La rivoluzione di Juric: dove ha perso e cosa lascia

La rivoluzione di Juric: dove ha perso e cosa lascia

Qualche settimana fa la redazione di Io Gioco Pulito ha dato il benvenuto a Davide Ballardini sulla panchina del Genoa, prima che proprio il tecnico ravennate raccogliesse 4 punti nelle prime 2 gare in cui è stato chiamato in causa. Equilibrio, conoscenza e lettura delle partite hanno riportato buonumore e consapevolezza in un ambiente che ne aveva davvero bisogno. Senza voler fare analisi unilaterali, toccare argomenti che non si conoscono o, più semplicemente, scrivere tanto per scrivere, proviamo tuttavia a dare anche un valore ai primi mesi di campionato del Genoa sotto la gestione di Ivan Juric. Un calcio che parla un po’ inglese, come in “Vieni con Me” di Paolo Conte.

DOVE HA PERSO – Facciamo un passo indietro. Stagione 2016/17, il Genoa affronta in casa il Palermo con un’immensa opportunità  per lanciarsi a quota 26 punti, in piena zona Europa League. Al Ferraris erano cadute Milan e Juventus, nessuno aveva ancora vinto, ma la squadra rosanero ruppe un record negativo di 9 sconfitte consecutive proprio nella trasferta a Genova. Quella sconfitta, con espulsione di Perin, spense in un solo attimo speranze, ambizioni e voglia di combattere, complici l’infortunio di Miguel Veloso e i continui “mal di schiena” accusati da Rincòn che tolsero forza e certezze proprio nel reparto più importante per il sistema del Pirata, per quel che si è visto fino ad oggi. Questo tempo grigio, quasi come una pioggerellina fitta che si abbatte sui vetri, è rimasto fino al giorno dell’esonero, poi del richiamo e del definitivo addio di inizio mese.

COSA LASCIA – Una squadra in forma, reduce da allenamenti in cui si andava a mille, squadra dove la figura di Adel Taarabt spicca per prestanza: il marocchino ha perso tanti chili, rimettendosi in forma smagliante, per merito di chi non importa. Si lavora da squadra e, di conseguenza, si vince o si perde da squadra. Juric lascia in eredità un Miguel Veloso abile a stoppare le iniziative avversarie, non solo a fare da metronomo in mezzo al campo. In coppia con Andrea Bertolacci non è andata come tutti speravano, e va ricordato come sotto la gestione Gasperini il centrocampista poi ceduto al Milan – via Roma – avesse a fianco mediani del calibro di Kucka e Rincòn.

Dall’Avellino sono poi arrivati Biraschi ed Omeonga, quest’ultimo svelatosi al grande pubblico con prestazioni spettacolari e sopra le righe: nel calcio dei Kanté e dei Torreira, un tuttofare del centrocampo può valere una miniera d’oro.



DOVE HA SBAGLIATO – Non sta a noi dirlo, soprattutto in un mondo privo di certezze come quello del pallone. Anche se “il calcio non è una scienza esatta”, citando Massimiliano Allegri, le poche occasioni concesse ad alcune riserve possono non aver aiutato: Beghetto e Morosini sono stati rispediti in Serie B dopo soli 6 mesi a Genova, sostituiti da scommesse altrettanto grandi e non sempre altrettanto giovani. Dopo un mercato in solitaria, l’età media si è alzata, ma con lei il Grifone non sembra avere acquisito maggiore esperienza. Tante sconfitte pur facendo la partita, troppi errori individuali, letture della partita non sempre fortunate ed anche un calendario quasi proibitivo: provare a far punti contro Lazio, Juventus, Milan ed Inter per poi perdere in casa dal Bologna o a Ferrara, non ha portato sorrisi né tanti punti.

