Rifugiati Football Club: l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Rifugiati Football Club: l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Proprio ieri, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena qualche giorno fa, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.



E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

L’Altra Faccia di Pyongyang: la Corea del Nord e lo Sport “organico” di Kim Jong Un

L’Altra Faccia di Pyongyang: la Corea del Nord e lo Sport “organico” di Kim Jong Un

La partecipazione della Corea del Nord alle prossime Olimpiadi Invernali di Pyeongchang in Corea del Sud, è un primo segnale di diplomazia tra le due nazioni in costante tensione dagli anni ’50. Ma come si pratica Sport nella terra di Kim Jong Un? Siamo andati a scoprirlo.

Calcio, basket, pallavolo, sci e tanto altro. Fare sport in Corea del Nord è un’attività diffusa. Troppo spesso siamo abituati a immaginare la Repubblica Popolare Democratica di Corea un inferno in terra, e non potrebbe essere altrimenti ascoltando le notizie che i media occidentali propongono su questo paese di 24 milioni di abitanti. Peccato che le notizie siano per lo più non supportate da fonti certe, con scoop sensazionalistici che sembrano ideati ad hoc per cavalcare l’onda di una Nazione abituata a vivere in modo tutt’altro diverso.

A differenza di quanto si possa pensare, in Corea del Nord lo sport è molto praticato, a tutti i livelli, in città, dove la spinta moderna degli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti, così come in campagna. A Pyongyang, centro nevralgico della Corea del Nord abitato da circa 3 milioni di persone, il governo del leader Kim Jong Un ha investito ingenti risorse nella costruzione di centri sportivi e aree adibite allo sport. Si va dalla Scuola Internazionale di Calcio alle tante polisportive, dove i bambini possono allenarsi nel dopo scuola in varie discipline. L’ordine e la disciplina non collidono con il divertimento, anzi, favoriscono la corretta gestione di un gruppo. In squadra l’individualismo è messo al servizio dei compagni. Ognuno collabora a seconda delle proprie caratteristiche, esattamente come avviene all’interno della società.

La Corea del Nord è infatti un chiaro esempio di comunità organica, che si poggia sull’ideologia Juche. Questo termine viene tradotto con la perifrasi “ogni uomo è artefice del proprio destino”. Semplificando si può dire che tutti giocano un ruolo fondamentale per il mantenimento del sistema, perennemente alla ricerca di un ulteriore perfezionamento. Proprio come nello sport.

E il calcio? La febbre del pallone è arrivata qui soltanto da pochi anni. Nonostante questo, la cultura calcistica ha già prodotto diversi giovani talentini davvero niente male. Il più famoso di tutti, e probabilmente il migliore, è Han Kwang Song, attaccante del Cagliari attualmente in forza al Perugia in Serie B. Decisamente più gettonati, anche per via della loro semplicità, sono il basket, la pallavolo e il badminton, comunemente chiamato volano. Nei tanti parchi presenti nei centri nevralgici delle città, è facile imbattersi in partitelle improvvisate. Ma il fiore all’occhiello della Corea del Nord è rappresentato da due strutture sportive mastodontiche. La prima è il May Day Stadium, stadio che può ospitare la bellezza di 150 mila posti, e che per capienza è il più grande al mondo.

Qui la Nazionale nordcoreana gioca solitamente le sue partite casalinghe; vi si praticano inoltre competizioni di atletica leggera.

Il secondo diamante è il Masykryong Resort Hotel, albergo di extra lusso adibito anche a stazione sciistica. Soprattutto in inverno, i turisti nordcoreani (e non solo) approfittano delle vacanze per godersi le dieci piste offerte da uno degli hotel più particolari al mondo. E questo, dicono dalle parti di Pyongyang, non è che l’inizio.

