NBA: il cuore grande di Lillard e il senso di famiglia Blazers

NBA: il cuore grande di Lillard e il senso di famiglia Blazers

Giorno dopo giorno ci stiamo addentrando sempre più nel vivo dei Playoffs. Golden State e Cleveland sembrano oggettivamente inarrivabili per le loro dirette avversarie, ma mai dire mai, le sorprese potrebbero essere dietro l’angolo.

Nel frattempo sono molte le squadre che hanno dovuto alzare bandiera bianca, abbandonando anzitempo i Playoff. Tra questi ci sono i Blazers, annichiliti dallo strapotere degli Warriors e mandati a casa con un secco 4-0. E a dirla tutta, era un finale di stagione tragicamente annunciato: pensare che Portland potesse davvero impensierire i ragazzi della Baia era alquanto utopico. Per questo, al di là dell’inevitabile rammarico, a Rip City si sono dovuti accontentare del premio per il raggiungimento della post-season, quei 223.864 dollari da spartire tra i quindici giocatori del roster.

Una stagione strana quella di Portland. Dopo un 2015-2016 strepitoso, culminato contro ogni aspettativa con le semifinali di Conference, in estate erano arrivati Ezeli e Turner e pian piano si iniziava a pensare in grande. Poi, le delusioni: sconfitte su sconfitte, un gioco di squadra inesistente, un Lillard irriconoscibile, un McCollum lasciato solo dai suoi compagni, a predicare nel deserto. Solo sul finire di stagione è arrivato un sussulto, un moto di orgoglio: Damian ha ripreso per mano la squadra e, insieme all’immancabile CJ, l’ha portata per un soffio ai playoff.

Ma ormai la frittata era fatta. Contro Curry e soci non c’è stata partita. E al di là della sconfitta, è stata l’impotenza mostrata in campo a decretare il totale fallimento della stagione. Proprio per questo Lillard, quando si è visto recapitare gli oltre 15000 dollari del premio per la post-season, ha sentito di non meritarseli. E così si è riunito ai suoi compagni e li ha convinti a fare un gesto semplice, ma apprezzabile: donare i 223.864 dollari (15000 circa da ogni giocatore) ai 25 membri dello staff dei Blazers. Dagli assistenti ai massaggiatori, fino ai magazzinieri.

 Il tutto lo ha spiegato lui stesso: “Abbiamo spartito i nostri soldi con le persone che hanno lavorato con noi tutto l’anno. Gente che ha lavorato per lunghi periodi lontana dalle proprie famiglie e dai propri affetti, come noi, con compiti non meno importanti. Loro fanno sempre il massimo per renderci la vita più facile e per questo la loro diventa più complicata, dato che guadagnano molto meno di noi. Questo è un modo per mostrare la nostra gratitudine, oltre alla classica stretta di mano di fine stagione”.

 Del resto, Lillard non è nuovo a iniziative simili. Già nel 2014-2015 e nel 2015-2016 era rientrato tra i 10 finalisti del NBA Cares Community Assist Award, un riconoscimento per il giocatore che più di tutti si impegna durante la stagione in opere di beneficenza. Infatti, nel corso degli anni il leader dei Blazers si è distinto per diverse attività benefiche, dall’organizzazione di programmi per la lotta contro il bullismo – lui stesso ha ammesso di averne sofferto in passato –,  al supporto di associazioni no profit per la cura di tumori e malattie.

Ma stavolta il gesto di Damian non è stato semplice evergetismo. I 223.864 dollari potevano essere sì dati in beneficienza, ma lui ha preferito destinarli in altro modo. Perché dopo una stagione così sconfortante, serviva una scossa, per cementificare i rapporti all’interno di un ambiente così in crisi. Sarà sufficiente? Lo vedremo la prossima stagione. E sebbene 15000 dollari di solito non siano una cifra considerevole per chi gioca in NBA – basti pensare che lo stesso Lillard quest’anno ha percepito oltre 24 milioni -, rimane comunque la bellezza del gesto.