ANCHE IL LOCO – Non è decisamente la stagione del calcio metal, ne sa qualcosa Marcelo Bielsa. Il tecnico al quale proprio Juric ha ribadito più volte di ispirarsi, è stato allontanato dal Lille pochi giorni fa, a 5 mesi dall’inizio del lavoro in Francia. Segno di un calcio che sta cambiando o che si sta appiattendo sui semplici risultati finali?

In Germania Peter Stoger è ancora in sella con 2 punti in classifica, ma del resto si tratta di scelte. Anche Zdenek Zeman, in maniera forse differente, sta faticando ad imporre il proprio credo a tutta la rosa del Pescara.

Forse è stato giusto, per molti senza ombra di dubbio, per altri non senza delusione, vedi Gianluca Lapadula che ha dedicato la prima rete con la maglia del Genoa proprio ad Ivan Juric e al suo staff. Difficile prevedere quale piega prenderà la carriera di una persona che ha ampiamente dimostrato, per chi ha potuto seguirla dal vivo, di essere un allenatore determinato e con voglia di farsi. Forse è arrivato così in alto troppo presto, ma nell’epoca dei Nagelsmann e dei Tedesco forse valeva la pena rischiare. Rischiare ed aspettare, cosa che il Genoa di Juric non ha saputo fare per troppa voglia di dimostrare. In eredità a Ballardini il Pirata lascia una squadra che ha voglia di fare, da responsabilizzare e salvare. “E al dio degli inglesi, non credere mai”.

 

 

 

 

I fantasmi di Gary e Robert

I fantasmi di Gary e Robert

Guardate quella palla che rotola e strega le masse. E rivolgete un pensiero anche a loro. Se avessero colto quanto la vita può essere bella, durante una partita, avreste incontrato sicuramente questi due. Gary e Robert.

Gary Speed. Un calciatore serio ed impegnato sul campo, tanto da essere uno dei più presenti tra i gallesi nel campionato inglese. Finita la carriera di calciatore, Gary inizia quella di allenatore. Gli basta poco per arrivare alla nazionale del suo paese. Il Galles con lui progredisce nettamente e promette bene, tanto che si pensa a scenari finalmente migliori. Il problema è che in una anonima domenica di novembre del 2011, Gary decide che la sua vita vale meno di una partita persa. E si impicca nel garage di casa. Lasciando moglie e due figli. Nessuno capisce e si spiega. Il suo migliore amico, il calciatore Alan Shearer, ha ripercorso per anni il loro ultimo momento insieme, la partita vista, le vacanze programmate, ma più di tutto lo ha ferito una cosa. “Se Gary aveva un problema, perchè non me ne ha parlato? Se non a me, di chiunque si fidasse?”. La sua domanda rimarrà nel nulla. Si dice avesse litigato con la moglie, il coroner ci metterà un po’ prima di convincersi a scrivere sul referto la parola “suicidio”. Riteneva davvero irrilevanti e assurde le motivazioni del gesto. Forse avrebbe dovuto ascoltare la madre del giocatore, che lo definiva “uno che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto”.


Ultimamente però, quel bicchiere sembrava riempito di una triste ipotesi che si spera infondata. Infatti Gary, da ragazzo era uno tra i preferiti di Barry Bennell, un allenatore di calcio giovanile che lo allenava. Bennell è in carcere dopo aver confessato numerosi abusi sessuali. Tuttavia il padre di Speed ha minimizzato l’ipotesi, giudicando il figlio troppo intelligente per essere caduto nelle sue grinfie. Tuttavia Speed aveva per Bennell ammirazione e dedizione, per cui potrebbe essere questo il fantasma che ha perseguitato Speed fino a non farlo sentire amato. E tranquillo.

