Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

Lega Pro: il “Final Flop” delle “Final Four”

Lega Pro: il “Final Flop” delle “Final Four”

Oltre al ritorno del Parma nel calcio professionistico, la vittoria degli emiliani per 2-0 contro l’Alessandria nell’ultimo atto dei play-off ha anche archiviato la prima edizione della nuova formula degli spareggi di quella che dal prossimo anno tornerà a chiamarsi Serie-C (per fortuna, ndg). Un format più ombre che luci. Non tanto per il numero delle partecipanti – ventotto, dalla seconda alla decima di ognuno dei tre gironi di Lega Pro più la vincitrice della Coppa Italia di categoria – e per la sua articolazione comunque foriera d’interrogativi (per esempio: perché nella prima fase, in gara secca, ha giocato in casa la squadra meglio piazzata nel girone che, proprio per questo requisito, in caso di parità al novantesimo, già beneficiava del passaggio del turno?), quanto per il suo ultimo capitolo: la final four. Tenutasi, per l’occasione, al “Franchi” di Firenze. Una scelta che si è rivelata criticabile per più di una ragione.

In primis, per la sede. Città meravigliosa per l’arte e dalla storia calcistica importante, la culla del Rinascimento mal si prestava a ospitare un evento del genere perché a giugno diventa famosa anche per il gran caldo. Sia nelle ore serali delle semifinali sia, a maggior ragione, in quelle tardo pomeridiane della finale. Un clima sfavorevole per il bel gioco, mostrato a sprazzi solo dal Pordenone, tanto che per Parma-Alessandria si può parlare di “effetto Pasadena, ricordando la finale del Mondiale americano del 1994 tra i nostri azzurri e il Brasile. E soltanto l’abilità dei gialloblù a sfruttare un paio di episodi ha evitato l’epilogo dei calci di rigore. Ma, nel complesso, lo spettacolo tecnico di tutte e tre le partite è stato deludente.

Discutibile anche il programma delle partite. Le semifinali su due giorni differenti hanno penalizzato l’Alessandria, che ha avuto un giorno di riposo in meno rispetto al Parma. E dopo quarantaquattro partite nella testa e nelle gambe, fra regular season e play-off, è un dettaglio che fa la differenza.

Infine, ciò che più ha colpito in negativo, la scarsa partecipazione di pubblico. Purtroppo. E anche qui più di un indizio lasciava pensare che il “Franchi” non fosse il miglior luogo per questo evento, perché troppo grande e sproporzionato rispetto ai tifosi che avrebbe ospitato. A dirlo, i numeri. Le quattro finaliste – Parma, Pordenone, Alessandria e Reggiana – durante la stagione ‘16/17 hanno avuto un’affluenza media complessiva di 22.117 spettatori (i dati di quest’articolo, tranne uno, sono presi dal sito www.transfermarkt.it), cioè il 46,77% della capienza del “Franchi” (47.282). Nessuna di loro ha mai fatto il tutto esaurito, nemmeno il Pordenone nel suo “Bottecchia” (2.500 spettatori) e, anzi, si son perlopiù dovute confrontare con il vuoto (10.230 la media del Parma in un “Tardini” da 27.906 unità). Sono cifre che avrebbero dovuto indurre alla scelta di sedi più piccole – per esempio, perché non Siena (“Franchi-Montepaschi Arena”, 15.373 spettatori) e Grosseto (“Zecchini”, 9.909 spettatori) per le semifinali ed Empoli (“Castellani”, 19.847 spettatori) per la finale? – per avere una partecipazione tale da parlare di vera e propria festa, capace di coinvolgere, grazie alla diretta tv, un numero di appassionati più alto di quelli allo stadio.

A Firenze, invece, è avvenuto il contrario. 4.000 spettatori per Parma-Pordenone; 5.000 per Alessandria-Reggiana; 16400 per la finale. Una carestia. Aggravata dalla presenza di tanti addetti ai lavori, perlopiù esenti dal coinvolgimento emotivo per una delle due contendenti, e, soprattutto, dalle semifinali giocate in settimana. Quando la gente lavora e non può, salvo sacrifici, seguire la propria squadra del cuore. L’esatto contrario di quanto avvenuto nei turni precedenti dei play-off, quando i tifosi hanno affollato i rispettivi impianti.

