Il Pisa e la vittoria del Calcio “Tutto e Subito”

Il Pisa e la vittoria del Calcio “Tutto e Subito”

Una scelta incomprensibile. All’indomani dello 0-1 casalingo contro il Pontedera nel primo turno della Coppa Italia di Serie C, il Pisa ha esonerato l’allenatore Carmine Gautieri. Decisione nell’aria dopo il novantesimo, quando alla stampa il consigliere dell’area sportiva Giovanni Corrado, figlio del presidente Giuseppe, aveva detto: “Sull’allenatore valuteremo il da farsi”. Alla fine è stata decisa la sua sostituzione.

Un provvedimento nel diritto di una proprietà, che investe di tasca propria in una squadra di calcio, ma un provvedimento che chi scrive ha il diritto di criticare se non lo condivide. E se nota che è in controtendenza col principio, da sempre in voga nel mondo del calcio, che un allenatore vada giudicato per i risultati. Alla 9^ giornata, il Pisa, partito con ambizioni di promozione, è al 5. posto del girone A di Serie C, a cinque punti dal Siena capolista, grazie a 4 vittorie, altrettanti pareggi e 1 sola sconfitta (1^giornata, a mercato aperto e rosa da completare). Ma c’è di più. I nerazzurri sono tra i più imperforabili di tutta Italia con appena 3 gol al passivo. Per cui, se è vero anche il concetto che le squadre forti si costruiscono dalla difesa, anche questo dato non depone a favore del licenziamento del mister campano.

E allora: perché Gautieri? Il movente sembra individuabile in un’altra dichiarazione di Corrado: “Oggi è mancata la cattiveria così com’era mancata domenica”. Una critica, la latitanza di tempra caratteriale, sollevata anche da una parte di tifosi addirittura all’inizio della stagione, dopo la sconfitta di Olbia e il seguente 0-0 col Siena, a fronte anche della lucidità d’analisi dell’ex tornante di Bari e Roma, che non aveva drammatizzato quei risultati, derubricandoli a normali tappe di percorso nel processo di formazione e di crescita di un gruppo che vuol diventare una grande squadra. Razionalità, positività, low-profile. Tre qualità che però, senza volerlo, gli hanno giocato “contro” nei confronti di questa parte d’opinione pubblica, che ha sempre prediletto i vari “Masanielli” della panchina transitati in riva all’Arno nel passato. Istrionici accentratori d’attenzione che in campo traducevano i loro atteggiamenti in un calcio pane e agonismo lontano dalla visione di football corale e propositivo che l’ex tornante di Bari e Roma, promosso in Serie B col Lanciano nel 2012, aveva in mente di realizzare all’ombra della Torre.

Un’idea che non ha certo difettato in carattere. Altrimenti il Pisa, ricostruito da capo dopo la retrocessione e comunque incompleto in ruoli-chiave del 4-3-3 come i terzini (a destra, solo Birindelli jr.; a sinistra, oltre al diciottenne Favale, Filippini, arrivato però l’ultimo giorno di mercato come il centrocampista De Vitis), dopo 2 punti nelle prime 3 gare, non avrebbe infilato quattro vittorie consecutive (a Cuneo con l’uomo in meno per oltre un tempo) e non avrebbe rimontato il sempre bollente derby in casa della Lucchese, bensì si sarebbe sfarinato e ora annasperebbe nei bassifondi. È vero, finora ha segnato poco (7 gol). Ma ha creato fra le tre e le quattro occasioni da rete a partita, Gavorrano a parte, ed è normale che, dopo un mese e mezzo di campionato, mancassero fluidità e brillantezza di manovra, che sarebbero arrivate nelle prossime settimane. Perché il calcio è, soprattutto, una questione di tempo e pazienza.

Quella che servirebbe a Pisa. Perché la storia del calcio – che giova studiare o comunque ripassare – racconta che squadre epocali, il Milan di Sacchi (1-0 a Verona, 25 ottobre 1987), o autentiche avanguardie, Zemanlandia (Monza-Foggia 1-1, 30 dicembre 1989), non hanno germogliato ai primi venti d’autunno. E non c’è da stupirsi. Ogniqualvolta si sceglie la strada di un gioco costruttivo, i frutti vanno aspettati. Se invece si vuole immediatamente vincere e mal si tollerano i passi falsi, secondo la filosofia del “tutto e subito” di moda con varie sfumature in tutto lo Stivale pallonaro e ben espressa dal Palermo della gestione Zamparini (29 allenatori in 14 stagioni), allora normale esonerare Gautieri dopo uno 0-1 di Coppa Italia di Serie-C. Solo che perché in estate fu scelto con cura e dopo aver valutato più profili? Se la tempistica di fiducia era questa, non sarebbe stato meglio affidarsi al primo tribuno del contropiede?