Robert Enke. Un uomo fragile. Che sceglie il ruolo tanto caro a Camus, il portiere. Robert è anche bravo, ma a volte la pressione lo divora. La sua carriera lo porterà ad essere acquistato dal Barcellona, ma lì inizierà una lenta depressione. Dopo una partita sbagliata tra i pali dei catalani viene letteralmente massacrato. Di lui Victor Valdes, suo collega, dirà: “lo hanno lasciato solo in mezzo ai leoni”. Robert ha un tarlo che non riesce a vincere e la vita non lo aiuta. Nel 2006 gli muore la figlia di due anni per uno raro scompenso cardiaco, lui e la moglie adotteranno un’altra bimba di lì a poco. Ma nulla, il sorriso del portiere è sempre meno in su. Eppure quando decide, è titolare della nazionale tedesca. Ha giocato bene, e ha dato garanzie. Insomma i prossimi mondiali del 2010, salvo imprevisti, sono suoi. Già. Salvo imprevisti. Anche lui una anonima giornata di novembre del 2009, anche lui sparendo dai radar. Dice alla moglie che va ad allenarsi, gira per otto ore, poi la fa finita buttandosi sotto un treno. Stava scrivendo un libro insieme ad un suo amico giornalista, avrebbe confessato la sua malattia. Ma lei è voluta venire allo scoperto così, come una star. Come un portiere pazzo ed esibizionista che si tuffa. Come Robert non era mai stato. Al suo posto in porta andrà un giovane. Si chiama Manuel Neuer. Sarà il prototipo del portiere moderno, senso della posizione, bravo coi piedi. E sicuro, maledettamente sicuro, come Robert non è stato mai. Chissà se Manuel ogni tanto rivolge uno sguardo alla panchina e vedendo un posto vuoto ripensa che lui è lì, per un atroce scherzo del destino, ma che poi si è guadagnato tutto.

Robert e Gary, forse sono anche loro che ogni tanto aiutano le loro squadre a vincere. Ma non ditelo a nessuno.

 

Caro Balla, dietro gli occhiali c’è di più…

Caro Balla, dietro gli occhiali c’è di più…

Praticità, esperienza ed eleganza. Tre parole per descrivere Davide Ballardini, un signore del calcio prima ancora che allenatore. Sì, perchè Davide è un allenatore con la A maiuscola.

Troppo spesso sottovalutato dai nostri presidenti, forse per la sua semplicità, per la sua normalità. I suoi punti di forza sono anche i suoi punti deboli. Ballardini è un lavoratore, un uomo di campo.

Non parlategli di personal branding e comunicazione: a lui non interessa, al mister piace immergersi nel rettangolo verde e darsi da fare.

Per questo, e non solo, è rimasto nei cuori dei tifosi del Genoa e del Cagliari.

Quando Ballardini vede rossoblu compie autentici miracoli. Con i sardi ha fatto qualcosa al limite del’inversosimile, con il grifone ha piazzato una salvezza in carrozza ed una all’ultimo respiro, quando ha prelevato una squadra allo sbando e con estrema nonchalance l’ha condotta verso la permanenza in Serie A.

Chiamiamolo effetto Ballardini, il re dei miracoli.

Ok, non sempre il mister ha raggiunto i suoi obiettivi, forse per quella dannata voglia di calcio. Per la passione, per l’amore del pallone. Per l’incapacità di dire no, perchè in fin dei conti lontano dal campo il mister non sa stare.

Balla meriterebbe una chance seria da inizio stagione, giusto per saziare la curiosità di vederlo all’opera in condizioni normali.

Anche perchè il mister non è solo difesa blindata, concentrazione e contropiede. Ha una sua idea di calcio, che viaggia in direzione opposta.


Davide è un tecnico serio, capace di dare equilibrio e serenità in uno spogliatoio.

E’ un uomo apparentemente imperturbabile, grintoso come il Sergente Hartman di Full Metal Jacket. Anche se questo lato non emerge, perchè a lui non importa.

Chi ha avuto l’onore di conoscerlo sa bene che dietro quegli occhiali scuri c’è molto di più. C’è preparazione, c’è emozione.

La stessa che qui a Genova non ha nascosto quando ha guardato la gradinata Nord e si è commosso. E ora potrà ricominciare a farlo.

