Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Signore e signori, da questo momento la Roma è in serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre“. Così un impietrito Renato Rascel, durante una rappresentazione al Teatro Sistina, annunciava la discesa dei giallorossi in cadetteria. Una frase che sarà destinata a passare alla storia, venendo impressa su sciarpe e bandiere e fungendo da vero e proprio motto anche in quei pochi momenti di giubilo vissuti dal tifo romanista. È l’anno 1951. L’annus horribilis per il club capitolino, quello della prima (e sinora unica) retrocessione. La Roma in Serie B è una storia che in pochi hanno raccontato, perché in pochi si sono chiesti cosa volesse dire, soprattutto all’epoca, scendere negli inferi di un campionato tosto, lungo e contraddistinto da vere e proprie battaglie su campi di provincia. Dove la Roma era attesa con il coltello tra i denti da tifosi e giocatori, vogliosi di scrivere un’impresa che sarebbe rimasta negli annali delle rispettive società.



Riavvolgiamo il nastro. La Roma è reduce da un gravoso fallimento, quello legato al progetto di Fulvio Bernardini della stagione precedente, conclusa al diciassettesimo posto con una salvezza ottenuta soltanto in extremis (nonostante clamorose vittorie con Juventus e Milan). Un mix tra poca lungimiranza e scarsa organizzazione, con il presidente Pier Carlo Restagno che non volle concedere al Professore il contratto triennale e lo stesso che trovò immensa difficoltà ad amalgamare una rosa giovane, passata quell’anno dal metodo al sistema. Sarà Luigi Brunella, dalla trentaseiesima giornata, a garantire la permanenza in A ai giallorossi. Da lì a pochi anni Bernardini dimostrerà a Firenze e Bologna tutta la bontà delle sue idee, mentre la Roma, affidata nel 1950/1951 inizialmente ad Adolfo Baloncieri, conoscerà l’onta della retrocessione. Non bastano le individualità di Mario Tontodonati e il carisma di capitan Tommaso Maestrelli, che l’anno dopo verranno ceduti con il secondo che un ventennio più tardi diverrà il profeta del primo scudetto laziale. Un declassamento che era nell’aria. Gli investimenti fatti nella stagione precedente erano irripetibili e nonostante fosse stata mantenuta l’intelaiatura ci furono grandi difficoltà, tra cui l’inserimento dei tre svedesi Knut Nordhal, Sune Andersson e Stig Sundqvist. In panchina dopo Baloncieri si avvicendarono il sergente di ferro Pietro Serantoni e Guido Masetti (portiere della Roma tricolore nove anni prima). A nulla servì neanche la vittoria all’ultima giornata, contro il Milan Campione d’Italia. La Roma era in B, gettando nello sconforto buona parte della città e l’annichilito pubblico dello Stadio Nazionale.

Dal fondo si può e si deve risalire. In società torna Renato Sacerdoti, già presidente tra il 1928 e il 1935 e figura chiave nel club. Al suo rientro organizza la stagione in maniera entusiasmante, basti pensare alla campagna abbonamenti di quell’annata (seconda soltanto all’Internazionale che vincerà lo scudetto) e ai giocatori che figurano in rosa. Arriva Carletto Galli, attaccante fortissimo nel gioco aereo e conteso da diverse squadre e viene confermato Arcadio Venturi, talentuoso mediano sinistro già nel giro della Nazionale e ingaggiato come tecnico Giuseppe Viani, l’inventore, assieme ad Antonio Valese ai tempi della Salernitana negli anni ’40, del Vianema una tattica che consisteva in un importante revisione del sistema e che, di fatto, introdusse per la prima volta la figura del libero in maniera assidua. Confermato anche il capitano Armando Tre Re, granitico difensore centrale.  La Roma è pronta ad affrontare uno dei campionati di Serie B più difficili di sempre, a causa dell’unica promozione diretta in palio (la seconda, in questo caso il Brescia, se la vedrà con la terz’ultima della Serie A, in questo caso la Triestina, nello spareggio di Valdagno vinto di misura dai giuliani) per la riforma del torneo volta all’abbassamento del numero di squadre partecipanti. Il pubblico romanista ha assorbito la botta ed è pronto a invadere stadi e campi di piccola capienza, non abituati alla foga giallorossa. A tal merito Sacerdoti, per evitare che tanti si mettano in viaggio senza biglietto fa organizzare dei veri e propri cinematografi dove vedere le partite. Esemplare l’appello alla tifoseria in occasione dell’ultima partita, quella disputata a Verona, che vale la promozione. A dire il vero furono in pochi ad ascoltarlo e se le cifre ufficiali parlano di 5.000 tifosi giunti nella città di Romeo e Giulietta non si fatica a pensare che il numero potesse essere ufficiosamente più alto.

