TJ Ford: le mani d’oro, la schiena d’argilla

TJ Ford: le mani d’oro, la schiena d’argilla

Se c’è una costante nel mondo NBA, quella è l’imponenza dei giocatori che ne fanno parte. Omoni dall’altezza spropositata, dai fisici scultorei, dalle doti atletiche disumane. Inutile negarlo: per entrare in quella realtà occorre avere un fisico tutt’altro che normale. Oppure no? Non è difficile smentire questa condizione apparentemente necessaria. Basta pensare a un piccoletto che per tanti anni, malgrado le mille difficoltà, ha entusiasmato parecchi palazzetti, dando tutto se stesso per il gioco. Stiamo parlando proprio di lui, di TJ Ford.

 

Nato a Houston nel marzo 1983, figlio di uno dei re dei playground texani, TJ fin da piccolo dimostra una dimestichezza col pallone impressionante. Il padre e il fratello maggiore lo crescono a pane e palla a spicchi. Peccato che debba affrontare un problema: non cresce abbastanza. E se i primi anni questo problema non emerge, con l’avanzare degli anni quei centimetri in meno iniziano a farsi sentire contro gli avversari. Cosa fare per trovare una soluzione? Semplice: se non si può accrescere la propria altezza e la propria stazza, si può sempre affinare la tecnica. E così alla Willowridge High School  TJ si distingue non solo per il suo ball handling, ma anche per la sua incrollabile dedizione al lavoro e umiltà.

Tant’è che il passaggio nel 2001 ai Texas Longhorns, in NCAA, è tutt’altro che traumatico. Ford si mette a disposizione dell’allenatore, continua a lavorare sodo e migliora sempre più le sue incredibili proprietà di palleggio unite ad una rapidità fulminante. E infatti, nell’anno da sophomore, TJ riesce nell’impresa: da leader della squadra trascina i suoi Longhorns alle Final Four, un traguardo che mancava all’ateneo texano dal lontano 1947.

 Peccato che la fine di quella splendida annata cambierà per sempre la sua vita. Il giorno è di quelli di festa: al palazzetto della Texas University va di scena un’amichevole che sancirà la fine della stagione, Ford non sta nella pelle. Sarà l’ultima volta che calcherà quel parquet, visto che per l’estate lo aspetta il Draft e l’ingresso nel basket che conta. La partita scorre tranquilla, quando a causa di un contatto di gioco TJ cade a terra. Sembra nulla di grave, eppure non riesce ad alzarsi. Comanda alle ginocchia di tirarlo su, alle mani di sostenerlo, eppure non ubbidiscono. Sembra paralizzato, mentre gli altri lo fissano atterriti. 



 
Dopo un’oretta vissuta nel panico finalmente tutto ritorna alla normalità, il suo corpo torna a dargli segni di vita. Però l’esito degli esami medici è lapidario: stenosi spinale. Ossia un restringimento anormale di una delle regioni della colonna vertebrale, che può provocare lo schiacciamento dei nervi locomotori e la conseguente mancanza di sensibilità. In poche parole, un forte trauma alla colonna potrebbe causare la paralisi più o meno duratura di alcune parti del suo corpo. Una notizia agghiacciante, che mette a repentaglio il suo futuro NBA.

La situazione è delicata, i medici cautamente consigliano di operare la colonna, ma TJ rifiuta categoricamente. Un’operazione gli impedirebbe una carriera in NBA, non ne vuol sentir parlare. E proprio per questo, malgrado tutto, decide di rischiare e andare avanti, come nulla fosse successo. E così, come da copione, nel giugno 2003 viene selezionato al Draft con l’ottava pick dai Milwaukee Bucks. Il suo sogno s’avvera.

