Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Carlo Petrini rappresenta senza dubbio una delle figure più controverse del calcio italiano, un uomo capace di essere presente in quasi la totalità degli scandali che hanno coinvolto il mondo pallonaro negli anni ‘70 e ‘80, ma altrettanto capace di scoperchiare il calderone dell’ipocrisia sul nostro apparentemente inattaccabile sistema calcio, facendo venire a galla verità scomode che sono sempre state nascoste dall’omertà dilagante che caratterizza questo sport.

Carlo Petrini nasce a Monticiano (stesso paese di un certo Luciano Moggi) nel 1948, ma le difficoltà familiari lo portano a Genova ad appena 9 anni, al seguito del padre Aldo, che verrà a mancare di lì a qualche anno assieme alla sorella minore. Un’infanzia difficile la sua, ma la svolta sembra arrivare nel 1960 quando il giovane Petrini entra a far parte delle giovanili del Genoa, squadra con la quale 5 anni dopo debutterà non ancora maggiorenne nei professionisti. Dopo la solita gavetta in prestito sui campi di Serie C, con la maglia del Lecce, Petrini torna alla base, gioca benissimo due anni in Serie B che gli valgono la chiamata da parte del Milan di Nereo Rocco. Adattarsi al carattere del Paròn però è molto difficile, specie per Carlo che, come sua stessa ammissione, è un ragazzo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno; la rottura arriva in poco tempo, Petrini dopo una lite con Rocco abbandona di punto in bianco l’allenamento e torna a casa. La rottura a fine stagione è inevitabile, ma le porte della Serie A non sono affatto chiuse, negli anni successivi infatti vestirà le maglie di Torino, Varese, Catanzaro, Ternana, Roma, Cesena, Verona e Bologna. In quest’ultima città però, ormai 32enne, Petrini viene coinvolto nello scandalo scommesse del 1980, il primo grande caso di partite combinate scoppiato in Italia, e verrà squalificato per 3 anni e 6 mesi in seguito alla combine di Bologna-Avellino, poi amnistiati in seguito alla vittoria del mondiale ‘82. Torna per qualche anno a giocare, ma ormai ha fatto il suo tempo, e a 37 anni decide di dire basta col calcio.

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Dopo una carriera ventennale divisa tra A e B, apre una propria società finanziaria, che inizialmente, grazie anche alle enormi conoscenze, va a gonfie vele, salvo invertire la rotta nel giro di poco tempo, costringendo Petrini a farsi aiutare da usurai e criminali che lo mettono alle strette. Non riesce a ripagare i debiti e le pressioni diventano insostenibili. E’ giunto il momento di scappare, si rifugia in Francia.

Per anni non si sente più parlare di lui, fino a quando nel 1995 il figlio Diego, promessa del settore giovanile della Sampdoria, si ammala di tumore al cervello. Ormai le condizioni sono critiche, e prima di morire lancia un appello ai giornali, vuole rivedere il padre, di cui non ha notizie da ormai 6 anni. Attorno a questa vicenda si crea un vero e proprio caso, tutta l’Italia ne parla, ma Petrini ha troppa paura di tornare in Italia, sa perfettamente che la criminalità organizzata lo troverebbe e gli farebbe fare una bruttissima fine. Non vedrà mai l’ultimo respiro del povero Diego.

Sconvolto da questa incredibile vicenda però, decide che è arrivato il momento di parlare, vuole raccontare la sua storia, vuole fare qualcosa di buono per il calcio, lo sport che gli ha dato tanto, ma che nel momento di difficoltà gli ha anche voltato le spalle (come lui stesso dichiarerà). Inizia a lavorare alla sua autobiografia, che verrà pubblicata nel 2000, dal titolo Nel fango del dio pallone. Il libro scritto da Petrini è devastante, parla di un mondo apparentemente dorato, che in realtà nasconde del marcio ovunque, fa nomi e cognomi senza paura, parla dei calciatori morti a causa del doping, parla delle combine, parla di Luciano Moggi, della Juventus e della sua influenza sul calcio italiano.