Arcadio Venturi è sicuramente il giocatore più amato tra i tifosi. La sua classe e il suo modo serioso e professionale di porsi conquistano subito i supporter giallorossi. Lui, emiliano di Vignola, che ha esordito in maglia romanista proprio sul campo del Bologna, non ha dimenticato le nove stagioni all’ombra del Colosseo (18 gol in 288 presenze): “La città reagì molto male – ricorda -. Ci fu un vero e proprio scandalo, si diceva che alcuni giocatori non si impegnassero perché frequentavano ambienti poco consoni alla vita di uno sportivo. E la cosa non era poi così distante dalla realtà. Io sono sempre stato ligio alle regole, anche perché in quegli anni non si guadagnava moltissimo con il calcio e le società erano totalmente proprietarie del cartellino, disponendo della vita dei calciatori. Basti pensare che io sono andato ad abitare dove voleva il club. Eravamo da poco usciti dalla guerra, c’era la miseria e davvero poche pretese. Tuttavia avendo iniziato da poco fui quello che risentì meno della retrocessione – continua – se a livello societario la situazione era disastrosa, la stagione 1951/1952 per me fu una delle più importanti, dato che al termine del campionato potei disputare le Olimpiadi in Finlandia”Era un calcio sicuramente differente: “Vedere i campi in sintetico e tutti gli accorgimenti, a volte eccessivi, utilizzati oggi mi fa un po’ sorridere. Io ricordo che all’epoca per eludere i controlli dell’arbitro mettevamo i chiodi sotto agli scarpini, dato che eravamo costretti a giocare su pessimi terreni in ogni condizione climatica. Oggi vedo delle scarpette che a volte assomigliano più a pantofole. Sull’annata di B ho un flash: giocavamo a Messina, nel vecchio stadio Celeste, e ci venne assegnato un calcio di rigore effettivamente non nitidissimo. Io ero il rigorista e lo realizzai tra i fischi assordanti del pubblico. Valse la vittoria e per me era un orgoglio. Quando giocavo male con la Roma mi sentivo male, il giorno dopo ero costretto a rifugiarmi al bar con gli amici che mi giudicavano per ciò che ero e non per come giocavo. Ma i tifosi della Roma sono un qualcosa di unico, ti fanno diventare più grande di ciò che sei. Quell’anno, nonostante la Serie B, ci seguivano in massa ovunque e lo Stadio Nazionale era sempre pieno. In tanti venivano anche durane gli allenamenti. Quando qualcuno che conosco va a Roma gli dico sempre: “Scommetti che poco dopo esser arrivato sentirai parlare di calcio e della Roma?”. Questo non accade a Milano o Torino. È anche un’arma a doppio taglio, certo. Perché quando vincevamo il derby, ad esempio, potevamo campare di rendita e negli squadroni del Nord non te lo permettono. Io l’ho provato a Milano, con l’Inter. Devi rimanere sempre concentrato”.

