Roma, 15 luglio 1972. Due leader del Fath, Abu Dawud e Salah Khalaf,  si incontrano al tavolo di un bar di Piazza della Rotonda a Roma con Abu Muhammad uno dei capi dell’organizzazione “Settembre Nero“.  Ghigna Abu: “Se non ci permettono di partecipare ai Giochi olimpici, perché non proviamo a prenderci parte a modo nostro?”.  Sotto il sole di uno dei più bei luoghi del mondo, l’infernale dado è tratto.

Ma torniamo indietro, l’Olimpiade non si addice alla Germania. Siamo nel 1936 a Berlino Jesse Owens sconfisse nei cento, duecento, salto in lungo e staffetta l’idolo tedesco Luz Long e fece arrabbiare Hitler e i tedeschi tutti. Era un nero americano, un negro a quei tempi, una razza considerata – non solo da Hitler- inferiore, e che in quell’occasione, e in molte altre, si dimostrò imbattibile; la verità trionfava, la preparazione, l’impegno, ancora non c’era il doping.

Molti anni più tardi, nell’estate del 1972, stavolta a Monaco, i tedeschi cercarono di far dimenticare Hitler e compagni grazie a un’olimpiade simpatica e gioiosa, dove non si vedessero in giro facce feroci di poliziotti, ma piuttosto graziose hostess del tutto sprovvedute come quella che aprì le porte della residenza israeliana, permettendo ai terroristi di mappare per bene la situazione. Si pensava che la spensieratezza della gioventù potesse allontanare il male, che mai più avrebbe toccato la redenta Germania. Invece, per ricordare che il male è sempre in agguato, l’olimpiade del 72’ fu ben più tragica di quella del 1936: undici atleti di Israele furono massacrati da un commando palestinese; fu il primo attacco terroristico spettacolarizzato in Occidente, la strage del Bataclan in qualche modo lo rievoca portandolo al parossismo.

Perché il bersaglio furono proprio gli atleti e non piuttosto un gruppo di civili israeliani? Per vari motivi. L’Olimpiade era ed è un avvenimento di forte richiamo internazionale, inoltre gli atleti rappresentano la forza fisica e lo slancio della nazione, la dedizione all’impegno e alla vittoria, quindi quale più derisoria sconfitta di quella d’essere spazzati via dalla competizione in modo brutale, bruciati vivi o mitragliati?

Si è obiettato che se fossero stati rispettati i patti con i terroristi che chiedevano la liberazione di altri terroristi, tutto ciò non sarebbe avvenuto, ma non è vero: fin da subito due atleti israeliani furono uccisi e, come in questi giorni è venuto dolorosamente alla luce, i due eroi che sapendo di andare incontro alla morte si scagliarono contro gli assassini, barbaramente furono torturati, segno evidente di quale fosse la sorte a loro comunque destinata. Se gli atleti che volano per la pista simili a ghepardi, o che s’innalzano nel cielo del salto in alto come aquile, rappresentano la libertà, la capacità dell’uomo di superare se stesso, azzoppare un atleta e poi mutilarlo lentamente è una diabolica umiliazione.

La convergenza di tutti i paesi del mondo in un magico momento che superi ogni contesa che non sia quella sul campo dell’onore atletico, fu orribilmente derisa, come a dire che non c’è luogo sicuro, esente dalla violenza. Questi sportivi dai potenti bicipiti non credano mai di essere al riparo, le esigenze del terrore sono più forti, possono penetrare ovunque e abbattere coloro che sono i più muscolosi tra gli uomini, capaci di imprese impossibili, possono falciarli nel pieno della giovinezza e della gloria con una sventagliata di mitra.

Quei tedeschi che avrebbero dovuto riscattare in tutti i modi l’olimpiade di Berlino, ostentazione del male nazista sbeffeggiata da Owens, non erano in alcun modo preparati a fronteggiare questo tipo di incursione. Non solo ma, quando si trattò di salvare i prigionieri, pasticciarono le cose all’inverosimile. Sarebbe stato meglio avessero dato loro una chance, facendoli partire con l’aereo dei terroristi al Cairo. O, come era stato inutilmente invocato, permettendo che intervenissero gli israeliani con i loro reparti speciali  della Sayeret Matkal per tentare un blitz.

Niente di tutto questo, l’arroganza tedesca fu enorme quanto la loro faciloneria, come se la vita degli atleti israeliani non meritasse tutta questa attenzione. Poi, concluso il massacro, bandiere a mezz’asta – non tutte, quelle arabe e sovietiche continuarono a sventolare – ennesima beffa. La cerimonia funebre coi parenti sortì l’unico effetto di far venire un infarto mortale alla straziata cugina di una delle vittime.  Ancora una volta erano morti ebrei sul suolo tedesco.

FOTO: www.ilsole24ore.it

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