelti. Di solito, al quarto o quinto turno, venivo chiamata. Roba di cui andavo fierissima.
Per eredità familiare mi fa piacere quando il Genoa e il Toro festeggiano una vittoria e accetto di buon grado che il mio vicino di sopra copra la facciata del palazzo con uno stendardo rossoblu quando il Genoa vince qualche partita importante.

Aprire quel baule commuove anche chi ascolta. In quelle foto non c’è solo la vita di una bella famiglia che amava giocare a calcio, c’è un pezzo di storia di un calcio che sapeva di legno e spogliatoi umidi, di maglie pesanti e palloni cuciti ed escorianti. Di retine sui capelli e di maniche rimboccate e cariche con la tromba dalla curva. Di questo sa il calcio a casa Fiorio, una pietanza che ha diviso con noi, con un sapore indimenticabile.

 Le foto dell’autrice sono di Sara Lando.

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Barbara Fiorio.
Nata a Genova, dove vive e scrive libri, è docente di comunicazione e tiene laboratori di scrittura, ironica e narrativa, tra cui il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri (GSSP), giunto alla sua quinta edizione.
Il suo sito è www.barbarafiorio.com

Mondiali 2018: Siberia, la Russia che (purtroppo) non vedremo

Mondiali 2018: Siberia, la Russia che (purtroppo) non vedremo

I Mondiali 2018 daranno alla Russia la grande opportunità di attrarre tifosi e turisti da tutto il mondo. Una vetrina unica e sfarzosa, in grado di mettere in mostra l’ospitalità del popolo russo e la fortissima passione calcistica che attraversa tutta la nazione. Un’opportunità anche per cancellare la macchia delle violenze di alcuni facinorosi agli ultimi Europei.

Purtroppo, vi sarà un’assenza di rilievo all’evento: la Siberia. La vasta regione, che occupa i tre quarti del territorio russo, infatti non ospiterà alcuna partita. Evento che avrebbe potuto aiutare a valorizzare l’immenso patrimonio di questa terra, fornendo nuove possibilità di crescita ad una regione in stagnazione economica da un lungo periodo. Un’occasione persa per diverse ragioni. È mancata una soluzione, nonostante i ripetuti tentativi statali di pubblicizzare e attrarre capitali, che sarebbero stati sicuramente favoriti dallo snellimento burocratico sul rilascio dei visti, predisposto per Confederations Cup e Coppa del Mondo.

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Saranno così 11 le città (12 gli stadi, 6 dei quali completamente nuovi) che ospiteranno le partite: Mosca, San Pietroburgo, Kaliningrad, Nižnij Novgorod, Kazan’, Samara, Volgograd, Saransk, Soči, Rostov sul Don e Ekaterinburg.

Tutte nella Russia europea, ad eccezione di Ekaterinburg, quarta città per abitanti, nel Circondario federale degli Urali, a 40 km dal confine tra Europa ed Asia. Per cultura e pronuncia, storica città di confine, non ancora Siberia, non più Europa.

Questi mondiali ci mostreranno la grandezza e la potenza di Mosca, la magnificenza di San Pietroburgo e la modernità nella bellezza della natura di Soči, ma mancheranno i migliaia di chilometri delle terre che si estendono ad est. Terre solcate dalla storia, dai passi di esploratori e prigionieri. Terre origine di quella Russia che immaginiamo ma che rimarranno fotografie senza realtà. Si è venuto incontro alle nazionali e ai tifosi, al fine di evitare lunghi spostamenti. La Russia copre 11 fusi orari e gran parte delle città siberiane sono collegate a Mosca tramite due sole tratte aeree giornaliere. Inoltre, ferrovie e autostrade sono sì capillari ma ancora a lenta percorrenza.

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Diverse le città siberiane che avrebbero potuto ospitare gli incontri: Novosibirsk, la più popolata della regione e la terza in Russia con quasi un milione e mezzo di abitanti, Vladivostok, trafficato porto affacciato sull’Oceano Pacifico, e poi Tomsk, Kemerovo e Krasnoyarsk.

Novosibirsk, Vladivostok e Tomsk sono anche in possesso di una, per quanto limitata, storia calcistica con squadre che hanno partecipato alla Prem’er-Liga, la massima divisione del campionato russo di calcio: rispettivamente con Futbol’nyj Klub Sibir’ (1 volta), Futbol’nyj Klub Luč-Ėnergija (4 volte) e Futbol’nyj Klub Tom’ (9 volte), dal 1992 ad oggi.