Venturi è stato di recente inserito nella Hall of Fame dell’AS Roma: “È stata un’emozione unica entrare all’Olimpico dopo così tanti anni. Di solito vedo le partite in televisione, ma se si vuol vedere il calcio bisogna andare allo stadio. Nel 1953 – dice – inaugurai l’Olimpico (allora Stadio dei Centomila) ma ora è totalmente diverso. Mi sono seduto vicino a Losi, con cui ho giocato e abbiamo parlato dei vecchi tempi. Riso su tutte le differenze che ci sono. I ritmi sono cambiati radicalmente ma anche l’alimentazione. Ai nostri tempi ci era proibito bere e ci facevano mangiare solo proteine. Quello che mangiavo da professionista era totalmente sbagliato. Però credo anche che oggi gli allenatori siano troppo specializzati e allenare stia diventando una vera e propria scienza che non condivido. Idem per la stampa sportiva. Ai miei tempi in poche righe si riusciva a concentrare tutta la partita e il commento sportivo, oggi i giornalisti si perdono sempre in cose di poco conto”. Una lunga carriera con tante amicizie, soprattutto nella Capitale: “Sicuramente la persona con cui strinsi più rapporti fu Amos Cardarelli, anche perché successivamente andammo pure all’Internazionale insieme. Anche con Alcide Ghiggia ci fu molta amicizia, tanto che decise di dare a suo figlio il mio stesso nome. Devo dire che l’anno in cui retrocedemmo, che coincise con il mio arrivo alla Roma, ricordo molto bene la preparazione effettuata a Sora. Maestrelli e Tontodonati si aggregarono più tardi ed ebbi l’onore di conoscerli e apprendere tanto da loro. Gli allenatori non facevano i manager come ora e noi eravamo i giudici di noi stessi. Dovevamo imparare tutto e questo ci permetteva di conoscere meglio il calcio. Sapevamo come marcare i Riva o i Sivori di turno”.

In un campionato estenuante e ricco di ostacoli sono la Roma e il Brescia a contendersi la vetta. I capitolini avranno la meglio per un punto, nonostante il pareggio casalingo e la sconfitta con i lombardi rimediata in una contestatissima gara disputata al vecchio Stadium Porta Venezia, con il club giallorosso che presenterà ricorso nei confronti del direttore di gara per aver fatto continuare nonostante la fitta nebbia. Tra le partite passate agli annali in quella stagione di cadetteria c’è sicuramente la sconfitta di Piombino per 3-1, contro la sorprendente compagine locale che terminerà il campionato al sesto posto. Marcello Cardinali, che del Piombino è stato portiere negli anni settanta e al tempo della partita era bambino, ricorda: “È stato sicuramente l’evento più importante a livello sportivo per l’intera città. In quella partita il Magona (stadio di proprietà dell’omonima industria siderurgica n.d.r.) si riempì all’inverosimile. C’erano ufficialmente 12.000 spettatori, non so come fecero ad entrare. È strano pensarlo vedendo oggi in che condizioni è ridotto. Per noi resta una chiesa, anzi vorremmo che tornasse a essere il nostro Colosseo: vecchio ma ben tenuto. La maggior parte dei romanisti vennero in treno, arrivando in città sin dalle prime ore dell’alba. La stazione dista circa cento metri dallo stadio e da subito cominciarono i primi sfottò tra le tifoserie. Sicuramente erano più romani che piombinesi, nonostante a sostenere i nerazzurri fossero venuti in tanti anche dal circondario. Si dice – ricorda – che quel giorno i venditori ambulanti fecero affari d’oro. Con migliaia di panini venduti. Negli anni successivi la giornata non verrà dimenticata neanche a Roma, basti pensare alle dichiarazioni di Franco Evangelisti (braccio destro di Giulio Andreotti e nominato presidente del club nel 1965 n.d.r.) che in una trasmissione televisiva dichiarò di amare talmente tanto la Roma da averla seguita persino in Serie B, avendola vista perdere a Piombino”. In quegli anni controlli e scorte non funzionavano certo come ora e anche il circo mediatico era meno attento a quello che succedeva all’interno e all’esterno degli stadi: “Al termine del match – racconta Cardinali – ci furono i classici sfottò dei piombinesi nei confronti dei romanisti, giunti in città con la classica strafottenza di chi pensa a una passeggiata di salute contro una piccola squadra. Addirittura nella zona della Borgata Cotona, un luogo abitato principalmente da operai della Magona, alcuni romanisti giunti in pullman furono presi di mira da numerose sassaiole”.

