FK Qarabağ: fuga da Ağdam, l’Hiroshima del Caucaso

FK Qarabağ: fuga da Ağdam, l’Hiroshima del Caucaso

Sfogliando la lista delle partecipanti alla Champions League ci si imbatte nel nome del FK Qarabağ nel Gruppo C con Chelsea, Roma e Atlético Madrid. Squadra semisconosciuta al grande calcio, nasconde una storia straordinaria, fatta di sofferenza e desiderio di riscatto.

Il Futbol Klubu Qarabağ Ağdam è, infatti, la società calcistica di Ağdam, città fantasma distrutta e depredata nel corso della guerra del Nagorno Karabakh. È il 1991, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, il 30 agosto l’Azerbaigian dichiara l’indipendenza. Il 2 settembre l’Oblast’ di Nagorno Karabakh, regione del Caucaso meridionale, in cui fin dal 1988 sono in corso violenze interetniche tra la maggioranza armena e la popolazione azera, vota per la costituzione di una nuova entità autonoma. Il 6 gennaio 1992 viene proclamata la Repubblica di Nagorno Karabakh e a fine mese cominciano le offensive azere nella regione per riaffermare il principio di integrità territoriale.

I conflitti e le brutalità perpetrate nel tempo sfociano in una guerra aperta che porta a più di 30mila vittime e a circa mezzo milione di sfollati. Durante il conflitto Ağdam, data la sua posizione nella pianura ai piedi delle montagne del Karabakh, assume una posizione strategica di fondamentale importanza. Da qui partono le offensive azere contro la capitale degli indipendentisti armeni, Step’anakert, a 26 km distanza, sui rilievi del Caucaso.

Per tutto il 1992 la città di Ağdam viene sottoposta a un massiccio bombardamento da parte delle forze armene. Molti dei giocatori del FK Qarabağ, alla prima stagione nel campionato dell’Azerbaigian indipendente, la Premyer Liqası, si ritirano per combattere. L’İmarət stadionu continua ad ospitare gli incontri in casa nonostante il fragore delle bombe a pochi chilometri di distanza. Una notte dello stesso anno, il centro di allenamento del club viene colpito. I giocatori ripuliscono il campo dai detriti ed effettuano la loro seduta giornaliera. La volontà di resistere ad ogni costo è forte e questo spirito si incarna nella figura dell’allenatore ed ex giocatore del Qarabağ, Allahverdi Bagirov, che si arruola nell’esercito azero, diventando comandante di battaglione. Muore nel giugno del 1992, quando il suo fuoristrada passa su una mina anticarro. Proclamato eroe nazionale dell’Azerbaigian, il suo ricordo riecheggia tuttora negli striscioni dei tifosi. Nel 1993 l’offensiva armena si fa incessante. La squadra continua a giocare ad Ağdam fino a due mesi prima della resa definitiva, che arriva il 23 luglio 1993, dopo una pioggia di fuoco durata per settimane. I soldati armeni entrano in una città deserta, già abbandonata dai circa 60mila abitanti. Distruggono e depredano tutto. Ağdam diventa l’Hiroshima del Caucaso, un cumulo di macerie presidiato dai cecchini. Nei bombardamenti viene distrutto anche l’İmarət stadionu, impianto storico e tempio del FK Qarabağ sin dal 1952. Dieci giorni dopo la caduta della città, la squadra si laurea campione d’Azerbaigian, battendo 1-0 il Xəzər Sumqayıt in finale. Nessun festeggiamento, i giocatori si recano subito a cercare amici, compagni e familiari tra le vittime e le migliaia di rifugiati. Inizia l’esilio del club.

