Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles nasce nel 1942 a Collyhurst, sobborgo operaio di Manchester, dove la criminalità detta legge, un luogo in cui bisogna crescere in fretta, l’unico svago che hanno i ragazzini è il pallone. Infatti non è un caso che due dei più fulgidi talenti di questa generazione nascano qui. Nelle partitelle che si fanno in strada ci sono due ragazzini da tenere d’occhio, uno è il piccolo Nobby, l’altro è Stan, Stan Bowles, e della sua storia abbiamo già parlato.

Molti potrebbero pensare ad un grande talento dal dribbling sgusciante e dalla tecnica sopraffina, ma lo stile di gioco di Nobby rispecchia in pieno il quartiere dal quale proviene: operaio. Ha una tenacia fuori dal comune, rapido, aggressivo, capace di interventi al limite del codice penale, ma allo stesso tempo di far ripartire l’azione, e un particolare non da poco, i suoi avversari hanno il terrore di lui. Perché? Da bambino cadendo si rompe tutti i denti davanti, episodio che lo costringe a vivere con una dentiera, che però si toglie durante le partite, e ogni volta che apre bocca i suoi avversari, come spesso hanno dichiarato, rabbrividiscono. A questo si aggiunge la statura di appena 1.68 e una forte miopia, che lo costringe a giocare con le lenti a contatto. Insomma, in pochi avrebbero scommesso su un giocatore del genere, tutti tranne uno,  Matt Busby, manager per ben venticinque anni del Manchester United.

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Stiles entra subito nelle giovanili del club, e, a sorpresa Busby lo fa debuttare appena diciottenne contro il Bolton, nel 1960. Tutti avrebbero pensato che quella sarebbe stata una comparsata, un premio all’impegno profuso in allenamento, invece no. Sul ragazzo puntano molto.

Lo United, infatti, è reduce dal disastro aereo di Monaco, incidente che ha decimato la rosa a disposizione. Matt Busby vuole costruire attorno a lui la squadra che verrà, composta da tanti campioni, sorretti da un mediano infaticabile, che corre per dieci.

Tutto pian piano prende forma, ci sono grandi talenti, Bobby Charlton, ma in poco tempo arrivano anche altri grandi acquisti: su tutti Denis Law, e George Best, entrambi futuri palloni d’oro.

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I trofei, di conseguenza, non tardano ad arrivare, la FA Cup del 1963 è solo l’inizio; nella stagione 64-65 arriva il primo successo in campionato, e Stiles è ovviamente protagonista. Lo United si contende il titolo con il Leeds, e, clamorosamente, le due squadre arrivano all’ultima giornata a pari punti; per decretare un vincitore allora si ricorre al coefficiente tra gol fatti e subiti, classifica nella quale i Red Devils sono al primissimo posto. E’ il primo titolo che conta nella bacheca di Nobby.

Le sue ottime prestazioni fanno si che arrivi anche la prima convocazione in Nazionale, l’allora CT Alf Ramsey ha bisogno di lui per formare una nazionale vincente, che si appresta a disputare i Mondiali del ‘66 in casa.

Stiles diventa un perno insostituibile anche della nazionale dei Tre leoni, e arriva al Mondiale in splendida forma, Ramsey lo fa giocare in ogni partita. L’Inghilterra parte spedita, e supera prima l’Argentina ai quarti, poi il Portogallo di Eusebio, che viene marcato splendidamente proprio da Stiles, e poi, in finale, ha la meglio sulla Germania Ovest per 4-2.

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Ramsey, anni dopo, dichiarerà: “In quella squadra avevo cinque fuoriclasse, e Stiles era uno di quelli”.

L’anno dopo, da fresco campione del Mondo, vince con lo United nuovamente il campionato, ma è nella stagione 1967-68 che arriva il momento tanto atteso: la Coppa dei Campioni.

Infatti sono passati esattamente dieci anni dal disastro di Monaco, e la vittoria di una competizione tanto importante simboleggia la definitiva rinascita dello United, e la consacrazione a livello internazionale.