E queste scene si ripetevano spesso nei piccoli stadi della categoria. Castellammare di Stabia, Salerno, Lucca, Valdagno. Campi stretti e tifoserie calde. Basta aprire qualsiasi giornale dell’epoca per scoprire il caos creato dall’arrivo dei tifosi giallorossi in moltissimi dei luoghi che vedevano protagonista la squadra di Viani. È anche per questo che all’indomani della promozione in A lo Sport Illustrato titolerà con un qualcosa di simile a Basta stazioni piccole e situazioni rabberciate”. Quella domenica del 22 giugno 1952 fu una vera e propria liberazione. Tra i più commossi c’erano sicuramente il direttore sportivo Vincenzo Biancone e il massaggiatore Angelino Ceretti, con il primo che imbarazzato disse di non sapere se la più grande gioia della sua carriera fosse stata lo scudetto del 1942 o la promozione in A. Al triplice fischio del Sig. Longagnani di Modena iniziò la festa al vecchio Bentegodi, con Sacerdoti che abbracciò talmente forte un giornalista da rompergli la macchinetta fotografica. Qualche giorno più tardi gliene regalò una nuova, con un biglietto di felicitazioni relativo a quella giornata.

 

“Semo giallorossi e lo sapranno, tutti l’avversari de strart’anno, finché Sacerdoti ce sta accanto, porteremo sempre er vanto, Roma nostra brillerà”. Canzone di Campo Testaccio.

Per le foto si ringraziano il sito www.asromaultras.org e Marcello Cardinali di Piombino

Tanti auguri “Fisico”, ultimo patriota della Formula 1

Tanti auguri “Fisico”, ultimo patriota della Formula 1

231 gran premi disputati in Formula 1, 19 podi, 4 pole position e 3 gare vinte; per un totale di 275 punti ottenuti nel maggiore campionato automobilistico. Tutti questi numeri riguardano Giancarlo Fisichella, ultimo pilota italiano a vestire in pista la tuta rosso Ferrari, che oggi compie 44 primavere. In tutta la sua vita, il Fisico ha sempre avuto un solo ed unico obiettivo: mettersi al volante di un qualsiasi veicolo a quattro ruote e correre, correre e ancora correre. Ad otto anni salì sul suo primo kart ed ora che quell’età si è divisa in due quattro lui continua a non mollare quel sogno, gareggiando nel Campionato GT proprio a bordo di una Ferrari.



Fisichella è stato l’ultimo pilota italiano a far saltare sulla sedia i tifosi connazionali, l’ultimo baluardo di una categoria che nel nostro paese non sforna più grandissimi talenti come un tempo, o che non li valorizza appieno, vedi Giovinazzi. Giancarlo si è fatto amare dagli appassionati di Formula 1 perché dentro di se ha sempre incarnato il carattere del vero italiano, quello che lotta con tutte le sue forze per uscire allo scoperto anche avendo contro ostacoli (in questo caso avversari) che sembrano insuperabili; a bordo della sua monoposto non c’era solamente il pilota, ma c’era l’Italia intera con i suoi pregi e i suoi difetti.

Tre GP vinti in carriera: il primo a San Paolo in Brasile, poi a Melbourne in Australia e l’ultimo in Malesia. Il primo trionfo arrivato con la Jordan, i restanti due con quella Renault che gli ha sempre ispirato un sentimento odi et amo ma che in fin dei conti è la vettura che porterà sempre nel cuore. Con la scuderia francese raggiunge nel 2006 il suo miglior risultato in carriera, un quarto posto in classifica generale merito di una stagione straordinaria, intensa e ornata da una serie di risultati incredibili. Questa soddisfazione arrivata proprio nell’anno in cui la Nazionale Italiana impegnata in Germania conquista il suo quarto titolo mondiale; proprio il calcio sì, la sua seconda passione coadiuvata al tifoso sfegatato per la sua Roma. Insieme alla tuta da corsa, infatti, Fisichella veste anche i panni del calciatore facendo parte della Nazionale Piloti con il quale, oltre che esprimere l’altro suo talento, riesce ad aiutare i meno fortunati tramite iniziative di beneficenza.

Non ci siamo però dimenticati del suo compleanno e delle sue candeline da spegnere e quindi… Tanti auguri Fisico!

Damiano Tommasi: il Calcio Italiano è pronto per un’Anima Candida?

Damiano Tommasi: il Calcio Italiano è pronto per un’Anima Candida?

