Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles nasce nel 1942 a Collyhurst, sobborgo operaio di Manchester, dove la criminalità detta legge, un luogo in cui bisogna crescere in fretta, l’unico svago che hanno i ragazzini è il pallone. Infatti non è un caso che due dei più fulgidi talenti di questa generazione nascano qui. Nelle partitelle che si fanno in strada ci sono due ragazzini da tenere d’occhio, uno è il piccolo Nobby, l’altro è Stan, Stan Bowles, e della sua storia abbiamo già parlato.

Molti potrebbero pensare ad un grande talento dal dribbling sgusciante e dalla tecnica sopraffina, ma lo stile di gioco di Nobby rispecchia in pieno il quartiere dal quale proviene: operaio. Ha una tenacia fuori dal comune, rapido, aggressivo, capace di interventi al limite del codice penale, ma allo stesso tempo di far ripartire l’azione, e un particolare non da poco, i suoi avversari hanno il terrore di lui. Perché? Da bambino cadendo si rompe tutti i denti davanti, episodio che lo costringe a vivere con una dentiera, che però si toglie durante le partite, e ogni volta che apre bocca i suoi avversari, come spesso hanno dichiarato, rabbrividiscono. A questo si aggiunge la statura di appena 1.68 e una forte miopia, che lo costringe a giocare con le lenti a contatto. Insomma, in pochi avrebbero scommesso su un giocatore del genere, tutti tranne uno,  Matt Busby, manager per ben venticinque anni del Manchester United.

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Stiles entra subito nelle giovanili del club, e, a sorpresa Busby lo fa debuttare appena diciottenne contro il Bolton, nel 1960. Tutti avrebbero pensato che quella sarebbe stata una comparsata, un premio all’impegno profuso in allenamento, invece no. Sul ragazzo puntano molto.

Lo United, infatti, è reduce dal disastro aereo di Monaco, incidente che ha decimato la rosa a disposizione. Matt Busby vuole costruire attorno a lui la squadra che verrà, composta da tanti campioni, sorretti da un mediano infaticabile, che corre per dieci.

Tutto pian piano prende forma, ci sono grandi talenti, Bobby Charlton, ma in poco tempo arrivano anche altri grandi acquisti: su tutti Denis Law, e George Best, entrambi futuri palloni d’oro.

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I trofei, di conseguenza, non tardano ad arrivare, la FA Cup del 1963 è solo l’inizio; nella stagione 64-65 arriva il primo successo in campionato, e Stiles è ovviamente protagonista. Lo United si contende il titolo con il Leeds, e, clamorosamente, le due squadre arrivano all’ultima giornata a pari punti; per decretare un vincitore allora si ricorre al coefficiente tra gol fatti e subiti, classifica nella quale i Red Devils sono al primissimo posto. E’ il primo titolo che conta nella bacheca di Nobby.



Le sue ottime prestazioni fanno si che arrivi anche la prima convocazione in Nazionale, l’allora CT Alf Ramsey ha bisogno di lui per formare una nazionale vincente, che si appresta a disputare i Mondiali del ‘66 in casa.

Stiles diventa un perno insostituibile anche della nazionale dei Tre leoni, e arriva al Mondiale in splendida forma, Ramsey lo fa giocare in ogni partita. L’Inghilterra parte spedita, e supera prima l’Argentina ai quarti, poi il Portogallo di Eusebio, che viene marcato splendidamente proprio da Stiles, e poi, in finale, ha la meglio sulla Germania Ovest per 4-2.

Football world cup final 1966 England v West Germany (4-2) l to r.manager Sir Alf Ramsey, Bobby Moore and Nobby Stiles with world cup trophy after england's win

Ramsey, anni dopo, dichiarerà: “In quella squadra avevo cinque fuoriclasse, e Stiles era uno di quelli”.

L’anno dopo, da fresco campione del Mondo, vince con lo United nuovamente il campionato, ma è nella stagione 1967-68 che arriva il momento tanto atteso: la Coppa dei Campioni.

Infatti sono passati esattamente dieci anni dal disastro di Monaco, e la vittoria di una competizione tanto importante simboleggia la definitiva rinascita dello United, e la consacrazione a livello internazionale.