In finale si ripete il duello con la Pantera nera, Eusebio, che ha di nuovo la peggio contro l’infaticabile Nobby.

Da qui in poi la sua carriera però entra in fase discendente, come spesso capita ai medianacci come lui, ha subito tanti colpi, troppi forse, e il fisico inizia a non essere più come quello dei primi anni. Passa così nel 1971 al Middelsbrough, e nel 1973, a soli 31 anni decide di dire basta con il calcio giocato. Prova quindi l’avventura da allenatore-giocatore con il Preston North End, che dura appena quattro anni, poi vola in Canada, per allenare i Vancouver Whitecaps, e infine allena nella stagione 85-86 il West Brom, a fine anno però decide di non voler più sedere su nessun’altra panchina, visti gli scarsi risultati.

Tornerà al successo qualche anno dopo, però, allenando le giovanili dello United e formando quella che è conosciuta come la Classe del ‘92, la mitica generazione di ragazzi composta da Beckham, Giggs, Butt, Scholes e i fratelli Neville.

 

Tifosi e istituzioni per cambiare le regole e la governance del calcio inglese

Tifosi e istituzioni per cambiare le regole e la governance del calcio inglese

Il Regno Unito è sicuramente uno dei Paesi tra i principali campionati di calcio continentali a aver sviluppato un interessante movimento di associazioni e gruppi di tifosi che propongono un maggiore coinvolgimento dei supporters nei processi decisionali dei club e delle istituzioni sportive. Con quasi 20 anni di esperienza diretta sono molti gli spunti e le iniziative che hanno dato un valore aggiunto al calcio. Dai primi collettivi comparsi nel corso degli anni ’90 come gruppi sporadici, nati per il salvataggio di club in dissesto economico attraverso organizzazioni democratiche e aperte, con il Northampton Town tra i primi a promuovere l’intervento dei tifosi, le realtà si sono evolute e moltiplicate lungo tutta la piramide del calcio inglese.

L’impatto e i risultati migliori si sono registrati nelle leghe inferiori, i club della Championship e, sopratutto, della Premier League, grazie al fiume di soldi delle TV e al grande impatto mediatico mondiale della massima serie inglese, restano più distanti dalle potenzialità delle iniziative dei tifosi e dal possibile coinvolgimento nel capitale sociale per ovvi motivi economici, oltre ad essere appetiti dai più grandi gruppi commerciali e finanziari. La massima divisione inglese è il campionato più ricco al Mondo, le risorse economiche affluite a partire degli anni ’90 hanno consentito lo sviluppo societario(stadi di proprietà, merchandising, ecc..) di diverse realtà che ora occupano stabilmente le prime posizioni a livello mondiale per introiti generati, come Manchester United, Arsenal Chelsea, Liverpool ecc.. Soldi che poi però, non necessariamente e soprattutto a livello di Nazionale, non si sono tradotti in successi sul campo ma hanno concretamente introdotto fattori distorsivi tra i campionati locali e spesso violato tradizioni ed eredità storiche.

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L’aumento del potere contrattuale della massima divisione le ha consentito di esercitare un forte potere d’influenza su tutto il settore, con effetti nel calcio giovanile e in quello dilettantistico che hanno ricevuto una minima parte delle risorse affluite nel sistema, lasciando molti problemi, sopratutto in termini di sostenibilità, nelle divisioni inferiori. Sono decine i casi di società finite in dissesto finanziario negli ultimi anni, situazioni che spesso hanno fatto palesare anche i limiti dei meccanismi di controllo e verifica delle istituzioni sportive nei processi di acquisizione(Fit & Proper test), casi che spesso hanno coinvolto operazioni di soggetti stranieri e che hanno lasciato sulla strada vittime illustri.

