Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Da un passo dal baratro alla rinascita nell’abbraccio dei propri tifosi, tra le realtà europee che meglio hanno saputo concretizzare il concetto di partecipazione attiva e di ‘Club della comunità’ c’è il Portsmouth FC, sprofondato nel 2013 nella League Two a seguito di due anni di amministrazione controllata, viene salvato dal fallimento solo dall’intervento risolutivo dei tifosi che lo hanno ricondotto su binari sostenibili e sopratutto al centro della comunità.

Dopo diversi anni nelle categorie professionistiche nel 2003 il club centra una storica promozione in Premier League, a seguito dei primi anni in lotta per non retrocedere la società entra nel mirino di speculatori stranieri, arrivano campioni ma il conto delle spese non tarderà ad arrivare, si alternano quattro proprietà, Alexandre Gaydamak, Ali al-FarajBalram Chainrai e Vladimir Antonov che lasceranno un segno unico, il dissesto economico totale. Nessun investimento nei settori giovanili, cessione di strutture utili, a cui si accompagna l’incuria sulla manutenzione dello stadio che costerà al club la riduzione della capienza autorizzata.

Dopo aver vinto nel 2008 la FA Cup, e raggiunto l’anno precedente una storica qualificazione alla UEFA Europa League, l’apice dei successi negli anni recenti, la gestione spregiudicata e l’accumulo di una ingente quantità di debiti, contratti nell’alternarsi di loschi avventurieri stranieri alla guida, che nel tempo hanno scorporato diversi asset(tra cui lo stadio) per far fronte alle scadenze, segnano l’inizio della caduta.

La società finisce in amministrazione controllata prima nel 2009, debiti per oltre 100 milioni di sterline, ma il fallimento è scongiurato dalla ristrutturazione con i creditori tramite un accordo volontario e dal cambio di proprietà. Quindi nel 2011, di nuovo, ammonta a quasi 60 milioni l’esposizione e viene aperta la procedura per tasse con l’erario non pagate, anticamera della procedura fallimentare. Questa volta la tifoseria, esasperata dalla situazione precaria durata anni, inizia un braccio di ferro con la proprietà del club. Le società collegate a Vladimir Antonov figurano tra i principali creditori, nel frattempo il lituano finisce al anche centro di un mandato di cattura internazionale per bancarotta e successivamente viene arrestato, la situazione appare disperata ma il gruppo di tifosi si presenta come unico interlocutore credibile per rilevare il Portsmouth FC.

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L’acquisizione viene guidata dal Pompey Supporters Trust(PST), associazione di tifosi aperta e democratica, una testa un voto, nata all’indomani della prima ristrutturazione del debito del 2009, che inizia a raccogliere le risorse per presentare un’offerta credibile. In migliaia aderiscono all’iniziativa e il collettivo riesce a coinvolgere un gruppo di imprenditori locali, undici ”Presidents” , che partecipano attivamente alla campagna di salvataggio del club. Dopo una lunga trattativa la società viene ceduta per circa 4 milioni di sterline, ereditando circa 10 milioni di debiti ma riuscendo a mantenere negli asset lo stadio, a finanziare l’acquisizione interviene anche l’amministrazione locale con un prestito di 1 milione di sterline concesso al PST e rimborsato poco dopo il completamente dell’acquisizione. Nell’Aprile 2013 il club può considerarsi salvo, completato il più grande salvataggio da parte di un’associazione di tifosi nel Regno Unito, consacrato nel 2014 con la consegna al collettivo di premio civico conferito dall’amministrazione comunale per la grande impresa e per l’opera di ristrutturazione societaria caratterizzata da una rinnovata e forte presenza nella comunità.

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Il PST assume il controllo del 52% della società, con il restante ai Presidents, riparte dalla League Two con un nuovo spirito, e con la spinta di una intera comunità riuscirà in poco più di un anno ad abbattere i debiti ereditati dal salvataggio e a impostare l’intera gestione su una base sostenibile e orientata ad una solida programmazione del proprio futuro. In questi quasi quattro anni i principali investimenti sono andati a rinforzare l’intera struttura societaria: interventi sullo stadio, settore giovanile e campi di allenamento, scegliendo saggiamente di non lanciare l’ennesima rincorsa spregiudicata verso il ”calcio che conta’ ma di gettare basi solide per non mettere nuovamente a rischio il proprio futuro, mettendo in secondo piano l’investimento sportivo che, sebbene il club abbia sempre schierato formazioni competitive per la promozione, raggiungendo in una occasione la finale play-off, è rimasto inchiodato nella quarta divisione.

