Julio Velasco, lo Sport è una questione di Leadership. Ma non solo

Julio Velasco, lo Sport è una questione di Leadership. Ma non solo

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Julio Velasco, che sarà presente al Leadership Day organizzato da Performance & Strategies a Milano il prossimo 17 febbraio per raccontare ai partecipanti le sue esperienze di manager e uomo di sport. Ne è emersa una conversazione a 360 gradi, nella quale l’ex tecnico della nazionale di pallavolo ha espresso il suo punto di vista su gioco di squadra, leadership, amore per il calcio e per gli altri sport, numerosi, che ha praticato.

Julio Velasco quando ha deciso di mettere a disposizione degli altri le esperienze maturate come coach di successo?

Le prime volte è stato alla fine degli anni ottanta: all’epoca allenavo la Panini e mi venne chiesto di parlare con un manager dell’azienda, che poi andò a lavorare altrove. L’esperienza gli era piaciuta e così mi presentò ai suoi nuovi responsabili. E così via fino a diventare un secondo lavoro. Voglio precisare che io non faccio formazione per manager perché non ho mai lavorato in un’azienda e a me non piacciono le persone che insegnano cose che non hanno mai fatto. Quello che io propongo è una riflessione sullo sport, sul gioco di squadra, sulla motivazione, in base a quella che è stata la mia esperienza. Non mi permetterei mai di dare dei giudizi assoluti su come vanno fatte le cose.

Come è possibile mettere a frutto nel mondo delle aziende le esperienze vissute come allenatore sportivo?

Questo è qualcosa a cui devono pensare i manager che lavorano nelle aziende. Questa è la prima cosa che io chiarisco a chi mi ingaggia: (ridendo) se quello che dico non c’entra niente con la vostra vita, non è una mia responsabilità! Chi mi ha invitato, che sia un amministratore delegato, un direttore generale o del personale, prenderà spunto dalla mia testimonianza e vedrà come declinarla al meglio nel suo contesto lavorativo. Io credo molto nella specificità delle cose, nell’esperienza e, soprattutto, nel lavoro quotidiano. Non possiamo pensare che una sola conferenza possa cambiare le cose: come dicevo prima, è uno spunto sul quale poi andare a lavorare ogni giorno. Amo dire sempre che il gioco di squadra è un metodo: si può anche scegliere di non attuarlo ma se lo si sceglie ha delle regole che tutti gli sport hanno sviluppato in modo quasi inconsapevole. Il mondo delle aziende a volte confonde, credendo che il gioco di squadra sia volersi bene e tirare tutti dalla stessa parte. In realtà non è così. Lo sport non vive né di gente che si ama né che tira dalla stessa parte ma solo di persone che giocano in un certo modo: giocano di squadra. Si fa confusione anche quando si dice che si vince perché si gioca di squadra: anche chi perde gioca di squadra, solo che lo fa meno bene.



Per far funzionare una squadra c’è bisogno di un leader. Quali sono le difficoltà maggiori che un leader può incontrare per essere ascoltato dalla sua squadra?

La prima cosa che un leader deve possedere è sapere dove deve guidare, dove vuole andare, al di là delle doti carismatiche che può avere in maniera più o meno spontanea. La seconda è come intende raggiungere il suo obiettivo, pertanto deve sapere molto di ciò di cui parla: questa è la prima cosa che chi risponde a un capo osserva, vuole capire se sa. Sapere non vuol dire, poi, avere molte informazioni. Io amo citare una frase di Borges che diceva: la cultura è quello che rimane dopo aver dimenticato tutte le informazioni. La conoscenza è un po’ questo. Se io mi devo relazionare con dei giocatori di pallavolo, devo sapere molto di pallavolo. La gente se ne accorge, capisce se uno “la sa lunga”… Secondo me queste cose vengono prima di tutto: sapere dove andare, come farlo e quindi sapere molto di ciò di cui si parla.

Quanto conta l’ambizione in un leader? Possono esistere leader poco ambiziosi?

Secondo me ci possono essere leader di tutti i tipi, non esiste un paradigma del leader. La leadership deriva da tante cose: personalità, ambizione, modo in cui si fanno le cose. Nello sport come in altri campi ci sono leader di ogni tipo per cui io non credo che le persone debbano puntare a seguire un modello predefinito di leadership. La cosa importante è essere se stessi, rispettare le proprie caratteristiche personali e sulla base di queste sviluppare una leadership che tenga conto di certi principi senza andare a violentare le proprie caratteristiche.