E il primo anno è tutt’altro che negativo, visto che malgrado le percentuali al tiro non esaltanti viaggi a oltre 7 punti e 6 assist a partita. Ma nel febbraio 2004 succede il misfatto: Bucks contro Timberwolves, Ford gioca il pick & roll per poi attaccare il canestro quando subisce un duro contatto. Cade a terra, e anche stavolta non riesce a rialzarsi né a muoversi, davanti agli occhi increduli del pubblico. La seconda volta nel giro di un anno. Per fortuna dopo qualche minuto riesce a riprendersi, ma la paura è stata troppa. Stavolta, su consiglio dello staff medico dei Bucks, TJ va sotto i ferri. Starà fermo un anno intero, saltando tutta la stagione 2004-2005.

E così, dall’ottobre 2005, ha inizio la sua seconda carriera. E il piccoletto di Houston fa vedere finalmente di che pasta è fatto, prima coi Bucks e poi coi Raptors. Viaggia sui 14 punti e quasi 8 assist a allacciata di scarpa, a dispetto del suo metro e ottanta risicato. Finchè però, nel dicembre 2007, ripiomba nuovamente nel baratro: durante il match contro Atlanta arriva l’ennesimo duro contatto. Ford cade a terra, resta immobilizzato, il mondo si ferma. Lo portano subito negli spogliatoi, Al Horford è distrutto per quel che ha fatto involontariamente. Miracolosamente anche stavolta TJ si riprende il cuore che gli martella in petto.

Chiunque in una situazione simile avrebbe detto basta. Ma Ford è follemente innamorato del basket, oltre che assai orgoglioso del suo percorso in NBA, malgrado le sue manchevolezze fisiche. Decide di continuare, di rimettersi in gioco. Decide di rialzarsi, per l’ennesima volta.

Ma in una condizione simile non si può continuare per sempre. Passeranno 4 anni prima che sfortunatamente il nativo di Houston si ritrovi alle prese con la sua malattia, dopo l’ennesimo contatto di gioco, stavolta in maglia Spurs. Ma in questi quattro anni molti sono stati i cambiamenti: TJ ora ha una moglie e due bambini piccoli da crescere. E proprio per questo, dopo l’ennesima caduta, decide di dire basa, di abbandonare il basket professionistico. Una scelta sofferta, ma necessaria.

 Cosa avrebbe potuto dire in campo questo piccoletto, se solo non avesse avuto tutti questi guai fisici? Difficile dirlo, però il talento era immenso. Ma quel che conta non è quanto avrebbe potuto dire, ma quanto ha dato al basket: tutto se stesso. Rialzandosi dopo ogni caduta. Quale modo migliore per distinguersi come un campione?

Javaris Crittenton, quando la NBA è criminale

Javaris Crittenton, quando la NBA è criminale

E’ il 19 agosto 2011 e la ventiduenne Julian Jones si trova insieme al marito nel giardino di casa, ad Atlanta. Tutt’a un tratto sulla strada sbuca un SUV nero, coi vetri oscurati. E’ questioni di pochi secondi: il vetro posteriore che si abbassa, una scarica di colpi micidiali, la donna che si accascia a terra, colpita all’arteria femorale. Il marito lì accanto, illeso per miracolo, si getta a terra per soccorrerla. Ma non c’è nulla da fare, la donna morirà poco dopo in ospedale, lasciando quattro figli. Qual è il motivo, il senso di un omicidio così efferato?

Per spiegare tutto questo, riavvolgiamo il nastro. E’ il gennaio 1996, Javaris Cortez Crittenton ha da poco compiuto 8 anni e vive con la madre e le sorelle nei sobborghi di Atlanta. Il padre è quasi una figura mitologica, non si fa vedere mai. La vita del piccolo Javaris scorre tranquilla, ma la madre Sonya teme che il figlio, crescendo, possa cacciarsi in brutti giro, vista la criminalità imperante nel quartiere. Perciò, notando la sua passione per il basket, decide di iscriverlo nella scuola di Tommy Slaughter – per gli amici PJ -, che insegna ai ragazzini le nozioni basilari del gioco.