Nonostante le evidenti barriere economiche all’entrata, e le difficoltà nell’interfacciarsi con società particolarmente complesse e grandi, anche tutti i club della Premier League hanno un’associazione di tifosi riconosciuta, con l’ultimo gruppo nato su iniziativa dei supporters del West Ham United FC. Con un’attività costante sul territorio hanno saputo ritagliarsi spazi importanti e in molti casi sono diventate punto di riferimento per i tifosi locali, sviluppando un percorso di dialogo con le rispettive società per portare richieste di miglioramento e proposte per politiche più orientate al coinvolgimento pubblico ad un livello superiore. Manchester United Supporters Trust, Arsenal Supporters’ Trust, Tottenham Hotspur Supporters’ Trust e lo Spirit Of Shankly – Liverpool Supporters’ Union, tra le realtà più attive nel panorama inglese in questi ultimi anni, si sono ritrovate in prima linea unite in campagne di sensibilizzazione su temi specifici che hanno raggiunto spesso risultati evidenti.

I gruppi attivi sono oltre 100, circa 40 i club di proprietà dei tifosi, tra i più rilevanti e famosi tra le categorie del calcio professionistico inglese il Portsmouth FC, il FC United of Manchester e l’AFC Wimbledon, solo per citarne alcuni. Numeri che hanno permesso la realizzazione di un intenso e partecipato percorso comune, canalizzato e coordinato da Supporters Direct UK(SD UK), caratterizzato dal reciproco sostegno, che ha consentito di tracciare la strada per la promozione ed il supporto di campagne condivise su temi di rilevanza trasversale. L’unione d’intenti ha posto le basi per la creazione di un movimento d’opinione omogeneo e focalizzato sulla risoluzione delle principali problematiche riguardanti i tifosi, facendo emergere le principali contraddizioni nella governance dei club inglesi, e del calcio professionistico in generale, presentando soluzioni alternative, frutto di percorsi condivisi con tutti gli attori in gioco.

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Uno degli sviluppi più interessanti degli ultimi anni è sicuramente la partecipazione di SD UK e della FSF, con il contributo di numerosi Supporters’ Trust e Community Club locali, nell’ambito dei lavori del ‘The Supporter Ownership and Engagement Expert Group’ , che dal 2014 opera per esplorare le possibilità e valutare come sia possibile intervenire per favorire un maggiore coinvolgimento dei tifosi nella governance dei club. Le attività si sono concretizzate con una serie di raccomandazioni rivolte ai principali attori del settore, sia per regolare ed incentivare le relazioni tra club e associazioni di tifosi(Fan Engagement), sia per fornire un quadro di nuove norme per disciplinare le possibilità ed eventuali strumenti di incentivo per le società che si aprono, per volontà o necessità, alla partecipazione popolare.

Dal lato del Fan Engagement sono state presentate misure per spingere alla riforma delle strutture di governance delle leghe, invitando a maggiori relazioni con le rappresentative, e con l’introduzione di un ‘dialogo strutturato’, articolato su diversi livelli, con l’obbiettivo di ampliare i punti di vista sui molteplici aspetti del settore, introducendo forme di contatto costante tra club, rappresentative dei tifosi e stakeholders. Nel concreto i club hanno attivato soluzioni di incontro diretto come ad esempio i Fans Forum(già usati sporadicamente nel passato) che prevedono una serie di incontri periodici tra lo staff della società, in molti casi con il Supporters Liaison Officer, per la risoluzione delle problematiche comuni, utili a favorire consultazioni aperte più ampie su questioni chiave. Le leghe parallelamente hanno attivato canali simili con incontri periodici ufficiali, la novità di questa stagione 2016/17, che hanno già dato qualche risultato con la partenza di un tavolo di confronto, favorito dalla Premier League, tra le emittenti di Sky e le rappresentative per limitare l’impatto dei cambi di orario dei match, e con la Sports Ground Safety Authority sul tema delle safe standing area.