La società, fondata nel 1951 come Qarabağ, esordisce tra i professionisti con un quarto posto nel 1966 sotto il nome di Mehsul. Dopo il 1968 si ritira per bancarotta fino alla rinascita del 1977 con la denominazione di Shafaq, dal 1982 unica squadra di Ağdam. Nel 1988 il Qarabağ, ripreso il nome attuale, vince il campionato della Repubblica Socialista Sovietica Azera. Il club è contraddistinto fin dalle origini da una fortissima identità regionale. Prima della guerra tessera solo giocatori locali, diventando simbolo di unità a livello comunitario. Con il crollo della città, il Qarabağ si trasferisce nella capitale azera di Baku. Per anni i profughi dei centri al confine con il Nagorno Karabakh partono sui bus per seguire quella squadra ormai lontana che ancora sentono propria. Nel 1996-1997 il Qarabağ fa il suo esordio nelle competizioni europee, eliminato nel turno preliminare di Coppa delle Coppe dalla formazione finlandese del MyPa. Nel 2001, il club viene acquistato dalla Azersun Holding dei fratelli Abdolbari e Hassan Gozal, con l’approvazione dall’ex presidente dell’Azerbaigian, Heydər Əliyev. Per un periodo gioca al Guzanli Olympic Complex Stadium, a sei chilometri da Ağdam. Edifici fatiscenti a poca distanza da distruzione e radici, ma che non sono più all’altezza delle nuove ambizioni di un club in costante crescita. Si sposta così allo stadio Tofiq Bahramov di Baku. Vince per quattro volte consecutive il titolo di Campione d’Azerbaigian dal 2013-2014 al 2016- 2017 e disputa i gironi di Europa League nel 2014-15, 2015-2016 e 2016-2017. Poi quest’anno arriva l’impresa. Battuti i georgiani del Samt’redia e i moldavi dello Sheriff Tiraspol, sconfigge agli spareggi di Champions League i danesi del Copenaghen.

L’andata a Baku è in un’atmosfera infuocata, vittoria per 1-0 tra il tripudio di 31.250 spettatori. Per le partite del girone, la squadra cambia sede ancora una volta. Gioca nel moderno impianto del Baku Olimpiya Stadionu, nel quale esordisce contro la Roma dinanzi a 67.200 spettatori il 27 settembre 2017. Il Qarabağ è molto più che una semplice società di calcio per le migliaia di sfollati da Ağdam e per tutto il popolo azero. È memoria e orgoglio di una terra perduta, tuttora militarizzata in una condizione di guerra perenne.

Il ruolo delle Banche nel calcio: da “Salvatori” a Top Player

Il ruolo delle Banche nel calcio: da “Salvatori” a Top Player

“Per stare nella serie A del capitalismo italiano bisogna giocare a tre punte: avere un giornale, una banca e una squadra di calcio”. Diceva proprio così un senatore mentre parlava con il commendator Rastelli, durante una scena del film “Il Gioiellino” di Andrea Molaioli. Giornale-banca-squadra di calcio. La ricetta giusta per diventare grandi. Sarà forse solo un caso allora che il celebre film fosse ispirato ad uno dei più grossi crack finanziari nella storia del capitalismo italiano. Il fallimento della Parmalat di Calisto Tanzi. Un’altra brutta storia di soldi e potere che ha finito per legarsi al mondo del calcio. Con l’allora squadra di Tanzi, il Parma, che anni più tardi farà la stessa fine del suo celebre sponsor. Così come la Lazio di Sergio Cragnotti, altro grande imprenditore-presidente passato dai fasti dello scudetto alle celle del carcere per il crack della Cirio. Con la sua Lazio ad un passo dal fallimento dopo essere stata per bocca di Sir Alex Fergusonla squadra più forte del mondo”. La Cirio e la Parmalat, Tanzi e Cragnotti, la Lazio e il Parma.