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I racconti sono agghiaccianti, soprattutto quelli riguardanti il doping. Petrini fa notare ai lettori come un gran numero di calciatori della sua generazione siano morti a causa di gravi malattie, tumore, leucemia, aneurisma, ad esempio Giuliano Taccola, morto nello spogliatoio durante Roma-Cagliari, Beatrice, Longoni, Brignani, Umile, solo per citarne alcuni. Così racconta di come il doping negli anni settanta fosse una pratica comune nel mondo del calcio italiano. Prima di un Verona-Genoa ad esempio, il medico societario si presentò nello spogliatoio con una boccetta piena di uno strano liquido, e con una siringa (specifica non sterilizzata) fece ben cinque iniezioni a cinque giocatori diversi; Petrini sostiene come quel giorno riuscisse a saltare quasi fino al soffitto del tunnel antecedente al campo da gioco, e una volta dentro, dopo qualche minuto, una bava verde iniziasse ad uscire dalla sua bocca e da quella degli altri compagni. L’effetto di questa “miracolosa” siringa durava addirittura oltre cinque ore, lasciandoti però stremato una volta terminato l’effetto, gonfiandoti la lingua “tanto da non riuscire a tenere la bocca chiusa” . Ma racconta anche di quando Giorgio Ghezzi, allenatore del Genoa, utilizzò il secondo portiere, il giovane Emmerich Tarabocchia, come cavia, facendogli bere un intruglio (convincendolo fosse del vino bianco)  prima di un allenamento; tutto bene, fino a quando il ragazzo collassò a terra dopo un’uscita in presa alta, stramazzando al suolo con gli occhi rivoltati.

Probabilmente però il racconto che descrive al meglio la situazione del calcio dell’epoca è quello riguardante la combine di Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980, a suo dire partita combinata, ma per la quale non ci fu nessuna squalifica da parte della giustizia sportiva, in quanto il fatto non sussistesse.

Come racconta, all’epoca la Juventus non navigava in buone acque, così il martedì prima della gara, Roberto Bettega, centravanti juventino, chiamò Beppe Savoldi, giocatore del Bologna, in quel momento in compagnia di Michele Plastino, noto giornalista romano, chiedendo di accordarsi per un pareggio. Il giorno dopo, all’allenamento, dopo qualche evidente telefonata da parte della dirigenza juventina, Riccardo Sogliano, DS del Bologna, convocò tutti i giocatori, compreso lo staff, nello spogliatoio, chiedendo chi non fosse d’accordo a pareggiare l’incontro, perché in tal caso non sarebbe stato convocato. Nessuno disse nulla. Si parlò allora di scommettere, e tutti, tranne Sali e Castronaro, vollero guadagnare qualcosa da questo accordo. I giocatori si rivolsero a Petrini, erano infatti noti i suoi rapporti con Massimo Cruciani, personaggio conosciuto ai tempi della Roma, che aveva un banco di scommesse clandestine, addirittura l’allenatore Marino Perani chiese a Petrini di aggiungere 5 milioni in più da parte sua. Tutto pronto, arrivata la domenica, in ballo c’erano 50 milioni di lire, così prima della partita Petrini parlò nel tunnel con Trapattoni e Causio per confermare l’accordo. Qualcuno, sponda Juve, rispondendo ad una domanda di Petrini disse “non abbiamo avuto tempo di scommettere, ma il colpaccio l’abbiamo fatto due domeniche fa” riferendosi al clamoroso Juve- Ascoli 2 a 3. Entrati in campo, dopo un primo tempo a suo dire ridicolo, i giocatori vennero addirittura presi a pallate di neve dai tifosi tanta la sfacciataggine dell’accordo; nel secondo tempo tutto sembrava andare secondo i piani, ma un tiro senza pretese di Causio, complice un errore di Zinetti (attuale osservatore della nazionale) si insaccò in rete. I giocatori della Juventus sembrava non volessero più rispettare più gli accordi, e Perani per cercare il pareggio gettò nella mischia Petrini. A suo dire gli insulti in campo si sprecavano, fino a quando su un calcio d’angolo Bettega non sentenziò “basta litigare, adesso ci penso io a farvi pareggiare”. Il caso volle però che su quello stesso corner Sergio Brio infilasse la palla nella porta sbagliata, aggiustando il risultato secondo gli accordi.