Dal lato normativo l’intero impianto delle proposte presentate volge verso criteri di promozione della sostenibilità e della good governance, le linee guida definite nel corso di questi anni di attività hanno attraversato principalmente due aspetti: favorire e incentivare i meccanismi della ‘rescue culture’(cultura del salvataggio) con l’introduzione di nuove procedure che coinvolgano in via prioritaria il tessuto regionale tenendo in considerazione come interlocutore autorevole l’associazione locale, purchè rispetti i principi comuni di democraticità e trasparenza. Introducendo obblighi di comunicazione pubblica, e verso le istituzioni sportive, a carico dei proprietari dei club per i movimenti societari che coinvolgono quote rilevanti. Al vaglio anche proposte per quote minime obbligatorie da destinare ai Supporters Trust e periodi di esclusiva, ‘right to buy’, accordati ai gruppi in caso di manifesta volontà di cessione della società, o di specifici asset di interesse per la comunità locale(stadio, strutture di allenamento). Obbligo di consultazione pubblica per la modifica delle denominazioni sociali e per il cambio di marchi e stemmi storici.

Il secondo aspetto riguarda invece forme di tutela ed incentivo ai club professionistici e non che hanno come azionisti di riferimento le associazioni di tifosi, con la proposta di sgravi fiscali e dell’introduzione di una specifica struttura associativa, Community Owned Sports Club, con tratti definiti e chiari, nel riconoscimento dell’impatto positivo apportato alla comunità di riferimento. Il percorso di cooperazione si è articolato con meeting dedicati ai diversi aspetti d’intervento e hanno coinvolto associazioni e club di tutte le categorie del calcio inglese, per approfondire il Report finale del 2016 e l’aggiornamento di Febbraio 2017.

 

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Da un passo dal baratro alla rinascita nell’abbraccio dei propri tifosi, tra le realtà europee che meglio hanno saputo concretizzare il concetto di partecipazione attiva e di ‘Club della comunità’ c’è il Portsmouth FC, sprofondato nel 2013 nella League Two a seguito di due anni di amministrazione controllata, viene salvato dal fallimento solo dall’intervento risolutivo dei tifosi che lo hanno ricondotto su binari sostenibili e sopratutto al centro della comunità.

Dopo diversi anni nelle categorie professionistiche nel 2003 il club centra una storica promozione in Premier League, a seguito dei primi anni in lotta per non retrocedere la società entra nel mirino di speculatori stranieri, arrivano campioni ma il conto delle spese non tarderà ad arrivare, si alternano quattro proprietà, Alexandre Gaydamak, Ali al-FarajBalram Chainrai e Vladimir Antonov che lasceranno un segno unico, il dissesto economico totale. Nessun investimento nei settori giovanili, cessione di strutture utili, a cui si accompagna l’incuria sulla manutenzione dello stadio che costerà al club la riduzione della capienza autorizzata.

Dopo aver vinto nel 2008 la FA Cup, e raggiunto l’anno precedente una storica qualificazione alla UEFA Europa League, l’apice dei successi negli anni recenti, la gestione spregiudicata e l’accumulo di una ingente quantità di debiti, contratti nell’alternarsi di loschi avventurieri stranieri alla guida, che nel tempo hanno scorporato diversi asset(tra cui lo stadio) per far fronte alle scadenze, segnano l’inizio della caduta.

La società finisce in amministrazione controllata prima nel 2009, debiti per oltre 100 milioni di sterline, ma il fallimento è scongiurato dalla ristrutturazione con i creditori tramite un accordo volontario e dal cambio di proprietà. Quindi nel 2011, di nuovo, ammonta a quasi 60 milioni l’esposizione e viene aperta la procedura per tasse con l’erario non pagate, anticamera della procedura fallimentare. Questa volta la tifoseria, esasperata dalla situazione precaria durata anni, inizia un braccio di ferro con la proprietà del club. Le società collegate a Vladimir Antonov figurano tra i principali creditori, nel frattempo il lituano finisce al anche centro di un mandato di cattura internazionale per bancarotta e successivamente viene arrestato, la situazione appare disperata ma il gruppo di tifosi si presenta come unico interlocutore credibile per rilevare il Portsmouth FC.