Storie di calcio e capitalismo finite male con al centro la banca di turno (Capitalia di Cesare Geronzi) a recitare un po’ il ruolo del difensore-creditore e un po’ quello del regista che detta i tempi nelle grandi operazioni di mercato oppure quando va male in quelle di salvataggio. Fino a trasformarsi in un vero e proprio centravanti di area di rigore quando c’è da trovare il miglior acquirente sul mercato che diventi anche il principale azionista. E’ così che negli anni si è trasformato il ruolo delle banche nel calcio italiano. Che da semplici finanziatori sono diventate dei veri e propri “player” nella vita delle società di calcio. Che diventano l’agnello da sacrificare nel caso delle grandi holding dove la società controllante non riesce a ripianare i propri debiti ed è costretta a vendersi le controllate migliori. Come nel caso del passaggio di proprietà dell’As Roma dalla famiglia Sensi alla cordata americana guidata prima da Thomas Di Benedetto e poi da James Pallotta. Sotto la regia della banca Unicredit (che nel 2007 si è fusa con Capitalia e attualmente uno dei main sponsor della Uefa Champions League), principale creditrice di Italpetroli la società della famiglia Sensi che all’epoca era anche la proprietaria delle quote di maggioranza della Roma.

Ma l’ingresso delle banche nel calcio va ben oltre i confini nazionali. E’ una storia che si ripete sempre più spesso; un potere che si ramifica ovunque, soprattutto tra le società di calcio europee. Dove alcuni rapporti tra società di calcio e gruppi bancari sono diventati anche terreno di polemica politica. Come il caso raccontato su queste colonne da Leonardo Ciccarelli riguardante la vicenda della banca spagnola Bankia accusata da alcuni europarlamentari di aver finanziato nell’estate del 2013 il maxiacquisto da parte del Real Madrid, del calciatore gallese Gareth Bale del Tottenham per 100 milioni di euro, con una parte dei soldi ricevuti dalla Banca Centrale Europea. Nell’ambito dell’operazione di salvataggio della banca stessa (che aveva dichiarato debiti per quasi 20 miliardi di euro) richiesta dal governo spagnolo. Ma come racconta il sito Sportpeople anche in Portogallo il salvataggio delle banche ha finito per condizionare le strategie delle società di calcio. Il caso più eclatante è quello del Benfica, costretto a cedere i suoi calciatori migliori dopo aver beneficiato per anni dei finanziamenti erogati dal Banco Espirito Santo, prima che la crisi economica causasse il dissesto dell’istituto.

Dalla banche salvate o quelle fallite si passa poi ai grandi gruppi bancari che negli anni sono arrivati ad essere i principali sponsor dei più importanti campionati europei oppure delle federazioni calcistiche. Se in Germania la Targobank (controllata della multinazionale Citigroup) è diventata partner ufficiale della DFB la federazione calcistica tedesca, in Inghilterra Barclays ha garantito come sponsor della Premier introiti fino a 150 milioni di euro. In Spagna, il main sponsor della Liga è stato per anni il gruppo BBVA, ora sostituito con il competitor Banco Santander. E per tornare all’Italia, molti istituti bancari hanno stretto negli anni partnership con le squadre di Serie A: dalla Deutsche Bank con l’Inter alla Banca Popolare di Milano con il Milan, da Intesa San Paolo con il Napoli a Veneto Banca con la Juventus. Fino ad arrivare a Compass (gruppo MedioBanca) con la nazionale di calcio. Inoltre, da qualche anno ormai si è fatta notare la presenza della Goldman Sachs come banca finanziatrice di grandi società della serie A come l’Inter o la Roma. Nel caso della società giallorossa in particolare, la banca d’affari statunitense ha finanziato con circa 30 milioni di euro, i costi preliminari del progetto relativo alla costruzione del nuovo impianto di proprietà. Come già raccontato ai lettori di Io Gioco Pulito, proprio la costruzione degli stadi di proprietà, potrebbe essere il nuovo importante business delle banche internazionali in Italia.

Roma – Napoli: una storia di calcio, cinema, musica e passione

Roma – Napoli: una storia di calcio, cinema, musica e passione

Roma e Napoli, così diverse, così simili. Il minimo comune denominatore di due città, e di due tifoserie, è la passione. Roma è bella che ammalia: ha la mano calda. Basta una carezza, ti possiede e ti fa suo. Napoli ha un fascino diverso. Ti avvolge struggente, crea un legame più profondo, viscerale. All’ombra del Colosseo, calore, cinismo, fede e un pizzico di disincanto. In riva al Golfo, creatività, scaltrezza, religiosità e superstizione. Due universi paralleli che spesso si sfiorano sul campo di calcio, del cinema, della musica.