Il bello però avvenne due mesi dopo, in seguito alla denuncia sulle partite truccate da parte di Trinca e Cruciani. Infatti dopo i famosi arresti negli stadi, quando lo scandalo scommesse ormai imperversava, e stava per colpire anche Juve e Bologna, Petrini ricevette una telefonata, era Giampiero Boniperti. L’allora presidente della Juventus offrì a Petrini ben 200 milioni di lire, depositati in un conto svizzero, per assumersi tutta la responsabilità sulla combine, offerta però declinata prontamente. Allora la seconda proposta: se Petrini avesse convinto Cruciani, con una cospicua somma di denaro pagata dalla Juventus,  a non presentarsi all’interrogatorio su Bologna-Juventus, lo avrebbe aiutato in qualche modo durante il processo. Petrini accettò, e incontrò Cruciani alla porta 5 dello Stadio San Siro; Cruciani accettò la proposta di Boniperti, e non presentandosi al processo, scagionò sia la Juventus che il Bologna.

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Dopo la sua autobiografia Carlo Petrini continuerà a scrivere libri sulla sua esperienza nel mondo del calcio, farà scalpore ad esempio Il calciatore suicidato che racconta la storia di Denis Bergamini, calciatore del Cosenza trovato morto apparentemente schiacciato da un camion. Ci sarebbero tante altre storie alle quali pochi giornalisti sportivi hanno dato importanza, queste a mio modo di vedere sono le più interessanti, che spero facciano rivalutare un personaggio controverso che ha però pagato (a mio modo di vedere) ampiamente il proprio debito con il mondo del calcio, cercando in tutti i modi di ripulirlo.

Un’ultima considerazione, Carlo Petrini non ha mai ricevuto querele per ciò che ha scritto, coincidenze?

Il grande inganno dei Bonus di Benvenuto: quando il “regalo” è utile solo ai Bookmaker

Il grande inganno dei Bonus di Benvenuto: quando il “regalo” è utile solo ai Bookmaker

Sono messi in grandissima mostra, scritti grandi e con colori sgargianti, sono i bonus dei bookmakers attui ad invogliarci a iscriverci e puntare sulle loro piattaforme. In piccolo invece, molto in piccolo, talmente in piccolo che ci vuole o un monitor 60 pollici o una lente d’ingrandimento, troviamo scritto in un color grigio tristezza i “termini e condizioni” di questi bonus ed è proprio qui che scopriamo le cose più interessanti.

IL BONUS E LA FORMULA DO UT DES

Iniziamo con l’importo del bonus “fino a 100€ per te”. 100 euro di bonus ma per sbloccarlo ci vogliono altrettanti soldi. Ma questo è solo la punta dell’iceberg. Perché alcuni bookmakers sbloccano il bonus solo dopo aver giocato interamente il versamento iniziale. Quindi verso 100 e devo giocare 100 per avere i 100 di bonus. Non solo perché i problemi veri, la trappola, arriva dopo, una volta che il bonus è stato effettivamente accreditato.