 

Giants of Africa: Masai Ujiri e il sogno dei ragazzi del Basket africano

Giants of Africa: Masai Ujiri e il sogno dei ragazzi del Basket africano

Giants of Africa è un’organizzazione no profit nata nel 2003, con lo scopo di educare tramite il basket le nuove generazioni africane. Il suo obiettivo principale consiste nel rendere il basket accessibile al maggior numero di giovani possibile, in un continente in cui le strutture sportive sono praticamente inesistenti. In questo modo dà loro la possibilità di sfruttare i loro mezzi atletici, offrendo attrezzature, un supporto tecnico e un sostegno economico di cui in molti hanno bisogno. Regalano loro la possibilità di guardare in grande, di sognare, di diventare in futuro dei campioni.

 Ma l’intento di Giants of Africa non è quello di sfornare atleti perfetti da spedire in NBA. Perché si sa, sono davvero in pochi coloro che riescono a raggiungere traguardi simili. Semplicemente, GOA mira a far crescere le nuove leve africane in un ambiente più sano e pulito, impreziosito da uno sport di squadra come il basket, che sia finalmente alla portata di tutti. Un obiettivo molto ambizioso: avvalersi del basket per rendere migliore un intero continente.


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E ad essere oggettivi, sembrerebbe un progetto un po’ utopico. E’ davvero realizzabile?No, impossibile”. Questo ci verrebbe da dire. Ma era il lontano 2007, quando in TV passava uno degli spot più celebri dell’Adidas, con un Gilbert Arenas nel fior fiore della sua carriera che ti diceva sorridendo: “Impossibile is nothing”. Ecco, questa probabilmente sarebbe anche la risposta del fondatore di Giants of Africa, tale Masai Ujiri. E se non siete convinti, leggetevi la sua storia.

Masai nasce a Zaria, nel nord della Nigeria. La mamma Paula, nata in Kenya, è una dottoressa, mentre il padre Michael lavora nell’amministrazione dell’ospedale dove si trova la moglie. Malgrado la loro sia una famiglia benestante, fin da piccolo Masaj non riesce a dare pieno sfogo alla sua passione, il basket. Infatti, al di là dello sgangherato campetto dietro casa e delle cassette dei suoi idoli Olajuwon e Jordan, Zaria gli offre pochissime chance di giocare con la palla a spicchi.

Eppure, nonostante l’impossibilità di trovare strutture adatte, Masai si dimostra piuttosto talentuoso. La sua famiglia crede in lui, al punto che decide di mandarlo a studiare in America, dove potrà sicuramente migliorare nel basket. La sua destinazione è il Bismarck State College, in North Dakota (dopo un breve periodo in una prep-school di Seattle). Qui trascorre ben due anni, dove matura e diventa un prospetto interessante. E’ molto forte, ma non abbastanza da attirare le attenzioni delle università più prestigiose, tant’è deve accettare le avance del Montana State University-Billings, non proprio un ateneo d’élite.

Non è un periodo facile, Masai diventa sempre più consapevole che i suoi sogni di gloria stanno per essere infranti. Per questo, dopo nemmeno sei mesi nel Montana, decide di provare a sbancare in Europa. Ma anche qui le porte principali gli vengono sbarrate e deve quindi accontentarsi di entrare dal retro. Resterà nel vecchio continente per sei anni, giocando in Gran Bretagna, in Belgio e in Svezia. Dopodichè, l’amara decisione: smettere col professionismo.

Ma questo non significa abbandonare i suoi propositi. L’NBA lo ha respinto da giocatore? Questo non implica che non esista un altro modo per entrarvi. Basta cambiare prospettiva. Masai inizia a chiamare tutti i contatti che ha negli States, finchè non si imbatte in David Thorpe, allenatore privato di prospetti collegiali o di atleti professionisti stranieri, conosciuto quasi due anni prima in una partita di Summer League a Boston. Thorpe rimane stupito dalla sua profonda conoscenza dei campionati europei e africani: sembra un vero e proprio database vivente. Per questo, incuriosito dalle sue capacità, lo invita alle Final Four NCAA di Atlanta.