IL CALCIO –  Napoli e Roma si legano a due numeri dieci. Oh, mica due qualsiasi. Totti e Maradona.  A Roma, se pronunci il nome di Francesco, si pensa prima a Totti e poi al papa. Già,  basta la parola, anzi due: “il capitano”. Simbolo di una città, profeta (scudettato e Campione del Mondo) in patria. Erede dell’impero, protagonista di una storia che seppur arrivata all’epilogo è ancora vivissima. A Napoli, Diego Armando Maradona è una pietra miliare. L’avamposto del trascendente. Il Semidivino: c’è una Napoli, e un Napoli, Avanti e dopo Diego Armando Maradona. L’argentino è il messia, il dio del calcio, il salvifico che ha schiuso le porte della gloria calcistica.

IL CINEMA – Roma e Napoli hanno prodotto due fuoriclasse anche nel cinema: Antonio De Curtis e Alberto Sordi. Architravi, esportatori della commedia all’italiana. Entrambi, protagonisti di film legati al mondo del calcio. Un Totò avanti negli anni, ma ancora eccezionale è protagonista de “Le Gambe d’oro” (1958). Interpreta il Barone Fontana, presidente-padrone di una squadra alle prese con mille problemi di spogliatoio, calciomercato e amori che condizionano il rendimento di calciatori e dirigenti. Beh, la figura del presidente-padrone non può che essere familiare…

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Alberto Sordi, invece, è il presidente della squadra del Borogorosso FC (1970). Non è un “ricco scemo”. Piuttosto è poco competente. Il calcio non è la sua passione. Non ne capisce molto e nonostante si dedichi alla squadra con impegno spesso si affida all’intuito e manca di programmazione. Ne conseguono campagne acquisti sbagliate, ingaggi di calciatori puntualmente deludenti, azzeramento dei vertici tecnici e un continuo ricominciare da zero…ricorda qualcuno?

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LA MUSICA – Roma, come Napoli, ha il cantante tifoso. Antonello Venditti scrive (1975), “Roma, Roma Roma”. Tre parole, una trasposizione di sentimenti. Cosa rappresenta la Roma? L’Unico Grande Amore di tanta e tanta gente. É bella, gialla come il sole, rossa come il cuore. Sintesi d’amore e senso di appartenenza. Il tifoso la sente sua. Il presidente Dino Viola, sebbene non amasse Venditti per questioni politiche, si arrende e la “sdogana” come inno ufficiale. Nel 1983, i giallorossi vincono lo scudetto e Antonello concede il bis. “Grazie Roma/che ci fai piangere e abbracciarci ancora” è la colonna sonora del tricolore. E, ancora oggi, accompagna il triplice fischio finale delle partite terminate con una vittoria.

A proposito di scudetti…

Nel 1987 tocca, finalmente, anche al Napoli. Gli azzurri di Diego Maradona si arrampicano lassù dove non erano mai arrivati. Campioni d’Italia. Mai successo prima. Nino D’Angelo fotografa quella stagione irripetibile in un film musicale. Il titolo è “Quel ragazzo della curva B”. L’inno, quel “Forza Napoli”, ripetuto quasi ossessivamente, echeggia per le vie della città e resta una pietra miliare del tifo. Il ragazzo che trova nello scudetto, nella vittoria, il riscatto morale e anche sociale, della “sua” Napoli. Una Napoli finalmente prima in qualcosa. E nella festa, gli occhi trovano nel calcio pulito un contenitore di sogni che gli permettono di sopportare e crescere con valori sani in un quartiere difficile. Può essere la storia di qualsiasi “scugnizzo”.

E poi, i cori divenuti tormentoni. Questa volta “scritti” dai tifosi. Dai ragazzi che hanno ancora forza e voglia di cantare e divertirsi allo stadio, a dispetto di multe, barriere e trasferte vietate. “Un giorno all’improvviso” sulle note di “l’estate sta finendo” è il tormentone delle curve A e B. 