La soluzione è dunque ritornare al passato, alla formula andata e ritorno? Non necessariamente. Può andar bene anche la final four, in una regione che non ha una delle quattro semifinaliste. Ma in tre città vicine fra loro e con stadi proporzionati all’affluenza media dei tifosi delle partecipanti. Così da avere uno spettacolo da ricordare. Per chi assiste e per chi guarda da casa. Che invece, sia in semifinale che in finale, salvo quand’erano inquadrate le due curve del “Franchi”, si è ritrovato al cospetto di una “Maratona” lunare.

Un’immagine surreale e anche un po’ inquietante. Forse s’intende e si vuole che sia questo, il calcio di oggi e di domani? Ventidue in campo e il pubblico ai lati? Ma il calcio, quello profondo e autentico, ai lati, cioè ai margini, non dovrebbe tenere solo chi lo vuol privare della sua essenza e dei suoi protagonisti? Che sono e saranno sempre la passione e la gente.

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Di lui si sono perse le tracce per lunghi anni. Il nome dell’uomo che, con la sua battaglia, rivoluzionò il calcio europeo torna sulle pagine dei giornali nel 2012, non su quelle dello sport bensì quelle ben meno accoglienti della cronaca: Jean-Marc Bosman viene condannato dal tribunale di Liegi per violenza domestica nei confronti della compagna e della figlia di lei nel corso di una lite. Pur riuscendo a evitare la prigione grazie alla condizionale prima, e ai servizi sociali poi, è il punto più basso del percorso di vita di un ex calciatore che, dopo i promettenti esordi nel professionismo ha deciso di intraprendere una battaglia per rivendicare quello che ritiene un suo diritto e ridistribuire in modo più equo i soldi del calcio tra i giocatori. Il fatto che la sua vicenda lo ha poi visto isolato da quello che era il suo mondo, che lo ha trattato come un personaggio ‘scomodo’, e finire senza lavoro, con problemi di alcolismo e depressione non può che essere considerato una beffa.

Soprattutto se si considera il ruolo chiave da lui avuto nell’arricchimento dei suoi colleghi. Ma anche se Bosman riesce attualmente a mantenersi solo grazie a un sussidio statale non si è mai pentito di aver cominciato e portato a termine la sua battaglia.

Sono passati più di vent’anni da quando per il calcio è cambiato tutto. E’ il 1995, l’Ajax di van Gaal è campione d’Europa, la Juve di Lippi ha conquistato il primo campionato dell’era dei tre punti a vittoria e George Weah, primo calciatore africano nella storia del trofeo, sta per aggiudicarsi il Pallone d’Oro.

In Belgio, un centrocampista poco conosciuto nel resto d’Europa sta da tempo sfidando il sistema: a Jean-Marc Bosman non va proprio giù l’esser stato trattato “come uno schiavo”. Dopo che il club con cui era in scadenza di contratto, l’RFC Liegi, gli ha negato il trasferimento ai francesi del Dunkerque non rinunciando all’indennizzo che all’epoca era previsto alla scadenza del contratto decide di andare fino in fondo, facendo causa.

Dunkerque, nel giugno del 1940, fu il teatro di una storica ritirata delle truppe alleate che portò al salvataggio di circa 340 mila soldati dall’accerchiamento delle truppe naziste: 55 anni dopo Bosman, forse involontariamente, con la sua battaglia per andare a giocare nella squadra della città portuale francese pone le basi per una decisa spallata simbolica e non solo alle limitazioni della libera circolazione dei lavoratori comunitari all’interno dell’Unione Europea. E a un mondo del calcio che da quel momento non sarà più lo stesso.