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L’acquisizione viene guidata dal Pompey Supporters Trust(PST), associazione di tifosi aperta e democratica, una testa un voto, nata all’indomani della prima ristrutturazione del debito del 2009, che inizia a raccogliere le risorse per presentare un’offerta credibile. In migliaia aderiscono all’iniziativa e il collettivo riesce a coinvolgere un gruppo di imprenditori locali, undici ”Presidents” , che partecipano attivamente alla campagna di salvataggio del club. Dopo una lunga trattativa la società viene ceduta per circa 4 milioni di sterline, ereditando circa 10 milioni di debiti ma riuscendo a mantenere negli asset lo stadio, a finanziare l’acquisizione interviene anche l’amministrazione locale con un prestito di 1 milione di sterline concesso al PST e rimborsato poco dopo il completamente dell’acquisizione. Nell’Aprile 2013 il club può considerarsi salvo, completato il più grande salvataggio da parte di un’associazione di tifosi nel Regno Unito, consacrato nel 2014 con la consegna al collettivo di premio civico conferito dall’amministrazione comunale per la grande impresa e per l’opera di ristrutturazione societaria caratterizzata da una rinnovata e forte presenza nella comunità.

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Il PST assume il controllo del 52% della società, con il restante ai Presidents, riparte dalla League Two con un nuovo spirito, e con la spinta di una intera comunità riuscirà in poco più di un anno ad abbattere i debiti ereditati dal salvataggio e a impostare l’intera gestione su una base sostenibile e orientata ad una solida programmazione del proprio futuro. In questi quasi quattro anni i principali investimenti sono andati a rinforzare l’intera struttura societaria: interventi sullo stadio, settore giovanile e campi di allenamento, scegliendo saggiamente di non lanciare l’ennesima rincorsa spregiudicata verso il ”calcio che conta’ ma di gettare basi solide per non mettere nuovamente a rischio il proprio futuro, mettendo in secondo piano l’investimento sportivo che, sebbene il club abbia sempre schierato formazioni competitive per la promozione, raggiungendo in una occasione la finale play-off, è rimasto inchiodato nella quarta divisione.

Dal 2013 ad oggi la quota dell’associazione di tifosi è scesa sotto la maggioranza assoluta, poco più del 48%, per effetto degli investimenti diretti negli interventi allo stadio Fratton Park operati a carico dei Presidents, necessari alla messa in sicurezza di alcune aree lasciate senza manutenzione negli anni della crisi per recuperare parte della capienza dell’impianto. Nonostante ciò la comunità d’intenti e la sinergia con gli imprenditori locali hanno creato un ottimo clima di cooperazione, un Community Club a tutti gli effetti, e il pubblico non ha mai fatto mancare il proprio supporto.

Al match inaugurale sotto il controllo dei tifosi in League Two si presentano in 18.000, oltre 10.000 gli abbonati, allo stadio nel corso delle stagioni una media 16.000 spettatori per partita e fuori dal campo si sviluppa una grande partecipazione alla vita del club. Dalle piccole iniziative lanciate dalla società con il percorso partecipato per progettare gli interventi allo stadio, in prima linea per il ritorno degli spalti in piedi, e nel restyle del logo verso quello tradizionale, ai contest per scegliere le divise ufficiali aperti a tutta la tifoseria, fino agli impegni veri nelle diverse raccolte fondi lanciate per finanziare lo sviluppo della società.

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Dopo la partecipazione con oltre 2 milioni al piano di salvataggio la comunità locale ha finanziato il progetto da circa 500.000 sterline complessive per i campi di allenamento delle giovanili con 270.000 raccolte con una campagna di crowdfunding fatta di piccole donazioni, ed il restante con un piano di azionariato popolare. Per entrambe le occasioni la società ha deciso di omaggiare i partecipanti con delle targhe celebrative affisse sui due ”Wall of Fame” realizzati uno nell’area dei campi di allenamento e l’altro sulla parete esterna della North Stand del Fratton Park.