In finale si ripete il duello con la Pantera nera, Eusebio, che ha di nuovo la peggio contro l’infaticabile Nobby.

Da qui in poi la sua carriera però entra in fase discendente, come spesso capita ai medianacci come lui, ha subito tanti colpi, troppi forse, e il fisico inizia a non essere più come quello dei primi anni. Passa così nel 1971 al Middelsbrough, e nel 1973, a soli 31 anni decide di dire basta con il calcio giocato. Prova quindi l’avventura da allenatore-giocatore con il Preston North End, che dura appena quattro anni, poi vola in Canada, per allenare i Vancouver Whitecaps, e infine allena nella stagione 85-86 il West Brom, a fine anno però decide di non voler più sedere su nessun’altra panchina, visti gli scarsi risultati.

Tornerà al successo qualche anno dopo, però, allenando le giovanili dello United e formando quella che è conosciuta come la Classe del ‘92, la mitica generazione di ragazzi composta da Beckham, Giggs, Butt, Scholes e i fratelli Neville.

 

Top of the Kop

Top of the Kop

 Non c’è nulla di evocativo come le parole. La capacità che alcuni termini hanno di fissare davanti ai nostri occhi cose che in quel momento non possiamo vedere è straordinaria. Alcune parole dividono, altre, invece, uniscono. Ce n’è qualcuna, poi, che si allontana totalmente dal suo significato originario, per diventare un concetto nuovo, che non si può spiegare senza il suo utilizzo.
Per capirlo, basterà attraversare il Bill Shankly Gate ed entrare ad Anfield. In quel fazzoletto verde, “famiglia” si dice “Kop”. Per quanto la storia del calcio britannico sia piena di settori con questo nome, la Kop per antonomasia resta quella del Liverpool Football Club. Ogni altra Kop ha bisogno di una specifica. Non quella sulle rive del fiume Mersey. Che poi, a ben vedere, non si chiama neanche Kop. Siamo così abituati a considerare la curva del Liverpool un’entità concreta, che rappresenta la totalità del tifo Red (e qui torna il discorso della parola che assume tutt’altro concetto), che se interpellati non siamo in grado di spiegare il perché di questo strano nome. Viene facile, naturale. Ma resta il fatto che all’anagrafe degli stadi, se ne esistesse una, la zona calda del tifo scouser si chiamerebbe Spion Kop. Nulla di offensivo, ovviamente. Spion Kop è un’altura del Sudafrica, raggiungibile solo attraverso una salita parecchio ripida, teatro di una rovinosa sconfitta dell’esercito britannico durante la Seconda Guerra Boera. L’immagine di un nutrito gruppo di soldati in posizione elevata, pronti ad avventarsi sull’ignara fanteria di Sua Maestà, resta nell’immaginario collettivo. Sarà quindi per questo che un giornalista, osservando i tifosi dell’allora Woolwich Arsenal campeggiare su una delle estremità di Manor Ground, battezza così il settore dello stadio, lanciando un trend che si espande in fretta, persino al di là della Manica. Il termine raggiunge Liverpool nel 1906 e si rivela subito particolarmente adatto, anche per la classica bellicosità dei tifosi dei Reds, a indicare il settore caldo di Anfield. Da lì nasce una leggenda, che accompagna mano nella mano la storia, le vittorie e le sconfitte del Liverpool Football Club.