Mi piacerebbe adesso passare a trattare temi più strettamente sportivi. Lei non è stato solo l’allenatore della nazionale di pallavolo italiana più forte di sempre ma ha lavorato come dirigente anche nel mondo del calcio. Che differenze ci sono tra i due ambienti, al netto del diverso giro d’affari?

In realtà è proprio il giro d’affari che fa la differenza e, come conseguenza, porta un’attenzione al mondo del calcio che è ovunque e che determina una pressione che è completamente diversa da qualunque altro sport. Non ci sono persone diverse dagli altri sport nel mondo del calcio: c’è una situazione che è diversa. Si può avere l’impressione che i calciatori siano personaggi inarrivabili: in realtà sono solo dei ragazzi che fanno quella professione semplicemente perché gli piace giocare a calcio. Guadagnano cifre importanti perché il mondo si è sviluppato in questo modo ma sono convinto che se il calcio comportasse gli stipendi che si guadagnano giocando a pallamano o a pallavolo, continuerebbero a giocare a calcio lo stesso. I calciatori, rispetto ad altri professionisti dello sport, devono gestire situazioni molto più complesse: alta esposizione mediatica, contratti, fama. Tutto questo determina la necessità di affrontare delle circostanze che non sono affatto semplici. Il mondo del calcio è un ambiente che io rispetto molto perché sono pienamente consapevole delle difficoltà che comporta gestirlo, che tu sia un presidente, un dirigente, un allenatore o un calciatore.

Come venne accolto lei da un mondo, quello del calcio, che sembra essere piuttosto impermeabile alle contaminazioni di esperienze provenienti dal suo esterno?

Non è vero che il mondo del calcio sia impermeabile alle contaminazioni provenienti dall’esterno, anzi, credo che negli ultimi anni si sia aperto moltissimo. Penso che sia normale che chi nel calcio non ha mai lavorato non possa essere accolto come qualcuno che c’è sempre stato. Ma è la stessa cosa che avviene nella pallavolo o in un altro ambiente di lavoro. Se un manager proveniente dalla Apple o dalla Sony arriva in un giornale, credo che sia normale che chi sta da tempo in quel giornale si chieda se il manager è capace di fare qualcosa. Questo è del tutto naturale. Credo che ogni ambiente nutra delle perplessità nei confronti di persone che provengono dal suo esterno. Il calcio, in realtà, è un ambiente che si adatta moltissimo sia per incorporare gente a lavorare che per confrontarsi.

Le sarebbe piaciuto allenare una squadra di calcio?

A me sarebbe piaciuto giocare col numero dieci nell’Estudiantes de la Plata! Come dico sempre, siamo al novantotto per cento calciatori frustrati: volevamo giocare a calcio e non ci siamo riusciti e quindi ci siamo orientati verso un altro sport. A dire il vero, comunque, non invidio gli allenatori di calcio: credo che sia un mestiere difficilissimo. 

E’ inutile quindi che le chieda se è meglio giocare o allenare…

Non c’è dubbio. Io credo che tutto sia inversamente proporzionale alla distanza dal campo: la cosa migliore è giocare, poi viene allenare, stare nello staff tecnico e fare il dirigente. Il più distante dal campo è il tifoso. Il tifoso soffre e io lo so perché sono tifoso della mia squadra: quando ero bambino e perdevamo il derby, il lunedì non volevo andare a scuola. Il tifoso durante la partita soffre perché non può fare niente se non, quando è allo stadio, urlare. Se vede la partita in televisione è ancora peggio. L’allenatore può fare qualcosa: decidere un cambio, dare un’indicazione. Se sono un giocatore posso influire ancora di più. Se sono il presidente posso influire con la strategia societaria ma il giorno della partita non posso fare nulla e soffro anche io.   

Come nacque la sua passione per lo sport?

In modo naturale. Io prima giocavo a calcio dalla mattina alla sera, poi ho fatto altri sport. Spesso si arriva a decidere più per il gruppo nel quale ci si trova meglio che per lo sport in sé, almeno quando si è molto giovani. Mi piace l’atletica, mi piace ovviamente il calcio, il rugby. Mi piace vederli ma mi piaceva anche giocarli. 

Lo sport viene vissuto solo come un lavoro ben remunerato o la passione che suscita nel momento in cui ci si avvicina ad esso rimane viva anche nei momenti in cui si è arrivati al top?  