Domenica il Pisa sarà ospite dell’Alessandria invischiato nelle retrovie. Dove il tecnico, Stellini, è ancora al suo posto. Dove un anno fa, alla fine del girone d’andata, avevano otto punti sulla seconda, la Cremonese. Che a maggio festeggiò la Serie-B. Tanto per confermare che i campionati non si conquistano al tempo delle castagne, ma nella stagione delle fragole. E che s’incominciano a vincere attraverso la gestione di momenti interlocutori, guardando sul medio-lungo periodo e non sul breve. Occorre essere strateghi, non tattici. Perché bastano dodici ore a sconfessare un’idea e riformularne un’altra. Ma a realizzarla, ne occorreranno molte di più. E non è detto che siano sufficienti.

 

L’Italia di Gianpiero: cosa dovrebbe fare Ventura per non trasformare un Mondiale in una sventura

L’Italia di Gianpiero: cosa dovrebbe fare Ventura per non trasformare un Mondiale in una sventura

Non siamo mai soddisfatti, ma per una volta abbiamo un buon motivo. Nonostante abbia centrato l’obiettivo minimo, ampiamente preventivabile prima dell’inizio del percorso verso Russia 2018 (accesso ai playoff da testa di serie), la derelitta Italia del calcio fa acqua da tutte le parti. Il gioco (in)espresso preoccupa, inquietano le prove negative offerte contro nazionali più che modeste o globalmente inferiori (vedasi le ultime tre partite contro Israele, Macedonia e Albania), le mazzate prese a settembre dalla Spagna ci fanno sentire piccoli ma, più di tutto, Ventura ha sempre l’espressione tipica di chi è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Ansiosa, nervosa, arrogante, irritata. Irritante, per chi lo osserva. E non tanto per le scelte nelle convocazioni (anche se qualcuno ha scambiato Jorginho per Pirlo) o nell’undici titolare, quanto per la sua tendenza a scaricare sugli altri le proprie responsabilità e portare in dote ad ogni sconfitta le giustificazioni più disparate (manca solo la pioggia di mazzarriana memoria).

Ventura, in questo, è un italiano vero e noi, da veri italiani, ci attacchiamo a tutto pur di sostituirci al commissario tecnico in carica. Ma per una volta (se non la prima, quasi) abbiamo ragione. E basterebbe poco per evitare di uscire dal Mondiale già a novembre (l’Irlanda del Nord, possibile avversaria degli azzurri nel playoff, rievoca i fantasmi del ’58) oppure, nella migliore delle ipotesi, far la figura dei fessi in Russia contro la Slovacchia o il Costa Rica di turno. Quando non funziona qualcosa, è indispensabile pensare al più presto ai rimedi possibili. Se si esclude a priori l’ipotesi di sostituire il tecnico (scelta che, allo stato attuale, rischierebbe di portare più problemi che benefici), non resta altro che valutare cosa potrebbe fare Ventura per sistemare le cose e giocarsi una carta mondiale, finita tra le mani di una generazione calcistica azzurra buona (soprattutto in prospettiva), seppur non eccelsa.

Il presupposto fondamentale è l’unità d’intenti. L’esultanza collettiva al gol di Candreva in Albania ha evidenziato le virtù di un gruppo solido nei momenti più difficili, ma ha anche sottolineato l’isolamento totale di quello che dovrebbe esserne il condottiero. Ventura, tenuto in disparte dagli azzurri, deve riconquistare la fiducia perduta nel più breve tempo possibile. L’avversario che ci attenderà a novembre, chiunque esso sia, non si potrà sconfiggere con il solo impegno (come successo con l’Albania), ma soprattutto con la forza della lucidità, un gioco preciso (possibilmente assimilabile in poco tempo) e un motivatore che sia realmente tale. Questa, d’altronde, non è la provincia bucolica tanto cara al nostro commissario tecnico e, in assenza di potenzialità da top manager, dovrà mettere da parte ogni tipo di protagonismo, tenendo in pugno allo stesso tempo il gruppo azzurro.