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I membri della Kop vengono definiti Kopites, ma è riduttivo. Chiunque sostenga il Liverpool è di fatto parte integrante della Kop. E se, come si è detto, La Kop è una grande famiglia, di conseguenza, ride e piange, festeggia e si dispera. Proprio come ogni famiglia che si rispetti. Ride la Kop, guarda gli occhi di Bill Shankly e sa che può essere fiera di lui e dei suoi ragazzi. Siamo nel 1964 e sono passati diciassette lunghi anni dall’ultimo titolo di campioni d’Inghiterra. Ma Bill e suoi ce l’hanno fatta, sono risaliti dagli abissi della Second Division ed hanno portato a termine un’impresa. A guidarli c’è quel signore scozzese che cambia per sempre il modo di intendere il calcio a Liverpool. Nei suoi discorsi, nelle sue dichiarazioni, in ogni suo pensiero c’è l’incessante tifo dei figli e delle figle della Kop. I suoi calciatori giocano per lui e per quei tifosi, per ricambiare l’affetto incondizionato di una città. Di una parte, forse? No. No di certo. A Liverpool esistono solo due squadre: il Liverpool ed il Liverpool Riserve. E il campionato 1963/64 è simbolico da questo punto di vista, dato che i Reds strappano il trofeo proprio all’Everton. E nella famosa Boot Room, la stanza degli scarpini, Shankly ed i suoi creano dal nulla il mito del club. Cambiano i calciatori, ma resta quello spirito, quell’unione sacra tra squadra e tifoseria. Shankly lascia nel 1974, ma la placca con scritto THIS IS ANFIELD resta. Bill la fa apporre all’interno del tunnel per ricordare ai calciatori del Liverpool per chi combattono e agli ospiti che non avranno contro solamente undici avversari. Lascia Bill Shankly, ma resta per sempre. Il cancello che si apre sulla Kop porta il suo nome. Festeggia la Kop, più di ogni altra tifoseria d’Inghilterra.
 
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Liverpool non è più la città modaiola degli anni Sessanta. È una città ferita della crisi economica, in cui la disoccupazione raggiunge picchi terribili, in cui non c’è quasi nulla per essere felici. Eppure il Liverpool porta ancora gioia e senso di appartenenza. Non c’è sacrificio che il tifoso dei Reds non sia disposto a fare pur di seguire i ragazzi di Paisley e poi di Fagan. Il campionato non basta più, ora tocca all’Europa. Roma, Londra, Parigi e ancora Roma, quattro gemme per una corona, quella dell’indiscussa Regina del calcio continentale. E dietro Keegan, Dalglish e Tommy Smith c’è una marea rossa, a volte indisciplinata e un po’ troppo propensa a creare disordini, ma che è l’invidia di tutte le squadre avversarie. La Kop è il modello da imitare. Persino il vecchio CUCS giallorosso si ispira alla controparte scouser, tanto da invitare i rappresentanti della tifoseria del Liverpool ad un simbolico gemellaggio prima della finale del 1977 all’Olimpico contro il Borussia Moenchengladbach. Anni dopo ci si rincontrerà nella Città Eterna da avversari, per l’ennesimo trionfo dei Reds. Ma quella di Roma è l’ultima festa, almeno per un po’. Arriveranno altre coppe, altre gioie, ma sarà sempre tutto filtrato attraverso due momenti indelebili, immagini che feriscono ancora oggi.

La follia degli hooligan, la poca preparazione delle istituzioni, gli stadi antiquati. I presupposti ci sono purtroppo tutti affinché qualcosa di terribile accada. E accade proprio a Bruxelles, all’Heysel, pochi minuti prima del calcio d’inizio della Finale, sì, quella finale lì, la più attesa, la quinta in nove stagioni, la partita che deve cementare definitivamente la leggenda dei Reds. E invece rimarrà per sempre la finale del dolore, la partita giocata per evitare altri problemi, con i piedi sul campo ma con la testa negli ospedali e nelle camere mortuarie. Trentanove vittime. La gioia di una festa di calcio si disintegra, lasciando dietro di sè solo il silenzio della morte, del dolore e della disperazione. E quattro anni dopo si dispera la Kop, nel suo giorno più buio. Non si sono ancora spente le accuse per quel 29 maggio 1985 che di nuovo la tragedia colpisce un campo di calcio su cui è schierato il Liverpool. A Sheffield dovrebbe giocarsi la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest, ma la partita dura tre minuti. Centinaia di persone si sono ammassate in uno dei tunnel dello stadio di Hillsborough nel tentativo di raggiungere il proprio settore prima del fischio di inizio. Tante persone. Troppe. Ed ecco di nuovo i corpi schiacciati, il soffocamento, il terrore negli occhi di chi si vede separato dai propri cari dal caos dei movimenti sconnessi della folla. Un gran numero di tifosi si getta al di là delle recinzioni nonostante la polizia, incapace di comprendere la tragedia che si sta sviluppando, cerchi di evitare l’invasione di campo. Finchè qualcuno finalmente si accorge che non si tratta di facinorosi in vena di creare caos, ma di persone che stanno lottando per la loro vita. Si aprono i cancelli, si sgombera il terreno di gioco, si prestano i primi soccorsi ai feriti. Ma a terra restano sagome immobili. Qualcuno, si mormora, non ce l’ha fatta. Cinque morti. Dieci. Venti. Cinquanta. Alla fine i martiri di Sheffield saranno novantasei. Tutti tifosi del Liverpool. Tutti figli della Kop. È un massacro. Il più terribile della storia del calcio britannico. Sotto quel tunnel rimangono senza vita novantasei persone, novantasei fratelli e sorelle, padri e figli. Novantasei vite spezzate che nessuno potrà mai dimenticare, men che mai la Kop. E allora che brilli la fiamma del ricordo, sullo stemma della squadra e tra i seggiolini.

