Leyton Orient: il fallimento del Made in Italy e la distruzione di 135 anni di storia inglese

Leyton Orient: il fallimento del Made in Italy e la distruzione di 135 anni di storia inglese

Se dalle parti di Blackpool la promozione in League One sembra aver, almeno per il momento, sedato i malumori dei tifosi, avviati a digerire forzatamente l’ennesimo anno sotto la proprietà degli Oyston (se ne parlava qui), ancora tutto da definire il futuro di un altro club, il Leyton Orient FC, reduce anche’esso dal campionato della League Two ma che al contrario dei Tangerine ha raggiunto il punto più basso della sua storia retrocedendo nella Conference National.

Il club dell’East London, fondato nel 1881 come club di cricket, dal 1905 ha partecipato ai campionati inglesi di calcio professionistico, una sola volta in Premier League, nel ’63, ma un passato lontano caratterizzato dal grande seguito negli anni in seconda nella divisione inglese, quindi la discesa nelle categorie della Football League nel corso degli anni ’80 in un susseguirsi di stagioni anonime, ma tranquille. A seguito della migliore delle stagioni recenti arriva il cambio di proprietà, nel 2013/14 il club in League One era in salute e con buone prospettive, nonostante avesse perso da poco la finale dei playoff promozione per la Championship, ma in poco meno di tre anni arriva la doppia retrocessione e i 112 anni continui tra i professionisti giungono al termine.

Fuori dai pro per la prima volta nella storia della società, ma soprattutto divampa il timore per la sopravvivenza stessa del club che in questi anni a causa di una gestione approssimativa, e disinteressata alla valorizzazione della società, ha accumulato ingenti debiti.


Una storia che in qualche maniera ci riguarda da vicino visto che il principale accusato della disfatta degli O’s è l’italiano Francesco Becchetti, imprenditore del settore dei rifiuti e delle energie rinnovabili con un passato nello sport, alla fine degli anni ’90 Amministratore delegato dell’allora Piaggio Roma Volley. Balzato successivamente alla cronaca per i problemi in Albania con le autorità locali, dove è coinvolto dagli anni 2000 nella realizzazione della centrale elettrica più grande del Paese, che hanno travolto e condotto alla chiusura del canale TV Agon channel. L’emittente, fondata nel 2013 ed ha trasmesso anche in Italia fino al Novembre 2015, è stata parte successivamente dell’avventura nel Leyton Orient che Becchetti rileva nel 2014 per circa 4 milioni di sterline.

La base del tifo locale lo accoglie tiepidamente ma colma di buone speranza che però si rivelano ben presto vane. L’imprenditore (per non farsi mancare nulla) si porta a Londra anche Moggi jr., e la prima stagione 2014/15 è disastrosa, una girandola di quattro allenatori cambiati, tra cui le nostre conoscenze Mauro Milanese e Fabio Liverani, ed è retrocessione. Alla guida degli O’s farà anche un’apparizione Cavasin, ad ora sono già undici gli allenatori cambiati. Intanto il club entra nel palinsesto di Agon channel e viene usato per un mediocre reality show ‘Leyton Orient’ sullo stile di ‘Campioni’, un format realizzato nella società del Cervia nel 2004 che qualcuno ricorderà. Per la tifoseria della seconda squadra più antica di Londra un altro boccone amaro da mandare giù e la crescente consapevolezza del totale disinteresse per le sorti della società da parte di Becchetti.

Nascono i primi malumori per l’assenza di un progetto sportivo serio e per le continue ingerenze dannose del proprietario nella gestione tecnica e sportiva della società, i risultati non arrivano ma i debiti del club crescono, come cresce la contestazione che nella stagione che si è da poco conclusa sembra ormai aver determinato una rottura insanabile tra la proprietà e la base del tifo che a gran voce chiede da tempo la cessione.

A Marzo 2017 compaiono i primi spettri di un possibile fallimento, alcuni ritardi nei pagamenti dei dipendenti del club portano all’apertura di un fascicolo da parte della HM Revenue & Customs(HMRC) per debiti non onorati e intimano al proprietario del Leyton Orient di provvedere al saldo del dovuto entro il 12 giugno 2017 o a cedere la società. La contestazione della HMRC porta i tifosi alla mobilitazione, se fino ad allora era rimasta solo un protesta che si era limitata a manifestazioni di dissenso dentro e fuori lo stadio, su impulso del Leyton Orient Fans’ Trust (LOFT), un’associazione di tifosi attiva dal 2001, parte la raccolta fondi per scongiurare l’eventualità di un’amministrazione controllata o, peggio, della procedura di liquidazione.