No, la passione non si dimentica. Sicuramente nel mio caso ma credo che sia un discorso che vale per chiunque. Certo, quando lo sport diventa un lavoro subentrano i problemi legati al lavoro ma questo succede anche a un musicista quando diventa professionista e deve fare i contratti, litigare per le commissioni, succede allo scrittore quando deve trattare con la casa editrice. Però credo che lo sport, come la musica e l’arte, sono attività privilegiate che ti permettono di vivere di una cosa che ti piaceva da giovane. Semmai il problema grosso è per i giocatori che adesso, grazie alla medicina e alle metodiche di allenamento, smettono di giocare molto tardi, tra i trentacinque e i quaranta anni: si è molto avanti per cominciare una nuova attività ma si è troppo giovani per non fare niente, al di là della situazione economica. La gente a volte questo non lo capisce, dice: eh ma Cristiano Ronaldo guadagna un sacco di soldi… ma poi Cristiano Ronaldo cosa fa quando smette di giocare? Nel primo anno potrà godersi i soldi, poi cosa farà nei successivi quarant’anni della sua vita? Se non ci si riesce ad inserire nello sport che si è fatto, se non si diventa allenatori o dirigenti, avendo quindi la possibilità di rimanere nel proprio ambiente, è molto difficile questa fase per un giocatore, anche se è arrivato ai massimi livelli. Per gli allenatori è diverso, perché più o meno si smette di allenare nell’età in cui tutti vanno in pensione.         

E’ stato il problema che ha vissuto in maniera evidente Totti l’anno scorso.

In realtà io credo che Totti questo problema lo debba ancora affrontare. Gli piace fare il dirigente? Sa come studiare per fare il dirigente? E’ un problema di gestione delle abitudini. Uno come lui, che è sempre stato un fenomeno, si trova a dover fare un’attività per la quale non è un fenomeno, perché io credo che una persona possa essere un fenomeno in una sola attività, è difficile che si sia fenomeni in più di una. Certo, a Roma Totti qualunque cosa faccia sarà sempre Totti, sarà sempre venerato. Ma in generale io vedo che più grandi si è stati come campioni e peggio è. È la differenza che passa, per tornare agli esempi di prima, con un musicista, che finchè può stare in piedi o seduto può continuare a suonare.   

C’è un giocatore di pallavolo che le ha dato più soddisfazione allenare?

Io ho avuto un gruppo che mi ha dato grandi soddisfazioni, nominarne solo uno sarebbe un’ingiustizia. E’ stato un gruppo allargato, che si è aggiornato e ha avuto degli innesti che hanno garantito un lungo periodo di vittorie all’Italia.

E un giocatore di calcio che le avrebbe fatto piacere allenare?

Tanti! Considerando che il calcio è uno sport molto popolare, chi arriva in serie A, o nella massima divisione di un campionato straniero, è davvero l’elite dell’elite di quello sport. Senza stare a scomodare i migliori in assoluto come Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona, Pelè, Cruijff o Di Stefano, mi sarebbe stato sufficiente allenare un qualunque buon giocatore arrivato a vestire la maglia della nazionale. Comunque non ho mai sognato di allenare i giocatori di calcio, sono contento di aver allenato i giocatori della pallavolo. Di certo mi è piaciuto, quando sono stato dirigente, vedere da vicino gli allenamenti dei calciatori: è stata un’esperienza davvero molto bella.    

 

 

L’integralismo di Maurizio Sarri sta bloccando il mercato del Napoli?

L’integralismo di Maurizio Sarri sta bloccando il mercato del Napoli?

Diciamolo: in un mercato dalle valutazioni folli e dagli ingaggi faraonici, la scelta di Simone Verdi, nella sua essenzialità, ha fatto scalpore. Il fantasista del Bologna, tentato nelle ultime settimane da un’ottima offerta del Napoli, alla ricerca disperata di un’alternativa a Callejon e Insigne, ha preferito declinarla, decidendo di rimanere in provincia. Ha avuto paura di non essere all’altezza di una big? Oppure ha avuto il coraggio di un leone? Verdi non ha carisma? Oppure ne ha in abbondanza? Potremmo discuterne per ore, senza arrivare ad una conclusione. È una questione di prospettive, e di amor proprio. È il bivio di una carriera, uno di quei che passa poche volte nella vita, forse solo una. Un volo pindarico alla ricerca di un sogno, in alternativa alle certezze di un ambiente meno ambizioso nel quale avere un ruolo da protagonista. Verdi, a 25 anni e mezzo, ha optato per la seconda, almeno per ora. E ha riaperto i soliti interrogativi sul mercato del Napoli, spesso balbettante e in controtendenza rispetto ai risultati ottenuti sul campo. Si cerca un colpevole, che potrebbe avere un nome e un cognome ben noti: Maurizio Sarri.



