Quello che viene comunemente chiamato calcio moderno ci ha abituato al campionato spezzatino, alle partite all’ora di pranzo, ai tentativi di contenere le avanzate sportive delle piccole Carpi o Frosinone, alle partite a porte chiuse. Ma, soprattutto, ha eretto un muro sempre più invalicabile tra dirigenza e supporters’, tra dirigenti e tifosi, tra erogatori e paganti. Il rapporto ha preso una via privatistica e gerarchizzata dividendo in due l’universo sportivo che gravita attorno al rettangolo verde.

Il calciatore così è diventato il solo titolare del suo cartellino – che viene però gestito da abili terzi – e lo spettatore il solo possessore di un tagliando di ingresso con tanto di nominativo. Chi ha tratto i maggiori benefici da questi mutamenti sono i proprietari dei club, che mossi dal profitto a breve termine, hanno trovato tutto lo spazio necessario per agire distanti dalle pressioni popolari degli spettatori, diventati sempre più clienti e sempre meno supporter. Il percorso ha trovato il suo compimento quando emiri e magnati si sono presi interi pacchetti azionari rendendo la società un parco giochi personale per mettere mano al portafoglio col solo criterio del successo rapido. Al contempo, la partita è diventata “un prodotto da vendere”, un bene prettamente “di mercato” per i diritti televisivi nel battage Infront-Sky-Mediaset, che non si pone il problema degli spalti sempre più vuoti.

Chi non condivide questo nuovo corso, ha dovuto inventarsi qualche forma di reazione che resta confinata soprattutto nelle leghe minori: azionariati popolari, supporters’ trust, forme di gestione partecipata tra tifosi e società sono emersi negli ultimi due decenni con principi diametralmente opposti alle logiche business-oriented del calcio moderno. Il network internazionale Supporters Direct (SD) ha redatto un documento che va dritto al punto: “Il cuore del gioco, perché i supporters sono vitali per migliorare la governance del calcio” (Download qui http://www.supporters-direct.org/wp-content/uploads/2012/11/Position-Paper-Italiano.pdf ).

Un manifesto composto da sei sezioni per mettere in discussione i nuovi orientamenti del mercato calcistico.

1: Migliorare la governance a livello europeo, includendo stakeholders a tutti i livelli del sistema calcio e dialogando col Consiglio Europeo per una gestione democratica del patrimonio.

2: Migliorare la sostenibilità finanziaria delle società e delle leghe, assicurando una distribuzione delle risorse, prevenendo fasi di crisi, applicando concretamente il Financial Fair-Play ed incoraggiando “community ownerships” in grado di destabilizzare la tendenza comune a spendere oltre le proprie disponibilità.

3: Migliorare la funzione sociale dello sport puntando ad un paradigma europeo di rimozione delle barriere alla rappresentanza, per sviluppare forme di coesione inclusive in sintonia con un’applicazione di cittadinanza attiva ed uno sguardo alle giovani leve. In tal senso il FC United of Manchester e #sosteniamolAncona rappresentano due buone pratiche.

4: Migliorare le operazioni di trasferimento, definendo un sistema finanziario per la compravendita con l’obiettivo di abolire la TPO (Third-Part Ownership), che rimette nelle mani della società tutte le scelte determinanti per chi gravita attorno alla squadra ma non fa parte dell’organigramma.

5: Migliorare la lotta alle combine, una minaccia costante per l’etica sportiva ed una tentazione tropo forte per molti giocatori. L’idea è di sensibilizzare una tolleranza zero sulle vendita di partite, in un rapporto orizzontale tra UE, supporters e autorità pubbliche o private.

6: Ridurre discriminazione e violenza. Partita persa in partenza? Le reti FSE (http://www.footballsupporterseurope.org/it/)(Football Supporters Europe), FARE http://www.farenet.org/) e CAFEhttp://www.cafefootball.eu/) (Center for Access to Football in Europe) si stanno battendo per i primi risultati.

Nella distanza tra definizione teorica e messa in pratica c’è la voce “bilancio” che non va d’accordo con questi orientamenti e rende la parola “Respect” un ottimo slogan UEFA che precede la messa in onda del prodotto televisivo comprato sul mercato dello sport. Prima di mettere mano a questi sei punti bisogna abbattere un muro che tiene le questioni societarie a debita distanza dal tifoso, ormai comunemente rappresentato come il facinoroso che rovina la domenica.

La guerriglia ultras però non è una novità, e non coinvolge l’universo del tifo a trecentosessanta gradi. La governance privatizzata del calcio è invece un fenomeno recente che si è affermato in silenzio, mentre l’attenzione viene spostata su quel fumogeno che non sarebbe dovuto entrare allo stadio ma per qualche strano motivo ci è entrato. Anche un Presidente che compra, svende e poi fallisce, non sarebbe dovuto entrare nell’organigramma, ma anche lui, per qualche ragione poco chiara, ci è entrato. Se “Il calcio è di chi lo ama”, la governance per il suo sistema deve andare incontro a questo amore. Un’impresa tutt’altro che facile.

Lorenzo De Vidovich

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