Iniziano gli incontri e i confronti tra la base per definire una strategia di intervento, il LOFT allestisce il ‘Regeneration Fund’, un fondo vincolato a specifiche condizioni in cui raccogliere risorse per far fronte all’evoluzione delle dinamiche societarie. La raccolta si articola attraverso donazioni online e contributi raccolti ai match, a cui si aggiungono i ricavati dalle aste di maglie e cimeli storici messi a disposizione dell’associazione di tifosi da sostenitori e appassionati. Anche le vecchie glorie del club non hanno mancato di sostenere la causa partecipando ad un match amatoriale con una selezione di tifosi che si è svolto lo scorso 20 Maggio. Significativa in questa fase anche la solidarietà riscossa dalle vicende del Leyton che ha coinvolto diverse tifoserie, come in occasione del ‘Judgement Day’ 3, che spesso in occasione delle trasferte hanno dato sostegno e spazi ai banchetti per le raccolte fondi.

Parallelamente è partita la ricerca di soluzioni alternative alla gestione Becchetti, con i tifosi pronti ad intervenire direttamente negli scenari di salvataggio del club o nel sostegno di proposte di acquisto che abbiano credibilità, concretezza e un orizzonte programmatico di medio-lungo periodo. A fine Maggio il fondo sorpassa le 170.000 sterline raccolte e si guarda allo spartiacque della scadenza del 12 Giugno. Lo scorso Lunedì la sorpresa: la HMRC non procede contro Becchetti in quanto alla data di Giugno risultano onorate le scadenze debitorie, un sospiro di sollievo per la tifoseria che però ancora teme per il futuro. I debiti restano e mancano le prospettive della nuova stagione. A margine dell’udienza infatti la preoccupazione per le sorti della società inglese restano alte, intervistati dalla BBC i portavoce del LOFT, rinnovando la richiesta di cessione della società, riferivano:

“Stiamo usando una parola: sopravvivere, ma non so per quanto ancora la potremo usare. La nostra sopravvivenza è quasi settimanale al momento. Il nostro futuro si sta giocando oltre la High Court, abbiamo una rosa con pochi uomini, non c’è garanzia che potremo effettivamente tirare fuori una squadra per il campionato del prossimo anno, quindi la sopravvivenza, sì, ma nel senso più sottile della parola”.

 Non siamo in grado di dire cosa stia succedendo. La comunicazione che abbiamo avuto con la società è assolutamente zero.  Tutto quello che sappiamo è quello che possiamo vedere, che abbiamo nove semi-professionisti, siamo senza giocatori senior, nessun accesso a un campo di allenamento, mancano le maglie, nessun allenamento e la pre-stagione partirà solo nella prima settimana di luglio.”

Situazione tutt’altro che risolta quindi, per i tifosi del Leyton Orient ci sarà ancora da attendere purtroppo, ma la vicenda non è passata inosservata e assieme ad altri casi evidenti di cattiva gestione dell’ultima stagione sembra abbia spinto la Football League a rendere più efficienti i sistemi di controllo sui proprietari dei club. La scorsa settimana la EFL ha approvato alcuni emendamenti che rendono più strette le magie delle valutazioni di integrità dei proprietari dei club e ha aperto al confronto su nuovi strumenti da inserire per i test. Magari cogliendo spunto proprio da una proposta del LOFT che nelle passate settimane esortava la lega a prevedere incontri formali con la tifoseria nelle fasi di valutazione del ‘fit and proper test’ e l’impegno formale dei nuovi proprietari ad un dialogo strutturato con i supporters per evitare altri ‘casi Becchetti’.

Per il video si ringrazia Copa90

Dubbi e incomprensioni: Perchè in Italia c’è bisogno dell’Allenatore Manager

Dubbi e incomprensioni: Perchè in Italia c’è bisogno dell’Allenatore Manager

La finestra di calciomercato è quel periodo dell’anno dove i tifosi sognano, i dirigenti non dormono la notte e i calciatori vivono nell’incertezza più totale. Mesi caldi, dove si costruisce il destino della stagione che verrà e dove tutti i club cercano di sbagliare il meno possibile. Se le modalità di acquisto e cessioni dei calciatori sono per lo più identiche ad ogni latitudine, l’Inghilterra ha una figura diversa rispetto agli altri paesi europei, un personaggio che nelle altre nazioni ancora fatica a prendere quota: l’allenatore manager.