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Impegno che non si è esaurito solo nello sviluppo del club, oltre all’impareggiabile e costante attività dei volontari, sotto la guida del PST la società sta sviluppando un forte radicamento territoriale rientrando in molteplici progetti di promozione sociale. Recentemente con circa 100.000 sterline raccolte con le attività del progetto ‘Pompey in the Community’, per la promozione dello sport, dell’inclusione e di programmi dedicati ai disabili, con cui ha coinvolto oltre 30.000 persone, ha ricevuto un importante riconoscimento nell’ambito dei ‘English Football League Awards 2017′ con l’assegnazione del South West & Wales Checkatrade Community Club of the Year”, entrando nei finalisti per l’award nazionale.

Parallelamente anche l’associazione di tifosi guarda al futuro, cosciente della propria responsabilità alla guida del club e della necessità di proseguire nel sostegno della società, il gruppo ha dato vita a diverse iniziative per far crescere la forza e l’incisività delle attività sul territorio. Tra le più rilevanti la ‘Pompey Lottery”, attiva dal 2014, e una linea di merchandising griffata PST i cui ricavi vanno a finanziare direttamente il settore giovanile. Lo scorso anno è stato lanciato anche un interessante programma di introduzione dei giovani tifosi nella vita associativa e organizzativa con la partecipazione nel PST Next Generations, dedicato agli under 25. Un Supporters’ Trust in formato junior costituito per fornire una soluzione utile ad un percorso formativo dei ragazzi che rappresentano il futuro, non solo del Portsmouth FC, ma anche dell’associazione, destinata a svolgere un ruolo talmente centrale della vita della società da richiedere un necessario percorso dedicato alla formazione dei giovani per comprendere le dinamiche ed apprendere sul campo l’entità dell’impegno.

I risultati sul campo presto o tardi arriveranno ma a Portsmouth ha ripreso a battere un grande cuore, un Community Club vero, esempio e ispirazione per chi crede che un altro calcio sia possibile!

Il tempo dell’usa e getta

Il tempo dell’usa e getta

Claudio Ranieri esonerato dal Leicester City Football Club.

Fermiamoci un attimo, troviamo le parole, o perlomeno proviamoci.

Gratitudine. Memoria. Rispetto. Pazienza. E poi – massì, scandalizziamo i più cinici – Amore.

Non c’è gratitudine verso Claudio Ranieri, il tecnico che ha resuscitato una squadra destinata ad un’involuzione inesorabile, che l’ha traghettata in acque limacciose ed infine condotta sull’Olimpo, nessun sentimento di riconoscenza nei confronti di chi ha fatto gioire ed esaltare tifosi grandi e piccoli di questa città dal nome antico. L’ha fatto e basta. Ingordi, si rilancia e se ne vuole ancora, anzi di più. La gratitudine è un sentimento nobile, un antidoto potente contro l’infelicità: è saper celebrare il valore di fatti, persone, cose, saperne godere, trarne nutrimento e accantonare pienezza e felicità per momenti più bui. Ecco, non c’è gratitudine per Claudio Ranieri.

Non c’è memoria delle fatiche, della tenacia, del coraggio, di scrupolo e senso del dovere, di lavoro a denti stretti; non c’è memoria del mestiere elegante e silenzioso, a volte poco compreso. Fare memoria delle cose è un esercizio importante: è fondamentale conoscere il viaggio, non solo la meta, rammentare percorsi e insidie, non solo lo sfavillio del traguardo. Nemmeno memoria c’è, per Claudio Ranieri.

Vogliamo parlare di rispetto? Non c’è considerazione per il suo  impegno, i suoi meriti sembrano essere svaniti alla stessa velocità con cui tifosi sconfitti abbandonano lo stadio. Macchina che sforna successi: nessun grippaggio è tollerato, il meccanismo deve sempre funzionare alla perfezione. Quando non è così la macchina si getta.

