Va’ dove ti porta il cuore

Va’ dove ti porta il cuore

A volte non è solo amore, ma chiamatelo destino, disegno divino, voglia di chiudere un cerchio. Un cerchio rimasto aperto per sedici anni, ma che ora bisogna chiudere. Eusebio Di Francesco torna nella città che lo rese un calciatore di primo livello, quel centrocampista che tutti vorremmo nella nostra squadra: fatica tanta, gloria poca. Ma se attacchi lo spazio come il tuo maestro ti dice di fare, arrivano dodici goal. Poi quel crociato che salta, delitto e castigo di ogni calciatore professionista che si rispetti. Una stagione da spettatore, quando Roma e la Roma impazzivano per un tricolore che mancava da troppo tempo. E una partenza verso altri lidi, dopo quattro stagioni in una Roma che si stava trasformando, in una metamorfosi da squadra fumosa e inconcludente, bella ma maledetta, ad un insieme di uomini cinici e pronti a tutto pur di vincere. Le notti europee e quel secondo posto l’anno successivo non fanno parte dell’album dei ricordi di Di Francesco, ma comunque verranno racchiusi nella mente di chi cambia il suo destino, ma per i primi anni farà fatica a dimenticare un modo di essere e un modo di vivere il calcio al di fuori di ogni logica.

Poi quel ritiro, in un sport che stava mutando radicalmente le sue abitudini. Virtus Lanciano, Pescara e Lecce, per poi iniziare quella splendida avventura con il Sassuolo. Un miracolo neroverde iniziato nel 2012 e terminato nel 2017, quando l’allenatore abruzzese ha deciso di chiudere un cerchio, di ritornare con la matita su un disegno iniziato sedici anni prima, ma mai completato. E in quel disegno ci sono le paure di un salto nel buio, di una piazza esigente che ha voglia di tornare a vincere un titolo diciotto anni dopo, lo stesso identico arco temporale che ingloba il 1983 e il 2001. Destino, cabala, karma, disegno stellare: non importa quale sia il nome di chi decide le sorti dell’umanità muovendo miliardi di fili invisibili. Non importa la fede calcistica o quello spirito offensivo figlio del maestro prima e del professore universitario poi. Il calcio, in quanto arte astratta e concreta allo stesso tempo, ha bisogno di storie come quella di Eusebio, come quella di Pippo Inzaghi, Clarence Seedorf o Zinedine Zidane. Ha bisogno di un elemento che rappresenti una linea di continuità tra il passato, il presente e il futuro. Soprattutto quando perdi il tuo ultimo simbolo e non sai più a quale misterioso oggetto appellarti.

Nel 1999 non era facile tifare Roma al di fuori della città e spesso ci si sentiva isolati nella propria fede calcistica. E le azioni offensive, in un’ipotetica finale di Champions League (che nonostante il cambio del nome ancora rimaneva Coppa dei Campioni), partivano da un inserimento senza palla di Eusebio. “Palla a Di Francesco, che trova Totti in mezzo l’area di rigore. Il capitano, dribbling su Panucci, appoggia ancora a Di Francesco ed è goal!!! La Roma passa in vantaggio al Bernabeu!!!”.


Da lì a qualche anno la Roma passerà in vantaggio al Bernabeu e tornerà a vincere contro ogni pronostico. L’azione non iniziò da Eusebio, ma fu merito di un ragazzino con il numero 10 sulle spalle che fece ammutolire un’Arena intera. Ma questa è un’altra storia. E tra capitoli e trame che si intrecciano, tra amori e gioie, tra una corsa con occhi spiritati che diede il via ad una rimonta incredibile in un Lazio-Roma del novembre 1998, Eusebio Di Francesco ha preso una penna, ha firmato un contratto ed è tornato a chiudere idealmente un cerchio. Anzi, ha dato il via ad un’azione che nella testa dei tifosi giallorossi si chiama “Pura follia e amore per soli due colori”. Quello che verrà dopo farà parte di un ennesimo capitolo, bello o brutto che sia. Il destino ha colpito nuovamente, ora bisogna solo prendere quel disegno ed inserirlo in una cornice. Tricolore o d’oro che sia, spetta solamente al campo. E a una serie di fattori che rendono questo sport maledetto, romantico, passionale, incoerente. Talvolta anche bello e genuino.