Diventare un ‘’manager all’inglese’’ è forse il sogno di qualunque giovane allenatore all’inizio della propria carriera tra i polverosi campi delle serie minori. Autorità, potere decisionale in sede di mercato, controllo dei costi e delle risorse, massima condivisione di tutti gli aspetti relativi al club: questi sono i capisaldi che ruotano intorno alla figura del manager inglese, il quale ha la possibilità di plasmare la propria creatura come meglio crede fin dalle fondamenta. In Italia, come nel resto d’Europa, invece non funziona così. Qui la figura del direttore sportivo la fa da padrone, con l’allenatore relegato ad un ruolo marginale, a cui spesso non è neanche concesso mettere bocca in sede di mercato e a cui viene chiesto semplicemente di allenare i calciatori acquistati dalla società. I risultati sono spesso una mancanza di comunicazione e troppe differenze di vedute tra mister e dirigenza, con l’esonero a fare troppo spesso da triste epilogo alla vicenda. Gli allenatori, da sempre i primi a pagare quando le cose vanno male e ad essere messi immediatamente sulla graticola dopo un paio di sconfitte, meriterebbero di avere la possibilità di poter costruire una squadra a loro immagine e somiglianza, per poi essere giudicati complessivamente sul loro operato.

Purtroppo nel nostro paese questo ancora non avviene, venendosi spesso a creare situazioni anche grottesche, come accaduto all’Inter la scorsa estate. In una situazione di caos più totale, Mancini lasciò infatti l’Inter a pochi giorni dall’inizio della stagione per ‘’divergenze di vedute’’, con la società che corse in fretta e furia a i ripari sostituendolo con l’olandese De Boer, a cui però affidò una squadra costruita senza capo né coda, con risultati finali a dir poco terrificanti. Neanche è terminato il campionato ed ecco che un’altra situazione simile si staglia già all’orizzonte, stavolta in casa Lazio. Simone Inzaghi, autore di una stagione straordinaria, ha una visione molto chiara della situazione attuale e del possibile futuro dei biancocelesti: per competere in Europa bisogna trattenere i migliori, o al limite sostituirli con gente di pari valore e, nel contempo, allungare la rosa che giocatori già pronti e affidabili, questo è il suo pensiero. Purtroppo però qui si scontra con la filosofia societaria, la quale per mano del Ds Tare che appare intenzionata a gettarsi come al solito nell’ennesimo mercato fatto di scommesse, ragazzi giovani e qualche parametro zero da rilanciare. Una differenza di vedute che, se non risolta per tempo, potrebbe portare a clamorose scelte come già avvenuto nel recente passato in altre piazze.

In un clima di totale incertezza, fatto di allenatori scontenti e di direttori che non trovano il bandolo della matassa, ecco allora che l’importare dalla Premier la figura dell’allenatore manager potrebbe essere la classica panacea per tutti i mali. Dovendo lavorare tutti i giorni sul campo con i calciatori, appare decisamente più meritocratico dare al mister la possibilità di scegliere quei ragazzi che ritiene più congeniali al suo tipo di gioco, senza tener conto poi del risparmio di tempo che si avrebbe nella focalizzazione degli obiettivi senza i ‘’diverbi’’ tra direttore sportivo e allenatore a fare da contorno. Una figura manageriale di campo sarebbe l’ideale anche per evolvere finalmente la figura del mister, oggi inteso come semplice allenatore di campo: se nelle categorie minori il lavoro si svolge prevalentemente sul rettangolo verde, a certi livelli sarebbe auspicabile un salto di qualità, un cambio di passo che renda l’allenatore di calcio un vero e proprio dirigente capace di curare a 360 gradi tutte le questioni relative ai propri ragazzi, proprio come avviene da svariati anni nella patria del calcio.

 

 

Due mamme al comando: le Longford Girls stravolgono il calcio inglese

Due mamme al comando: le Longford Girls stravolgono il calcio inglese

Si tratta di un club davvero sui generis. E’ stato creato nel 2012 da due mamme che hanno voluto incoraggiare le proprie figlie, interessate al calcio, e sostenere tutte le altre giovani di sesso femminile a livello locale a praticare lo sport più popolare d’Inghilterra.

In un mondo del football da sempre considerato (sbagliando) quasi unicamente appannaggio degli uomini, parevano non esserci opportunità per le ragazze intenzionate a giocare con gli scarpini ai piedi.