Alla stregua di “voglia di stringersi un po’ ” coro creato nel 2010 dalla Curva Sud, ricavato da “Maledetta Primavera”.

Genialità, passione, amore. E si riparte da dove si era iniziato. Napoli e Roma, Roma e Napoli, cosi diverse, cosi simili.

I rivoluzionari dello Sport: Bill James, l’inventore dell’algoritmo vincente

I rivoluzionari dello Sport: Bill James, l’inventore dell’algoritmo vincente

Lo scorso anno, le dichiarazioni del dimissionario Walter Sabatini avevano attirato l’attenzione di molti. Nel corso della conferenza stampa d’addio, infatti, l’ex direttore sportivo della Roma aveva indicato come motivo principale della separazione un vero e proprio scontro di filosofie tra lui e il resto della dirigenza. Ecco le sue parole:

Il presidente e i suoi collaboratori, giustamente, puntano su altre prerogative, stanno cercando un algoritmo vincente, io vivo dentro il mio istinto, non vedo il pallone come un oggetto sferoidale, per me la palla è qualcosa, vivo il mio calcio, un calcio che non può essere freddamente riportato alla statistica che descrive un giocatore.”

Senza entrare nel merito delle frasi di Sabatini, concentriamoci sul concetto di ricerca di un algoritmo vincente. A noi del vecchio mondo, infatti, risulta ancora indigesto il tentativo di applicazione di una scienza esatta se riferita ad un contesto sportivo. Di conseguenza la differenza tra vittoria e sconfitta è sì frutto di un’attenta pianificazione, ma è anche e soprattutto il risultato del susseguirsi di tanti fattori non calcolabili, che sono comunemente definiti intangibles.

Dall’altra parte dell’oceano, invece, la mentalità a riguardo è leggermente diversa. Da anni ormai, è in corso una ricerca spasmodica di un metodo scientifico che aumenti le possibilità di una società sportiva di vincere. Penso sia giusto specificare che, proprio perché si parla di aumentare le possibilità e non di garantire un successo, anche gli Americani sono consapevoli di non poter eliminare (o calcolare) tutte le intangibles. Lo sport, in fondo, altro non è che un microcosmo dell’esistenza e in quanto tale è impossibile arrivarne al nucleo più profondo.

Billy Beane è il primo nome che ci viene in mente quando si parla di applicazione di metodi scientifici al mondo dello sport. Beane, infatti, è stato il primo Direttore Sportivo di una franchigia professionistica in MLB ad aver utilizzato la Sabermetrica (analisi empirica del Baseball) come unico criterio da tenere in considerazione nei processi di decision making. Visto l’enorme impatto che ha generato sullo sport americano e non solo, la storia di Beane è stata raccontata dal libro Moneyball, da cui è tratto il film L’arte di vincere.

Se considerassimo la Sabermetrica come una pistola, non sarebbe sbagliato affermare che Beane sia stato il primo a fare fuoco. Ma la domanda a cui vorrei rispondere è ancora più a monte: chi è l’inventore dell’arma?

Il colpevole nasce in Kansas nel 1949 e risponde al nome di Bill James.

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Bill si innamora presto del baseball e col passare degli anni partorisce un pensiero rivoluzionario: introdurre nel mondo del baseball un approccio scientifico.

La scienza è come una lavagna pulita ed è proprio questo a renderla efficace,” dichiarò James in un’intervista. “Tu puoi anche essere un laureando in fisica e pensare che Einstein abbia sbagliato, però se porti una tesi supportata da fatti concreti, la gente ti starà a sentire. Ed è esattamente quel che ho provato a fare io con il baseball: puoi essere un esperto quanto vuoi ma i fatti parlano chiaro.

Spesso e volentieri la normalità, prima di essere considerata tale, deve superare perplessità e pregiudizi. E per James non è stato diverso. Guardando una partita dei Dodgers ai tempi del liceo, Bill rimase confuso da un episodio: Wes Parker, prima base della squadra di Los Angeles, pur essendo un battitore con basse percentuali aveva salvato la partita grazie ad uno spettacolare salvataggio nel nono inning. Nonostante ciò, i Dodgers volevano a tutti i costi mettere Parker in panchina per far spazio ad un battitore migliore.