Gli Stati membri dell’UE sono da poco passati da 12 a 15, e il lungo tragitto verso la moneta comune è da tempo cominciato. Nei club calcistici del Vecchio Continente ciò non basta però ancora per azzerare le limitazioni al tesseramento e all’impiego di giocatori europei: fino a quel tempo l’Uefa permetteva di convocare massimo tre stranieri per le partite della neonata Champions League, della Coppa Uefa e della Coppa delle Coppe, mentre in Italia, dopo la chiusura totale degli anni ’60 e ’70, era consentito il tesseramento di quattro non italiani (ma con un tetto di tre in campo).

Il giorno della svolta è il 15 dicembre 1995: dopo cinque anni dall’inizio della causa, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dà ragione a Bosman, assimilando di fatto i calciatori agli altri lavoratori. Ne consegue la possibilità, per un giocatore comunitario, di trasferirsi gratuitamente (il cosiddetto ‘parametro zero’) alla scadenza del contratto con il proprio club e la decadenza delle limitazioni delle Federazioni sul numero dei calciatori dell’UE tesserabili e schierabili.

Per il calciomercato è una vera rivoluzione: le società perdono potere a vantaggio dei calciatori, che possono iniziare a guardare alla scadenza del loro contratto come un’opportunità e a valutare di trasferirsi in un altro campionato senza tanti problemi. In più di un’occasione il mancato rinnovo di un big scatena aste milionarie tra i club che fiutano l’affare di tesserare un giocatore senza pagarne il cartellino (o a pagarlo meno del reale valore se vicino alla scadenza del contratto): tra i protagonisti delle trattative iniziano a figurare gli intermediari e, mentre i procuratori diventano sempre più potenti, gli stipendi dei calciatori lievitano.

Nei cinque maggiori campionati europei il monte ingaggi totale passa dal miliardo di euro del 1995 ai 6,8 miliardi del 2013/14, crescendo in percentuale più del fatturato (da 2 a 11,3 miliardi di euro). Impressionante poi il dato dell’utilizzo dei calciatori stranieri in Serie A, ben 301 su 553 giocatori scesi in campo nel 2014/15 (il 54,4%). Da quelle che erano due finestre di una decina di giorni a luglio e a ottobre adesso la campagna trasferimenti ha date comuni in Europa, e dura tutta l’estate fino al primo settembre e tutto il mese di gennaio.

Tra coloro che si avvalgono dello svincolo gratuito nel corso di questi vent’anni ci sono anche calciatori di livello eccelso all’epoca del loro trasferimento, come ad esempio Vialli (passato dalla Juventus al Chelsea nel 1996), Ballack (dal Bayern Monaco al Chelsea nel 2006), Pirlo (dal Milan alla Juventus nel 2011) e Lewandowski (dal Borussia Dortmund al Bayern Monaco nel 2014). Il boom economico che trasforma il calcio in quello show-business che non era ai tempi della sentenza porta anche a un cambio di priorità per i club e per i calciatori, per i quali spesso conta più partecipare alle competizioni più importanti (per poter intascare i soldi dei premi e dei diritti tv) che vincere.

Nonostante tali liberalizzazioni, la sentenza Bosman presto perde la sua spinta egualitaria di redistribuzione della ricchezza: ad approfittarne, infatti, sono quasi solo i calciatori più famosi e ricchi, e la maggior parte dei vantaggi economici se li mettono in tasca loro, e non i ‘comuni mortali’ come era ad esempio lo stesso artefice del cambiamento. Quando da giovane Jean-Marc Bosman sognava di cambiare il calcio aveva in mente scenari molto diversi. Su tutti i fronti.