Non c’è partita a Anfield in cui al minuto 89 la tifoseria non culli il ricordo dei Kopites portati via dal destino in un pomeriggio che doveva essere di festa. E ogni volta piange commossa la Kop, esattamente come piange il primo maggio 1994. Piange perché, proprio nel giorno della festa internazionale dei lavoratori, da sempre sentitissima nella proletaria Liverpool, la sua prima e storica incarnazione chiude i battenti. Il Rapporto Taylor è chiarissimo, non possono più esserci settori con posti in piedi. Non dovrà mai esserci una nuova Hillsborough. La Kop come la conosciamo non ha più un posto nel calcio di oggi. E quindi contro il Norwich City una città intera saluta quel simbolo, quel luogo di unione che sembrava dover durare in eterno, come ultimo baluardo di un calcio ormai in via in estinzione, minacciato dalle TV e dalla modernità. E piangono Ian Rush e John Barnes, Kenny Dalglish e Joe Fagan. Da qualche parte di certo piangono anche Bill Shankly e Bob Paisley. Piangono assieme a giovani e vecchi, donne e bambini, tutti promettendo, quasi minacciando, che lo spirito della Kop sopravviverà, che li metteranno seduti ma che mai li metteranno a sedere, cantando tutti assieme che il Liverpool mai e poi mai camminerà da solo.
Perché canta la Kop, ah se canta. Ieri come oggi, il ruggito indistinto della folla e le urla sconnesse della tensione calcistica lasciano sempre spazio alla musica. D’altronde siamo nella città dei Beatles. Ma quando c’è da scegliersi un inno si guarda da un’altra parte. Non è che i Fab Four non siano di Liverpool. Il problema è che non rappresentano più solo Liverpool. Sono già andati, li stanno portando via, come urla piangendo una sconsolata fan dopo l’ultima esibizione al Cavern. Se non sei Liverpool, la Kop non può farti suo. Ma se la ami, ogni porta ti si schiude. E Gerry Mardsen la ama, la vive, la respira. Il suo cuore è sulle rive della Mersey, il suo posto è quello e lì rimarrà. Questo canta in Ferry Cross The Mersey, splendido affresco di una città che forse non c’è più. Ed è quindi ovvio che sia lui, anzi, che siano i suoi Gerry & The Pacemakers, a cantare l’immortale inno della Kop. E no, non si tratta di Ferry Cross the Mersey, perché purtroppo o per fortuna in città ci sono anche quegli altri, quei ricconi vestiti di blu che si sentono superiori alla povera gente che tifa Liverpool. No, l’identità cittadina non basta. Ci vuole di più. E nonostante siano di provenienza americana, si eleggono dunque a Credo delle parole struggenti, che parlano di difficoltà, di tempesta, di oscurità. Ma che lasciano presagire tempi migliori, come se già più di cinquant’anni fa già qualcuno sapesse, fosse convinto che quella squadra, quel gruppo di uomini e quelli dei decenni a seguire erano destinati a grandi cose. E allora cammina, figlio della Kop, sfida il vento e la pioggia, combatti un destino che spesso si fa beffa dei tuoi sogni. Cammina, sempre con la speranza (ed il Liverpool) nel cuore. E non camminerai mai solo. Sarai parte di una famiglia. Per sempre. Finchè morte non vi separi. Ma anche dopo. Perchè, come diceva Bill Shankly, alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Ma si sbagliano. È molto, molto di più.
Bert Trautmann: Giocare e vincere con il collo rotto