LA TRAPPOLA DEL PRELIEVO CONDIZIONATO

Per prelevare bisogna giocare l’importo versato più quello bonus per un numero di volte prestabilito. Di solito più il bonus è alto e più il numero di volte in cui bisogna scommettere il tutto sale. Si va dalle 3 volte, passando alle 6, fino addirittura alle 8 volte. A questo punto il lettore/scommettitore potrebbe pensare: “Ok, nessun problema, mi gioco tutto su una partita live a 1.01 così sono sicuro che la prendo e dopo il numero di volte stabilito dal bookmaker posso prelevare”. Seeee, ti piacerebbe. I bookmakers sono aziende internazionali e non hanno mica “l’anello al naso e la sveglia al collo”. Se vuoi prelevare devi puntare in singola su una partita con quota minima di 1.5, alcuni bookmakers alzano l’asticella a quota 2. In multipla, invece, almeno una partita deve avere una quota pari o superiore a 1.5. Il vantaggio matematico in singola di un bookmaker italiano si aggira dal 5 al 10%, percentuale che lievita vertiginosamente nel momento che aumentiamo il numero di eventi. Facile quindi capire che giocare versamento + bonus per un numero considerevole di volte a quota minimo 1.5 sia il modo migliore, dal punto di vista matematico, di regalare i soldi alle agenzie di scommesse. Al mondo nessuno regala niente, specialmente i soldi, figuriamoci un’azienda internazionale. Il bonus di benvenuto è quindi una pubblicità, ai limiti dell’inganno e della truffa, atta ad intrappolarci il patrimonio, facendoci credere che quei soldi siano effettivamente nostri, per farcelo perdere piano piano.

LO SCIACALLAGGIO SUI BISOGNI PRIMARI DELLE PERSONE:

E’ come se fosse tutto un grande effetto domino: la crisi, la disoccupazione e la povertà portano alla disperazione, quando si è disperati non ci resta che sperare, e noi speriamo che la bolletta di due euro si tramuti in una vincita di 1000. Il problema è questo non avviene quasi mai e così i bookmakers si arricchiscono sempre di più investendo in altri tipi di giochi “invitanti” ma soprattutto in tanta tanta pubblicità che ormai è ovunque e a tutte le ore, formando un circolo vizioso indistruttibile. D’altronde una volta un saggio disse: “Il bookmaker è un borseggiatore che ti lascia fare tutto da solo”.

 

Serie A sempre più frammentata: ma il calcio spezzatino non è solo colpa delle Pay Tv

Serie A sempre più frammentata: ma il calcio spezzatino non è solo colpa delle Pay Tv

Il calcio spezzatino. Quando parliamo di questo immaginiamo sempre le varie televisioni, satellitari e non, che sono lì intente a distruggere il calendario fissando partite in qualsiasi giorno e orario. Per carità, il fatto che ormai le televisioni facciano il bello ed il cattivo tempo è fuor di dubbio. Con i tanti milioni versati nelle casse dei club, le tv possono ormai ritenersi le vere padrone del calcio. Su questo nessun dubbio, ma  il così detto calcio spezzatino potrebbe essere anche favorito anche da chi con il calcio ci fa tanti ma tanti soldi, i bookmakers. Ormai le diverse aziende di scommesse sono entrate a pieno diritto nel mondo del calcio diventando, già da parecchi anni, partner ufficiali di tante squadre di Serie A. Ormai la presenza dei bookmakers durante un match di Serie A è praticamente ovunque: molte volte prima di entrare allo stadio, sugli spalti, sui cartelloni pubblicitari dove addirittura passano in diretta le quote live della partita che si sta giocando. Una presenza massiccia che, legittimamente, ricorda allo spettatore-utente che può piazzare una scommessa in qualsiasi momento e in qualsiasi modo sull’evento che sta vedendo.  Ecco che allora il calcio spezzatino è un regalo non solo per le televisioni ma anche per i bookmakers. Vediamo perché.