Il bastone è meglio della carota: Tramezzani, la fabbrica e il miracolo Lugano

Il bastone è meglio della carota: Tramezzani, la fabbrica e il miracolo Lugano

A lavorare in fabbrica, i suoi calciatori, li aveva portati sul serio: perché di slogan, Paolo Tramezzani in campo ne ha sempre usati pochi. Così nello scorso marzo, all’indomani di una sconfitta rovinosa contro il Thun ultimo in classifica, l’ex vice allenatore di Gianni De Biasi nella Nazionale albanese era andato con i componenti della sua rosa a far visita agli operai di una fabbrica di Govesco. Il messaggio? Chiaro, senza risultare retorico o ridondante rispetto ai cori che spesso ascoltiamo negli stadi. “Guardate come la gente comune lavora e guadagna i soldi”. Forse non sapeva quale molla avrebbe toccato nello spirito dei calciatori del Lugano, o forse sì: nei fatti, i suoi calciatori hanno dato vita a una rincorsa senza fine, conclusa con il terzo posto nel massimo campionato svizzero e con il pass di accesso all’Europa League. Un traguardo tagliato al fotofinish, inimmaginabile ai tempi dell’arrivo di Tramezzani in panchina.

Già, perché su uno dei laghi più rinomati d’Europa, tra una villa e una cena di lusso, si fa anche calcio. Peccato che nei 18 mesi precedenti all’arrivo dell’ex terzino di Inter e Piacenza in panchina, gli investimenti del presidente Renzetti su Zeman e Manzo avessero prodotto macerie:  600mila euro di stipendio per il primo, bonus inclusi, cifre inferiori ma comunque importanti per il secondo. In mano, un pugno di mosche: Zeman aveva messo in luce i soliti vizi difensivi, Manzo aveva raccolto 18 punti in altrettante partite. Tramezzani, nonostante l’ironia dell’allenatore boemo oggi al Pescara (“Conosco un Tramezzani buon commentatore televisivo”). La squadra era molle, poco coesa in campo e negli schemi e ancora pativa l’eliminazione per mano dell’Aarau, squadra di seconda divisione, in Coppa di Svizzera.  Dopo il ko per 4-0 contro il Basilea e la rovinosa caduta contro il Thun, l’allenatore originario di Castelnovo né Monti, appennino emiliano, aveva preso la decisione che tanto ha fatto parlare di Lugano per la prima volta in questa stagione: “Qualcuno vuole uno di questi calciatori a lavorare sul serio?”. Che l’abbia detta o meno questa frase, indica il termometro presente a quelle latitudini appena tre mesi fa, quando Tramezzani avrebbe volentieri lasciato qualcuno dei suoi calciatori nella sede di un’impresa di vernici e pittura.

Lì ha preso il via la rincorsa del Lugano, conclusa nella 34a giornata di Super League con la vittoria di Cornaredo sul Vaduz con il risultato di 2-1, valsa il terzo posto davanti al Sion e i preliminari di Europa League assicurati.  In cassa una qualificazione in Coppa, grande assente dagli anni ’90, che vale più di 4 milioni (3,4 arrivano dall’Uefa, 950mila dalla federazione svizzera). Niente male per un “bravo commentatore televisivo”. Arrivato per condurre la squadra alla salvezza e terminato in terza posizione: il calcio, però, raramente riserva un lieto fine. Così, le strade di Tramezzani e del Lugano si sono separate. A spiegarlo una lunga nota congiunta di allenatore e dirigenza sulle colonne del sito ufficiale: “Non ho paura di niente, per far questo lavoro la paura non deve esistere e mi fa piacere che anche i ragazzi nei momenti difficili abbiano superato questo step andando oltre le aspettative individuali e di collettivo –ha spiegato Tramezzani- Gelosamente custodirò dentro di me il rapporto con i ragazzi, anche con chi ha giocato di meno. Mi hanno dato tanto e lo dimostrano i messaggi che ho ricevuto in questi giorni. Grazie a tutti, a chi lavora in segreteria, a chi cura la manutenzione dei campi e chi si occupa della lavanderia e a chi è stato vicino a questi ragazzi”. Va via abbracciato da un’intera città, rappresentata dalle parole del presidente Angelo Renzetti: “Non so cosa farà e dove andrà. Non è quello che mi interessa, mi interessa di avere un buon rapporto con lui, ha fatto tanto per l’FC Lugano, ci ha fatto toccare il cielo con un dito”.