Bert Trautmann: Giocare e vincere con il collo rotto

Tutto comincia in una zona borghese di Brema nel 1923, nella quale il giovane Bernhard Bert Trautmann inizia a praticare sport a livello amatoriale, pallamano, atletica e calcio, tutti con grande successo, tanto da unirsi, nel 1933, alla Jungvolk, associazione giovanile che confluirà nella cosiddetta “Gioventù Hitleriana”. Nel ’41 però, con la Guerra che imperversa, Bernhard è costretto ad arruolarsi, e inizia a lavorare come apprendista meccanico, prima di unirsi alla Lutwaffe come paracadutista. Viene spedito prima in Polonia e poi in Ucraina, ricevendo alla fine delle due missioni ben 5 medaglie al valore, compresa una Croce di Ferro di prima classe. La guerra sta volgendo al termine, e per Trautmann si prospetta un’ultima missione, in Normandia questa volta, consapevole che dovrà affrontare lo sbarco dei soldati americani, decisamente più numerosi e organizzati.

Dopo essere sopravvissuto al devastante bombardamento di Kleve, comprendendo l’imminente pericolo, decide di scappare, facendo attenzione però ad evitare sia l’esercito statunitense che quello tedesco, che potrebbe considerarlo un disertore punibile con la fucilazione. Pochi giorni dopo però, due soldati americani lo catturano, ma Bernhard riesce incredibilmente a scappare. Incontra però un soldato inglese, che, come ha raccontato più volte, gli rivolge queste parole “Ciao Fritz, voglia di un tazza di tè?”. Viene catturato e, dopo un lungo girovagare fra i campi per prigionieri di guerra di mezza europa, arriva in nel campo di Ashton-in-Makerfield, nei pressi di Wigan, Inghilterra. Qui finalmente Bernhard, il cui nome viene inglesizzato per problemi di pronuncia in Bert, può finalmente riprendere l’attività sportiva, giocando nella squadra del campo come centrale difensivo, fino a quando in un’amichevole contro i dilettanti dell’Haydock Park un brutto infortunio lo costringe a posizionarsi fra i pali, scelta quanto mai fortunata per il prosieguo della sua carriera.

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Nel ’48 il campo di prigionia chiude, e inaspettatamente Trautmann rifiuta la proposta di rimpatrio stabilendosi ad Huyton, alternando il lavoro in una fattoria all’attività calcistica in quarta serie con il St Helens Town.

Le eccellenti prestazioni del gigante tedesco in quarta serie gli valgono l’inaspettata chiamata dalla First Division, firma infatti il 7 ottobre 1949 il suo primo contratto da professionista con il Manchester City, e diventa il primo giocatore della storia del calcio inglese ad indossare scarpe da gioco del marchio Adidas, data la sua vecchia amicizia con il proprietario della fabbrica tedesca, Adolf Dassler.

Tutte le tifoserie, compresa la sua, però, non vedono come sia possibile rimpiazzare il grande portiere colonna dei Citiezens e della nazionale, Frank Swift, con un tedesco, considerato da tutti, a ragion veduta, un nazista. Contro il Fulham, a Londra, città devastata dai bombardamenti, la tensione è alle stelle: l’intera nazione segue con estrema attenzione la partita del Craven Cottage. Tutti hanno gli occhi puntati su Trautmann e su cosa potrebbe accadere con l’ostile pubblico londinese. La partita si mette subito male, il Fulham passa in vantaggio, sembra l’inizio di un monologo bianconero, ma Trautmann erige una diga davanti alla sua porta e decide che è arrivato il suo momento. La partita è epica, con il gigante tedesco che respinge ogni attacco avversario, alla fine il City perde con un dignitoso 1-0 ma la scena più appagante è quella dell’intero Craven Cottage che regala la standing ovation al portiere.