Spezzatino futuro- In questo momento già siamo in regime di Serie A spezzatino. Il sabato due partite (una alle 18 ed una alle 20,45) in genere con i una o due squadre di vertice del campionato che per l’impegni in coppa sono costrette a giocare in anticipo. La domenica si parte subito con un match alle 12,30, un posticipo alle 20,45 ed il restante delle squadre che giocano alle 15.  Esaminando questi orari è chiaro come il week-end dell’appassionato medio italiano sia già apparecchiato. Non tanto il sabato, per ora, ma la domenica un utente può scommettere sulla serie A praticamente ogni due ore. Una scommessa alle 12:30, perdo? Mi rifaccio con quelle delle 15. Ancora una batosta? C’è quella delle 20:45 che mi salverà. Considerando che tutti i bookmakers si finanziano con le perdite degli scommettitori e che solo il 5% di chi punta alla fine riesce a vincere, il gioco è fatto. Se ora già lo spezzatino è diventato realtà a partire dalla prossima stagione, la situazione sarà ancora più frammentata: tre gli orari aggiunti in pianta stabile, con un anticipo del sabato alle ore 15, un posticipo alla domenica alle 18 ed il lunedì – sporadica apparizione anche di questa stagione – alle 20.30, che peraltro preannuncia lo spostamento di tutte le gare serali dalle solite 20.45 un quarto d’ora prima. Di certo l’obiezione che si potrebbe muovere a questa tesi è che in ogni caso si può scommettere su qualsiasi partita di qualsiasi campionato in qualsiasi momento. E’ chiaro però che gli appassionati italiani, che molte volte hanno anche la presunzione di essere degli espertissimi in materia, siano maggiormente attratti dalle partite della Serie A rispetto a quelle dei campionati esteri. Dunque il vecchio e autentico calcio di tutti alle 14,30 è un solo un lontano ricordo, ma quando cerchiamo un “colpevole” non dobbiamo indicare solo le Pay-Tv perché non sono state solo loro a beneficiare di questa metamorfosi del calcio italiano e mondiale.

Milan: lo strano caso (e i debiti) di Yonghong Li. Il cinese che cerca i soldi negli Stati Uniti

Milan: lo strano caso (e i debiti) di Yonghong Li. Il cinese che cerca i soldi negli Stati Uniti

Che Yonghong Li sia un personaggio a dir poco misterioso oramai, per usare un gioco di parole, non è neanche più un mistero. Sono mesi che ci si interroga su chi sia il nuovo presidente del Milan e soprattutto di quale disponibilità finanziarie possieda per far fronte agli impegni. Nonostante, fino ad oggi, tra i presidenti delle società di serie A sia stato quello che ha speso di più: oltre 200 milioni di euro per allestire la rosa da mettere a disposizione di Montella. Ma con il Milan che dopo 8 partite ne ha perse già 4, sono sempre di più quelli che si chiedono se i soldi siano stati spesi bene, oppure al contrario male. Molto male. Una valanga di denaro che tra l’altro non è ancora chiaro come mister Li abbia potuto accumulare. Nonostante un patrimonio personale da lui dichiarato ma fino ad oggi mai smentito di 500 milioni di euro.

E le indiscrezioni che vorrebbero, dietro al nuovo presidente del Milan, persino la China Huarong, un colosso nazionale dell’asset management. Ma considerando il fatto che per comprare il Milan ed effettuare l’ultima parte del closing con la Fininvest ha dovuto chiedere un prestito da 300 milioni di euro agli americani del fondo Elliott. La domanda sorge da sé:  come può spendere 200 milioni uno che ne ha presi a prestito 300 e al tasso d’interesse proibitivo dell’11%? Perché di questo si tratta: mister Li ha speso una valanga di soldi dopo averne chiesti altrettanti se non di più al Fondo Elliott. Come è stato possibile? Questa estate se lo domandò anche il presidente giallorosso James Pallotta il quale, arrivò persino ad affermare che il Milan non aveva i soldi e prima o poi ne avrebbe pagato le conseguenze. Di quali conseguenze stesse parlando Pallotta non è chiaro ma intuibile: vale a dire del rischio da parte della Rossoneri Investment (la società che fa capo a Yonghong Li e che detiene la quota di maggioranza della società rossonera) di dover cedere l’intero pacchetto al Fondo Elliott in caso di mancato rimborso del prestito da 300 milioni.  Che necessariamente dovrà avvenire entro il 15 ottobre del 2018 insieme al rimborso delle obbligazioni “parcheggiate” alla borsa di Vienna (che sarebbero finiti in pancia alla società Project RedBlack che altro non sarebbe che una “società veicolo” di Elliott). A quanto pare sembra che sia già partita la caccia per un rifinanziamento del debito. E proprio a questo scopo sarebbero partiti da un paio di mesi i contatti con diverse multinazionali bancarie per poter ottenere i fondi.