Perché la fase difensiva non dovrebbe essere considerata alla stregua di quella offensiva? Ecco la domanda che James non riusciva a togliersi dalla testa. Il testardo liceale allora scrisse una lettera di sette pagine a The Sporting News in cui spiegava animatamente il suo punto di vista. La lettera, naturalmente, non fu mai pubblicata.

Difatti, affinché i pensieri di James fossero finalmente ascoltati dovremo aspettare quattro anni passati all’University of Kansas, una breve parentesi nell’esercito e un posto di lavoro come guardiano notturno di un’azienda che produceva fagioli in scatola. Proprio durante quelle lunghe notti, James riordina i propri pensieri, cercando di rispondere ad alcune domande che nessun amante del baseball si era neanche mai posto.

Bill decide quindi di riprovarci, inviando nuovamente alcuni articoli a “The Sporting News”. Questa volta il giornale li accetta, innescando un effetto a cascata che in quel momento era totalmente imprevedibile. I pezzi vengono pubblicati poco dopo anche da Sports Illustrated e James scopre che molte più persone di quelle che pensava erano interessate alla sua filosofia.

Quando proponi una nuova idea è normale che tutti provino a cercare il perché non dovrebbe funzionare piuttosto che il contrario. La maggior parte delle persone vedono il mondo nel modo in cui è in quel dato momento. Se provi a suggerire un’alternativa ti diranno subito che non può funzionare. Ma io non mi sono curato di loro e mi sono continuato a chiedere: perché non dovrebbe esistere una scienza del baseball?

A dirla tutta il Baseball è sempre stato uno sport di numeri. A differenza del passato però, James e altri studiosi si sono chiesti quali fossero i numeri che importavano davvero. Del resto, nonostante il processo di quantificazione dello sport più popolare d’America sia continuato imperterrito, il fattore umano resta comunque imprescindibile. E, paradossalmente, proprio l’inventore della Sabermetrica accompagna la sua mentalità puramente analitica ad una consapevolezza di scuola socratica:

Non capirò mai il Baseball. Non arriverò mai a capire neanche l’1% di quello che vorrei. Quello che facciamo con il nostro lavoro è paragonabile ad attaccare una montagna di ignoranza (nel senso vero e proprio di ignorare, ndr) con uno spazzolino e un dentifricio usato. Le cose che non sappiamo sono infinite.

Pur non mettendo in dubbio la sincerità delle parole di Bill, non si può negare che grazie all’utilizzo delle statistiche analitiche adesso il nostro livello di comprensione del Baseball sia molto più accurato rispetto a prima. Di orizzonti da scoprire ce ne saranno sempre per carità, ma nel mondo dello sport la figura di James è paragonabile a quella di Cristoforo Colombo. L’impatto generato dal nativo del Kansas è stato tanto straordinario che una rivista autorevole come il Time nel 2006 lo ha inserito tra le cento persone più influenti al mondo.

Non accontentandosi di aver cambiato l’approccio verso il Baseball da outsider, James è riuscito a dare il suo contributo pure da insider. Nel 2003, infatti, il padre della sabermetrica è stato assunto niente meno che dai Boston Red Sox, per riportare in Massachusetts un titolo che mancava dal 1918. Risultato? Dal 2003 ad oggi i Red Sox hanno conquistato tre titoli, di cui il primo proprio nel 2004. Va bene credere alle coincidenze…ma così è troppo.

Ogni ambito della nostra società può contare su pionieri eccellenti, su persone che si sono spinte oltre i confini di ciò che sembrava logico in un preciso momento storico. E il mondo dello sport moderno non fa eccezione. A partire da Pierre de Coubertin, colui che ha riportato in auge in concetto di Olimpiade nel 1896, sono pochi i personaggi che hanno influito prepotentemente sul mondo dello sport come Bill James. Che vi piaccia o meno, infatti, lo sport è orientato sempre più verso l’oggettivizzazione, verso un approccio asetticamente scientifico a discapito del romanticismo. E gran parte dei meriti di questa evoluzione vanno attribuiti a Bill James, padre della sabermetrica.