Ma Javaris manifesta un talento innato, tant’è che in breve su di lui mette gli occhi Wallace Parther Jr., guru del basket giovanile in Georgia, che lo prende nei suoi Atlanta Celtics, tra le miglior società nella zona per la crescita dei giovani prospetti – da qui è uscita gente come Dwight Howard e Josh Smith-. Dal canto suo Javaris ripaga la sua fiducia già nella sua prima partita, in cui sfodera una giocata sensazionale contro un certo Lebron James, già all’epoca individuato come The Chosen One.

Nel giugno del  2005 Parther, ormai mentore del giovane Crittenton, muore a causa di un arresto cardiaco. Per Javaris è un duro colpo, ma riesce a sfogare tutta la rabbia nella partita memoriale in suo onore, dove annichilisce gli avversari e si attira le attenzioni degli scout NBA.

Finalmente, arriva il draft 2007. Tra le stelle ci sono soprattutto Greg Oden e Kevin Durant, ma anche Javaris si ritaglia il suo spazio e viene scelto alla 19esima chiamata dai Lakers.

Da qui, però, iniziano le difficoltà. Lui, un semplice ragazzo della periferia di Atlanta, viene catapultato nella sferzante megalomania losangelina: quello non è il suo ambiente, non ci si riconosce. E purtroppo, nemmeno sul parquet si trova più di tanto a suo agio. Infatti ai Lakers, nel suo spot di guardia, c’è una concorrenza spietata, togliere il posto da titolare ad un mostro sacro come Kobe Bryant è pura utopia. E Javaris soffre parecchio la panchina, si lamenta di continuo con Coach Zen, senza capire che deve invece  farsi le ossa.

Dicevamo del lusso sfolgorante di Los Angeles, ma è l’altra faccia della medaglia ad infatuare il giovane nativo di Atlanta: la criminalità. Una sera fa la conoscenza di Dolla, un rapper tutt’altro che raccomandabile, che lo introduce in ambienti loschi. E così, come in un thriller di James Ellroy, Javaris entra a far parte di una gang locale, i Mansfield. La sua vita cambia drasticamente.

I Lakers, ormai stanchi del suo comportamento, lo scambiano coi Grizzlies, che a loro volta lo spediscono a Washington. Eppure, nemmeno la lontananza dalle gang della città degli angeli sembra fargli mettere la testa a posto. Infatti, malgrado coi Wizards  avesse finalmente trovato un po’ di continuità sul parquet, è nello spogliatoio che accadono i guai.  E’ il dicembre 2009, vigilia di Natale. Gilbert Arenas è la star della squadra, però ha anche accumulato un po’ di debiti di gioco con Javaris, che rivuole indietro i suoi soldi con fare minaccioso. Ma Arenas non ha intenzione di tirar fuori un centesimo. Si danno appuntamento nello spogliatoio, Arenas apre l’armadietto con nonchalance: lì nascosto  c’è un piccolo arsenale. Ma Crittenton non è uno sprovveduto, anche lui ha con sé un’arma: i due si puntano le pistole l’uno contro l’altro, solo l’intervento tempestivo dei compagni evita lo scontro a fuoco.

La vicenda fa scalpore a livello nazionale, i due vengono sospesi. Ma, mentre Arenas tornerà a giocare nuovamente per i suoi Wizards, Crittenton pone fine alla sua carriera NBA.

Se ne va in Cina, domina nel campionato, ma gli manca la sua patria e decide di tornare in America. Trova però le porte dell’NBA sbarrate, si trasferisce stabilmente a Los Angeles, ma qui un giorno viene derubato di 55.000 dollari e gioielli da Lil Tic e i suoi fratelli, loschi criminali nonché sua vecchie conoscenze. L’affronto subito è enorme, Javaris vuole vendicarsi.