In cima alla lista dei possibili partner ci sarebbero proprio due tra le principali banche americane: vale a dire Goldman Sachs (che ha già finanziato sia l’Inter che la Roma) e Bofa-Merryll Linch. Per il Milan starebbe lavorando come riporta anche il Sole 24 Ore, l’avvocato Agostinelli dello stadio legale Gattai-Minoli-Agostinelli. Lo schema di finanziamento sarebbe quello già proposto e utilizzato che passa per la creazione di una società emittente di bond, alla quale vengono ceduti assets in grado di generare risorse da concedere in pegno alla banca finanziatrice. La quale, potrebbe essere appunto proprio Merryl Linch. Ma il condizionale è d’obbligo, perché al momento sul piatto non pare esserci nulla di certo. E che potrebbe succedere se l’operazione non andasse in porto entro l’ottobre del 2018? In quel caso lo scenario più probabile sarebbe sempre lo stesso: che gli americani del fondo Elliott entrino nell’immediato possesso delle quote del Milan date in pegno dalla società di Yonghong Li.  Ce la farà mister Li a ripagare mercato e finanziatori di tutti i soldi presi a prestito?

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

In questo momento storico del calcio italiano in cui il mondiale è appeso al filo di uno spareggio, dove i talenti latitano e i social network impazzano, il ranking scende mentre i club si nutrono avidamente dei diritti tv con gli stadi vuoti, è innegabile che qualcosa sia cambiato e stia continuando a cambiare nel mondo del nostro amato pallone. Una svolta fisiologica ed epocale che investe tutti i settori a tutti i livelli, informazione compresa. Jacopo Volpi incarna a pieno titolo, con la sua esperienza trentennale, la continuità aziendale di mamma Rai nel campo dell’informazione giornalistica sportiva dall’analogico all’avvento dei social. L’ex vice direttore di RaiSport ha condiviso negli anni di militanza la passione per la “sua” pallavolo e il calcio partendo dalla gavetta con personalità del calibro Tito Stagno e Paolo Rosi fino ai giorni nostri, con la sua sagacia e competenza frutto di una grande professionalità. L’abbiamo incontrato alla vigilia dello spareggio mondiale per discutere i “massimi sistemi” del malaticcio calcio italiano.

Buongiorno Jacopo, partiamo ovviamente dall’imminente spareggio degli azzurri. Girone sfortunato o c’è dell’altro?

E’ chiaro che dopo il sorteggio sapevamo di arrivare secondi per cui siamo dove dovremmo essere, ma sono le modalità che non mi convincono. Ventura ha cambiato troppo e spesso creando un po’ di confusione che ci levano certezze in vista dello spareggio, anche se abbiamo tutte le carte in regola per partecipare al Mondiale

Dalla sentenza Bosman in poi il calcio e le relativa gestione delle compravendite è innegabilmente cambiato. Un male per la nazionale?

Non partirei da così lontano perché la Bosman ha riguardato tutte le nazioni in egual modo. Oggi siamo ancorati da un lato ai grandi “vecchi” che ovviamente denunciano qualche flessione fisiologica e dall’altro ad una preoccupante mancanza di talenti, abbiamo molti nazionali che fanno fatica a giocare nei club e questo la dice lunga.