 

 


Vicenza, quel Real italiano arrivato a Stamford Bridge

Vicenza, quel Real italiano arrivato a Stamford Bridge

2 aprile 1998. Stadio Romeo Menti di Vicenza. Minuto 16 dell’andata di semifinale Coppa Coppe tra Lanerossi e Chelsea. Viviani lancia Zauli che controlla la palla con il destro, elude due difensori e con un sontuoso diagonale sinistro batte De Goeij. 1-0. Sarà il punteggio con cui i veneti si presenteranno a Stamford Bridge, per la gara di ritorno. Dove solo una miracolosa rimonta degli inglesi, dopo l’iniziale vantaggio di Luiso e un gol regolare annullato allo stesso, faranno malamente infrangere la favola dei ragazzi di Guidolin. Un 3-1 che rimanda i biancorossi a casa, scaraventandoli sulla terra dopo un anno e mezzo di gloria cominciato con la conquista della prima storica Coppa Italia. Conseguita sempre con un 3-1, contro il Napoli. I più attempati rivedono davanti ai loro occhi i fasti di un altro grande Vicenza. Una squadra che per stagioni hanno raccontato ai più giovani. Dei ragazzi divenuti eroi ai piedi del Monte Berico: quelli del 1977/1978. Quelli del Real Vicenza di G.B. Fabbri. Quel ferrarese divenuto icona del calcio italiano. Brusalerba era soprannominato, per la sua velocità e la sua resistenza da giocatore. Il profeta di una banda di ragazzi terribili, capaci di passare dalla Serie B al secondo posto, qualche punto dietro la Juventus.

Vicenza è una città orgogliosa. Tra le sue piazze eleganti e i suoi palazzi di Palladio la gente brulica per le strade discreta. Negli anni ’70 il calcio era una religione profondamente mischiata al sociale. Lanerossi non è solo una potente azienda tessile che ha acquisito il club, ma una vera e propria Bibbia per migliaia di tosi. Come se non più di oggi. E quella squadra sa accendere una miccia memorabile, anche se durata solo pochi mesi. Franco Cerilli è nato a Chioggia, una piccola Venezia dove spesso l’acqua si fonde alla nebbia, inghiottendo tutto ciò che la circonda. Il “nuovo Corso” lo hanno ribattezzato, in virtù delle sue doti da ala destra. Un appellativo pesante quando arriva all’Inter: “Più che altro, essendo un estimatore di Sivori, mi infastidiva”. Cerilli arriva a Vicenza nel 1976 e porta scolpiti nel cuore quegli anni: “Siamo rimasti legati e quest’anno festeggeremo i 40 anni del Real Vicenza. Una squadra nata quasi per caso – racconta –. Quando andammo in ritiro a Rovereto ricordo che tutti ci descrivevano come lo scarto di altre squadre. Fabbri invece vedeva il calcio in maniera semplice. Era un direttore d’orchestra con dei buoni suonatori. Inoltre fu bravo a sfruttare l’abbandono di Alessandro Vitali, che una sera lasciò il ritiro, inventandosi Paolo Rossi centravanti (21 gol il primo anno di B, 24 il secondo in A)”.