Ciao Balla, in bocca al lupo per tutto.

 

Il Pisa e la vittoria del Calcio “Tutto e Subito”

Il Pisa e la vittoria del Calcio “Tutto e Subito”

Una scelta incomprensibile. All’indomani dello 0-1 casalingo contro il Pontedera nel primo turno della Coppa Italia di Serie C, il Pisa ha esonerato l’allenatore Carmine Gautieri. Decisione nell’aria dopo il novantesimo, quando alla stampa il consigliere dell’area sportiva Giovanni Corrado, figlio del presidente Giuseppe, aveva detto: “Sull’allenatore valuteremo il da farsi”. Alla fine è stata decisa la sua sostituzione.

Un provvedimento nel diritto di una proprietà, che investe di tasca propria in una squadra di calcio, ma un provvedimento che chi scrive ha il diritto di criticare se non lo condivide. E se nota che è in controtendenza col principio, da sempre in voga nel mondo del calcio, che un allenatore vada giudicato per i risultati. Alla 9^ giornata, il Pisa, partito con ambizioni di promozione, è al 5. posto del girone A di Serie C, a cinque punti dal Siena capolista, grazie a 4 vittorie, altrettanti pareggi e 1 sola sconfitta (1^giornata, a mercato aperto e rosa da completare). Ma c’è di più. I nerazzurri sono tra i più imperforabili di tutta Italia con appena 3 gol al passivo. Per cui, se è vero anche il concetto che le squadre forti si costruiscono dalla difesa, anche questo dato non depone a favore del licenziamento del mister campano.

E allora: perché Gautieri? Il movente sembra individuabile in un’altra dichiarazione di Corrado: “Oggi è mancata la cattiveria così com’era mancata domenica”. Una critica, la latitanza di tempra caratteriale, sollevata anche da una parte di tifosi addirittura all’inizio della stagione, dopo la sconfitta di Olbia e il seguente 0-0 col Siena, a fronte anche della lucidità d’analisi dell’ex tornante di Bari e Roma, che non aveva drammatizzato quei risultati, derubricandoli a normali tappe di percorso nel processo di formazione e di crescita di un gruppo che vuol diventare una grande squadra. Razionalità, positività, low-profile. Tre qualità che però, senza volerlo, gli hanno giocato “contro” nei confronti di questa parte d’opinione pubblica, che ha sempre prediletto i vari “Masanielli” della panchina transitati in riva all’Arno nel passato. Istrionici accentratori d’attenzione che in campo traducevano i loro atteggiamenti in un calcio pane e agonismo lontano dalla visione di football corale e propositivo che l’ex tornante di Bari e Roma, promosso in Serie B col Lanciano nel 2012, aveva in mente di realizzare all’ombra della Torre.

Un’idea che non ha certo difettato in carattere. Altrimenti il Pisa, ricostruito da capo dopo la retrocessione e comunque incompleto in ruoli-chiave del 4-3-3 come i terzini (a destra, solo Birindelli jr.; a sinistra, oltre al diciottenne Favale, Filippini, arrivato però l’ultimo giorno di mercato come il centrocampista De Vitis), dopo 2 punti nelle prime 3 gare, non avrebbe infilato quattro vittorie consecutive (a Cuneo con l’uomo in meno per oltre un tempo) e non avrebbe rimontato il sempre bollente derby in casa della Lucchese, bensì si sarebbe sfarinato e ora annasperebbe nei bassifondi. È vero, finora ha segnato poco (7 gol). Ma ha creato fra le tre e le quattro occasioni da rete a partita, Gavorrano a parte, ed è normale che, dopo un mese e mezzo di campionato, mancassero fluidità e brillantezza di manovra, che sarebbero arrivate nelle prossime settimane. Perché il calcio è, soprattutto, una questione di tempo e pazienza.