Semplice? Per niente, e lo è ancora meno dell’inserimento in campo di un terzo centrocampista. Questo si potrebbe fare con grande facilità, e sarebbe una mossa più lungimirante di quanto si possa pensare. È ormai evidente che la mediana a due, utilizzata da Ventura in moduli di diversa matrice (4-2-4, 4-4-2 e 3-4-3) non sia la soluzione ideale per dare equilibrio alla squadra, in difesa e in attacco. L’aggiunta di un centrocampista, dal canto suo, risolverebbe più di un problema. Si potrebbe fare in un 3-5-2: la vecchia BBC juventina (Bonucci-Barzagli-Chiellini) offrirebbe ampie garanzie, permettendo allo stesso tempo di esaltare le caratteristiche di terzini di spinta come Zappacosta e Spinazzola, dare maggior libertà all’estro di Verratti (slegato dagli oneri difensivi al quale è costretto dalla mediana a due) e accompagnare gli inserimenti offensivi delle punte con quelli di due mezzali che sappiano interpretare al meglio la doppia fase (la lista è variegata, seppur raramente soddisfacente).

Questo modulo, tuttavia, escluderebbe uno dei nostri elementi più talentuosi, Lorenzo Insigne. Immaginare un’Italia senza l’estro del nostro dieci è quasi impossibile, e anche in tal senso sarebbe utile l’inserimento di un terzo centrocampista. Il 4-3-3, utilizzato anche da Sarri nel suo Napoli, ne esalterebbe le caratteristiche senza chiedergli l’imponente sacrificio in ripiegamento necessario nel 4-2-4 e gli permetterebbe inoltre di assecondare al meglio uno tra Immobile e Belotti. Se a questo ci aggiunge il potenziale inserimento sull’altra fascia di un elemento chiave come Bernardeschi (senza dimenticare Chiesa, Verdi e la lunga serie di esterni offensivi a nostra disposizione), scegliere tra le sicurezze del 3-5-2 e la maggiore imprevedibilità del 4-3-3 diventa difficile, ma le due soluzioni potrebbero rispondere con la stessa efficacia a esigenze differenti a seconda dell’avversario e il momento del match. E a prescindere sarebbero assimilati più facilmente degli arzigogolati 4-2-4 e 3-4-3. Ventura saprà adattare le proprie idee alle caratteristiche della rosa? Oppure vincerà il suo integralismo e la forza fragile del suo carattere? Chi vivrà vedrà, tuttavia una cosa è certa: gli equilibri sono instabili, ma niente è perduto e la Russia non è poi così lontana. Questa avventura, sempre più in salita, non è ancora diventata una sventura. Crediamoci, italiani, finché possiamo. Con la speranza che l’Italia faccia altrettanto.

Nils Liedholm: c’era una volta il “Barone”…

Nils Liedholm: c’era una volta il “Barone”…

Se ci fosse ancora, oggi spegnerebbe novantacinque candeline. Ma con sobrietà. Come nel suo stile. “Papà non amava molto festeggiare il suo compleanno, non gli dava un gran peso” dice Carlo Liedholm, figlio di Nils, monumento del calcio mondiale da giocatore e da allenatore, nato l’8 ottobre 1922 a Valdemarsvik, cittadina sul Baltico del sud di quella Svezia che, da leader del centrocampo, condusse all’oro olimpico di Londra (1948) e che lasciò l’anno dopo per il Milan. “Disse a mio nonno che sarebbe rimasto due anni e poi sarebbe ritornato. E invece…”.

E invece l’Italia lo stregò per tutta la vita. Trascorsa all’insegna del calcio. E di una squadra, in particolare: il Milan. Ne è sempre stato tifoso, anche quando allenava altri club, perché ci giocò tutta la carriera e ne fu capitano e bandiera. La prima della storia”. 359 partite, 81 gol, quattro scudetti, una Coppa Campioni lasciata al Grande Real, che lo aveva cercato però senza successo, ma soprattutto mai un’ammonizione. Non perché evitasse i contrasti, quanto perché era corretto. Come lo sarà in panchina. “Mai una polemica contro un arbitro, prese con filosofia anche ‘il gol di Turone’, sapeva che con la Juve potevano capitare certe cose” racconta il figlio, nato dal matrimonio tra Nils e una nobildonna piemontese, che ne favorì il soprannome di “Barone”.