E così, torniamo all’inizio del terribile racconto. Crittenton non ci mette molto a scoprire che Lil Tic vive ad Atlanta con la moglie, noleggia un’ auto insieme al cugino e dà sfogo alla sua sete di vendetta.

Di lì a poco viene scoperto ed arrestato. Viene inoltre alla luce che era invischiato in traffico di droga, la sua casa è piena di armi e stupefacenti. Il 29 aprile 2014 Javaris Crittenton è condannato a 23 anni di carcere e 17 di libertà vigilata.

 La storia di Crittenton è la sintesi perfetta del manuale sul come buttare la propria vita. Un talento cristallino, un dono invidiabile, tutto gettato alle ortiche, nella dannazione. Alla fine, per Crittenton come per tanti altri, ha prevalso la regola brutale: ”Puoi uscire dal ghetto, ma il ghetto non uscirà mai da te”.

Giannis Antetokounmpo: storia di un clandestino diventato Superstar

Giannis Antetokounmpo: storia di un clandestino diventato Superstar

Ci siamo quasi messi alle spalle il periodo in cui l’Europa ha vissuto la peggiore crisi economica dal dopoguerra. Soprattutto le nazioni affacciate sul Mediterraneo hanno dovuto affrontare una disoccupazione e un malessere crescenti, che hanno provocato diverse proteste e scontri intestini. In Italia, in Spagna e soprattutto in Grecia la crisi ha causato lotte sociali sfociate nelle più  classiche “guerre tra poveri”.

La Grecia, la terra che ha dato i natali a Pericle, Socrate e Eschilo, la patria della democrazia, da anni piegata dalla congiuntura economica. E in una situazione così precaria sono affiorate tensioni sociali che hanno spaccato il paese in due, la disperazione ha spinto in molti a cercare un capro espiatorio a cui addossare la colpa. E quale miglior capo espiatorio se non l’immigrato extracomunitario venuto sulle coste elleniche solo per rubare il lavoro? 

 Ecco, è questo lo scenario in cui va inserita una famiglia nigeriana sbarcata in Grecia nel lontano 1992, vissuta nella clandestinità per vent’anni: la famiglia Adetokunbo, poi grecizzato in Antetokounmpo. Charles e Veronica, un uomo e una donna scappati dal proprio paese e rifugiati in territorio europeo, dove hanno potuto mettere su una bella famiglia: Francis, Thanasis, Giannis, Kostas e Alexis. Cinque figli, ma in una terra che forse non era pienamente disposta ad accoglierli.    

Infatti, per le strade di Sepolia, quartiere periferico di Atene, la vita non è delle più facili. I cinque ragazzi si devono barcamenare tra un posto di lavoro e un altro e sono costretti a fare di tutto: si guadagnano qualche soldo facendo i babysitter,  vanno al cantiere a lavorare come manovali, oppure girano per strada da vucumprà ambulanti, vendendo borse, occhiali, scarpe, orologi, tutta roba taroccata di griffe famose. A volte per le strade non si vende a sufficienza, oppure la paga al cantiere è troppo bassa, e quelle volte il denaro a casa non è abbastanza neppure per avere un pasto dignitoso a cena.


A tutto questo si aggiunge il crescente odio razziale che accompagna i fratelli Adetokounbo fin da bambini. Ogni giorno vivono nel terrore che qualcuno nel quartiere, magari istigato dai movimenti xenofobi di estrema destra, li denunci alla polizia. Il che significherebbe il rimpatrio forzato in Nigeria, una terra a cui i cinque fratelli non sentono di appartenere, avendo sempre vissuto in Grecia.

Malgrado una situazione tutt’altro che semplice, due dei cinque fratelli riescono a trovare uno spiraglio che li allontani dalla vita da ambulanti. Thanasis e Giannis, due anni di differenza, sono dotati di un’altezza unica per la loro età e di mezzi atletici eccezionali, ed è per questo che vengono accolti in una delle palestre del quartiere. E’ così che, per la prima volta, entrano a contatto col mondo del basket.