Nel 1996 Damiano Tommasi era un ragazzetto di ventidue anni che lasciava le rive del suo fiume, l’Adige, per andare a stabilirsi su quelle più caotiche e dispersive del Tevere. I suoi primi due anni a Roma non furono semplici: dall’esperienza con l’incompreso Carlos Bianchi alla prima stagione con Zdenek Zeman, per lui inserirsi e farsi apprezzare non fu semplice. Partito come tornante di destra nel 4-4-2 poco elastico del tecnico argentino, l’anno successivo divenne titolare inamovibile dell’iper dinamico centrocampo a tre della prima Roma zemaniana. Fu soprattutto durante questa esperienza che Tommasi dovette tirare a lucido tutto il suo carattere. Non tanto per il sacrificio che il tecnico boemo chiedeva ai suoi giocatori in allenamento e durante la partita, quanto per la valanga di critiche che il pubblico dell’Olimpico in quell’anno gli riservava a causa degli errori di misura che spesso commetteva.



Difficile, ancora oggi, capire il perché di quella stagione contraddittoria, nella quale anche il presidente Franco Sensi, per tutelare quello che rimaneva un patrimonio della società, dichiarò alla stampa che il tecnico, di calciatori come Tommasi, ne avrebbe voluti a vagoni. Forse l’emozione di trovarsi a confronto con le aspettative del grande pubblico, probabilmente la mancanza di lucidità che comporta la grande spesa di energie nel gioco di centrocampo o più semplicemente un periodo di forma non ottimale. Fatto sta che nel 1997-98 Tommasi venne spesso fischiato al primo tocco di palla che faceva in partita. Al suo posto moltissimi altri ragazzi, soprattutto di quell’età, avrebbero ceduto allo sconforto, si sarebbero ribellati in maniera scomposta o si sarebbero accordati con la società per una cessione.

Non lui, che dall’anno successivo, a furia di corse e di silenzi, senza mai chinare la testa riuscì a conquistare il pubblico diventando quello che “gioca bene, gioca male, lo vogliamo in Nazionale”. Alla quale arrivò col suo soprannome di “anima candida” per il suo modo di giocare in campo e vivere la vita fuori. Intendiamoci: Tommasi non era un abatino. Quando le circostanze lo richiedevano, ricorreva senza mezzi termini al gioco duro. Non scorretto, però: mai un’entrata per fare male, mai un intervento sulla gamba. Del quale, anzi, fu vittima in un’amichevole estiva del 2004 per opera di tal Gerry Taggart, scomposto e avventato difensore nordirlandese, che fece a brandelli il ginocchio di Damiano. Da mani nei capelli la prognosi all’epoca stilata dai medici: rottura del crociato anteriore e posteriore, del collaterale mediale interno e esterno, di due menischi, infrazione dei condili, del piatto tibiale e distacco dei muscoli popliteo e flessori. Altra situazione che avrebbe portato chiunque, all’età di trent’anni e con una carriera professionale più che soddisfacente alle spalle, a dire basta, a non proseguire. Anche in quel frangente, Tommasi dimostrò di essere uomo dalla tempra diversa: armato di fede e degli insegnamenti che aveva tratto osservando l’Adige e il Tevere, era consapevole che tempo e pazienza possono sanare anche le ferite più profonde. Tornò a giocare dopo oltre un anno, vincendo una scommessa con se stesso e la società che gli costò il minimo sindacale dello stipendio.

Oggi, dopo quasi sette anni al comando dell’Associazione Italiana Calciatori, Damiano Tommasi si candida alla presidenza della FIGC. Cosa può dare al movimento calcistico italiano? Innanzitutto uno spessore umano che i suoi predecessori non hanno dimostrato di avere. Una credibilità comportamentale guadagnata durante un percorso professionale che lo ha visto prima calciatore e successivamente difensore dei loro diritti. Un uomo di campo, come da tempo auspicato da più parti, che conosce nel dettaglio le esigenze e le problematiche del calcio e di quello che gli ruota attorno, in grado di proporre soluzioni capaci di contemperare gli interessi dei diversi stakeholder coinvolti nelle decisioni che la FIGC dovrà adottare.
Un uomo giovane, con la possibilità, quindi, di rappresentare anche all’estero un’immagine del calcio italiano diversa rispetto a quella che abbiamo esportato fino alla mancata qualificazione della nostra nazionale ai prossimi mondiali di Russia. E, ultimo ma non meno importante, un approccio etico alle situazioni che possa garantire piani di sviluppo strutturati e sostenibili del nostro calcio che possano dare risultati positivi e tangibili nel medio-lungo periodo.
La candidatura di Tommasi non ha scaldato i cuori delle componenti elettive della Federazione. Ma ha almeno rotto gli indugi portando alla seconda candidatura ufficiale: quella di Gabriele Gravina, presidente della Lega Pro. Probabilissima anche l’imminente candidatura di Cosimo Sibilia, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, anch’egli molto freddo all’annuncio di Damiano. La campagna elettorale che porterà al prossimo 29 gennaio è ufficialmente aperta: Tommasi, con anima candida, è pronto a dire la sua.