L’unica possibilità era quella di entrare a far parte di una squadra mista ma, salvo poche eccezioni, le piccole aspiranti campionesse avevano il desiderio di ‘fare gruppo‘ con altre ragazzine, alla ricerca della creazione di qualcosa di speciale.

I problemi, comunque, non si arrestavano qui. Tra gli altri, c’erano, ad esempio: difficoltà economiche per varie famiglie, mancanza di trasporti, mancanza di tempo / entusiasmo da parte di alcuni genitori a sostenere le ragazze nel calcio così come fatto per i maschi il cui calcio è stato spesso messo in cima alle priorità nella famiglia.

L’avventura inizia in un semplice parco inglese; rapidamente, però, si passa da 10 ragazze a oltre 30 e, dopo un solo anno di attività, si riescono incredibilmente a costituire ben due squadre.

Dopo aver convinto anche ragazze più giovani ad aderire (8 e 9 anni) e con nuovi allenatori (volontari), provenienti dalla squadra femminile dell’Università di Manchester, nella stagione seguente,viene costituita pure una terza squadra.

Nel 2013, arriva il giusto riconoscimento per i risultati del club: il segretario del club (e allenatore) Sharon Whelan viene premiato col COACH OF THE YEAR donato dalla FA di Manchester FA mentre nel 2014 le Longford Girls ricevono il TRAFFORD CLUB DELL’ANNO.

Gli obiettivi sportivi, tuttavia, non sono alla base della società.

Le Longford Girls si sono prefissate innanzitutto l’obiettivo di abbattere le barriere che le ragazze affrontano quando vogliono partecipare al calcio; siano esse sociali, economiche, fisiche o dovute alla discriminazione.

Il LGFC è aperto a tutte le ragazze che vogliono giocare a calcio dall’età di 8 a 18 anni sia per semplici allenamenti insieme a compagne di gioco, sia per disputare competizioni vere e proprie.

A livello economico, poi, il club, per assicurare che possa mantenersi aperto a tutte le ragazze, promette di accogliere giovani con qualsiasi abilità e mira a mantenere i prezzi per i genitori al minimo per coprire i costi (una sterlina per giocare una partita e altrettanto per una giornata di addestramento).

 

Anche l’ambiente, comunque, è argomento non trascurato dalla società, che gestisce anche uno schema di riciclaggio in modo che, quando le ragazze crescono e devono cambiare scarpini, essi possono essere consegnati ad altri senza spese. Gli sprechi, così, restano praticamente pari a zero.

Viene curato, poi, anche il problema dei trasporti; molte delle ragazze, infatti, non hanno la possibilità di arrivare in auto e, dunque, sono proprio gli allenatori ad aiutarle con il trasporto al campo.

Tutto questo, insomma, rende le Longford Girls un club realmente unico al mondo.

Bert Trautmann: Giocare e vincere con il collo rotto

Bert Trautmann: Giocare e vincere con il collo rotto

Tutto comincia in una zona borghese di Brema nel 1923, nella quale il giovane Bernhard Bert Trautmann inizia a praticare sport a livello amatoriale, pallamano, atletica e calcio, tutti con grande successo, tanto da unirsi, nel 1933, alla Jungvolk, associazione giovanile che confluirà nella cosiddetta “Gioventù Hitleriana”. Nel ’41 però, con la Guerra che imperversa, Bernhard è costretto ad arruolarsi, e inizia a lavorare come apprendista meccanico, prima di unirsi alla Lutwaffe come paracadutista. Viene spedito prima in Polonia e poi in Ucraina, ricevendo alla fine delle due missioni ben 5 medaglie al valore, compresa una Croce di Ferro di prima classe. La guerra sta volgendo al termine, e per Trautmann si prospetta un’ultima missione, in Normandia questa volta, consapevole che dovrà affrontare lo sbarco dei soldati americani, decisamente più numerosi e organizzati.

Dopo essere sopravvissuto al devastante bombardamento di Kleve, comprendendo l’imminente pericolo, decide di scappare, facendo attenzione però ad evitare sia l’esercito statunitense che quello tedesco, che potrebbe considerarlo un disertore punibile con la fucilazione. Pochi giorni dopo però, due soldati americani lo catturano, ma Bernhard riesce incredibilmente a scappare. Incontra però un soldato inglese, che, come ha raccontato più volte, gli rivolge queste parole “Ciao Fritz, voglia di un tazza di tè?”. Viene catturato e, dopo un lungo girovagare fra i campi per prigionieri di guerra di mezza europa, arriva in nel campo di Ashton-in-Makerfield, nei pressi di Wigan, Inghilterra. Qui finalmente Bernhard, il cui nome viene inglesizzato per problemi di pronuncia in Bert, può finalmente riprendere l’attività sportiva, giocando nella squadra del campo come centrale difensivo, fino a quando in un’amichevole contro i dilettanti dell’Haydock Park un brutto infortunio lo costringe a posizionarsi fra i pali, scelta quanto mai fortunata per il prosieguo della sua carriera.