Con il Real Vicenza che segna a raffica anche Cerilli trova gloria. Esattamente il 27 novembre del 1977, quando un suo rasoterra dal limite apre le danze in un pirotecnico 4-3 contro la Roma: “Ricordo bene quella partita, anche perché Di Bartolomei, che due stagioni prima aveva giocato a Vicenza, sbagliò un rigore nel finale. Fu una grande vittoria, che mise in evidenza l’estrema tecnica di quegli anni, purtroppo non paragonabile al calcio di oggi, molto più povero a mio modo di vedere. Anche se la più bella vittoria fu contro il Napoli, al San Paolo”. Un 1-4 alla terz’ultima di ritorno che certifica la seconda piazza. “Il sabato partimmo per la trasferta a mezzogiorno, da Venezia, arrivando a destinazione alle 22. Dopo cena qualcuno guardò un incontro di pugilato, mentre io e altri facemmo le tre giocando a carte. Di Marzio, allenatore dei partenopei, disse che li snobbavamo. Invece andammo in campo travolgendoli e all’uscits i tifosi campani ci applaudirono accompagnandoci in aeroporto. Un qualcosa di indimenticabile”. È quasi impossibile credere che quella squadra, a dodici mesi di distanza, scenderà mestamente in Serie B (seppur mantenendo Fabbri come condottiero): “Secondo me ci furono degli errori di valutazione da parte di Farina – analizza -. La Juve offriva Virdis, Fanna e Prandelli più soldi per Rossi, ma lui non accettò. L’anno dopo andarono via Filippi e Lelij, due pilastri, mentre Rossi e Carrera subirono dei brutti infortuni”. E sul Vicenza di oggi: “La presidenza ha una brutta gatta da pelare. Finché non saranno risanati i debiti sarà difficile costruire una squadra competitiva. È un sacrilegio per la tradizione di questa nobile squadra, dove sono passati tanti celebri personaggi del calcio italiano”.

A qualcuno dice qualcosa la coppia centrale Prestanti-Carrera? Provate a sussurrare questi nomi nei pressi del Menti. Vi si aprirà un mondo. Lo stesso che Valeriano Prestanti porta nel cuore: “Per me è stata la pagina più bella della mia carriera – dice emozionato -. Ero di proprietà della Fiorentina, che mi tenne a lungo legato, mandandomi in giro per l’Italia come un pacco per dieci anni. Ho giocato con Sormani e Vitali in B, gente che ero abituato a collezionare sull’album Panini – scherza -. Quando arrivai, nel 1976, c’era un vero e proprio conflitto generazionale tra vecchi e giovani. Io ero in camera con Di Bartolomei e l’anno dopo arrivo Fabbri. Un grande uomo, un secondo padre per me. L’avevo già avuto alla Sangiovannese ed era un mio estimatore. Giocavamo a uomo e non a zona come si usa ora. Di conseguenza difficilmente andavo in avanti, eppure in oltre cento partite riuscii a segnare sette gol. Tutto merito suo e del suo modo totale di intendere il calcio. Pretendeva che io andassi avanti per concretizzare le palle inattive. Tenete presente che ogni domenica mi ritrovavo a marcare gente come Bettega, Graziani, Pulici e Pruzzo. Nonostante ciò la sua mentalità non era remissiva, se andavamo a Torino contro la Juve lui voleva che ci giocassimo la nostra partita”.

Quel secondo posto, peraltro, volle dire una storica qualificazione in Coppa Uefa: “Ci toccò il Dukla Praga, che allora era una vera e propria potenza. Basti pensare che aveva 6-7 nazionali campioni d’Europa in carica. A me spettò il compito di marcare Nehoda, che all’andata segnò il decisivo gol dell’1-0. Recentemente – sorride – in un’intervista ha detto che io sono stato il difensore che l’ha messo più in difficoltà. Fatto sta che venni squalificato per somma di ammonizioni, non scontando mai questa pena perché fummo eliminati. Mi ritenevo un giocatore corretto, ma nella gara di ritorno al Menti loro vennero in maniera molto arrogante. Erano la squadra dell’esercito, e si presentarono in tenuta militare. In campo, tra un battibecco e l’altro, lui mi sputò. Così non ci vidi più e durante la gara lo riempii di calcioni e botte. Purtroppo andò male, sbagliammo anche un rigore e finì 1-1”. Anche per lui Farina sbagliò qualche valutazione in quell’annata: “La stagione prima, quando giocammo contro la Juve, il presidente era stato prima da Boniperti. Eravamo a tavola e lui mi passò vicino dicendomi all’orecchio che oltre a Rossi i bianconeri avevano richiesto anche me, dato che in quel periodo giocavano con Gentile stopper, Cuccureddu e Cabrini, dovendo ancora prendere Brio. Lui rifiutò, come tutti sappiamo. Ma lo fece perché era ambizioso”. Corso Palladio, il dialetto discreto e il calore di Vicenza non sono spariti nel cuore di Prestanti: “È una città bellissima e vivibilissima – sottolinea -. Potevamo camminare per il corso senza esser importunati. I vicentini sembravano quasi timidi. La mattina andavamo alle 10 al campo, perché Fabbri ci voleva vedere tutti in piedi. Ma lo facevamo volentieri, eravamo una famiglia. E alle 14 tutti a giocare a calciotennis, perché quella la sentivamo casa nostra. Il Menti era uno stadio che si faceva sentire, spesso faceva davvero paura. Farina ci aveva imposto di andare ogni martedi nella sede dei club ai quali – ricorda divertito –  a loro volta, aveva imposto di regalarci delle medagliette d’oro”.