Quella che servirebbe a Pisa. Perché la storia del calcio – che giova studiare o comunque ripassare – racconta che squadre epocali, il Milan di Sacchi (1-0 a Verona, 25 ottobre 1987), o autentiche avanguardie, Zemanlandia (Monza-Foggia 1-1, 30 dicembre 1989), non hanno germogliato ai primi venti d’autunno. E non c’è da stupirsi. Ogniqualvolta si sceglie la strada di un gioco costruttivo, i frutti vanno aspettati. Se invece si vuole immediatamente vincere e mal si tollerano i passi falsi, secondo la filosofia del “tutto e subito” di moda con varie sfumature in tutto lo Stivale pallonaro e ben espressa dal Palermo della gestione Zamparini (29 allenatori in 14 stagioni), allora normale esonerare Gautieri dopo uno 0-1 di Coppa Italia di Serie-C. Solo che perché in estate fu scelto con cura e dopo aver valutato più profili? Se la tempistica di fiducia era questa, non sarebbe stato meglio affidarsi al primo tribuno del contropiede?

Domenica il Pisa sarà ospite dell’Alessandria invischiato nelle retrovie. Dove il tecnico, Stellini, è ancora al suo posto. Dove un anno fa, alla fine del girone d’andata, avevano otto punti sulla seconda, la Cremonese. Che a maggio festeggiò la Serie-B. Tanto per confermare che i campionati non si conquistano al tempo delle castagne, ma nella stagione delle fragole. E che s’incominciano a vincere attraverso la gestione di momenti interlocutori, guardando sul medio-lungo periodo e non sul breve. Occorre essere strateghi, non tattici. Perché bastano dodici ore a sconfessare un’idea e riformularne un’altra. Ma a realizzarla, ne occorreranno molte di più. E non è detto che siano sufficienti.

 

L’Italia di Gianpiero: cosa dovrebbe fare Ventura per non trasformare un Mondiale in una sventura

L’Italia di Gianpiero: cosa dovrebbe fare Ventura per non trasformare un Mondiale in una sventura

Non siamo mai soddisfatti, ma per una volta abbiamo un buon motivo. Nonostante abbia centrato l’obiettivo minimo, ampiamente preventivabile prima dell’inizio del percorso verso Russia 2018 (accesso ai playoff da testa di serie), la derelitta Italia del calcio fa acqua da tutte le parti. Il gioco (in)espresso preoccupa, inquietano le prove negative offerte contro nazionali più che modeste o globalmente inferiori (vedasi le ultime tre partite contro Israele, Macedonia e Albania), le mazzate prese a settembre dalla Spagna ci fanno sentire piccoli ma, più di tutto, Ventura ha sempre l’espressione tipica di chi è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Ansiosa, nervosa, arrogante, irritata. Irritante, per chi lo osserva. E non tanto per le scelte nelle convocazioni (anche se qualcuno ha scambiato Jorginho per Pirlo) o nell’undici titolare, quanto per la sua tendenza a scaricare sugli altri le proprie responsabilità e portare in dote ad ogni sconfitta le giustificazioni più disparate (manca solo la pioggia di mazzarriana memoria).

Ventura, in questo, è un italiano vero e noi, da veri italiani, ci attacchiamo a tutto pur di sostituirci al commissario tecnico in carica. Ma per una volta (se non la prima, quasi) abbiamo ragione. E basterebbe poco per evitare di uscire dal Mondiale già a novembre (l’Irlanda del Nord, possibile avversaria degli azzurri nel playoff, rievoca i fantasmi del ’58) oppure, nella migliore delle ipotesi, far la figura dei fessi in Russia contro la Slovacchia o il Costa Rica di turno. Quando non funziona qualcosa, è indispensabile pensare al più presto ai rimedi possibili. Se si esclude a priori l’ipotesi di sostituire il tecnico (scelta che, allo stato attuale, rischierebbe di portare più problemi che benefici), non resta altro che valutare cosa potrebbe fare Ventura per sistemare le cose e giocarsi una carta mondiale, finita tra le mani di una generazione calcistica azzurra buona (soprattutto in prospettiva), seppur non eccelsa.