Dopo alcuni anni altalenanti, di cui uno passato in Second Division, Trautmann si impone come uno dei migliori portieri del campionato, e i Citizens rifiutano un’importante offerta per lui da parte dello Schalke 04. Nella stagione ’54-’55 arriva la prima grande occasione, a Wembley Manchester City e Newcastle si giocano la finale di FA Cup. Gli Skyblues però, molto probabilmente sono ancora troppo inesperti, e devono soccombere alla maggior abitudine a palcoscenici importanti del Newcastle, già vincitore delle edizioni ’51 e ’52.

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Poco male, perché l’anno successivo la squadra è pronta a compiere il salto di qualità, a Wembley questa volta c’è il Birmingham. Bert, che ha giocato un’annata straordinaria, è stato nominato poco prima del fischio d’inizio Footballer of the Year dalla Football Writers’ Association. La partita è spettacolare, con il City che va in vantaggio quasi subito, il Birmingham pareggia poco dopo, ma nel secondo tempo Dyson e Johnstone ristabiliscono il vantaggio, portando il risultato sul 3-1. Ma nulla è finito, anzi, il Birmingham si getta in avanti alla disperata e Trautmann è costretto agli straordinari, specie quando un pallone profondo penetra in area di rigore per Peter Murphy, i due si gettano a capofitto, ma nello scontro Trautmann, che è riuscito a prendere la palla, ha nettamente la peggio, viene colpito alla testa e cade privo di sensi a terra. I medici lo rianimano con i sali, dopo qualche minuto, avverte un fortissimo dolore al collo, ma non essendo previste le sostituzioni decide di rimanere in campo, riuscendo in qualche modo a terminare la partita. Alla consegna della medaglia risponde in maniera alquanto rassicurante al Principe Filippo, che vuole sincerarsi delle sue condizioni, di avere solo un banale torcicollo.

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Tre giorni dopo, dopo aver avvertito ininterrottamente dolore al collo, decide di recarsi all’ospedale di Manchester per accertarsi delle proprie condizioni. Qui, decisamente sbigottito, il medico, dopo averlo visitato, fa notare a Trautmann come avesse cinque vertebre del collo dislocate, una delle quali addirittura spaccata a metà, e che sarebbe potuto letteralmente morire da un momento all’altro. L’operazione sembra la via più logica, e dopo un intervento perfettamente riuscito si prospetta una lunga convalescenza che lo farà tornare a calcare i campi di gioco solamente nella stagione 1957-58. La carriera di Bert procede seguendo l’altalenante andamento del suo City fino al 1964, anno in cui si ritira, venendo celebrato con una amichevole tra calciatori ed ex calciatori di Manchester United e Manchester City, tra i quali spiccano Denis Law, Sir Bobby Charlton, Sir Stanley Matthews e Jimmy Armfield.

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Considerato uno dei più forti portieri dell’epoca, come ammesso dallo stesso Lev Yashin, Bill Shankly e Gordon Banks, l’unico neo di una carriera ad altissimo livello sarà il pessimo rapporto con la propria nazionale, le cui porte gli furono chiuse dall’allenatore dell’epoca Sepp Herberger, che non accettò mai il fatto che giocasse in un campionato straniero. Si concederà due fugaci apparizioni con i dilettanti del Wellington Town, prima di passare definitivamente alla panchina, allenando nelle serie minori inglesi e tedesche, e successivamente le nazionali di Birmania, Tanzania, Liberia e Pakistan, salvo poi ritirarsi nel 1983 a vita privata in Germania, con la seconda moglie, e dal 1990 a La Llosa, nei pressi di Valencia, con la sua terza ed ultima moglie. Morirà nel 2013 proprio in Andalusia, venendo ricordato da numerosi sportivi e dal presidente della federcalcio tedesca come uno dei migliori portieri d’ogni tempo.

 

Sport e Molestie: una Storia di abusi sessuali, pedofilia e proposte indecenti

Sport e Molestie: una Storia di abusi sessuali, pedofilia e proposte indecenti

Negli ultimi tempi una vera e propria bomba è scoppiata nel mondo. Da Asia Argento in poi, come un effetto domino, il mondo ha “scoperto” le dinamiche becere di alcuni ambienti, le loro infami regole interne dove se le accetti sei dentro se ti opponi meglio cambiare lavoro. Tramutato nel concreto, dal punto di vista di una donna: se vieni molestata devi stare zitta, altrimenti addio sogni di carriera.