Città afflitte, tuttavia, da problemi di trasporto e mancanza di infrastrutture, collegate perlopiù dalla leggendaria Transiberiana e dalla parallela autostrada. Lo Spartak Stadium di Novosibirsk, il Trud Stadium di Tomsk e il Dinamo Stadium di Vladivostok hanno una bassa capienza di spettatori (10000 – 12500) e non vanno oltre la categoria 1B (due stelle Uefa per lo Spartak Stadium). Gli unici impianti con una discreta capienza (22500 – 30000 spettatori), e sui quali la Russia ha puntato per altri eventi sportivi, sono lo Stadio Centrale di Krasnoyarsk, in cui si sono disputati alcuni match della nazionale russa di rugby e dove si terranno le Universiadi invernali del 2019, e il Khimik Stadium di Kemerovo, utilizzato per il Campionato del mondo di bandy del 2007. Nessuna possibilità in ogni caso per la FIFA World Cup 2018.

Ciononostante, il movimento calcistico siberiano è attualmente in rapida crescita, limando anno dopo anno la popolarità dei tradizionali hockey e bandy. Oggi il futbol (Футбол) è il passatempo della maggior parte dei ragazzi ed è in forte ascesa anche tra le ragazze. Nei numerosi campetti di ghiaia, circondati da ghiaccio e neve per otto mesi all’anno e copertoni colorati, nei cortili delle zone residenziali al confine con la taiga o sui campi sintetici dei centri sportivi in inverno, migliaia di giovani calciatori indossano le magliette delle più famose squadre europee, che possono e potranno solo continuare a seguire in televisione su Match! TV.

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La passione dei siberiani non è stata sufficiente e i costi eccessivi uniti ad insormontabili problemi di logistica hanno presto spento le speranze di ospitare una partita di Coppa del Mondo nella loro terra. Una sconfitta per tutti, anche per noi, che non alzeremo lo sguardo al di là degli Urali: non vedremo Čita, la piccola San Pietroburgo, Irkutsk e lo splendore del Lago Bajkal o Tomsk, dalle tradizionali abitazioni in legno del XIX secolo, che fanno di molte città della Siberia un luogo nascosto ancora tutto da scoprire.

Una grande occasione persa per il calcio che conta di farsi veicolo di apertura per cultura e conoscenza.

Serie B come Biscotto? Pro Vercelli – Brescia e quel pari sulla bocca di tutti

Serie B come Biscotto? Pro Vercelli – Brescia e quel pari sulla bocca di tutti

Che il finale di stagione nei campionati calcistici italiani sia un qualcosa di esoterico è risaputo. Per raggiungere i rispettivi obiettivi le squadre fanno calcoli e sono le motivazioni a fare la differenza.

Proprio questi calcoli e motivazioni, però, si ripercuotono anche negli ambienti extracalcistici, soprattutto in quello delle scommesse. Nella 41/a giornata del campionato cadetto appena conclusasi, è balzata subito agli occhi il crollo verticale della quota X di Pro Vercelli – Brescia. Apertura a 2.33 e chiusura a 1.85, una discesa pari al 26%.  

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Neanche a dirlo il match è terminato in parità col punteggio di 2 a 2. Dopo il primo tempo conclusosi col risultato di 1-1, nella ripresa al 64’ arriva l’”imprevisto” : Mammarella calcia una docile punizione dalla distanza, il pallone balza davanti al colpevole portiere bresciano Arcari e si infila nel sacco. 2-1. Qui chi, come il sottoscritto, sta seguendo la partita live col bookmaker aperto nota subito una stranezza: nonostante manchino solo 25 minuti più recupero al triplice fischio finale e nonostante la squadra in vantaggio sia quella in casa e meglio posizionata in classifica, la quota del pareggio che in circostanze normali sarebbe schizzata molto alta oltre quota 4 rimane invece a quota 2.3. La sensazione è quella che il goal di Mammarella sia stato casuale e che i bookmakers, certi del pareggio, si aspettino il goal del Brescia e quindi non possano quotare troppo alto il pareggio per evitare di esporsi troppo.

Se gli analisti dei bookmakers vengono pagati tanto un motivo ci sarà ed infatti al minuto numero 81, esattamente cinque minuti dopo il suo ingresso in campo, L’airone Caracciolo impatta ed il match prosegue senza altri sussulti terminando in parità.

Nel nostro immaginario collettivo siamo abituati a stupirci ed indignarci quando i risultati sportivi vengono alterati da organizzazioni criminali o da giocatori che vogliono farsi un guadagno extra a discapito della propria squadra. Questo caso non rientra minimamente nei due appena citati ma dà l’impressione di rientrare comunque, seppur di comodo al raggiungimento degli obiettivi stagionali, nella definizione di “alterazione del normale e naturale svolgimento di un evento sportivo”. Questo non vuol dire che la partita sia stata “apparecchiata” ma se la quota è crollata in questo modo, vuol dire che molti si aspettavano quel risultato che l’eventualità dell’accordo non era neanche poi così tacito.