Diritti Tv: la goccia che può far traboccare il vaso del calcio italiano

Diritti Tv: la goccia che può far traboccare il vaso del calcio italiano

Forse non sarà un caso se proprio nella settimana in cui la Lega Calcio ha rifiutato le varie offerte nell’asta dei diritti televisivi (che il presidente federale Tavecchio ha giudicato “non congrue con il valore del calcio italiano) il consiglio comunale di Roma Capitale ha riconosciuto per la seconda volta in 3 anni, la pubblica utilità al progetto per lo stadio della Roma. Potrebbe essere,  a volerlo riconoscere, un segnale del destino che vuole mettere il calcio italiano di fronte alla realtà dei fatti. Una realtà la quale, con buona pace di Carlo Tavecchio, sembra essere molto più dura dei soldi che le multinazionali delle televisioni non avrebbero offerto nell’ultima asta della scorsa settimana. E a far riflettere, o preoccupare a seconda dei punti di vista, non dovrebbero essere allora i 440 milioni e non il miliardo che Sky avrebbe offerto e Tavecchio rifiutato; e neanche la clamorosa assenza di Mediaset che per la prima volta non ha presentato alcuna offerta.

Quanto e piuttosto, una situazione di distanza che ad oggi appare siderale tra il nostro calcio e gli altri in Europa. Una realtà che a guardarla soltanto dal punto di vista sportivo, potrebbe essere ben rappresentata dai 4 pallini che il Real Madrid ha rifilato alla nostra Juventus nella finale di Champions League. Ma che invece, a volerla guardare più a fondo esce dal terreno di gioco ed entra direttamente nei bilanci delle società. Nei quali, come abbiamo già raccontato ai lettori di Io Gioco Pulito, ci sono proprio quei numeri che attualmente rendono il confronto tra il nostro calcio e quelli più importanti in Europa  semplicemente impietoso. E la questione degli stadi di proprietà, con la sola Juventus unica tra le nostre cosiddette grandi ad avere un proprio impianto, è il punto più dolente ma non l’unico. Perché quello che gli economisti chiamerebbero il “gap” del nostro calcio non si riflette soltanto nell’incapacità delle nostre società di ridurre la dipendenza dai diritti televisivi. Ma anche nel numero di abbonati stessi alla pay tv che non giustifica più l’investimento dei grandi broadcaster. Ed è per questo che allora, non dovrebbe meravigliare più di tanto se Sky preferisce investire i suoi soldi per comprarsi tutti i diritti delle competizioni europee assumendo di fatto una posizione di monopolista. E Mediaset, già fiaccata dal fiasco di Premium, preferisce farsi bene i calcoli prima di aprire il portafogli.

In sostanza, se oggi il calcio italiano non sembra più “il campionato più bello del mondo” anche agli occhi degli investitori, le colpe non andrebbero addossate a chi non ha offerto quello che Tavecchio avrebbe voluto. Ma piuttosto, l’episodio dell’asta fallita potrebbe essere il punto di partenza  di un processo di cambiamento. Perché in caso contrario potrebbe rivelarsi la goccia che rischia di far traboccare il vaso del calcio italiano. Un vaso, che a parte le convinzioni del presidente Tavecchio, sembra ormai saturo.

CSKA, Storia, Disciplina e Onore: viaggio nel mondo sportivo dell’Armata Rossa

CSKA, Storia, Disciplina e Onore: viaggio nel mondo sportivo dell’Armata Rossa

Čita, città di circa 340mila abitanti nella Siberia meridionale, in Russia. Capoluogo del territorio della Transbajkalia. Condizioni climatiche estreme con forti variazioni stagionali che oscillano dai -25°C ai -35°C a gennaio e salgono intono ai +30°C, con punte anche oltre i +35°C, a luglio. A circa 3km dal centro cittadino di “piazza Lenin” (площадь Ленина) sorge il centro sportivo del CSKA.

Il CSKA, “Club sportivo centrale dell’esercito” (ЦСКА Центральный Спортивный Клуб Армии), è una delle società polisportive più importanti e conosciute della Federazione Russa.