Il tecnico partenopeo, meraviglioso tattico e maestro di calcio innovativo e avanguardistico, ha un problema cronico: la valorizzazione della panchina. Finché si parla di titolari, Sarri ha moltiplicato esponenzialmente la valutazione di più di un giocatore, ma è allo stesso incapace di evidenziare le capacità dei panchinari. Il Napoli gioca con i soliti undici con l’eccezione di pochissime riserve, spesso impiegate a partita in corso. Sarri, in molti casi, non ha tenuto in considerazione gli investimenti fatti dalla società, in nome di un integralismo tattico ferreo che necessita di interpreti specifici dalle caratteristiche peculiari. I risultati, finora, hanno dato ragione al tecnico partenopeo, primo in campionato con una rosa sulla carta inferiore a quella della Juventus. La coperta corta ha creato più di un problema, senza incidere in modo significativo sul rendimento globale. Eppure, detto questo, il no di Verdi è un campanello d’allarme. Il timore di finire in panchina come un Giaccherini qualunque ha influito in modo decisivo? Insigne e, soprattutto, Callejon sono davvero insostituibili? Insomma, Il talentuoso bolognese, giunto al punto più alto di una carriera finora sfortunata e altalenante, ha visto Napoli come potenziale tunnel senza luce, invece che come grande opportunità? Non è da escludere, e non sarebbe il primo.

I no incassati da Giuntoli e De Laurentiis negli ultimi anni si sprecano (Klaassen, Kramer, Vrsaljko e Lapadula, solo per citarne alcuni) e sono altrettanti i giocatori calcisticamente umiliati, ieri come oggi, dalla scarsa flessibilità di Sarri. Dal duo Pavoletti-Gabbiadini, attaccanti di scorta mai tenuti davvero in considerazione, ai fantasmi Rog e Giaccherini, ottimi interpreti in più ruoli nei pochi momenti in cui hanno visto il campo, fino ad arrivare al costosissimo Maksimovic e ai desaparecidos Tonelli e Valdifiori, pupilli dell’allenatore ai tempi di Empoli. Una lista lunga, quasi interminabile, di calciatori che, seppur ben pagati e coccolati dalla piazza, avrebbero fatto a meno di subire tale trattamento e, a posteriori, di firmare per il Napoli. Non facciamone una questione ambientale (e dimentichiamo una volta per tutte la triste vicenda Gonalons-Tolisso, che dissero nel 2014 di aver rifiutato una proposta dopo aver visto “Gomorra”) o economica, ma tecnica. Una squadra nella quale risulta quasi impossibile conquistare una maglia da titolare a prescindere dal valore mostrato è una squadra poco intrigante. Soprattutto per un giovane alla ricerca della consacrazione o, peggio, per un venticinquenne che ha appena trovato la dimensione ideale dopo anni di faticose ricerche. Come ha fatto Verdi, uno per il quale i soldi sembrano non essere tutto. E come forse faranno tanti altri, per esempio i tentennanti Deulofeu (che però nelle ultime ore sembra avvicinarsi concretamente) o Moura, bisognosi di giocare per conquistare un posto nel prossimo Mondiale. È il caso di invertire la tendenza? Se ci si accontenta di un primato invernale, no. Se si punta allo scudetto, quello vero, è indispensabile. Sarri ci pensi, prima di avere rimpianti.

Federazione Italiana Gioco…Caos. Istruzioni per l’uso

Federazione Italiana Gioco…Caos. Istruzioni per l’uso

Aperta la campagna elettorale. Chi raccoglierà l’eredità del dimissionario Tavecchio che fra l’altro è il reggente della Lega Calcio serie A, a sua volta in cerca di un candidato da presentare alle prossime elezioni? Ci sarebbe da ridere se non fosse una condizione in cui piangere.