E qui Masai sfodera tutto il suo repertorio: oltre alla sua professionalità e alle sue doti di scouting, si fa notare per la spontaneità per le incredibili capacità relazionali. In men che non si dica riesce a stringere legami con diversi addetti ai lavori in NBA

 

Da qui avrà inizio la sua scalata. Prima diventa talent scout degli Orlando Magic di Doc Rivers, lavorando da stagista – e quindi senza un vero stipendio – e girando mezza Europa. Poi entra nello staff dei Denver Nuggets, dove in breve diventa un International scout e lo rimarrà fino al 2007, mostrando un’etica del lavoro e una meticolosità impressionanti. L’anno successivo è Brian Colangelo a chiamarlo ai suoi Toronto Raptors, promuovendolo a Assistant General Manager. E nel 2010, la svolta: sono ancora i Denver Nuggets a volerlo a tutti i costi, stavolta affidandogli il ruolo di General Manager. Masai Ujiri diventa il primo africano GM di un colosso sportivo americano.

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Ora invece Masai è stabilmente a capo dei Toronto Raptors. Dopo aver gestito alla grande in Colorado l’affaire Carmelo Anthony e aver portato i Nuggets al secondo posto nella Western Conference, si è preso sulle spalle la franchigia canadese, conducendola lo scorso anno alla prima finale di Conference della sua storia. Se non è un miracolo questo.
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Una storia molto lunga e avvincente, necessaria per spiegare con quale mentalità Ujiri ha fondato Giants of Africa nel lontano 2003. La sfida che si è posto davanti è proibitiva, ma la determinazione è massima. E i passi in avanti, in questi anni, sono stati tanti: dall’apertura di strutture sportive in Nigeria, Ghana, Kenya e Ruanda, alla realizzazione di un documentario su GOA – vincitore di diversi premi alla quinta edizione del Canadian Screen Awards -, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema. Non sarà un percorso facile, ma Masai ne è convinto: l’Africa diventerà il futuro del basket nel mondo. E potete essere d’accordo o meno, ma non provate a dirgli che sia impossibile.

 

Basket, Panathinaikos senza aereo: di punizioni bizzarre e dove trovarle

Basket, Panathinaikos senza aereo: di punizioni bizzarre e dove trovarle

Multe, ritiri in località sperdute, allenamenti differenziati e “abbonamenti” alla panchina o alla tribuna. Il mondo dello sport ci ha abituato a presidenti vulcanici e punizioni a volte poco ortodosse o perlomeno dirompenti: ma il limite si può spingere sempre un po’ più in là. A dimostrarlo, senza mezze misure, è stato Dimitris Giannakopoulos, presidente della squadra di basket del Panathinaikos: dopo la sconfitta della formazione greca a Istanbul, contro il Fenerbahce, per 79-61, coincisa con la chiusura della serie sullo 0-3 per i turchi e l’eliminazione dei biancoverdi dall’Eurolega senza qualificazione alle Final Four, il numero 1 del club ha cancellato i biglietti aerei e ha ordinato alla squadra di tornare in bus, Un viaggio lungo 1.097 chilometri. Per la serie: “Non vi siete impegnati abbastanza, ora godetevi il ritorno”. Virgolette ovviamente romanzate, ma è presumibile che i toni del colloquio avuto tra Giannakopoulos, che aveva promesso alla squadra 250mila euro in caso di passaggio del turno, e i componenti del roster allenato da Xavi Pascual.