La rescissione contrattuale, avvenuta su richiesta dell’allenatore, è stata concordata martedì sera nel corso di una cena alla quale hanno presenziato il presidente Renzetti, Tramezzani e il responsabile dell’area tecnica Manna.  Una situazione crollata negli ultimi 15 giorni, figlia di tensioni accumulate durante una lunga annata. Alla faccia degli stereotipi che vorrebbero la Svizzera come la patria della tranquillità. Dove andrà Tramezzani? Ci sono tante squadre su di lui, dal Novara in Serie B fino allo Young Boys e il Sion in Svizzera, passando per richieste da Polonia e Grecia. “Ho voglia di ricominciare da zero – dice Tramezzani nella nota- quello del Lugano è stato un percorso di crescita. Voglio iniziare da zero consapevole che l’unica cosa che so fare, non so se la so far bene, è dare il 100 per cento. Ho ricevuto diverse richieste e valuterò nei prossimi giorni cosa fare. Ho voglia di ripartire da zero, con zero punti in classifica, con la solita voglia e il solito grande entusiasmo”. E con una fabbrica vicina al campo di allenamento: perché non si sa mai…

Ma come si fa a criticare ancora Massimiliano Allegri?

Ma come si fa a criticare ancora Massimiliano Allegri?

Fino alla fine, nonostante tutto.

Massimiliano Allegri rinnova con la Juventus e ritenta l’assalto alla Champions League. Nonostante Cardiff.

C’eravamo tanto amati? No, continuiamo a farlo. In un mondo calcistico moderno, dove anche le storie d’amore sono usa e getta, serve un punto fermo. E Massimiliano Allegri, nonostante tutto, ha deciso di proseguire il percorso intrapreso con la Juventus. Nonostante Cardiff e nonostante una sconfitta che anche i miglior malpensanti, quelli con occhi gialli e trespolo al seguito, non avrebbero mai pronosticato. La Champions League non è arrivata, il sogno del Triplete si è interrotto sul più bello. Ma non la storia d’amore tra la Vecchia Signora e questo allenatore che sta rivoluzionando, nel suo piccolo, il modo di vedere il calcio. Un modo che può essere riassunto in tre punti fondamentali delle tre M: match dopo match, mentalità, modulo. Sono questi i punti cardine di un allenatore che è maturato davvero tanto dopo quello scudetto vinto alla guida del Milan: tre campionati, tre Coppe Italia, una supercoppa Italiana. E due finali di Champions League.
Molti lo hanno criticato al suo arrivo, dove tutto sembrava sfaldarsi dopo nemmeno due mesi. Molti lo criticano ancora adesso, per un gioco per niente spettacolare. Ma la sua risposta è chiara e netta, come un taglio chirurgico: chi vuole divertirsi vada al circo, nel calcio contano soltanto i risultati. E i risultati sono arrivati, anche se le due finali europee bruciano: punti, goal e trofei. Difficile da contraddire, difficile poter fare di meglio. Un allenatore che ha saputo unire elementi, scrollare di dosso ad una squadra l’etichetta di “Contiana” appartenenza e formare un’armata vincente. Poi c’è anche la componente tonda della vita, ovvero la fortuna. Ma quando scegli circa quindici cambi su venti, le italiche convinzioni vengono spazzate via dalle statistiche.