 In corsa ufficialmente in tre

Sibilia, presidente della LND. Tommasi, presidente Assocalciatori, Gravina, presidente Lega Pro. Tre uomini per una poltrona. In ballo, il futuro prossimo del calcio italiano, lasciatoci in eredità smontato e senza libretto di istruzioni dalla Svezia.

Ma come funzionano le elezioni?

279 delegati in rappresentanza di altrettante società che appartengono alle leghe di Serie A, B, C e dilettanti. Quindi vi sono i rappresentanti della associazione italiana calciatori e allenatori. Infine gli Arbitri. Ciascuna categoria, ovviamente, ha un “peso” diverso.

La Lega Nazionale Dilettanti, forte di 90 delegati e presieduta da Sibilia, candidato presidente, ha il 34% del totale dei voti.

La Lega di serie C, presieduta da Gravina, candidato presidente  FIGC è composta da 60 votanti, vale il 17%.

La Lega di serie B, presieduta da Mauro Balata che non si candida in FIGC, ha 22 votanti pesa il 5%.

La Lega di serie A che in questo momento non ha il presidente, e nessuno da candidare in FIGC ma ha il 12%.

L’Assocalciatori presieduta da Tommasi, candidato presidente FIGC, pesa il 20%.

Gli allenatori, presieduti da Ulivieri, che non si candida come presidente FIGC contano il 10%.

Gli arbitri, presieduti da Nicchi che non si candida come presidente FIGC hanno una particolarità: sono gli unici che andranno ai Mondiali, produce il restante 2%.

Lo statuto prevede tre scrutini: sarà eletto presidente al primo turno chi ottiene tre quarti dei voti, al secondo chi ne ha due terzi, al terzo scrutinio basta la maggioranza assoluta dei voti.



Uno splendido nonsense

Uno statuto che ha poco senso. La Serie A, la confindustria del calcio, quella che produce la ricchezza, vale quasi un terzo della LND. E la C ne vale esattamente la metà. Non serve una laurea in Scienze Politiche per capire che nessuno de tre candidati, in questo momento gode dei voti necessari per ambire alla poltrona anche perché non è affatto detto che i rappresentanti delle varie leghe votino all’unanimità.

Ad oggi parte in vantaggio Sibilia, ma arriva?

 Il presidente della LND, ammesso che tutta la sua Lega sia compatta per votarla, conta il 34%. Dove può rastrellare il 17% che gli manca. Non certo dalla Serie C, che candida Gravina. L’ago della bilancia, come sempre, sarà l’assoallenatori che sposta, da sola, quasi la metà del quorum necessario per l’elezione. Chi si allea con loro, di solito, vince. Peccato che Tommasi e Ulivieri non riescano ad andare d’accordo neanche sullo zucchero da sciogliere nel caffè al bar. Ergo nella diaspora dei voti conteranno i “ciottoli”. Ovvero chi riuscirà a raccogliere più preferenze all’interno delle varie leghe.

Appuntamento al prossimo 29 gennaio. Due settimane che serviranno a stringere o rompere alleanze nel risiko che dovrebbe portare il calcio a darsi una parvenza di ordine. La sensazione è che nessuno, in questo momento, possa puntare al Quorum. Ma basta una notte, e tutto cambia…

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Il 5 Aprile del lontano 1910, nasceva uno dei primi allenatori pugliesi saliti alla ribalta delle cronache sportive nazionali, Oronzo Pugliese: schietto, focoso, ma soprattutto genuino, un personaggio d’altri tempi, rappresentante di un calcio che ormai non c’è più.

Tutto ha inizio a Turi, 30 Km da Bari, Oronzo nasce in una famiglia contadina, e sin da subito mostra una certa attitudine per il gioco del calcio, l’unico problema è che in città non c’è neanche un campo dove potersi allenare. Per poter giocare bisogna spostarsi: Gioia del Colle, Casamassima, Molfetta, è qui che muove i suoi primi passi. La sua carriera da calciatore però non è straordinaria, e dopo aver girovagato per l’Italia ed essersi fermato per ben sette anni a Siracusa, appende gli scarpini al chiodo nel 1947.

Inizia così, senza neanche troppe ambizioni, la carriera da allenatore, che di soddisfazioni, però, gliene darà molte.



Il Leonzio è la prima società che gli da fiducia, nei dilettanti siciliani (quando ancora gioca nel Siracusa). Opportunità più importanti, però, non tardano ad arrivare; allena il Messina a più riprese, vincendo un campionato di Serie C, quindi la Reggina, che porta dalla IV Serie alla Serie C, il Siena, che porta a un passo dalla Serie B, quindi la chiamata del Foggia, nel 1961.