Nils Liedholm: c’era una volta il “Barone”…

Nils Liedholm: c’era una volta il “Barone”…

Se ci fosse ancora, oggi spegnerebbe novantacinque candeline. Ma con sobrietà. Come nel suo stile. “Papà non amava molto festeggiare il suo compleanno, non gli dava un gran peso” dice Carlo Liedholm, figlio di Nils, monumento del calcio mondiale da giocatore e da allenatore, nato l’8 ottobre 1922 a Valdemarsvik, cittadina sul Baltico del sud di quella Svezia che, da leader del centrocampo, condusse all’oro olimpico di Londra (1948) e che lasciò l’anno dopo per il Milan. “Disse a mio nonno che sarebbe rimasto due anni e poi sarebbe ritornato. E invece…”.

E invece l’Italia lo stregò per tutta la vita. Trascorsa all’insegna del calcio. E di una squadra, in particolare: il Milan. Ne è sempre stato tifoso, anche quando allenava altri club, perché ci giocò tutta la carriera e ne fu capitano e bandiera. La prima della storia”. 359 partite, 81 gol, quattro scudetti, una Coppa Campioni lasciata al Grande Real, che lo aveva cercato però senza successo, ma soprattutto mai un’ammonizione. Non perché evitasse i contrasti, quanto perché era corretto. Come lo sarà in panchina. “Mai una polemica contro un arbitro, prese con filosofia anche ‘il gol di Turone’, sapeva che con la Juve potevano capitare certe cose” racconta il figlio, nato dal matrimonio tra Nils e una nobildonna piemontese, che ne favorì il soprannome di “Barone”.

Significava classe ed eleganza. In una parola, carisma. Quello che emanava la sua figura, quello che esercitava sui propri giocatori. “Non era un sergente di ferro, non è mai stato punitivo, parlava a bassa voce, ma sapeva farsi ascoltare ed ebbe un ottimo rapporto con tutti i suoi giocatori” ricorda ancora Carlo. Una mentalità forse rivoluzionaria per i tempi (anni Settanta e Ottanta) accompagnata da una visione del calcio altrettanto avanguardista. “Papà era uno svedese anomalo, metteva la tecnica davanti a tutto, stravedeva per i calciatori sudamericani e diceva che senza buoni calciatori un allenatore non va da nessuna parte. Anche la metodologia d’allenamento era all’insegna del progresso. “Il pallone non mancava mai, se un calciatore doveva migliorare, lui si fermava a fare ripetizioni tecniche a fine seduta. E a Roma le porte del Tre Fontane erano sempre aperte, nessun segreto da nascondere, c’erano solo 3-4000 tifosi da far felici.

Teorico del possesso palla – “Finché ce l’abbiamo noi, sono gli altri a doversi preoccupare” sarà una delle sue frasi celebri – Liedholm sviluppò la sua filosofia a Verona (dalla C alla A in due stagioni ’66-68), a Varese (’70, promozione in A), a Firenze (’71-‘73) e, soprattutto, al Milan e alla Roma. In rossonero realizzò il primo capolavoro con lo scudetto della Stella (1979). “Ottenne il massimo da un organico non da scudetto. Aveva una buona difesa – Albertosi, Maldera III, Collovati, Baresi, promosso titolare giovanissimo al posto di Turone che non la prese tanto bene ma che poi lo seguì subito a Roma – seppe tirar fuori il massimo da Buriani e De Vecchi, e s’inventò Bigon centravanti, forse il primo falso ‘nueve’ della storia del calcio.