Dal 2013 ad oggi la quota dell’associazione di tifosi è scesa sotto la maggioranza assoluta, poco più del 48%, per effetto degli investimenti diretti negli interventi allo stadio Fratton Park operati a carico dei Presidents, necessari alla messa in sicurezza di alcune aree lasciate senza manutenzione negli anni della crisi per recuperare parte della capienza dell’impianto. Nonostante ciò la comunità d’intenti e la sinergia con gli imprenditori locali hanno creato un ottimo clima di cooperazione, un Community Club a tutti gli effetti, e il pubblico non ha mai fatto mancare il proprio supporto.

Al match inaugurale sotto il controllo dei tifosi in League Two si presentano in 18.000, oltre 10.000 gli abbonati, allo stadio nel corso delle stagioni una media 16.000 spettatori per partita e fuori dal campo si sviluppa una grande partecipazione alla vita del club. Dalle piccole iniziative lanciate dalla società con il percorso partecipato per progettare gli interventi allo stadio, in prima linea per il ritorno degli spalti in piedi, e nel restyle del logo verso quello tradizionale, ai contest per scegliere le divise ufficiali aperti a tutta la tifoseria, fino agli impegni veri nelle diverse raccolte fondi lanciate per finanziare lo sviluppo della società.

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Dopo la partecipazione con oltre 2 milioni al piano di salvataggio la comunità locale ha finanziato il progetto da circa 500.000 sterline complessive per i campi di allenamento delle giovanili con 270.000 raccolte con una campagna di crowdfunding fatta di piccole donazioni, ed il restante con un piano di azionariato popolare. Per entrambe le occasioni la società ha deciso di omaggiare i partecipanti con delle targhe celebrative affisse sui due ”Wall of Fame” realizzati uno nell’area dei campi di allenamento e l’altro sulla parete esterna della North Stand del Fratton Park.

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Impegno che non si è esaurito solo nello sviluppo del club, oltre all’impareggiabile e costante attività dei volontari, sotto la guida del PST la società sta sviluppando un forte radicamento territoriale rientrando in molteplici progetti di promozione sociale. Recentemente con circa 100.000 sterline raccolte con le attività del progetto ‘Pompey in the Community’, per la promozione dello sport, dell’inclusione e di programmi dedicati ai disabili, con cui ha coinvolto oltre 30.000 persone, ha ricevuto un importante riconoscimento nell’ambito dei ‘English Football League Awards 2017′ con l’assegnazione del South West & Wales Checkatrade Community Club of the Year”, entrando nei finalisti per l’award nazionale.

Parallelamente anche l’associazione di tifosi guarda al futuro, cosciente della propria responsabilità alla guida del club e della necessità di proseguire nel sostegno della società, il gruppo ha dato vita a diverse iniziative per far crescere la forza e l’incisività delle attività sul territorio. Tra le più rilevanti la ‘Pompey Lottery”, attiva dal 2014, e una linea di merchandising griffata PST i cui ricavi vanno a finanziare direttamente il settore giovanile. Lo scorso anno è stato lanciato anche un interessante programma di introduzione dei giovani tifosi nella vita associativa e organizzativa con la partecipazione nel PST Next Generations, dedicato agli under 25. Un Supporters’ Trust in formato junior costituito per fornire una soluzione utile ad un percorso formativo dei ragazzi che rappresentano il futuro, non solo del Portsmouth FC, ma anche dell’associazione, destinata a svolgere un ruolo talmente centrale della vita della società da richiedere un necessario percorso dedicato alla formazione dei giovani per comprendere le dinamiche ed apprendere sul campo l’entità dell’impegno.

I risultati sul campo presto o tardi arriveranno ma a Portsmouth ha ripreso a battere un grande cuore, un Community Club vero, esempio e ispirazione per chi crede che un altro calcio sia possibile!