E il Menti di quegli anni aveva le sue anime. I suoi cuori. I suoi angeli custodi. Cinzia è una vera e propria memoria storica del tifo biancorosso.Sono nata nel 1964. Mio padre dice di avermi portato per la prima volta allo stadio nel 1968. Io ho ricordi nitidi dalla stagione 76/77, quindi ho vissuto appieno quell’epoca. Noi eravamo i figli dei Vendrame e dei Vinicio. I nostri padri avevano visto il massimo per noi. Poi arrivò Fabbri. Una persona aperta e socievole, per noi tifosi fu un padre e un nonno al contempo. Eravamo davvero una grande famiglia. Io andavo a scuola vicino allo stadio – continua – e quando c’erano gli allenamenti correvo fuori per andare a vederli. La custode del campo preparava il pane con il burro, per noi ragazzini della curva. Parliamo di un periodo totalmente differente da oggi. I giocatori non arrivavano in Porsche firmando frettolosamente autografi. Spesso si andava in centro assieme”.


Un periodo di grandi cambiamenti sociali, in cui anche il mondo del tifo comincia a prendere una sua fisionomia: “I gruppi organizzati cominciarono a nascere nelle grandi città, per poi espandersi anche in provincia. Era tutto un mondo da scoprire per noi ragazzi. Andavamo a Bergamo, Milano, Genova, Torino e non sapevamo cosa avremmo trovato. I “vecchi” per noi tra i quattordici e i sedici anni erano quelli con tre o quattro anni in più. Io mi sono trovata sulla balaustra a quindici anni, perché questa era l’età giusto al tempo. Si stava sempre assieme, era una grandissima forma aggregativa in un’epoca in cui avevamo davvero poco. La cosa più importante era rendere la propria curva più bella delle altre. Le mamme ci prestavano le macchine da cucire per fare striscioni e bandiere”.

Una vita con il Vicenza. Una vita per il Vicenza. Con gioie e dolori: “Quando sono nata avevo già dentro l’essere ultras, era destino di finire in un mondo che mi ha permesso di vivere in maniera stupenda. Se dovessi dire il momento più bello con il Lanerossi dovrei fare un distingue: per noi più vecchi il Real Vicenza resta sempre il massimo, ma la fine degli anni novanta, con la Coppa Italia e la semifinale di Coppa Coppe sono stati sensazionali. Quando battemmo il Napoli, a ogni gol sembrava che lo stadio stesse cadendo. E poi la gara di Londra. Io arrivai a Stamford Bridge dopo gli altri. Non c’era rete e subito mi dissero scherzosamente che qua era più facile scavalcare. Al Menti, infatti, ero solita entrare in campo a fine partita per esultare con i giocatori. Ricordo che a Londra vedemmo per la prima volta gli steward, volevano che rispettassimo il posto assegnato sul biglietto. Ovviamente nessuno gli diede ascolto. Io mi misi dietro la panchina, dove c’era Firmani che mi chiedeva insistentemente quanto mancasse alla fine. Al gol del 3-1 per il Chelsea scoppiai in un pianto convulso, prendendomela anche con lui. Perché io vivo la partita come se fossi in campo. Corro con il Vicenza. In aeroporto Zauli mi abbracciò per consolarmi”. Ma c’è spazio anche per i ricordi meno belli: “Sicuramente la stagione 1989/1990, culminata con lo spareggio di Ferrara contro il Prato per non retrocedere in C2. Andammo in 6.000 di giovedì pomeriggio. La città si era svuotata. Per non retrocedere. Vincemmo 2-0, evitando di essere risucchiati nell’anonimato. In panchina c’era Giulio Savoini, a cui a breve verrà anche intitolata una vita in città”.