Un pensiero doveroso per Aldo Biscardi, giornalista e uomo d’altri tempi quando l’informazione sportiva era ancora legata al tubo catodico.

Beh innegabilmente è stata una grande figura che ha saputo creare un format vincente e in linea coi tempi. Da un lato si ergeva a giudice terzo dall’altro aizzava le parti in causa a continuare la bagarre. Un altro mondo di sicuro, ma il suo merito rimane indiscusso visto chi ha tentato di imitare il Processo non ha mai sfondato in termini di audience.

A proposito di Audience, sei da anni una colonna vivente dell’informazione sportiva targata Rai. Come è cambiato il mondo dell’informazione giornalistica sportiva?

Il mondo dell’informazione in generale è stato travolto dal web e dai social, mezzi efficacissimi e disponibili in tempo reale. Il problema è come si utilizzano e su questo noto degli abusi, molti colleghi sono tentati più da un tweet a effetto che ad approfondire le notizie dalle fonti. E’ un male contemporaneo che a mio avviso andrebbe regolamentato per legge per arginare un uso dilagante e a volte indiscriminato dei social.

Il VAR è un espediente utile per fugare gli atavici dubbi legati al calcio nostrano?

Come tutte le novità tecnologiche va ancora oleata e i frutti li vedremo nel lungo periodo. Qualcosa di sicuro è cambiato, dipenderà sempre dall’uso che ne faranno gli arbitri, ma ad occhio credo che già da queste prime giornate qualche decisione può aver modificato l’esito di alcune gare.

Jacopo Volpi come ha iniziato la sua carriera di giornalista sportivo?

E’ una passione che parte da molto lontano, già in quarto liceo ero attivo ad impaginare il Corriere Laziale. Poi collaborazioni con il Tempo e Tuttosport e poi fu Paolo Rosi a portarmi in Rai nel 1980, quella dei Petrucci dei Ciotti e Alfredo Pigna per intenderci. Dopo vari contratti l’assunzione definitiva nel 1986 ed eccomi qui dopo trent’anni. Devo moltissimo alla carta stampata e al suo approccio sull’approfondimento delle news, un bagaglio importante che ho appreso da grandi maestri.

Gli stadi semivuoti, un altro segnale allarmante per il nostro calcio?

Certo non è un bel volano per il nostro calcio, ma è indubbio che i nostri stadi siano poco moderni e la visibilità non sia ottimale. Ci vorrebbero stadi di proprietà delle società altrimenti non ne usciamo, anche perché le società si nutrono dei diritti della pay tv in percentuale molto alta avallando di fatto questo status quo. Il caso Roma è emblematico, se non ci sarà lo stadio nuovo i rischi al ribasso saranno enormi per la società.

I costi di gestione delle società sono lievitati da un lato, e dall’altro le gestioni allegre degli anni passati si sono nettamente ridimensionate. I tempi dei Sensi, Cragnotti, Tanzi e Moratti sono acqua passata e i bilanci sono più sani, è questa l’unica via possibile?

E’ chiaro che i costi di gestione di una società calcistica sono abnormi, basti pensare al ruolo dirompente dei procuratori nel rialzo delle trattative, ma una gestione oculata dei bilanci è imprescindibile nel calcio moderno. Sensi per esempio ha speso fuori controllo per regalare un sogno rimettendoci di tasca propria, oggi questo modello è improponibile.

Per chiudere. Abbiamo discusso dei vari mali del nostro calcio. Qualche antidoto?

Partiamo dalle cose fattibili a breve: innanzitutto dovremmo tornare a un campionato a diciotto squadre, venti sono troppe e il livello è medio-basso, più tempo per la nazionale, e ripartire dai vivai senza i quali la macchina calcio non ripartirà. L’under 21 ha dato segni di vitalità, ma non basta per fare sistema.  

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