Il tempo dell’usa e getta

Il tempo dell’usa e getta

Claudio Ranieri esonerato dal Leicester City Football Club.

Fermiamoci un attimo, troviamo le parole, o perlomeno proviamoci.

Gratitudine. Memoria. Rispetto. Pazienza. E poi – massì, scandalizziamo i più cinici – Amore.

Non c’è gratitudine verso Claudio Ranieri, il tecnico che ha resuscitato una squadra destinata ad un’involuzione inesorabile, che l’ha traghettata in acque limacciose ed infine condotta sull’Olimpo, nessun sentimento di riconoscenza nei confronti di chi ha fatto gioire ed esaltare tifosi grandi e piccoli di questa città dal nome antico. L’ha fatto e basta. Ingordi, si rilancia e se ne vuole ancora, anzi di più. La gratitudine è un sentimento nobile, un antidoto potente contro l’infelicità: è saper celebrare il valore di fatti, persone, cose, saperne godere, trarne nutrimento e accantonare pienezza e felicità per momenti più bui. Ecco, non c’è gratitudine per Claudio Ranieri.

Non c’è memoria delle fatiche, della tenacia, del coraggio, di scrupolo e senso del dovere, di lavoro a denti stretti; non c’è memoria del mestiere elegante e silenzioso, a volte poco compreso. Fare memoria delle cose è un esercizio importante: è fondamentale conoscere il viaggio, non solo la meta, rammentare percorsi e insidie, non solo lo sfavillio del traguardo. Nemmeno memoria c’è, per Claudio Ranieri.

Vogliamo parlare di rispetto? Non c’è considerazione per il suo  impegno, i suoi meriti sembrano essere svaniti alla stessa velocità con cui tifosi sconfitti abbandonano lo stadio. Macchina che sforna successi: nessun grippaggio è tollerato, il meccanismo deve sempre funzionare alla perfezione. Quando non è così la macchina si getta.

E poi, la pazienza: ingurgitiamo fretta e scoliamo calici di impazienza; non possiamo aspettare, tutto deve essere subito o mai più, perché se non è ora, non è, non esiste, non ha appeal;  poco male se poi disinteresse e noia coprono con manti di piombo avvenimenti e circostanze, non importa, subito c’è altro di cui parlare e per cui gioire, naturalmente per un tempo limitato dalla nostra irrequietezza. Ok, il Leicester City ha vinto la Premier League nove mesi fa (giusto il tempo di una gestazione…), bene, basta…e ora? Nessuna riflessione, poco spazio alla valutazione dei fatti, men che meno mente ai corsi e ricorsi storici del caro Vico, vecchiume inutile nell’era dei post.

Infine l’amore: calciatori sconosciuti, raccolti e cresciuti da un padre perbene che li ha lustrati e pettinati, allacciato scarpini e drizzato piedi, nutriti di coraggio e abbeverati di gloria. I figli – diventati grandi – a sbattere la porta. A fare la voce grossa per cacciarlo di casa dopo aver preteso le chiavi. Giocatori ormai famosi e tristemente capricciosi. Innamorati di sé e disamorati di chi li germogliò.

Questo, nel tempo dell’usa e getta…

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Sembra proprio non esserci pace per il tanto amato (anche dalle nostre parti) calcio inglese. Come se non fosse bastato lo scandalo legato agli abusi di alcuni allenatori delle giovanili di club oltre la Manica nei confronti dei propri piccoli talenti, oppure la multa comminata al Manchester City di Pep Guardiola (reo di non aver conferito alle autorità competenti gli indirizzi giusti dei calciatori per effettuare test anti-doping a sorpresa) ed il ‘caso Berahino’ (con l’attaccante colored risultato positivo ad un test anti-doping nel settembre scorso e sospeso dalla Federazione per otto settimane, mentre il Wba comunicava che Berahino dovesse unicamente ritrovare il peso forma), ecco un nuovo oceano di polemiche.

Il motivo? Ancora una volta lo scottante tema del doping.