I primi tempi non sono facili, i due fratelli non riescono neanche giocare insieme perché possono permettersi un solo paio di scarpe ma, al di là delle difficoltà iniziali, di lì in avanti la strada è tutta in discesa. Infatti, i due fratelli non si accontentano delle loro caratteristiche fisiche già di per sé straordinarie, ma si allenano come matti e continuano a crescere a vista d’occhio, finchè Thanasis non tocca i 2.01 metri, mentre Giannis arriva addirittura ai 2.11!

Ma a contare non è solo l’altezza, i due dimostrano di essere incredibilmente agili e coordinati, e soprattutto Giannis mette in mostra mezzi atletici sorprendenti.

Ed è così che, oggi, le loro vite sono radicalmente cambiate in positivo. Thanasis milita nel Panathinaikos dopo un periodo nei Westchester Knicks, squadra della D-League, ossia la lega in cui le squadre NBA decidono di far giocare i cestisti che devono ancora maturare e non sono ancora pronti al grande salto nella massima lega.

Ancora meglio è andata a Giannis, che è diventato una vera e propria superstar.Infatti, nella stagione 2012-2013 era soltanto un emergente giocatore della serie B greca, poi nell’estate la svolta: i Milwaukee Bucks decidono di puntare su di lui e lo selezionano alle quindicesima chiamata del Draft NBA, sicuri che i suoi mezzi atletici  lo renderanno un giocatore immarcabile. E oggi il ventitreenne Giannis si può già affermare come uno dei prospetti futuri più forti della lega, grazie alla sua versatilità –può ricoprire sia il ruolo di ala piccola, che di guardia, che di playmaker – e alle sue mani lunghe, 26 centimetri e alle braccia che in piena estensione raggiungono i 222 cm, praticamente uno aereo.

Ma Giannis, pur essendo diventato un’icona nel basket mondiale, ricompensato con stipendi faraonici, può aver dimenticato le sue origini, la sua vita per le strade di Sepolia? Certo che no. Infatti sono diversi gli aneddoti che danno l’idea di come il giovanissimo talento dei Bucks non abbia dimenticato nulla del suo passato.

Inizio stagione 2013-2014, mancano poche ore al match casalingo dei Bucks. Giannis  è appena uscito  da una filiale della Western Union, dalla quale ha inviato una grossa somma di denaro alla sua famiglia ad Atene, quando apre il portafoglio e si rende conto che ha spedito tutti i soldi che aveva con sé, senza tenersi neanche un dollaro per il taxi. Ha paura di fare tardi per la partita, il coach non glielo perdonerebbe, e allora preso dall’ansia inizia a correre. Le sue falcate e la sua velocità sono qualcosa di stupefacente, tant’è che chiunque per strada si ferma a fissarlo, finchè una coppia in macchina si avvicina e lo esorta a salire in macchina per portarlo a palazzetto in tempo. Ma Antetokounmpo è davvero stupito, quasi non ci crede: non si rende conto realmente del suo status di giocatore NBA, ancora si considera un ragazzetto di strada.

Ancora più divertenti sono i siparietti tra il gigante greco e alcuni membri dell’ambiente dei Milwaukee Bucks. Singolare, ad esempio, la volta in cui per caso Giannis incontrò il suo ormai ex compagno di squadra Caron Butler intento a buttare un paio di sneakers usate: memore del paio di scarpe che condivideva col fratello, non esitò a bloccare Butler e a urlargli : “Ma queste sono buone scarpe! Non le puoi buttare!”.

Commovente anche la volta in cui il compagno di squadra Larry Sanders gli regalò un paio di scarpe Gucci. Al giovane Giannis tornarono alla mente i momenti in cui vendeva per strada scarpe taroccate simili a quelle, e nel vedersele lì davanti, autentiche, non poté fare a meno di rimproverare il suo amico per “aver speso troppo” e gli promise che le avrebbe conservate gelosamente e indossate solo nelle occasioni speciali.