Nell’ipocrisia generale ed il finto stupore di chi da anni sapeva e non ha mai detto nulla facendo finta di cadere dalle nuvole, pian piano tantissime donne sono uscite allo scoperto denunciando i loro carnefici. Tra queste, va detto, alcune hanno visto un’opportunità per tornare alla ribalta dove un lungo periodo nel dimenticatoio facendo anche confusione tra avanche e molestie. Ma questo è un altro discorso.

Non solo Hollywood dunque ma anche lo sport ha vissuto e probabilmente sta ancora vivendo questo annoso problema legato ad abusi e molestie di tipo sessuale.

PENN STATE E L’ABUSO SU MINORI:

Era il 2011 quando Jerry Sandusky, assistente del coach della squadra di football americano a Penn State venne prima accusato e poi condannato per abuso su minori. Il numero delle vittime si è fermato a quota 45 e la pena per lui furono 60 anni di carcere. Il coach di Penn State, Joe Paterno, una leggenda, fu costretto a dimettersi perché accusato di aver coperto il collega .

NASSAR E LE GINNASTE:

125 ragazze molestate è invece il record di Larry Nassar, dottore sportivo della nazionale americana di ginnastica e di Michigan State, vero e proprio mostro senza limiti. Per lui la condanna a 25 anni di prigione.

HOPE SOLO E BLATTER:

Anche la campionessa e portiere della nazionale di calcio americana Hope Solo è uscita allo scoperto su una molestia subita nel corso della sua carriera ad opera dell’ex numero 1 della FIFA Blatter. Solo è conosciuta per una vita molto al di sopra delle righe, la sua denuncia riguardava una palpata al sedere subita dall’alto dirigente calcistico che ha smentito ovviamente l’accaduto.

P COME PREMIER, P COME PEDOFILIA:

Anche la Premier League non è stata immune alle molestie. Quattro ex giocatori decisero di parlare alla BBC in merito a quanto accadeva nei settori giovanili di alcune squadre inglesi quando muovevano i primi passi nel football. A finire sul banco degli imputati l’ex tecnico dei vivai di alcune delle maggiori compagini britanniche, Barry Bennell, già accusato di pedofilia e di altri 23 capi d’accusa collegati, e finito in carcere negli anni 90.

Ad aprire il vaso di Pandora ci pensò la prima volta, nel 1997, Ian Ackley, che dichiarò di essere stato molestato sessualmente almeno 100 volte dal tecnico ai tempi in cui allenava le giovanili del Crewe Alexandra, nel periodo in cui aveva un’età compresa tra i 10 e i 14 anni. A fare da eco alle parole di Ackley, altri giocatori che attraverso il Mirror e il Guardian hanno confermato le sue parole, dichiarando che anche loro sono state vittime della attenzioni sessuali del tecnico.

ANCHE MARADONA:

Anche il pibe de oro è finito nella cronaca per una presunta molestia nei confronti della giornalista russa Katerina Nadolskaya finita nuda nella stanza di albergo di Maradona per “un’intervista”. La cosa è passata molto in sordina, fosse successo ora il caso avrebbe avuto un risvolto mediatico di gran lunga superiore. Lei disse che Maradona l’ha molestata mentre il suo entourage le tirava delle banconote in faccia, il pibe de oro racconta invece che lei si spogliò di sua intenzione contro la sua voglia.



NAZIONALE SVEDESE E LA PASSIONE PER IL DICK-PIC:

Gunilla Axen, ex giocatrice di calcio della nazionale svedese ha confessato che dal 2003 al 2010 riceveva, insieme ad altre due sue colleghe, foto del pene di alcuni giocatori della nazionale maschile svedese. Non ha fatto i nomi dicendo che solo il fatto che questi “signori” possano sentire una cosa li impaurirà talmente tanto da non farlo mai più.

