Siamo nuovamente in pieno calcio mercato e questa è una storia che si distingue in mezzo ai tanto calciatori che chiedono di cambiare squadra. Questa è la storia di Matteo, un ragazzino del 2005 che ha molto da insegnare a tanti più grandi e probabilmente più talentuosi di lui… da un certo punto di vista.

Dai 6 agli 11 anni Matteo ha giocato nella squadra del suo paese di provincia, contribuendo alla crescita di un gruppo parrocchiale che ha vinto il campionato anche grazie ai suoi 16 goal. La squadra è diventata vivaio Inter, ma a Matteo, che pur è milanista, questo non importava; lui voleva solo giocare e segnare.

Piuttosto timido, un’indole riservata e modi garbati, non ha mai pensato di fare il calciatore di serie A, non ha mai reputato di avere caratteristiche fisiche, tecniche ed emotive sufficientemente forti per poter emergere, ma non ha mai saltato un allenamento per poter essere convocato in partita.

È sempre stato capace di accontentarsi e di capire le esigenze del gruppo. Certo, avrebbe voluto giocare ogni minuto di ogni partita, ma capiva anche che era doveroso lasciare spazio e tempo a tutti i compagni.

Nell’estate del 2017 succede però che la società sportiva opta per un’importante riorganizzazione e Matteo viene escluso, insieme ad altri, dal nuovo progetto. Ne consegue una sensazione pungente di amarezza e delusione.

Mamma e papà hanno due visioni differenti di ciò che può essere a quel punto l’opzione migliore per il loro ragazzo ed è così che avviene l’incontro con la nostra Agenzia.

Cercando di mettere insieme i desideri di Matteo, le sue caratteristiche personali e atletiche e le esigenze logistiche e familiari, si individua quella che può essere la soluzione “su misura”: una squadra che alleni seriamente, ma senza la pretesa di accogliere solo futuri Palloni d’Oro e sufficientemente vicino casa per consentire l’inserimento del ragazzo in un territorio in cui si è da poco trasferito ad abitare.

Matteo si trova così a dover affrontare il provino per entrare in squadra: entusiasta per l’acquisto delle nuove scarpe, arriva al campo sorridente, ma davanti al cartello all’ingresso “Scuola Calcio Milan”, ha quasi un attacco di panico. Si immobilizza, comincia a dire di non essere all’altezza, è terrorizzato.

Per fortuna non ha una di quelle madri che si impietosiscono e che vivono per risparmiare ai figli qualsivoglia fatica; la mamma di Matteo gli dice invece, anche piuttosto duramente, di non fare i capricci e entrare in campo.



Sarà la rabbia per la strigliata imprevista, o il desiderio di riscattarsi agli occhi dei genitori, ma Matteo gioca come sa fare e supera il provino.

Il giorno in cui viene loro comunicato, Matteo e sua mamma sono felici. Guardando un videogame lui le dice: “Mamma, tu mi ricordi questa Valchiria. La Valchiria non corre mai, ma marcia a passo sostenuto e non si ferma. Sorride, ma ha un’ascia in mano e non attacca mai, la usa solo per difendere il villaggio. È sorridente finché non si arrabbia. Però lei si pettina meglio di te!”. Ridono insieme ed è l’occasione per ricordare che le vittorie più entusiasmanti sono quelle ottenute con costanza e perseveranza.

A settembre comincia la nuova avventura calcistica. L’ambiente sembra l’ideale per permettere a Matteo non solo di portare avanti la passione sportiva, ma anche di costruirsi nuove amicizie. Eppure, questioni pregresse e “politiche” all’interno della società fanno sì che durante una riunione, alla presenza di genitori e ragazzi, il Mister esprima il proprio malcontento nei confronti di Matteo, giudicato non idoneo a sostituire il ragazzo che nel suo ruolo se ne era andato la stagione precedente. Il tutto avviene senza mezzi termini, probabilmente utilizzando il ragazzo per lanciare un messaggio ad altri livelli. Ad ogni modo si crea una situazione a dir poco antipatica e umiliante a cui Matteo assiste, davanti a tutta la squadra, in silenzio e trattenendo a stento le lacrime.

Torna a casa mortificato e determinato a non ripresentarsi laddove ha scoperto di non essere ben accetto; peggio, determinato a chiudere definitivamente col calcio.

Del resto… si può dargli torto? Chi avrebbe avuto il coraggio di guardare ancora negli occhi compagni che rimpiangono il vecchio attaccante e un allenatore che ha dichiarato pubblicamente di non ritenerti capace a sufficienza? E stiamo parlando di un ragazzo di 12 anni!! A 12 anni chi sei è determinato per grandissima parte da ciò che gli altri pensano di te.

Ma Matteo non è un ragazzo come tutti. Matteo è il figlio di una Valchiria. E anche in questa circostanza le parole della madre che lo spronano a non tirarsi indietro di fronte alle difficoltà hanno la meglio.

Il giorno dopo è di nuovo al campo, puntuale. E convoglia tutta la propria rabbia contro la rete… e contro la propria fragilità.

Riceve delle scuse (doverose) e resta.

Ha inizio così la sua appartenenza alla squadra. Impara a godersi il calcio sul campo fin dallo spogliatoio. Stabilisce amicizie con ragazzi che frequenta anche dopo le partite.

Nel frattempo la società cambia l’allenatore e domenica scorsa Matteo entra in campo con la fascia di capitano

Inutile dire la morale della storia. Era già scritta nel titolo.

 

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