Bert Trautmann2

Nel ’48 il campo di prigionia chiude, e inaspettatamente Trautmann rifiuta la proposta di rimpatrio stabilendosi ad Huyton, alternando il lavoro in una fattoria all’attività calcistica in quarta serie con il St Helens Town.

Le eccellenti prestazioni del gigante tedesco in quarta serie gli valgono l’inaspettata chiamata dalla First Division, firma infatti il 7 ottobre 1949 il suo primo contratto da professionista con il Manchester City, e diventa il primo giocatore della storia del calcio inglese ad indossare scarpe da gioco del marchio Adidas, data la sua vecchia amicizia con il proprietario della fabbrica tedesca, Adolf Dassler.

Tutte le tifoserie, compresa la sua, però, non vedono come sia possibile rimpiazzare il grande portiere colonna dei Citiezens e della nazionale, Frank Swift, con un tedesco, considerato da tutti, a ragion veduta, un nazista. Contro il Fulham, a Londra, città devastata dai bombardamenti, la tensione è alle stelle: l’intera nazione segue con estrema attenzione la partita del Craven Cottage. Tutti hanno gli occhi puntati su Trautmann e su cosa potrebbe accadere con l’ostile pubblico londinese. La partita si mette subito male, il Fulham passa in vantaggio, sembra l’inizio di un monologo bianconero, ma Trautmann erige una diga davanti alla sua porta e decide che è arrivato il suo momento. La partita è epica, con il gigante tedesco che respinge ogni attacco avversario, alla fine il City perde con un dignitoso 1-0 ma la scena più appagante è quella dell’intero Craven Cottage che regala la standing ovation al portiere.

Dopo alcuni anni altalenanti, di cui uno passato in Second Division, Trautmann si impone come uno dei migliori portieri del campionato, e i Citizens rifiutano un’importante offerta per lui da parte dello Schalke 04. Nella stagione ’54-’55 arriva la prima grande occasione, a Wembley Manchester City e Newcastle si giocano la finale di FA Cup. Gli Skyblues però, molto probabilmente sono ancora troppo inesperti, e devono soccombere alla maggior abitudine a palcoscenici importanti del Newcastle, già vincitore delle edizioni ’51 e ’52.

1849636-38989960-640-360

Poco male, perché l’anno successivo la squadra è pronta a compiere il salto di qualità, a Wembley questa volta c’è il Birmingham. Bert, che ha giocato un’annata straordinaria, è stato nominato poco prima del fischio d’inizio Footballer of the Year dalla Football Writers’ Association. La partita è spettacolare, con il City che va in vantaggio quasi subito, il Birmingham pareggia poco dopo, ma nel secondo tempo Dyson e Johnstone ristabiliscono il vantaggio, portando il risultato sul 3-1. Ma nulla è finito, anzi, il Birmingham si getta in avanti alla disperata e Trautmann è costretto agli straordinari, specie quando un pallone profondo penetra in area di rigore per Peter Murphy, i due si gettano a capofitto, ma nello scontro Trautmann, che è riuscito a prendere la palla, ha nettamente la peggio, viene colpito alla testa e cade privo di sensi a terra. I medici lo rianimano con i sali, dopo qualche minuto, avverte un fortissimo dolore al collo, ma non essendo previste le sostituzioni decide di rimanere in campo, riuscendo in qualche modo a terminare la partita. Alla consegna della medaglia risponde in maniera alquanto rassicurante al Principe Filippo, che vuole sincerarsi delle sue condizioni, di avere solo un banale torcicollo.

trautmann-dolore

Tre giorni dopo, dopo aver avvertito ininterrottamente dolore al collo, decide di recarsi all’ospedale di Manchester per accertarsi delle proprie condizioni. Qui, decisamente sbigottito, il medico, dopo averlo visitato, fa notare a Trautmann come avesse cinque vertebre del collo dislocate, una delle quali addirittura spaccata a metà, e che sarebbe potuto letteralmente morire da un momento all’altro. L’operazione sembra la via più logica, e dopo un intervento perfettamente riuscito si prospetta una lunga convalescenza che lo farà tornare a calcare i campi di gioco solamente nella stagione 1957-58. La carriera di Bert procede seguendo l’altalenante andamento del suo City fino al 1964, anno in cui si ritira, venendo celebrato con una amichevole tra calciatori ed ex calciatori di Manchester United e Manchester City, tra i quali spiccano Denis Law, Sir Bobby Charlton, Sir Stanley Matthews e Jimmy Armfield.