Infine, è stato l’allora playmaker Brandon Kinght a raccontare una delle scene più esilaranti mai viste nella sua carriera. Infatti, in varie occasioni i Bucks, come qualsiasi squadra NBA, mettono a disposizione una sala in cui i giocatori possono rifocillarsi. Ed è proprio in quelle occasioni che Brandon raccontò che Giannis si presentava con delle buste enormi che riempiva di cibo a più non posso. Perché nella vita non gli era mai capitato di ricevere qualcosa di gratuito. 

 Tutti questi aneddoti non possono che far sorridere, ma in fondo rivelano anche la natura di un giovane cestista catapultato in un mondo per lui ignoto. Malgrado  la sua giovane età, malgrado le tentazioni di un mondo pieno di approfittatori, Giannis è rimasto fedele alle sue origini, al suo stile di vita sobrio, è rimasto legato indissolubilmente alla sua famiglia. Ed è anche per questo che The Greek Freak – il Fenomeno Greco – è una persona davvero speciale.  

Luol Deng: il Sudan nel cuore di chi la Guerra Civile l’ha vissuta sulla pelle

Luol Deng: il Sudan nel cuore di chi la Guerra Civile l’ha vissuta sulla pelle

Dopo la drammatica storia di Serge Ibaka, eccone un’altra che riguarda uno dei personaggi più rappresentativi del movimento cestistico africano. Un giocatore che, pur sulla via del tramonto, ha saputo costruirsi un’invidiabile carriera NBA, condita con due convocazioni all’All Star Game. Un difensore arcigno, un tiratore affidabile, un cestista di grande intelligenza. In poche parole, Luol Deng.

 Luol Ajou Deng nasce il 16 aprile 1985 a Waw, piccola città lontana oltre 600 km dalla capitale sud sudanese Giuba. Fa parte della tribù dei Dinka, conosciuta in tutto il mondo per la spropositata altezza dei suoi membri. E’ l’ultimo di 9 figli, e il padre Aldo è Ministro dei Trasporti sudanese e siede in Parlamento, il che permette alla famiglia Deng un minimo di agiatezza economica.

Ma la seconda guerra civile sudanese è alle porte. Un conflitto sanguinosissimo durato circa vent’anni, conclusosi solo nel 2005 con un bilancio terrificante di quasi due milioni di morti e quattro milioni di profughi. E il papà Aldo, comprendendo la gravità della situazione, sul finire degli anni ’80 decide di far espatriare la sua famiglia, trovandole una sistemazione in Egitto.

Ma l’anno dopo, quando il padre è pronto a raggiungere la sua famiglia, viene bloccato dalle autorità sudanesi e incarcerato per tre lunghi mesi. Sono momenti difficilissimi per il piccolo Luol: non solo è costretto a vivere in un Paese sconosciuto, in una casa minuscola da condividere con la madre e gli otto fratelli, ma è in costante apprensione per le sorti del padre, del quale per lunghi periodi non si hanno più notizie.

L’unica via per aprirsi alla nuova realtà è uscire di casa coi suoi fratelloni, che hanno preso l’abitudine di andare a giocare in polverosi campetti in cemento. E’ in questo modo che il piccolo Deng entra a contatto col basket. Lui sta lì, li guarda e si innamora di quella palla arancione. Poi una volta decidono di farlo giocare e lui, piccolissimo, dimostra una propensione fuori dal comune per quello sport. Un talento cristallino.

 Il caso vuole che Luol conosca un maestro che gli cambierà la vita: il leggendario Manute Bol. Sì, proprio lui, un giocatore simbolo della Lega, coi suoi vertiginosi 2.31 metri di altezza coi quali s’era distinto come cestista più alto di sempre in NBA. Inoltre i due provengono dalla stessa tribù Dinka, il che fa sì che Manute prenda a cuore il piccolo Luol e gli faccia da mentore nella sua crescita cestistica e umana.