Quella ordita da Giannakopoulos non è però altro che l’ultima delle punizioni bizzarre promesse e messe in pratica da patron e presidenti nell’arena sportiva: guardando a Oriente, resta difficile dimenticare quanto avvenuto al termine dei Mondiali 2010 ai calciatori della Corea del Nord. Il 2 luglio di quell’anno il regime Nordcoreano sottopose calciatori e staff tecnico della nazionale, rei di aver perso contro Brasile, Costa d’Avorio e Portogallo –certo non tre rappresentative senza storia sportiva- ad un processo tenutosi a Pyongyang. Tra le mura del palazzo della Cultura (quale paradosso!) una platea infuriata di 400 persone tra funzionari, atleti e studenti aveva ascoltato la ricostruzione della spedizione, definita “ingloriosa”, ad opera del noto commentatore sportivo Ri Dong-kyu. Il tutto davanti al vice-ministro del Partito dei Lavoratori e ministro dello Sport, Pak Myong-chol: dal pubblico ludibrio furono esentati solo due calciatori, An Yong-hak e Jong Tae Se, ai quali fu permesso di raggiungere direttamente il Giappone. La sorte peggiore toccò al Ct im Jong hun, mandato a lavorare in un cantiere edile dopo essere stato espulso dal partito. E pensare che contro il Brasile la sconfitta era stata limitata al 2-1. Figurarsi se Kim Jong-il, leader nordcoreano dell’epoca, avesse visto giocare l’Italia di Lippi nella spedizione in Sudafrica: come avrebbe reagito dopo due pareggi contro Paraguay e Nuova Zelanda e un ko contro la Slovacchia?

“Andate a lavorare!”. Quante volte sarà capitato di sentire in uno stadio o un palazzetto questo coro, in particolare al termine di una partita persa malamente? Beh, c’è chi ha messo in pratica l’invito. Chiedere conferme a Paolo Tramezzani, allenatore del Lugano nel campionato svizzero, e Radomir Korytar, tecnico del Banik Ostrava, Repubblica Ceca. Il secondo, dopo un ko per 4-3 contro una formazione di quarta serie in Coppa nazionale, seguito ad un filotto negativo in campionato con un solo punto totalizzato in cinque partite, ha deciso di mettere una zappa nelle mani dei propri calciatori e accompagnarli ai lavori forzati. Meno drastica, ma egualmente efficace la scelta di Tramezzani: a marzo, dopo la sconfitta dei suoi per 5-2 contro il Thun l’ex terzino ha portato i suoi calciatori, di prima mattina, a visitare un’impresa di vernici e pittura di Davesco: sveglia alle 5, tutti in pullman e incontro con i lavoratori. Per dimenticare per un giorno lo status di privilegiati e “vedere come lavora e si suda i soldi la gente comune” (Tramezzani dixit).

Ci sono però anche punizioni legate all’abbigliamento o alla concezione del mondo calcistico: nel 2000 a Kandar, nel Pakistan meridionale, la polizia talebana fece irruzione sul campo di gioco per fermare «l’ostentazione di gambe nude», perché anche a pallone bisognava giocare con i pantaloni lunghi. Per punizione, ai calciatori erano stati rasati i capelli a zero. Meno drastica la scelta dello Sparta Praga nei confronti del centrocampista Lukas Vacha e il portiere Tomas Koubek: dopo la partita pareggiata per 3-3 contro il Zbrojovka Brno, i due calciatori avevano ostentato sui social osservazioni sessiste nei confronti di una delle due assistenti arbitrali dell’incontro, Lucie Ratajová. “Le donne dovrebbero stare in cucina e non dirigere partite di calcio maschile”. Messaggi presto notati dal direttore generale dello Sparta, Adam Kotalik, che aveva punito i due spedendoli per una settimana ad allenarsi con la squadra femminile.