Ma tornando alle tre M, soffermiamoci sulla prima questione: match dopo match, partita dopo partita. Una frase che abbiamo sentito praticamente sempre, ma che difficilmente è stata applicata alla lettera. Allegri è riuscito in questo ad isolare i suoi giocatori: non è stato facile, soprattutto con un’opinione pubblica che spingeva più verso i confini europei. Ma ha conquistato un campionato che in altre situazioni sarebbe scivolato in mano altrui. E questo non è un tassello da scartare nel puzzle, ma una delle chiavi di lettura principali di un allenatore vincente. Più facile a dirsi che a farsi, ma lui ci è riuscito. Eccome se ci è riuscito.

La mentalità poi, non è da meno. I passi falsi ci possono essere, così come i passaggi a vuoto. Normale in una stagione che dura un anno e non finisce mai, normale quando sei vicino alla meta e a volte cerchi di tirare il fiato. Il calcio è uno sport giocato da umani, normale lasciare qualcosa per strada. Ma la mentalità di questa Juventus spaventa: non spreme, non preme e non pressa. O meglio, lo si fa ma soltanto nei momenti giusti. Tirando il fiato quando si può. Faccio il compito da 7, quando mi riesce quello da 8.5 o da 10. Ma poi la media a fine stagione, nonostante i detrattori, rimane comunque alta.

Per finire abbiamo il modulo. Due sono le gestioni che hanno colpito più di tutti: Mario Mandzukic, un croato di 190 centimetri circa, a correre sulla fascia. Uno abituato ad essere un falco in area di rigore, va sulla corsia esterna. Forse questa scelta ha pagato in termini di prestazione nella finale, ma in quel ruolo Massimiliano Allegri ha rivoluzionato il modo di guardare il calcio. Anche se segna poco, anche se dà poco spettacolo. E poi i cambi: lettura della partita, chiave tattica sempre a mente e se le cose vanno male si cambia. La differenza in quei punti tra Napoli e Roma è stata proprio la gestione tattica a partita in corso: se qualcosa sta andando male, non vado contro la mia testardaggine di un modulo standard che non deve essere mai cambiato. Una frecciata ai colleghi più silenziosa del solito.

Tre M per continuare a scrivere la storia. M come Massimiliano, ancora per altri tre anni. I cicli non si costruiscono dal nulla e questo la Juventus lo sa benissimo. E allora via fino alla fine, fino al prossimo obiettivo. Fino alla maledizione Champions League da sfatare con la quarta M, la malizia. Quella che è mancata nel 2015 e nel 2017, ma che non dovrà mancare il prossimo anno. Fino alla fine.

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Il 5 Aprile del lontano 1910, nasceva uno dei primi allenatori pugliesi saliti alla ribalta delle cronache sportive nazionali, Oronzo Pugliese: schietto, focoso, ma soprattutto genuino, un personaggio d’altri tempi, rappresentante di un calcio che ormai non c’è più.

Tutto ha inizio a Turi, 30 Km da Bari, Oronzo nasce in una famiglia contadina, e sin da subito mostra una certa attitudine per il gioco del calcio, l’unico problema è che in città non c’è neanche un campo dove potersi allenare. Per poter giocare bisogna spostarsi: Gioia del Colle, Casamassima, Molfetta, è qui che muove i suoi primi passi. La sua carriera da calciatore però non è straordinaria, e dopo aver girovagato per l’Italia ed essersi fermato per ben sette anni a Siracusa, appende gli scarpini al chiodo nel 1947.

Inizia così, senza neanche troppe ambizioni, la carriera da allenatore, che di soddisfazioni, però, gliene darà molte.

Il Leonzio è la prima società che gli da fiducia, nei dilettanti siciliani (quando ancora gioca nel Siracusa). Opportunità più importanti, però, non tardano ad arrivare; allena il Messina a più riprese, vincendo un campionato di Serie C, quindi la Reggina, che porta dalla IV Serie alla Serie C, il Siena, che porta a un passo dalla Serie B, quindi la chiamata del Foggia, nel 1961.