Fulvio Bernardini: il maestro di sport troppo forte per tutti

Fulvio Bernardini: il maestro di sport troppo forte per tutti

Calciatore, allenatore di club, ct della Nazionale italiana, dirigente sportivo, Presidente della Assoallenatori e giornalista. Fulvio Bernardini ha vissuto il calcio a 360°, in tutte le sue sfaccettature, ne ha apprezzato le contraddizioni e ha contribuito ad elevarlo come opera d’arte.

Non posso convocarla, lei ha una concezione troppo superiore del calcio rispetto ai suoi compagni. Dovrei chiederle di giocare meno bene”, così il Ct della Nazionale italiana Vittorio Pozzo gli giustifica l’esclusione, al tempo clamorosa, dalla rosa dei convocati nel Mondiale del 1934. Un campione, un esteta del football che ha vestito senza imbarazzo le maglie di Lazio e Roma con la parentesi Inter e Mater. Inizia da portiere nella squadra biancoceleste, per poi trasformarsi in attaccante e consacrarsi, alla fine, come centromediano, una duttilità di gioco che non fa che confermare la sua totale simbiosi con il gioco e un’intelligenza calcistica che raramente ha conosciuto eguali. Dino Viola, presidente giallorosso, gli intitola il centro sportivo di Trigoria, sempre a Roma è protagonista di un sorpasso folle all’automobile di Benito Mussolini, bravata che gli costa la patente. Fuffo, così era soprannominato dai tifosi di Testaccio, fu quindi costretto a giocare una memorabile partita di tennis contro il Duce, vinse Mussolini ma le malelingue narrano che Bernardini lasciò vincere di proposito il suo avversario per poter tornare a guidare nuovamente.


Ma non solo talento calcistico e un pizzico di spregiudicatezza tipica del campione nel fior della giovinezza che non teme le conseguenze delle sue azioni. “Se vi mettete d’accordo, io non gioco”, questa la frase rivolta ai compagni di squadra della Roma dopo che un dirigente del Brescia aveva proposto di lasciar vincere la Roma in cambio di denaro. La Roma pareggiò quella partita e perse lo scudetto ma l’onestà viene prima di tutto. Fu il primo italiano ad intuire le potenzialità del ”Metodo inglese” o WM prima e della zona poi. Vince due scudetti alla guida di Bologna e Fiorentina. Dopo un 7-1 ai danni del Modena afferma: “Come gioca il mio Bologna, solo in Paradiso”, una frase che rimase il simbolo di quel tricolore.

Autentico inventore di stratagemmi come il walkie talkie in tribuna per dare le indicazioni al vice in caso di squalifica. Come ct della Nazionale decide di ristrutturare la Nazionale e si assume il coraggioso compito di mettere da parte Gianni Rivera, Roberto Boninsegna, Gigi Riva e Sandro Mazzola. Fa esordire in maglia azzurra Giancarlo Antognoni, Claudio Gentile, Roberto Bettega e Francesco Rocca. Ma l’esperienza dura poco e, bersagliato dalle critiche, lascia la panchina ad Enzo Bearzot suo vice e allievo. Da giornalista, esibisce un lessico elegante come il suo stile di gioco, sfrutta la sua laurea in scienze politiche che gli vale il soprannome di “Dottore del calcio” e conia espressioni come “centrocampista dai piedi buoni” ancora oggi in voga nella stampa nazionale. Fu innovatore in tutti i campi che ha percorso, campione con la palla tra i piedi e con la penna. Si spense nel 1984 a Roma quando la sclerosi laterale amiotrofica se lo portò via, fu uno dei primi ex calciatori a morire di SLA. Pioniere in vita, purtroppo anche in punto di morte.