In Premier League, infatti, è scoppiato di nuovo il caso doping. A scriverlo per primo è stato il quotidiano ‘Daily Mail’, che afferma come in Inghilterra, oltre al già citato Saido Berahino, ci siano altri dodici calciatori risultati positivi a dei test anti-doping in un lasso di tempo compreso tra il 2012 ed il 2016.

La Federazione inglese, dunque, è costretta ad uscire allo scoperto e, pur non rivelando i nomi del calciatori coinvolti, afferma che nella stagione passata sono risultati positivi in tutto tre atleti, mentre nel campionato 2014-2015 i casi di positività riscontrati sono stati addirittura il doppio.

Di chi la colpa, quindi? Scarsi controlli da parte della FA? Assolutamente no.

Da cinque anni, infatti, la Football Association sta mettendo in atto un ferreo programma volto a stroncare, fra i calciatori, l’uso delle cosiddette ‘droghe sociali’; con questo termine, parliamo di quelle sostanze che, pur essendo illecite (per esempio cocaina o ecstasy) non costituiscono doping vero e proprio.

Nel quadriennio 2012-2016 sono stati svolti circa ottomila test da parte della Federazione e, come detto, sono risultati positivi 13 giocatori (lo 0,17% del totale), ovviamente tutti immediatamente sospesi.

La FA non ne ha mai reso noti i nomi, tanto per un discorso di privacy, quanto, se non soprattutto, allo scopo di favorire i loro programmi di riabilitazione. Generalmente, i club spiegano l’assenza dalle convocazioni con motivi di salute o di scarsa condizione; proprio ciò che è accaduto a Berahino durante gli ultimi mesi della sua permanenza al WBA.

Essendo uno dei pochi organi di governo nel mondo del calcio ad effettuare sui giocatori controlli così mirati, la FA conta di arrivare a 5.000 test a stagione da adesso fino al 2018, rilanciando ancor di più la propria voglia di dire ‘no’ al doping; il modo più intelligente e forte per non tentare di rovinare lo spettacolo del campionato più emozionante del mondo.

6 febbraio 1958 – Monaco di Baviera, fiori rossi nella neve

6 febbraio 1958 – Monaco di Baviera, fiori rossi nella neve

Ce la farò, padre? Io credo di sì. Mi avete dato due volte l’estrema unzione, eppure eccomi, sono ancora qua. Non basta a fermarmi, eh. Sono vecchio e un po’ malandato, ma non mi terranno qui. Non a lungo almeno. Non appena potrò alzarmi, farò il giro delle camere di questo maledetto ospedale e andrò a trovare i miei ragazzi. Perché i miei ragazzi sono bravi, lo sa, padre? Ma certo che lo sa, sarà passato da loro come è stato qui con me. Immagini padre, immagini il conforto che dà sapere che nonostante tutto, Dio ci è stato vicino. Che siamo sopravvissuti. Che un giorno quei ragazzi potranno ricordare questi giorni e pensare che è stata solo una brutta esperienza. Io sono avanti con gli anni e mi hanno trovato mal ridotto, ma loro sono giovani. Giovani e forti. Prenda Duncan, padre. Ce l’ha presente Duncan? È il primo che voglio abbracciare non appena mi daranno il permesso di lasciare questo letto. Ma lei che li ha visti, padre, come stanno i ragazzi? Li hanno fatti uscire? Non me lo dica, di certo sono già tornati in campo… E Duncan? Come sta il nostro Duncan?

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Nel suo letto d’ospedale, Matt Busby è isolato dal mondo. I medici non gli hanno ancora detto nulla dei suoi ragazzi. Lo shock potrebbe essergli fatale, date le pessime condizioni in cui versa. Nel terribile schianto di Monaco di Baviera lo scozzese ha rischiato la vita, più volte è stato dato per spacciato. Ma ha la pellaccia dura Busby. Eppure, nessuno ha avuto il coraggio di raccontargli cosa è accaduto agli altri. Come fare a spiegargli che un decollo frettoloso su una pista ghiacciata ha spezzato ben ventitré vite? Ma il frate cappuccino che gli si avvicina non sa nulla di quel premuroso silenzio. E quando l’allenatore dello United gli chiede di Edwards il suo sguardo si fa triste.