Il presupposto fondamentale è l’unità d’intenti. L’esultanza collettiva al gol di Candreva in Albania ha evidenziato le virtù di un gruppo solido nei momenti più difficili, ma ha anche sottolineato l’isolamento totale di quello che dovrebbe esserne il condottiero. Ventura, tenuto in disparte dagli azzurri, deve riconquistare la fiducia perduta nel più breve tempo possibile. L’avversario che ci attenderà a novembre, chiunque esso sia, non si potrà sconfiggere con il solo impegno (come successo con l’Albania), ma soprattutto con la forza della lucidità, un gioco preciso (possibilmente assimilabile in poco tempo) e un motivatore che sia realmente tale. Questa, d’altronde, non è la provincia bucolica tanto cara al nostro commissario tecnico e, in assenza di potenzialità da top manager, dovrà mettere da parte ogni tipo di protagonismo, tenendo in pugno allo stesso tempo il gruppo azzurro.

Semplice? Per niente, e lo è ancora meno dell’inserimento in campo di un terzo centrocampista. Questo si potrebbe fare con grande facilità, e sarebbe una mossa più lungimirante di quanto si possa pensare. È ormai evidente che la mediana a due, utilizzata da Ventura in moduli di diversa matrice (4-2-4, 4-4-2 e 3-4-3) non sia la soluzione ideale per dare equilibrio alla squadra, in difesa e in attacco. L’aggiunta di un centrocampista, dal canto suo, risolverebbe più di un problema. Si potrebbe fare in un 3-5-2: la vecchia BBC juventina (Bonucci-Barzagli-Chiellini) offrirebbe ampie garanzie, permettendo allo stesso tempo di esaltare le caratteristiche di terzini di spinta come Zappacosta e Spinazzola, dare maggior libertà all’estro di Verratti (slegato dagli oneri difensivi al quale è costretto dalla mediana a due) e accompagnare gli inserimenti offensivi delle punte con quelli di due mezzali che sappiano interpretare al meglio la doppia fase (la lista è variegata, seppur raramente soddisfacente).

Questo modulo, tuttavia, escluderebbe uno dei nostri elementi più talentuosi, Lorenzo Insigne. Immaginare un’Italia senza l’estro del nostro dieci è quasi impossibile, e anche in tal senso sarebbe utile l’inserimento di un terzo centrocampista. Il 4-3-3, utilizzato anche da Sarri nel suo Napoli, ne esalterebbe le caratteristiche senza chiedergli l’imponente sacrificio in ripiegamento necessario nel 4-2-4 e gli permetterebbe inoltre di assecondare al meglio uno tra Immobile e Belotti. Se a questo ci aggiunge il potenziale inserimento sull’altra fascia di un elemento chiave come Bernardeschi (senza dimenticare Chiesa, Verdi e la lunga serie di esterni offensivi a nostra disposizione), scegliere tra le sicurezze del 3-5-2 e la maggiore imprevedibilità del 4-3-3 diventa difficile, ma le due soluzioni potrebbero rispondere con la stessa efficacia a esigenze differenti a seconda dell’avversario e il momento del match. E a prescindere sarebbero assimilati più facilmente degli arzigogolati 4-2-4 e 3-4-3. Ventura saprà adattare le proprie idee alle caratteristiche della rosa? Oppure vincerà il suo integralismo e la forza fragile del suo carattere? Chi vivrà vedrà, tuttavia una cosa è certa: gli equilibri sono instabili, ma niente è perduto e la Russia non è poi così lontana. Questa avventura, sempre più in salita, non è ancora diventata una sventura. Crediamoci, italiani, finché possiamo. Con la speranza che l’Italia faccia altrettanto.

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