C’è poi la sempreverde multa: come quelle incassate da Pablo Armero ai tempi dell’Udinese per una guida “spericolata” o da Yann M’Vila nel 2014 all’Inter, quando il centrocampista francese fece ritorno in ritiro con un giorno di ritardo dopo essere andato a Parigi a trovare la sua compagna. Ci sono poi sanzioni che fanno rima con indignazione: su tutte, la multa di Centomila reais (circa 28mila euro) con annessa sconfitta a tavolino per 3-0 e penalizzazione di due punti comminata dalla federcalcio brasiliana nei confronti della Chapecoense per non aver giocato la partita contro l’Atletico Mineiro. Il tutto tre giorni dopo il terribile incidente aereo che il 28 novembre 2016 aveva provocato la morte di 71 persone. Allo stadio, come era stato deciso dalle due dirigenze, non si era presentato nessuno, nonostante l’insistenza della Cfb. Anzi, quasi nessuno, perché gli arbitri inviati dalla Federazione al campo c’erano.

Restando al territorio italiano, la punizione ad honorem è sempre quella riservata dal vulcanico presidente del Perugia Luciano Gaucci al sudcoreano Ahn Jung-Hwan, calciatore in forza al club umbro e autore del golden goal che estromise dai Mondiali 2002 l’Italia nella partita persa agli Ottavi contro la Corea del Sud, formazione organizzatrice del torneo, complice anche lo scandaloso arbitraggio di Byron Moreno, autore di molte decisioni discutibili nel corso della partita, tutte sfavorevoli agli Azzurri. Il giorno dopo l’eliminazione, Gaucci promise che non avrebbe mai pagato chi era stato “la rovina del calcio italiano”. Così terminò prematuramente l’avventura italiana di Ahn, sicuramente al di sotto del livello medio di un calciatore europeo ma non paragonabile a diversi bidoni transitati per la serie A. «Non lo voglio più vedere, ha offeso il Paese che lo ha accolto –tuonò Gaucci all’epoca- è la rovina del calcio italiano, quando arrivò qui da noi non aveva nemmeno i soldi per comprarsi un panino, bella riconoscenza». Di punizioni bizzarre, e dove trovarle.

Gigi Datome perde la scommessa e va a giocare in un campetto nel bergamasco

Gigi Datome perde la scommessa e va a giocare in un campetto nel bergamasco

Gigi Datome, il capitano della nazionale italiana di pallacanestro non è uno sportivo come tutti quanti gli altri. Uomo di cultura e persona di spirito, professionista esemplare e grande esperto social, non a caso la sua pagina Facebook è tra le più amate tra gli appassionati.

Uno di questi appassionati è @Whiskastz, ragazzo bergamasco che su Twitter ha lanciato una sfida al Gigione nazionale: “Quanti retweet devo fare per far si che tu venga a giocare con la mia squadra per una partitella?”

Datome l’ha sparata grossa con “10mila” ma non aveva fatto i conti con internet e con l’aiuto speciale che ha avuto grazie a “La giornata tipo” che ha condiviso proprio il tweet del tifoso facendo diventare Top Trend il #Gigilhadetto, che è rapidamente arrivato alla cifra chiesta dal giocatore del Fenerbache.

Datome ha poi commentato sul proprio profilo l’impresa: “Ebbene sì, il buon @Whiskastz ha vinto la scommessa! Devo ammettere di aver sottovalutato sia lui che tutti i matti che gli hanno dato una mano.‬
Manterrò la parola e verrò nel bergamasco per una partitella con la sua squadra(niente iscrizione al csi, andate a leggere bene il suo tweet). ‬
‪Vista la bella risposta mediatica spero che verrete numerosi, e che potrete essere allo stesso modo collaborativi anche nella raccolta fondi che ho in mente di organizzare nel giorno della partita. Sia la data che l’ente benefico sono ancora da stabilire (direi verso metà luglio), seguitemi sui social e vi aggiornerò appena saprò qualcosa di più.‬
‪Caro Fabio, allenati. A luglio ti rompo il culo

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

E quest’anno, ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

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Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.