Duncan Edwards ha ventidue anni, è solo un ragazzo. Un ragazzo, si dice, destinato a sollevare la Coppa del Mondo. Billy Wright non aspetta altro che mettergli al braccio la fascia, tutta l’Inghilterra è certa che il prossimo capitano della nazionale sarà Duncan. E al diavolo la Football Association, con le sue regole e i suoi divieti. La gioventù non è un peccato. Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelè e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

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Perché quel calciatore divino muore in terra straniera, lontano dai suoi affetti. Un decollo in condizioni proibitive, lo schianto e poi il buio. Duncan lotta tra la vita e la morte per più di dieci giorni. Le tentano tutte, provano addirittura a impiantargli un rene artificiale. Ma il destino decide altrimenti. La partita contro i Wolves, che tanto premeva a squadra e tifosi, Edwards non la giocherà mai. Ma avrebbe davvero voluto farlo, tanto che pare che con un filo di voce abbia più e più volte chiesto a Jimmy Murphy, l’allenatore in seconda che su quell’aereo non c’era, “A che ora inizia il match, Jimmy? Non posso mancare”.  E invece il 21 febbraio 1958, quasi due settimane dopo i compagni morti sul colpo, in un letto di ospedale di Monaco di Baviera si spegne la grande speranza del calcio inglese. Duncan Edwards raggiunge nella leggenda Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor e Billy Whelan. I Busby Babes li chiamavano. Una squadra giovane e piena di talento, spazzata via da una tragedia tanto terribile quanto insensata. Matt li aveva cresciuti, calcisticamente e non. Comprensibile quindi che nessuno abbia ancora avuto voglia di dargli questo ulteriore dolore. Ma ormai il muro è caduto. E allora si avvicinano i medici, gli infermieri e soprattutto Jean. Tocca a lei, l’amore di una vita, fare a suo marito il triste elenco di quelli che non ci sono più.

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Anche Tommy? Come è possibile? Una volta l’ho visto scontrarsi con un muro, padre, il nostro Tommy Taylor. Voleva riprendere un pallone vagante e bam, dritto sulla parete a tutta velocità. Eppure niente, neanche un graffio. Era una forza della natura Tommy, non lo fermavi neanche a calci. E Dio sa quante volte ci ho provato in allenamento. Non sono mai stato un terzino, ma una scivolata la potrei ancora fare, se non fossi bloccato in questo maledetto letto. Eppure Tommy non lo buttavi giù. Neanche Duncan ci riusciva. Una spallata e via, era pronto a spaccare la porta. Quanti gol gli ho visto fare, padre. Di piede, di testa, con il sole e con la pioggia. Nessuno al mondo poteva fermare Tommy Taylor. Ci hanno provato a portarmelo via, sono venuti dall’Italia. Ma gliel’ho detto padre, dove potevano metterseli quei soldi. Sessantacinquemila sterline sono tante, soprattutto se pensiamo a chi non ha il denaro per comprare un pezzo di pane. Ma non abbastanza per Tommy. Fosse venuto il Ministro della Difesa e me lo avesse chiesto per l’esercito, sarei partito io al suo posto. Era prezioso Tommy. Un caro ragazzo. Poveri noi. E povera Carol…

Carol avrebbe sposato Tommy Taylor, probabilmente dopo la Coppa del Mondo in Svezia. Altri sei mesi, giusto il tempo di indossare la numero nove in terra scandinava e scardinare le difese di mezzo mondo. E invece quel nove lo prenderà Derek Kevan, che si farà anche valere, segnando due delle quattro reti dell’Inghilterra. Un altra maglia, quella rossa, accompagna Tommy nel suo ultimo viaggio, assieme alle reti, ai trofei e all’affetto dei suoi tifosi, che al suo arrivo lo eleggono subito a idolo indiscusso. Difficile non innamorarsi di uno così, grande e grosso che a vederlo fa quasi paura, ma con uno spirito di squadra infinito. È semplice tenere i conti delle reti segnate. Quello che nessuna statistica potrà mai quantificare è il sudore. Sono le botte prese. Sono le sponde, i rimpalli, i contrasti, i tuffi disperati a riprendere palloni impossibili. Lo United perde è un gigante buono, imbattibile sulle palle alte, che con la sfera tra i piedi sembra goffo, ma sa calciare come e meglio di molti altri. Ma a queste cose, Matt ora proprio non ci pensa. Di Tommy Taylor rivede solo il sorriso. Il sorriso di un ragazzo di ventisei anni, che il destino ha cancellato troppo presto.