Significava classe ed eleganza. In una parola, carisma. Quello che emanava la sua figura, quello che esercitava sui propri giocatori. “Non era un sergente di ferro, non è mai stato punitivo, parlava a bassa voce, ma sapeva farsi ascoltare ed ebbe un ottimo rapporto con tutti i suoi giocatori” ricorda ancora Carlo. Una mentalità forse rivoluzionaria per i tempi (anni Settanta e Ottanta) accompagnata da una visione del calcio altrettanto avanguardista. “Papà era uno svedese anomalo, metteva la tecnica davanti a tutto, stravedeva per i calciatori sudamericani e diceva che senza buoni calciatori un allenatore non va da nessuna parte. Anche la metodologia d’allenamento era all’insegna del progresso. “Il pallone non mancava mai, se un calciatore doveva migliorare, lui si fermava a fare ripetizioni tecniche a fine seduta. E a Roma le porte del Tre Fontane erano sempre aperte, nessun segreto da nascondere, c’erano solo 3-4000 tifosi da far felici.

Teorico del possesso palla – “Finché ce l’abbiamo noi, sono gli altri a doversi preoccupare” sarà una delle sue frasi celebri – Liedholm sviluppò la sua filosofia a Verona (dalla C alla A in due stagioni ’66-68), a Varese (’70, promozione in A), a Firenze (’71-‘73) e, soprattutto, al Milan e alla Roma. In rossonero realizzò il primo capolavoro con lo scudetto della Stella (1979). “Ottenne il massimo da un organico non da scudetto. Aveva una buona difesa – Albertosi, Maldera III, Collovati, Baresi, promosso titolare giovanissimo al posto di Turone che non la prese tanto bene ma che poi lo seguì subito a Roma – seppe tirar fuori il massimo da Buriani e De Vecchi, e s’inventò Bigon centravanti, forse il primo falso ‘nueve’ della storia del calcio.

Della sua trilogia in giallorosso, il secondo capitolo è il più esaltante. “Dopo lo scudetto Viola, col quale ebbe sempre uno straordinario rapporto perché erano simili come carattere (formali e rispettosi dei ruoli), gli disse che avrebbe comprato la Roma a condizione che ritornasse. Lui non se lo fece dire due volte. Roma gli era rimasta nel cuore, ne fu innamorato perso per tutta la vita e, anche se conduceva una vita riservata, amava vivere al centro”. Due coppe Italia (’80 e ’81) e un secondo posto prima della proclamazione a “Imperatore”. Genova, 8 maggio 1983. “Una squadra bellissima, rimasta nel cuore dei tifosi per i suoi giocatori fortissimi: Tancredi, Maldera III, Falcao, Bruno Conti, Di Bartolomei, Pruzzo. Lo scudetto fu un impatto emotivo straordinario, quello del ’42 non era mai stato troppo considerato dalla città, doveva venire, la squadra giocava troppo bene e l’entusiasmo era sempre più crescente. Le immagini di Genova sono indimenticabili, la gente ai bordi del campo, l’invasione alla fine, papà portato in trionfo dai tifosi, la festa a Roma…. L’anno dopo, in Coppa Campioni, solo il Liverpool impedì la divinizzazione del “Barone”. “Partita equilibrata, Liverpool più esperto, ma serata fatale: Pruzzo dovette uscire per un mal di stomaco, si fece male anche Cerezo, erano due rigoristi, Falcao invece non ne aveva praticamente mai battuto uno… “.

Vinse la terza coppa Italia (’84), suggerì Eriksson a Viola, poi ritornò al Milan. Per ragioni di cuore.  “Voleva essere più vicino al Piemonte, a casa”. Anni difficili. Il presidente Farina fuggì in Africa indebitato fino al collo, la società rischiava il fallimento, ma Liedholm si tolse comunque la soddisfazione di lanciare un’altra promessa: Paolo Maldini (16 anni).

Se i giovani erano un’altra sua passione – “Ogni anno ne aggregava almeno due-tre alla prima squadra” – la Juve fu l’avversario più sentito “Anche del derby, che considerava una partita da due punti” – mentre Berlusconi il presidente meno amato. “Soffriva il carisma e la competenza di mio padre, erano due personalità forti e il rapporto non fu il massimo”.