Vince al primo anno la Serie C, e nel 63-64 viene addirittura promosso in Serie A, vincendo il premio “Seminatore d’Oro” come miglior allenatore del campionato Cadetto. Con i Satanelli scrive le pagine più belle della sua carriera da allenatore, divenendo famoso, oltre che per gli ottimi risultati, anche per il suo inconfondibile modo di fare, tanto da essere definito da Gianni Breraun mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia”.

Infatti in panchina Pugliese è un vero e proprio spettacolo: urla, gesticola, addirittura rincorre sulla fascia i propri giocatori, ma così facendo riesce ad infiammare il pubblico, e a caricare i suoi giocatori fino all’inverosimile, come accade il 31 gennaio 1965.

A Foggia arriva la Grande Inter di Helenio Herrera, detto Il Mago, Campione d’Italia e d’Europa in carica. Pugliese dispone delle serrate marcature a uomo, ordinando ai suoi picciotti, così chiamava i giocatori, di aspettare e pungere in contropiede. I padroni di casa si portano inaspettatamente sul 2-0. l’Inter non ci sta, e riacciuffa il risultato, salvo poi cedere, a dieci minuti dalla fine, a un gol di Nocera, che fissa il risultato sul 3-2: è la consacrazione di Oronzo Pugliese, da quel momento in poi sarà lui il mago, Il Mago di Turi. A fine partita, alla domanda di un giornalista “Come ci si sente ad aver avuto la meglio sulla psicologia di Herrera?” risponde “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.

Rimane negli annali anche una sua dichiarazione riguardo le provocazioni ricevute dai tifosi del Milan durante la partita persa dal Foggia per 1 a 0. Inventando di sana pianta un proverbio, risponde ai giornalisti “quando il pesce grosso non riesce a mangiare il pesce piccolo, il pesce grosso brucia!”.

A fine anno il Foggia chiude sorprendentemente al 9° posto, il che vale a Pugliese la chiamata della Roma, reduce da una stagione deludente.

Nella Capitale disputa 3 stagioni altalenanti, senza mai far fare il salto di qualità alla squadra. Nel secondo anno di permanenza rimane in vetta alla classifica per due mesi, salvo poi crollare nella seconda parte di stagione e terminare ottavo. Qui, però, diventa l’idolo dei tifosi, che mai hanno visto un allenatore tanto coinvolto come Pugliese. Prima di ogni partita sparge il sale intorno alla panchina e dietro la porta avversaria, per cacciare via la sfortuna; non a caso Lino Banfi riprenderà questa scena ne L’allenatore nel pallone, il cui protagonista, Oronzo Canà, è ispirato proprio a Pugliese.

Roma è la sua ultima esperienza felice in panchina, infatti di lì a poco inizia la parabola discendente che lo porterà al ritiro, nel 1978, dopo aver allenato negli ultimi anni Fiorentina, Bari, Bologna e Crotone.

Torna nella sua Turi, dove verrà a mancare nel 1990.

Quella di Oronzo Pugliese è la storia di chi, partito dal niente, è riuscito a ritagliarsi uno spazio nel complesso mondo del calcio italiano, conservando però l’onestà e la semplicità del mondo contadino dal quale proveniva e che non ha mai rinnegato.

Al giorno d’oggi, in un calcio sempre più privo di valori, ricordare figure come quella di Don Oronzo non può che fare bene.

Allenatori dimenticati: Ma davvero Cesare Prandelli non serviva a nessuno?

Allenatori dimenticati: Ma davvero Cesare Prandelli non serviva a nessuno?

Complice l’addio alla Roma di Totti e l’imminente finale di Champions League della Juventus, prevedibile che la notizia di Cesare Prandelli prossimo allenatore dell’Al Nasr, club degli Emirati Arabi, sia passata in secondo piano. Se affascina per i contorni esotici dei suoi paesaggi e per le cifre tropicali dei suoi ingaggi, l’Arabian Gulf League (la Serie-A degli emiri) non possiede certo l’appeal tecnico e la risonanza mediatica di una Premier o di una Liga. E nel recente passato, in più di una circostanza, è stata vista come una sorta di pensione dorata per glorie del calcio europeo che, esaurita la loro parabola ad alti livelli internazionali, scelgono le rive del Golfo Persico per chiudere la carriera senza particolari stress e con cesellature diamantine ai propri conti correnti.