Una donna per il Lanerossi, al di fuori di ogni schema: “Le mie amiche si vestivano con le gonne, io indossavo le Clarks e l’Eskimo. Ovviamente venivo additata come una persona non normale, a 14-15 anni non era normale vestire così. Come non era normale per una ragazza tornare a casa con lo striscione o il tamburo. Ma io sono stata sempre orgogliosa di far parte di questo mondo. I miei genitori, dopo tanti castighi, si sono rassegnati – dice sorridendo -. Mio padre, quando sono salita in balaustra, ha cambiato settore!”. Ma chi è il tifoso biancorosso? “Il vicentino vive il Vicenza a 360 gradi, ce l’ha nelle vene. Se si nasce vicentini si muore vicentini. Ricordati che noi veniamo da anni massacranti. Nonostante questo la curva è sempre piena. E al Menti batte il cuore di tutta la città”.

“Non credevo che una provinciale potesse giocare come fa il Vicenza”. Celebre frase di Gianni Brera rivolta a G.B. Fabbri al termine di una partita.

BitCoin ovunque: le criptovalute pronte a sbarcare nel mondo del Calcio

BitCoin ovunque: le criptovalute pronte a sbarcare nel mondo del Calcio

Ormai i Bitcoin sono entrati nel nostro gergo quotidiano. Molte persone ancora non lo conoscono e ancora fanno fatica a comprenderne il meccanismo. Il Bitcoin è solo una delle tante criptovalute (monete virtuali) che sono presenti nel mercato borsistico mondiale. Con più precisione i Bitcoin sono le criptovalute più costose e preziose del mercato. Cosa c’entra questo discorso con lo sport? C’entra e come perché i Bitcoin e le criptovalute in generale stanno per entrare, pian piano, anche nello sport.

 

REAL MADRID PIONIERISTICO- Un primo piccolo passo è stato già fatto dal Real Madrid. Il club spagnolo è il primo ad accettare i Bitcoin come forma di pagamento. Da gennaio sarà possibile pagare il tour del Santiago Bernabéu utilizzando la criptomoeneta, grazie ad una storica quanto importante partnership con l’agenzia turistica 13Tickets. Il club Campione d’Europa e del Mondo è il primo ad adottare la modalità di pagamento, ma la società responsabile del sistema intende implementarla anche nell’altra rivale della capitale spagnola, l’Atletico Madrid. E’ notizia di qualche giorno che la 13Tickets sarebbe in trattative avanzate per consentire pagamenti in Bitcoin per le visite al Wanda Metropolitano. Al Bernabeu, il metodo di pagamento inizierà ad essere utilizzato all’inizio di febbraio. Attualmente i visitatori che vogliono effettuare un pagamento “normale” pagano 18 euro per il tour. Dato che un Bitcoin vale circa 15 mila euro, è chiaro che il Real Madrid e la 13Tickets dovranno poi rendere più chiare quali tra le innumerevoli criptovalute saranno accettate e come potranno avvenire i vari pagamenti. Resta il fatto che questo accordo potrebbe rappresentare un primo passo per coinvolgere anche lo sport in questo mercato.