E allora fu ancora Roma. Terzo posto (’88) dietro il Milan di Sacchi e il Napoli di Maradona“Un gran risultato, buona squadra con Giannini, Voeller, Tancredi, Nela… – poi l’anno dopo pagò il malore di Manfredonia e le stravaganze di Renato: “Fortissimo, ma senza la testa per il calcio europeo”. Dopo la sconfitta nello spareggio Uefa contro la Fiorentina (1-0, gol di Pruzzo, ironia della sorte), il ritiro. “Decisione automatica, anche se poi tornò nel ’97 con Sella per salvare la Roma e ammirare un giovanissimo Totti. Dopodiché rientrò definitivamente nelle sue vigne del Monferrato – “Erano di mia mamma, a lui piacevano perché gli ricordavano la campagna di quando era ragazzo” – per godersi la terra e i nipoti fino alla fine del viaggio (5 novembre 2007).

Oggi quel suo calcio basato sul possesso palla è replicato dalle squadre di Guardiola, ma a velocità più elevata. “Sono cambiati i metodi di allenamento” sottolinea Carlo, che lo scorso anno, nella tenuta di famiglia, ha premiato Claudio Ranieri al termine della sesta edizione del “Premio Liedholm”, assegnato ogni anno a quei personaggi del mondo del calcio che si distinguono non solo per i successi, ma per la serietà, la correttezza, l’etica e l’affabilità. “Purtroppo è sempre più difficile trovare qualcuno che incarni questi valori”.

Se la Svezia, alla quale rimase sempre legato, gli ha dedicato un francobollo, un busto nel centro di Vladesmarvik e l’ha eletto miglior giocatore di sempre, in Italia e in Europa di Liedholm, e del suo modo di vedere il calcio, come dice il figlio, forse non c’è davvero quasi più traccia. Però c’è la sua storia. Da valorizzare e tramandare ai posteri. Perché la classe è un po’ come il pallone: meglio sempre averla con noi. Ovunque tu sia, tanti auguri Nils. Och tack för allt. (E grazie di tutto).

Mi chiamo Pierfilippo Capello, amo il Calcio, alleno Manager

Mi chiamo Pierfilippo Capello, amo il Calcio, alleno Manager

Pierfilippo Capello , figlio del più famoso padre, ha fatto dello sport una ragione di vita. In questa intervista scopriremo in che modo.

Pierfilippo Capello , nato a Roma nel 1970, poche settimane prima che il più famoso padre Fabio passasse alla Juve; cresciuto a Milano è oggi un avvocato di successo.

Sposato, due figlie, si occupa dal 1999 di Diritto dello Sport materia che  insegna all’Università LIUC di Castellanza e di Pavia, tiene lezioni ai Master in Sport Law and management all’Università Statale di Milano, di Milano Bicocca, al Master SBS di Treviso e ai Master del Soe24Ore, oltre che all’I.E. di Madrid.

Di sé dice che: “a una certa età sono rimbecillito e ho cominciato a correre (pianissimo) delle maratone e a suonare (malissimo) la chitarra elettrica”.

Curiosità irrinunciabile è quella di sapere che sport pratica e, forse per non sfigurare di fronte al grande padre dice che ha praticato il calcio, il tennis, il golf, lo squash, il football americano, il pugilato, lo sci e lo sci di fondo, tutto insomma, ma, aggiunge, in modo mediocre!

Leggendo le interviste che hai rilasciato emerge il ritratto di un uomo semplice e dolce, mi sbaglio?

Non lo so, credo dipenda tutto da qual è l’angolo di riferimento: qualche mio collaboratore o controparte potrebbe non essere del tutto d’accordo sull’aggettivo “dolce”.

Le tue radici, la tua storia quanto contano per te?

Contano, certo, come per tutti; ma sono stato educato a pensare che il passato è passato e si deve solo lavorare e pensare al presente e al futuro.

So che tuo padre, quando ti vide giocare a calcio da piccolo, ti disse che non ci avresti mai mangiato con il calcio. Ci rimanesti male?