Li ho uccisi io, padre, dal primo all’ultimo. Roger, Billy, Eddie, Mark, David, Geoff. È colpa mia, solo colpa mia. Sono io che non ho rinunciato a quella stramaledetta coppa, io li ho portati lontani da casa. Quante persone ho fatto soffrire, quante famiglie… Figli che cresceranno senza i loro padri, padri che hanno visto morire i propri figli… È contro natura padre, queste cose non dovrebbero mai accadere. E invece accadono, proprio per colpa di gente come Matt Busby.

Roger è Roger Byrne, capitano di quello United. Non ha i piedi buoni, manca di stacco aereo e certe volte eccede con la foga negli interventi. Ma ha un senso innato della posizione, un carisma immenso e, in un’epoca in cui i terzini di solito fanno compagnia ai propri portieri, spesso e volentieri rompe gli schemi e si getta in supporto delle ali. Byrne non può certo immaginare che a casa lo attende la sua Joy, per dirgli che è in attesa del loro primo figlio. La fascia da capitano brucia con lui nella fusoliera dell’aereo. Roger Byrne jr nascerà otto mesi dopo e del padre potrà solo conoscere solo il dolcissimo ricordo che ogni tifoso dello United serba nel suo cuore.

Billy è Billy Whelan, figlio d’Irlanda nato con il vizio del gol, Eddie è Eddie Colman, il baby of the Babes con i suoi ventuno anni appena compiuti, una mezzala dotata di un dribbling ubriacante, un altro potenziale campione del mondo andato via in un attimo. Mark è Mark Jones, centrale di difesa, che a inizio carriera dopo gli allenamenti arrotondava facendo il muratore. David è David Pegg, ala che impressiona talmente tanto il Real Madrid da mettere in preventivo l’acquisto di un nuovo terzino appositamente per stargli appresso sulla sua fascia. E Geoff è Geoff Bent, che su quell’aereo neanche doveva esserci. Non gioca da parecchi mesi, si sta riprendendo da una frattura al piede, ma a Belgrado ci va comunque, perché non si sa se capitan Byrne potrà essere della partita.

Matt Busby si prende personalmente tutto il peso di questa generazione di campioni distrutta. All’inizio il club sarà freddo, distante, fino ad arrivare quasi a dimenticare. Ma il senso di colpa verso le famiglie dei suoi ragazzi non abbandonerà mai il manager. Sarà presente a ogni cerimonia, ogni piccolo ricordo o commemorazione. Anche dopo il ritiro, si occuperà degli orfani e delle vedove dei martiri di Monaco di Baviera. E seguirà passo dopo passo la guarigione e la riabilitazione, fisica e psicologica, di chi come lui ce l’ha fatta. Bobby Charlton e Bill Foulkes nel 1968 alzeranno la Coppa dei Campioni, con Matt al loro fianco. Altri, come Dennis Viollet o Harry Gregg, non proveranno questa gioia, ma torneranno comunque a giocare ad alto livello. E poi c’è chi si è salvato, ma non darà mai più un calcio ad un pallone, come Jackie Blanchflower o Johnny Berry.

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Lo schianto del volo 609 della British Airways porta via altre vite, altri nomi. Padri, mariti, figli. Da Monaco di Baviera non torneranno più anche due membri dell’equipaggio, otto giornalisti, il segretario dello United e due allenatori, oltre a un agente di viaggio e a un tifoso, un caro amico di Busby che aveva avuto l’onore di viaggiare con la squadra. Quello che le cronache non possono però riportare è che il 6 febbraio 1958 muore inesorabilmente una parte di Sir Matt. Le ferite lasciano il posto alle cicatrici, ma lo squarcio che si apre nel suo cuore non si rimarginerà mai. Piangerà sangue ogni momento, lo si comprende nel momento in cui, dopo lunghi mesi di riabilitazione, è di nuovo in grado di guidare il suo United dalla panchina. Ogni parola è difficoltosa, ogni secondo è un colpo al cuore.