SCOMMESSE IN BITCOIN- Sembra incredibile ma già da qualche anno all’estero, in particolare negli Usa e in Gran Bretagna, è possibile scommettere con i Bitcoin. Sono tanti i siti che accettano la criptovaluta per aprire conti e piazzare scommesse. Come i normali conti online è possibile giocare online senza alcun tipo di restrizione. Un’innovazione molto affascinante ma che potrebbe dare il via a speculazioni e modalità non del tutto trasparenti. Già con i metodi tradizionali è molto difficile poter controllare un mercato globale e molto complesso come quello delle scommesse, figurarsi con una moneta virtuale. Le informazioni sulle transazioni di Bitcoin sono raccolte pubblicamente e custodite in modo permanente, in modo che chiunque possa vedere il bilancio e le transazioni di qualsiasi indirizzo Bitcoin. Tuttavia, l’identità dell’utente che si cela dietro un indirizzo resta ignota, finché l’informazione non viene rivelata durante un acquisto o in altre circostanze. Dunque quanto potrebbe essere facile tracciare i flussi delle scommesse? Sarebbe possibile fermare o capire i flussi anomali sulle partite? Queste sono solo alcune delle domande che una applicazione più capillare dei Bitcoin alle scommesse potrebbero porci davanti. Non resta quindi che attendere e osservare se veramente queste criptomonete possano impadronirsi anche del mercato delle scommesse, solo allora veramente il problema della loro reale applicazione al betting potrà concretizzarsi.

Rapporto Soccerex: Quali sono i club più ricchi del Mondo?

Rapporto Soccerex: Quali sono i club più ricchi del Mondo?

Un rapporto innovativo, una classifica “strana” che per certi versi fa molto discutere. Questo è quello che molti lettori hanno provato leggendo la speciale classifica di Soccerex, un sito statunitense, specializzato nell’osservare la finanza dello sport, che ha analizzato i maggiori club a livello mondiale sulla base di determinati fattori. Lo studio è stato condotto da specialisti in valutazioni finanziarie sportive, analizzando i bilanci e le relazioni annuali dei club a partire dal 2015/16, l’ultimo esercizio completo disponibile, oltre ad altre rinomate fonti di informazione come UEFA, Financial Times, Bloomberg, Yahoo Finance, Forbes, Transfermarkt e Hoo. La classifica è stata stilata analizzando cinque fattori principali:  il valore dei calciatori in rosa, gli immobili di proprietà, il conto in banca, il potenziale d’investimento e il debito netto.

SEMPRE PREMIER- Il Manchester City è in testa alle classifiche globali con un punteggio totale di 4,883 (risultato dei 5 fattori sopra elencati).  I citizens in cima a questa speciale classifica non sorprendono affatto dato che sono uno degli esempi più importanti e  significativi di investimenti stranieri che trasformano lo status e il potenziale di un club. Il proprietario multimiliardario di Abu Dhabi, Sheikh Mansour, ha immesso oltre 650 milioni di euro nella squadra e nelle infrastrutture e il potere finanziario del club è stato ulteriormente potenziato dalle enormi offerte per i diritti TV della Premier League. A sorprendere è subito l’ottima posizione dell’Arsenal, che si trova al secondo posto davanti addirittura al faraonico PSG. Nell’immaginario collettivo i Gunners non vengono percepiti come una potenza mondiale ai massimi livelli anche a causa di una mancanza di spese (troppo) folli nel mercato. La classifica di Soccerex spiega che l’Arsenal al secondo posto è il risultato di un solido modello di business, che lo vede nei primo in quattro delle cinque variabili chiave, pur avendo un indebitamento netto relativamente basso. Questa posizione di forza finanziaria sta a significare che l’Arsenal potrebbe investire in modo significativo qualora la gerarchia del club decidesse di cambiare la propria strategia aziendale. Tradotto, l’Arsenal ha tanti soldi e quando deciderà di spenderli senza freno ci sarà da divertirsi. Al terzo posto si piazza il Paris Saint-Germain, che ha battuto il record mondiale di soldi spesi per ingaggiare Neymar ad agosto, ma a fare veramente impressione è lo strapotere del calcio inglese. Il Regno Unito domina la classifica, con otto squadre tra le prime 30 – tre in più rispetto a qualsiasi altra nazione . A far discutere è senza dubbio la posizione del Chelsea (primo tra tutti i club europei per introiti derivati dai Diritti TV) appena nono in classifica. La posizione del club di Stamford Bridge è influenzata dalla quotazione dell’investimento del proprietario come prestito che dà al Chelsea il maggior debito netto tra i primi 100. Un aggiustamento è stato fatto da parte della proprietà per ovviare a questo, ma se il grosso del  “debito” nei confronti di Abramovich fosse registrato a bilancio come sponsor o qualcosa di simile, come è successo con altri club, i Blues sarebbero di livello più alto.