No, perché il calcio, e lo sport in generale, è democratico e sincero: chi pratica uno sport si rende perfettamente conto di quali siano i propri mezzi e i propri limiti: io ho capito subito che c’erano tanti altri giocatori molto più dotati di me, e che il mio talento era nettamente inferiore al loro. E questo vale per tutti, anche per chi gioca al calcetto il giovedì sera: chiunque entri in campo, sa perfettamente quali compagni e avversari sono più forti di lui, e quali meno; magari non lo ammetterà mai, ma dentro di se’ ne è perfettamente consapevole.

fabio capello padr die pierfilippo capello

Che ricordi hai di Fabio Capello padre e allenatore quando eri piccolo?

La grande forza di mio papà e di mia mamma è sempre stata la capacità di lasciare il lavoro di mio padre fuori dalla porta: in casa per anni non si è parlato di calcio, e anche quando eravamo ormai cresciuti io e mio fratello ci siamo trovati spesso a scoprire le ultime notizie sulla squadra allenata da Fabio Capello leggendo i giornali…

Parlaci della  tua nuova  avventura in Osborne Clarke, quale la mission della società e quale sarà il tuo ruolo?

C’è uno studio legale internazionale, noto per la sua apertura alle innovazioni, e proprio questa caratteristica si sposa perfettamente con l’industry dello sport che è evidentemente internazionale o, ancora meglio, sovranazionale, e sempre in evoluzione.

Hai affermato che lo sport può essere generatore di opportunità di lavoro, in che modo?

Lo sport è passione, ed è un modo per creare rapporti di fiducia con vecchi e nuovi clienti, che hanno interessi anche al di fuori dello sport business vero e proprio.

Hai parlato di uno sviluppo internazionale dello sport, ci spieghi?  

Prima di tutto chiariamo un punto: quando io parlo di sport, non parlo (solo) di calcio, ma di un fenomeno globale, che coinvolge allo stesso modo i professionisti milionari come l’appassionato che esce la domenica per la gara di corsa, sci, canoa o golf.

Oggi è sempre più chiaro che chi fa sport, o si occupa di sport, ha una visione del tutto internazionale: il calciatore, l’allenatore, il tennista o il giocatore di rugby sono perfettamente consapevoli che tra sei mesi potrebbero ricevere un’offerta dall’Inghilterra come dalla Cina, da Dubai o dal Sudamerica. E lo stesso approccio caratterizza anche gli sponsor, le agenzie, i consulenti…

Hai raccontato di quando sei andato in Senegal a portare un’incubatrice in un orfanotrofio, ci parli di questo aspetto della tua vita che mi piace molto.

Ho imparato in famiglia il valore della beneficenza, e che è una delle cose di cui non si parla: mi limito a dire che nel mio (molto) piccolo, mi piace pensare di aver fatto, e continuare a fare, qualcosa per gli altri.

Trovi i che i procuratori abbiano troppo potere?

Non parlerei di “potere”: la mia percezione è che, come conseguenza di una deregulation messa in atto dalla FIFA nel 2015, i procuratori si possano, oggi, muovere senza norme ben definite e senza un’autorità che sia in grado di regolare, verificare e eventualmente sanzionare i loro comportamenti. Mi spiego con un esempio, nemmeno troppo lontano da alcuni casi reali: se un agente di nazionalità inglese, utilizzando una società di diritto svizzero, realizza il trasferimento di un giocatore brasiliano da una squadra tedesca in prestito a un club di Dubai e poi in via definitiva a una squadra cinese, anche solo decidere sotto quale legislazione e giurisdizione ricada l’operato del procuratore è un rebus…

pierfilippo capello e mino raiola

Esistono delle clausole contrattuali per evitare che le società siano ostaggio dei giocatori o l’unica soluzione è metterli fuori rosa?

In Italia il professionismo sportivo è regolato dalla legge 91 del 1981, e i lavori che hanno portato alla legge risalgono alla fine degli anni ’70: con questo intendo dire che lo sport professionistico in Italia è regolato da norme scritte per un mondo completamente diverso da quello di oggi, e questo porta a evidenti problemi e anomalie.

Ogni volta che si verificano casi in cui deve intervenire la Giustizia Sportiva, dall’esterno si ha l’impressione che, anche a Sentenza arrivata, ci sia un alto grado di impunità. E’ vero? Come si spiega?

La prima spiegazione è che la giustizia sportiva ha un limitato potere inquirente e investigativo: le procure sportive (tanto quelle federali quanto quella antidoping del CONI) non possono disporre perquisizioni, né intercettare, e nemmeno imporre la consegna di documenti o altro materiale, ma si devono basare solo su ciò che ricevono, quando avviene,  dagli organi della giustizia ordinaria.