Vince al primo anno la Serie C, e nel 63-64 viene addirittura promosso in Serie A, vincendo il premio “Seminatore d’Oro” come miglior allenatore del campionato Cadetto. Con i Satanelli scrive le pagine più belle della sua carriera da allenatore, divenendo famoso, oltre che per gli ottimi risultati, anche per il suo inconfondibile modo di fare, tanto da essere definito da Gianni Breraun mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia”.

Infatti in panchina Pugliese è un vero e proprio spettacolo: urla, gesticola, addirittura rincorre sulla fascia i propri giocatori, ma così facendo riesce ad infiammare il pubblico, e a caricare i suoi giocatori fino all’inverosimile, come accade il 31 gennaio 1965.

A Foggia arriva la Grande Inter di Helenio Herrera, detto Il Mago, Campione d’Italia e d’Europa in carica. Pugliese dispone delle serrate marcature a uomo, ordinando ai suoi picciotti, così chiamava i giocatori, di aspettare e pungere in contropiede. I padroni di casa si portano inaspettatamente sul 2-0. l’Inter non ci sta, e riacciuffa il risultato, salvo poi cedere, a dieci minuti dalla fine, a un gol di Nocera, che fissa il risultato sul 3-2: è la consacrazione di Oronzo Pugliese, da quel momento in poi sarà lui il mago, Il Mago di Turi. A fine partita, alla domanda di un giornalista “Come ci si sente ad aver avuto la meglio sulla psicologia di Herrera?” risponde “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.

Rimane negli annali anche una sua dichiarazione riguardo le provocazioni ricevute dai tifosi del Milan durante la partita persa dal Foggia per 1 a 0. Inventando di sana pianta un proverbio, risponde ai giornalisti “quando il pesce grosso non riesce a mangiare il pesce piccolo, il pesce grosso brucia!”.

A fine anno il Foggia chiude sorprendentemente al 9° posto, il che vale a Pugliese la chiamata della Roma, reduce da una stagione deludente.

Nella Capitale disputa 3 stagioni altalenanti, senza mai far fare il salto di qualità alla squadra. Nel secondo anno di permanenza rimane in vetta alla classifica per due mesi, salvo poi crollare nella seconda parte di stagione e terminare ottavo. Qui, però, diventa l’idolo dei tifosi, che mai hanno visto un allenatore tanto coinvolto come Pugliese. Prima di ogni partita sparge il sale intorno alla panchina e dietro la porta avversaria, per cacciare via la sfortuna; non a caso Lino Banfi riprenderà questa scena ne L’allenatore nel pallone, il cui protagonista, Oronzo Canà, è ispirato proprio a Pugliese.

Roma è la sua ultima esperienza felice in panchina, infatti di lì a poco inizia la parabola discendente che lo porterà al ritiro, nel 1978, dopo aver allenato negli ultimi anni Fiorentina, Bari, Bologna e Crotone.

Torna nella sua Turi, dove verrà a mancare nel 1990.

Quella di Oronzo Pugliese è la storia di chi, partito dal niente, è riuscito a ritagliarsi uno spazio nel complesso mondo del calcio italiano, conservando però l’onestà e la semplicità del mondo contadino dal quale proveniva e che non ha mai rinnegato.

Al giorno d’oggi, in un calcio sempre più privo di valori, ricordare figure come quella di Don Oronzo non può che fare bene.

La rivoluzione di Juric: dove ha perso e cosa lascia

La rivoluzione di Juric: dove ha perso e cosa lascia

Qualche settimana fa la redazione di Io Gioco Pulito ha dato il benvenuto a Davide Ballardini sulla panchina del Genoa, prima che proprio il tecnico ravennate raccogliesse 4 punti nelle prime 2 gare in cui è stato chiamato in causa. Equilibrio, conoscenza e lettura delle partite hanno riportato buonumore e consapevolezza in un ambiente che ne aveva davvero bisogno. Senza voler fare analisi unilaterali, toccare argomenti che non si conoscono o, più semplicemente, scrivere tanto per scrivere, proviamo tuttavia a dare anche un valore ai primi mesi di campionato del Genoa sotto la gestione di Ivan Juric. Un calcio che parla un po’ inglese, come in “Vieni con Me” di Paolo Conte.