Non sembra però essere questo il caso dell’ex commissario tecnico della Nazionale italiana che, prossimo ai sessant’anni, ha almeno un altro decennio di panchine davanti a sé. Quanto basta per soffermarsi sulla sua nuova destinazione senza derubricarla a mera cronaca sportiva. Perché uno come Prandelli, stimato dentro e fuori i nostri confini, non ha mercato in Serie-A e in Europa e, per allenare, deve spostarsi a Dubai? Beninteso: può darsi benissimo che lui per primo abbia rifiutato offerte dall’Italia o dai principali tornei stranieri, perché non ritenute idonee a differenza di questa proveniente da latitudini medio-orientali. Però è anche vero che Prandelli in primis non ha mai fatto mistero del suo rifiuto al Leicester o del suo mancato approdo alla Lazio l’estate scorsa, per cui si può anche pensare che, Foxes a parte, non abbia davvero ricevuta alcuna proposta dopo la conclusione della sua esperienza col Valencia.

Rimane comunque l’interrogativo se il calcio europeo, quello italiano in testa, non sia diventato all’improvviso miope nei confronti di uno dei più validi e preparati allenatori apparsi sulla scena negli ultimi vent’anni. D’accordo. Le disavventure di Galatasaray e Valencia non hanno giovato al suo curriculum, ma certo non annullano il biennio di Parma – due qualificazioni europee durante il crack Parmalat – i cinque anni di Firenze – due quarti posti conditi da una semifinale di Europa League e l’eliminazione agli ottavi di Champions League più per errori della terna arbitrale che per meriti del Bayern Monaco – e il secondo posto a “Euro ’12” con l’Italia, miglior risultato degli azzurri dopo il 2006.

Prandelli non ha mai vinto un trofeo o un titolo, tranne una serie-B col Verona, però non ha mai avuto squadre attrezzate per riuscirci. Non lo era nemmeno l’Italia del mondiale brasiliano che, se è stato disastroso come dicono i risultati, allora dovrebbe coinvolgere nell’uscita dai radar dei club italiani ed europei anche gli altri responsabili di quell’infausta rassegna: i calciatori.

Così però non è, come dimostrano specialmente quelli che giocheranno la finale di Cardiff, e allora lecito chiedersi se nel calcio conti sempre qualcosa il merito e, qualora la risposta sia affermativa, perché il curriculum di Prandelli, più ricco rispetto a quello di altri colleghi, sia sfuggito ai presidenti di serie-A. Specialmente a quelli impegnati in ricostruzioni o rilanci di natura tecnica. Perché l’Inter non lo ingaggiò l’estate scorsa dopo la separazione da Mancini? Perché a lui, dopo il mondiale del 2014, non pensarono sull’altra sponda meneghina, in quella Milanello alle prese con un organico molto lontano dal valore del “Grande Milan” e che avrebbe soltanto tratto enorme giovamento, in termini di crescita individuale e collettiva, dalle conoscenze tattiche del “Mago di Orz”? E perché la Roma, per sostituire Spalletti, ha intrapreso altre strade? Infine, sempre all’ombra del Colosseo, come mai non si concretizzò il suo passaggio alla Lazio, dato per ormai fatto da parte della stampa, proprio un anno fa di questi giorni?

Di recente, Alberto Malesani, in merito alla dimenticanza del calcio italiano nei suoi confronti (“Non ho più ricevuto telefonate”) ha detto che servirebbe un plotone di servizi segreti per capirla. Forse occorrerebbero anche per il caso di Prandelli. O forse, più semplicemente, gli 007 degli emiri sono stati più abili di quelli del Vecchio Continente