Della sua trilogia in giallorosso, il secondo capitolo è il più esaltante. “Dopo lo scudetto Viola, col quale ebbe sempre uno straordinario rapporto perché erano simili come carattere (formali e rispettosi dei ruoli), gli disse che avrebbe comprato la Roma a condizione che ritornasse. Lui non se lo fece dire due volte. Roma gli era rimasta nel cuore, ne fu innamorato perso per tutta la vita e, anche se conduceva una vita riservata, amava vivere al centro”. Due coppe Italia (’80 e ’81) e un secondo posto prima della proclamazione a “Imperatore”. Genova, 8 maggio 1983. “Una squadra bellissima, rimasta nel cuore dei tifosi per i suoi giocatori fortissimi: Tancredi, Maldera III, Falcao, Bruno Conti, Di Bartolomei, Pruzzo. Lo scudetto fu un impatto emotivo straordinario, quello del ’42 non era mai stato troppo considerato dalla città, doveva venire, la squadra giocava troppo bene e l’entusiasmo era sempre più crescente. Le immagini di Genova sono indimenticabili, la gente ai bordi del campo, l’invasione alla fine, papà portato in trionfo dai tifosi, la festa a Roma…. L’anno dopo, in Coppa Campioni, solo il Liverpool impedì la divinizzazione del “Barone”. “Partita equilibrata, Liverpool più esperto, ma serata fatale: Pruzzo dovette uscire per un mal di stomaco, si fece male anche Cerezo, erano due rigoristi, Falcao invece non ne aveva praticamente mai battuto uno… “.

Vinse la terza coppa Italia (’84), suggerì Eriksson a Viola, poi ritornò al Milan. Per ragioni di cuore.  “Voleva essere più vicino al Piemonte, a casa”. Anni difficili. Il presidente Farina fuggì in Africa indebitato fino al collo, la società rischiava il fallimento, ma Liedholm si tolse comunque la soddisfazione di lanciare un’altra promessa: Paolo Maldini (16 anni).

Se i giovani erano un’altra sua passione – “Ogni anno ne aggregava almeno due-tre alla prima squadra” – la Juve fu l’avversario più sentito “Anche del derby, che considerava una partita da due punti” – mentre Berlusconi il presidente meno amato. “Soffriva il carisma e la competenza di mio padre, erano due personalità forti e il rapporto non fu il massimo”.

E allora fu ancora Roma. Terzo posto (’88) dietro il Milan di Sacchi e il Napoli di Maradona“Un gran risultato, buona squadra con Giannini, Voeller, Tancredi, Nela… – poi l’anno dopo pagò il malore di Manfredonia e le stravaganze di Renato: “Fortissimo, ma senza la testa per il calcio europeo”. Dopo la sconfitta nello spareggio Uefa contro la Fiorentina (1-0, gol di Pruzzo, ironia della sorte), il ritiro. “Decisione automatica, anche se poi tornò nel ’97 con Sella per salvare la Roma e ammirare un giovanissimo Totti. Dopodiché rientrò definitivamente nelle sue vigne del Monferrato – “Erano di mia mamma, a lui piacevano perché gli ricordavano la campagna di quando era ragazzo” – per godersi la terra e i nipoti fino alla fine del viaggio (5 novembre 2007).

Oggi quel suo calcio basato sul possesso palla è replicato dalle squadre di Guardiola, ma a velocità più elevata. “Sono cambiati i metodi di allenamento” sottolinea Carlo, che lo scorso anno, nella tenuta di famiglia, ha premiato Claudio Ranieri al termine della sesta edizione del “Premio Liedholm”, assegnato ogni anno a quei personaggi del mondo del calcio che si distinguono non solo per i successi, ma per la serietà, la correttezza, l’etica e l’affabilità. “Purtroppo è sempre più difficile trovare qualcuno che incarni questi valori”.

Se la Svezia, alla quale rimase sempre legato, gli ha dedicato un francobollo, un busto nel centro di Vladesmarvik e l’ha eletto miglior giocatore di sempre, in Italia e in Europa di Liedholm, e del suo modo di vedere il calcio, come dice il figlio, forse non c’è davvero quasi più traccia. Però c’è la sua storia. Da valorizzare e tramandare ai posteri. Perché la classe è un po’ come il pallone: meglio sempre averla con noi. Ovunque tu sia, tanti auguri Nils. Och tack för allt. (E grazie di tutto).

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