GEOGRAFIA DEL CALCIO MONDIALE- La classifica di Soccerex, conferma anche la grande crescita del calcio cinese dato che al quarto posto c’è il Guangzhou Evergrande (3.423). La squadra asiatica, a sorpresa, viene considerata più potente del Real Madrid, sesto, e fresco di vittoria nel Mondiale per club per la seconda volta consecutiva. Questo sottolinea come il panorama del calcio globale sia cambiato drasticamente negli ultimi due decenni, in gran parte a causa dell’aumentato interesse degli investitori miliardari in Europa, Asia Pacifico, Medio Oriente e America. I proprietari dei nove maggiori club della Cina hanno un patrimonio netto di 75,1 miliardi di euro e il potenziale finanziario della Super League cinese è sottolineato da nove dei suoi club che popolano i primi 100 posti con la Spagna e oltre Francia, Germania e Italia. Netta anche la crescita degli Stati Uniti che sono il secondo paese più rappresentato nella top 30 con cinque squadre, guidate dai LA Galaxy al quattordicesimo posto.  Ciò è in gran parte dovuto a solidi modelli di business, asset di alto valore e forti investimenti. A far riflettere è anche la posizione di Real e Barcellona: detto delle merengues in sesta posizione, il tredicesimo posto del Barcellona sorprende e non poco. Le classifiche dei due giganti spagnoli sono influenzate dalle strutture proprietarie dei membri e dalla mancanza di potenziale di investimento del proprietario. Tuttavia, lo studio sottolinea che se il Real Madrid dovesse essere capitalizzato attraverso i mercati azionari, il suo potere finanziario complessivo lo farebbe valere di più di qualsiasi club. Il rapporto mostra anche il crescente impatto della proprietà straniera sulla Liga, con l’Atletico Madrid al quindicesimo posto grazie al recente investimento di Wanda Group, conglomerato cinese, mentre il Valencia, sostenuta dalla ricchezza di Singapore dell’imprenditore Peter Lim, si piazza al trentesimo posto.

E L’ITALIA? – La prima delle italiane è la Juventus, ottava: il parco giocatori del club bianconero è stimato in 470 milioni di euro, a cui si aggiungono 161 milioni di beni immobili, 33 milioni cash in banca, un potenziale d’investimento della famiglia Agnelli da 403 milioni e un debito netto da 209 milioni. Dopo i bianconeri il vuoto totale dato che per poter arrivare alla seconda italiana dobbiamo arrivare al 26esimo posto del Napoli, seguito a ruota da Inter (30esima) e Milan (34esimo). Ancora più attardate la Roma che si piazza 51esima e la Lazio appena 62esima. Dati e numeri che confermano ancora una volta come il calcio italiano, tolta la Juventus, sia molto lontano dai top club europei e rischia di diventare finanziariamente inferiore anche a parecchi club asiatici ed americani che anno dopo anno crescono a ritmi vertiginosi.

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