Inoltre, la giustizia sportiva non ha giurisdizione sui non tesserati: questo vuol dire che se un atleta ha commesso un illecito sportivo insieme ad altri e nessuno di questi è tesserato per una federazione, tutti costoro non possono essere oggetto di nessun procedimento sportivo, rendendo molto più complessa l’attività di chi deve garantire la giustizia all’interno delle corti sportive.

Inoltre, i codici di giustizia sportiva prevedono sanzioni che all’esterno, certo, possono apparire miti, ma il tutto deve essere parametrato al contesto nel quale le sanzioni sono comminate: per esempio anche un solo anno di squalifica, per un atleta, comporta spesso la perdita di due stagioni sportive e la necessità di trovare una fonte di reddito diversa da quella dello sport, cosa non banale per chi ha dedicato tutta la propria vita a specializzarsi in una disciplina agonistica.

Essere il figlio di un monumento come Fabio Capello come influisce sulla tua vita di tutti i giorni e come ha influito nella tua vita professionale?

Sarei ipocrita a non ammettere che essere il figlio di Fabio Capello (e di sua moglie) possa aver influito in tanti aspetti, piccoli e grandi della mia vita, personale e professionale: per questo, cerco di fare del mio meglio per non sprecare questa fortuna.

Hai appena letto L’intervista a Pierfilippo Capello

Da Predestinato a Grande Incompreso: tutti i Record di Frank

Da Predestinato a Grande Incompreso: tutti i Record di Frank

Settantasette giorni. Questo è quanto è durato Frank de Boer come manager del Crystal Palace. Un totale complessivo di sole 11 settimane, 4 partite di campionato e soli 360 minuti di calcio effettivo sulla panchina delle Eagles. Sconfitto per 1-0 sul campo della sorpresa Burnley, l’olandese è stato licenziato dopo che il suo Palace si è reso protagonista di un imbarazzante inizio di stagione, perdendo tutte e quattro le partite senza segnare neanche la misera di un gol. Una partenza tanto scadente di una squadra di Premier League non si registrava da ben 93 anni. Un esonero lampo secondo solo, nella carriera di De Boer, a quello della scorsa stagione all’Inter dopo appena 84 giorni.

Terzo Classificato – Nella storia della Premier è il terzo esonero più veloce. Prima di De Boer ci sono in questa poco edificante classifica, Renè Meulensteen tecnico del Fulham per 75 giorni e, in testa, Les Reed che durò appena 40 giorni alla guida del Charlton. Record non di certo invidiabili ma che raccontano di come la carriera di De Boer da allenatore predestinato stia diventando pian piano quella del grande incompreso lasciato ai margini del calcio che conta.

8 Maggio 2016 – Non è un data a caso. E’ la data in cui De Boer perse il titolo di Campione d’Olanda all’ultima giornata con l’Ajax pareggiando 1-1 contro il modesto De Graafschap e regalando così la vittoria finale al PSV. Prima di quel giorno De Boer aveva vinto 4 campionati consecutivi ed una Supercoppa. Una carriera totalmente in discesa e pronta ad entrare nel calcio di primissima fascia. Quell’8 Maggio, però, sembra essere stato lo spartiacque della sua giovane carriera da tecnico. Da quel giorno De Boer sembra aver perso certezze. Catapultato in un calcio isterico e in ambiente per nulla facile come quello di Milano sponda nerazzurra, l’ex allenatore dell’Ajax era totalmente un pesce fuor d’acqua. Nessuno a Milano ma anche al Crystal Palace, poteva avere la calma e la pazienza di saper aspettare i frutti del suo lavoro tattico e tecnico. De Boer è senza dubbio un allenatore che va lasciato lavorare e sbagliare, come è possibile fare all’Ajax in un calcio, come quello olandese, senza pressioni. Dopo questo fallimento la carriera di De Boer è ormai davanti ad un bivio: Cambiare, per potersi riproporre anche subito su un determinato tipo di mercato, oppure rimanere sé stesso e non tradire la sua idea di calcio aspettando la chiamata giusta, in una piazza che possa permettersi di aspettarlo e di vedere successivamente i frutti del suo lavoro? Ai posteri l’ardua sentenza.

Close