E poi, la pazienza: ingurgitiamo fretta e scoliamo calici di impazienza; non possiamo aspettare, tutto deve essere subito o mai più, perché se non è ora, non è, non esiste, non ha appeal;  poco male se poi disinteresse e noia coprono con manti di piombo avvenimenti e circostanze, non importa, subito c’è altro di cui parlare e per cui gioire, naturalmente per un tempo limitato dalla nostra irrequietezza. Ok, il Leicester City ha vinto la Premier League nove mesi fa (giusto il tempo di una gestazione…), bene, basta…e ora? Nessuna riflessione, poco spazio alla valutazione dei fatti, men che meno mente ai corsi e ricorsi storici del caro Vico, vecchiume inutile nell’era dei post.

Infine l’amore: calciatori sconosciuti, raccolti e cresciuti da un padre perbene che li ha lustrati e pettinati, allacciato scarpini e drizzato piedi, nutriti di coraggio e abbeverati di gloria. I figli – diventati grandi – a sbattere la porta. A fare la voce grossa per cacciarlo di casa dopo aver preteso le chiavi. Giocatori ormai famosi e tristemente capricciosi. Innamorati di sé e disamorati di chi li germogliò.

Questo, nel tempo dell’usa e getta…

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Bufera doping sulla Premier. Ma la Football Association non ci sta

Sembra proprio non esserci pace per il tanto amato (anche dalle nostre parti) calcio inglese. Come se non fosse bastato lo scandalo legato agli abusi di alcuni allenatori delle giovanili di club oltre la Manica nei confronti dei propri piccoli talenti, oppure la multa comminata al Manchester City di Pep Guardiola (reo di non aver conferito alle autorità competenti gli indirizzi giusti dei calciatori per effettuare test anti-doping a sorpresa) ed il ‘caso Berahino’ (con l’attaccante colored risultato positivo ad un test anti-doping nel settembre scorso e sospeso dalla Federazione per otto settimane, mentre il Wba comunicava che Berahino dovesse unicamente ritrovare il peso forma), ecco un nuovo oceano di polemiche.

Il motivo? Ancora una volta lo scottante tema del doping.

In Premier League, infatti, è scoppiato di nuovo il caso doping. A scriverlo per primo è stato il quotidiano ‘Daily Mail’, che afferma come in Inghilterra, oltre al già citato Saido Berahino, ci siano altri dodici calciatori risultati positivi a dei test anti-doping in un lasso di tempo compreso tra il 2012 ed il 2016.

La Federazione inglese, dunque, è costretta ad uscire allo scoperto e, pur non rivelando i nomi del calciatori coinvolti, afferma che nella stagione passata sono risultati positivi in tutto tre atleti, mentre nel campionato 2014-2015 i casi di positività riscontrati sono stati addirittura il doppio.

Di chi la colpa, quindi? Scarsi controlli da parte della FA? Assolutamente no.

Da cinque anni, infatti, la Football Association sta mettendo in atto un ferreo programma volto a stroncare, fra i calciatori, l’uso delle cosiddette ‘droghe sociali’; con questo termine, parliamo di quelle sostanze che, pur essendo illecite (per esempio cocaina o ecstasy) non costituiscono doping vero e proprio.

Nel quadriennio 2012-2016 sono stati svolti circa ottomila test da parte della Federazione e, come detto, sono risultati positivi 13 giocatori (lo 0,17% del totale), ovviamente tutti immediatamente sospesi.

La FA non ne ha mai reso noti i nomi, tanto per un discorso di privacy, quanto, se non soprattutto, allo scopo di favorire i loro programmi di riabilitazione. Generalmente, i club spiegano l’assenza dalle convocazioni con motivi di salute o di scarsa condizione; proprio ciò che è accaduto a Berahino durante gli ultimi mesi della sua permanenza al WBA.

Essendo uno dei pochi organi di governo nel mondo del calcio ad effettuare sui giocatori controlli così mirati, la FA conta di arrivare a 5.000 test a stagione da adesso fino al 2018, rilanciando ancor di più la propria voglia di dire ‘no’ al doping; il modo più intelligente e forte per non tentare di rovinare lo spettacolo del campionato più emozionante del mondo.