Riposarmi in Germania era un conto, affrontare l’Old Trafford è tutta un’altra storia. Quando sono entrato in campo, tra le decine di migliaia di tifosi, non trovavo il coraggio di guardare. Sapevo che i fantasmi dei miei ragazzi sarebbero stati lì ad attendermi. E sono lì, ci rimarranno per l’eternità. Proprio come rimarranno nel cuore di chi li ha visti almeno una volta attraversare quella passerella. Saranno per sempre dei fantasmi giovani e felici, vestiti di rosso sulla splendente erba verde di Old Trafford.

Arriveranno altri campioni, altri trionfi. Il Manchester United tornerà ad essere la squadra invincibile che il manager stava creando. Ma nulla potrà riempire il vuoto lasciato in Matt Busby dai volti di chi non c’è più. Dal ricordo agrodolce dei sorrisi di quegli otto ragazzi, troppo giovani per morire, ma troppo grandi per non diventare immortali.

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La FA punta tutto sull’avvocato ‘salva-calcio’

La FA punta tutto sull’avvocato ‘salva-calcio’

In principio è stato (il solito) Joey Barton, poi è toccato al centrocampista agli ordini di Rafa Benitez nel Newcastle Jack Colback; come dimenticare, infine, l’attaccante Kyle Lafferty (passato pure in Italia con la maglia del Palermo), il difensore argentino Martin Demichelis (oggi in odore di MLS per vestire la maglia di Atlanta United agli ordini del ‘Tata’ Martino ma ex Manchester City) ed il tecnico (ormai ex) del Frome TownNick Bunyard.

Chi più pesantemente, chi meno, tutti sono stati toccati dalla stessa problematica: tutti ‘beccati’ a scommettere.

In merito, a partire dal 2014, la Football Association ha introdotto nel proprio regolamento un nuovo articolo‘i calciatori e membri degli staff tecnici di club appartenenti fino all’ottava divisione del calcio inglese (inclusi i campionati femminili) da questo momento non possono più effettuare scommesse su alcun tipo di evento calcistico in qualunque parte del mondo’. Inoltre, alle medesime categorie ‘viene proibito pure di scommettere su fatti legati al calcio come trasferimenti e ingaggi di nuovi allenatori da parte di club nel mondo’.

Fino al 2014, in sostanza, le categorie appartenenti alla FA non potevano scommettere solo su partite o competizioni in cui partecipavano in prima persona o che erano in grado di influenzare. Da allora, invece, è entrato in vigore un restringimento regolamentare importante, atto ad evitare qualunque legame tra calciatori, o addetti ai lavori, e scommesse.

A giudicare da come sono andate le cose, però, non un provvedimento che abbia spaventato più di tanto alcuni dei diretti interessati.

I vertici del calcio anglosassone comunque non demordono e, per aver vinta la propria battaglia, hanno deciso in questi giorni di pubblicare un annuncio, in cui affermano di essere alla ricerca di un avvocato che capisca di calcio e possa dare consigli su questioni che vanno dal comportamento dei giocatori in partite truccate alla protezione dei bambini che militano nelle giovanili (visto lo scandalo emerso per gli abusi sui minori proprio in Inghilterra).

La FA afferma che si tratta di un ruolo nuovo (e pertanto di una sfida stimolante) e diffonde la notizia che il candidato prescelto sarà un avvocato esperto o che abbia una “conoscenza profonda del mondo del calcio e delle sue dinamiche”.

In conclusione, vengono specificati gli ambiti in cui questa sorta di ‘supereroe del calcio oltre la Manica’ dovrà muoversi: “I casi variano dal comportamento sul campo degli addetti ai lavori, al controllo della folla sugli spalti, fino a toccare temi quali anti-doping, partite truccate, scommesse, cattiva condotta finanziaria dei club, casi di discriminazione, commenti offensivi dei media e tutela di bambini o adulti ‘vulnerabili’.

La sfida è stata lanciata; mai come questa volta, tuttavia, l’importante è vincere e non partecipare solamente.