E nel 1993 arriva una splendida notizia. Papà Aldo non solo sta bene, ma è riuscito ad ottenere per lui e la sua famiglia asilo politico a Londra. E’ così che Luol si trasferisce ancora, stavolta col sorriso sulle labbra perché diretto in una delle città più cosmopolite del globo. Qui per lui non è facile l’adattamento, ma riesce ad integrarsi proprio grazie a quello sport che in Egitto lo aveva stregato. Inizia proprio a far sul serio col basket, inserendosi nei Brixton Topcats, dove non solo diventa presto la stella della squadra, ma riesce ad esprimere tutta la sua indole.

E anche in questo frangente la sorte gli è benevola. Perché durante una partita dei suoi Topcats viene individuato da uno scout americano, che resta impressionato dal suo potenziale al punto da offrirgli una borsa di studio alla Blair Academy, una High School del New Jersey. A 14 anni è di nuovo in viaggio, una nuova avventura lo aspetta.

 Anche in questo frangente l’adattamento non è semplice. Nuove amicizie, nuovo stile di vita, una famiglia distante migliaia di chilometri. E stavolta il basket non lo aiuta molto: se in Inghilterra era il più forte, la prima donna della squadra, ora si ritrova nello status di panchinaro, sempre un passo indietro ai suoi coetanei americani. Ma Deng non si demoralizza, non è venuto negli States per farsi sbattere le porte in faccia. Decide di alzarsi tutti i giorni alle 6 per allenarsi prima delle lezioni, va in palestra continuamente e tira per ore, finchè non riesce a colmare il gap tecnico con gli altri. Col vantaggio di avere un fisico e un’altezza fuori dal comune.

Da lì, la strada diventa tutta in discesa. Nel 2003, l’ultimo anno di High School, il suo strapotere è tale da renderlo il secondo prospetto più interessante del Paese. Chi sia il primo? Un certo Lebron James, uno qualsiasi. Durante l’estate Luol sceglie Duke a livello universitario, per poi dichiararsi eleggibile al Draft l’anno successivo e venir chiamato con la settima pick dai Suns, che lo girano a Chicago. E’ l’inizio di una carriera ricca tanto di soddisfazioni quanto di responsabilità. 10 anni in maglia Bulls, rappresentando una franchigia abituata a vincere dopo l’era Jordan. 10 anni di totale dedizione, garantendo sempre punti, costanza di rendimento e intensità difensiva alla squadra, per la quale diventerà uno dei giocatori simbolo.

Dopodiché il passaggio prima in maglia Cavs, poi Heat e poi ancora Lakers. Anche qui, l’abnegazione è massima. Ma è fuori dal campo che Luol dimostra un impegno ancor più lodevole: non solo ha fondato la Luol Deng Foundation, un’associazione no-profit che opera tra Regno Unito, Stati Uniti e Africa e si occupa di sponsorizzare il basket nel continente nero, ma nel 2015 è stato tra gli organizzatori della prima partita NBA in Africa, a Johannesburg, dove si sono affrontati l’Africa Team e il World Team.

In Sudan è un idolo. La nazione intera lo acclama, e lui ricambia visitando spesso la sua terra, dove sempre nel 2015 ha inaugurato un campo intitolato al suo vecchio mentore Manute Bol. Un gesto di grande umanità. Al di là dei milioni, dello sfarzo, della megalomania che animano il mondo NBA, Luol è riuscito a restare coi piedi per terra, non dimenticando mai le sue origini, ma rendendo omaggio alla terra che lo ha cresciuto.

Questo Calcio sembra il Basket: Serie A1…e A2. E il pareggio è una chimera

Questo Calcio sembra il Basket: Serie A1…e A2. E il pareggio è una chimera

L’altro ieri si è conclusa la decima giornata di Serie A che ha chiuso in eccesso il primo quarto di campionato. I primi verdetti sono alquanto grotteschi con squadre come il Benevento ancora a zero punti e le prime che vincono sempre e si tolgono solo punti a vicenda.

