Sarebbe troppo facile e forse più scaltro, mediaticamente parlando, farci raccontare dall’”arbitro con la protesi” come sia avvenuto l’incidente, farci raccontare una tragedia per lasciar salire un brivido sulla schiena, ma non lo abbiamo fatto per un motivo ben preciso. Perché per far salire un brivido sulla schiena bastano altre immagini, bastano alcune massime per capire la grandezza di saper ricominciare a vivere dopo una batosta del genere, conta il sorriso di un uomo a tutto campo: il sorriso di Roberto Camelia.

Premessa: divideremo l’intevista in round, necessario per porre alcune domande a un arbitro di pugilato.

Primo Round – L’esperienza da pugile: cosa ti ha portato a decidere di voler fare l’arbitro nel 2010?

 A dire il vero questa è una domanda che mi fanno spesso, perché in effetti quella dell’arbitro è una professione molto difficile; se ne parla poco e se ne parla male, per me è una passione, una scelta di vita che mi ha permesso di rimanere sotto un’etichetta differente, non quella dell’atleta ma di ufficiale di gara, che comunque respira e vive di adrenalina e trance agonistica attraverso l’azione degli altri.

Secondo Round – Osservare un sport da spettatore interessato, da attore non protagonista, sul ring ma non per combattere: cosa si prova?

 Il nostro compito? Essere imparziali, vivere la gara in terza persona come un normale evento sportivo, senza compromettere nulla e senza essere partecipe in maniera diretta delle emozioni di uno o dell’altro. Bisogna assisterli per assicurarsi che vengano rispettate le regole e tutelata l’integrità fisica. Il compito principale a cui noi aspiriamo è un servizio imparziale.

Terzo Round – L’episodio più divertente che ti sia accaduto da quando sei diventato per tutti ‘l’arbitro con la protesi’

Vi racconterò un episodio un po’ colorito. Mi ricordo che, subito dopo essere tornato sul quadrato, c’era molta attenzione nei miei confronti. Durante una riunione, non appena finì e tutti scendemmo dal ring per andare via, mi si avvicinò un bambino chiedendomi se fosse vero che io avessi una gamba Io mi ricordo di avergliela fatta toccare, tanto che lui fece una faccia esterrefatta e guardandomi negli occhi esclamò: ‘M******!’. Avrà avuto dieci anni, ma dalle nostre parti è un’espressione che si usa spesso.

 Il mondo della disabilità del resto è molto ironico, sai quante volte mi hanno detto “Mi raccomando, partiamo col piede giusto” oppure “Oggi non facciamo passi falsi”? Vi è un certo folklore e l’ironia è il modo vincente per parlare di certe cose. E’ la chiave vincente per sensibilizzare le persone, anche in maniera simpatica, parlando di un dramma. Vedere il rovescio della medaglia con un sorriso può avvicinare molta più gente, che è l’obiettivo di tutti quelli che si occupano di sport nella vita.

Quarto Round – Come è cambiata la tua vita, da arbitro, nel momento in cui hai scelto di tornare in campo?

 Vi è un’attenzione massima verso l’integrità degli atleti e una voglia ancora maggiore di cercare di essere un arbitro il più possibile vicino alla normalità. Cerco questo curando dettagli, allenandomi molto e cercando di pulire, affinare tecniche per fare in modo che non vi siano dubbi sulla mia professionalità e sul servizio che io come altri arbitri diamo sul ring.

Quinto Round – Se dovessi lanciare un messaggio agli appassionati di sport che faticano a riprendersi da infortuni o traumi, quale sceglieresti?

Il dolore si può raccontare in mille modi, ma la chiave più familiare credo sia quella dell’ironia, con cui puoi arrivare anche ai bambini. Il mio incidente è stata un’esperienza che fa parte della vita di tutti i giorni e pertanto non deve essere vissuta come una cosa che ti ha cambiato per sempre. A volte nella vita ci sono, come nello sport, dei risultati ingiusti che vanno accettati, metabolizzati per riuscire a fare meglio poi in futuro. Ci saranno sempre cose che non ci andranno bene, ma serviranno da stimolo e serviranno per il futuro. Le sconfitte aiutano a capire cosa fare e come fare a vincere, così come nella vita anche nello sport.