DOVE HA PERSO – Facciamo un passo indietro. Stagione 2016/17, il Genoa affronta in casa il Palermo con un’immensa opportunità  per lanciarsi a quota 26 punti, in piena zona Europa League. Al Ferraris erano cadute Milan e Juventus, nessuno aveva ancora vinto, ma la squadra rosanero ruppe un record negativo di 9 sconfitte consecutive proprio nella trasferta a Genova. Quella sconfitta, con espulsione di Perin, spense in un solo attimo speranze, ambizioni e voglia di combattere, complici l’infortunio di Miguel Veloso e i continui “mal di schiena” accusati da Rincòn che tolsero forza e certezze proprio nel reparto più importante per il sistema del Pirata, per quel che si è visto fino ad oggi. Questo tempo grigio, quasi come una pioggerellina fitta che si abbatte sui vetri, è rimasto fino al giorno dell’esonero, poi del richiamo e del definitivo addio di inizio mese.

COSA LASCIA – Una squadra in forma, reduce da allenamenti in cui si andava a mille, squadra dove la figura di Adel Taarabt spicca per prestanza: il marocchino ha perso tanti chili, rimettendosi in forma smagliante, per merito di chi non importa. Si lavora da squadra e, di conseguenza, si vince o si perde da squadra. Juric lascia in eredità un Miguel Veloso abile a stoppare le iniziative avversarie, non solo a fare da metronomo in mezzo al campo. In coppia con Andrea Bertolacci non è andata come tutti speravano, e va ricordato come sotto la gestione Gasperini il centrocampista poi ceduto al Milan – via Roma – avesse a fianco mediani del calibro di Kucka e Rincòn.

Dall’Avellino sono poi arrivati Biraschi ed Omeonga, quest’ultimo svelatosi al grande pubblico con prestazioni spettacolari e sopra le righe: nel calcio dei Kanté e dei Torreira, un tuttofare del centrocampo può valere una miniera d’oro.



DOVE HA SBAGLIATO – Non sta a noi dirlo, soprattutto in un mondo privo di certezze come quello del pallone. Anche se “il calcio non è una scienza esatta”, citando Massimiliano Allegri, le poche occasioni concesse ad alcune riserve possono non aver aiutato: Beghetto e Morosini sono stati rispediti in Serie B dopo soli 6 mesi a Genova, sostituiti da scommesse altrettanto grandi e non sempre altrettanto giovani. Dopo un mercato in solitaria, l’età media si è alzata, ma con lei il Grifone non sembra avere acquisito maggiore esperienza. Tante sconfitte pur facendo la partita, troppi errori individuali, letture della partita non sempre fortunate ed anche un calendario quasi proibitivo: provare a far punti contro Lazio, Juventus, Milan ed Inter per poi perdere in casa dal Bologna o a Ferrara, non ha portato sorrisi né tanti punti.

ANCHE IL LOCO – Non è decisamente la stagione del calcio metal, ne sa qualcosa Marcelo Bielsa. Il tecnico al quale proprio Juric ha ribadito più volte di ispirarsi, è stato allontanato dal Lille pochi giorni fa, a 5 mesi dall’inizio del lavoro in Francia. Segno di un calcio che sta cambiando o che si sta appiattendo sui semplici risultati finali?

In Germania Peter Stoger è ancora in sella con 2 punti in classifica, ma del resto si tratta di scelte. Anche Zdenek Zeman, in maniera forse differente, sta faticando ad imporre il proprio credo a tutta la rosa del Pescara.

Forse è stato giusto, per molti senza ombra di dubbio, per altri non senza delusione, vedi Gianluca Lapadula che ha dedicato la prima rete con la maglia del Genoa proprio ad Ivan Juric e al suo staff. Difficile prevedere quale piega prenderà la carriera di una persona che ha ampiamente dimostrato, per chi ha potuto seguirla dal vivo, di essere un allenatore determinato e con voglia di farsi. Forse è arrivato così in alto troppo presto, ma nell’epoca dei Nagelsmann e dei Tedesco forse valeva la pena rischiare. Rischiare ed aspettare, cosa che il Genoa di Juric non ha saputo fare per troppa voglia di dimostrare. In eredità a Ballardini il Pirata lascia una squadra che ha voglia di fare, da responsabilizzare e salvare. “E al dio degli inglesi, non credere mai”.

 

 

 

 

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