SERIE A1 e A2:

Campionato diviso perfettamente in due. Le prime dieci non hanno mai perso con le seconde dieci. Questo oltre a rendere evidente la spaccatura e la diversa qualità delle contendenti, ci fa mettere anche in discussione due capisaldi del campionato italiano: 1) IL CAMPIONATO SI VINCE CON LE PICCOLE. I fatti ed i numeri ci dicono che c’è una forte controtendenza e che, al momento, saranno gli scontri diretti ad incoronare la regina del campionato. 2) LA MIGLIOR DIFESA VINCE SEMPRE. Potrebbe essere così ma la sensazione è che a vincere non sarà necessariamente la miglior difesa generale ma probabilmente quella negli scontri diretti.

IL PROBLEMA DELLA SERIE B:

Definito il campionato degli italiani per la miriade di giovani che vengono mandati in prestito, la Serie B sta diventando di fatto un campionato Primavera 2.0 con l’aggiunta di un po’ di fisicità grazie alla presenza e l’esperienza di mestieranti per lo più sul viale del tramonto. Una volta riportati alla base questi giovani spesso non sono pronti e hanno bisogno di tanto tempo per adattarsi. A peggiorare la situazione il pompaggio mediatico attribuito ad ogni calciatore Under 21 azzurro che fa qualche prestazione positiva e viene spacciato subito per fenomeno. I nodi però prima o poi vengono al pettine ed il “Dream Team” azzurro Under 21 è uscito con le ossa rotte dall’ultimo Europeo di categoria. Altro problema, forse il più grande legato alla serie B, è quello che essendo un campionato, passateci il termine, abbastanza casuale, ha permesso negli ultimi cinque anni a tre squadre Benevento, Spal e Frosinone, di fare il doppio salto dalla Serie C alla Serie A. Queste squadre una volta giunte nella massima serie hanno dimostrando o stanno dimostrando la loro inadeguatezza.

C’ERA UNA VOLTA IL CATENACCIO: IL PROBLEMA PAREGGI

Andando ad analizzare la schedina della decima giornata di Serie A notiamo subito un qualcosa di insolito: dieci partite, zero pareggi. Sintomo ultimo di un problema ramificato indicatore di una deriva del calcio nostrano. In questa stagione al momento solo il 17% delle partite ha regalato un punto a testa alle due contendenti. Se andiamo ad analizzare le sette stagioni precedenti, notiamo percentuali superiori con picchi importanti come nella stagione 14/15 con il 32% e quella 11/12 con 29%. Il pareggio indica equilibrio, squadre che se la giocano, un campionato avvincente. Neanche a dirlo, allo stato attuale delle cose, il confronto con gli altri campionati è impietoso: le massime leghe delle nazioni più importanti hanno dal 5% all’ 8% in più di pareggi. Nessuno fa più il catenaccio, le squadre piccole non lottano, non si difendono, non perdono tempo e vengono travolte. Se putacaso passano in vantaggio non portano via il punto ma vengono puntualmente rimontate.

MONEY TALKS E LO STRAPOTERE DELLE TV: CHE FINE HA FATTO IL “LESS IS MORE” ?

“MONEY TALKS – I soldi parlano”. E se i soldi parlano gli unici ad avere voce in capitolo sono le TV. Ma avere un campionato con 380 partite, alcune di qualità infima, conviene davvero? Quanto share in più generano queste partite? Ma soprattutto che fine ha fatto l’ultimo dogma del marketing: “LESS IS MORE – Fare meno è di più” basato sul principio che meno eventi ma di qualità superiore offrono una spettacolo migliore e soprattutto generano nei tifosi e negli appassionati la febbre in attesa dell’evento?

 

Close