Gli Effetti del Var sulla Serie A: oltre le polemiche, la via è quella giusta

Gli Effetti del Var sulla Serie A: oltre le polemiche, la via è quella giusta

Febbre alle stelle sull’utilizzo del VAR in serie A. Accese discussioni sono nate nuovamente all’Olimpico, questa volta con la Roma protagonista, mentre il turno precedente era stata Lazio-Torino a sollevare polemiche e discussioni. Un rigore assegnato ribalta la decisione dell’arbitro non solo di non concederlo ma, addirittura, di ammonire per simulazione l’attaccante caduto in piena area di rigore, mentre un braccio del marcatore che accompagna in gol il pallone non è ritenuto determinante per procedere ad annullarlo. Situazioni diverse che, in ogni caso, danno spunti per svolgere un primo bilancio sugli effetti del VAR sulle scelte arbitrali a quattro mesi dall’inizio della Serie A.

Partiamo dai dati. A fine ottobre, dopo due mesi pieni di campionato, le decisioni prese a seguito della consultazione del VAR risultavano esatte per circa il 90% dei casi. Qualcosa continua a sfuggire, o meglio, a non essere risolvibile con l’utilizzo della tecnologia. L’episodio del gol di Fazio lo certifica: qualità delle immagini, dinamica dell’azione e regolamento hanno fatto sì che la decisione dell’arbitro non cambiasse anche successivamente alla visione delle riprese rallentate. Ma è stato un caso limite, difficilissimo da valutare. Prova ne sono le diverse opinioni sostenute dagli addetti ai lavori che, avendo rivisto in televisione decine di volte l’azione, hanno sostenuto posizioni diverse. Nella gran maggioranza dei casi le scelte delle ex giacchette nere in merito, soprattutto, a espulsioni e valutazioni sul fuorigioco sono state correttamente sorrette dalle immagini consultabili a bordo campo.


E’ possibile sostenere che una percentuale così elevata di efficacia positiva sulle decisioni arbitrali non possa che portare giovamento allo sviluppo corretto del gioco nell’arco dell’intero campionato. A questo dato, in ogni caso, una buona parte dell’opinione pubblica è ancora impermeabile. Forse perché le aspettative sull’utilizzo del VAR erano troppo elevate (è impossibile pensare di poter ridurre a zero il margine di errori arbitrali) o semplicemente perché è difficile assorbire velocemente le novità in un mondo costituzionalmente conservatore come quello del calcio. A chi è ancora refrattario, gioverebbe ricordare il valore delle statistiche positive e il fatto che, nonostante taluni (calciatori e allenatori in primis: ricordate le dichiarazioni di Buffon a inizio campionato?) affermassero che fermare le partite per verificare le immagini snaturasse lo spirito del gioco, l’attesa della decisione definitiva crea una suspense in campo, sugli spalti e in televisione prima sconosciuta, che aumenta la spettacolarità delle partite.

Tra gli effetti positivi dell’utilizzo del VAR è da segnalare anche la riduzione delle proteste in campo: dopo la decisione presa a seguito del controllo delle immagini, i giocatori si sentono più garantiti in merito alla correttezza delle decisioni o, se colpevoli, impossibilitati a controbattere le scelte dell’arbitro con argomentazioni sostenibili. Atteggiamenti non in linea (come, riportando un esempio piuttosto recente, le proteste di De Rossi dopo l’espulsione in Genoa-Roma) rientrano nella casistica dell’eccezione.
Certo, tutto è migliorabile. Il 2017-18 era comunque previsto come un campionato pilota grazie al quale, sulla base delle esperienze accumulate, poter ottimizzare l’utilizzo del nuovo strumento. Qualche suggerimento? Lasciare ai capitani delle squadre in campo il potere di chiedere il ricorso al VAR per un numero limitato di interventi a partita. Garantirebbe agli arbitri di mantenere il controllo della gara senza dover sentire il peso psicologico dell’overrule  dei colleghi posizionati davanti al video che può minare la certezza delle loro decisioni. E, per evitare abusi, sarebbe anche importante l’introduzione del tempo effettivo affinché il ricorso al VAR non venga utilizzato per perdere tempo prezioso nei minuti finali di una partita. Ma qui si aprirebbe un nuovo capitolo che al momento non siamo ancora pronti a leggere.

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