Italiani d’America: Walter Zenga, l’uomo ragno tra i grattacieli di Boston

Italiani d’America: Walter Zenga, l’uomo ragno tra i grattacieli di Boston

1997: dopo una vita calcistica costellata di successi con la sua amata Inter e le esperienze tra Genova (sponda Samp) e Padova, l’uomo ragno Walter Zenga decide di dire addio all’Italia, rescindendo il contratto con i biancorossi allora militanti n Serie B. Una vetrina decisamente troppo piccola, pure a 37 anni, per chi ha contribuito a scrivere la storia dei numeri uno in azzurro.

Il motivo, però, è soprattutto un altro: il desiderio irrefrenabile di tentare una nuova esperienza in territori dove il calcio è un mondo completamente diverso da quello vissuto nella nostra nazione (un leitmotiv che perdurerà anche da allenatore per il buon Walter).

C’è un paese, in particolare, che affascina Zenga: gli USA.

La Major League Soccer è appena nata e si sta tentando di costruire qualcosa di importante da quelle parti. L’ex Inter, dunque, appena conclusa l’esperienza patavina, insieme al proprio agente tenta di sondare il terreno per alcune possibilità di ingaggio nella nuova lega statunitense.

Detto, fatto. A Zenga perviene ben presto un’offerta ufficiale dei New England Revolution. La proposta è di quelle che non si possono rifiutare e il portiere sbarca così a Boston. La squadra, a dire il vero, non è esattamente competitiva ed è reduce da due fallimenti nelle altrettante prime stagioni della propria storia (e della MLS).

Poco importa, il sogno americano di Zenga ha inizio.

L’impatto è straordinario: il numero uno italiano gioca 22 partite e contribuisce in maniera decisiva a condurre il club alla prima storica qualificazione ai playoff che assegnano il titolo.

A questo punto, però, interviene la sfortuna: Zenga si infortuna gravemente al ginocchio e decide che è arrivato il momento di appendere gli scarpini (o, per meglio dire, i guanti) al chiodo.

Il board della società accetta con amarezza la scelta di Zenga ma sa di aver bisogno della grande esperienza dell’ex numero uno dell’Inter anche solo all’interno del club. Ecco, così, una nuova offerta: diventare osservatore per conto della società bostoniana in modo da portare i migliori talenti tra le fila dei Revolution.

Zenga accetta con orgoglio ma soltanto dopo poche settimane lo scenario cambia nuovamente e radicalmente.

Reduce dalla sua partita d’addio a San Siro, “mi sono concesso una lunga vacanza. Due mesi in giro tra isole Vergini e Caraibi. Nel viaggio era prevista una tappa a Boston, dove i New England Revolution mi avevano organizzato una festa come quella di Milano. Era un brutto momento, per la squadra: ultima in classifica, attacco e difesa peggiori del campionato, pubblico in calo. La serata in mio onore prevedeva una sfida ai Los Angeles Galaxy. Sono arrivate trentaseimila persone, a festeggiarmi. Appena finita la partita, il general manager mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha messo in mano un contratto per guidare la squadra“.

Incredibile.

Salta, dunque, la panchina dell’olandese Thomas Rongen e per Walter si spalancano le porte della sua prima esperienza da tecnico. Ma non solo. Il ruolo è quello di allenatore e calciatore allo stesso tempo. Nella stagione 1998, tuttavia, Zenga non sfrutta mai quest’ultima possibilità.

L’anno successivo, invece, cambia idea.

Nel 1999, infatti, Zenga’s back! A 39 anni suonati, difende i pali dei New England Revolution in 25 partite. Si destreggia ottimamente ed infatti viene addirittura convocato per l’All-star game della lega. La squadra, tuttavia, non gira. La stagione dei Revolution termina al quinto posto della Eastern Conference, senza i tanto agognati playoff.

Zenga viene, così, sollevato dall’incarico e l’esperienza americana si conclude definitivamente, non senza una piccola coda polemica.

“Avevo un contratto fino al 30 ottobre, ma la finalissima del campionato è a novembre. Allora un mese fa ho chiesto al GM della società dei chiarimenti. Nessuna risposta. Così mercoledì ho mandato un fax: “Devo valutare altre offerte, ditemi se volete rinnovarmi il contratto o no. Ma me lo dovete dire subito”. Giovedì si è presentato al campo il GM e mi ha detto che non avrei più giocato né allenato. Credo che abbiano interpretato, sbagliando, la mia lettera come un ultimatum”. In effetti, il g.m. dei Revolution, Brian O’ Donovan, afferma in seguito: “Noi volevamo aspettare la fine della stagione per valutare l’operato di Zenga, ma lui ci ha messo alle strette e posto un ultimatum…”

In MLS, ad ogni modo, Zenga non è certo stato un personaggio di passaggio.

Basti pensare che a lui fu addirittura dedicata la divisa da portiere dei Revolution nel 1999. In che modo? Venne inserita una ragnatela in bella vista sulla maglia, in onore al suo soprannome. Una maglietta che riscosse grande successo tra i fan americani e che è entrata nella storia come una delle più assurde mai presentate in MLS.