La società è stata creata nel febbraio del 1923, come “Campo sportivo militare sperimentale dimostrativo di Vsevobuch” (OPPV, ОППВ Опытно-показательной военно-спортивной площадке всевобуча) dall’amministrazione centrale di addestramento militare per i lavoratori, presso il Parco Sokolniki di Mosca. Basata sulla “Società amatoriale sciatori” (OLLS, ОЛЛС Общество любителей лыжного спорта) del 1901, la fondazione ufficiale viene fatta risalire al 29 aprile 1923, allorquando la squadra di calcio del club ha giocato la sua prima partita nel campionato della città di Mosca. Nel febbraio 1928 la società è stata inclusa nel “Club sportivo del comando centrale dell’Armata rossa” (CDKA, ЦДКА Спортивный клуб Центрального дома Красной Армии), come dipartimento di cultura fisica e sportiva. Nell’ottobre del 1953 tutti i centri sportivi del CDKA e dell’aviazione del distretto militare di Mosca vengono fatti transitare nel “Club sportivo centrale del Ministero della Difesa” (CSK MO, ЦСК МО Центральный спортивный клуб Министерства обороны). Nell’aprile del 1960 esso viene rinominato in modo definitivo in CSKA. Con la dissoluzione dell’URSS, il club ha assunto lo status di istituzione federale autonoma alle dipendenze del Ministero della Difesa russo, sebbene alcune delle divisioni sportive siano oggi private.

Il CSKA è storicamente attivo in numerosi sport. Ben 463 campioni olimpici per l’URSS prima e la Russia dopo, circa 11.000 campioni nei vari campionati sovietici e russi e 2.629 medaglie d’oro nei campionati europei e mondiali sono stati o sono tuttora suoi affiliati. Il club copre attualmente 56 sport, di cui 40 Olimpici, 9 non olimpici e 7 militari. Tra le sezioni della polisportiva più vincenti e note internazionalmente vi sono il PFK CSKA Mosca (calcio; 7 Campionati sovietici, 6 Campionati russi, 1 Coppa UEFA), il PHK CSKA Mosca (hockey su ghiaccio; 32 titoli dell’URSS, 20 Coppe dei Campioni), il PBK CSKA Mosca (basket; 24 Campionati sovietici, 23 Campionati russi, 4 Coppe dei Campioni, 3 Euroleghe) e il VK CSKA Mosca (pallavolo maschile; 25 campionati sovietici, 3 campionati russi, 13 Coppe dei Campioni). Dal 2011, dopo la riorganizzazione dell’esercito, la società ha ulteriormente ampliato la sua capillarità sul territorio. Con sede centrale a Mosca, conta altri 27 distaccamenti presenti in tutta la Russia, da Gelendžik, sul mar Nero, a Viljučinsk, in Kamčatka sull’Oceano Pacifico. Uno di questi centri si trova proprio a Čita. Qui, nel maggio del 1950, la Direzione dello Stato Maggiore dell’esercito ha costituito il “Club sportivo dell’esercito del distretto militare della Transbajkalia”. Quattro anni dopo, nell’ottobre del 1954, è stato inaugurato lo stadio ZabVO (ЗабВО), oggi SibVO (СибВО), dove il CSKA di Čita, ha sede fin da allora.

L’ingresso del centro sportivo è di chiara impronta sovietica, installazione a rappresentare il progresso militare nella strada antistante e colonnato con due statue laterali, un pugile e un discobolo, simboli ideali della forza e della storia della cultura sportiva. All’interno, i diversi percorsi conducono agli edifici principali del complesso. Poco spazio alle decorazioni, si bada alla sostanza. Si percorre la via in onore dei gradi sportivi della regione e si giunge allo stadio SibVO. Esso è destinato principalmente al calcio, ma in inverno viene adibito a pista di pattinaggio e campo di bandy. Attorno, piste di atletica, una postazione per il tiro con l’arco, un campo da calcio di riserva e il campo da tennis. Diversi, poi, gli impianti sportivi indoor: piscina, sala per le arti marziali, palestra e campo di futsal. Sul perimetro del centro sorge un edificio di quattro piani, un tempo caserma, ora sede degli uffici del centro sportivo.

Un luogo a poca distanza dalla foresta siberiana dove lavoro e fatica sono le uniche parole d’ordine, il sudore l’unico ornamento. Poco importa se si è a -35°C o a +40°C, nei centri del CSKA si temprano atleti. In Russia, dove la competizione sportiva scorre nelle vene del popolo.