FAUSTO CUSANO E LA CASTRAZIONE CHIMICA:

Fausto Cusano, ex allenatore romano di una scuola calcio dell’Eur a Roma, è stato prima accusato e poi condannato per abusi su minori. Aveva narcotizzato alcune vittime prima di abusarne e installato delle microcamere negli spogliatoi. La polizia trovò infatti in casa sua tantissime cassette con materiale pedopornografico. In sede di processo riconobbe la sua malattia tanto da chiedere di venirne liberato mediante l’utilizzo della castrazione chimica così da farlo tornare ad una vita normale.

TAVECCHIO E LA DIRIGENTE SPORTIVA:

Appena dimessosi da Presidente Federale, Carlo Tavecchio ha ricevuto un’altra brutta notizia. Sembrerebbe infatti che una dirigente federale sia pronta a denunciarlo per molestie sessuali e avrebbe prove audio e video per denunciarlo. I legali dell’ex presidente sono già all’opera e vedremo come andrà a finire questa storia.

Amore ad ogni costo: quanto pagano i tifosi in Premier League per vedere un goal della propria squadra

Amore ad ogni costo: quanto pagano i tifosi in Premier League per vedere un goal della propria squadra

E’ uscito l’annuale studio della BBC sul costo del calcio in Europa ed in particolar modo in Inghilterra. La BBC ha esaminato ben 2000 biglietti dividendoli in 10 categorie e analizzando anche il costo dei servizi intorno e dentro ai diversi stadi inglesi. Uno studio approfondito che fornisce degli ottimi spunti di riflessione.

Partiamo da un discorso generale. Quale società della Premier League ha i biglietti più cari e chi ha quelli più bassi? Tra i settori più economici è il Liverpool a farla da padrone che mantiene la tradizione del settore popolare con il biglietto più economico ad appena 9 £, mentre tra i biglietti meno cari ad essere la più costosa è il Chelsea con 47 £. Nei settori più cari invece ad essere la meno costosa è la neo promossa Huddersfield con 30 £, mentre la società più pretenziosa è l’Arsenal che addirittura arriva a 96 sterline. La classifica rimane praticamente la stessa parlando di abbonamenti: l’Huddersfield è la società con i prezzi più bassi sia per i settori più popolari sia per quelli più “nobili” rispettivamente con 100 e 299 sterline. L’Arsenal si conferma la società più costosa con un abbonamento minimo di 891 sterline e quello più caro a ben 1769 sterline.

La BBC poi si è spinta oltre nella sua analisi andando a verificare quanto ai tifosi sia costato ogni goal o punto della propria squadra in casa in base ai prezzi indicati prima. Se un tifoso del Liverpool avesse acquistato tutti i biglietti più economici per le partite in casa per questa stagione sarebbe molto contento dato che ogni gol segnato dai reds gli sarebbe costato appena 4,5 £ e ancora meno, 3,5 £, se il costo dei biglietti si rapportasse ai punti fatti in casa  dalla squadra di Jurgen Kloop. Se invece prendiamo in esame il costo degli abbonamenti casalinghi i tifosi più felici sono senza dubbio quelli del Manchester City che per ogni gol segnato hanno “pagato” appena 12,46 £ e per ogni punto conseguito tra le mura amiche hanno sborsato appena 18,69 £. In questa speciale classifica i tifosi del Bournemouth saranno tra i più arrabbiati dato che ogni gol segnato gli è costato addirittura 78 sterline e prima di quest’ultimo week end (quando finalmente sono riusciti a scuotersi e vincere per 4-0 contro l’Huddersfield in casa) la media era addirittura raddoppiata con 183 £ per gol. Insomma quando si dice un gol che vale oro nel caso del Bournemouth non ci si sbaglia davvero.

QUANTO COSTA 1 GOAL E 1 PUNTO PER OGNI SINGOLO BIGLIETTO ACQUISTATO NEL SETTORE PIU’ ECONOMICO?

QUANTO COSTA 1 GOAL E 1 PUNTO PER GLI ABBONATI NEL SETTORE PIU’ ECONOMICO?

IL QUADRO GENERALE DALLA PREMIER LEAGUE ALLA LEAGUE TWO SU QUANTO COSTA UN GOAL PER SINGOLO BIGLIETTO E ABBONAMENTO NEL SETTORE PIU’ ECONOMICO

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