bert trautmann testimonial 1963 to 64 law tratmann charlton

Considerato uno dei più forti portieri dell’epoca, come ammesso dallo stesso Lev Yashin, Bill Shankly e Gordon Banks, l’unico neo di una carriera ad altissimo livello sarà il pessimo rapporto con la propria nazionale, le cui porte gli furono chiuse dall’allenatore dell’epoca Sepp Herberger, che non accettò mai il fatto che giocasse in un campionato straniero. Si concederà due fugaci apparizioni con i dilettanti del Wellington Town, prima di passare definitivamente alla panchina, allenando nelle serie minori inglesi e tedesche, e successivamente le nazionali di Birmania, Tanzania, Liberia e Pakistan, salvo poi ritirarsi nel 1983 a vita privata in Germania, con la seconda moglie, e dal 1990 a La Llosa, nei pressi di Valencia, con la sua terza ed ultima moglie. Morirà nel 2013 proprio in Andalusia, venendo ricordato da numerosi sportivi e dal presidente della federcalcio tedesca come uno dei migliori portieri d’ogni tempo.

 

“La Premier League? Una disgrazia per il calcio inglese!”

“La Premier League? Una disgrazia per il calcio inglese!”

Il presidente dell’Accrington Stanley, Andy Holt, ha lanciato un feroce attacco alla Premier League per quanto riguarda le cifre dei contratti versate ai grandi campioni ed ai loro agenti.

Apparentemente in risposta alle notizie dei quotidiani che affermano, che Zlatan Ibrahimovic è pagato oltre 350.000 sterline a settimana dal Manchester United e che l’agente Mino Raiola ha ricevuto 41 milioni di sterline dall’operazione che ha portato Paul Pogba ad Old Trafford, attraverso una serie di tweet infuocati, Holt ha accusato il massimo campionato inglese di “distruggere il nostro gioco”.

Il motivo? La quantità enorme di soldi che gira nel mondo della Premier. Troppo grande rispetto a quella presente nelle serie inferiori.

“Abbassate le vostre teste in segno di vergogna! Siete una disgrazia assoluta per tutto il calcio inglese! La vostra opulenza sta rovinando la piramide del nostro mondo e la nostra nazionale! Il vostro interesse primario dovrebbe riguardare i fan ed i loro bisogni, non agenti e portafogli! State distruggendo il nostro gioco!, questa una parte dei messaggi al vetriolo all’indirizzo della Premier League.

Holt ha cercato di tracciare un confronto tra la tariffa pagata all’agente di Pogba e il bilancio annuale del suo Stanley (attualmente militante in League Two, la quarta serie del calcio inglese), che ha affermato essere quasi 20 volte più piccolo.

“Il denaro pagato a questo agente è quasi il doppio dei finanziamenti per tutti i club di Championship e League Two messi insieme. MEDITATE!”

Difficile dare torto al povero Holt, che ha continuato la sua personale battaglia a colpi di tweet aggiungendo:

“I club delle leghe minori sono come un contadino affamato che ti prega di mangiare un po’ dal tuo tavolo. I proprietari dei club di Premier stanno facendo danni enormi all’intero movimento e, nonostante gli organi coinvolti nel calcio siano un grande numero, evidentemente pure loro hanno i propri interessi per non salvaguardare la salute del gioco”.

In merito al polverone sollevato da Holt, un portavoce della FA ha affermato: “La Premier League sostiene tutti i club a partire dalla seconda divisione con pagamenti di solidarietà. Inoltre, fornisce finanziamenti significativi per i loro progetti comunitari e quelli di sviluppo giovanile. Sono tutte cose di cui anche l’Accrington Stanley beneficia”.

“È solo grazie all’interesse per il nostro calcio fatto di campioni che possiamo sostenere squadre come l’Accrington e le leghe minori con i loro progetti. Ad ogni modo, scriveremo presto al signor Holt per chiedergli se desidera che la Premier League continui il sostegno che attualmente offre per il suo e gli altri club dell’EFL”.

La guerra, quindi, pare appena all’inizio.